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        <title type="main" level="a">Luoghi di incontro culturale e di protezione sociale per forestieri: confraternite e associazioni professionali</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7100-1244" type="ORCID">
            <forename>Marina</forename>
            <surname>Gazzini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The author highlights the importance of the meeting, protection and integration networks offered by brotherhoods and professional associations, focusing in particular on the former as a vehicle for cultural transmission and as a place of linguistic and cultural intermediation, and on the construction of a project ethical-pedagogical aimed at the affirmation of a citizen fully integrated into society.</p>
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            <item>Brotherhoods</item>
            <item>Crafts</item>
            <item>Citizenship</item>
            <item>Italian cities</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.13" /></p>
      
      <div><head>Luoghi di incontro culturale e di protezione sociale per forestieri: confraternite e associazioni professionali</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Marina Gazzini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La contemporaneità sollecita gli storici a volgere lo sguardo verso le molteplici problematiche che riguardano la vita dei migranti e, più in generale, degli individui di origine forestiera,</hi><hi rend="CharOverride-1"> persone che si trovano lontano dalla terra natìa per ragioni di natura economica, politica, religiosa, esistenziale. Accogliere, interagire, integrare, controllare, reprimere: l’approccio delle società ospitanti i forestieri si snoda intorno a queste azioni (ma sarebbe forse più opportuno parlare di reazioni, perché raramente gli spostamenti sono incentivati </hi><hi rend="CharOverride-1">come investimenti strategici o gesto umanitario). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La medievistica italiana ha recepito questo stimolo, interessandosi al fenomeno dalla propria prospettiva, sebbene a corrente alternata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-053">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se infatti non sono mancati saggi, monografie, incontri congressuali che hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontato da varie angolature i momenti di contatto fra nativi e immigrati – studiando ad esempio i matrimoni misti, i rapporti di lavoro, le forme di cittadinanza, le relazioni fra stati, l’itineranza degli intellettuali, dei religiosi, dei mercanti – l’unico contesto storiografico in cui il tema dei forestieri e dei migranti è stato tenuto </hi><hi rend="CharOverride-1">in considerazione con una minima continuità, chiaramente per la natura stessa del proprio oggetto di analisi, è stato quello relativo alla storia dell’assistenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-052">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fare storia dell’assistenza significa infatti imbattersi inevitabilmente </hi><hi rend="CharOverride-1">in ospedali e sodalizi che si occupavano degli stranieri e non solo quando l’ente assumeva una fisionomia ‘nazionale’. Il primo nome con cui vennero indicati gli ospedali medievali – </hi><hi rend="italic">xenodochium</hi><hi rend="CharOverride-1"> – conteneva nella sua stessa radice il riferimento all’accoglienza per gli stranieri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-051">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E anche quando, a partire dal Mille, si sarebbe affermato il termine </hi><hi rend="italic">hospitalis/e</hi><hi rend="CharOverride-1">, il richiamo alla condizione di </hi><hi rend="CharOverride-1">straniero era compresa accanto a quella di ospite. Non si trattava solo di pensare all’accoglienza dei forestieri: chiunque può diventare ‘straniero’ nel momento in cui si allontana da casa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Grazie ai risultati emersi da questa costante attenzione verso l’‘altro medioevo’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-050">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rivolta da parte di chi si</hi><hi rend="CharOverride-1"> è interessato ai supporti ideati dalle società premoderne in nome di quelli che oggi definiamo diritti umani e che allora erano opere di misericordia (con un evidente rovesciamento di prospettiva)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-049">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, sarà possibile presentare in questa sede alcune considerazioni comparative sul ruolo di incontro culturale e di protezione sociale per forestieri rivestito da alcune delle variegate forme in cui si manifestava l’assistenza in età medievale, ovvero </hi><hi rend="CharOverride-1">confraternite e associazioni fondate su vincoli di natura professionale. Come si leggerà, tali riflessioni rispecchieranno l’estrema eterogeneità di situazioni rinvenibili in questo campo, una casistica soggetta a continui arricchimenti grazie alle nuove testimonianze messe a disposizione da scandagli documentari </hi><hi rend="CharOverride-1">che rinviano alle nuove sensibilità nell’approccio al fenomeno. </hi></p><div><head><hi>1. Tutela, socialità, condivisione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il ruolo sociale e culturale svolto da quelle associazioni devozionali, caritative e professionali che nell’età medievale erano generalmente accomunate sotto il termine </hi><hi rend="italic">schola</hi><hi rend="CharOverride-1"> (o </hi><hi rend="italic">gilda</hi><hi rend="CharOverride-1">, se dai territori romano-bizantini ci si sposta in quelli germanici)</hi><hi rend="CharOverride-1">, è noto e dunque non mi ci soffermo più di tanto. Mi limito solo a ricordare che questa funzione poteva declinarsi in maniere differenti. G</hi><hi rend="CharOverride-1">li uomini e le donne che aderivano a un sodalizio devozionale, caritativo o professionale, sapevano infatti che grazie a tale partecipazione avrebbero condiviso rituali di socializzazione (banchetti, processioni, celebrazioni liturgiche, spettacoli teatrali</hi><hi rend="CharOverride-1">); che avrebbero ottenuto aiuti in caso di infortuni, disoccupazione, infermità, malattie, vecchiaia (sussidi in denaro, assistenza medico‐farmaceutica, ricovero ospedaliero); che qualcuno si sarebbe occupato del loro destino dopo la morte (provvedendo alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> degna sepoltura dei loro corpi e alla salvezza delle loro anime grazie a preghiere e messe in suffragio). Uomini e donne delle società medievali sapevano inoltre che, in casi estremi, sarebbero stati protetti se privati della libertà, assicurandosi un riscatto da corsari e banditi, contributi per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> difesa legale e per la liberazione da imprigionamenti determinati da cause economiche (nel caso di debiti) o politiche (nel caso di guerre e scontri di fazione). Nel momento in cui, poi, questi uomini e queste donne si fossero trovati nella condizione di forestieri risiedendo, in maniera temporanea o definitiva, lontano dalla madre patria, </hi><hi rend="CharOverride-1">confidavano di poter trovare nelle </hi><hi rend="italic">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche spazi di intermediazione con la società ospitante e di collegamento con la comunità originaria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-048">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un capitolo che rimane ancora tutto da scrivere è, invece, quello della solidarietà tra </hi><hi rend="CharOverride-1">uomini e donne di condizione non libera. La presenza di schiavi e schiave nelle case, nei mercati, nelle aziende, nelle terre di città e campagne del tardo medioevo era diffusa. Ma se le interazioni fra individui privati della libertà e persone libere sono state analizzate sotto vari punti di vista</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-047">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, compreso quello della costituzione di iniziative private, pubbliche e perfino di ordini religiosi dediti al loro riscatto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-046">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, molto meno conosciute sono invece le forme di mutua assistenza che si svilupparono tra gli stessi schiavi sulla base di identità etnico-geografiche così come religiose</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-045">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Fonti permettendo, si attende per l’Italia un’analisi simile a quella condotta su molte aree della penisola iberica, la specificità della cui storia ha naturalmente favorito studi di questo genere. Particolarmente ben studiata è stata, ad esempio, la comunità di Valenza con le sue confraternite di schiavi (ed ex schiavi) mediterranei e subsahariani, bianchi e neri, cristiani, non battezzati, musulmani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-044">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esse si occupavano di raccogliere elemosine da distribuire ai compagn</hi><hi rend="CharOverride-1">i bisognosi, di negoziare contratti di manomissione, di prestare cure mediche e di primo soccorso (spesso necessarie per le violenze perpetrate dai padroni), di trovare