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        <title type="main" level="a">Immigrati, aree suburbane, identità di quartiere</title>
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            <forename>Matthieu</forename>
            <surname>Scherman</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.15</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The author proposes a key to understanding the presence of immigrants within cities that has so far been less frequented by studies, examining the settlement in suburban areas and the formation of neighborhood identities: the focus of the intervention is the city of Treviso, whose estimates allow us to analyze the existing links between people who resided in marginal or otherwise disadvantaged areas of the city.</p>
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            <item>Immigrants</item>
            <item>Neighborhood identities</item>
            <item>Marginality</item>
            <item>Treviso</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.15<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.15" /></p>
      
      <div><head>Immigrati, aree suburbane, identità di quartiere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-045">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Matthieu Scherman</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le città italiane come tutte le città della fine del medioevo attiravano una popolazione proveniente da territori esterni. Come ha ben mostrato Duccio Balestracci qualche decennio fa per la Toscana – ma l’affermazione può senza paura di sbagliare essere generalizzata a molte regioni della penisola e dell’Europa –, le città si nutrivano in primo luogo della popolazione dei dintorni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-044">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’insediamento spesso dipendeva dal luogo di arrivo; a volte c’era anche l’obbligo di vivere vicino alla porta che dirigeva verso il villaggio o borgo di provenienza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-043">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutte le città dell’epoca, per mantenere l’equilibrio demografico, avevano bisogno d’un rinnovo parziale e permanente della popolazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-042">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per lo studio di questi fenomeni migratori, le città della penisola italiana conservano una cospicua documentazione fiscale, già dai secoli XII e XIII fino alla fine del medioevo. Queste fonti sono una miniera inesauribile per ottenere informazioni sulla composizione della popolazione dei luoghi censiti e per descrivere e comprendere questi intensi movimenti tra regioni e luoghi più o meno lontani, che hanno una destinazione urbana. È chiaro che i censimenti fiscali non forniscono informazioni esaustive. Tuttavia, costituiscono uno strumento importante per identificare tanto i fenomeni migratori, quanto la distribuzione della popolazione nel territorio urbano secondo la provenienza geografica. In particolare, per la Terraferma veneziana Paola Lanaro ha spiegato come questi archivi possano essere utilizzati, con tutti i loro limiti, per studiare una parte della popolazione: nel caso specifico, gli stranieri di Verona e Brescia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-041">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche a Treviso gli estimi redatti dal 1434 agli inizi del Cinquecento sono una cospicua fonte d</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="CharOverride-1">informazioni. Per il primo estimo del 1434, su circa 1200 registrazioni, più della metà dei contribuenti indica un’origine, come per il successivo redatto tra il 1439 e il 1441. Per l’estimo iniziato nel 1447, quasi il 60% dei contribuenti ha un’origine geografica conosciuta, come per quello iniziato nel 1462 (900 contribuenti su 1515, pari al 59%, menzionano la loro origine geografica). Per la rilevazione estimale iniziata nel 1474, il 52% dei contribuenti ha un’origine conosciuta, e infine per quella di fine secolo (1499) il 46% dei nomi è seguito dall’origine. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da un punto di vista quantitativo, i riferimenti alla provenienza sono dunque molto numerosi. È comune esprimere dubbi sul reale significato di queste indicazioni riportate nelle dichiarazioni dei redditi. Tuttavia, un gran numero di indizi conferma la validità di queste indicazioni di provenienza, sia essa lontana o vicina. Per esempio, nel 1486, un notaio di Feltre, Piero Zorzi, vedovo della figlia di un imprenditore tessile anch’egli di Feltre, annota che abitava a Feltre e che « ora » vive a Treviso. Piero Zorzi era cittadino trevigiano almeno dal 1460, il che dimostra che la sua origine mantenne importanza per lui per tutta la sua vita, e per giunta sposò la figlia di un feltrino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-040">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’indicazione di provenienza mantenne rilievo e significato anche presso i concittadini, nell’uso quotidiano della popolazione urbana: lo prova il nome </hi><hi rend="CharOverride-1">« el Fiorentin» usato per definire il tintore Lorenzo Fiorentin, presente a Treviso dal 1448 al 1462. Lui stesso viene indicato da altri solo come « el Fiorentin », fino al 1462; suo genero apparisce nel 1481 nei registri dei contribuenti come « Francesco Rizo q. ser Andrea da Padova </hi><hi rend="italic">zenero</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Fiorentin tintore »</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-039">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche l’assunzione di lavoratori a domicilio dimostra l’importanza dell’origine geografica. Non è raro che i dipendenti siano della stessa origine dei loro datori di lavoro. E più in generale, si può dire che la rilevanza dell’origine geografica è quindi evidente nelle aree urbane. La presenza di compatrioti sul posto offre un ‘canale di mobilità’ per i migranti, che trovano così mezzi materiali più facili per integrarsi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-038">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>1. Il momento della dichiarazione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bisogna riflettere su questi momenti nei quali lo stato, o per meglio dire le autorità delle città, richiedevano alla popolazione urbana di presentarsi. Per rispondere alle richieste veneziane, il consiglio cittadino di Treviso scelse di chiedere ai potenziali contribuenti di presentare una dichiarazione, nella quale il capofamiglia doveva indicare innanzitutto il proprio nome (cui si aggiunge spesso il mestiere), cui seguiva la descrizione della famiglia e del patrimonio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-037">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Era un momento importante della vita della città.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’atto stesso del censire aveva l’effetto di ravvicinare chi proveniva da uno stesso luogo o da una stessa regione. Controllando le scritture di certe dichiarazioni, si constata in effetti che i connazionali avevano tendenza a raggrupparsi. Per esempio un abitante che si presentava in funzione di </hi><hi rend="italic">scritor</hi><hi rend="CharOverride-1">, di origine tedesca (di Prussia), nel 1434 stilò almeno 11 dichiarazioni fiscali per i suoi connazionali. Luigi Pesce ha mostrato che costui diresse una scuola dal 1439 fino al 1454. I « Todeschi » che ricorrrono a pagamento alle sue capacità di scrittore abitano quasi tutti nella parte orientale della città, tra S. Vido e S. Agostino. E per capire il contesto redazionale è importante osservare che quasi tutti presentano la dichiarazione allo stesso momento tra l’8 e il 14 giugno 1434</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-036">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La cosa non è rara in generale, del resto. Anche contribuenti italiani della stessa origine facevano stilare il documento della stessa persona, come si constata per due mercanti di vino originari di Biban, un villaggio del Trevigiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-035">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per questo estimo, ci sono altri esempi significativi che fanno capire la stabilità dei legami tra abitanti proveniente dalla stessa parte della città. È più facile percepire l’ambiente, la ‘atmosfera’ soprattutto nel caso dei quartieri periferici, dove si concentrano le condizioni di disagio economico e sociale. È il caso della