<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Una rete di integrazione: il matrimonio</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Ermanno</forename>
            <surname>Orlando</surname>
            <placeName type="affiliation">University for Foreigners of Siena, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.14</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The author addresses the theme of the integration of foreigners starting from marriage as a mediation tool (so far not investigated in this way) and comparing two cities that experienced intense immigration phenomena, Venice and Rome. The analysis focuses on endogamous and exogamous marriage to understand the methods that allowed the immigrant to become part of consolidated professional and social networks. The attention to cohabitations and more uxorio ties, recognized by the church as presumptions of marriage, as well as plural marriages of immigrants, appears original.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Immigrants</item>
            <item>Marriage</item>
            <item>Venice</item>
            <item>Rome</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.14<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.14" /></p>
      
      <div><head>Una rete di integrazione: il matrimonio</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Ermanno Orlando</hi></p><div><head><hi>1. Introduzione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli studi sulle migrazioni hanno a lungo privilegiato un approccio demografico-economico, o economico-giuridico, al fenomeno della mobilità umana di età medievale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-041">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Di recente, tuttavia, l’attenzione crescente per gli aspetti socioculturali e antropologici</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei movimenti migratori ha progressivamente spostato l’interesse verso questioni quali i processi insediativi dei migranti nei luoghi di ricezione, le dinamiche di integrazione, le pratiche di acculturazione, i discorsi identitari, gli istituti di mediazione e i contatti culturali e religiosi. Di conseguenza, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’analisi si è indirizzata sull’esperienza migratoria intesa come processo articolato e complesso, caratterizzato dall’interazione tra i singoli e le strutture di accoglienza e mediazione, dalla combinazione tra fattori materiali ed emozionali, dalla dialettica intensa tra culture differenti e dalla flessibilità delle reti e delle identità. Il nuovo corso degli studi ha così portato la ricerca a soffermarsi ben più che nel passato sulla natura dei legami sociali nei quali gli individui risultavano inseriti una volta raggiunto il luogo di destinazione: le solidarietà tra i migranti, le reti di relazione, i meccanismi di accoglienza e sostegno e le strutture di socializzazione – lavoro, matrimonio, famiglia, istituti di assistenza e aggregazione –, tutti elementi in grado non solo di favorire l’immissione dei nuovi venuti, ma pure di allargare gli spazi di accettazione e inserimento </hi><hi rend="CharOverride-1">degli stessi nella società ospite. In particolare, è aumentata l’attenzione verso il matrimonio, ritenuto dalle scienze sociali come uno dei maggiori fattori di integrazione e radicamento dei migranti in città.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nessuno, infatti, più dubita </hi><hi rend="CharOverride-1">sull’importanza del matrimonio e della famiglia quali elementi primari di stabilizzazione dei flussi migratori. Le ragioni sono presto dette. Innanzitutto, attraverso il matrimonio il migrante entrava a far parte di una rete di collegamenti – fatta di amici, conoscenti, vicini, magari qualche parente – capace di intersecare in vario modo i tessuti connettivi della città di ricezione</hi><hi rend="CharOverride-1">, sia a livello sociale che economico. Anche in caso di </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> deboli e poco strutturati, e dunque di famiglie scollegate dalle trame di relazioni intercittadine – evenienza ricorrente, specie in presenza di processi migratori giovani e ancora poco stabilizzati –, l’unione coniugale creava un sistema di sostegni reciproci, interni alla coppia o a essa immediatamente contigui, fungendo da spazio primario di solidarietà e da anello di congiunzione iniziale con l’esterno, se non altro per la sua capacità di connettere tra loro, attraverso gli sposi, i rispettivi ambienti (di lavoro, vicinato, amicizia e parentela), per quanto precari e impalpabili potessero essere. Era nel matrimonio che il migrante trovava, a un primo livello, i riferimenti e le occasioni per tessere la rete delle proprie relazioni e uscire dallo stato di isolamento in cui era costretto dalla sua condizione, in quanto ne rafforzava la posizione sociale e gli garantiva quel minimo di sicurezze, appoggi e stabilità – tanto emotivi che economici –, indispensabili nei processi di stanziamento in città e di inserimento nei suoi meccanismi produttivi. Molte delle esperienze migratorie avevano come loro epilogo un matrimonio; gran parte dei migranti, infatti, era costituita da giovani, celibi o nubili al momento del loro arrivo, naturalmente propensi a formare una famiglia, per dare stabilità e continuità ai loro progetti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto detto per il matrimonio vale tanto più per le unioni miste, sia interetniche che interconfessionali. Non a caso, le scienze sociali hanno da tempo assunto il tasso di esogamia di una città come un indicatore privilegiato del grado di integrazione raggiunto dalla popolazione migrante nella società ospite. Ebbene, anche nel basso medioevo i matrimoni misti erano tra le manifestazioni più evidenti dei cambiamenti indotti dai processi migratori, rappresentando un segno tangibile della capacità di comunicazione e articolazione fra i diversi gruppi etnici e religiosi presenti in città e comportando un impatto non solo sociale, ma anche giuridico e culturale, sulla comunità di accoglienza. Essi attivavano spazi significativi di interazione tra modelli culturali e normativi differenti, di incontro e contaminazione fra tradizioni diverse e di esposizione del mondo degli uni a quello degli altri, con esiti non sempre facilmente prevedibili, sia in termini di aperture, che di incomprensioni e conseguenti esclusioni. Di fatto, i matrimoni mist</hi><hi rend="CharOverride-1">i si configuravano in alcuni casi come un mezzo efficace di integrazione tra stranieri e autoctoni, in altri come la forma più estrema (e destabilizzante) di comunicazione, specie quando il </hi><hi rend="italic">métissage</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguardava coniugi di confessioni religiose diverse: nel complesso, tuttavia, essi contribuivano quasi sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">a ridurre le distanze tra persone di lingua, cultura o confessione diversa, a sporcare i confini tra i gruppi e ad accelerare i processi di inclusione dei migranti nella comunità di ricezione. Anzi, la loro frequenza rappresenta ovunque un indice della maturità dei fenomeni migratori e della stabilizzazione dei </hi><hi rend="CharOverride-1">processi insediativi, evidenziando non solo la volontà di radicamento degli immigrati (sia di prima che di seconda generazione), ma pure l’interesse delle città ad assorbire al più presto gli stranieri, anche attraverso una certa apertura e disponibilità verso le unioni miste, soprattutto quando congruenti e funzionali al benessere, sociale ed economico, della comunità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-040">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>2. Mercatura e matrimonio: una lunga tradizione di studi</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sin da quando, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il tema delle migrazioni e della mobilità geografica si è «prepotentemente imposto all’attenzione»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-039">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> degli studiosi italiani, è cresciuto parimenti l’interesse per il matrimonio in terra d’emigrazione. Da allora, la ricerca si è soffermata di frequente – anche se spesso in maniera cursoria e senza tentare approfondimenti strutturali del fenomeno – sul ruolo assunto dall’istituto matrimoniale, o da suoi surrogati, nei processi di consolidamento dei flussi migratori, sottolineandone la funzione esercitata non tanto (o non solo) in termini di radicamento e integrazione dei nuovi venuti, quanto piuttosto di promozione sociale e di consolidamento della loro posizione politica ed economica nelle città ospiti. L’attenzione maggiore è stata in particolare dedicata alla figura del mercante itinerante; la letteratura sui lombardi o sui </hi><hi rend="italic">mercatores Tusciae</hi><hi rend="CharOverride-1"> disseminati per l’intera Europa, o sui genovesi e veneziani sparsi nei diversi empori e quartieri del Mediterraneo, è cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni, mettendo in evidenza la strumentalità assunta dal matrimonio nelle dinamiche insediative di questi professionisti della mobilità, costretti dalle leggi della mercatura e del profitto all’erranza provvisoria o all’emigrazione definitiva in terra straniera. Si sono così individuati due modelli di insediamento, spesso tra loro sovrapposti o consecutivi: uno permanente</hi><hi rend="CharOverride-1">, finalizzato al radicamento stanziale e alla piena integrazione, in cui il matrimonio aveva la funzione primaria di favorire i processi di stanziamento e assimilazione nel nuovo contesto di elezione (esemplare in tal senso il caso dei lucchesi Barbagialla, poi fiamminghizzati in Barbesaen</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-038">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">); l’altro temporaneo, interessante soprattutto i grandi operatori commerciali e gli uomini d’affari di rango internazionale, poco inclini a mettere radici definitive all’estero, in cui il matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1"> con individui di pari rango o, più spesso, di ceto più elevato, era piuttosto inteso come strumento di affermazione sociale e di promozione economica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-037">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò appare pienamente confermato da una inchiesta condotta in Francia tra gli anni 1309-1310 sui lombardi residenti o operanti nel regno, prima che Filippo IV il Bello ne decretasse l’espulsione nel 1311 per sospette connivenze con il nemico inglese. Nell’inchiesta, infatti, i mercanti italiani sono suddivisi in due categorie distinte: gli stanziali, per lo più composta da operatori di modesta fortuna, risiedenti nel territorio del regno da parecchi anni, spesso sposati con una donna del luogo e pienamente inseriti nelle comunità di adozione; e gli itineranti, comprendente i grandi prestatori e i mercanti dotati di più elevate fortune, al contrario refrattari a ogni ipotesi di trasferimento definitivo in terra straniera e pertanto meno coinvolti in legami matrimoniali con famiglie locali, se non in quei casi in cui il matrimonio avesse spalancato loro prospettive di ascesa sociale e maggiori opportunità di affermazione economica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-036">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella prima categoria, dunque, il matrimonio fungeva in maniera consapevole da strumento di integrazione e radicamento nella città ospite e nelle sue strutture sociali e produttive. Tra i lombardi impegnati in terra di Francia nella seconda metà del XIII secolo, la famiglia astigiana degli Abellonei aveva deciso di stabilirsi definitivamente a Orange, dove da tempo operava e dove aveva acquistato numerosi beni immobili, a testimonianza di una intenzionale predisposizione a mettere radici in città. Tale politica fu suggellata dal matrimonio contratto da una figlia di Pietro Abelloneo</hi><hi rend="CharOverride-1"> con un abitante del luogo, peraltro a condizioni molto vantaggiose per lo sposo indigeno, a riprova della funzionalità del coniugio nei disegni di radicamento della famiglia e della sua disponibilità a investire somme anche ragguardevoli pur di realizzare i propri obiettivi. Allo stesso modo, pure il suo conterraneo Simone Pallido aveva optato per un trasferimento definitivo all’estero, nel suo caso a Port-sur-Saône, dove da tempo risiedeva e aveva formato una propria famiglia, sposando una donna indigena e avendone dei figli, a cui nel 1304, prossimo alla morte, lasciava in eredità tutti i suoi beni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-035">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Molto simile, seppur in tutt’altro contesto storico e geografico, era stata la vicenda del mercante lucchese Jacopo Accettanti, operante a Barcellona nella prima metà del XV secolo. Anche nel suo caso il matrimonio con una indigena </hi><hi rend="CharOverride-1">era stato del tutto funzionale alla sua scelta di stanziamento e integrazione in città: infatti, non solo aveva sposato una catalana, Joanneta di Pere Ferrer, al fine di consolidare la propria posizione economica e sociale, ma aveva anche predisposto matrimoni misti per i propri figli, intessendo in tal modo profondi legami con le famiglie eminenti della nobiltà cittadina locale, come i Dusai, i Gualbes, i Llull e i Ros. Tale politica di promozione sociale aveva dato frutti copiosi e rilevanti, visto che i figli avevano poi rivestito ruoli centrali nell’amministrazione cittadina e uno di essi, Guillem, aveva ricoperto a più riprese la funzione di tesoriere regio tra il 1465 e il 1471</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-034">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La scelta di stabilirsi definitivamente all’estero e di prendere per moglie una straniera era talora, quasi, obbligata; riguardava in particolare quanti, per ragioni politiche o giudiziarie, erano stati banditi dalla città natale e non avevano più modo di ritornarvi o quanti, per motivi economici e congiunturali, speravano di trovare in terra di migrazione quelle opportunità che in patria erano loro negate. Il fiorentino Conte Gualterotti, per esempio, era migrato nelle Fiandre agli inizi del Trecento, dopo che la famiglia era stata ripetutamente colpita a Firenze da misure di esclusione politica e di espulsione; a Gand si era sposato con la fiamminga Maria Rijm. Attraverso il matrimonio non solo aveva ottenuto la naturalizzazione, e quindi facilitazioni e sgravi che ne avevano favorito l’ascesa economica, ma anche la promozione a ruoli di grande responsabilità nell’amministrazione