un tetto agli inabili al lavoro (per vecchiaia, eccessivo sfruttamento, incidenti, turbe mentali). Espletavano inoltre affari per conto degli iscritti e </hi><hi rend="CharOverride-1">difendevano legalmente i liberti da ingiustificate pretese dei vecchi proprietari. Erano infine il principale tramite di inserimento nella nuova società dove uomini e donne, catturati e poi venduti, si erano ritrovati a vivere: la conversione dei sodali e la partecipazione alle processioni civiche, accanto alle altre compagnie religiose e professionali, erano due dei principali </hi><hi rend="CharOverride-1">momenti di integrazione. Tali sodalizi, ammessi e sostenuti dalle autorità, non solo svolsero un ruolo importante nel modellare mentalità e comportamenti individuali e collettivi dei loro appartenenti, ma contribuirono a forgiare la percezione che la società aveva sulle minoranze e a modellare le relazioni interculturali della città catalana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tutela, socialità, condivisione: senza limitare a </hi><hi rend="CharOverride-1">questa triade l’attività di associazioni a base etnica, geografica, religiosa, è indubbio che esse offrivano ai propri soci garanzie contro i rischi esistenziali e assistenza materiale, come </hi><hi rend="CharOverride-1">psicologica, verso l’isolamento e l’emarginazione. In un mio precedente intervento sull’assistenza prestata ai forestieri dagli ospedali e dalle confraternite medievali, ho già avuto modo di collegare casi di suicidio commessi da stranieri alla mancanza di strumenti di ammortizzazione del disagio e di mediazione con la società ospitante. Emblematico è il caso della Milano medievale dove, nonostante la forte presenza di comunità di forestieri, </hi><hi rend="CharOverride-1">non si svilupparono confraternite, ospedali o associazioni di arti e mestiere a impronta nazionale. Per far fronte alle inevitabili difficoltà causate dalla solitudine, lo straniero non aveva quindi un referente istituzionalizzato. Se a questa mancanza si sommava l’assenza di amici e parenti, le conseguenze potevano essere drammatiche. Non parrebbe infatti casuale la circostanza che i primi due suicidi registrati pubblicamente in città siano stati commessi proprio da due tedeschi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-043">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: il sessantenne Michele </hi><hi rend="italic">de Allemania</hi><hi rend="CharOverride-1">, che si uccise </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 1459 con una spada conficcata nel cuore, e il trentenne Cristoforo </hi><hi rend="italic">de Allemania</hi><hi rend="CharOverride-1">, che si sgozzò nel 1472</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-042">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche senza arrivare a gesti così estremi – tra l’altro profondamente stigmatizzati dalla società e dalle autorità del tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-041">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – la malinconia derivante dal senso di solitudine era sempre in agguato. Così ricordava, in anni vicini, lo speziale lunigianese Antonio da Faie</hi><hi rend="CharOverride-1"> a proposito del suo arrivo a Lucca, quando si era trovato «chomo cholui che non era pratico in cita, né non gh’avea cognoscenza neuna. Hor pensa quante malanconia avea a retrovarmi fuora del payexe senza inviamento»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-040">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>2. Eterogeneità di approcci</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto la cultura dell’assistenza fosse condivisa nell’Europa medievale, perché l’aiuto allo straniero bisognoso </hi><hi rend="CharOverride-1">fu incentivato dalla pratica cristiana delle opere di misericordia generalizzatasi soprattutto a partire dal XII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-039">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’organizzazione degli interventi sociali in cui erano coinvolti i forestieri incidevano anche le differenti politiche locali e </hi><hi rend="CharOverride-1">il sistema delle relazioni internazionali. Se in alcune realtà (a Siena e Firenze per esempio) si assistette a un progressivo coordinamento degli interventi assistenziali, compresi quelli a favore dei forestieri, ma pur sempre in bilico tra aiuto e controllo, in altre (come Roma e Venezia) gli aiuti rimasero frammentati ma non per questo meno efficaci</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-038">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La </hi><hi rend="CharOverride-1">complessità dell’associazionismo medievale non si lascia però ingabbiare in due sole direzioni di sviluppo. Lo si constata a Bologna, comune strutturato politicamente, economicamente e devozionalmente in società di Armi, di Arti e di culto, tutte inizialmente ricettive nei confronti dei forestieri grazie a un reclutamento aperto e al sostegno delle autorità verso organizzazioni a sfondo geografico (come quelle dei Toschi e dei Lombardi). Con le trasformazioni politico-istituzionali tardo duecentesche e le prime avvisaglie di crisi economica, l’accoglienza nei confronti degli stranieri cambiò radicalmente: progressivamente estromessi dalle corporazioni, resi insignificanti nelle Arti</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridimensionate a livello politico, sottorappresentati nelle confraternite, i forestieri si ripresero da questa </hi><hi rend="italic">débâcle</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo a XVI secolo avanzato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-037">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente, l’approccio mutava pure a seconda delle categorie di estranei con cui si aveva a che fare. Vi erano infatti stranieri tutelati e ‘dominanti</hi><hi rend="CharOverride-1">’, come i tedeschi nel principato ecclesiastico di Trento o gli spagnoli nel regno di Napoli passato sotto la corona d’Aragona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-036">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, accanto a minoranze indesiderate, come quelle di corsi, slavi, albanesi stabilitesi a Roma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-035">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, o ancora </hi><hi rend="italic">nationes</hi><hi rend="CharOverride-1"> portatrici al contempo di ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> e disagi, come quelle degli studenti ‘fuori sede’ presenti a Bologna e Padova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-034">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La medesima regione, inoltre, poteva porsi al tempo stesso come «terra di conquista e di immigrazione, approdo di guerrieri in cerca di fortuna, mercato di scambi, rifugio di esuli, nuova patria di coloni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-033">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="CharOverride-1">era questo il caso della Sicilia medievale e delle sue città, come Palermo che vide lo stanziamento stratificato di arabi, normanni, toscani, liguri, lombardi, veneziani, calabresi, tedeschi, francesi, catalani. Una città poliglotta: alla fine del XII secolo Pietro da Eboli la definisce «u</hi><hi rend="CharOverride-1">rbs felix, populo dotato trilingue», ma forse anche di più se un’iscrizione marmorea della Cappella palatina risalente al 1149 venne redatta in quattro lingue (greco, latino, arabo, ebraico)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-032">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non stupisce pertanto che, al pari di altri centri cosmopoliti come Roma e Venezia, anche Palermo abbia assistito alla nascita di un </hi><hi rend="CharOverride-1">discreto numero di confraternite nazionali che si proposero quali punti di riferimento imprescindibili per una società composita e in continua evoluzione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-031">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ambivalente era poi l’atteggiamento nei confronti dei pellegrini, categoria protetta fin dall’età di Costantino il grande</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-030">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, fra i quali si confondevano spesso vagabondi e </hi><hi rend="CharOverride-1">mendicanti di professione la cui presenza generava paura o comunque sospetto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-029">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A questi ultimi si aggiunsero, a partire dal secondo decennio del Quattrocento, gruppi di nomadi di cultura </hi><hi rend="italic">romaní </hi><hi rend="CharOverride-1">che si presentavano alle autorità dei territori che attraversavano come pellegrini cristiani latori di lettere di protezione papale o imperiale: le cronache occidentali ci lasciano resoconti sulle reazioni suscitate dal loro passaggio, che passarono dallo stupore per un popolo ‘esotico’ alla diffidenza e rifiuto, fino alla costruzione di un’immagine prettamente negativa che si radicò nel tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-028">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> L’accoglienza che nel 1439 offrì loro l’ospedale San Giovanni di Bellinzona, importante castello posto all’inizio delle valli che portavano ai passi milanesi (oggi elvetici) del San Gottardo e di San Bernardino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-027">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, assumerebbe infatti la fisionomia del controllo oltre che dell’aiuto, una via di mezzo tra la classica protezione da accordare</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai pellegrini e la segregazione che cominciava ad affermarsi come metodo di controllo del vagabondaggio e di altre forme non convenzionali di mobilità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-026">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli esempi prodotti invitano a non schiacciare il fenomeno dell’assistenza al forestiero in una prospettiva di norme imprescindibili e unitarie. È necessario conseguentemente adoperare cautela verso qualsiasi forma di generalizzazione. Consapevole di ciò, n</hi><hi rend="CharOverride-1">elle pagine che seguono mi soffermerò su un altro paio di aspetti che ritengo interessanti: la tutela offerta ai viaggiatori da parte di confraternite devozionali, di mestiere e dai grandi consorzi elemosinieri cittadini, e il compito di assistenza linguistica assunto dalle </hi><hi rend="italic">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazionali a favore dei nuovi arrivati in cerca di lavoro e di integrazione o di chi intendesse muoversi per il mondo.