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        <title type="main" level="a">Le minoranze indesiderate: la marginalità</title>
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            <surname>Franceschi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The author investigates unwanted minorities and the processes of marginalization to which they were subjected: a theme which has been the subject of recent research (by Giacomo Todeschini and Marina Montesano), which is analyzed here in reference to the cities of central-northern Italy, examining in depth also figures less investigated so far in studies.</p>
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            <item>Minorities</item>
            <item>Marginalizations</item>
            <item>Italian cities</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.12" /></p>
      
      <div><head>Le minoranze indesiderate: la marginalità</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Franco Franceschi </hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" ><hi rend="CharOverride-1">«</hi><hi rend="CharOverride-1" >Quoniam Albanenses viri sanguinei sunt et malignantis nature omnes, a quibis tamquam a furiosis </hi><hi rend="CharOverride-1" >gladiis aufugendum est</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" ><hi rend="CharOverride-1">(V. Makušev, </hi><hi rend="italic">Monumenta historica Slavorum meridionalium</hi><hi rend="CharOverride-1"> I, Varsavia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1874, p. 204).</hi></p><div><head><hi>1. Qualche punto fermo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i vari termini presi in esame nelle </hi><hi rend="italic">Etymologiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Isidoro di Siviglia compare quello di </hi><hi rend="italic">exs</hi><hi rend="italic">ul</hi><hi rend="CharOverride-1">, che il vescovo iberico fa derivare da </hi><hi rend="italic">extra solum</hi><hi rend="CharOverride-1">: «exul quia </hi><hi rend="CharOverride-1">extra solum</hi><hi rend="CharOverride-1"> est; quasi trans solum missus, aut extra solum </hi><hi rend="CharOverride-1">vagus</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Isidoro, </hi><hi rend="italic">Etymol</hi><hi rend="CharOverride-1">., X, LXXXIV). Il termine, dunque</hi><hi rend="CharOverride-1">, individua colui che vive fuori dalla propria terra, dai confini del luogo di origine, innanzitutto perché costretto, poi in quanto errante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-090">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Condizione assai diffusa nelle società medievali, caratterizzate da intensi processi di urbanizzazione e di colonizzazione; dagli spostamenti dei mercanti, dei professionisti, dei tecnici e di quanti, disoccupati o sott</hi><hi rend="CharOverride-1">occupati, cercavano lavoro e fortuna altrove; dai pellegrinaggi; dai viaggi di formazione culturale e di apprendistato degli studenti e degli aspiranti artigiani; dalle peregrinazioni dei cavalieri, dei religiosi e di tutti coloro che fuggivano da qualcosa o facevano dell’erranza stessa (come chi viveva di elemosine, i truffatori e i vagabondi) </hi><hi rend="CharOverride-1">una forma di vita. Una mobilità cui la metafora, cara ai Padri della Chiesa, del cristiano come </hi><hi rend="italic">viator ac peregrinus</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulla terra, in cammino verso la vera patria, quella celeste, dava sostanza ideologica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-089">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E tuttavia, a dispetto del rilievo indubbio di questi aspetti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trattava di una condizione non del tutto naturale nell’immaginario collettivo degli uomini del Medioevo, che consideravano valori la stabilità, il fatto di possedere una dimora fissa e di vivere «durevolmente radicati in uno stesso luogo e in una stessa comunità di persone»</hi><hi rend="CharOverride-1">, visto che «il senso dell’ordine e della sicurezza sociale si fonda[va] sui vincoli di sangue e di buon vicinato»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-088">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da qui una duplicità di atteggiamenti in fondo mai risolta nei confronti dell’estraneo, al quale </hi><hi rend="CharOverride-1">la morale corrente imponeva di assicurare ospitalità e aiuto ma la cui presenza poteva generare contemporaneamente diffidenza, inquietudine se non paura. L’equilibrio fra queste opposte pulsioni era assai instabile e il prevalere di un aspetto sull’altro dipendeva dalle condizioni esistenti nei diversi contesti e momenti.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In generale quanto più le società si scoprivano insicure e minacciate – come negli ultimi due secoli del Medioevo – dalle carestie, dalle guerre e dalle epidemie, che oltre tutto disartico</hi><hi rend="CharOverride-1">lavano le strutture familiari e comunitarie alimentando la mobilità dei singoli e dei gruppi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-087">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, tanto più si sviluppavano reazioni che possiamo definire ‘difensive’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A ben guardare, comunque, nello stesso concetto di spostamento, </hi><hi rend="CharOverride-1">che implicava il distacco dalle sicurezze del conosciuto e dai legami sociali consolidati nel tempo, era insito un potenziale di emarginazione che giustifica pienamente il titolo del mio intervento. Ma questo non significa che l’ambito dell’analisi sia facilmente circoscrivibile, anche perché è complicato da un’altra categoria interpretativa, quella</hi><hi rend="CharOverride-1"> di «minoranza», che, a rigore, potrebbe confliggere con la nozione di «marginalità». Se infatti adottiamo la definizione utilizzata fra gli altri da Marino Berengo nel suo libro sulle città europee – minoranze come insiemi</hi><hi rend="CharOverride-1"> formati da coloro che non erano o non volevano essere riconosciuti quali membri a pieno titolo della comunità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-086">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – vi includeremo con lui non solo gli stranieri, ma anche gli appartenenti a etnie o confessioni religiose</hi><hi rend="CharOverride-1"> minoritarie che vivevano con un particolare statuto giuridico e non necessariamente singoli e gruppi che si trovavano in condizioni di precarietà e debolezza (non è un caso che l’analisi di Berengo si concentri su mercanti stranieri, studenti, ebrei e </hi><hi rend="italic">mudejares</hi><hi rend="CharOverride-1">). Suppongo quindi che la scelta del termine «</hi><hi rend="CharOverride-1">minoranze», presente nel titolo di queste pagine, come in quello del contributo di Beatrice del Bo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-085">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, sia semplicemente sinonimo di migrazioni o migranti. Come tale, in ogni caso, lo intenderò io.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non che questa precisazione sgombri il campo da tutte le difficoltà, perché resta da chiarire </hi><hi rend="CharOverride-1">in quale accezione possa essere utilizzato il concetto di marginalità. Un concetto che ha, sotto il profilo storiografico, una vicenda ormai cinquantennale, legato inizialmente com’è alla stagione della </hi><hi rend="italic">nouvelle histoire</hi><hi rend="CharOverride-1"> francese (e francofona),</hi><hi rend="CharOverride-1"> agli studi di Bronislav Geremek e, pur con diversa angolazione, alle ricerche di Piero Camporesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-084">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma divenuto – secondo la polemica definizione che Henri Bresc ne dette nel 1991 </hi><hi rend="CharOverride-1">– «un </hi><hi rend="CharOverride-1">fourre</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="CharOverride-1">tout</hi><hi rend="CharOverride-1"> où </hi><hi rend="CharOverride-1">entrent à la fois les exclus</hi><hi rend="CharOverride-1"> de la société»: coloro che per la propria religione, la malattia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (soprattutto la lebbra), le infermità fisiche, la bruttezza del corpo, il peccato (ossia l’eresia e la sodomia), l’instabilità, finiscono per deviare dalla norma, ma anche gli esclusi fortuiti e temporanei (come gli scomunicati, i viaggiatori, gli sbanditi) e i «marginali sociali», ossia gli individui declassati, i poveri, i mendicanti, quanti praticano mestieri che li pongono a contatto con il sangue, il denaro, lo sporco e infine la composita </hi><hi rend="CharOverride-1">galassia degli infami</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-083">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Che cosa dunque ritenere di questa costellazione? Nel suo recente libro intitolato </hi><hi rend="italic">Ai margini del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, per esempio, Marina Montesano, pur soffermandosi anche su gruppi come i poveri intesi nell’accezione più larga di </hi><hi rend="italic">impotentes</hi><hi rend="CharOverride-1"> o come gli ‘zingari’ (</hi><hi rend="italic">romanì</hi><hi rend="CharOverride-1">), ha ritenuto discriminante nella costruzione del perimetro dell’alterità il fattore religioso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-082">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Personalmente credo che nel contesto di questo incontro, e per aderire più compiutamente alla tematica assegnatami, che incrocia migrazioni e atteggiamenti di rifiuto e marginalizzazione, debbano essere presi in esame soprattutto quei gruppi che restava</hi><hi rend="CharOverride-1">no in posizione liminale, in particolare nella società urbana, perché non partecipavano o partecipavano molto limitatamente al processo produttivo, risultando economicamente inutili o scarsamente utili, esibivano modi di vita diversi da quelli universalmente accettati</hi><hi rend="CharOverride-1"> provocando sconcerto o violavano apertamente le norme stabilite dimostrandosi pericolosi. In termini più espliciti la mia selezione includerà alcune categorie di lavoratori, perlopiù gli uomini di fatica con scarsa o nulla specializzazione, i falsi mendicanti, gli oziosi e </hi><hi rend="CharOverride-1">i vagabondi. E naturalmente coloro che erano creduti tali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quest’ultima precisazione mi sembra assai opportuna, in un discorso in cui, anche per la necessità di tenere conto sia delle politiche dei governi che del sentire comune, non è sempre facile distinguere </hi><hi rend="CharOverride-1">realtà e rappresentazioni, al punto che la relazione fra immigrazione e marginalità può essere pensata biunivocamente: si trattava di marginali rifiutati in quanto tali o di individui marginalizzati perché migranti con determinate caratteristiche? Aggiungo solo che i miei esempi riguarderanno le città dell’Italia centro-settentrionale fra XIII e XV secolo e che, data la vastità del tema, non approfondirò i temi dell’integrazione e della cittadinanza ma mi concentrerò sul versante del rifiuto, come del resto chiede il titolo della relazione.</hi></p></div><div><head><hi>2. «E vanno tapinando per lo mondo»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel variegato universo dei migranti spinti sulle strade</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’impossibilità di restare nei luoghi di origine, dalla ricerca di una qualche fonte di sostentamento, dal sogno di una vita migliore, esistevano indubbiamente aree di marginalità conclamata o gruppi a rischio costante di marginalizzazione: si trattava di individui che – riprendendo un’immagine formidabile di Francesco Datini – «per poverttà non posono istare l’uno dov’è altro e vanno tapinando per lo mondo chome fae i lupo per la fame»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-081">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Manodopera che</hi><hi rend="CharOverride-1"> affollava i luoghi deputati all’ingaggio o, quando non esistevano, vagava dalle chiese alle taverne, dai cantieri alle botteghe o alle banchine dei porti in cerca di impiego</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-080">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Erano gli avventizi e gli stagionali, gli «operarii seu laboratores diurni ad precium […] qui paucis diebus stant in una civitate et paucis in alia» rammentati in un provvedimento del Comune di Padova nel 1308</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-079">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, i «lavoranti non cognosciuti» cui fa riferimento lo statuto senese dell’Arte della Lana redatto fra la fine del Duecento e primi del Trecento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-078">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, i lavoranti «di chi mi dà»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-077">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> ricordati dal catasto pisano del 1428-29 che si vendevano come uomini di fatica per un’occupazione qualunque: manovale, </hi><hi rend="CharOverride-1">scaricatore, facchino, rematore sulle galee, giardiniere, vuotapozzi, “menatore” delle ruote normalmente mosse dall’energia animale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-076">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Individui che non temevano, talvolta, di autodefinirsi «sanza alcuna industria» o «sanza mestier a mano»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-075">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e che sembrano pienamente coscienti della loro fragilità quando dichiarano – e non avviene solo una volta – di vivere «de dì in dì magramente»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-074">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, «dì per dì poveramente»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-073">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, «dì per dì come gli