della città adottiva. Battista dell’Agnello, invece, aveva lasciato precipitosamente Pisa, assieme a molte altre famiglie, dopo che la città era stata conquistata nel 1406 da Firenze, trovando riparo a Bruges. Qui aveva contratto matrimonio con Yeve </hi><hi rend="CharOverride-1">Wyshinck, rampolla di una potente casata patrizia locale; anche nel suo caso il coniugio e la conseguente naturalizzazione avevano rappresentato la spinta decisiva all’integrazione nelle strutture economiche della nuova patria e a una rapida ascesa sociale e politica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-033">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non era affatto raro, come nel caso dei figli di Jacopo Accettanti, che il matrimonio svolgesse tra i mercanti più intraprendenti e disponibili a mettere radici all’estero una doppia funzione, di assimilazione e promozione sociale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-032">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di un modello insediativo riscontrabile con una certa frequenza soprattutto nella variegata comunità mercantile genovese, per sua natura incline non solo a cercare fortuna nelle diverse piazze mediterranee e atlantiche – tanto da far parlare di una odissea o diaspora di genovesi all’estero</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-031">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> –, ma anche a stabilirsi stabilmente fuori patria. Valgano per tutti i casi esemplari di Egidio Boccanegra e Francesco Pinelli. Il primo, nato a Genova agli inizi del XIV secolo e fratello del primo doge della città, Simone, </hi><hi rend="CharOverride-1">dopo essere stato al servizio nel 1341 di Alfonso X, re di Castiglia, in qualità di ammiraglio nella guerra contro il regno musulmano di Cordova, aveva contratto matrimonio con Francisca de Portocarrero, sorella di Pedro, signore di Moguer y Villanueva del Fresno. Il matrimonio gli aveva spalancato l’accesso alla nobiltà locale, tanto che il sovrano castigliano, dopo il suo trasferimento definitivo in Spagna, gli aveva concesso in feudo Palma del Rio come premio della sua fedeltà e dei servizi resi, oltre a vari altri benefici ed entrature (titolo poi ereditato dai figli, designati successivamente come conti di Palma). Il secondo, banchiere, collettore e nunzio apostolico, a fine XV secolo si era stabilito a Siviglia, dove si era congiunto in matrimonio con María de la Torre, rampolla di una famiglia eminente dell’aristocrazia locale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Anche nel suo caso, il prestigio procuratogli dal coniugio aveva funto da trampolino di lancio, facendone non solo uno dei membri più potenti e autorevoli della locale comunità genovese, ma anche schiudendogli le porte del patriziato urbano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-030">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In termini di frequenza e di quote percentuali, tuttavia, era una stretta minoranza – connotata anche socialmente, in quanto includeva per lo più le fasce medio-basse della mercatura – quella che decideva di trasferirsi in maniera stanziale in terra di migrazione e si serviva del matrimonio come strumento di </hi><hi rend="CharOverride-1">radicamento e assimilazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-029">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Più spesso, invece, l’istituto coniugale rappresentava un canale di mobilità sociale e di affermazione economica, all’interno di traiettorie migratorie che non sempre e non necessariamente si concludevano con il trasferimento definitivo all’estero. In tal senso le strategie matrimoniali adottate nella seconda metà del XV secolo a Roma della potente casata fiorentina dei Medici sembrano del tutto esemplificative: nel loro caso, il matrimonio era stato strumentale a tessere quella fitta rete di amicizie e legami clientelari che avrebbe permesso alla famiglia di penetrare nelle maglie dell’apparato finanziario della Camera Apostolica e </hi><hi rend="CharOverride-1">trarre i maggiori benefici possibili per l’attività dell’azienda, allora in grande espansione. Il primo, fondamentale, passo per inserirsi negli ambienti nobiliari e curiali della città eterna fu il matrimonio contratto nel 1469 da Lorenzo con Clarice Orsini. A suggellare i rapporti con la nobiltà locale furono poi le nozze celebrate nel 1487 tra Pietro, figlio primogenito di Lorenzo, e Alfonsina Orsini, e, l’anno successivo, quelle tra Maddalena, altra figlia di Lorenzo, con Franceschetto Cibo, figlio illegittimo di papa Innocenzo VIII</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-028">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, la formazione di una famiglia nel luogo di elezione aveva anche evidenti intenti stabilizzanti; serviva per scampare ai malesseri e allo smarrimento provocati dall’isolamento in terra straniera e a consolidare, anche sotto l’aspetto affettivo ed emozionale, i processi insediativi del mercante, temporanei o definitivi che fossero. Il matrimonio – ma talora</hi><hi rend="CharOverride-1"> un suo surrogato – rappresentavano in quel caso l’antidoto più efficace contro l’estraniamento, stante la sua capacità di infondere allo straniero conforto e sicurezza. Forse per tale motivo Jacopo di Leonardo Strozzi, una volta lasciata Firenze per seguire gli affari di famiglia all’estero, aveva formato famiglie naturali e illegittime in ogni luogo dove l’aveva condotto la sua arte: dapprima a Barcellona, dove aveva stretto un rapporto concubinario con una sua schiava, da cui era nata una figlia; poi a Bruges, dove pure aveva formato una famiglia naturale con una donna del luogo, Cholina di Malines di Brabante, da cui aveva avuto un figlio bastardo. Solo nel 1446 Jacopo, allora residente ad Avignone, si era unito legalmente in matrimonio con una conterranea, Lucrezia di Donato Cavalcanti; da allora, ella non aveva mai mancato di condividere con il marito l’esperienza della migrazione e della residenza prolungata in terra straniera, prima ad Avignone e poi a Bruges</hi><hi rend="CharOverride-1">, assicurandogli quei sostegni e protezioni che solo una famiglia regolare poteva pienamente consentire. Ma pure il lucchese Nicolao ser Paoli, prima di stringere matrimonio legittimo a Bruges con Lijsbetten van Malsen agli inizi del XV secolo, da cui ebbe diversi figli, aveva intrattenuto in città un rapporto para-matrimoniale con Kathelijnen di Jans van Looden; legame che, peraltro, aveva poi regolarizzato dopo la morte attorno al 1424 della prima moglie, quando aveva pure legittimato i due figli nati in precedenza da quella unione informale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-027">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. Matrimonio e integrazione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La lunga stagione di studi dedicati all’emigrazione commerciale e finanziaria in Europa e nel Mediterraneo ha dunque per lo più analizzato il matrimonio come strumento di radicamento o di promozione sociale all’interno di singole parabole migratorie e di specifiche biografie, ma mai come questione del tutto autonoma e separata. Solo di recente esso ha assunto una centralità nuova e una maggiore dignità storiografica, in concomitanza con l’attenzione riservata da alcuni studiosi agli aspetti più marcatamente antropologici, culturali e religiosi dei </hi><hi rend="CharOverride-1">movimenti migratori e a certi bacini di attrazione più spiccatamente multietnici e multireligiosi, quali furono per esempio Venezia o Roma, su cui nello specifico vorrei ora soffermarmi. In ambedue i casi siamo di fronte a realtà inclusive, contrassegnate da una forte immigrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">: in entrambe le città, lo studio delle unioni matrimoniali (ma anche para-matrimoniali) ha permesso di analizzare in profondità i processi di amalgama tra persone di diversa provenienza, lingua, cultura e religione e le dinamiche di incorporazione sociale (o, talora, di esclusione), mettendo sempre più a fuoco la funzionalità assunta dall’istituto come fattore di integrazione e radicamento dei nuovi arrivati nelle società ospiti. Il matrimonio si è infatti </hi><hi rend="CharOverride-1">rivelato – come da tempo suggerito dalle scienze sociali – un elemento essenziale di analisi e misurazione dei livelli di assimilazione raggiunti, sia nella sua dimensione endogamica, tendente a riprodurre in terra straniera il medesimo ambiente culturale di riferimento, sia in quella esogamica, più incline, attraverso le unioni miste, al dialogo, alla contaminazione, alla perdita dei vecchi riferimenti sociali e identitari e all’acquisizione di prospettive nuove e originali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-026">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A rendere possibile questa nuova stagione di studi è stato l’utilizzo sistematico di una fonte dapprima poco o punto esplorata, vale a dire l’ampia gamma dei processi matrimoniali: scritture solo da qualche tempo oggetto di attenzioni e fruizione da parte degli studiosi, che ne hanno colto le potenzialità anche per tematiche quali i movimenti migratori e la mobilità geografica e sociale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-025">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È bastato scostare lo sguardo dalle fonti più tradizionali per la storia delle migrazioni e posarlo su scritture solo in parte utilizzate per vedere immediatamente affiorare frammenti di umanità e squarci di vissuto del tutto funzionali allo studio dei processi di incorporazione dei migranti in città e delle strutture di convivenza e inclusione/esclusione. Sono così emersi i </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> migratori, le dinamiche di assistenza e sostegno e tutti quegli interstizi – vicinia, parrocchia, ambienti di lavoro, scuole e confraternite nazionali – dove il confronto era abituale, la frequentazione assidua, l’interscambio culturale (e religioso) quasi inevitabile e le reciproche contaminazioni all’ordine del giorno; dove, insomma, in presenza di confini incerti e porosi, era più facile entrare in contatto con il mondo altrui, attraversare le barriere, guardare oltre i propri riferimenti identitari e, nel caso, combinare le civiltà. La fonte permette infatti, pur con le dovute prudenze, di entrare nell’intimità e nella quotidianità delle relazioni sociali e capire come singoli e gruppi stranieri interagivano tra loro e con il gruppo maggioritario, come negoziavano i termini della loro coesistenza in città, come reagivano alle pressioni e ai conflitti e quanto erano disponibili ai cambiamenti, agli adattamenti e agli scambi reciproci</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-024">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si prenda, per </hi><hi rend="CharOverride-1">esempio, il caso di Venezia, una delle città più popolose del tardo medioevo italiano, con una popolazione di 100-120.000 abitanti, di cui circa un terzo di origine straniera, e comunità consistenti, e per gran parte giuridicamente riconosciute, di dalmati e slavi, tedeschi, albanesi, greci, armeni, ebrei e turchi musulmani. A fine Quattrocento, le stime sinora tentate hanno quantificato in almeno 4.000 i tedeschi e gli albanesi stabilmente residenti a Venezia; in circa 5.000 i greci; in ben più di 5.000 gli slavo-dalmati. A essi vanno aggiunti i mille e oltre ebrei censiti a inizio Cinquecento e le migliaia di immigrati dalla vicina Terraferma o da altre parti della penisola italiana, in specie lombardi, fiorentini e lucchesi (senza dire del numerosissimo contingente di schiavi e domestici a servizio nelle case veneziane), per un totale probabilmente superiore alle 40.000 unità. Ebbene, in questa città così profondamente segnata dalle migrazioni, il matrimonio aveva inevitabilmente rappresentato uno dei meccanismi principali di inserimento e integrazione della moltitudine di stranieri che ogni anno si riversava in laguna. La città aveva bisogno di forestieri; da sempre aveva investito sull’immigrazione, sia per colmare i vuoti demografici, endemici in antico regime, che per ricostituire o razionalizzare la propria forza lavoro. In tale contesto, </hi><hi rend="CharOverride-1">il matrimonio – e a maggior ragione i matrimoni misti – si era ben presto rivelato una risorsa da capitalizzare al meglio, da entrambe le parti, in quanto rappresentava per gli immigrati una garanzia di inserimento e di stabilità, per il gruppo maggioritario una premessa di ordine e di pacifica coesistenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-023">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non a caso, la città non solo non aveva mai interdetto i matrimoni misti, ma li aveva anzi favoriti, individuando nel coniugio con una veneziana una via di accesso alla cittadinanza veneta. Nel 1407, infatti, il Maggior consiglio aveva incluso il matrimonio con una cittadina residente tra le condizioni per ottenere il titolo, concedendo da subito il privilegio </hi><hi rend="italic">de intus</hi><hi rend="CharOverride-1"> agli immigrati che avessero preso in moglie «aliquam venetam habitatricem Venetiarum ipso facto </hi><hi rend="CharOverride-1">Venetiis cum sua familia habitando»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-022">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Detto questo, non sorprende l’evidenza di un dato numerico che appare immediatamente significativo: il 28% delle cause matrimoniali dibattute dal locale tribunale ecclesiastico, nel periodo che va dal 1385 al 1563 – 672 cause su 2.388 –, riguarda matrimoni tra o con stranieri (esclusi, peraltro, gli italofoni, non considerati nell’indagine), con medie quasi sempre superiori al 30% e punte sino al 47% nel Quattrocento, il periodo maggiormente interessato dall’immigrazione dall’area tedesca e dalla penisola balcanica. Poco importa che il dato, trattandosi di fonti processuali matrimoniali, sia riferito a matrimoni falliti, trasgressivi o informali, come spesso quelli raccontati nei processi; conta piuttosto che quelle stesse cifre </hi><hi rend="CharOverride-1">danno immediatamente conto del livello di interazione degli immigrati con la società ospite e del loro grado di confidenza con uno dei maggiori organi deputati al disciplinamento degli istituti del vivere civile e della convivenza, quale il tribunale vescovile e poi patriarcale della città lagunare. Anzi, il dato appare ancora più significativo in quanto, piuttosto che il matrimonio pubblico e codificato, era stata la vasta gamma delle unioni informali, private, verosimili e fattuali, quelle descritte nei processi, a sostenere (e favorire) le dinamiche di integrazione dei migranti nel tessuto sociale cittadino. In