</hi></p></div><div><head><hi>3. Tutela in viaggio</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle funzioni assolte sia dalle confraternite sia dalle corporazioni era la protezione dei propri soci contro i rischi che comportava un viaggio lontano da casa. Le corporazioni dei mercanti furono anzitutto molto attente, sia agendo come private organizzazioni sia sollecitando i pubblici poteri, a verificare la sicurezza delle strade percorse dai loro soci</hi><hi rend="CharOverride-1">, esposti a facili razzie e taglieggiamenti nel momento in cui si trovavano ad attraversare territori soggetti a poteri esterni. Gli appartenenti alla corporazione milanese dei grandi mercanti esportatori e importatori di merci e manufatti, che da metà Trecento dominarono l’</hi><hi rend="italic">Universitas mercatorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, venivano indicati col nome di </hi><hi rend="italic">mercatores utentes stratis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-025">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Già prima del XIII secolo essi </hi><hi rend="CharOverride-1">dovevano infatti occuparsi, su incarico del comune, di verificare quali strade fossero sicure: quanti fossero rimasti vittime di furti lungo percorsi non approvati venivano esclusi dagli aiuti della Camera mercantile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-024">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava di un compito a metà strada fra interessi privatistici e competenze di natura pubblica: solo in età signorile (1346) l’associazione dei mercanti perse l’incarico che venne affidato a una apposita magistratura</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-023">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ancora più dettagliate le norme che regolamentavano gli usi delle strade nella vicina Pavia, altro importante snodo commerciale dell’Italia settentrionale. Gli statuti dei mercanti pavesi, emendati nel 1295 e nel 1346, proteggevano i membri della corporazione purché seguissero gli itinerari terrestri e fluviali resi sicuri grazie al finanziamento dei soci stessi e ai contributi di tutti coloro che usufruivano delle strade in territorio pavese. Gli statuti richiedevano inoltre l’intervento punitivo del podestà comunale in caso di furti e rapine commessi dai </hi><hi rend="italic">robatores stratarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai danni dei mercanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-022">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Convenzioni miranti a garantire libertà e sicurezza di transito furono invece stipulate con i signori che controllavano i territori vicini, come i Malaspina, autori a loro volta di azioni di taglieggiamento su chi si avventurava nelle loro terre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-021">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una volta arrivati a destinazione i mercanti davano spesso vita a strutture che li sostenessero: per rimanere al contesto lombardo, nel 1361 i milanesi, insieme ai monzesi, fondarono una loro confraternita a Venezia che intitolarono ai rispettivi patroni cittadini, Sant’Ambrogio e San Giovanni Battista</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-020">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A loro volta, gli abitanti della città veneta riproducevano nei territori da loro controllati le strutture che già in patria si erano rivelate efficaci per la tenuta della società. La confraternita più lontana dipendente da Venezia fu probabilmente quella di Tana</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul mar d’Azov: intitolata alla Vergine e a Sant’Antonio, si appoggiava alla chiesa nazionale di San Marco (presso il cui cimitero venivano seppelliti i confratelli) ed era affiancata da un ospedale che risulta pienamente funzionante già nel 1362</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-019">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ancora una volta va rilevato che non si tratta di modelli univoci. La Repubblica di Genova, assimilabile all’omologa veneta per la proiezione politica e commerciale nel Mediterraneo e nel Levante, diede invece luogo a un sistema assistenziale dai connotati precocemente pubblici, imperniato intorno al trecentesco Ufficio di Misericordia che, fra il resto, si occupava anche dei connazionali finiti in carcere </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle colonie di Caffa e Pera, sul mar Nero, erogando denaro a loro favore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-018">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli esempi riferiti riguardano enti di grandi città, capitali di potenti dominazioni territoriali per le quali il controllo del territorio e delle dipendenze lontane era di vitale importanza. La fondazione di </hi><hi rend="italic">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ospedali a fisionomia nazionale, o l’intervento di magistrature del ‘welfare’ della madre patria</hi><hi rend="CharOverride-1">, si inseriva parimenti in un progetto di presenza ambiziosa al di fuori dei propri confini. Ma anche gli statuti di </hi><hi rend="italic">societates</hi><hi rend="CharOverride-1"> devozionali o di mestiere di centri di più ridotte aspirazioni possono essere interpretati sotto questa duplice luce, dell’aiuto e del</hi><hi rend="CharOverride-1">l’affermazione di potere, laddove presentano capitoli relativi al soccorso da prestare ai confratelli e ai colleghi che cadevano ammalati, che morissero, o anche solo che si trovassero sprovvisti di mezzi, mentre erano fuori sede. Qualche esempio. Nel corso degli anni Quaranta del XII secolo la confraternita di San Leonardo di Viterbo elevò da un giorno di cammino a due il proprio intervento in aiuto dei soci che si trovassero lontano dalla città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-017">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1160 la confraternita di San Cassiano di Imola, costituita da cittadini accomunati dal pellegrinaggio a Santiago di Compostella, calcolò questo intervento in dieci miglia (pari a circa sedici chilometri)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-016">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1244 la corporazione dei fabbri di Modena faceva riferimento a un territorio compreso tra la catena montuosa degli Appennini e il fiume Po esteso su cinquanta chilometri quadrati come limite entro cui recuperare i compagni malati; inoltre, in caso di morte, i compagni si impegnavano a procedere alla liquidazione dell’attività e a tacitare gli eredi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-015">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Più vaga, ma ancora più ecumenica, la visione dei flagellanti di Parma e Piacenza che, nel Trecento, pregavano «per zaschauna creatura raxonevole, como zude, pagan, saraxin, … per zaschaduna anima christiana … per piligrim, per merchadanti e per viandanti, chi sum per mare e per terra, … per la paxe … per gi fructi de la terra, … per le anime de nostri pare e mare e fradegi e sorore, … per gi nostri fradegi chi sum per tuto el mundo chi son de questa congregation»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-014">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’aumento del raggio di azione dei sodalizi può essere interpretato sia come conseguenza dello sviluppo dei traffici, e del conseguente intensificarsi degli spostamenti, sia come effetto dei tentativi di espansione politica dei centri che ospitavano tali associazioni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta di ipotesi da verificare caso per caso. Quello che è certo, comunque, è che tramite le confraternite i lavoranti forestieri si garantivano assistenza e sepoltura in caso di malattia e morte. Quando invece non esistevano </hi><hi rend="italic">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazionali, a disbrigare questioni relative ai forestieri erano demandati enti caritativi locali. Nel 1470, ad esempio, la confraternita fiorentina dei purgatori e conciatori intitolata