ucielli»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-072">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: spesso costretti o abituati a muoversi nella zona grigia in cui si toccavano e si sovrapponevano lavoro, accattonaggio e piccola criminalità, dove salario, elemosina e furto non si escludevano a vicenda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-071">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questo universo si può ricondurre la vicenda di Balsarino da Milano, arrivato a Venezia, dove trovò lavoro alle dipendenze di un maestro fustagnaio, e che nel settembre 1401 venne condannato per avere derubato un compagno addormentato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-070">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; o quella di Antonia, una domestica che a Pisa, secondo il processo in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">era imputata nel 1427, cambiava spesso padrone e integrava il suo reddito con furti di oggetti con i quali aveva organizzato, aiutata da alcune vicine, un piccolo commercio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-069">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; o ancora il </hi><hi rend="italic">modus vivendi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del genovese Zanino e del tedesco Albertino, immigrati a Bologna</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove erano rispettivamente a servizio presso un padrone inglese e uno francese, e che dovettero confessare nel 1380 il furto di una camicia di lino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-068">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non ladri, ma giocatori d’azzardo, erano invece i quattro forestieri – due tedeschi, un modenese e un toscano – arrestati nel 1294 </hi><hi rend="CharOverride-1">sotto la torre degli Asinelli, sempre a Bologna. Un testimone disse di averli visti passare la notte nella Piazza del Comune, non avendo una casa in cui tornare</hi><hi rend="CharOverride-1">, e svolgere lavori umili, come consegnare legna, fieno e paglia ai residenti della città, «pro recuperando panem unde possint trahere vitam»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-067">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sempre, tuttavia, i migranti con scarse o nulle risorse economiche si presentavano nei luoghi di arrivo del tutto sprovvisti </hi><hi rend="CharOverride-1">di qualifiche o si mostravano incapaci di procurarsi una fonte di reddito potenzialmente stabile. Il caso degli albanesi, presenti fra Medioevo ed età moderna un po’ ovunque in Italia, dalla Calabria alle Marche, dalla Sicilia all’Abruzzo, dal Lazio al Veneto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-066">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ci pone di fronte </hi><hi rend="CharOverride-1">a individui che, portando con sé un certo bagaglio di abilità, potevano trovare lavoro, oltre che come salariati nei diversi ambiti economici, a partire dall’agricoltura e dall’edilizia (le donne come domestiche e lavandaie), anche come titolari di piccole </hi><hi rend="CharOverride-1">attività artigianali, in particolare nei settori dell’ospitalità, dell’alimentazione, del tessile e dei metalli, nonché nei diversi livelli dell’organizzazione militare: a Roma, per esempio, al soldo dell’amministrazione pontificia, come connestabili, caporali, stradioti, armigeri, </hi><hi rend="italic">squadrerii</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">lanciarii</hi><hi rend="CharOverride-1"> e generici soldati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-065">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel quadro</hi><hi rend="CharOverride-1"> della politica demografica delle città, che Antonio Ivan Pini ha definito «a elastico» guardando al caso di Bologna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-064">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la presenza di questi immigrati era tollerat</hi><hi rend="CharOverride-1">a e perfino incoraggiata quando la congiuntura economica consigliava il mantenimento di una congrua riserva di manodopera generica o l’andamento demografico sfavorevole riduceva eccessivamente la popolazione urbana. In situazioni di emergenza, come nei periodi immediatamente successivi alle </hi><hi rend="CharOverride-1">maggiori epidemie – a cominciare naturalmente dalla peste del 1348 – quasi tutti i governi vararono misure di ampia e talvolta indiscriminata apertura, così che alla liberazione dei detenuti o alle amnistie per gli sbanditi si affiancarono incentivi di ogni tipo a favore dei forestieri disposti a trasferirsi, e non necessariamente solo dei lavoratori più specializzati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-063">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come ha scritto Giuliano Pinto, soprattutto nelle grandi città, in grado di offrire un ventaglio più ricco</hi><hi rend="CharOverride-1"> di occasioni di occupazione e di sistemazione, gli immigrati erano «prevalentemente […] persone di bassa estrazione, che venivano a colmare sul mercato del lavoro i vuoti aperti dalla peste»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-062">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Passati però questi momenti, solitamente brevi, l’atteggiamento dei poteri pubblici tendeva a ricalcare le linee di intervento già </hi><hi rend="CharOverride-1">sperimentate nella fase della più intensa crescita medievale, ossia di freno all’inur</hi><hi rend="CharOverride-1">bamento e di selezione dei forestieri in base alla loro utilità economica e sociale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto fra la città e i migranti, tuttavia, non può essere ridotto unicamente alle dinamiche demografiche ed economiche e alle conseguenti risposte dei poteri istituzionalizzati. Il caso degli albanesi citati poco sopra mostra quanto faticosi e contraddittori potessero essere i processi di interazione/ integrazione: un percorso che, in larga misura, essi condividevano con altri forestieri provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico: gli slavi. La presenza di questi immigrati nelle città e nei centri minori delle Marche – regione per la quale esiste una nutrita serie di studi – sembra infatti essere stata spesso percepita dalle popolazioni locali e dai governi in modo traumatico. Sebbene fin dal Trecento piccoli gruppi di albanesi siano documentati a Fermo, Jesi, Ancona, Recanati e in altri </hi><hi rend="CharOverride-1">centri adriatici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-061">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, un vero e proprio movimento migratorio prese corpo solo a partire dal terzo decennio del Quattrocento. Nell’aprile 1436, in particolare, circa trecento persone sbarcarono ad Ancona, molte delle quali si diressero poi verso Sud giungendo a Recanati. Il fatto è annotato dal padre di Giacomo Leopardi, il conte Monaldo, autore degli </hi><hi rend="italic">Annali di Recanati</hi><hi rend="CharOverride-1">, secondo il quale gli albanesi «commettevano guasti e disordini», tanto che le autorità locali vietarono loro di entrare armati in città e disposero, nel caso avessero provocato risse, che fossero puniti con alcune «strappate di corda»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-060">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli arrivi si accentuarono negli anni successivi, alimentati dalla difficile situazione economico-sociale dell’area balcanica, dalla volontà di sfuggire alle epidemie, dal peso crescente dell’oppressione degli Ottomani, che nella seconda metà del secolo giunsero ad occupare l’intera regione, ma anche dal miraggio di un’</hi><hi rend="italic">Italia felix </hi><hi rend="CharOverride-1">che attraeva gli abitanti dei «Balcani poveri» in cerca di maggiori opportunità di lavoro e di una vita meno faticosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-059">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più corposo, già nei decenni </hi><hi rend="CharOverride-1">fra Tre e Quattrocento, appare l’insediamento dei migranti che arrivavano dai territori compresi nella ex-Jugoslavia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-058">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, indicati nelle fonti con i termini di </hi><hi rend="italic">sclavii</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">sclavoni </hi><hi rend="CharOverride-1">(con le varianti </hi><hi rend="italic">sclavi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">slavi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">schiavoni</hi><hi rend="CharOverride-1">) o come </hi><hi rend="italic">de Sclavonia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e occasionalmente, soprattutto a partire dalla seconda metà del XV secolo, </hi><hi rend="italic">de Illyria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-057">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se inizialmente essi si diressero soprattutto verso le città e i centri minori, dove esercitavano i mestieri artigianali più modesti o trovavano lavoro come salariati, con l’aumento delle presenze le destinazioni più frequenti diventarono le campagne</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le attività più comuni quelle di agricoltore e di pastore. L’emigrazione verso la Penisola subì un’impennata dopo la metà del Quattrocento, quando gli Stati cristiani crollarono sotto l’incalzare della potenza ottomana e una tremenda carestia colpì l’intero entroterra balcanico spingendo migliaia di affamati verso la costa. La situazione era talmente drammatica che le autorità di Spalato nel 1454 e quelle di Ragusa </hi><hi rend="CharOverride-1">(Dubrovnik) nel 1455 si adoperarono per facilitare il trasferimento dei profughi sulla sponda italiana dell’Adriatico. Crisi di questo tipo si ripeterono in seguito alla caduta in mani ottomane della Serbia e quindi della Bosnia e ancora una volta, nel 1464-1465, il governo di Ragusa, temendo di dover accogliere una massa incontrollabile di migranti, provvide a proprie spese a far trasportare via nave </hi><hi rend="CharOverride-1">questi «fugientes a Turchis» a Venezia, nelle Marche ed in Puglia assicurandogli scorte di cibo consistenti in pane biscottato, fave e miglio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-056">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con l’aumento del numero delle presenze degli immigrati si moltiplicarono anche gli episodi di intolleranza delle popolazioni autoctone e le iniziative delle istituzioni. Ad Ascoli Piceno, dove si installarono a partire dal 1457, gli albanesi sono bollati come «rozzi»; ad Ancona, Numana, Sirolo, Camerano, Poggio e Massignano il provvedimento che imponeva agli immigrati che non possedessero beni per un valore di almeno 100 ducati di non portare armi viene motivato con il fatto che «la natione Albanesca» è «molto prompta a mal fare et a offendere nel sangue umano»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-055">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma la cosa più grave è che, in tempi di ricorrenti epidemie, le comunità marchigiane proiettarono su questi forestieri la responsabilità della diffusione del contagio: a Sirolo, nel 1460, si stabilì che «da mo’ avanti non possa venir ad abitar nel castello de Syrolo et suo territorio fameglia d’albanesi si non è stata dieci anni prima nella Marcha et non retornati nell’Albania»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-054">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Fabriano, nel 1458, sempre per timore della peste, gli albanesi furono costretti a concentrarsi in un’area posta al di fuori della cinta muraria, mentre dieci anni più tardi, di fronte a una nuova epidemia, si procedette alla loro espulsione. Anche a Macerata, nel 1461 e negli anni seguenti, vennero cacciati come «infetti e pestiferi», e altrettanto avvenne a Jesi, dove le autorità comunali imposero a quanti erano arrivati di recente di restare ad almeno mezzo miglio di distanza dalla città, «sotto pena di un fiorino e di due tratti di corda»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-053">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In quest’ultimo caso le misure restrittive furono estesi anche agli Slavi, normalmente meno bersagliati degli albanesi, ma che a questi erano </hi><hi rend="CharOverride-1">spesso assimilati, nell’opinione comune, quali potenziali portatori di malattie e individui inclini al crimine e alla violenza. Una violenza – rapine, stupri, </hi><hi rend="CharOverride-1">risse, ferimenti, omicidi – testimoniata dalle fonti giudiziarie, da quelle deliberative e perfino dai rogiti dei notai, attraverso le molte composizioni dei conflitti accettate per evitare conseguenze più pesanti, che coinvolgeva gli uomini e non raramente le donne</hi><hi rend="CharOverride-1">, accusate di furti e truffe</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-052">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli immigrati, peraltro, dovevano subire anche altre forme di discriminazione, meno eclatanti ma non meno offensive: ad Ancona, per esempio, una delibera del Comune del 1426 proibiva alle donne slave di stazionare in chiesa o fuori di essa </hi><hi rend="CharOverride-1">nei giorni di festa e soprattutto di avvicinarsi ai banchi nei quali sedevano le anconitane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-051">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad Assisi, città umbra ma non certo lontana dai centri marchigiani, il 15 novembre 1471 </hi><hi rend="CharOverride-1">gli albanesi furono colpiti da un bando che intimava a quanti fossero arrivati negli ultimi quattro mesi di andarsene entro due settimane e risparmiava i residenti da più lunga data solo a condizione che ogni sabato spazzassero e pulissero gratuitamente la piazza del Comune</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-050">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Foligno sempre gli albanesi furono assoggettati nel 1474 all’obbligo di registrarsi e di pagare un contributo mensile «di sigurtà» variabile a seconda dell’età e del sesso, pena l’obbligo di