parrocchia e contrada di S. Nicolò, a sudest della città, e di quella vicina di S. Teonisto; nel 1434, molti contribuenti della zona sono iscritti come miserabili dal punto di vista fiscale. E anche lì, uomini della stessa origine e della stessa condizione si sono raggruppati per fare redigere la loro dichiarazione dei loro limitatissimi redditi. Quattro </hi><hi rend="italic">bracenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">lavorenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">manoali</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui 3 provengono dei Balcani (gli </hi><hi rend="italic">Schiavoni</hi><hi rend="CharOverride-1">), presentano insieme una dichiarazione con le stesse parole, lamentandosi della mancanza di lavoro e di non possedere niente altro che le braccia. Si può immaginare l’ambiente di miseria di questi contribuenti venuti da lontano (da Zagabria, in due casi); essi approfittano della circostanza per fare conoscere le loro condizioni di vita. Gli indicatori di questa condizione di povertà sono costituiti dalle cifre ridottissime degli affitti, e dalla natura non qualificata del lavoro; anche se spesso l’indicazione di mestiere è assente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalle informazioni fornite da queste polizze, si capisce facilmente che questi luoghi rappresentano veri e propri ghetti, ove la popolazione urbana povera è relegata. Oltre agli </hi><hi rend="italic">Schiavoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, altre 5 povere persone che vivevano nel quartiere usano lo stesso redattore. Anche in questo caso la scrittura è ‘collettiva’ e contemporanea; le dichiarazioni sono identiche e scritte nello stesso modo, tutti i contribuenti sono definiti « una </hi><hi rend="CharOverride-1">puovera persona ». Troviamo una vedova, uno schiavone e una cieca. Su 5 ciechi che sono citati nel primo estimo, quello del 1434, ben 4 vivono in questo quartiere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-034">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su un totale di 110 censiti in questi quartieri, 19 si presentano come Schiavoni, e 15 sono vedove e donne sole: percentuali più alte che altrove in città. La diffusa povertà del quartiere doveva ravvicinare la gente della stessa origine ma anche chi si trovava stessa condizione difficile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-033">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gian Maria Varanini ha mostrato come nei borghi vicini alle città in area veneta le abitazioni erano di scarsa qualità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-032">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La povertà marcava l’identità del quartiere, con una presenza di «foresti» importante. Oltre quelli già citati si ritrovano diversi tedeschi e un francese, che non ha un grande successo perché si dichiara manovale. </hi></p></div><div><head><hi>2. I borghi intorno a Treviso</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Philippe Braunstein in un suo articolo su Cannaregio si chiedeva se questo sestiere veneziano non servisse da zona di transito per i nuovi abitanti che arrivavano a Venezia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-031">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E dal suo testo si comprende che era effettivamente così. Le zone periferiche all’interno delle cerchie delle città, come si è visto qui sopra, ma anche i borghi circostanti, potevano servire da zona di transito per la popolazione in arrivo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I borghi trevigiani rispondono alla definizione data da Domenico Bortolan nell’Ottocento per le </hi><hi rend="italic">Colture</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vicenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-030">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si sono costituiti a ridosso delle mura della città, sono largamente occupati da campi da coltivare, ma gli abitanti partecipano alle imposte come contribuenti della città e obbediscono alla legislazione cittadina. Lo si constata nella denominazione stessa dei diversi registri necessari alla redazione dell’estimo trevigiano. È sopravvissuto un registro che fa i conti della </hi><hi rend="italic">collecta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal 1451 al 1497. In esso sono elencati tutti coloro che sono indebitati e sono trascritti tutti i conti degli esattori, cioè quelli che avevano assunto il compito di riscuotere effettivamente e di versare i soldi alla camera fiscale. Chi redige, suddivide tra il libro «dentro» e quello «de fuora». I contribuenti dei borghi fanno parte di quello </hi><hi rend="italic">di dentro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (come Piero da Selvana del borgo di S. Tomaso che deve per la colta del 1458 ancora £ 2 s. 12 d. 6). Allo stesso modo, anche l’esattore della colta del 1460 deve ancora versare </hi><hi rend="italic">per scossi in Treviso, borgi e colmelli</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">E infine, è</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">specificato per la colta del 1462 che l’elenco delle somme da pagare proviene dai «libri de la colta de la cità di Treviso, </hi><hi rend="CharOverride-1">borgi e colmeli»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-029">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dunque i borghi sono sempre ‘assimilati’ alla città; del resto, essi saranno inglobati nella città con l’aumento della cinta muraria nel Cinquecento. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prendiamo in esame due borghi, il borgo di Altilia e quello dei Santi Quaranta (dal nome di una chiesa), considerando tre momenti: il primo estimo nel 1434, quello del 1462 e l’ultimo iniziato nel 1499. Altilia è più piccolo e comprende un minor numero di contribuenti: 21 per il 1434, 19 nel 1462 e 43 nel 1499. Nel borgo dei Santi Quaranta, abbiamo 45 contribuenti per il censimento del 1434, 42 per quello del 1462 e 110 per l’ultimo. Le origini sono menzionate per una percentuale di contribuenti che varia da un terzo alla metà, a seconda degli anni. In tutti i casi, tanto nel borgo di Altilia quanto ai Santi Quaranta sono in maggioranza le persone provenienti dal territorio: in primo luogo la podesteria di Treviso, poi il Trevigiano, e in terzo luogo il dominio di terraferma veneziano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-028">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma ci sono sempre migranti di regioni più lontane come il Piemonte e la Toscana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per certi versi questo schema si conforma a quanto si constata in tutta l’Europa in epoca preindustriale: a Londra e a Randstad tra il 1600 e il 1800, la maggior parte della popolazione migrante proveniva dalla campagna o da città e villaggi più piccoli. Ma soffermando l’attenzione sul tardo medioevo, Andrée Courtemanche parla di queste «catene migratorie tra le aree di invio e di ricezione» per Manosque (in Provenza). Così, tra il 1370 e il 1429, le diocesi vicine a Manosque fornirono quasi il 70% dei migranti e solo il 37% per il periodo successivo, con migranti provenienti da più lontano per il periodo 1430-1480. Lo stesso fenomeno è stato rilevato per Brescia, con provenienze più remote che nel corso del XV secolo sono in crescita</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-027">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche a Treviso la tendenza è verificabile. Per il 1462 e il 1499, i contribuenti di origini più lontane sono più numerosi. Ciò vale particolarmente per i gruppi di «stranieri» che si ritrovano in città con regolarità come i famosi Tedeschi e gli Schiavoni, ma anche per gli abitanti provenienti dal Trentino o da Bologna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma soffermiamoci su un punto interessante: il fatto che dai diversi estimi si nota un consistente avvicendamento tra un estimo e l’altro. Per il borgo Altilia su 19 censiti nel 1462, solo 3 sono già apparsi prima in una precedente operazione fiscale e su 43 contribuenti censiti nel 1477 solo 4 sono stati presenti prima di quell’anno. Nello stesso modo, nel borgo dei Santi Quaranta, 13 capi famiglia su 42 sono già censiti prima del 1462 e soli 7 su 77 nel 1477. Queste cifre dimostrano la frequenza del </hi><hi rend="italic">turn-over</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche la specificità dei borghi come primo luogo di insediamento all’arrivo per la popolazione meno agiata. Se si paragonano le cifre della zona la più centrale della città, cioè la Calle Maggiore, arriviamo a 14 contribuenti su 23 già censiti prima dell’estimo del 1462 et 11 su 28 per quello di 1477.