a Sant’Andrea accoglieva nel proprio ospedale i lavoratori</hi><hi rend="CharOverride-1"> iscritti al sodalizio, cittadini o forestieri che fossero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-013">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le associazioni più ‘generaliste’ arrivavano a estendere il proprio raggio d’azione anche al di fuori della cerchia dei propri iscritti e delle conoscenze di questi ultimi. Si rivolse infatti al Consorzio dello Spirito Santo un oste cremonese che nel luglio del 1371 assistette alla morte nella propria locanda di un cliente tedesco, il mercante Ulrico </hi><hi rend="italic">de Curia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Originario di Ratisbona, il </hi><hi rend="italic">de Curia</hi><hi rend="CharOverride-1"> era defunto improvvisamente, per cause a noi ignote</hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre si trovava nella città lombarda per vendere oggettistica in osso e in ambra di produzione nordica e per acquistare prodotti tessili. Dal momento che la normativa comunale non si esprimeva su situazioni del genere, l’oste ritenne che la cosa più sensata da fare fosse affidare i beni del defunto a un’associazione quale il Consorzio dello Spirito Santo che godeva di grande fama in città, sia per i suoi interventi caritativi sia per la devozione che era sorta intorno al suo fondatore, Facio, un orefice di origini veronesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-012">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La decisione dell’oste lombardo sottintende, inoltre, il fatto che il consorzio non venisse preso in considerazione solo per le sue attività caritative, ma anche per una evidentemente comprovata capacità di gestione dei patrimoni mobiliari e immobiliari</hi><hi rend="CharOverride-1">. La buona nomea nel campo dell’amministrazione economica era d’altronde requisito fondamentale per tutti quegli enti che miravano a ottenere finanziamenti pubblici o privati: bisognava dimostrare di essere meritevoli delle esenzioni fiscali, delle donazioni, dei lasciti testamentari generosamente elargiti dalla società civile e dalle autorità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-011">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La confraternita in effetti provvedette alle esequie del mercante e ne prese in consegna i bagagli che si trovavano all’osteria, avvisando al contempo la vedova, Anna. La donna nominò un procuratore, Ludovico detto Scolaro anch’egli cittadino di Ratisbona, affinché recuperasse i beni del marito e risolvesse alcuni crediti in sospeso. Il tutto venne registrato dal notaio consorziale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-010">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il documento </hi><hi rend="CharOverride-1">cremonese mostra in maniera inequivocabile quanto fosse necessario, a causa di lacune legislative e in assenza di consuetudini, il ruolo svolto da associazioni aventi come fine l’aiuto verso il prossimo bisognoso nello svolgere una mediazione anche di natura legale in situazioni del tutto impreviste. E conferma, come già sottolineato in altri contesti, che non necessariamente la comunità d’origine si dimostrasse l’unico ambito dei contatti intrattenuti dai compatrioti con una realtà urbana straniera</hi><hi rend="CharOverride-1">. Alle volte ciò accadeva per necessità, come nel caso cremonese, altre volte per scelta e convenienza. Questo successe ad esempio quando le confraternite elemosiniere e i monti delle doti cominciarono a comprendere le fanciulle figlie di forestieri, o esse stesse nate altrove, tra le destinatarie di sussidi in vista del matrimonio. Naturalmente, trattandosi di enti non specializzati, l’inserimento nel novero degli assistiti non escludeva il fatto che le risorse venissero comunque distribuite secondo una scala di valori che privilegiava le fanciulle di nascita locale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Emblematiche al proposito sono le graduatorie stabilite dai vertici della confraternita romana della Santissima Annunziata della Minerva che prevedevano quattro situazioni diverse di aventi diritto alla dote. In ordine di preferenza erano elencate per prime le «romane ex utroque parente», per seconde le «romane ex altero parente», per terze le </hi><hi rend="CharOverride-1">«romane nate ex forensibus», e per quarte le fanciulle «Rome habitantes extra Urbem nate et ante earum pubertatem que Romam venerint»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-009">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una solidarietà dunque inclusiva, ma pur sempre gerarchizzata e subordinata alla disponibilità delle risorse.</hi></p></div><div><head><hi>4. Assistenza linguistica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veniamo infine ai momenti di condivisione favoriti dall’associazionismo devozionale e lavorativo attraverso l’intermediazione linguistica. Ovviamente, il riferimento non va solo al plurilinguismo determinato in certi contesti dalla compresenza di stranieri originari da terre d’Oltralpe o d’Oltremare, ma anche a quello ingenerato dall’accostamento di individui e professionisti di città </hi><hi rend="CharOverride-1">prossime nello spazio ma parlanti diversi generi di volgare. Come recentemente sottolineato, il problema riguardava infatti anche livelli culturali intermedi che, per ragioni politiche o economiche, si trovavano a interagire con immaginabili (per quanto finora sottovalutate) difficoltà di comprensione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-008">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’assistenza linguistica era fondamentale per l’integrazione dei forestieri con il nuovo contesto lavorativo e abitativo. Entrare in dimestichezza con cultura, tradizioni, consuetudini e ordinamenti giuridici passa sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso la comprensione della lingua. Sicuramente, però, tale necessità è maggiormente avvertita da quanti appartengono a ceti medio-bassi, rispetto a quanti si trovano ai livelli più alti della scala sociale. I salariati e i piccoli artigiani avevano infatti </hi><hi rend="CharOverride-1">assolutamente bisogno di chi li aiutasse a capire e a farsi intendere per intessere rapporti, stipulare contratti, trovare un lavoro, una casa e anche per farsi una famiglia: indagini condotte su Firenze, Venezia e Roma lo dimostrano chiaramente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-007">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I mercanti invece, come ben illustrato da una panoramica europea di qualche anno fa</hi><hi rend="CharOverride-1">, potevano anche prescindere da tale necessità: gli italiani, favoriti dal loro ruolo predominante nel commercio sovranazionale e dalla conseguente adozione di termini italiani nel lessico tecnico internazionale, facevano frequentemente a meno dell’apprendimento delle lingue straniere anche se residenti in territori extra-italiani; viceversa, non era così per gli operatori economici delle varie regioni europee che avevano a che fare con l’Italia e che, come testimoniano diversi manuali, si impratichivano presto nella conoscenza dei vari idiomi volgari italiani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-006">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Diverso invece il comportamento dei connazionali che per affari, interessi intellettuali o intenti evangelizzatori, intrattenevano rapporti con i territori musulmani del Levante e del nord Africa, per i quali la conoscenza dell’arabo, dell’ebraico, del turco e finanche </hi><hi rend="CharOverride-1">del persiano risultava di grande utilità: abbiamo però pochissime testimonianze – la più celebre riguarda il senese Bertrando Mignanelli, mercante, diplomatico e interprete</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-005">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – e nessuna che ci informi su come e dove avvenisse l’apprendimento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Risulta molto probabile che, per lo meno in taluni contesti, le </hi><hi rend="italic">scholae</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’arte, di devozione </hi><hi rend="CharOverride-1">e nazionali, fossero uno dei principali luoghi di trasmissione di conoscenze e competenze linguistiche. Non è raro trovare infatti statuti confraternali bilingue, che attestano la multietnicità dell’associazione e la volontà che le norme fossero comprese da tutti i membri nel rispetto delle reciproche identità. Nella maggior parte dei casi gli statuti bilingui di cui siamo a conoscenza sono redatti in vernacolo italiano e tedesco: abbiamo testimonianze per </hi><hi rend="CharOverride-1">Venezia, Vicenza, Verona, Treviso, Trento, Udine, Firenze. Questo avvenne per merito soprattutto della condivisione da parte delle compagnie dei calzolai tedeschi sparsi in queste città di un unico modello di testo statutario, redatto nei due idiomi della terra d’origine e della terra di approdo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La documentazione plurilingue non era comunque prerogativa solo delle associazioni devozionali e di mestiere. Anche gli ospedali e i monasteri con le annesse comunità laicali la producevano nel momento in cui dovevano regolamentare l’attività d</hi><hi rend="CharOverride-1">i </hi><hi rend="italic">fratres</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">sorores</hi><hi