lasciare le proprie case entro quattro giorni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-049">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Naturalmente molte di queste m</hi><hi rend="CharOverride-1">isure erano temporanee, legate a congiunture particolari, come quelle epidemiche, o alle  fasi in cui si verificavano dei picchi di arrivi, dove riemergeva la «peur de l’étranger» – come l’ha definita Brunehilde Imhaus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-048">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">– che condizionava i rapporti con i locali; passati questi momenti, poi, venivano ritirate o lasciate cadere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-047">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, anche perché l’apporto demografico ed economico dei nuovi arrivati era fondamentale nello scenario di contrazione della popolazione che caratterizzò l’Italia centrale fra metà Trecento e metà Quattrocento, scenario di cui i governi erano ben consapevoli. Questo atteggiamento altalenante e decisamente contraddittorio è ben illustrato dal caso di un’altra città umbra, Perugia, </hi><hi rend="CharOverride-1">dove i provvedimenti di espulsione, come quello varato nel 1465, venivano successivamente modificati per escluderne le famiglie da più tempo residenti in città; dove una politica di dura repressione dei reati commessi da slavi e albanesi, che lascia trasparire anche una diversità di trattamento con i cittadini per lo stesso crimine, conviveva con la concessione di </hi><hi rend="italic">leges civilitatis</hi><hi rend="CharOverride-1"> emanate in deroga al dettato statutario o semplicemente sulla base dell’impegno degli stranieri</hi><hi rend="CharOverride-1"> a trasferirsi nelle campagne «ad exercendum artem rusticalem»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-046">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il quadro che emerge dall’insediamento degli immigrati balcanici nell’Italia centrale adriatica trova significative corrispondenze con le situazioni di altre aree, come per esempio </hi><hi rend="CharOverride-1">il Lazio settentrionale: qui albanesi e slavi erano «posti all’indice, considerati […] “huomini senza timor di Dio”, dediti a vivere di espedienti, di violenza e in continuo attrito con la popolazione locale, per lo più privi di un lavoro stabile e in genere non radicati nelle diverse comunità». Un giudizio che li accomunava</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un altro gruppo di forestieri fortemente discriminati, i còrsi, che tuttavia appaiono largamente primi nella graduatoria degli indesiderati a causa della loro presenza massiccia in Maremma ma anche del loro contributo al banditismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a varie attività criminali, su tutte il furto di bestiame e l’assalto ai viaggiatori</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-045">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Meno conflittuale appare invece la situazione a Roma, dove, nonostante la cattiva fama che li accompagnava e le notizie di diverse condanne a morte eseguite contro di loro nel Quattrocento, albanesi e slavi non sembrano trovare particolari ostacoli al loro insediamento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-044">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo stesso vale per Venezia, tradizionalmente aperta alle diverse correnti </hi><hi rend="CharOverride-1">migratorie e capace di elaborare strategie adeguate a fronteggiare anche i momenti di più acuta pressione, piuttosto numerosi nella seconda metà del secolo in coincidenza le ondate epidemiche e soprattutto con il vero e proprio esodo determinato dall’occupazione dell’Albania veneziana da parte degli Ottomani tra il 1474 e il 1479</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-043">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Certo, anche qui non mancavano forme di diffidenza, come mostra la resistenza del governo della Repubblica lagunare a riconoscere la confraternita ‘nazionale’ degli albanesi, nata nel 1442 senza un’autorizzazione formale e legalizzata solo nel 1448 per timore di non riuscire a controllare adeguatamente un sodalizio che nell’arco di un anno aveva raccolto l’adesione di duecento iscritti, perlopiù di basso livello socioprofessionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-042">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altra parte, con tempi diversi nei differenti contesti, proprio le confraternite, in quanto strutture che da un lato permettevano </hi><hi rend="CharOverride-1">alle istituzioni di governo un più coerente controllo delle comunità forestiere e dall’altro funzionavano come organismi di mediazione giuridicamente riconosciuti, si rivelarono una componente fondamentale nel graduale processo che portò all’integrazione degli immigrati e al superamento dei principali motivi di ostilità nei loro confronti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-041">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>3.</hi><hi rend="italic"> Vagabundi foresterii</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ambito italiano la figura del vagabondo, dopo le ricerche degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ha interessato molto poco gli studiosi e solo in tempi recentissimi, per la verità più in relazione all’età moderna che al Medioevo, ha conosciuto una qualche ripresa di attenzione. Quella che sembra un’indagine preliminare ad un possibile studio più ampio è </hi><hi rend="CharOverride-1">stata pubblicata nel 2020 da Cédric Quertier, calibrata com’è su alcuni aspetti centrali del tema, quali i significati del vocabolo, la qualificazione economica, il rapporto con la giustizia e con le politiche degli Stati regionali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-040">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un testo utile, dunque, per tornare a riflettere su un insieme sfuggente, oltre che per le società medievali, anche per gli storici di oggi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo errore che il ricercatore non deve commettere è quello di assimilare </hi><hi rend="CharOverride-1">automaticamente il vagabondo al forestiero di passaggio o all’immigrato. L’analisi delle occorrenze lessicali svolta da Quertier, infatti, mostra che il lemma comprendeva, nei secoli XIV-XV, accanto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai significati di errante e nomade, anche quelli di ozioso e di individuo senza lavoro o domicilio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-039">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre affondi su singole realtà precisano il quadro. A Venezia, per esempio, nella seconda metà del Trecento la caratteristica più comune ai </hi><hi rend="italic">vagabundi</hi><hi rend="CharOverride-1"> che incappavano nelle maglie dell’apparato giudiziario era la mancanza di una fissa dimora in città, tanto che qualche volta li si caratterizzava per la frequentazione di taverne e locande, di determinate aree urbane (tra cui la stessa piazza San Marco) o addirittura delle imbarcazioni nelle quali trovavano rifugio per la notte. E questo che fossero di origine locale o meno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-038">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella stessa epoca, nella non lontana Treviso, alcuni provvedimenti dell’autorità pubblica associavano i vagabondi quando ai forestieri e quando alle persone senza domicilio o senza salario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-037">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Milano, invece, nelle sentenze pronunciate dal podestà Carlo Zen nel 1385 i vagabondi sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> definiti quasi invariabilmente </hi><hi rend="italic">forenses</hi><hi rend="CharOverride-1">, perlopiù italiani e tedeschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-036">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma l’aggettivo viene collegato anche alle prostitute: </hi><hi rend="italic">meretrices vagabundae</hi><hi rend="CharOverride-1"> erano Clara </hi><hi rend="CharOverride-1">e Malgarina </hi><hi rend="italic">teotonicae</hi><hi rend="CharOverride-1">, Johanna </hi><hi rend="italic">de Candia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Luzia </hi><hi rend="italic">de Sgravonia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-035">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma tali erano probabilmente, per fare solo un esempio, anche molte delle 700 prostitute ‘pubbliche</hi><hi rend="CharOverride-1">’ e le almeno altrettante ‘segrete’ arrivate al concilio di Basilea al seguito dei vari prelati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-034">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, così come quasi certamente «le due meretrici belle e giovane», ma povere e senza casa, che in una novella di Giovanni Sercambi </hi><hi rend="CharOverride-1">andavano da Borgo a Mozzano «al Bagno a Corsena […] dove pensavano trovare guadagno»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-033">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’itineranza, o semplicemente il fatto di non esercitare la professione in un luogo stabile, un bordello privato o pubblico, oltre a fare di tutte le prostitute delle forestiere anche quando erano nate in città – come ha mostrato Maria Serena Mazzi nella sua articolata indagine su Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-032">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – è sottolineata come un attributo dell’identità che non è certo lusinghiero. Del resto, faceva notare Rinaldo Comba in un articolo di molti anni fa, già alla fine del Duecento, in un procedimento contro una donna di Pinerolo, si poteva affermare di lei: «si honesta mulier esset non ivisset ad standum in civitate Taurini prout ipsa fecit»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-031">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come ha scritto Bronisław</hi><hi rend="CharOverride-1"> Geremek, nella società medievale «la migrazione è accettata e anche incoraggiata, ma a due condizioni: che sia momentanea e non diventi un modo di vivere; che sia strutturata, organizzata e sorvegliata dalle istituzioni e dalla solidarietà della società nel suo complesso. Ogni abbandono delle forme tradizionali della vita sociale è culturalmente condannato; per le società stabilizzate e sedentarie il nomadismo è inquietante e va guardato con disprezzo</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-030">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le differenze cui ho accennato, e la doverosa attenzione ai contenuti delle definizioni nei diversi contesti, non debbono però portarci a sottovalutare l’esistenza degli individui che mostravano le caratteristiche tradizionalmente attribuite ai vagabondi giramondo, deliberatamente scioperati, poveri</hi><hi rend="CharOverride-1"> ambigui, imbroglioni pronti a qualsiasi azione pur di sopravvivere. Figure in carne e ossa che, pur osservate con tutte le cautele del caso, presentano più di un tratto in comune con quella galleria di furfanti – «miscredenti come ser Ciappelletto, spacciatori di reliquie come fra’ Cipolla, finti miracolati come il buffone Martellino» – che troviamo nel </hi><hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-029">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, prima ancora che nella cosiddetta letteratura dei vagabondi valorizzata da Camporesi: lo </hi><hi rend="italic">Speculum cerretanorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Teseo Pini, </hi><hi rend="italic">Il vagabondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Rafaele Frianoro e altri testi di ‘furfanteria’ dai quali emerge un sistema organizzato per gruppi, per bande, con regole, comportamenti e linguaggi propri e tutti finalizzati a truffare il prossimo attraverso la simulazione, la menzogna e l’inganno. Vere e proprie arti, che venivano apprese e perfezionate sul campo. Perché per lucrare sostanziose elemosine non bastava sistemarsi agli angoli delle strade e delle piazze o alla porta delle chiese con la mano tesa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> bisognava suscitare la pietà e la commozione dei passanti sfruttando la credulità popolare: si fingevano allora piaghe e sanguinamenti grazie all’utilizzazione di certe erbe, succo di more e altri coloranti, si provocava la schiuma alla bocca masticando sego, si alterava il colore del volto </hi><hi rend="CharOverride-1">con terre e pigmenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Erano innanzitutto questi </hi><hi rend="italic">vagabundi foresterii</hi><hi rend="CharOverride-1">, campioni nel mostrarsi per quello che non erano e in qualche caso erano stati – mercanti, studenti, pellegrini, frati, preti, venditori di reliquie, predicatori, professori, poeti e cantastorie, </hi><hi rend="CharOverride-1">attori, indovini e guaritori, e naturalmente miserabili e infermi di tutte le specie – a fare paura ai ‘cittadini onesti’ e a mettere in allarme le autorità. A Roma Niccolò V, «sempre timoroso di disordini e agguati»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-028">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, prese nel 1450 una decisione radicale, vividamente descritta in una lettera inviata dal giurista e poeta Rosello Roselli a Giovanni di Cosimo de’ Medici:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tu sai, che nella via che se va a Sancto Pietro, lì presso alle mura, erano fatte molte casette da quelli poveri che stavano achactare; ove già s’era fatta grandissima congregatione di gaglioffi, et facévavesi di molto male. El papa fecie mettere fuoco in quelle case, tutte furono arse; quelgli rebaldi andorono nella mala hora. In fra gli altri poveri che stavano lì, v’era uno che andava col culo per terra, non aveva ganbe: questo ribaldo aveva di nocte morti colle sue mano sei homeni; et tolto quello che avevano […]</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-027">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quel