una città contrassegnata da una forte mobilità, gli istituti del vivere associato e del matrimonio formalizzato si erano rivelati irrimediabilmente angusti; inadeguati a contenere una realtà ben più articolata, fatta invece di spontaneismo, di unioni di fatto e para-coniugali, di matrimoni plurimi, reiterati e paralleli. In tale contesto, il matrimonio e i suoi diversi surrogati, in ragione proprio della loro leggerezza e fluidità, avevano sostenuto e facilitato i processi di inserimento e aggregazione dei nuovi venuti in città, creando i legami di base, le reti e le solidarietà di cui gli stessi avevano bisogno una volta giunti in laguna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fatta salva la regola fondamentale per la formazione e il funzionamento di ogni (buon) matrimonio, quella dell’omogamia o congruità – ossia l’unione socialmente coerente tra persone dello stesso </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di pari grado quanto a censo, sostanze e reti di relazione –, per il resto l’istituto coniugale era stato quanto di più aperto e flessibile si potesse immaginare. La diffusa mobilità aveva finito per influire profondamente sul matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1"> veneziano, alleggerendolo delle sovrastrutture formali – prescritte dai poteri di fatto e dalle istituzioni pubbliche – ritenute poco funzionali ai meccanismi della vita associata e alle necessità di un ambiente fortemente condizionato dall’immigrazione e dal movimento. Per questo, in alternativa al matrimonio, era stato del tutto naturale ricorrere a istituti analoghi di formazione della coppia che, seppure non del tutto codificati e legittimi, mantenevano inalterate capacità di esercizio delle funzioni attribuite al coniugio, come le convivenze, o le unioni di fatto, o i rapporti para-coniugali o concubinari. Lì dove la mobilità era più accentuata, le solidarietà parentali e comunitarie più deboli e la pressione sociale più rarefatta, l’accoppiamento spontaneo e informale si era così diffuso maggiormente, alimentato certo dal movimento e dalla precarietà dei rapporti, ma anche dalla funzionalità di istituti leggeri e flessibili e in quanto tali più adatti a sostenere i processi di ricezione dei nuovi arrivati in città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-021">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Formali o meno che fossero, il matrimonio e la famiglia erano i perni attorno a cui ruotava l’intera società cittadina e l’asse da cui si irradiavano le reti di relazione e i diversi altri legami sociali indispensabili per l’inserimento in laguna e l’integrazione nel gruppo maggioritario. Il matrimonio, sia endogamico che esogamico, era il mezzo più diretto a disposizione dell’immigrato per uscire dall’isolamento e dall’anonimato e accedere al sistema di protezioni e sostegni originati dalla famiglia e ad essa facenti capo, quali le reti parentali, di amicizia, i legami nazionali e quelli professionali. La solidarietà coniugale forniva i supporti di base, sia sociali che emotivi, indispensabili nei processi di stanziamento in città e di adattamento ai suoi meccanismi associativi, garantendo risorse, agganci e sicurezze nelle difficili fasi di aggregazione all’ambiente cittadino. Non a caso, come detto, molte delle esperienze migratorie avevano come loro esito naturale, una volta in laguna, un matrimonio. Per quasi tutti i migranti, giovani o meno, l’obiettivo era, infatti, quello di formarsi una famiglia, per dare stabilità e continuità ai loro progetti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-020">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inutile poi dire dell’importanza dei matrimoni misti, sia interetnici che interconfessionali, per le relazioni sociali e per le politiche di integrazione e coesistenza degli immigrati in città. Un matrimonio misto accorciava le distanze tra le persone</hi><hi rend="CharOverride-1">, proiettando le une negli spazi delle altre, con il risultato di facilitare la comunicazione e favorire le intersecazioni e le tangenze, pur con tutti i rischi connessi a ogni relazione capace di attraversare i confini e destrutturare (almeno in parte) l’universo altrui. Niente, all’apparenza, di più incongruo di una coppia mista: due tradizioni, culture, lingue, spesso confessioni diverse costrette sotto lo stesso tetto, con tutti i problemi di armonia e comprensione derivanti dalla disomogeneità culturale e/o religiosa degli sposi. Niente (forse) di più pericoloso, vista l’attenzione dedicata dai poteri pubblici a legami che travalicavano inevitabilmente la dimensione privata e personale, con forti ripercussioni a livello pubblico e comunitario, non fosse altro per tutte le questioni legate all’identità, alle conversioni (in caso di matrimoni interconfessionali) o all’educazione dei figli. Ma allo stesso tempo, niente di più normale delle unioni miste, almeno in una città multietnica e cosmopolita come Venezia, contrassegnata dal movimento e dalla promiscuità: dove le ragioni dell’economia e della coesione sociale andavano ben oltre le differenze di lingua, cultura e confessione; e dove i matrimoni misti erano all’ordine del giorno, così come indirettamente testimoniato dall’alto numero di processi di tale natura conservati tra le carte del tribunale ecclesiastico veneziano, ben 499 sui 672 processi aventi per protagonisti stranieri di cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si è detto più sopra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-019">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quando un immigrato, o un figlio di immigrati, decideva di sposarsi si attivavano all’istante le reti sociali di mediazione e sostegno. La scelta del partner era un affare che coinvolgeva appieno famiglie, parenti, amici e conoscenti; a loro spettava fornire aiuto e assistenza nelle delicate fasi di formazione della coppia, facendo circolare le informazioni, individuando i pretendenti, facilitando gli incontri e favorendo la contrattazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-018">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel caso degli immigrati, ovviamente, ciò che spesso mancava era proprio il supporto dei </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> parentali, del tutto assenti o ancora deboli a seconda che si trattasse di immigrazione recente o di più lunga data. A causa della forte mobilità, della giovane età dei migranti e dell’elevata mortalità, gran parte dei forestieri stanziati in laguna poteva contare su una rete parentale molto esile, se non del tutto impalpabile o assente, con la conseguenza che la scelta nuziale era spesso interamente svincolata dal controllo delle famiglie. A tale assenza, tuttavia, sopperivano, con funzioni compensative, di indirizzo e di controllo, le strutture aggregative di base, quali il gruppo nazionale, la confraternita, la vicinia, le reti di amicizia e di patronato. Tanto più i legami con la famiglia di origine e i parenti più prossimi erano sfumati e labili, tanto più vivaci e coinvolgenti si facevano quelli con le strutture extra-parentali, sia su base etnica che residenziale. In tal senso il matrimonio non faceva altro che mettere in moto gli stessi organismi che tanta parte avevano nei meccanismi di accoglienza e integrazione dei migranti in città, sancendo, attraverso una ragnatela spessa di solidarietà, appoggi e protezioni, la loro definitiva inclusione nell’ambiente lagunare e nelle sue strutture economiche e associative. Dove non c’era la famiglia, infatti, erano i conterranei, gli amici o i vicini a esercitare le necessarie funzioni di controllo e mediazione sulle coppie in formazione (e in particolare sulle giovani da marito e sulle vedove) o di ricomposizione di quelle in crisi, in una stretta interazione tra gruppi e operatori, che non si escludevano reciprocamente, ma si combinavano l’un l’altro. Essi erano naturalmente coinvolti – per ragioni di contiguità residenziale o di appartenenza etnica – nella vita della coppia, dall’avvio delle trattative preliminari, alla scelta del partner, al conforto spirituale e materiale della nuova famiglia, specie nei momenti di crisi. Tali forme di sostegno e compensazione erano indispensabili per garantire la congruità e la stabilità della coppia, a livello sia economico che sociale, nel contempo favorendo la piena integrazione della stessa nel tessuto sociale e produttivo della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-017">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Soprattutto le </hi><hi rend="italic">enclave</hi><hi rend="italic">s</hi><hi rend="CharOverride-1"> etniche rappresentavano per i migranti un punto di riferimento essenziale, svolgendo una funzione non solo di intermediazione matrimoniale, ma anche di controllo, regolazione e assistenza delle nuove famiglie. La </hi><hi rend="italic">natio</hi><hi rend="CharOverride-1">, la confraternita e i conterranei costituivano nel complesso una comunità solidale, capace di garantire, con la loro fitta rete di relazioni, le informazioni, il sostegno e i contatti necessari nelle fasi formative del matrimonio, specie in assenza di riferimenti altrimenti fondamentali come appunto le famiglie di origine e i </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> parentali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-016">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava di catene di intercessione e protezione spesso consolidatesi nel tempo, sulla base della comune origine; ogni nuova ondata migratoria aggiungeva un anello, formando una rete nella rete (quella della </hi><hi rend="italic">natio </hi><hi rend="CharOverride-1">di appartenenza) pronta a entrare in azione ogniqualvolta un proprio membro necessitasse del suo intervento. Qualche rara volta riusciamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> a coglierne la formazione e i meccanismi di mediazione. Maria, per esempio, era nata a Pastrovichi, nella regione della Zeta (oggi Montenegro) nel 1487 circa. Ancora bambina, alla fine del secolo, si era trasferita a Venezia assieme ai genitori, in fuga dalla loro patria «per le guerre che erano a quel tempo»; da allora era «sempre … statta in questa terra», in rapporto di stretta relazione con i suoi conterranei, assieme ai quali aveva formato una </hi><hi rend="italic">enclave</hi><hi rend="CharOverride-1"> – molto connotata dal punto di vista linguistico e della provenienza – volta a favorire l’approdo e l’inserimento dei nuovi venuti in città. Agli inizi del Cinquecento alla piccola comunità si era aggiunto Giorgio del fu Novello</hi><hi rend="italic">, squerarolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (costruttore di gondole), sempre originario di Pastrovichi. Di lì a qualche anno, probabilmente nel 1517, si era aggregato un nuovo membro, Margherita, «schiavona» di Pastrovichi, poi sposatasi con Francesco, marinaio, di San Pietro di Castello. Un decennio più tardi il gruppo aveva accolto le sorelle Maria e Lucia, massaie nella casa di pre’ Alvise, tutti e tre provenienti dalla Zeta. L’ultima arrivata, Maria, giovane «bona et grande», aveva dunque trovato in città una rete di conterranei già da tempo inserita nel nuovo contesto cittadino, accomunata dalla lingua e dai comuni riferimenti identitari, che ne aveva favorito l’inclusione, in un ambiente protetto e rassicurante. Ogniqualvolta le era stato consentito, aveva di buon grado frequentato le più anziane del gruppo, con le quali «</hi><hi rend="CharOverride-1">raggionava uno pezzo e poi andava a far li fatti suoi». Quando era venuto il tempo di maritarsi, era stato a loro che aveva chiesto di intercedere presso il suo datore di lavoro e zio, che ne deteneva la patria potestà; era stata in particolare Margherita a presentarsi a casa del sacerdote per informarlo che aveva per le mani un giovane disposto a prendere Maria in moglie, «se la voleva maridar»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-015">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La macchina dell’assistenza matrimoniale era pronta a mettersi in moto, secondo meccanismi simili e ben collaudati, tutte le volte che un giovane o un vedovo avesse manifestato l’intenzione di accasarsi (o fosse stato ritenuto idoneo a farlo). Giorgio Boni da Ragusa, nel 1462 aveva fatto da mediatore – o sensale, o </hi><hi rend="italic">golo</hi><hi rend="CharOverride-1">, o </hi><hi rend="italic">piedo </hi><hi rend="CharOverride-1">– al matrimonio tra Allegretto da Sebenico e Maria Sanador, sua conterranea; era stato lui a introdurre Allegretto nella casa della sposa facendole sapere, senza troppi giri di parole, che lui «velle facere cum ea nuptias». Qualche anno più tardi, nel 1478, era stata Margherita da Sebenico a intercedere presso Anna del fu Demetrio marangone</hi><hi rend="CharOverride-1">, vedova, per combinare il matrimonio con Vito del fu Marco da Zara, sarto. Su preghiera dello stesso Vito aveva trattato con la vedova «quod dicta Anna acciperet dictum magistrum Vitum in maritum suum». La mediazione era stata così efficace che Vito, pienamente soddisfatto degli accordi raggiunti, «deliberavit immediate dare ei manum et ire ad standum cum</hi><hi rend="CharOverride-1"> ea». In un caso più tardo, il ruolo del mediatore era stato sostenuto, con la stessa efficacia, da Giovanni greco, di Santa Ternita. Questi, nel 1536, si era fatto carico del desiderio di Dimitri del fu Cristoforo dal Parco, originario di Costantinopoli, che più volte gli aveva manifestato l’intenzione di maritare la figlia Benedetta: se solo avesse trovato un giovane «da ben … volentiera el ge daria». Sparsa la voce e raccolte le necessarie informazioni, Giovanni non aveva tardato a trovare il partito giusto per la ragazza: un greco, anch’egli di nome Giovanni, originario da Atene, «el qual pareva molto al proposito». Il prospetto era ottimo, sotto tutti i punti di vista; si trattava solo di far incontrare le parti e metterle d’accordo sulla dote. Le trattative si erano svolte a casa del padre della sposa, presente il sensale; l’intesa era stata trovata quasi subito, sulla base di 80 ducati, parte in denaro parte in beni mobili; di lì a poco, anche il matrimonio era stato celebrato. Insomma, i conterranei erano stati, sotto varie vesti, gli ineludibili tramiti di molte vicende matrimoniali aventi per protagonisti gli stranieri di Venezia. Le reti etniche avevano svolto in tal senso una preziosa funzione di mediazione, nonché di controllo e disciplinamento, del matrimonio degli immigrati, funzionando da spazio solidale e partecipato di assistenza, intercessione e legittimazione (o disconoscimento) delle coppie in via di formazione. Va da sé che tali funzioni avevano finito per favorire non solo la creazione di nuove