rend="CharOverride-1"> residenti e di estrazione non locale: un bell’esempio è dato dall’ospedale montano di Santa Maria di Campiglio, sito nella diocesi di Trento ma di chiare influenze lombarde, e dalla sua documentazione quattrocentesca trilingue (volgare tedesco, volgare italico, latino)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta di un filone di indagine che merita sicuramente di venire approfondito, possibilmente portando alla luce esempi non soltanto pertinenti alla lingua tedesc</hi><hi rend="CharOverride-1">a. Sarebbe, ad esempio, davvero interessante trovare elementi in riferimento alle aree soggette al cosiddetto ‘Commonwealth’ veneziano dove la situazione linguistica era particolarmente complessa e capitava spesso che nella medesima località si usassero diversi idiomi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella Dubrovnik (Ragusa) tardo medievale, ad esempio, nella pratica quotidiana si usavano fondamentalmente due lingue sia per lo scritto (il latino per gli atti delle istituzioni pubbliche e dei notai, e varianti dell’italiano per le pratiche mercantili), sia per il parlato (il raguseo, di tradizione romanza e in estinzione già nel Quattrocento, e il croato, lingua slava padroneggiata dal popolo urbano e distrettuale)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: una quadriglossia che dovette necessariamente trovare momenti e spazi di intermediazione tra forestieri, rintracciabili</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra il personale cancelleresco, i magistrati pubblici e gli operatori commerciali e finanziari, e la popolazione locale, spazi che non si esclude venissero offerti proprio dalle strutture qui analizzate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>5. Identità e alterità</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le associazioni devozionali, caritative e di professione emergono dunque nel medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">come attrici sociali, economiche e culturali agenti su un duplice palcoscenico: quello della terra di approdo del forestiero e quello della sua terra di origine. Seguono il socio nel suo allontanamento dalla base; accolgono lo straniero quando questi si trova lontano da casa. Naturalmente, come già ribadito, gli esempi prodotti a sostegno dell’analisi qui condotta riguardano casi singoli, quelli che allo stato attuale delle ricerche è stato possibile mettere in evidenza. Non è quindi possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">capire se si tratti della norma o dell’eccezione. Non esistono modelli, perché ogni istituzione ha una sua storia particolare, che alle volte dipende dall’eterogeneità delle zone di provenienza degli associati di origine straniera, e altre volte dai diversi obiettivi che motivarono i singoli o i gruppi nel loro allontanamento dalla terra natìa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche nel caso in cui una comunità non risulti avere previsto una specifica</hi><hi rend="CharOverride-1"> assistenza al forestiero, risulta però poco prudente sbilanciarsi su univoche interpretazioni. Poté trattarsi di debolezza, di disinteresse. Ma è anche vero che ciò che si pone come simbolo di identità, può diventare fin troppo facilmente anche segno distintivo di alterità, e pertanto portatore di esclusione più che di inclusione. Qualcosa che quindi poté essere volontariamente evitato. Come poi il ricordato caso genovese ha messo in luce, le associazioni nazionali potevano essere affiancate o superate da magistrature pubbliche. Alla luce dunque di un </hi><hi rend="CharOverride-1">panorama così frastagliato, l’unica conclusione al momento esprimibile è che confraternite e corporazioni si misero sicuramente in luce nel medioevo come uno degli strumenti cui i forestieri potevano rivolgersi per ottenere tutela e altre agevolazioni: la misura – allargata o limitata – e le tempistiche in cui ciò avvenne devono ancora essere attentamente </hi><hi rend="CharOverride-1">valutate in base ad, auspicabili, futuri approfondimenti. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-053-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come sottolineato da Giuliana Albini nel suo intervento a conclusione dei lavori del convegno.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-052-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Per un inquadramento diacronico si vedano gli atti del convegno </hi><hi rend="italic">Hospitalité de l’étranger au Moyen Âge et à l’époque moderne: entre charité, contrôle et utilité sociale. </hi><hi rend="italic">Italie Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Taddei e N. Ghermani, «Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge», 131/2 (2019) &lt;http:// </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://journals.openedition.org/mefrm/5494</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> &gt; e, per il periodo successivo che va dall’età moderna a quella contemporanea, la miscellanea </hi><hi rend="italic">Le confraternite cristiane e musulmane: storia, devozione, politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Fasana, Trieste 2001.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-051-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Corpus Iuris Civilis</hi><hi rend="CharOverride-1" >, II, </hi><hi rend="italic">Codex Iustinianus</hi><hi rend="CharOverride-1" >, 1. </hi><hi rend="CharOverride-1">2. 19 e 22; T. </hi><hi rend="CharOverride-3">Szabó</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Xenodochi, ospedali e locande. Forme di ospitalità ecclesiastica e commerciale nell’Italia del Medioevo (secoli VII-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="CharOverride-3">Id</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">Comuni e politica stradale in Toscana e in Italia nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1992, p. 285-319 (p. 298).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-050-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’altra Roma.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Minoranze nazionali e comunità ebraiche tra Medioevo e Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-049-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Alle origini del </hi><hi rend="CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="italic"> (XIII-XVI secolo). Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza. Atti del convegno, (Siena 29 gennaio-1 febbraio 2020)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Piccinni, Roma 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-048-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aiutare il forestiero. L’assistenza di ospedali e confraternite nel medioevo (Italia centro-settentrionale)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in </hi><hi rend="italic">Hospitalité de l’étranger au Moyen Âge et à l’époque moderne</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 407-416.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-047-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Tognetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Note sul commercio degli schiavi neri nella Firenze del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Nuova rivista storica», LXXXVI (2002), pp. 361-374; A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Schiavi a Roma tra ‘400 e ‘550: prime indagini nei registri notarili</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Dimensioni e problemi della ricerca storica», II (2013), pp. 13-24; F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Panero</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Schiavi, servi e villani nell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1999; </hi><hi rend="italic">Schiavitù e servaggio nell’economia europea, secc. XI-XVIII. Atti del convegno (Prato, 14-18 aprile 2013)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Cavaciocchi, </hi><hi rend="CharOverride-1">Firenze 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-046-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Questi ultimi furono soprattutto i Trinitari e i Mercedari: cfr. </hi><hi rend="italic">La Liberazione dei ‘captivi’ tra Cristianità e Islam: oltre la crociata e il Gihad: tolleranza e servizio umanitario. Atti del Convegno (Roma, 16-19 settembre 1998)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-3">G. </hi><hi rend="CharOverride-1">Cipollone, Città del Vaticano 2000. In generale si vedano S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bono</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Istituzioni per il riscatto di schiavi nel mondo mediterraneo. Annotazioni storiografiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Nuovi studi livornesi», VIII (2000), pp. 29-43; </hi><hi rend="italic">Corsari e riscatto dei captivi: garanzia notarile tra le due sponde del Mediterraneo. Atti del Convegno (Marsala, 4 ottobre 2008)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-3">V. </hi><hi rend="CharOverride-1">Piergiovanni, Milano 2010; R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Facchini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I negoziati di Venezia con Abū al-‘Abbās per il riscatto dei captivi (1386-1392). Diplomazia, commercio e guerra di corsa nel Mediterraneo del Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il medioevo», CXXII (2020), pp. 181-202.