che ne sappiamo l’incendio</hi><hi rend="CharOverride-1"> aveva l’intento di ‘risanare’ la zona spingendo i suoi non graditi abitanti a spostarsi altrove, e dunque non fece vittime</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-026">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma è assai indicativo del grado di intolleranza esistente nei loro confronti. Sempre nell’Urbe, del resto, il timore degli impostori spingeva a diffidare degli stessi pellegrini, pur in una città abituata alla loro costante presenza, tanto che nel Cinquecento essi</hi><hi rend="CharOverride-1"> furono obbligati a farsi riconoscere dalla confraternita della Trinità dei Pellegrini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-025">66</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma i </hi><hi rend="italic">vagabundi</hi><hi rend="CharOverride-1"> non incutevano soltanto paura, ispiravano anche disprezzo: nel 1377, a Macerata, Nallo di Puccio e tre suoi compagni, tra cui il notaio Tinto Vegnati, massacrarono di botte, fino ad ucciderlo, Michele di Matteo soltanto perché era un vagabondo, e per di più «ubriaco», come precisò uno degli aggressori per giustificarsi davanti agli inquirenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-024">67</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Che in questi casi spesso si mostravano meno severi del solito, come testimonia un altro omicidio, quello di Becho da Torcello, in realtà originario del Friuli, il cui assassino si vide cancellata nel 1354 la condanna a morte grazie anche alla dichiarazione del Podestà di Treviso, il quale affermò che il morto, essendo un vagabondo, non poteva essere che una persona disonesta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-023">68</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>4. «Gaiuffi» e «sanpaolari»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È ben noto, grazie agli studi sulla marginalità e sulle politiche di controllo sociale, il percorso che </hi><hi rend="CharOverride-1">nella prima metà del Cinquecento avrebbe portato i governi di tutta Europa a distinguere sempre più nettamente ‘buoni’ e ‘cattivi’ bisognosi, ‘veri</hi><hi rend="CharOverride-1">’ e ‘falsi’ mendicanti, assicurando ai primi l’assistenza di cui necessitavano e negandola agli altri; ma anche ad identificare i disoccupati con gli oziosi, ossia con </hi><hi rend="CharOverride-1">coloro che pur essendo sani e destinati per nascita al lavoro manuale, praticavano invece quelle «multe e diverse […] arte» con le quali – secondo il novelliere Masuccio Salernitano – «gli viventi se studiano a voler senza corporale affanno fare grosse prede»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-022">69</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; fino a considerare il vagabondaggio e la mendicità senza riconoscimento o autorizzazione pubblica veri e propri crimini. Un percorso che non intendo certo rimettere in discussione, ma di cui è forse utile sottolineare le origini precoci e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> lenta gestazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni anni fa, nel suo contributo ad un convegno organizzato proprio dal Centro di studi sulla civiltà del tardo Medioevo, Pietro Silanos ha tracciato un interessante quadro dell’atteggiamento dei governi cittadini nei confronti di quanti soffrivano di affezioni di carattere fisico e mentale utilizzando un’ampia scelta di disposizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> statutarie relative alle città del Nord-Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-021">70</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poiché tali disposizioni finivano spesso per accomunare veri e falsi malati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ho ripreso parte di questo materiale, integrandolo con altre testimonianze. Per la sua rilevanza è opportuno cominciare dal provvedimento contenuto negli statuti di Verona del 1276, dove, in un’aggiunta al capitolo CCLIV, dedicato all’esclusione dal perimetro urbano dei l</hi><hi rend="CharOverride-1">ebbrosi, leggiamo:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">nullus orbus, timonessa, gaiuffus vel gaiuffa debeant intrare in civitate Verone vel stare nec super pontes vel apud portas civitatis et quod nullus debeat eos in sua domo tenere vel hospicium et de ipsis debeant in continenti expellere. Et qui contra fecerit puniatur pro quolibet et qualibet vice in </hi><hi rend="CharOverride-1">c. sol.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-020">71</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre non è stato possibile, purtroppo, chiarire il significato del vocabolo </hi><hi rend="italic">timonessa</hi><hi rend="CharOverride-1">, e in attesa di esaminare fra poco il termine </hi><hi rend="italic">gaiuffus</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">gaiuffa</hi><hi rend="CharOverride-1">, si può ragionevolmente ritenere che i divieti qui enunciati nei confronti dei non vedenti – pur in assenza di un riferimento esplicito – fossero dettati</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal timore che si trattasse di impostori, in linea con un diffuso atteggiamento di sospetto, quando non di aperta ostilità nei confronti di questa categoria, che emerge in maniera chiara anche da altre fonti, prima fra tutte la novellistica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-019">72</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Restando nell’ambito degli statuti lo confermano, per esempio, le raccolte di Brescia (1250 e 1270), secondo cui «orbi de cetero non morentur nec intrent in civitatem et si quis inventus fuerit frustetur pro communi»</hi><hi rend="CharOverride-1">; di Novara (1281), che imponeva al podestà di espellere coloro «quibus oculi ambo sunt eruti […] infra 10 miliaria»; di Bergamo (1331 e 1353), dove una norma stabiliva «quod orbi non veniant nec stent nec habitent in civitate nec suburbiis Pergami, excepto in Broseta»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-018">73</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La stessa logica informa il provvedimento contenuto negli statuti di Parma del 1347, dove, nel quadro di una politica di tutela della salute e del decoro pubblici, a subire l’interdizione dallo spazio della città, dei borghi e dei sobborghi erano</hi><hi rend="CharOverride-1"> stavolta gli ammalati di fuoco di Sant’Antonio e con loro quanti «fingerent vel dicerent se pati dictam infirmitatem, et membra marcita sua vel corrosa ostendentes peterent elimoxinam sub nomine beati Antonii». Per scovare questi simulatori il Podestà doveva inviare i membri della propria </hi><hi rend="italic">familia</hi><hi rend="CharOverride-1"> presso le chiese durante le principali festività</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-017">74</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diverse, perché meno ambigue, le disposizioni degli statuti bolognesi del 1288: il legislatore, infatti, vietava ai cittadini di dare ospitalità ai falsi ciechi e a quanti </hi><hi rend="CharOverride-1">si coloravano di nero le orbite, così come a chi si fingeva penitente «tenendo le braccia in cerchio», a coloro che conducevano le ragazze per tutta la città a chiedere l’elemosina per la dote, agli adulteri, ai tagliaborse, a chi era privo di una mano, di un piede</hi><hi rend="CharOverride-1"> o di qualche altra parte del corpo, agli indovini ammaliatori di ambo i sessi e ai falsi mendicanti. Ma al tempo stesso precisava che queste norme non riguardavano «veros avugolos, cecos et debillitatos membris vel membro, mutillatos cives habentes suam propriam domum vel habentes extimum in comuni et solventes collectas»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-016">75</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Insomma, i ciechi e gli invalidi che avevano casa e pagavano le tasse a Bologna non potevano essere che veri bisognosi e come tali non erano soggetti alla legislazione in </hi><hi rend="CharOverride-1">questione. Norme molto simili figurano nella normativa precedente, almeno a partire dalla silloge statutaria del 1250, dove i membri delle categorie prese di mira erano collettivamente etichettati come </hi><hi rend="italic">falsarii</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-015">76</ref></hi></hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il problema vero erano loro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quanto individui validi che preferivano però vivere di elemosine o di inganni piuttosto che lavorare. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tale gruppo sembrano rientrare anche coloro che – come abbiamo visto – gli statuti cittadini di Verona del 1276 indicano come</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">gaiuffi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">gaiuffe</hi><hi rend="CharOverride-1">, denominazioni che avrebbero originato gli attuali «gaglioffo» e «gaglioffa». Di questi personaggi si parla negli stessi termini </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche anno dopo, nel 1283, in un documento veneziano emanato dalla magistratura dei Signori di Notte, che per la sua importanza merita di essere riportato per intero:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quod hosterij non audeant albergare gaiufos. Millesimo ducentesimo octuagesimo tertio indicione decima prima, die dominico quatuor intrante marcio. Dominus dux facit notum et est ordinamentum dominorum de nocte quod nullus hosterius seu albergator nec aliqua alia persona in tota civitate Venecie audeat de cetero hospitare vel albergare seu tenere vel recipere in domo sua aliquidem gaiufum vel gaiufam nec dare eis bibere vel comedere qui deceptive et indebite vadunt per civitatem decipiendo gentes, fingendo se esse divinos, vel herbarios et accipiendo helimosinas hospitalibus, monasteriis et aliis pauperibus et bonis personis cum calicibus, anchonis, pueris parvis et aliis deceptionibus, simulando se esse hospitalarios et bonas personas ac debiles sub pena librarum tres pro quolibet gaiufo vel gaiufa et tociens quociens inventi fuerint contra predicta facere. Et nullus gaiufus vel gaiufa se permittat de cetero reperiri sub pena librarum tres pro quolibet vel qualibet et sub pena perdendi totum quod foret eis repertum tociens quociens se reperiri permiserint et si non poterint solvere debeant stare per tres dies super berlinam vel per unum mensem in carcere et postea debeant expelli. Et ille (nel testo originale è </hi><hi rend="italic">illi</hi><hi rend="CharOverride-1">) qui accusaverit aliquem de predictis habere debeat medietatem pen(a)e et tocius quod foret eis repertum et quartum sit comunis et quartum dominorum de nocte et accusator de nocte et accusator teneatur de credencia»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-014">77</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I Signori di notte, dunque, mettevano di fatto al bando </hi><hi rend="italic">gaiufi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">gaiufe</hi><hi rend="CharOverride-1"> vietando loro l’ingresso in città sotto la minaccia di una sanzione di tre lire e del sequestro di tutti i beni trovati in loro possesso, sanzione che, nel caso non potessero pagare, veniva commutata nell’obbligo di restare per</hi><hi rend="CharOverride-1"> tre giorni alla berlina o un mese in carcere, prima dell’inevitabile espulsione. Al pagamento della stessa somma erano condannati anche i gestori di osterie e locande, e più in generale tutti i cittadini che li alloggiassero e dessero loro da bere e da mangiare. Per incentivare le denunce contro di loro il provvediment</hi><hi rend="CharOverride-1">o non solo ricorreva alla pratica usuale di compensare l’accusatore con una parte dell’importo della pena (in questo caso piuttosto sostanziosa trattandosi del 50%), ma gli assegnava anche tutto ciò che il reo avesse con sé, plausibilmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel convincimento che trattandosi di delinquenti la refurtiva non sarebbe mancata. La parte più interessante del testo, in effetti, è proprio quella che descrive il comportamento di questi erranti, giudicati imbroglioni e impostori in quanto si fingevano indovini o venditori di erbe, ma anche poveri e infermi o addirittura membri di sodalizi assistenziali a nome dei quali chiedevano elemosine </hi><hi rend="CharOverride-1">mostrando calici e immagini sacre, servendosi di bambini piccoli e di altre forme di inganno. Michele Cassese, che ha pubblicato integralmente e discusso il documento, ha voluto vedervi anche qualcosa d’altro: sulla base di un’accurata analisi terminologica, infatti, ha ipotizzato che dietro i </hi><hi rend="italic">gaiuffi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le </hi><hi rend="italic">gaiuffe</hi><hi rend="CharOverride-1"> che arrivavano a Venezia si celassero quelli che in Italia sarebbero stati successivamente indicati come </hi><hi rend="italic">cingani </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic">zingari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-013">78</ref></hi></hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Una tesi che mette in discussione convinzioni generalmente condivise dagli studiosi, retrodatando di più di un secolo le prime testimonianze sulla presenza di questi gruppi di itineranti nella Penisola </hi><hi rend="CharOverride-1">e smentendo che essi intrattenessero inizialmente rapporti buoni o quanto meno accettabili con le popolazioni locali. Anche per questo, oltre che in quanto fondata esclusivamente sul dato lessicale, è opportuno valutarla con cautela, sebbene certi caratteri identificati dalla fonte – la pratica della divinazione, la presenza di bambini utilizzati come strumento di inganno, l’attitudine alla truffa – siano gli stessi associati agli ‘zingari’ nei secoli successivi.