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I borghi adiacenti alle mura di Treviso costituiscono dunque una buona opportunità per i migranti. Per esempio, Tomaso da Montona – a capo per molti anni della bottega di merceria più importante della città – iniziò la sua carriera in uno dei borghi prima di trasferirsi nel cuore economico della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-026">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un ultimo esempio supporta l’argomento. Nelle dichiarazioni fiscali del territorio, nel villaggio di Quinto, a meno di 10 chilometri da Treviso, un certo Polo, sarto originario di Soncino in Lombardia, è elencato nel 1459. Quattordici anni più tardi, nel 1473, Polo, che allora vive nel borgo dei Santi Quaranta, concluse un contratto di apprendistato con un barbiere entro le mura della città per suo figlio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello stesso modo, partendo dal borgo di S. Bona, si può osservare un interessante percorso. </hi><hi rend="italic">Ser</hi><hi rend="CharOverride-1"> Francesco q. </hi><hi rend="italic">ser </hi><hi rend="CharOverride-1">Antoni Saciloto viene registrato per la prima volta nel 1462, dichiara di essere malato, cosa possibile visto che ha 70 anni, senza essere in condizioni economiche sfavorevoli. Vive in un sedime di cui è affittuario, ma possiede terreni e una casa in città nella contrada di Conegliano Novello in cui desidera vivere. Egli si ritrova nell’operazione d’estimo successiva e la sua dichiarazione del 1477 ci informa del successo del progetto; non si trova più nel borgo ma nella sua casa cittadina di Conegliano Novello. Tuttavia, egli morì tra la stesura della dichiarazione e la sua presentazione, poiché essa è infine attestata al suo erede, Manfré del borgo di S. Bona anche lui, giardiniere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-025">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come possiamo vedere, i margini della città sono i luoghi perfetti per iniziare in modo </hi><hi rend="italic">soft</hi><hi rend="CharOverride-1"> la propria ‘urbanità’, non ancora all’interno delle mura, forse in un paesaggio che non è ancora del tutto una città, né il villaggio che si è appena lasciato, una sorta di via di mezzo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è poi una questione importante che riguarda gli orti. I borghi adiacenti alle mura della città sono spazi meno densi dal punto di vista abitativo, ove gli orti sono presenti in gran numero, il che implica un’altra identità economica per questi luoghi. A prima vista, in termini delle attività praticate, molti capifamiglia praticano l’agricoltura o l’orticoltura professionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al riguardo, si possono fare alcune osservazioni di carattere generale. Questi orti hanno un ruolo nell’autoconsumo, ma ovviamente anche nella fornitura di prodotti alimentari per gli abitanti della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-024">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad Anversa, alla fine del Medioevo, anche le aree periferiche erano caratterizzate dalla presenza di orti/giardini</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-023">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel borgo Altilia del 1441, 8 capifamiglia su 20 erano « lavoratori della terra » o « ortolani » e 7 non indicavano nulla nella loro dichiarazione, quindi è abbastanza plausibile ritenere che fossero lavoratori della terra, contadini o ortolani, come dimostra l’esempio del borgo Santa Bona. Questo è ancora il caso nel 1462 per 6 dei 19 capifamiglia. Sempre nel 1441, per il borgo di Santa Bona, la proporzione è ancora più importante poiché su 5 contribuenti elencati 5 possono essere classificati come contadini. Per i borghi dei Santi Quaranta e S. Tommaso, i registri mostrano una percentuale inferiore di lavoratori della terra. Nel 1434, su 45 contribuenti, 14 possono essere collegati al lavoro della terra per il primo e 8 su 39 per il secondo. Sebbene sia inferiore a quello degli altri borghi, è significativamente più alto rispetto alle attività all’interno delle mura. In altre parole, gran parte della popolazione dei borghi suburbani è a stretto contatto con la lavorazione della terra. Molti di loro dichiarano di vivere in piccoli lotti residenziali consistenti in una casa e un modesto pezzo di terra, simili alle </hi><hi rend="italic">cassine</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle aree suburbane milanesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-022">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il fenomeno si riscontra in tutta l’Europa occidentale tra la fine del Medioevo e l’epoca moderna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-021">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. L’intensa mobilit</hi><hi>à</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda l’entroterra, anche a tal proposito è necessario valutare </hi><hi rend="CharOverride-1">la diversità degli abitanti. A Mestre troviamo uno che si dice beccaio proveniente da Bologna, dei Tedeschi che praticano i mestieri abituali per loro – il fornaio, l’oste</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-020">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – e uno da Cremona che esercita l’arte del falegname</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-019">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1448, in una dichiarazione di due fratelli di Lavaio, a circa 16 km a Nord di Treviso, si precisa che uno abita a Venezia imparando l’arte del </hi><hi rend="italic">varotarius</hi><hi rend="CharOverride-1"> (l’artigiano che lavora le pelli di vaio), e l’altro zoppica mentre la madre è malata di gotta:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«Francesco habita a Viniexia et impara l’arte de varoter, Tomio quatordexe ani è zoto che mal se aida, ha so mare tuta ingotada</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-018">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">». I flussi e le mobilità erano costanti, tra Venezia, Treviso e gli altri luoghi dell’entroterra. Quelli che volevano e potevano muoversi avevano una gamma più ampia di scelte e maggiori possibilità di integrazione. Per quelli più lontani, un filo denso creato dai compatrioti permette di arrivare in città conoscendo certe opportunità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre alle case dei compaesani, anche le locande erano un’altra struttura suscettibile di raccogliere e smistare informazioni, collegando l’offerta e la domanda. Lo ha mostrato James Murray per Bruges: i molti mercanti inglesi potevano contare sulla presenza di locandieri della stessa origine, la comunione linguistica facilitava gli scambi. A Treviso, le locande erano gestite principalmente dai tedeschi, che costituivano la comunità straniera più numerosa. La specializzazione dovuta all’origine geografica è riconosciuta comunque da tutti gli attori: i Tedeschi sono reclutati dai conciatori o anche dagli albergatori, che non sono essi stessi Tedeschi. Così, nel 1462, il conciatore Francesco Zapasorgo assunse un </hi><hi rend="italic">fameio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">famulus</hi><hi rend="CharOverride-1">) ventenne di origine tedesca, Anzelin Todescho. Lo stesso anno, i due </hi><hi rend="italic">famei</hi><hi rend="CharOverride-1"> della locanda al Cavaletto, gestita da Lorenzo q. Antonio di Bergamo, erano di origine tedesca. Nel 1486, il nuovo proprietario della locanda, uno slavo di Zara, Mathio, impiegò anche un tedesco in cucina, ma tra i suoi dipendenti c’era anche un bergamasco che si occupava della stalla. È stata una scelta strategica per trattenere i clienti bergamaschi che prima erano abituati a soggiornare presso un connazionale? Questa locanda sembra sfuggire all’orbita germanica, poiché nel 1434 l’oste era originario di Ciano, nel Trevigiano, e dal 1448 in poi un fiorentino ne prese il posto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel territorio succede lo stesso. Un esempio riguarda Caonada (20 km a nord-ovest di Treviso), osteria che poteva servire da tappa ai Tedeschi sulla via di Treviso e Venezia, ma che con la sua collocazione facilitava l’insediamento nel territorio e nelle città. Erman e Bertoldo da Francoforte affittano l’osteria da un cittadino di Treviso che traffica ferro, drappi e legname</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-017">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il