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-045-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È stata ad esempio indagata la presenza di persone di colore, di origine africana, in associazioni di mestiere ma solo dopo la loro manomissione e quindi su motivazioni professionali e non etnico-geografiche: cfr. K. </hi><hi rend="CharOverride-3">Lowe</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Visible lives: black gondoliers and other black africans in Renaissance Venice</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Renaissance Quarterly», LXVI (2013), pp. 412-452.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-044-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Meyerson</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavery and solidarity: Mudejars and foreign muslim captives in the kigdom of Valencia</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Medieval Encounters», II (1996), pp. 286-343; D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Blumenthal</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">‘La casa dels Negres’: black African solidarity in late medieval Valencia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Black Africans in Renaissance Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di T.F. Earle</hi><hi rend="CharOverride-1"> e K.J.P. Lowe, Cambridge 2005, pp. 225-246; M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Ruzafa García</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La esclavitud en la Valencia bajomedieval: mudējares y musulmanes</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">De l’esclavitud a la llibertat. Esclaus i lliberts a l’edat mejana</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M.T. Ferrer i Mallol e J. Mutgé i Vives, Barcelona 2000, pp. 471-491; T. </hi><hi rend="CharOverride-3">Vinyoles i Vidal</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Integració de les llibertes a la societat barcelonina maixmedieval</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">De l’esclavitud a la llibertat</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 593-613.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-043-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ne danno notizia i </hi><hi rend="italic">Libri dei Morti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Milano, registri pubblici che cominciarono a essere compilati dal 1452. G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Albini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Guerra, fame, peste: crisi di mortalità e sistema sanitario nella Lombardia tardomedioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1982, pp. 158-159; F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Vaglienti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Marginalia. </hi><hi rend="italic">Esempi di umane miserie nei Registri dei Morti di età sforzesca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi di storia medioevale e di diplomatica», </hi><hi rend="CharOverride-1">III (2020), pp. 383-400.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-042-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Michele </hi><hi rend="italic">de Allamania</hi><hi rend="CharOverride-1">, di anni 60, «a vulnere in mamilla sinistra ex casu super gladium asemet» (Archivio di Stato di Milano, Popolazione, p.a., reg. 73); Cristoforo </hi><hi rend="italic">de Alamania</hi><hi rend="CharOverride-1">, di anni 30, «a letali vulnere in gula asemet» (</hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">, reg. 74). Questi due suicidi non furono censiti da E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Motta</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Suicidi a Milano fra Quattrocento e Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico Lombardo, XV (1888), pp. 96-100; </hi><hi rend="CharOverride-3">Id</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">Morti in Milano dal 1452 al 1552 (spogli dal necrologio milanese)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico Lombardo», XVIII (1891), pp. 256-290; sono invece citati da P. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mainoni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">La nazione che non c’è: i tedeschi a Milano e a Como fra Tre e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunità forestiere e </hi><hi rend="CharOverride-1">«nationes» </hi><hi rend="italic">nell’Europa dei secoli XIII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Petti Balbi, Napoli 2001, pp. 201-228 (p. 224).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-041-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aiutare il forestiero</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 414.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-040-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Sforza</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Autobiografia inedita da Gio. Antonio Faie, speziale lunigianese del secolo XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in «Archivio storico per le province parmensi», n. s., IV (1904), pp. 129-183 (p. 150).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-039-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Casagrande </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Vecchio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I peccati della lingua. Disciplina ed etica della parola nella cultura medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1987, pp. 193-194.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-038-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Alle origini del welfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-037-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dei numerosissimi studi sulle </hi><hi rend="italic">societates</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bologna mi limit</hi><hi rend="CharOverride-1">o qui a ricordare i fondamentali </hi><hi rend="italic">Statuti delle società di popolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. II (</hi><hi rend="italic">Società delle Arti</hi><hi rend="CharOverride-1">), a cura di A. Gaudenzi, Roma 1896; G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Fasoli</hi><hi rend="italic">, Le compagnie delle armi a Bologna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1933; A. I. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Città, comuni, corporazioni nel Medioevo italiano, </hi><hi rend="CharOverride-1">Bologna 1986; R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Greci</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Corporazioni e mondo del lavoro nell’Italia padana medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1988; N. </hi><hi rend="CharOverride-3">Terpstra</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lay Confraternities and Civic Religio</hi><hi rend="italic">n in Renaissance Bologna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cambridge 1995. Da ultimo si veda la bella tesi dottorale di A.G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Di Bari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lavoratori forestieri a Bologna. Ruoli, spazi e competenze professionali nella città ‘porosa’ (secoli XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Dottorato di ricerca in Storia della società, delle istituzioni e del pensiero. Dal medioevo all’età contemporanea, XXXIV ciclo, Università degli Studi di Trieste, a.a. 2020-21.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-036-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aiutare il forestiero</hi><hi rend="CharOverride-1"> cit., p. 415. .</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-035-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze indesiderate (corsi, slavi e albanesi) e il processo di integrazione nella società romana nel corso del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 283-297.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-034-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A.I. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Nazioni mercantili, ‘</hi><hi rend="italic">societates’ regionali e ‘nationes’ studentesche a Bologna nel Duecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, e S. </hi><hi rend="CharOverride-3">Bortolami</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le ‘nationes’ universitarie medioevali di Padova: comunità forestiere o realtà sovranazionali?</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel volume </hi><hi rend="italic">Comunità forestiere e ‘nationes’ nell’Europa dei secoli XIII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Petti Balbi, Napoli 2001</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispettivamente alle pp. 23-40 e pp. 41-66; R. </hi><hi rend="CharOverride-3">Smurra</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Studiare, lavorare a Bologna nel Medioevo: forestieri/stranieri in città,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Ricerche di Pedagogia e Didattica – Journal of Theories and Research in Education», VII (2012), 2, pp. 79-110.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-033-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	V. </hi><hi rend="CharOverride-3">Russo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il fenomeno confraternale a Palermo, secc. XIV-XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Palermo 2010, p. 144.