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma la questione della natura dei </hi><hi rend="italic">gaiufi</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic">gaiuffi </hi><hi rend="CharOverride-1">è più complessa, come testimonia una rubrica degli statuti cittadini di Cremona del 1339 che ne stabilisce l’espulsione e allo scopo precisa la composizione di questa peculiare categoria includendovi </hi><hi rend="CharOverride-1">«cechi forenses, sinancati forenses et illi qui portant bissas et serpentes et dicunt se habere graciam Sancti Pauli et alterius sancti»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ancora ciechi, dunque, e sciancati, naturalmente forestieri, ma anche un gruppo che non avevamo fin qui incontrato: individui che andavano in giro portando con sé dei serpenti e millantando di possedere una speciale grazia legata a San Paolo e ad un altro sant</hi><hi rend="CharOverride-1">o. La notizia, troppo specifica perché la si possa ignorare, ci conduce dritti ai </hi><hi rend="italic">sanpaolari</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">pauliani</hi><hi rend="CharOverride-1">, personaggi familiari alla letteratura antropologica del Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, che li considera appartenenti allo stesso mondo magico-religioso-mistico degli ‘attarantati’ del Mezzogiorno d’Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e non sconosciuti alle fonti dell’ultimo Medioevo e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">età moderna, a partire dai testi di furfanteria. Teseo Pini per esempio, in un istruttivo cortocircuito fra vita vissuta e letteratura, li identifica come segue: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Pauliani, a Paulo Apostolo ferunt se traxisse originem […], et iuxta Evangelium serpentes tollunt et si quid mortiferum hauserunt, non eis nocere aiunt, secundum eorum sententiam. Nam tempore quod apud Melitensem insulam Beato Paulo ex naufragio</hi><hi rend="CharOverride-1"> fugienti manum momordit vipera, obtinuere ut ipse, posterique eius, se et alias possent quadam cantilena a venenis tueri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento all’episodio accaduto a San Paolo e narrato negli Atti degli Apostoli (Atti 28.3-5), in effetti, originò una credenza popolare, variamente articolata, secondo cui i </hi><hi rend="italic">sanpaolari</hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre ad essere indovini, erano in grado di curare molte malattie, ed in particolare gli effetti dei morsi dei serpenti, sia trattando direttamente i pazienti con la terra di Malta, venduta proprio con il nome di «grazia di San Paolo», sia </hi><hi rend="CharOverride-1">a distanza, operando su qualcuno che fosse in grado di riportare i particolari del morso diventando il tramite della pratica di risanamento del vero malato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tommaso Garzoni, nella sua </hi><hi rend="italic">Piazza universale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1585), ci offre il ritratto di uno di loro in maestro Paolo di Arezzo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma in Toscana se ne ha testimonianza anche qualche decennio </hi><hi rend="CharOverride-1">prima, nel 1541, quando, sotto la denominazione di «ciurmatore», il </hi><hi rend="italic">sanpaolaro</hi><hi rend="CharOverride-1"> leccese Ferrante di Francesco fu condannato a morte dalla magistratura degli Otto di Firenze per avere ucciso </hi><hi rend="CharOverride-1">«con le serpi» un ‘collega’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi>5. Per concludere: verso un’unica grande famiglia di ‘indesiderati’</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Treviso, nel 1343, un bando intim</hi><hi rend="CharOverride-1">ò l’allontanamento entro cinque giorni dei </hi><hi rend="italic">baratoni</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">barattone</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel senso di imbroglione, ciarlatano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), dei ribaldi, dei vagabondi e di altre persone di cattiva fama, mentre nel 1378 fu imposta la registrazione dei vagabondi e delle persone senza dimora presso i signori del Collegio, con una condanna a tre mesi di carcere per quanti non ottemperavano a quest’obbligo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Lucca, nel 1392, la delibera che riformava l’elezione ed i compiti del Capitano o bargello del contado attribu</hi><hi rend="CharOverride-1">ì a quest’ufficiale l’autorità di cacciare dal territorio i vagabondi e gli uomini di cattiva fama e condizione, sottoponendo i vagabondi forestieri alla tortura anche senza particolari indizi di infamia. Non poteva però metterli a morte né far loro tagliare più di un membro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel Quattrocento questo tipo di provvedimenti si infittì, arricchendosi di nuove motivazioni, come quelle che troviamo enunciate in uno dei pareri fatti pervenire al signore di Mantova, Gianfrancesco Gonzaga, che nel 1430 aveva promosso una consultazione fra i suoi sudditi al fine di raccogliere suggerimenti per migliorare la situazione della città e del territorio: i </hi><hi rend="italic">gaiuffi</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovevano essere bloccati alle porte, visto che non erano di nessuna utilità e, anzi, intercettavano le elemosine destinate ai veri bisognosi, arrivavano non di rado</hi><hi rend="CharOverride-1"> da località infette e accoglievano nelle loro file anche delle spie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Queste misure si saldavano spesso con altre disposizioni, più specificamente indirizzate contro gli oziosi, in nome dell’esaltazione della «virtù del lavoro rispetto al vizio della negligente inattività» – come ha scritto Gabriella Piccinni – ma anche di una visione della società più ordinata in cui l’occupazione, insieme alla reperibilità del domicilio, rappresentava il discrimine fra chi era accolto e chi restava indesiderato. In questo senso un caso precoce è quello di Siena, dove una delibera del 1405 stabiliva </hi><hi rend="CharOverride-1">che chiunque avesse meno di 50 anni dovesse esercitare obbligatoriamente un mestiere in ambito mercantile, nelle manifatture o lavorando in Maremma, in Val di Chiana e in Val d’Arbia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un ultimo esempio, prima di concludere, solo per citare quanto annotò Bernardino Zambotti nel suo </hi><hi rend="italic">Diario ferrarese</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto la data del 1476, ovvero che </hi><hi rend="CharOverride-1">il giudice Giacomo Trotti, consigliere del duca Ercole I d’Este e membro della più alta magistratura cittadina, quella dei Dodici Savi, emise «una crida» secondo la quale «ciaschaduno fachino, mendicante o pollacho, il quale fosse in questa citade da mixi quatro in qua, dovesse essere partito da la citade infra il termene de octo dì sotto pena de la forca; e questo per scientia e consentimento de la Excellentia del duca nostro»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Provvedimento esemplare, che colpiva contemporaneamente i lavoratori meno qualificati, i mendicanti e gli stranieri-</hi><hi rend="CharOverride-1">vagabondi-zingari (tali sono i significati abbracciati dal termine </hi><hi rend="italic">pollacho</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">) arrivando a minacciare l’impiccagione per chi non lasciasse la città entro otto giorni. Insomma, nei momenti di congiuntura negativa, in occasioni particolari come carestie ed epidemie o per motivi di ordine pubblico, mendicanti e vagabondi, accomunati talvolta a prostitute e ruffiani, a lavoratori di fatica con scarsa o nulla </hi><hi rend="CharOverride-1">specializzazione e a forestieri, divenivano persone non gradite e potenzialmente pericolose. E questo anche molto prima delle più sistematiche campagne di marginalizzazione e criminalizzazione intraprese nel Cinquecento.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-090-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come sottolinea R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mercuri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dante e l’esilio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«</hi><hi rend="CharOverride-1">Arzanà»</hi><hi rend="CharOverride-1">, 16-17 (2013), pp. 231-250, in particolare p. 237.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-089-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Sul tema cfr. almeno G.B. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Ladner</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Homo Viator: Mediaeval Ideas on Alienation and Order </hi><hi rend="CharOverride-1" >(1967), ora in </hi><hi rend="CharOverride-3" >Id</hi><hi rend="CharOverride-1" >., </hi><hi rend="italic">Images and Ideas in the Middle Ages. Selected Studies in History and Art</hi><hi rend="CharOverride-1" >, 2 voll., Roma 1983, vol. II, pp. 937-974; J.S. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Garc</hi><hi rend="CharOverride-3">ía </hi><hi rend="CharOverride-3" >de Cortázar</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">El hombre medieval como “Homo Viator</hi><hi rend="CharOverride-1" >”:</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">peregrinos y viajeros</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in</hi><hi rend="italic"> IV Semana de Estudios </hi><hi rend="italic">Medievales</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >(Nájera, 2-6 agosto 1993), a cura di </hi><hi rend="CharOverride-1" >J.I.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >de</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >la Iglesia Duarte, Logroño 1994, pp. 11-30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-088-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Geremek</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’emarginato</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">L’uomo medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J. Le Goff, tr. it., Roma-Bari 1993, pp. 393-401: in particolare p. 394.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-087-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. le considerazioni di F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Leverotti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Famiglia e istituzioni nel Medioevo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2005, pp. 135-136 e E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Medioevo migratorio. Mobilità, contatti e interazioni nei secoli V-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2022, p. 223.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-086-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Berengo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’Europa delle città. Il </hi><hi rend="italic">volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1999, p. 521.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-085-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze desiderate: i mestieri specializzati</hi><hi rend="CharOverride-1">, in questo stesso volume.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-084-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Aspects de la marginalité au Moyen Age</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di G. Allard, Montréal 1975; </hi><hi rend="italic">Exclus et systèmes d’exclusion dans la litt</hi><hi rend="italic">é</hi><hi rend="italic">rature et la civilisation médiévales</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Aix-en-Provence 1978; J. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Le Goff</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Les marginaux dans l’Occident médiéval</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in</hi><hi rend="italic"> Les marginaux et les exclus de l’histoire</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Paris 1979; J.-C </hi><hi rend="CharOverride-3" >Schmitt</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">La storia dei marginali</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">La nuova storia. </hi><hi rend="italic">Orientamenti della storiografia francese contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J. Le Goff, tr. it. Milano 1980, pp. 259-287; M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mollat</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pauvres et marginaux</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Acta historica et archeologica mediaevalia», 5-6 (1984), pp. 73-82; B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Geremek</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I bassifondi di Parigi nel Medioevo. Il mondo di François Villon</hi><hi rend="CharOverride-1">, tr</hi><hi rend="CharOverride-1">. it., Bari 1972; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id., </hi><hi rend="italic">Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna (1350-1600)</hi><hi rend="CharOverride-1">, tr. it., Roma 1985; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">, tr. it., Roma-Bari</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1</hi><hi rend="CharOverride-1">986; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’emarginato</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Uomini senza padrone</hi><hi rend="CharOverride-1">, tr. it., Torino 1992; </hi><hi rend="italic">Il libro dei vagabondi. Lo «Speculum cerretanorum» di Teseo Pini, «Il vagabondo» di Rafaele Frianoro e altri testi di «furfanteria</hi><hi rend="CharOverride-1">», a cura di P. Camporesi, Torino 1973; P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Camporesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il pane selvaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1980.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-083-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	H. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bresc</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le marginal</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Condizione umana e ruoli sociali nel Mezzogiorno normanno-svevo</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Atti delle none giornate normanno-sveve (Bari, 17-20 ottobre 1989)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Musca, Bari 1989, pp. 19-41, in particolare p. 20.