ruolo delle strutture di accoglienza era simile nella Valtellina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-016">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La mobilità dei lavoratori e delle popolazioni in generale è un fatto costante nelle società antiche. Le strategie di questa mobilità possono essere colte, nella successione delle operazioni fiscali e degli atti notarili. In effetti, per alcune attività è chiaro che lo spostamento avveniva secondo strategie consolidate: alcuni lavoratori, soprattutto specialisti, non hanno intenzione di stabilirsi a lungo termine nelle città che attraversano. Così, si creano e si ricreano nuovamente molte opportunità per gli artigiani specializzati (che hanno anche capacità di negoziazione). La stessa conclusione si può trarre per i dipendenti qualificati: le numerose opportunità spiegherebbero la brevità dei contratti di lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va aggiunto ancora che le informazioni sulle opportunità di lavoro si estendono oltre i limiti della città. Per esempio, pochissimi locandieri e panettieri, che spesso venivano dai territori tedeschi e sono difficili da identificare da un’operazione fiscale all’altra, possedevano terreni. La ragione non è la debolezza economica, ma piuttosto il desiderio di non stabilirsi in un posto per molto tempo e, probabilmente, anche di mantenere i legami con il paese d’origine. Lo stesso fenomeno può essere visto tra i calderai, la maggior parte dei quali erano lombardi. La prospettiva di spostarsi secondo le offerte concorrenti, soprattutto per gli artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli, li spinge a non fare investimenti in terreni nelle campagne circostanti. Così, la fluidità dei mercati del lavoro è necessaria per soddisfare le esigenze di una forza lavoro i cui requisiti possono cambiare, così come le esigenze della produzione irregolare.</hi></p></div><div><head><hi>4. Le strutture produttive tra città e zone suburbane</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I borghi e le aree vicine alla città svolgono anche un’altra funzione importante: ospitano la produzione industriale; il caso è stato ben esaminato per Milano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-015">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Treviso, il borgo Altilia è interessante per la sua specializzazione, dettata dalla geologia: esso sorge in un luogo dove la terra è argillosa, il che rende possibile la costruzione di fornaci per mattoni e tegole. Dalla dichiarazione di un proprietario di una fornace nel 1434, possiamo ricavare dati importanti: sulla posizione, sulla fisionomia del luogo e sugli edifici, che si estendono su diversi ettari. Viene specificata la superficie di due forni: uno copre 3 campi e l’altro 4, edifici che sono naturalmente installati sulle rive del fiume Sile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-014">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Analogamente, nel vicino borgo di S. Zeno, una struttura simile è stimata in 7 campi di cui 5,5 sarebbero </hi><hi rend="italic">cavadi in fosse</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-013">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il primo proprietario di fornaci è anche un proprietario di terreni che affitta le sue strutture industriali, mentre il secondo ha investito nell’edificio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questi elementi del paesaggio marcavano il territorio in modo profondo; l’atmosfera industriale doveva essere percepita da tutta la popolazione urbana. Un oste vicino nel 1499, ma situato all’interno delle mura presso la Porta Altilia, indica i confronti delle sue abitazioni e cita la strada sopra il Sile </hi><hi rend="italic">dove si va a la fornase</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-012">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È possibile seguire dal 1434 al 1499 una famiglia di fornai, che offre un buon esempio dell’importanza di queste strutture produttive e delle possibilità di arricchimento dovute alla fornitura di pietre e tegole. La prima persona registrata è del Padovano, Bortolamio da Pava q. Zuan. Gestisce la fornace di Avanzo da Mares, paga un affitto consistente, 250 lire, ed è già proprietario di una grande quantità di terra, per una superficie totale di 37,5 campi. Bortolamio ha nella sua fornace 306 lire di beni, in tegole e pietre: «ha in fornaxe che se cuoxe</hi><hi rend="CharOverride-1"> miara 12 copi e miara 32 piere et tavele». È in debito, tra gli altri, con il padrone di casa, ma anche con il nobile Hieronimo Barisan, la famiglia più ricca di Treviso, e con i suoi numerosi dipendenti, cinque dei quali si aspettano soldi da lui, tra cui il </hi><hi rend="italic">boero</hi><hi rend="CharOverride-1">, il suo attendente stipendiato. I suoi crediti indicano il dinamismo della struttura, poiché «diverse persone» gli devono un totale di 1437 lire, una somma considerevole per l’economia trevigiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-011">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In pochi anni, Bortolamio riuscì a costituire un importante patrimonio con una concentrazione di case nella zona a ridosso della fornace, sia dentro che fuori le mura. Sette anni dopo, nel 1441, iniziò l’espansione dell’azienda e prese in affitto un’altra fornace, a Ca’ Fanzuol</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ca’ Fancello); una scelta saggia per il futuro, visto che alla sua morte gli eredi ricevettero l’affitto della struttura. A distanza di sette anni, Bortolamio era riuscito praticamente a raddoppiare la superficie delle sue terre, che al momento della polizza si estendevano a 61,5 campi, compreso un terreno boscoso, utile per fornire legna alle due strutture. Doveva 1500 lire per la legna alla famiglia Renaldi, nobili di Treviso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-010">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Iniziò anche ad acquistare case nella zona, costruendo un piccolo ‘feudo’, e molti dei suoi affittuari durante l’estimo iniziato nel 1447 erano indebitati verso di lui. Morì alla fine del 1440. Un nipote si dichiarò fornaciaio nel 1477, anche se le sue condizioni di salute nel 1489, all’età di 40 anni, non gli permettevano di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-009">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Così, è assunto della città come </hi><hi rend="italic">comandador</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1499</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-008">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante le sue lamentele, possedeva diverse case in città grazie ai suoi antenati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Durante l’estimo del 1499, gli </hi><hi rend="italic">arbitradi</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè i contribuenti imposti direttamente dal governo, furono ricercati con maggiore efficienza di prima. Una moltitudine di lavoratori, soprattutto poveri, era stata registrata </hi><hi rend="CharOverride-1">come addetta nelle varie fornaci alle più diverse mansioni. Questo </hi><hi rend="italic">mix</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoratori qualificati e non qualificati è tipico di questo tipo di edifici industriali; essi sono un mezzo, soprattutto per gli immigrati, per trovare un sostentamento. In ogni caso, quello che qui particolarmente interessa è il fatto che molti di questi lavoratori provenivano da altrove: dalle rive orientali dell’Adriatico (gli Schiavoni), dalla Germania, dalla Lombardia; mentre la patria dei lavoratori che venivano dalle regioni vicine era Padova, il Friuli, il territorio bassanese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Compaiono anche lavoratori specializzati, come i </hi><hi rend="italic">fogaruoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, probabilmente addetti alla fiamma, i </hi><hi rend="italic">descaruoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, probabilmente addetti allo scarico, i </hi><hi rend="italic">garzoti</hi><hi rend="CharOverride-1"> o i </hi><hi rend="italic">pisnenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, lavoratori agricoli, probabilmente addetti al terrazzamento dell’area circostante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-007">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste strutture produttive segnano il territorio, come si è detto, e segnano gli abitanti: si percepisce un’atmosfera diversa da quella della città. Non sono gli stessi rumori, non sono le stesse attività: in una parola, dietro le pareti, anche se la legislazione è simile per entrambi gli spazi, semplicemente non è la stessa vita. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’atmosfera industriale che caratterizza profondamente il borgo Altilia la si ritrova anche nel </hi><hi rend="italic">colmello</hi><hi rend="CharOverride-1"> di S. Bortolamio grazie alla presenza dei battirami e dei numerosi calderai. Nel settore della produzione di età pre-industriale, i battirami costituiscono un caso interessante. I loro opifici erano caratterizzati da un’alta intensità di manodopera rispetto alle strutture produttive dell’epoca, e richiedevano grandi quantità di combustibile. Erano solitamente gestiti da specialisti lombardi o di origine lombarda, anche se furono investiti massicciamente dal capitale veneziano in tutto il processo, sia nella proprietà delle strutture produttive che nella fornitura delle materie prime. Le infrastrutture sono situate fuori dal centro urbano, per ovvie ragioni di spazio, ma anche perché sono di interesse strategico per la città: le modalità di produzione rispondono così alla definizione di </hi><hi rend="italic">Verlagssystem</hi><hi rend="CharOverride-1">. La stessa fabbrica di rame si trova nella zona vicina alla città, e le officine urbane delle imprese di rame per il completamento e la vendita dei prodotti si trovano in città, non lontano dalle porte che portano alle varie fabbriche di rame</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-006">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le fonti citano almeno tre strutture di questo tipo: una a La Cella, nella frazione o colmello di San Bortolamio, un’altra nelle vicinanze di Carbonera e l’ultima a Sambugolè a pochi chilometri a est delle mura di Treviso. La posizione di La Cella, vicino alle mura della città di Treviso, a circa 5 chilometri dal centro, è menzionata molte volte. Vicina all’acqua corrente, essa è un luogo favorevole per l’installazione di attrezzature industriali. Così, anche qui furono costruiti mulini, sia per la fabbricazione della carta che per una delle operazioni di finitura dell’industria tessile, la follatura dei panni. L’area di produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">si proietta su un territorio particolarmente ampio: i ramai trevigiani investirono in boschi situati a circa quaranta chilometri da Treviso e stabilirono laboratori e negozi nel centro della città. I proprietari di tali strutture sono di solito veneziani o istituzioni ecclesiastiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Venezia, la produzione di rame aveva una grande importanza strategica. Il capitale del patriziato lagunare era presente in modo massiccio: le strutture produttive di La Cella era di proprietà delle famiglie Badoer, Giustiniani e Contarini. Calderai e mercanti veneziani fornivano parte della materia prima necessaria alla produzione trevigiana, seguivano tutte le fasi della lavorazione (generalmente gestita da specialisti lombardi), e rifornivano di rame i vari attori della città e dei territori rurali (pur riservandosi, grazie alle clausole definite nei contratti di affitto, una parte della produzione di rame). I loro investimenti negli stabilimenti rurali sono fondamentali per il loro funzionamento, anzi sono indispensabili; ne assicurano l’efficienza e attraverso il rinnovamento permanente degli attori di tali strutture permettono anche di mantenere una produzione strategica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche se i finanziatori sono tutti veneziani, i principali ramai sono come si è accennato di origine lombarda; sono loro i gestori diretti delle strutture di produzione, e anch’essi devono fare notevoli investimenti per mantenerle e farle funzionare. È tutto un mondo eterogeneo che è legato dagli investimenti in queste strutture industriali, sulle quali convergono uomini di diversa provenienza. Grazie a due dichiarazioni molto dettagliate del 1499, oltre all’importanza degli investimenti necessari al funzionamento dei battitoi di rame, possiamo vedere anche l’area di reclutamento. Le competenze richieste erano elevate e gli specialisti avevano quindi un forte potere di negoziazione e si muovevano su aree molto estese. Gli artefici lombardi furono così individuati e ingaggiati mentre lavoravano in Piemonte e in Toscana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questi battirame riuniscono per lo stesso datore di lavoro e all’interno della stessa struttura un personale caratterizzato da una varietà veramente cospicua di competenze e origini. Nella sua dichiarazione Antonio Bissoia, originario della Valsassina vicino a Lecco, elenca infatti quindici persone definiti salariati all’anno. Il primo è il ‘maestro del martello’, suo genero Domenego fo de Beltrame, di origine non specificata ma sicuramente lombardo, così come lombardi (un bresciano e un milanese) sono altri due maestri. Ci sono poi due cameriere lombarde; ad esse vanno aggiunti i due operai dell’officina urbana, anche loro lombardi, e i cinque carbonai del bosco di Fener, tutti trevigiani. La dichiarazione d’un altro del 1499 è meno precisa, ma tutti i lavoranti del ‘mulino da rame’ provengono della Lombardia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli investimenti tendevano a riunire grandi mercanti, carbonai, operai metallurgici e carrettieri provenienti dall’Europa, da una città media, da una città grande e dalle zone circostanti, cioè da tutti i contesti economici e sociali. Siamo così indotti a riflettere su questioni essenziali per la comprensione dell’organizzazione economica dell’</hi><hi rend="italic">ancien</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">régime</hi><hi rend="CharOverride-1"> che vanno dalla costruzione stessa dei mulini, alla formazione di esperti, e ai movimento delle popolazioni e alle migrazioni di manodopera.</hi></p></div><div><head><hi>5. Gli Italiani all’estero</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per finire vorrei accennare a un aspetto particolare della storia della società italiana alla fine del medioevo: la situazione degli italiani all’estero, e specificamente a Londra nella seconda metà del Quattrocento. La presenza degli Italiani in Inghilterra nel Medioevo è un dato conosciuto della storiografia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma vi sono risvolti trascurati, e vorrei insistere su questa identità di quartiere dovuta alla presenza di immigrati, qui di alto livello perché si tratta dei mercanti banchieri. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra questi stranieri figurano i fiorentini della famiglia Salviati, insediatisi negli anni 1440 vicino alla notissima Lombard Street di Londra, nella parrocchia di S. Benedetto. La vicenda dei Salviati è documentata tra l’altro da una serie importante di registri contabili. Uno di questi registri ha caratteristiche particolari: conserva, per quattro anni, le spese alimentari della casa Salviati di Londra, dal 1454 al 1458</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È possibile usarli come fonti per scoprire l’identità di un quartiere, perché ci sono delle indicazioni sul loro ambientamento, soprattutto quando festeggiano il loro santo patrono, S. Giovanni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei primi anni (1454-1455) la festa di S. Giovanni sembra importante per la casa Salviati; è occasione per decorare l’esterno della casa, e in generale per assumere comportamenti tipici dell’élite agiata </hi><hi rend="CharOverride-1">di Londra</hi><hi rend="CharOverride-1">. Successivamente il clima sociale si guasta; nell’aprile 1456 in occasione di un incontro tra mercanti italiani insediati a Londra è ucciso un genovese, accusato di avere avuto rapporto con una donna sposata a un cittadino di Londra (ma la ragione dell’assassinio era in realtà l’attività del mercante genovese nel settore dell’importazione di lane inglesi). Nella documentazione successiva fino al 1458, si nota una decisa modifica nel modo di celebrare il santo dai Fiorentini espatriati: nessuna grande festa, ma limitate celebrazioni. Inoltre, a partire dal dicembre del 1456 i fiorentini presenti a Londra, come i Medici, gli Strozzi o i Soderini, furono spesso invitati presso i Salviati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> probabilmente per discutere delle azioni da intraprendere o per difendersi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come probabile conseguenza di questi eventi, nel 1457</hi><hi rend="CharOverride-1">, per fare pressione sulle autorità inglesi, tutte le nazioni italiane si riunirono e minacciasero di lasciare Londra e di stabilirsi a Winchester, poco meno di cento chilometri a sud della capitale e non lontano dal porto di Southampton, a causa della molteplicità di attacchi subiti. Si può immaginare prima degli avvenimenti, un quartiere riempito di fiorentini e di mercanti di  altre città della penisola italiana, tutte le compagnie festeggiando allo stesso momento, una piccola Italia in pieno Londra.