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-032-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	V. </hi><hi rend="CharOverride-3">von Falkenhausen</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Una babele di lingue: a chi l’ultima parola? Plurilinguismo sacro e profano nel regno normanno-svevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», LXXVI (2010), pp. 13-35 (pp. 21-22).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-031-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Russo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il fenomeno confraternale a Palermo</hi><hi rend="CharOverride-1">; V. </hi><hi rend="CharOverride-3">Russo </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Santoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Medieval confraternities in Palermo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Confraternities in Southern Italy: Art, Politics, and Religion (1100-1800)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. D’Andrea e S. Marino, Toronto 2022, pp. 447-473.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-030-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Natalini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Per la storia del foro privilegiato dei deboli nell’esperienza giuridica altomedievale. Dal tardo antico a Carlo Magno</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2008.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-029-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Sanfilippo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Roma nel Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">una città di immigrati</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le forme del testo e l’immaginario della metropoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Bini e V. Viviani, Viterbo 2009, pp. 73-85.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-028-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	D. </hi><hi rend="CharOverride-3">Abulafia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’arrivo degli zingari: città, principi e nomadi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «I quaderni del MAES», XIV (2011), pp. 17‐42; B. </hi><hi rend="CharOverride-3">Fassanelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Piccoli Egitti» tra Cristianità e Islam. Presenze zingare nel Mediterraneo orientale (secc. XV-XVII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», CXLVI</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2014), pp. 349‐382; M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Montesano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ai margini del medioevo. Storia culturale dell’alterità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-027-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Della Misericordia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Li homini se pretendono essere patroni. </hi><hi rend="italic">Gli ospedali della Lombardia alpina nelle tensioni giurisdizionali e sociali del basso medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri (secoli XI-XV), </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di M. Gazzini e T. Frank, Milano-Torino 2021, pp. 91-132.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-026-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Quertier</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I vagabondi nel basso Medioevo (Francia, Italia): la criminalizzazione della mobilità illegittima</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il medioevo degli esclusi e degli emarginati. Tra rifiuto e solidarietà. Atti del convegno (Ascoli Piceno, 3-5 dicembre 2015)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Lori Sanfilippo e G. Pinto, Roma 2020, pp. 101-130.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-025-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Prima del 1330 si era allontanato dall’</hi><hi rend="italic">Universitas mercatorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> il gruppo dei mercanti imprenditori del settore laniero (i </hi><hi rend="italic">mercatores facientes laborare lanam subtilem</hi><hi rend="CharOverride-1">): E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Verga</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Camera dei Mercanti di Milano nei secoli passati,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milano 1914 (Milano 1974</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">), p. 11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-024-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M.F</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-3">Baroni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il consolato dei mercanti a Milano nel periodo comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Nuova rivista storica», LIX (1975), pp. 257-287 (p. 266).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-023-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La competenza della mercatura milanese sulle strade era definita ‘antica’ già nel 1216: </hi><hi rend="italic">Liber consuetudinum Mediolani anni MCCXVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Besta e G.L. Barni, Milano 1949, p. 132.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-022-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Il Breve della Mercanzia dei mercanti di Pavia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Chiri, «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», VI (1906), capitoli II, III, LVII. Si veda anche la successiva edizione Breve mercadantie mercatorum Papie. </hi><hi rend="italic">La più antica legislazione mercantile pavese (1295)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Crotti Pasi e C.M. Cantù, Pavia 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-021-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Documenti sulle relazioni fra Voghera e Genova (960-1325)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Gorrini, Pinerolo 1908, docs. CCXVIII 18 dicembre 1259; CCCXLIII 21 gennaio 1276; CCCCV, CCCCVI, CCCCVII 13 aprile 1284.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-020-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Verga</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Camera dei mercanti di Milano </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., p. 99.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-019-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pucci Donati</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Accoglienza e assistenza negli insediamenti genovesi e veneziani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le origini del welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 543-561 (pp. 555-557).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-018-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il sistema assistenziale genovese alle soglie dell’età moderna. L’ufficio di Misericordia (secolo XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Reti Medievali Rivista», XIV (2013), pp. 111-150. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-017-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come si legge in due redazioni statutarie compiute a distanza di pochi anni. G.G. </hi><hi rend="CharOverride-3">Meersseman</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ordo fraternitatis</hi><hi rend="italic">. Confraternite e pietà dei laici nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1977, I, pp. 144-149.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-016-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 66.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-015-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Statuto della corporazione dei fabbri di Modena</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P.S. Leicht, in «Storia del Diritto Italiano. Le fonti», Milano 1966, pp. 336-337; A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Spicciani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Solidarietà, previdenza e assistenza per gli artigiani nell’Italia medioevale (secoli XII–XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il mondo del lavoro nell’Italia dei secoli XII–XV. Atti del convegno (Pistoia 9‐13 ottobre 1981)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1984, pp. 293-343 (p. 303). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-014-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">Mesini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Statuti piacentini-parmensi dei Disciplinati</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico per le Province Parmensi», XII (1960), pp. 43-70.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-013-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Taddei</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Per la salute dell’anima e del corpo»</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 138.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-012-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >A. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Vauchez</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Sainteté laïque au XIII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle: la vie du Bienheureux Facio de Crémone (v. 1196-1272)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Melanges de l’École française de Rome. Moyen </hi><hi rend="CharOverride-1">Â</hi><hi rend="CharOverride-1" >ge - Temps modernes», </hi><hi rend="CharOverride-1" >LXXXIV (1972), pp. 13-53 (ora in </hi><hi rend="CharOverride-3" >Id.