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-082-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Montesano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del Medioevo. Storia culturale dell’alterità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-081-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Le lettere di Francesco Datini alla moglie Margherita (1385-1410)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Cecchi, Presentazione di F. Cardini, Prato 1990, lett. 3, p. 37. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-080-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. M.S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mazzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del lavoro: i mestieri per «campare la vita»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1986), ora in </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vita materiale e ceti subalterni nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alessandria 1991, pp. 147-157, in particolare p. 151; </hi><hi rend="CharOverride-1">G.T. </hi><hi rend="CharOverride-3">Colesanti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Appunti per la storia dei cantieri e salari nel XV secolo: la fabrica del castello di Gaeta tra il 1449 e il 1453</hi><hi rend="CharOverride-1">, in, </hi><hi rend="italic">Memoria, storia e identità. Scritti per Laura Sciascia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Pacifico </hi><hi rend="italic">et al.,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2 voll., Palermo 2011, vol. I, </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 199-216, in particolare p. 209.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-079-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Cessi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le corporazioni dei mercanti di panni e della lana in Padova fino a tutto il secolo XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1908, pp. 81-82.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-078-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Balestracci</hi><hi rend="CharOverride-1">, “</hi><hi rend="italic">Li lavoranti non cognosciuti”. Il salariato in una città medievale (Siena 1340-1344)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino senese di storia patria», LXXXII-LXXXIII (1975-1976), pp. 67-157, in particolare p. 113, nota 148.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-077-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Cherubini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pisani ricchi e pisani poveri nel terzo decennio del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1968), ora in </hi><hi rend="CharOverride-3">Id.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Signori, contadini, borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 1974, pp. 429-465, in particolare p. 446.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-076-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Mazzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 151.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-075-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Ivi, p. 152.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-074-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >M. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Famille et travail à Trévise à la fin du Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Rome 2013, p. 381, nota 3.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-073-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Balestracci</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I lavoratori poveri e i “Disciplinati” senesi. Una forma di assistenza alla fine del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nell’Italia dei secoli XII-XV. Atti del Convegno internazionale (Pistoia, 9-13 ottobre 1981)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pistoia 1984, pp. 345-368, in particolare p. 368.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-072-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Famille et travail à Trévise</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 152-153.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-071-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Secondo la felice espressione di B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Geremek</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il pauperismo nell’età preindustriale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia d’Italia Einaudi</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. V/1, Torino 1973, pp. 667-698, in particolare p. 672. Cfr. inoltre</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">Mollat</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pauvres et marginaux</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="CharOverride-3">Mazzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 151; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">I viaggi dei poveri e degli emarginati</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Viaggiare nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Gensini, Pisa 2000, pp. 317-338, in particolare pp. 335-337; F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Franceschi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Scardassieri o più vili uomini…». Marginalità e salariato urbano nelle città dell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Medioevo degli esclusi e degli emarginati. Tra rifiuto e solidarietà. Atti del Convegno (Ascoli Piceno, 4-5 dicembre 2015)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2020, pp. 25-47.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-070-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Piasentini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Alla Luce della luna. I furti a Venezia (1270-1403)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1992, p. 103.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-069-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Mazzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 157.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-068-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Di Bari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lavoratori forestieri a Bologna. Ruoli, spazi e competenze professionali nella città “porosa” (secoli XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tesi di Dottorato, Università di Trieste, a.a. 2020-21, p. 176.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-067-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’episodio è citato in G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Roberts</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Police Power in the Italian Communes, 1228-1326</hi><hi rend="CharOverride-1">, Amsterdam 2019, p. 202 e nota 125.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-066-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un primo approccio alle tematiche e alla bibliografia relative all’immigrazione albanese si vedano almeno </hi><hi rend="italic">Italia felix. Migrazioni slave e albanesi in Occidente. Romagna, Marche, Abruzzi, secoli XIV-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Anselmi, Ancona 1988; B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Imhaus</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Vers l’Italie des communes et des princes</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Ducellier </hi><hi rend="italic">et al</hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Les chemins de l’exil. Bouleversements de l’est européen et migrations vers l’Ouest à la fin du Moyen-Âge</hi><hi rend="CharOverride-1">, Paris 1992, pp. 221-295; A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Ducellier</hi><hi rend="CharOverride-1">, S</hi><hi rend="italic">postamenti individuali e di massa dall’Europa orientale verso l’Italia alla fine del Medioevo: il caso dei popoli balcanici,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic">Spazi, tempi, misure e percorsi nell’Europa del basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Atti del XXII Convegno storico internazionale (Todi, 8-11 ottobre 1995</hi><hi rend="CharOverride-1">), Spoleto 1996, pp. 371-400; </hi><hi rend="CharOverride-1">M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mandalà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">“La più gran gioia è sempre all’altra riva”. On the Albanian Migration in Italy (XIV-XVIII Centuries)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studia Albanica», 55 (2022), 2, pp. 279-361. Un contributo di carattere storiografico e bibliografico è invece quello di G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Vallone</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Essere cittadini albanesi e levantini in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«Il Veltro», 63 (2019), 1-6, pp. 95-144.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-065-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze indesiderate (corsi, slavi e albanesi) e il processo di integrazione nella società romana nel corso del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in C</hi><hi rend="italic">ittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Radicamento urbano e integrazione nelle città basso </hi><hi rend="CharOverride-1">medievali </hi><hi rend="italic">(secoli XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 283-298, in particolare pp. 289-290.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-064-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A.I. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un aspetto dei rapporti tra città e territorio nel medioevo: la </hi><hi rend="italic">politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">demografica</hi><hi rend="italic"> “ad </hi><hi rend="italic">elastico</hi><hi rend="italic">” di Bologna fra il XII e il XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1978), ora in </hi><hi rend="CharOverride-3">Id</hi><hi rend="CharOverride-1">.,</hi><hi rend="italic"> Città medievali e demografia storica. Bologna, Romagna, Italia (secc. XIII-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">), Bologna 1996, pp. 105-147.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-063-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pinto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La politica demografica </hi><hi rend="CharOverride-1">(1984</hi><hi rend="italic">)</hi><hi rend="CharOverride-1">, ora in </hi><hi rend="CharOverride-3">Id</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">Città</hi><hi rend="italic"> e spazi economici nell’Italia comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1996, pp. 39-63, in particolare p. 53.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-062-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 54.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-061-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Mandalà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">“La più gran gioia è sempre all’altra riva”</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 285.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-060-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Leopardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Annali di Recanati con leggi e costumi antichi recanatesi e memorie di Loreto</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Vuoli, Varese 1945, I, p. 206.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-059-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il dibattito sulle ragioni dell’immigrazione balcanica in Italia non è ancora esaurito: cfr. almeno F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Gestrin</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Le migrazioni degli Slavi in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Proposte e ricerche», 41 (1998), 2, pp. 169-181; S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Dedja</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’emigrazione albanese in Italia nel tardo Medioevo come problema storiografico</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Biblos», X (2003), pp. 28-44; </hi><hi rend="CharOverride-3">Mandalà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">“La più gran gioia è sempre all’altra riva”</hi><hi rend="CharOverride-1">, in particolare pp. 280-282.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-058-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. </hi><hi rend="CharOverride-3">Lume</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Presenze slave in Ancona secondo la documentazione notarile (1391-1499)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», 5 (1970), 1, pp. 251-260; S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Anselmi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Schiavoni e albanesi nell’agricoltura marchigiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Storia dell’Agricoltura», XVI (1976), 2, pp. 3-27, in particolare p. 7 sgg.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-057-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Spremić</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La migrazione degli Slavi nell’Italia meridionale e in Sicilia alla fine del Medioevo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Archivio storico italiano», CXXXVIII (1980), 1, pp. 3-15: p. 12; </hi><hi rend="CharOverride-3">Gestrin</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Le migrazioni degli Slavi in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 172.