famiglie, ma più in generale i processi di stabilizzazione dei forestieri, rappresentando il matrimonio, come più spesso ripetuto, uno dei fattori più efficaci di radicamento degli stessi in città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-014">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo stesso ruolo svolto dalle reti nazionali nella costruzione di legami sociali e matrimoniali – e di conseguenza nelle dinamiche di inserimento urbano – era stato esercitato pure dalla vicinia (altro elemento aggregativo fondamentale della società lagunare, su base non più etnica, ma residenziale). La vicinia era il luogo dell’interazione quotidiana e insistita tra migranti e nativi, dove la vicinanza fisica e la condivisione dell’ordinario (e della contingenza) condizionavano a tal punto la natura e la qualità delle relazioni sociali da agevolare, e nei fatti legittimare, l’inclusione dello straniero nelle strutture cittadine. Tra vicini, le origini e la stessa lingua perdevano immediatamente di peso specifico, sormontate da elementi più coesivi e funzionali alla costruzione di una comunità di base, quali la disponibilità a lasciarsi coinvolgere, la mutualità reciproca e solidale e la condivisione di spazi, strutture, servizi e riti comuni. La prossimità residenziale creava legami, incontri e occasioni di socializzazione (ovviamente, con diverse eccezioni); dalla densità di relazioni si generavano solidarietà e partecipazione, ma spesso anche vincoli affettivi e coniugali, mediati e controllati dallo stesso vicinato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-013">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per esempio, le fasi introduttive del matrimonio tra Enrico Bruno, tedesco e Angela di Martino, si erano svolte nel 1470, in maniera del tutto informale, su mediazione dei vicini. Nell’occasione, una certa Margherita di San Paternian aveva interceduto presso Antonio Vignati, cui non dispiaceva combinare matrimoni, chiedendogli se avesse un buon partito anche per Enrico, che desiderava pigliare moglie: «si tu podesse trovar moier qui a misser Rigo». Antonio aveva accettato di buon grado l’incarico e aveva voluto sapere «di che condition» la volesse. Enrico non aveva posto condizioni particolari, se non la garanzia che fosse una donna dabbene e di buona reputazione: «e toria de ogni condition, purché la fosse bona, honesta et vertuosa</hi><hi rend="CharOverride-1">». Antonio le aveva allora proposto la figlia di Martino, Angela, descrivendone la «condicio optima dicte iuvenis et eius facultas». In modo altrettanto sbrigativo si era sviluppata la trattativa che aveva portato qualche anno prima, nel 1439, al matrimonio tra Maria albanese e Pietro da Trento. Si era trattato di una contrattazione di strada, spiccia e colorita come solo sapevano essere quelle tra vicini stretti. Un giorno, mentre passava davanti alla sua casa, Pietro aveva incrociato Caterina Basadonna; senza tanti preamboli, le aveva chiesto di trovarle una compagna: «ei madonna, càttame qualche fanta per mi». Lei aveva reagito stizzita, giudicandola una richiesta poco seria: «brutto matto, me vorestu mai far messeta</hi><hi rend="CharOverride-1">». Lui l’aveva rassicurata sulle sue buone intenzioni: «io non dico così, io dico per mia muier». Confortata dalla risposta, Caterina si era impegnata a trovargli al più presto la donna giusta: «io te ne catterò una, tornarà doman de qua», avendo già in mente una «mamola», da tempo a suo servizio, di nome appunto Maria. L’indomani, Pietro non solo aveva accettato la proposta, ma l’aveva immediatamente formalizzata, con un matrimonio celebrato all’istante mediante scambio dei consensi e toccamano. Decisamente più formali, invece, erano state le fasi preparatorie al matrimonio tra il greco Giovanni del fu Arsenio da Corfù e Mattea del fu Antonio Zambono, svoltesi nel 1505. Una vicina, Elena schiavona, aveva fatto da mediatrice, proponendo a Giovanni il coniugio con Mattea; la stessa aveva favorito l’incontro tra le parti, che avevano successivamente ratificato l’accordo e steso il contratto dotale, sulla base di un assegno pari a 100 ducati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-012">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il matrimonio, insomma, qualunque ne fosse la natura, si inseriva a Venezia in un quadro regolato dalle reti sociali e dagli istituti di disciplinamento della vita associata. Era uno spazio dinamico e flessibile, dominato dalle interazioni orizzontali e partecipate: un sistema di scambi, mutualità e sinergie circolare e paritetico, del tutto funzionale sia alla formazione della coppia che ai processi di aggregazione e radicamento degli immigrati in città.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma lo stesso potrebbe dirsi, pari pari, per un’altra grande città inclusiva del basso medioevo italiano, vale a dire Roma: uno dei maggiori poli migratori della penisola, in particolare a partire dal XV secolo, quando la città aveva conosciuto un consistente incremento demografico, sino a toccare i 60.000 abitanti agli inizi del Cinquecento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-011">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre, in quanto sede della curia pontificia e meta primaria dei pellegrinaggi cristiani, la città eterna era diventata ben presto un luogo ad alta frequentazione di stranieri, specie durante gli anni giubilari, in cui si riversavano in città decine di migliaia di fedeli in visita alle basiliche locali per lucrare l’indulgenza plenaria. Ciò aveva favorito l’insediamento di numerosi gruppi forestieri, progressivamente organizzati in comunità strutturate, con una propria configurazione giuridica e identitaria, in grado di erogare specifici servizi di accoglienza e assistenza ai propri conterranei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-010">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ebbene, sulla base di una fonte rivelatasi molto utile per le studio delle migrazioni, vale a dire i processetti matrimoniali istruiti in curia o nelle parrocchie per garantire la legittimità del matrimonio, soprattutto nei confronti di quella larga parte di popolazione mobile di cui era difficile conoscere la provenienza e i percorsi migratori, si è potuto appurare, seppure per un periodo appena </hi><hi rend="CharOverride-1">più tardo rispetto a quello che qui interessa, la funzione determinante esercitata dai </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociali, anche quelli meno strutturati, nella formazione dei matrimoni tra e con stranieri, e la loro strumentalità nel favorire le dinamiche insediative e di integrazione dei migranti in città. Anche per Roma, così come già evidenziato per Venezia, le reti etniche e la comune provenienza avevano rappresentato il canale privilegiato di inurbamento degli stranieri in città: nel 35% dei casi verificati, il matrimonio era stato favorito dalla comunità nazionale e dalle sue strutture di assistenza e aggregazione – chiese, confraternite, ospedali –, specialmente riguardo ai migranti di prima generazione, per i quali la </hi><hi rend="italic">natio </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva costituito una risorsa fondamentale per inserirsi nell’ambiente cittadino e mettere radici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le reti nazionali fornivano, infatti, ai nuovi arrivati informazioni e contatti, mettendo loro a disposizione quelle risorse cognitive indispensabili non solo per insediarsi in città, ma anche per orientarsi nel suo mercato matrimoniale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-009">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, la </hi><hi rend="italic">natio </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva condiviso la funzione di sostegno e coordinamento dei processi formativi del matrimonio con diverse altre strutture aggregative di base, in primis i </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativi e la vicinia. In particolare, il peso della comunità nazionale diminuiva sostanzialmente quanto più gli stranieri erano </hi><hi rend="CharOverride-1">da lungo tempo residenti in città o per i migranti di seconda generazione, per i quali le risorse accessibili si facevano più articolate e complesse, potendo contare, molto più dei nuovi arrivati, sul sistema del vicinato, sulla vischiosità dei legami professionali e di amicizia e sulle pervasività delle reti clientelari e di patronato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-008">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche laddove si sono rilevati tassi molto alti di endogamia, come nel caso dei corsi, tanto da prefigurare una comunità chiusa al suo interno e per molti versi marginalizzata, erano state comunque le reti sociali di base, e in particolare la </hi><hi rend="italic">natio</hi><hi rend="CharOverride-1">, il lavoro e la vicinia, a condizionarne le politiche matrimoniali e a favorirne i processi – per quanto nel loro caso imperfetti e vulnerabili – di stabilizzazione e radicamento in città (soprattutto nel quartiere di Trastevere e nel rione di Ripa, dove costituivano un polo di attrazione per i connazionali, segnatamente per le ondate migratorie che si erano fatte via via più frequenti dalla fine del XV secolo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-007">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>4. </hi><hi>Surrogati matrimoniali e reti di protezione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il matrimonio, dunque, rappresentava per gli stranieri una istituzione forte, condizionante e assorbente, non fosse altro per la sua capacità di creare relazioni e di integrare i nuovi soggetti nella comunità di accoglienza. In quanto strumento di dialogo e interazione, tuttavia, esso aveva finito per acquisire una certa versatilità: alla norma codificata si erano mescolate diverse altre soluzioni pratiche, talora anche spurie e corrotte; tali surrogati avevano, come detto, funzionato quanto e come l’istituto originale, una volta rispettati certi requisiti minimi di verosimiglianza e legittimità. La storiografia più recente, infatti, ha evidenziato l’efficacia e la vivacità delle unioni informali, anomale e irregolari e la loro frequenza tra gli stranieri. Inoltre, ha rilevato la diffusione e la funzionalità dei surrogati matrimoniali (o quasi-matrimoni), altrettanto capaci delle unioni legittime di agevolare agli immigrati la strada dell’inserimento nel tessuto socio-produttivo urbano. Spesso, anzi, in città ‘aperte’ come Venezia e Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">, su cui vorrei di nuovo soffermarmi, le relazioni alternative – le convivenze, i rapporti </hi><hi rend="italic">more uxorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, le unioni di fatto – avevano goduto di una certa preferenza da parte dei forestieri; non tanto per una forma di disprezzo o di critica del matrimonio formale, ma più semplicemente per ragioni di convenienza e necessità legate agli oneri – sia sociali che economici – di un legame pubblico e convenzionale. In situazioni di precarietà e bisogno, come quelle indotte dall’immigrazione, laddove i rapporti sociali erano più labili e il controllo più rarefatto, poteva tornare comodo, per affrontare al meglio l’emergenza e le difficoltà di inserimento, ricorrere a soluzioni provvisorie e temporanee, come una convivenza, in grado di garantire gli stessi legami e solidarietà di un matrimonio ma senza i costi e le responsabilità di una unione codificata. Si conviveva perché non c’era modo di regolarizzare diversamente il rapporto e renderlo legale: per la mancanza di una dote; perché l’unione era socialmente incoerente; perché il convivente era già sposato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-006">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Agnese teutonica, per esempio, era immigrata a Venezia a metà del Quattrocento. Appena giunta in laguna aveva trovato dimora provvisoria nella casa di un conterraneo, Nicolò </hi><hi rend="italic">stringario</hi><hi rend="CharOverride-1">, fiammingo, nella contrada di San Marco. L’inserimento in città non era stato dei più facili; aveva bisogno del sostegno e delle solidarietà di un compagno per affrontare con maggior serenità (e margini di successo) gli affanni dell’integrazione. Per questo aveva convissuto per qualche mese con un altro suo compatriota, Pietro di Zoto, teutonico, mercante al fondaco dei Tedeschi, con cui aveva condiviso il letto ma anche la tormentata esperienza del radicamento in un ambiente nuovo e per molti versi estraneo (e respingente). Una volta presa confidenza con la città, per dare stabilità ai suoi progetti di giovane immigrata, aveva accettato le proposte coniugali di Armanno, orefice, pure lui teutonico, con cui aveva iniziato una relazione legittima e formale. Ma pure Margherita del fu Giovanni de Dulcinis da Milano si era legata a Roma, nel 1489, con Angelo del fu Andrea de Clericis da Parma con un contratto di convivenza, stipulato davanti a un notaio, in cui le parti avevano dichiarato di voler semplicemente «simul vivere et </hi><hi rend="CharOverride-1">habitare et stare». Peraltro, come l’inizio di una convivenza, anche la sua fine era talora regolarizzata dalla scrittura di un notaio (anche se, molto più spesso, le relazioni informali si formavano privatamente e nel più totale anonimato); come era avvenuto sempre a Roma nel 1497, quando Giacomo, un mugnaio, e Maria Pamisciana, che per diverso tempo aveva convissuto con lui «amicabiliter», avevano deciso di comune accordo di separarsi, volendo «unusquisque facere facta sua»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-005">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tali convivenze, del tutto strumentali all’inserimento degli immigrati in città o alternative, per ragioni di costi, alle unioni codificate, potevano durare anni prima di venire regolarizzate – magari dopo la nascita di una prole numerosa – e risolversi in un matrimonio (sempre che a un matrimonio legittimo ci si arrivasse davvero). Luca da Montona, immigrato a Venezia, aveva aspettato dodici anni e una gravidanza prima di legalizzare il suo rapporto con Bianca da Traù; per tutto quel tempo egli aveva tenuto la compagna «ad </hi><hi rend="CharOverride-1">suam petitionem», non avendo i mezzi né sentendo la necessità di pervenire ad un coniugio stabile e formale. Solo dopo diversi anni di convivenza Maria e Demetrio della Craina erano convolati a nozze, ossia quando la loro sistemazione nella città lagunare aveva trovato quei caratteri di stabilità e certezza che soli potevano giustificare un passo tanto impegnativo e costoso. Allo stesso modo l’aromatario romano Iacobo Coppola si era finalmente deciso nel luglio 