</hi></p></div><div><head><hi>6. Conclusione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La mobilità riguarda una parte cospicua della popolazione, dai più abbienti ai più umili. Tutti questi viaggi, che siano di breve o lunga distanza, di breve o lunga durata, hanno un impatto profondo sui territori. Permettono loro di svilupparsi, in particolare attraverso la circolazione degli specialisti, e di arricchirsi. Gli spostamenti e gli insediamenti sono stati possibili grazie ai contatti stabiliti nelle diverse città e aree suburbane da persone della stessa origine, che hanno facilitato le integrazioni e le relazioni tra i territori di origine e quelli di arrivo. In particolare, quando le popolazioni vengono registrate nei documenti fiscali, emerge la varietà di origini degli abitanti delle città e dei loro dintorni. Cercando di ricostruire le pallide tracce di questi movimenti, lo storico del XXI secolo rimpiange di non aver sentito le diverse lingue parlate dalla popolazione delle campagne vicine e di quelle dei territori più lontani!</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-045-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ringrazio Gian Maria Varanini per i suggerimenti e le correzioni al testo italiano.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-044-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">D. Balestracci</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e morfologia urbana nella Toscana bassomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">D’une ville à l’autre. </hi><hi rend="italic">Structures matérielles et organisation de l’espace dans les villes européennes (XIII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-XVI</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle). </hi><hi rend="italic">Actes du colloque de Rome (1</hi><hi rend="italic">er</hi><hi rend="italic">-4 décembre 1986)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1989, pp. 87-105.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-043-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per esempio, il saggio di </hi><hi rend="CharOverride-3">G. M. Varanini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">espansione urbana di Verona in età comunale: dati e problemi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Spazio, società, potere nell</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">Italia dei Comuni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Rossetti, Napoli 1986, pp. 1-25.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-042-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Berengo, </hi><hi rend="italic">L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1999; </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Boucheron </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Menjot</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La ville médiévale</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Histoire de l</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">Europe </hi><hi rend="italic">urbaine</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J.-L. Pinol, vol. 1, </hi><hi rend="italic">De l</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">Antiquité au XVIII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1">, Parigi 2003, p. 285-592.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-041-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >P. Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Économie urbaine, flux migratoires et espace urbain dans la Terre Ferme vénitienne entre le bas Moyen Âge et l’époque moderne</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Les étrangers dans la ville</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Paris 1999, pp. 209-224. </hi><hi rend="CharOverride-1">Per Treviso, sulla presenza dei Tedeschi, </hi><hi rend="CharOverride-3">U. Israel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fremde aus dem Norden. Transalpine Zuwanderer im sp</hi><hi rend="italic">ä</hi><hi rend="italic">tmittelalterlichen Italien</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tübingen 2005</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-040-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Rispettivamente, b. 61, lettre Z, b. 36, lettre F, 31/08/1441 et b. 87, fascicule 1, 03/03/1490. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-039-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio di Stato di Treviso (d’ora in poi ASTv),</hi><hi rend="italic"> Estimi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> b. 70/P, 23/11/1462. Sulla presenza dei Toscani a Treviso, </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I Toscani a Treviso nel Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I Toscani nel Patriarcato di Aquileia in Età Medioevale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">B. Figliuolo e G.</hi><hi rend="CharOverride-1" > Pinto, </hi><hi rend="CharOverride-1">Udine 2010, pp. 91-95.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-038-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >P.A. Rosental</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Une histoire longue des migrations</hi><hi rend="CharOverride-1" >, « Regards croisés sur l’économie », VIII (2010), 2, pp. 74-80, p. 74. Mi permetto di rinviare per maggiori dettagli</hi><hi rend="CharOverride-1" > a </hi><hi rend="CharOverride-3" >M. Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Les marchés du travail et les mobilités des travailleurs : le cas de la ville de Trévise au </hi><hi rend="italic">xv</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Des sociétés en mouvement. Migrations et mobilité au Moyen Âge. XL</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> Congrès de la SHMESP (Nice, 4-7 juin 2009)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Parigi 2010, pp. 121-129 e </hi><hi rend="italic">Trévise et ses migrants au </hi><hi rend="italic">xv</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">«Arriver» en ville: les migrants en milieu urbain au Moyen</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="italic">Âge. Installation, intégration, mise à l’écart</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di C. Quertier, R. Chilà</hi><hi rend="CharOverride-1"> e N</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Pluchot, Parigi 2013, pp. 65-76.</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="CharOverride-1">Per un confronto con Trento, </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Malfatti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Toscani a Trento nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi trentini. Storia», XCVII (2018), 2, pp. 409-448, pp. 412-416 per le cifre generali sull’immigrazione a Trento.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-037-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Gli estimi della podesteria di Treviso</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Cavazzana Romanelli e E. Orlando, Roma 2006.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-036-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">L. Pesce</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Vita socio-culturale in diocesi di Treviso nel primo Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1983, pp. 180-181; </hi><hi rend="CharOverride-3">U. Israel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fremde aus dem Norden. Transalpine Zuwanderer im sp</hi><hi rend="italic">ä</hi><hi rend="italic">tmittelalterlichen Italien</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tübingen 2005, </hi><hi rend="CharOverride-1" >p</hi><hi rend="CharOverride-1">p. 163-165 </hi><hi rend="CharOverride-1" >e la trascrizione della sua dichiarazione</hi><hi rend="CharOverride-1" > a p. 232.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-035-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 14/1, dichiarazioni di Giacomo da Biban e </hi><hi rend="italic">ser </hi><hi rend="CharOverride-1">Piero Pilon da Biban.