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-056-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Spremić, </hi><hi rend="italic">Gli Slavi</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">tra le due sponde adriatiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali dell’Istituto italiano per gli studi storici», IV-VI (1973), pp. 87-103, in particolare pp. 99-100; </hi><hi rend="CharOverride-3">M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Šunjić</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Slavi nell’Anconitano: il XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Italia felix</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 111-132, in particolare pp. 111-112; </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-055-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Anselmi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Schiavoni e albanesi nell’agricoltura marchigiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista </hi><hi rend="CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Storia dell’Agricoltura», XVI (1976), 2, pp. 3-27, in particolare p. 13.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-054-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Sensi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Fraternite di slavi nelle Marche: il secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Italia felix</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 192-2012, in particolare p. 209.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-053-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Moroni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavi e albanesi verso la costa occidentale dell’Adriatico tra Medioevo ed età moderna. Ondate migratorie e processi di integrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Migranti di ieri e di oggi. Movimenti di popolazione tra le due sponde dell’Adriatico in età moderna e contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Costantini e P. Raspadori, Macerata 2021, pp. 13-29, in particolare p. 18.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-052-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Insabato</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La donna slava negli strumenti dotali delle Marche bassomedievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Proposte e ricerche», 9 (1982), pp. 73-89, in particolare p. 81.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-051-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 81-82.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-050-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il contributo dell’emigrazione slava e albanese al popolamento dei territori umbro-laziali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La popolazione italiana del Quattrocento e Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Alfani </hi><hi rend="italic">et al</hi><hi rend="CharOverride-1">., Udine 2016, pp. 161-171, in particolare p. 163.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-049-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Ivi, p. 162.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-048-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Imhaus</hi><hi rend="CharOverride-1" >,</hi><hi rend="italic"> Vers l’Italie des communes</hi><hi rend="CharOverride-1" >, p. 276.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-047-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A Macerata, per esempio, provvedimenti espulsivi nei confronti degli albanesi, presi «pro tutela pestis», si registrano negli anni 1462, 1463, 1479, 1484, 1494. Molto simili nel contenuto, hanno però «carattere parziale e transitorio» e non intaccano sostanzialmente il flusso degli arrivi, che continua fin oltre la fine del XV secolo: E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Di Stefano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mobilità della popolazione e politiche demografiche comunali: Macerata nel tardo Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Proposte e ricerche», 31 (1993), 2, pp. 51-122, in particolare p. 80.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-046-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. </hi><hi rend="CharOverride-3">Rambotti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli archivi perugini e la presenza di slavi e albanesi a Perugia nel XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Fonti archivistiche </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="italic"> ricerca demografica</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Atti del convegno internazionale (Trieste, 23-26 aprile 1990)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1996, pp. 801-807, in particolare pp. 804-805.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-045-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La presenza slava e albanese in area tirrenica tra Quattrocento e Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Italia ed Europa centro-orientale tra Medioevo e prima Età moderna. Economia, Società, Cultura</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Fara, Heidelberg 2022, pp. 79-94, citazione a p. 92; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">La presenza còrsa nelle Maremme (secoli XV-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Corsica e Toscana: migrazioni e relazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. </hi><hi rend="CharOverride-1">Barlucchi, «Ricerche storiche», XLII (2012), 1, pp. 29-38.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-044-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Ead., </hi><hi rend="italic">Le minoranze indesiderate</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-043-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Migranti, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2014, pp. 61-71.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-042-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 76-77.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-041-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per qualche esempio cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">Sensi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Fraternite di slavi nelle Marche</hi><hi rend="CharOverride-1">;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">Moroni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavi e albanesi verso la costa occidentale, </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 25-27; </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 163-168.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-040-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Quertier</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I vagabondi nel basso Medioevo (Francia, italia): la criminalizzazione della mobilità illegittima</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Medioevo degli esclusi e degli emarginati</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 101-130.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-039-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 105-110.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-038-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Piasentini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Alla luce della luna</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 102.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-037-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Cagnin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadini e forestieri a Treviso nel Medioevo (secoli XIII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Sommacampagna 2001, p. 111.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-036-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Liber sententiarum potestatis Mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(1385</hi><hi rend="CharOverride-1">), Edizione critica a cura di P.F. Pizzi, Genova 2021, </hi><hi rend="CharOverride-1">III.3, pp. 24-25; IV.1, pp. 28-29; X.7, pp. 80-82; XI.1, pp. 83-84; XI.2, pp. 84-85; XVIII.2, pp. 127-128; XXI.1, pp. 151-152; XXIV.2, pp. 161-162; </hi><hi rend="CharOverride-1">XXVI.3, pp. 178-179; XXX.4, pp. 207-208.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-035-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, XVIII.10, pp. 137-138; XXVI.9, pp. 187-188.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-034-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >I. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Bloch</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Die Prostitution. Handbuch der gesamten Sexualwissenschaft in Einzeldarstellungen</hi><hi rend="CharOverride-1" >, 2 voll., Berlin 1912, vol. </hi><hi rend="CharOverride-1">I, pp. 710-711.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-033-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Giovanni Sercambi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il Novelliere</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Rossi, 3 voll., Roma 1989, vol. I, exemplo LI, p. 311.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-032-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mazzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Prostitute e lenoni nella Firenze del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1991.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-031-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >R. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Comba</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">“</hi><hi rend="CharOverride-1" >Apetitus libidinis coherceatur</hi><hi rend="italic">”</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="italic">Strutture demografiche, reati sessuali e disciplina dei comportamenti nel Piemonte tardomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Giustizia e reati sessuali nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi Storici», 27 (1986), n. 1, pp. 529-576, in particolare p. 564.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-030-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Geremek</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mendicanti e miserabili</hi><hi rend="CharOverride-1">, p.53. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-029-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Di Fiore</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’ospite, il pellegrino e il vagabondo in alcune fonti letterarie tra mondo antico, medievale e moderno</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Ricerche di storia sociale e religiosa», n.s., 42 (2013), pp. 7-31.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-028-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Modigliani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini della Roma rinascimentale: esclusione/inclusione nella pratica e nella riflessione teorica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Figure ai margini: nella storia, nell’arte, nella letteratura</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(Roma e dintorni XV-XVI sec.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Crimi e A. Esposito, Roma 2021, pp. 31-45, in particolare p. 32.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-027-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Flamini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La lirica toscana del Rinascimento anteriore ai tempi del Magnifico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa 1891, </hi><hi rend="italic">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1">, doc. 24, pp. 610-612.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-026-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Modigliani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini della Roma rinascimentale</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 32.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-025-backlink">66</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Sanfilippo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Roma nel Rinascimento: una città di immigrati</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le forme del testo e l’immaginario della metropoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Bini e V. Viviani, Viterbo 2009, pp. 73-83, in particolare p. 82.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-024-backlink">67</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >Ph</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Jansen</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Démographie et société dans les Marches à la fin du Moyen Âge.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">Macerata</hi><hi rend="italic"> aux XIV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> et XV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècles</hi><hi rend="CharOverride-1">, Rome 2001, p. 672.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-023-backlink">68</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Cagnin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadini e forestieri a Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 111.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-022-backlink">69</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Masuccio Salernitano</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Novellino</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Petrocchi, Firenze 1957, novella XVIII, pp. 185-190: p. 190.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-021-backlink">70</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P</hi><hi rend="CharOverride-3">. M. Silanos</hi><hi rend="CharOverride-1">, Homo debilis in civitate. </hi><hi rend="italic">Infermità fisiche e mentali nello spettro della legislazione statutaria dei comuni cittadini italiani, in Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna. Atti del Convegno internazionale (San Miniato, 21-23 settembre 2012)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G.M. Varanini, Firenze 2015, pp. 31-91.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-020-backlink">71</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Gli statuti veronesi del 1276, colle correzioni e le aggiunte fino al 1323 (Cod. Campostrini, Bibl. Civica di Verona). Volume primo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Sandri, Venezia 1940, cap. CCLIV, p. 200. La stessa norma fu mantenuta nella redazione del 1327: </hi><hi rend="italic">Statuti di Verona del 1327</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. A. Bianchi e R. Granuzzo con la collaborazione di G.M. Varanini e G. Mariani Canova, Presentazione di G. De Sandre Gasparini, 2 voll., Roma 1992, vol. I, lib. I, cap. CCLXI, p. 253.