1508 di prendere formalmente in moglie la compagna, donna Gentile da Imola, con una cerimonia pubblica e nel rispetto della più rigorosa liturgia canonica, solo dopo una lunga convivenza, desiderosi entrambi di recedere dal «peccato … et in eo ulterius non permanere»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La convivenza, dunque, aveva rappresentato un fenomeno assai diffuso nelle due città e, di fatto, un comportamento ampiamente tollerato, sia dalle gerarchie ecclesiastiche e di governo che dalla società civile. La sua dimensione funzionale e per molti versi surrogatoria del matrimonio le aveva garantito margini di indulgenza e impunità maggiori rispetto ad altri contegni para-</hi><hi rend="CharOverride-1">coniugali ritenuti invece scandalosi e nocivi per la società. La stessa chiesa aveva finito, spesso, per assimilare i legami di convivenza </hi><hi rend="italic">more uxorio </hi><hi rend="CharOverride-1">all’unione matrimoniale, sul presupposto che essi, in caso di rapporto libero e congruente sotto l’aspetto sociale, fossero la manifestazione esteriore di un consenso intimo e privato e dunque una presunzione di matrimonio. Analogamente, pure il diritto civile aveva ammesso che la convivenza tra due partner di pari ceto e condizione costituisse presunzione di matrimonio, a sua volta confermandone l’utilità sociale e l’efficacia quando basata su rapporti liberi e solidali. A ben vedere, infatti, erano la trasgressione e gli eccessi a offendere e incutere paura ai poteri costituiti, piuttosto che certi comportamenti alternativi e surrogatori, in qualche modo funzionali, per quanto sconvenienti e irregolari, al mantenimento dell’ordine e all’inclusione degli stranieri nella società ospite</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altrettanto frequenti delle convivenze erano state le relazioni concubinarie, pratiche accomunate entrambe da una marcata funzione suppletiva del matrimonio. Il concubinato, infatti, aveva rappresentato, anche per gli stranieri di Venezia e Roma, una sorta di matrimonio minore e parallelo, con tratti di riconosciuta legalità, per molti versi difficilmente distinguibile dalle unioni legittime; quasi una valvola di sfogo al sistema matrimoniale ufficiale, in grado di offrire delle alternative senza alterarne troppo la sostanza o eluderne lo spirito. Si trattava di unioni spesso non omogame, segnate da disparità di ceto e condizione tra i partner. Si formavano in risposta a situazioni di estrema precarietà e disagio, come quelle legate ai processi migratori, lì dove la formazione di una famiglia, anche se provvisoria o informale, era il mezzo più idoneo e immediato per affrontare l’emergenza e le difficoltà di inserimento in città. Si sviluppavano, inoltre, in contesti dove non sarebbe stato possibile legalizzare altrimenti il rapporto di affetto e solidarietà: per difetto della dote; per la disomogeneità sociale e culturale tra i partner; perché uno dei due era già sposato, magari prima ancora di giungere in laguna. Spesso si ripiegava sul concubinato dopo aver messo fine a un matrimonio legittimo attraverso una separazione di fatto; altrettanto spesso, ci si avvalevano quelle vedove bianche che, presumendo il decesso del coniuge da lungo tempo fuori città, decidevano di formarsi una nuova famiglia, anche se non del tutto legale. In tutti i diversi casi la pratica aveva rappresentato una alternativa, duttile e di sicuro affidamento, ad assetti negoziali più convenzionali, capace di non snaturarne la funzione, pur modificandone in parte i contenuti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto al matrimonio formale, infatti, il concubinato era un negozio più flessibile e leggero: come detto, non occorreva una dote; funzionava anche laddove tra i due partner esistevano evidenti differenze di censo; offriva un’alternativa a straniere indigenti che non avrebbero potuto sostenere i costi di una unione legittima. Nella consapevolezza di essere un soggetto debole nel mercato matrimoniale, in quanto povera e da poco immigrata, Isabetta da Sdrigna aveva accettato di buon grado di intrecciare, nel 1461, un rapporto concubinario con Giorgio del fu Valentino da Centis; lui si era fatto interamente carico della compagna, fornendole vitto, alloggio e vestiario, non avendo ella un posto dove vivere e di che sostentarsi. La relazione era stata anche formalizzata, con una scrittura pubblica redatta presso un notaio, dalla quale risultava, per ammissione di entrambi, che tra loro non vi era vincolo matrimoniale, «sed solum</hi><hi rend="CharOverride-1"> commertium et contubernium prohibitum ex forma sanctorum canonum». Solo dopo la nascita di un figlio, Isabetta non si era più accontentata della relazione privata, chiedendo al compagno di regolarizzare l’unione; ne aveva ottenuto un rifiuto netto e risentito, in quanto nel frattempo Giorgio aveva stretto una obbligazione legittima e socialmente congrua con Adriana di Elena. Spesso erano donne già sposate, ma per qualche motivo impossibilitate a fare affidamento sul marito – perché fuori città per lavoro, impegnato in guerra o in mare, o bandito per debiti con la giustizia o in carcere – a stabilire un rapporto concubinario al fine di ritrovare i sostegni e le solidarietà venuti nel frattempo a mancare: ciò che aveva fatto, nel 1522, Marietta da Scutari, legatasi a Pasqualino di Francesco della Volta, libraio, «pro sua femina, ut vulgo dicitur», in attesa della scarcerazione del marito, Marco, pittore, detenuto nelle carceri comunali con l’accusa pesante di omicidio. Talora si arrivava a inscenare un finto matrimonio per salvaguardare l’onore della concubina, offesa da relazioni che talvolta a malapena si distinguevano dal meretricio; come aveva fatto nel 1440 Enrico di Antonio da Lucca, pronto a simulare un contratto formale con Anna da Lubiana «ne vulgo appareat ipsam esse putanam vel eius feminam</hi><hi rend="CharOverride-1">». In qualche caso più fortunato le relazioni concubinarie potevano concludersi con un matrimonio legittimo, magari dopo anni di convivenza e più di qualche figlio messo al mondo. Raffaele dalla Spiazza, in procinto di lasciare nel 1451 la città per commercio, aveva promesso alla compagna, Margherita da Zara, una volta rientrato a Venezia – ma solo a patto che lei, in sua assenza, «bene ageret et vita onesta duceret» – di regolarizzare l’unione, visto che da molti anni Margherita viveva con lui, a sua «posta». Per costringere il compagno a formalizzare il rapporto, nel 1472 Agnese da Colonia aveva interrotto ogni relazione sessuale con Leonardo da Bruges; non aveva più intenzione di vivere nel peccato e, dopo anni di concubinato, credeva giunto il momento di rendere più stabile e definitiva la loro unione: «eius vitam in melius reformare et, ut decet veros christicolas, vivere nec amplius</hi><hi rend="CharOverride-1"> in hoc peccato persistere»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A dispetto della leggerezza e della duttilità del negozio, il concubinato aveva dunque rappresentato per gli stranieri una alternativa accessibile e sicura alle unioni codificate; una sorta di ‘quasi’ matrimonio, di pari efficacia e funzionalità, anche se meno formale e spesso provvisorio, talora assimilato al coniugio anche sotto l’aspetto della sintassi cerimoniale. Era sufficiente che i concubini conducessero una vita discreta, nel rispetto della società e delle sue regole, per non incappare nella condanna o nella censura delle reti sociali e dei poteri costituiti. Semmai il biasimo e la riprovazione scattavano di fronte a comportamenti disdicevoli e sregolati o a relazioni plurime e ripetute: quando un uomo teneva contemporaneamente moglie e concubina; quando la relazione sessuale era instabile e disordinata; quando il rapporto non era fondato sulla fedeltà reciproca e il legame diventava nebuloso e impalpabile. In quei casi erano le stesse reti sociali a deplorare il rapporto e a denunciarlo alle magistrature di competenza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dietro alla diffusione del fenomeno vi erano la tolleranza e l’indulgenza con cui il concubinato era guardato sia dalla chiesa che dalla società civile, per le quali esso rappresentava un’unione di dignità inferiore al matrimonio, ma ad esso assimilabile quanto a funzioni ed utilità sociale, mantenendone inalterati gli elementi essenziali (fedeltà, durata, mutualità, interazione con le reti sociali, regolazione delle passioni e della sessualità, disciplinamento). Per i laici esso era né più né meno che un matrimonio di fatto, a condizione che ne fossero rispettati i presupposti necessari, quali appunto la libera scelta, la fedeltà reciproca, l’assenza di vincoli matrimoniali contratti in precedenza, la durata e l’esclusività dei rapporti sessuali e il rispetto delle regole di convivenza e dei valori socialmente condivisi. Di fatto, ogni relazione stabile, esclusiva, coerente e onorata, anche se non matrimoniale in senso stretto, aveva goduto di una certa clemenza nelle due città, e non solo tra gli stranieri; semmai, in qualche caso la società aveva spinto per la sua definitiva regolarizzazione, specie quando dalla relazione fossero nati dei figli. I problemi, infatti, riguardavano principalmente la prole: i figli nati da un rapporto concubinario erano equiparati a figli naturali, e pertanto necessitavano di essere riconosciuti e legittimati formalmente per entrare negli assi ereditari. Qualcosa si era modificato – negli atteggiamenti, nella percezione del comportamento come reato, nella sua tolleranza – solo agli inizi del XVI secolo, specie dopo che nel 1514 il V concilio Lateranense aveva proibito definitivamente ogni relazione concubinaria; i nuovi modelli matrimoniali imposti dal concilio di Trento, infine, avevano assestato un colpo letale alla pratica, condannata senza riserve alla stregua di tutte le altre relazioni extra-coniugali o di convivenza </hi><hi rend="italic">more uxorio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nondimeno, malgrado le misure repressive, il concubinato aveva continuato a rimanere a lungo, in particolare per gli stranieri, una valida alternativa al matrimonio, specie in mancanze delle risorse o dei collegamenti necessari per stringere una unione formale. Non che la pratica concubinaria non generasse tensioni e non esponesse a rischio le donne che assentivano a tali relazioni, rimanendo i legami concubinari per lo più provvisori e inclini alla promiscuità, con conseguenze talora pesanti in termini di onore e di riprovazione di comportamenti ritenuti indecorosi. Nonostante gli svantaggi e i pregiudizi, tuttavia, il concubinato aveva seguitato a offrire a donne di recente immigrazione opportunità di inserimento e di affrancamento economico affatto trascurabili, mantenendo pertanto una inalterata utilità sociale e una indiscussa funzione surrogatoria del matrimonio formale. Insomma, come altri succedanei, esso era rimasto uno strumento efficace e attrattivo per gli stranieri, oltre che un comportamento nel complesso tollerato e consentito dalla società ospite</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>5. Una breve conclusione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Solo di recente, negli studi sulle migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, il matrimonio ha assunto una centralità nuova e una maggiore dignità storiografica: attraverso l’osservazione delle unioni matrimoniali, e segnatamente dei matrimoni misti, si sono, così, potuti studiare in maniera più analitica i processi di interazione tra persone di diversa provenienza, lingua, cultura e religione e le dinamiche di incorporazione sociale (o, talora, di esclusione), mettendo sempre più a fuoco la funzionalità assunta dall’istituto come fattore di radicamento dei nuovi arrivati nelle società ospiti. La ricerca ha, inoltre, evidenziato come in tali ambienti profondamente segnati dalle migrazioni e dalla promiscuità, dove i rapporti sociali erano più labili, le esistenze più precarie e i controlli più rarefatti, i surrogati matrimoniali avessero funzionato quanto e come i matrimoni codificati nel favorire le dinamiche interne di</hi><hi rend="CharOverride-1"> assimilazione dei migranti, mettendo in luce non solo la frequenza e la versatilità di tali unioni anomale e informali, ma pure la loro utilità sociale e la loro strumentalità nel creare reti di protezione e occasioni di inserimento e integrazione nei bacini di ricezione. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-041-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si rimanda a tal proposito all’ampia panoramica storiografica delineata da Andrea Zorzi nella </hi><hi rend="italic">Introduzione </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo stesso volume.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-040-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si riprendono qui, in breve e da una diversa prospettiva, riflessioni già proposte in </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee. Migrazioni, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2014, pp. 14-24, 183-189 (cui si rimanda anche per ulteriore bibliografia). Ma si vedano inoltre, per un inquadramento recente delle questioni qui affrontate: </hi><hi rend="CharOverride-3">C. Quertier, R. Chilà </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">N. Pluchot</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Présentation</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">«Arriver» en ville. </hi><hi rend="italic">Les migrants en milieu urbain au Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, sous la direction de C. Quertier, R. Chilà et N. Pluchot, Paris 2013, pp. 7-14; </hi><hi rend="CharOverride-3" >D. Menjot</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Introduction. Les gens venus d’ailleurs dans le villes médiévales: quelques acquis de la recherche</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">ibidem</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 15-29.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-039-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Così Giovanna Petti Balbi nella sua </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunità forestiere e “nationes” nell’Europa dei secoli XIII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Petti Balbi, Napoli 2001, p. XI. Sulla crescente attenzione storiografica ai fenomeni migratori a partire dai due decenni finali del secolo scorso si vedano le considerazioni introduttive in: </hi><hi rend="CharOverride-3">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 10-11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-038-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">L. Galoppini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti toscani e Bruges nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pisa 2014, pp. 292-293; </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Veratelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’arte della promozione sociale. Uomini d’affari toscani come clienti di artisti fiamminghi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> La mobilità sociale nel Medioevo italiano. Competenze, conoscenze e saperi tra professioni e ruoli sociali (secc. XII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Tanzini</hi><hi rend="CharOverride-1"> e S. Tognetti, Roma 2016, p. 407.