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-034-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per fare qualche esempio, ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 10/2, Polo </hi><hi rend="italic">orbo che era zudio</hi><hi rend="CharOverride-1">: «va zerchando per l’amor de Dio»; b. 16/1, Agustin, </hi><hi rend="italic">bocaler lavorente</hi><hi rend="CharOverride-1">: «vadagno puocho e non fazo </hi><hi rend="CharOverride-1">marchandaria»; Zorzi Schiavon, </hi><hi rend="italic">bracente</hi><hi rend="CharOverride-1">: «non n’à non ma le sove braze»; Stefano da Monfera: «non à se non le braze»; b. 11/3, D. </hi><hi rend="CharOverride-1">Jacoma vedova di ser Piero Corin portatore di vino: «inferma»; e infine Antonio Furlan q. Lunardo da Martignago: «son mi sollo, non ò né pan, né vin, n</hi><hi rend="CharOverride-1">é galo, né galina, né cha’, né no n’ò niente indoso; son malvestì e mal chalçì».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-033-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla presenza di poveri in aree lontane dal centro città, </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Radiografia della soglia di povertà in una città della terraferma veneta: Verona alla metà del XVI secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Studi veneziani», n.s., VI (1982), pp. 47-85.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-032-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Citato da </hi><hi rend="CharOverride-3">Eadem</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le aree periferiche urbane nella dinamica socio-economica</hi><hi rend="CharOverride-1">, « Società e storia », XXIX (2006), n. 112, pp. 226-232, pp. 229-230.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-031-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Braunstein</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cannaregio, zona di transito?</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La città italiana e i luoghi degli stranieri (XV-XVIII secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di D. Calabi e P. Lanaro, Roma-Bari 1998, pp. 52-62.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-030-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Citata da </hi><hi rend="CharOverride-3">Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le aree periferiche urbane nella dinamica socio-economica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 223-224. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-029-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTV, </hi><hi rend="italic">Comunale</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 311, rispettivamente fol. 35</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">, 40 e 42.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-028-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’organizzazione politica e amministrativa del Trevigiano, </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Del Torre</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il Trevigiano nei secoli XV e XVI. L</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">assetto amministrativo e il sistema fiscale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1990.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-027-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	J. </hi><hi rend="CharOverride-3">Van Lottum</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Labour migration and economic performance: London and the Randstad, c. 1600-1800</hi><hi rend="CharOverride-1">, «The Economic History Review», LXIV (2011), 2, pp. 531-570; A. C</hi><hi rend="CharOverride-3">ourtemanche</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le peuple des migrants. </hi><hi rend="italic">Analyse des migrations vers Manosque à la fin du Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Le petit peuple dans l’Occident médiéval</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di P. Boglioni, R. Delort e C. Gauvard, Parigi 2002, pp. 181-192. </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Bonfiglio Dosio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’immigrazione a Brescia fra Trecento e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Strutture familiari, epidemie, migrazioni nell</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">Italia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Comba, G. Piccinni e G. Pinto, Napoli 1984, pp. 355-372, </hi><hi rend="CharOverride-1">alle pp. 361-362.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-026-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Sul percorso della famiglia Montona, </hi><hi rend="CharOverride-3" >M. Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Familles et travail à Trévise à la fin du Moyen Âge (vers 1434-vers 1509)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Roma 2013, pp. 61-64, 161-165, 320, 565-636.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-025-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTV, b. 70/S e b. 79/S.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-024-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per studi più risalenti a proposito degli orti e giardini, </hi><hi rend="CharOverride-3">N. Coulet</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Pour une histoire du jardin. </hi><hi rend="italic">Vergers et potagers à Aix-en-Provence, 1350-1450</hi><hi rend="CharOverride-1" >, « Le Moyen Âge », LXXIII (1967), pp. 239-270. </hi><hi rend="CharOverride-3" >A. Guerreau</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Notes statistiques sur les jardins de Saint-Flour au XIV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Les cadastres anciens des villes et leur traitement par l’informatique. Actes de la table ronde de Saint-Cloud, 31 janvier - 2 février 1985</hi><hi rend="CharOverride-1" >, a cura di J.-L. Biget, J.-C. Hervé e Y. Thébert, Roma 1989, pp. 341-357. Per uno studio recente, </hi><hi rend="CharOverride-3" >L. Fassio</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Changer transmettre et exploiter les jardins languedociens après la peste noire (1348-1361). étude de cas gangeoise</hi><hi rend="CharOverride-1" >, comunicazione nella giornata di studio </hi><hi rend="italic">Les économies méditerranéennes après la Peste Noire (2). </hi><hi rend="italic">(Aubervilliers, Campus Condorcet, 28 juin 2022)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Feller e C. Quertier, </hi><hi rend="CharOverride-1">in corso di stampa.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-023-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Limberger</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Periferie urbane e processi di sub-urbanizzazione ad Anversa nel XVI secolo. «Forze di mercato» e «mano visibile»</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Società e storia», CXII (2006), pp. 268-283, p. 270.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-022-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Boucheron</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Milano e i suoi sobborghi: identità urbana e pratiche socio-economiche ai confini di uno spazio incerto (1400 ca. – 1550 ca.)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Società e storia», XXIX (2006), n. 112, pp. 235-252, p. 238.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-021-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Lanaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le aree periferiche urbane nella dinamica socio-economica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 229-232.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-020-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla frequenza di Tedeschi fornai nelle città italiane, </hi><hi rend="CharOverride-3">P. Braunstein</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Les Allemands à Venise 1380-1520</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2016;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">K. Schulz</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Deutsche Handwerkergruppen in Italien, besonders in Rom (14.-16.</hi><hi rend="italic"> Jh)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Le migrazioni in Europa secc. XIII-XVIII</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 1994, pp. 567-591.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-019-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 33/2, dichiarazioni del 1434.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-018-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 45, 11/05/1448.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-017-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 72, 31/08/1462. Il proprietario è il cittadino Zuliano da Novello.