</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Religion et société dans l’Occident médiéval</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Torino 1980, p. 171-211). </hi><hi rend="CharOverride-1">Sull’ordine confraternale da lui fondato cfr. M. </hi><hi rend="CharOverride-3">Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> consortium Spiritus Sancti </hi><hi rend="italic">in Emilia fra Due e Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in  </hi><hi rend="italic">Il buon fedele. Le confraternite tra Medioevo e prima età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni di storia religiosa», V (1998), pp. 159-194 (poi in </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead</hi><hi rend="CharOverride-1">., </hi><hi rend="italic">Confraternite e società cittadina nel medioevo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2006, p. 157-196).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-011-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per queste problematiche mi permetto di rimandare al mio </hi><hi rend="italic">La fraternita come luogo di economia. Osservazioni sulla gestione delle attività e dei beni di ospedali e confraternite nell’Italia tardo-medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Assistenza e solidarietà in Europa. </hi><hi rend="italic">Secc. XIII-XVIII – Social assistance and solidarity in Europe from the 13th to the 18th centuries</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="italic">XLIV settimana di studi, Istituto internazionale di storia economica Francesco Datini (Prato, 23-26 aprile 2012)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Ammannati, Firenze 2013, pp. 261-276.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-010-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Edito in B. Figliuolo, </hi><hi rend="italic">Il bagaglio di un mercante di Ratisbona morto a Cremona nel 1371, in Germania et Italia. Liber amicorum Hubert Houben</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Filotico, L. Geis e F. Somaini, Lecce 2024, vol. II, pp. 505-512.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-009-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	C. </hi><hi rend="CharOverride-3">D’Avossa</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Assistenza dotale e </hi><hi rend="CharOverride-1">forenses </hi><hi rend="italic">a Roma: il caso della SS. Annunziata alla Minerva (XV-XVI secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Venire a Roma, restare a Roma. Forestieri e stranieri fra Quattro e Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Cabibbo e A. Serra, Roma 2018, pp. 35-56 (p. 41).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-008-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Artifoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La comunicazione politica: dislivelli culturali e problemi linguistici</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Medioevo che crea. Innovazione, invenzione e sperimentazione (Italia, metà X- metà XIV secolo).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Atti del Convegno (Pistoia, 7-10 ottobre 2021)</hi><hi rend="CharOverride-1">, (in corso di pubblicazione).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-007-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si vedano, da ultimo, gli interventi di </hi><hi rend="CharOverride-3">I. Taddei</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Le città di fronte all’inclusione: cittadini e stranieri</hi><hi rend="CharOverride-1">), </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Stranieri e migranti di fronte all’assistenza</hi><hi rend="CharOverride-1">) e </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Le donne in ospedale nell’Italia centro-settentrionale, fine XIV-inizio XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">) nel volume </hi><hi rend="italic">Alle origini del </hi><hi rend="CharOverride-1">welfare.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-006-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	F. </hi><hi rend="CharOverride-3">Guidi Bruscoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I mercanti italiani e le lingue straniere</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunicare nel medioevo. La conoscenza e l’uso delle lingue nei secoli XII-XV. Atti del convegno (Ascoli Piceno 28-30 novembre 2013)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Lori Sanfilippo e G. Pinto, Roma 2015, pp. 103-131.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-005-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A. </hi><hi rend="CharOverride-3">Vanoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lo studio e la conoscenza dell’arabo nel basso medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunicare nel medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">cit., pp. 53-70.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> Regula bilingue </hi><hi rend="italic">della Scuola dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Calzolai</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">tedeschi</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Venezia del</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">1383</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Böninger, Venezia 2002; L. </hi><hi rend="CharOverride-3">Böninger</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le comunità tedesche in Italia: problemi di comprensione linguistica e di inserimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunicare nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 149-160.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Santa Maria di Campiglio: nuove ricerche</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Curzel, «Studi Trentini», XCIX (2020), pp. 349-440.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">N. Lonza</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Nel testo e tra le righe: i</hi><hi rend="CharOverride-1"> Libri maleficiorum </hi><hi rend="italic">e il processo penale a Dubrovnik (s. XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Les registres de la justice pénale (Libri maleficiorum) et les sociétés de l’Italie communale à la fin du Moyen Âge (XII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-XV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. Lett, Roma 2017, pp. 203-222.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il problema non è stato finora preso in considerazione né per Dubrovink né per le altre comunità del ‘Commonwealth’ veneziano, come la sopra menzionata Tana. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Non posso però escludere che vi siano cenni in un testo che non sono riuscita a consultare: </hi><hi rend="CharOverride-3" >P. Wróbel</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Religious guild fraternities in Dubrovnik (Ragusa) and their importance in the 13</hi><hi rend="italic">th</hi><hi rend="italic"> to 15</hi><hi rend="italic">th</hi><hi rend="italic"> centuries</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Bractwa religijne w średniowieczu i w okresie nowożytnym (do końca XVIII wieku) [Religious confraternities in the Middle Ages and the Modern Era (until the end of the 18</hi><hi rend="superscript CharOverride-2" >th </hi><hi rend="italic">century]</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di M. Burdzy e B. Wojciechowska, Kielce 2014, pp. 39-51.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_15_157-170.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Come osservato da A. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">National confraternities in Rome and in Italy in the Late Middle Ages and Early Modern Period: Identity, Representation, Charity</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">A Companion to Medieval and Early Modern Confraternities</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-3" >K. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Eisenbichler, Leiden 2019, pp. 235-256.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Marina Gazzini, University of Milan, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">marina.gazzini@unimi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-7100-1244</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Marina Gazzini, <hi rend="italic">Luoghi di incontro culturale e di protezione sociale per forestieri: confraternite e associazioni professionali</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.13</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -15, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
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          <bibl n="156752">Ammannati, F. (a cura di), La fraternita come luogo di economia. Osservazioni sulla gestione delle attivit&amp;#224; e dei beni di ospedali e confraternite nell’Italia tardo-medievale, in Assistenza e solidariet&amp;#224; in Europa. Secc. XIII-XVIII – Social assistance and solidarity in Europe from the 13th to the 18th centuries. XLIV settimana di studi, Istituto internazionale di storia economica Francesco Datini (Prato, 23-26 aprile 2012), Firenze 2013, pp. 261-276.</bibl>
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