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-037-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. L. </hi><hi rend="CharOverride-3">Tanzini </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Tognetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi, </hi><hi rend="CharOverride-1">p. 17.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-036-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >L’inchiesta in </hi><hi rend="CharOverride-3" >R.H. Bautier</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">La marchand lombard en France aux XIII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> et XIV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècles</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Le marchand au Moyen </hi><hi rend="italic">Â</hi><hi rend="italic">ge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Actes des congrès de la </hi><hi rend="CharOverride-1" >Société</hi><hi rend="CharOverride-1"> des historiens </hi><hi rend="CharOverride-1" >médiévistes de l’enseignement supérieur public, 19</hi><hi rend="superscript CharOverride-2" >e</hi><hi rend="CharOverride-1" > congrès, Reims, 1988, Paris 1992, pp. 75-76; </hi><hi rend="CharOverride-3" >R. Bordone </hi><hi rend="CharOverride-1" >e</hi><hi rend="CharOverride-3" > L. Castellani</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">“Migrazioni” di </hi><hi rend="italic">uomini d’affari nella seconda metà del Duecento. </hi><hi rend="italic">Il caso dei Lombardi di Asti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Demografia e società nell’Italia medievale (secoli IX-XIV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Comba e </hi><hi rend="CharOverride-1">I. Naso, Cuneo 1994, p. 461. Per qualche ulteriore ragguaglio si vedano pure: </hi><hi rend="CharOverride-3">C.M. Small</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lombards in the two Burgundies: a problem in jurisdictions</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del Seminario Internazionale di Studio </hi><hi rend="CharOverride-1">(Bagno a Ripoli, 4-8 giugno 1984), Firenze 1988, pp. 120-122; </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Racine</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Paris, Rue des Lombards (1280-1340)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Comunità forestiere e “nationes”</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 109; </hi><hi rend="CharOverride-3">Galoppini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti toscani e</hi><hi rend="italic"> Bruges</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 22-25.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-035-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Bordone </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> Castellani,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">“Migrazioni” di uomini d’affari</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 469.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-034-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M.E. Soldani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Partire in cerca di fortuna. Mercanti stranieri e mobilità sociale nella Barcellona tardomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 347-348.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-033-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Galoppini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti toscani e Bruges</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 292-293.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-032-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Pirillo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Demografia, città, territori: alcuni esempi toscani ed umbri tra la fine del XII secolo ed i primi del XIV</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Demografia e società nell’Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 304-305.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-031-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La definizione in </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Presenze straniere a Genova nei secoli XII-XIV: letteratura, fonti, temi di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dentro la città. Stranieri e realtà urbane nell’Europa dei secoli XII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Rossetti, Napoli 1989, p. 131.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-030-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">R. González Arévalo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Integración y movilidad</hi><hi rend="italic"> social de las naciones italianas en la Corona de Castilla: genoveses, florentinos y venecianos en la Andalucía bajomedieval</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> La mobilità sociale nel Medioevo italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 379-381.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-029-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">F. Parnisari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migranti e forestieri in Italia. Il fenomeno, gli studi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Immigrati e forestieri in Italia nell’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Pagano, Roma 2020, pp. 44-45; </hi><hi rend="CharOverride-3">Galoppini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti toscani e Bruges</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 293, 295-298.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-028-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">I. Ait</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’immigrazione a Roma e Viterbo nel XV secolo: forme di integrazione dei mercanti-banchieri toscani</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 265-267.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-027-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Del Treppo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri nel regno di Napoli. Le </hi><hi rend="CharOverride-1">élites</hi><hi rend="italic"> finanziarie e la strutturazione dello spazio economico e politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Dentro la città</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 240; </hi><hi rend="CharOverride-3">Galoppini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti toscani e Bruges</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 309-310.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-026-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">C.A. Corsini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Implicazioni ed interdipendenze: strutture demografico-sociali e migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le migrazioni in Europa. Secc. XIII-XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti della “Venticinquesima Settimana di Studi” (Istituto Internazionale di Storia economica “F. Datini”, Prato), a cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1994, pp. 91-95; </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Fontaine</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli studi sulla mobilità in Europa nell’età Moderna: problemi e prospettive di ricerca</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», XCII (1996), pp. 740-741, 750-751; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Arru, J. Ehmer </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Ramella</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Premessa</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-1">A. Arru, J. Ehmer e F. Ramella, «Quaderni storici», 106 (2001), 1, pp. 3-4; </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Luzzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri in città. Presenza tedesca e società urbana a Trento (secoli XV-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2003, pp. 19-20; </hi><hi rend="CharOverride-3">B. Forclaz</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The Emergence of Confessional Identities: family Relationships and Religious Coexistence</hi><hi rend="italic"> in Seventeenth-Century Utrecht</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Living with Religious Diversity in Early-Modern Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C.S. Davis, D. Freist e M. Greengrass, Farnham-Burlington 2009, pp. 249-251; </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Scaramella</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Proibizione e pratica dei matrimoni misti nell’Europa di Antico Regime. Note per una ricerca in corso</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La fede degli Italiani. Per Adriano Prosperi</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, a cura di G. Dall’Olio, A. Malena, P. Scaramella, Pisa 2011, pp. 404-408; </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 14-24.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-025-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per un esempio recente </hi><hi rend="CharOverride-3">I. Fosi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convertire lo straniero. Forestieri e Inquisizione a Roma in età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2011, pp. 29-30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-024-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 24-27.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-023-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Luzzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri in città</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 70-71; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Rocciolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Roma patria di tutti. I matrimoni degli immigrati fra identità cittadina e identità sociale (secc. XVI-XIX)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali del Dipartimento di Storia», IV (2008), pp. 61-62, 75-79.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-022-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 183-191, 195-217, 365-367. Ma anche a Napoli re Ferrante aveva introdotto nel 1469 una misura simile, concedendo la cittadinanza per privilegio a qualunque straniero avesse contratto matrimonio con una napoletana (e fosse titolare di un immobile in città): </hi><hi rend="CharOverride-3">Del Treppo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri nel regno di Napoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 244.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-021-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Seidel Menchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I processi matrimoniali come fonte storica</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Coniugi nemici. La separazione in Italia dal </hi><hi rend="italic">xii</hi><hi rend="italic"> al </hi><hi rend="italic">xviii</hi><hi rend="italic"> secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2000, p. 58; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Matrimoni di antico regime</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2001, pp. 10, 79-81; </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Seidel Menchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Percorsi variegati, percorsi obbligati. Elogio del matrimonio pre-tridentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Matrimoni in dubbio. Unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal </hi><hi rend="italic">xiv</hi><hi rend="italic"> al </hi><hi rend="italic">xviii</hi><hi rend="italic"> secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2001, pp. 17-60; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del matrimonio. Dal Medioevo ad oggi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2008, pp. 61, 74-76; </hi><hi rend="CharOverride-3">C. Cristellon</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La carità e l’eros. Il matrimonio, la Chiesa e i suoi giudici nella Venezia del Rinascimento (1420-1545)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2010, pp. 190-199, 260-261; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Sposarsi nel medioevo. Percorsi coniugali tra Venezia, mare e continente</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2010, pp. 26-27, 136-137.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-020-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">D. Romano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Patrizi e popolani. La società veneziana nel Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 1993 (ed. orig.</hi><hi rend="italic"> Patricians and Popolani. The Social Foundations of the Venetian Renaissance State</hi><hi rend="CharOverride-1">, Baltimore 1987), pp. 65, 82-83, 87-91; </hi><hi rend="CharOverride-3">Luzzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri in città</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 70-71; </hi><hi rend="CharOverride-3">Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 73; </hi><hi rend="CharOverride-3">Forclaz</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The Emergence of Confessional Identities</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 255-256.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-019-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >D. Freist</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">One body, two confessions: mixed marriages in Germany</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Gender in early modern German history</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di U. Rublack, Cambridge 2002, pp. 276-282; </hi><hi rend="CharOverride-3" >B.J. Kaplan</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Divided by Faith. Religious Conflict and the Practice of Toleration in Early Modern Europe</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Cambridge (Mass.) 2007, pp. 267-268, 276-277, 293; </hi><hi rend="CharOverride-3" >D. Freist</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Crossing Religious Borders: The Experience of Religious Difference and its Impact on Mixed Marriages in Eighteenth-Century Germany</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Living with Religious Diversity</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 203, 219-222; </hi><hi rend="CharOverride-3" >B.J. Kaplan</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Intimate Negotiations: Husbands and Wives of Opposing Faiths in Eighteenth-Century Holland</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">ibid.