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-019-backlink">72</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Carraro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Non ha utilità adguna». Essere disabile nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in «Archivio storico italiano», CLXXV (2017), 1, pp. 3-36, in particolare pp. 22-24.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-018-backlink">73</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Lo statuto di Bergamo del 1331</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Storchi Storti, Milano 1986, </hi><hi rend="italic">collatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> VIII, cap. 14, p. 130; </hi><hi rend="italic">Lo statuto di Bergamo del 1353</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Forgiarini, Spoleto 1996, </hi><hi rend="italic">collatio </hi><hi rend="CharOverride-1">VII, cap. 21, p. 147.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-017-backlink">74</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Statuta Communis Parmae ab anno MCCCXLVII</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Accedunt leges Vicecomitum </hi><hi rend="italic">Parmae imperantium</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">usque ad annum 1374</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di A. Ronchini, </hi><hi rend="CharOverride-1">Parma 1860 (Monumenta Historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, IV), </hi><hi rend="CharOverride-1">lib. IV, pp. 293-294.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-016-backlink">75</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Statuti di Bologna dell’anno 1288</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Fasoli e P. Sella, vol. I, Città del Vaticano 1937, lib. IV, rub. LXXI (</hi><hi rend="italic">De pena tenentis leprosos, cecos, assidratos, et hiis similes)</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 230-231: «Item dicimus quod nullus debeat in civitate vel burgis vel prope circlam per quinquaginta perticas in domo sua propria vel conducta teneri vel hospitari cecos vel orbos, vel alios qui faciunt et se esse fingunt avoculos vel qui se tingunt orbis, vel qui se faciunt penitenciales deferendo circlos ad brachia vel alibi deferendo, vel mattarellos imbollettatos vel qui falso ducunt per civitatem puellas querendo ellemosinas causa maritandi dicendo eas fore sponsas. Nec avenitatores, bursarum incisores, manchos pedibus vel manibus vel allio membro; affaturatores et affaturatrices, divinatores vel allios consimilles hiis qui falso mendicant pena et banno cuilibet qui hospitaretur aliquem de predictis X librarum bononinorum. </hi><hi rend="CharOverride-1" >[…] Et de hiis que dicta sunt supra excipimus veros avugolos, cecos et debillitatos membris vel membro, mutillatos cives habentes suam propriam domum vel habentes extimum in comuni et solventes collectas».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-015-backlink">76</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Statuti di Bologna dall’anno 1250 all’anno 1267</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Frati, vol. II, Bologna 1869, lib. VIII, rub. XCVII, pp. 285-286: «Quod orbi auccoli asidrati ostendentes se leprosi et fratres penitentales et alii jnfrascripti falsarii non hospitentur in hiis locis». Una recentissima analisi di questi testi in C. A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Krolikoski</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Neither Sinner nor Outcast: Communal Responses to Leprosy in Bologna, 1116-1347</hi><hi rend="CharOverride-1">, PhD Thesis, McGill University, Montreal, 2022, p. 195 sgg.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-014-backlink">77</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Cassese</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Espulsione, assimilazione, tolleranza. Chiesa, Stati del Nord Italia e minoranze religiose ed etniche in età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-5">Trieste 2009,</hi><hi rend="CharOverride-1"> p. 184. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-013-backlink">78</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 184-186. Secondo Cassese </hi><hi rend="italic">gaiuffi</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresenterebbe la latinizzazione, poi passata nel dialetto veneziano, del termine slavo </hi><hi rend="italic">Jèjupka</hi><hi rend="CharOverride-1">, utilizzato nel Duecento nel Nord-Est dell’odierna Croazia col significato di «egiziani»</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovvero uno dei vocaboli con i quali le fonti italiane designavano gli ‘zingari’.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Statuta et ordinamenta Comunis Cremonae facta et compilata currente anno Domini MCCCXXXIX</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di U. Gualazzini,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano 1952, rub. 35, p. 260.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. De Martino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano, 1968</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 107-108; A. M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Di Nola</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1976, pp. 92-105; A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Turchini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Morbo, morso, morte. La tarantola fra cultura medica e terapia popolare</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1987, pp. 148-159.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Teseo Pini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Speculum cerretanorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il libro dei vagabondi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 3-77, in particolare</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 52-53. Il brano è tradotto quasi alla lettera in F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Frianoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il vagabondo ovvero Sferza de’ bianti e vagabondi</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. 79-165, in particolare p. 151: «Questi dicono trar l’origine da San Paolo Apostolo […], e in segno di ciò scacciano i serpenti e bevono e mangiano cose velenose senza nocumento: qual grazia dicono che ottenesse San Paolo da Dio per sé e suoi successori nell’isola di Melite, ovvero Malta, quando fu morsicato da una vipera».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Camporesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, ivi, pp. IX-CLXXXII, in particolare pp. </hi><hi rend="CharOverride-1" >CXLVII-CLLVIII; D. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Gentilcore</hi><hi rend="CharOverride-1" >,</hi><hi rend="italic"> Charlatans, Mountebanks and Other Similar People: The Regulation and Role of Itinerant Practitioners in Early Modern Italy</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Social History», 20 (1995), 3, pp. 297-314, in particolare p. 311; W. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Eamon</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">On the Skins of Goats and Sheep. (Un)masking the Secrets of Nature in Early Modern Popular Culture</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in</hi><hi rend="italic"> Visual Cultures of Secrecy in Early Modern Europe</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di T. McCall, S. Roberts e G. Fiorenza, </hi><hi rend="CharOverride-1" >Kirksville 2013, pp. 54-75, in particolare pp. 66-71.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	T. </hi><hi rend="CharOverride-3">Garzoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La piazza universale di tutte le professioni del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Cherchi e B. Collina, 2 voll., Torino 1996, I, p. 647.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I due </hi><hi rend="italic">ciurmatori</hi><hi rend="CharOverride-1"> si sfidarono scambiandosi i serpenti, ma Ferrante venne accusato di avere agito in modo da avvelenare deliberatamente la vittima, maestro Alessandro. Che l’omicidio fosse premeditato era provato anche dal fatto, emerso dal processo, che Ferrante, venendo a Firenze, si era riproposto di uccidere, se lo avesse trovato, un </hi><hi rend="italic">ciurmatore</hi><hi rend="CharOverride-1"> lombardo. Ciònonostante</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu graziato da Cosimo I, sembra incuriosito dalla sua capacità di preparare veleni, tanto che lo ritroviamo otto anni dopo condannato, per avere insultato un altro ciurmatore, «a non poter salire in banco per 4 mesi in alcun luogo del dominio»: A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Andreozzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le leggi penali degli antichi cinesi. Discorso proemiale sui limiti del diritto e del punire</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 1878, pp. 47-49.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Lessico etimologico italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Pfister, vol. IV, </hi><hi rend="italic">Ba-Bassano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Wiesbaden 1995, </hi><hi rend="italic">ad vocem</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Cagnin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadini e forestieri a Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 110-111.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Inventario del R. Archivio di Stato in Lucca</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. II, </hi><hi rend="italic">Carte del Comune di Lucca, parte II e III</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Bongi, Lucca 1876, p. 387.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Mantova 1430</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">pareri</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a </hi><hi rend="italic">Gian Francesco Gonzaga per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il </hi><hi rend="italic">governo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a </hi><hi rend="CharOverride-1">cura di</hi><hi rend="CharOverride-1"> M.A. </hi><hi rend="CharOverride-1">Grignani</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Mantova 1990, pp. 105-106: «Ancora che li capetani de li porte de Mantoa non olse a lassare vegnire dentro </hi><hi rend="CharOverride-1">gaiuffo</hi><hi rend="CharOverride-1"> alguno, perché tali </hi><hi rend="CharOverride-1">gaiuffi</hi><hi rend="CharOverride-1"> non pòno vegnire ad alguna utilità de Mantoa, perché li elimoxine che a lor fi date venenno in danno a li povri homeni bisognoxi in la cità de Mantoa, e anche perché li diti gaiuffi venenno molti volti dai logi morboxi e anch’è de quelli che sonno spie». Su questa singolare iniziativa del marchese ed il contenuto delle proposte avanzate dai cittadini cfr. ora M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Utile del signore e prosperità della città. Un “referendum” per il bene comune nella Mantova dei Gonzaga (1430)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Alle origini del welfare. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Piccinni, Roma 2020, pp. 63-81.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Piccinni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Oziosi e sfaccendati. Elogio e rifiuto del lavoro a Siena nel XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Medioevo e Mediterraneo: incontri, scambi e confronti. Studi per Salvatore Fodale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Sardina </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Palermo 2021, pp. 741-759, citazione a p. 753.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Bernardino Zambotti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Diario ferrarese</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Pardi, «Rerum Italicarum Scriptores», XXIV/VII, Bologna 1928, p. 14.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_14_137-156.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	 Cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Lieber e F. Marri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Materialien </hi><hi rend="italic">für ein deonomastisches Glossar der Volgare Estense (14.-16. Jh.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Onomastik.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Akten des 18. Internationalen Kongresses für Namenforschung (Trier, 12-17 aprile 1993</hi><hi rend="CharOverride-1">), vol. V, </hi><hi rend="italic">Onomastik und Lexikographie. Deonomastik</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J.-P. Chambon, W. Schweickard e D. Kremer, Berlino 2002, pp. 301-366, </hi><hi rend="italic">ad vocem.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Franco Franceschi, University of Siena, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">franco.franceschi@unisi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-9283-8019</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Franco Franceschi, <hi rend="italic">Le minoranze indesiderate: la marginalità</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.12</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-6">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -21, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
      <div>
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          <bibl n="157329">Anselmi, S., Schiavoni e albanesi nell’agricoltura marchigiana, &amp;#171;Rivista di Storia dell&amp;#39;Agricoltura&amp;#187;, XVI (1976), 2, pp. 3-27.</bibl>
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          <bibl n="156811">Balestracci, D., I lavoratori poveri e i “Disciplinati” senesi. Una forma di assistenza alla fine del Quattrocento, in Artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nell&amp;#39;Italia dei secoli XII-XV. Atti del Convegno internazionale (Pistoia, 9-13 ottobre 1981), Pistoia 1984, pp. 345-368.</bibl>
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