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-016-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Federico Del Tredici cita gli </hi><hi rend="italic">hospitia</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei borghi della Valtellina utili per il soggiorno di mercanti, notai e altri: si veda </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Del Tredici</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Separazione, subordinazione e altro. I borghi della montagna e dell’alta pianura lombarda nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">I centri minori italiani nel tardo medioevo. Cambiamento sociale, crescita economica, processi di ristrutturazione (secoli XIII-XVI), </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di G.M. Varanini e F. Lattanzio, Firenze 2019, pp. 149-174, p. 153.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-015-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Boucheron</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Milano e i suoi sobborghi</hi><hi rend="CharOverride-1">, soprattutto pp. 240-242, p. 246-248, pp. 250-252. Sulla produzione ‘</hi><hi rend="CharOverride-1" >deconcentrata</hi><hi rend="CharOverride-1">’, </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Frangioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I luoghi del processo produttivo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Artigianato lombardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1977, vol. 1, pp. 56-72.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-014-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 12/2, dichiarazione di Vetor da Masiera.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-013-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 16/3, dichiarazione di Avanzo da Mares.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-012-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 104/2, dichiarazione di Pasqualin.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-011-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >ASTv, b. 34.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-010-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >ASTv, b. 37 p, 1441.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-009-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 82/3, Zuan Machafava fornasier, «Mendicho, del brazo zencho el qual non se pol aidar niente».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-008-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 104/1.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-007-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, b. 125. Per esempio, Stefano Schiavon «fogaruol</hi><hi rend="CharOverride-1"> a la fornase de la Gata (dei Veneziani)», Cremin Cremonese «descaruol in la fornase di S. Polo», Hieronimo de Lombardia «garzoto a la fornase», Bortolamio Bolpato</hi><hi rend="CharOverride-1"> «pisnente a le fornase», Lorenzo Todesco «descaruol», Jacomo da Citadella «lavora a la fornase».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-006-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Su questo, mi permetto di rinviare a </hi><hi rend="CharOverride-3" >M. Scherman</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Des productions rurales pour la ville: les dinanderies du Trévisan et les investissements urbains au XV</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Industries des campagnes dans l’Europe médiévale et moderne. </hi><hi rend="italic">Entreprises, territoires, marchés</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Verna, Madrid (in corso di stampa).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">R. Comba</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Produzioni metallurgiche nel Piemonte sud-occidentale (secoli XIII-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La sidérurgie alpine en Italie (XII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-XVII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P.</hi><hi rend="CharOverride-1" > Braunstein, Rom</hi><hi rend="CharOverride-1">a 2001, pp. 49-69, in particolare pp. 59-60, e nello stesso volume </hi><hi rend="CharOverride-3">J.F.</hi><hi rend="CharOverride-3" > Belhoste</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mutations</hi><hi rend="italic"> techniques et filières marchandes dans la sidérurgie alpine entre le XIII</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> et le XVI</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siècle</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 515-592, in particolare pp. 584-586. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Per uno studio delle valli lombarde, sempre nello stesso volume, </hi><hi rend="CharOverride-3" >F. Menant</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Aspects de l’économie et de la société dans les vallées lombardes aux derniers siècles du Moyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 3-30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASTv, </hi><hi rend="italic">Estimi</hi><hi rend="CharOverride-1">, b. 102/1, 25/04/1499 per Antonio e 30/04/1499 per «maestro Zani de Zuane da Bergamo, batirame a la Zela».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Sapori</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Compagnia dei Frescobaldi in Inghilterra</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio Storico</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Italiano», CII (1944), pp. 3-81, </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Holmes</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Florentine Merchants in England, 1346-1436</hi><hi rend="CharOverride-1">, «The Economic History Review», XIII (1960), 2, pp. 193-208 e per lavori più recenti, </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Guidi Bruscoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti-banchieri fiorentini tra Londra e Bruges nel XV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">«Mercatura è arte». Uomini d</hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">affari toscani in Europa e nel Mediterraneo tardomedievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, Roma 2012, pp. 11-44; </hi><hi rend="CharOverride-3">J. Bolton </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">F. Guidi Bruscoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The Borromei Bank Research Project</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Money, Markets and Trade in Late Medieval Europe: Essays in Honour of John H.A. Munro</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Leiden</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2006, pp. 460-490.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Scuola Normale Superiore di Pisa</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">Archivio Salviati, Serie I, reg.</hi><hi rend="CharOverride-1" > 343, </hi><hi rend="italic">Entrata e uscita e quaderno di cassa</hi><hi rend="CharOverride-1">, inizia il primo marzo 1454, «Da qui avanti a tutte charte *** schriveremmo le spese minute faremo dì per dì», ff. 81</hi><hi rend="italic">r-</hi><hi rend="CharOverride-1" >109</hi><hi rend="italic">r </hi><hi rend="CharOverride-1">(12 maggio 1457), poi ff. 171</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">-181</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1"> (14 settembre 1458). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come segno di una tensione persistente, </hi><hi rend="CharOverride-1">i Salviati </hi><hi rend="CharOverride-1">pagarono un uomo 6 denari per il servizio di guardia nell’agosto 1457, 8 denari nel febbraio 1458 e la stessa somma nel marzo dello stesso anno.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_18_195-208.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per esempio, il 27 dicembre 1456, la nazione fiorentina è ospitata a cena</hi><hi rend="CharOverride-1" > o </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora il 25 aprile</hi><hi rend="CharOverride-1" > 1457 e </hi><hi rend="CharOverride-1">il 14 marzo 1458. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Matthieu Scherman, Université Gustave Eiffel, France, <ref target="https://www.fupress.com">matthieu.scherman@univ-eiffel.fr</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-6796-5902</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Matthieu Scherman, <hi rend="italic">Immigrati, aree suburbane, identità di quartiere</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.15</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -15, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
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