</hi><hi rend="CharOverride-1" >,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >p. 225; </hi><hi rend="CharOverride-3" >Forclaz</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">The Emergence of Confessional Identities</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 249-251, 255-256; </hi><hi rend="CharOverride-3" >M. Caffiero</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">L’inquisizione romana e i Musulmani: le questioni dei matrimoni misti</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Chromohs</hi><hi rend="CharOverride-1">», XIV (2009), p. 3;</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="CharOverride-3" >R.J Zorgati</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Pluralism in the Middle Ages. Hybrid Identities, Conversion, and Mixed Marriages in Medieval Iberia</hi><hi rend="CharOverride-1" >, New York-Abingdon 2012, pp. 92-98</hi><hi rend="CharOverride-1" >.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-018-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla mediazione matrimoniale, in particolare </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Seidel Menchi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Marriage Mediation in Early Modern Italy: an </hi><hi rend="italic">Overview</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Otto e Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B.P.F. Wanrooij, Fiesole-Roma 2004, pp. 3-17; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pratiche di mediazione e controllo del matrimonio in età pre-Tridentina</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Acta </hi><hi rend="CharOverride-1">Histriae», XXII (2014), 2, pp. 305-326.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-017-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Romano</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Patrizi e popolani</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 63, 197; </hi><hi rend="CharOverride-3">Luzzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri in città</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 76-77, 140-141; </hi><hi rend="CharOverride-3">Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 52, 63-64, 75-76; </hi><hi rend="CharOverride-3">Rocciolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Roma patria di tutti</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 80-81.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-016-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">B. Imhaus</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze orientali a Venezia. 1300-1510</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1997, pp. 315-317; </hi><hi rend="CharOverride-3">Arru, Ehmer </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> Ramella</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Premessa</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 8, 17-18; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Zannini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Venezia città aperta. Gli stranieri e la Serenissima, XIV-XVIII sec.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 2009, p. 139; </hi><hi rend="CharOverride-3">Fosi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convertire lo straniero</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 42-43, 111, 178-178, 214. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-015-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 203-206.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-014-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 206-208.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-013-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >A. Ducellier, B. Doumerc, B. Imhaus </hi><hi rend="CharOverride-1" >e</hi><hi rend="CharOverride-3" > J. de Miceli</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Les chemins de l’exile. Bouleversements de l’Est Européen et migration vers l’Ouest à la fin du Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Paris 1992, p. 349; </hi><hi rend="CharOverride-3" >E. Crouzet Pavan</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">«Sopra le acque salse». Espaces, pouvoir et société à Venise à la fin du moyen âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, I-II, Roma 1992, pp. 382, 580; </hi><hi rend="CharOverride-3" >Romano</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Patrizi e popolani</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 199-200, 203-205; </hi><hi rend="CharOverride-3" >Arru, Ehmer </hi><hi rend="CharOverride-1" >e</hi><hi rend="CharOverride-3" > Ramella</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Premessa</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 5-6, 9, 17; </hi><hi rend="CharOverride-3" >J.M. Ferraro</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Marriage Wars in Late</hi><hi rend="italic"> Renaissance Venice</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Oxford 2001, pp. 5-6; </hi><hi rend="CharOverride-3" >D. Hacke</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Women, Sex and Marriage in Early Modern Venice</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Burlington 2004, pp. 23-24, 79-81; </hi><hi rend="CharOverride-3" >Kaplan</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Divided by Faith</hi><hi rend="CharOverride-1" >, p. 251; </hi><hi rend="CharOverride-3" >G. </hi><hi rend="CharOverride-3" >Todeschini</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Visibilmente crudeli. </hi><hi rend="italic">Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2007, p. 68; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Canepari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrati, spazi urbani e reti sociali nell’Italia d’antico regime</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Storia d’Italia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Annali</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">24, </hi><hi rend="italic">Migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Corti e M. Sanfilippo, Torino 2009, pp. 61-65; </hi><hi rend="CharOverride-3">Fosi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convertire lo straniero</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 40; </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Franceschi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-3"> I. Taddei</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le città italiane nel Medioevo. XII-XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Bologna 2012, pp. 209-212.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-012-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 209-213.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-011-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per qualche dato sulla demografia della città: </hi><hi rend="CharOverride-3">A</hi><hi rend="CharOverride-3">. Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un’altra Roma. Minoranze nazionali e comunità ebraiche tra Medioevo e Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1995, pp. 19-30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-010-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">E. Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri e migranti di fronte all’assistenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Alle origini del </hi><hi rend="CharOverride-1">welfare</hi><hi rend="italic">. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Piccinni, Roma 2020, pp. 524-528.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-009-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Arru, D.L. Caglioti e F. Ramella</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Donne e uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Arru, D.L. Caglioti e F. Ramella, Roma 2008, pp. XXV-XXVI; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Canepari</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Occasioni di conoscenza: mobilità, socialità e appartenenza nella Roma moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 301-302, 305-306.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-008-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Occasioni di conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 307-309.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-007-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La presenza dei Corsi nella Roma del Quattrocento (prime indagini nei protocolli notarili)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 52-53; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze indesiderate (corsi, slavi e albanesi) e il processo di integrazione nella società romana nel corso del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 284-286.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-006-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convivenza e separazione a Roma nel primo Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Coniugi nemici</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 500-504; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Adulterio, concubinato, bigamia: testimonianze dalla normativa statutaria dello Stato pontificio (secoli XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Trasgressioni. Seduzione, concubinato, adulterio, bigamia (</hi><hi rend="italic">xiv-xvi</hi><hi rend="italic">II secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2004, pp. 21-24; </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Luperini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il gioco dello scandalo. Concubinato, tribunali e comunità nella diocesi di Pisa (1597)</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 384; </hi><hi rend="CharOverride-3">Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 55-56, 73, 118.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-005-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convivenza e separazione a Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 502; </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 249-251.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convivenza e separazione a Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 502-503; </hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 249-251.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 252.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">J.A. Brundage</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Law, Sex and Christian Society in Medieval</hi><hi rend="italic"> Europe</hi><hi rend="CharOverride-1">, Chicago-London 1987, pp. 245, 297-300, 341-342, 369-370, 446; </hi><hi rend="CharOverride-3">Ferraro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Marriage Wars</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 106-117; </hi><hi rend="CharOverride-3">Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Convivenza e separazione a Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 500-504; </hi><hi rend="CharOverride-3">J. Eisenach</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Femine e zentilhomini»: concubinato d’élite nella Verona del Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">Trasgressioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 271-272, 275, 281-283, 289; </hi><hi rend="CharOverride-3">Luperini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il gioco dello scandalo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 386-388, 393, 411-415; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Giustizia ecclesiastica e composizione dei conflitti matrimoniali (Firenze, secoli XVI-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I tribunali del matrimonio (secoli </hi><hi rend="italic">xv-xviii</hi><hi rend="italic">)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2006, p. 586; </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Romeo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma-Bari 2008, pp. 7-10, 34-35; </hi><hi rend="CharOverride-3">Lombardi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Storia del matrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 55-56; </hi><hi rend="CharOverride-3">Cristellon</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La carità e l’eros</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 201; </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Jacobson Schutte</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Society and the sexes in the Venetian Republic</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">A Companion to Venetian History, 1400-1797</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E.R. Dursteler, Leiden-Boston 2013, pp. 370-372.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Orlando</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Migrazioni mediterranee</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 252-255.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_16_171-193.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 255-259. Per qualche ulteriore riflessione sulle convivenze </hi><hi rend="italic">more uxorio </hi><hi rend="CharOverride-1">si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">R. Braccia, </hi><hi rend="italic">Le convivenze </hi><hi rend="CharOverride-1">more uxorio</hi><hi rend="italic"> nel basso medioevo ed in età moderna: quasi matrimoni, matrimoni presunti o clandestini?</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Unioni di fatto. Dal diritto romano ai diritti attuali</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Varengo, Torino 2016, pp. 27-52 (con bibliografia).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Ermanno Orlando, University for Foreigners of Siena, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">orlando@unistrasi.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Ermanno Orlando, <hi rend="italic">Una rete di integrazione: il matrimonio</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.14</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-6">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -24, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="156853">Ait, I., L’immigrazione a Roma e Viterbo nel XV secolo: forme di integrazione dei mercanti-banchieri toscani, in Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle citt&amp;#224; bassomedievali (secc. XIII-XVI), a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 265-267.</bibl>
          <bibl n="157034">Arru, A., Caglioti, D.L., Ramella, F., Introduzione, in Donne e uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza, a cura di A. Arru, D.L. Caglioti e F. Ramella, Roma 2008, pp. XXV-XXVI.</bibl>
          <bibl n="157481">Arru, A., Ehmer, J., Ramella, F., Premessa, in Migrazioni, &amp;#171;Quaderni storici&amp;#187;, 106 (2001), 1, pp. 3-4.</bibl>
          <bibl n="156885">Bautier, R.H., La marchand lombard en France aux XIII et XIV siècles, in Le marchand au Moyen &amp;#194;ge, Actes des congrès de la Société des historiens médiévistes de l’enseignement supérieur public, 19 congrès, Reims, 1988, Paris 1992, pp. 75-76.</bibl>
          <bibl n="156930">Bordone, R., Castellani, L., “Migrazioni” di uomini d’affari nella seconda met&amp;#224; del Duecento. Il caso dei Lombardi di Asti, in Demografia e societ&amp;#224; nell’Italia medievale (secoli IX-XIV), a cura di R. Comba e I. Naso, Cuneo 1994, p. 461.</bibl>
          <bibl n="156942">Braccia, R., Le convivenze more uxorio nel basso medioevo ed in et&amp;#224; moderna: quasi matrimoni, matrimoni presunti o clandestini?, in Unioni di fatto. Dal diritto romano ai diritti attuali, a cura di G. Varengo, Torino 2016, pp. 27-52.</bibl>
          <bibl n="157560">Brundage, J.A., Law, Sex and Christian Society in Medieval Europe, Chicago-London 1987.</bibl>
          <bibl n="157398">Caffiero, M., L’inquisizione romana e i Musulmani: le questioni dei matrimoni misti, &amp;#171;Chromohs&amp;#187;, XIV (2009), p. 3.</bibl>
          <bibl n="157081">Canepari, E., Immigrati, spazi urbani e reti sociali nell’Italia d’antico regime, in Storia d’Italia, Annali, 24, Migrazioni, a cura di P. Corti e M. Sanfilippo, Torino 2009, pp. 61-65.</bibl>
          <bibl n="156915">Canepari, E., Occasioni di conoscenza: mobilit&amp;#224;, socialit&amp;#224; e appartenenza nella Roma moderna, in Donne e uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza, a cura di A. Arru, D.L. Caglioti e F. Ramella, Roma 2008, pp. 301-302.</bibl>
          <bibl n="156786">Corsini, C.A., Implicazioni ed interdipendenze: strutture demografico-sociali e migrazioni, in Le migrazioni in Europa. Secc. XIII-XVIII, Atti della “Venticinquesima Settimana di Studi” (Istituto Internazionale di Storia economica “F. Datini”, Prato), a cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1994, pp. 91-95.</bibl>
          <bibl n="157294">Cristellon, C., La carit&amp;#224; e l’eros. Il matrimonio, la Chiesa e i suoi giudici nella Venezia del Rinascimento (1420-1545), Bologna 2010.</bibl>
          <bibl n="157375">Crouzet Pavan, E., &amp;#171;Sopra le acque salse&amp;#187;. Espaces, pouvoir et soci&amp;#233;t&amp;#233; &amp;#224; Venise &amp;#224; la fin du moyen &amp;#226;ge, I-II, Roma 1992.</bibl>
          <bibl n="157173">Del Bo, B., Introduzione, in Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle citt&amp;#224; bassomedievali (secc. XIII-XVI), a cura di B. Del Bo, Roma 2014.</bibl>
          <bibl n="156895">Del Treppo, M., Stranieri nel regno di Napoli. Le &amp;#233;lites finanziarie e la strutturazione dello spazio economico e politico, in Dentro la citt&amp;#224;. Stranieri e realt&amp;#224; urbane nell’Europa dei secoli XII-XVI, a cura di G. Rossetti, Napoli 1989, p. 240.</bibl>
          <bibl n="157123">Ducellier, A., Doumerc, B., Imhaus, B., Miceli, J. de, Les chemins de l’exile. Bouleversements de l’Est Europ&amp;#233;en et migration vers l’Ouest &amp;#224; la fin du Moyen &amp;#194;ge, Paris 1992.</bibl>
          <bibl n="156857">Eisenach, J., &amp;#171;Femine e zentilhomini&amp;#187;: concubinato d’&amp;#233;lite nella Verona del Cinquecento, in Trasgressioni. Seduzione, concubinato, adulterio, bigamia (xiv-xviII secolo), a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2004, pp. 271-272, 275, 281-283, 289.</bibl>
          <bibl n="156816">Esposito, A., Adulterio, concubinato, bigamia: testimonianze dalla normativa statutaria dello Stato pontificio (secoli XIII-XVI), in Trasgressioni. Seduzione, concubinato, adulterio, bigamia (xiv-xviII secolo), a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2004, pp. 21-24.</bibl>
          <bibl n="157002">Esposito, A., Convivenza e separazione a Roma nel primo Rinascimento, in Coniugi nemici. La separazione in Italia dal xii al xviii secolo, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2000, pp. 500-504.</bibl>
          <bibl n="156842">Esposito, A., La presenza dei Corsi nella Roma del Quattrocento (prime indagini nei protocolli notarili), in Forestieri e stranieri nelle citt&amp;#224; basso-medievali, Atti del Seminario Internazionale di Studio (Bagno a Ripoli, 4-8 giugno 1984), Firenze 1988, pp. 52-53.</bibl>
          <bibl n="156793">Esposito, A., Le minoranze indesiderate (corsi, slavi e albanesi) e il processo di integrazione nella societ&amp;#224; romana nel corso del Quattrocento, in Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle citt&amp;#224; bassomedievali (secc. XIII-XVI), a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 284-286.</bibl>
          <bibl n="157435">Esposito, A., Un’altra Roma. Minoranze nazionali e comunit&amp;#224; ebraiche tra Medioevo e Rinascimento, Roma 1995.</bibl>
          <bibl n="157623">Ferraro, J.M., Marriage Wars in Late Renaissance Venice, Oxford 2001.</bibl>
          <bibl n="157197">Fontaine, L., Gli studi sulla mobilit&amp;#224; in Europa nell’et&amp;#224; Moderna: problemi e prospettive di ricerca, &amp;#171;Quaderni storici&amp;#187;, XCII (1996), pp. 740-741, 750-751.</bibl>
          <bibl n="156833">Forclaz, B., The Emergence of Confessional Identities: family Relationships and Religious Coexistence in Seventeenth-Century Utrecht, in Living with Religious Diversity in Early-Modern Europe, a cura di C.S. Davis, D. Freist e M. Greengrass, Farnham-Burlington 2009.</bibl>
          <bibl n="157524">Fosi, I., Convertire lo straniero. Forestieri e Inquisizione a Roma in et&amp;#224; moderna, Roma 2011.</bibl>
          <bibl n="157555">Franceschi, F., Taddei, I., Le citt&amp;#224; italiane nel Medioevo. XII-XIV secolo, Bologna 2012.</bibl>
          <bibl n="156805">Freist, D., Crossing Religious Borders: The Experience of Religious Difference and its Impact on Mixed Marriages in Eighteenth-Century Germany, in Living with Religious Diversity in Early-Modern Europe, a cura di C.S. Davis, D. Freist e M. Greengrass, Farnham-Burlington 2009, p. 203.</bibl>
          <bibl n="157183">Freist, D., One body, two confessions: mixed marriages in Germany, in Gender in early modern German history, a cura di U. Rublack, Cambridge 2002, pp. 276-282.</bibl>
          <bibl n="157617">Galoppini, L., Mercanti toscani e Bruges nel tardo medioevo, Pisa 2014.</bibl>
          <bibl n="156760">Gonz&amp;#225;lez Ar&amp;#233;valo, R., Integraci&amp;#243;n y movilidad social de las naciones italianas en la Corona de Castilla: genoveses, florentinos y venecianos en la Andaluc&amp;#237;a bajomedieval, in La mobilit&amp;#224; sociale nel Medioevo italiano. Competenze, conoscenze e saperi tra professioni e ruoli sociali (secc. XII-XV), a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, Roma 2016, pp. 379-381.</bibl>
          <bibl n="157607">Hacke, D., Women, Sex and Marriage in Early Modern Venice, Burlington 2004.</bibl>
          <bibl n="157631">Imhaus, B., Le minoranze orientali a Venezia. 1300-1510, Roma 1997.</bibl>
          <bibl n="157111">Jacobson Schutte, A., Society and the sexes in the Venetian Republic, in A Companion to Venetian History, 1400-1797, a cura di E.R. Dursteler, Leiden-Boston 2013, pp. 370-372.</bibl>
          <bibl n="157366">Kaplan, B.J., Divided by Faith. Religious Conflict and the Practice of Toleration in Early Modern Europe, Cambridge 2007.</bibl>
          <bibl n="156894">Kaplan, B.J., Intimate Negotiations: Husbands and Wives of Opposing Faiths in Eighteenth-Century Holland, in Living with Religious Diversity in Early-Modern Europe, a cura di C.S. Davis, D. Freist e M. Greengrass, Farnham-Burlington 2009, p. 225.</bibl>
          <bibl n="156969">Lombardi, D., Giustizia ecclesiastica e composizione dei conflitti matrimoniali (Firenze, secoli XVI-XVIII), in I tribunali del matrimonio (secoli xv-xviii), a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2006, p. 586.</bibl>
          <bibl n="157653">Lombardi, D., Matrimoni di antico regime, Bologna 2001.</bibl>
          <bibl n="157615">Lombardi, D., Storia del matrimonio. Dal Medioevo ad oggi, Bologna 2008.</bibl>
          <bibl n="156889">Luperini, S., Il gioco dello scandalo. Concubinato, tribunali e comunit&amp;#224; nella diocesi di Pisa (1597), in Trasgressioni. Seduzione, concubinato, adulterio, bigamia (xiv-xviII secolo), a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2004, p. 384.</bibl>
          <bibl n="157454">Luzzi, S., Stranieri in citt&amp;#224;. Presenza tedesca e societ&amp;#224; urbana a Trento (secoli XV-XVIII), Bologna 2003.</bibl>
          <bibl n="156886">Menjot, D., Introduction. Les gens: venus d’ailleurs dans le villes m&amp;#233;di&amp;#233;vales: quelques acquis de la recherche, in &amp;#171;Arriver&amp;#187; en ville. Les migrants en milieu urbain au Moyen &amp;#194;ge, a cura di C. Quertier, R. Chil&amp;#224; et N. Pluchot, Paris 2013, pp. 15-29.</bibl>
          <bibl n="157391">Orlando, E., Migrazioni mediterranee. Migrazioni, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo, Bologna 2014.</bibl>
          <bibl n="157315">Orlando, E., Pratiche di mediazione e controllo del matrimonio in et&amp;#224; pre-Tridentina, &amp;#171;Acta Histriae&amp;#187;, XXII (2014), 2, pp. 305-326.</bibl>
          <bibl n="157504">Orlando, E., Sposarsi nel medioevo. Percorsi coniugali tra Venezia, mare e continente, Roma 2010.</bibl>
          <bibl n="157027">Orlando, E., Stranieri e migranti di fronte all’assistenza, in Alle origini del welfare. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza, a cura di G. Piccinni, Roma 2020, pp. 524-528.</bibl>
          <bibl n="157152">Parnisari, F., Migranti e forestieri in Italia. Il fenomeno, gli studi, in Immigrati e forestieri in Italia nell’et&amp;#224; moderna, a cura di E. Pagano, Roma 2020, pp. 44-45.</bibl>
          <bibl n="157275">Petti Balbi, G., Introduzione, in Comunit&amp;#224; forestiere e “nationes” nell’Europa dei secoli XIII-XVI, a cura di G. Petti Balbi, Napoli 2001.</bibl>
          <bibl n="156966">Petti Balbi, G., Presenze straniere a Genova nei secoli XII-XIV: letteratura, fonti, temi di ricerca, in Dentro la citt&amp;#224;. Stranieri e realt&amp;#224; urbane nell’Europa dei secoli XII-XVI, a cura di G. Rossetti, Napoli 1989, p. 131.</bibl>
          <bibl n="156920">Pirillo, P., Demografia, citt&amp;#224;, territori: alcuni esempi toscani ed umbri tra la fine del XII secolo ed i primi del XIV, in Demografia e societ&amp;#224; nell’Italia medievale (secoli IX-XIV), a cura di R. Comba e I. Naso, Cuneo 1994, pp. 304-305.</bibl>
          <bibl n="157073">Quertier, C., Chil&amp;#224;, R., Pluchot, N., Pr&amp;#233;sentation, in &amp;#171;Arriver&amp;#187; en ville. Les migrants en milieu urbain au Moyen &amp;#194;ge, a cura di C. Quertier, R. Chil&amp;#224; et N. Pluchot, Paris 2013, pp. 7-14.</bibl>
          <bibl n="157212">Racine, P., Paris, Rue des Lombards (1280-1340), in Comunit&amp;#224; forestiere e “nationes” nell’Europa dei secoli XIII-XVI, a cura di G. Petti Balbi, p. 109.</bibl>
          <bibl n="157093">Rocciolo, D., Roma patria di tutti. I matrimoni degli immigrati fra identit&amp;#224; cittadina e identit&amp;#224; sociale (secc. XVI-XIX), &amp;#171;Annali del Dipartimento di Storia&amp;#187;, IV (2008), pp. 61-62.</bibl>
          <bibl n="157064">Romano, D., Patrizi e popolani. La societ&amp;#224; veneziana nel Trecento, Bologna 1993, ed. orig. Patricians and Popolani. The Social Foundations of the Venetian Renaissance State, Baltimore 1987.</bibl>
          <bibl n="157582">Romeo, G., Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione, Roma-Bari 2008.</bibl>
          <bibl n="156899">Scaramella, P., Proibizione e pratica dei matrimoni misti nell’Europa di Antico Regime. Note per una ricerca in corso, in La fede degli Italiani. Per Adriano Prosperi, I, a cura di G. Dall’Olio, A. Malena, P. Scaramella, Pisa 2011, pp. 404-408.</bibl>
          <bibl n="157046">Seidel Menchi, S., I processi matrimoniali come fonte storica, in Coniugi nemici. La separazione in Italia dal xii al xviii secolo, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2000, p. 58.</bibl>
          <bibl n="157024">Seidel Menchi, S., Marriage Mediation in Early Modern Italy: an Overview, in La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Otto e Novecento, a cura di B.P.F. Wanrooij, Fiesole-Roma 2004.</bibl>
          <bibl n="156848">Seidel Menchi, S., Percorsi variegati, percorsi obbligati. Elogio del matrimonio pre-tridentino, in Matrimoni in dubbio. Unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal xiv al xviii secolo, a cura di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, Bologna 2001, pp. 17-60.</bibl>
          <bibl n="156943">Small, C.M., Lombards in the two Burgundies: a problem in jurisdictions, in Forestieri e stranieri nelle citt&amp;#224; basso-medievali, Atti del Seminario Internazionale di Studio (Bagno a Ripoli, 4-8 giugno 1984), Firenze 1988, pp. 120-122.</bibl>
          <bibl n="156834">Soldani, M.E., Partire in cerca di fortuna. Mercanti stranieri e mobilit&amp;#224; sociale nella Barcellona tardomedievale, in Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle citt&amp;#224; bassomedievali (secc. XIII-XVI), a cura di B. Del Bo, Roma 2014, pp. 347-348.</bibl>
          <bibl n="156971">Tanzini, L., Tognetti, S., Introduzione, in La mobilit&amp;#224; sociale nel Medioevo italiano. Competenze, conoscenze e saperi tra professioni e ruoli sociali (secc. XII-XV), a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, Roma 2016, p. 17.</bibl>
          <bibl n="157323">Todeschini, G., Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’et&amp;#224; moderna, Bologna 2007.</bibl>
          <bibl n="156803">Veratelli, F., L’arte della promozione sociale. Uomini d’affari toscani come clienti di artisti fiamminghi, in La mobilit&amp;#224; sociale nel Medioevo italiano. Competenze, conoscenze e saperi tra professioni e ruoli sociali (secc. XII-XV), a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, Roma 2016, p. 407.</bibl>
          <bibl n="157514">Zannini, A., Venezia citt&amp;#224; aperta. Gli stranieri e la Serenissima, XIV-XVIII sec., Venezia 2009.</bibl>
          <bibl n="157272">Zorgati, R.J., Pluralism in the Middle Ages. Hybrid Identities, Conversion, and Mixed Marriages in Medieval Iberia, New York-Abingdon 2012.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>