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        <title type="main" level="a">Immagini dei quartieri stranieri nelle città italiane (XVI-XVIII secc.). Luoghi, spazi, architetture</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9540-2958" type="ORCID">
            <forename>Stefano</forename>
            <surname>Zaggia</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Padua, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.16</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The contribution reconstructs, starting from a commented iconographic set, how foreign presences have shaped the material and architectural structures of the cities.</p>
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            <item>Urban planning</item>
            <item>Architecture</item>
            <item>Iconography</item>
            <item>Cities</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.16<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.16" /></p>
      
      <div><head>Immagini dei quartieri stranieri nelle città italiane (XVI-XVIII secc.). Luoghi, spazi, architetture</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Zaggia</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel proporre una selezione di immagini relative alla presenza straniera all’interno delle città italiane credo siano d’obbligo alcune precisazioni a fronte di un titolo che appare così, nella sua ampiezza coprire ambiti cronologici e geografici vasti, tali da risultare forse troppo sommari.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tanto più che sul tema delle tracce materiali riferibili alle minoranze straniere la storiografia è ampia e anche di recente si sono svolti incontri e convegni. Da ultimo ricordo il convegno organizzato nel 2018 presso l’Università di Genova con il contributo dell’AISU (Associazione Italiana di Storia Urbana) su </hi><hi rend="italic">La città m</hi><hi rend="italic">ultietnica </hi><hi rend="CharOverride-1">che aveva come obbiettivo, appunto quello di «riflettere sugli aspetti di continuità, come sui momenti di snodo e frattura, che hanno a lungo condizionato la dimensione etnicamente composita, eterogenea, stratificata delle città mediterranee e del loro patrimonio culturale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-015">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">D’altronde va tenuto in debito conto quanto studi consolidati hanno provato e cioè che, per i secoli considerati, la mobilità che caratterizza i flussi di spostamento è estremamente alta, sia in senso spaziale che temporale e anche gli interventi presentati nel corso della giornata di studio lo hanno confermato. Da ciò deriva pertanto che le scelte residenziali spesso furono legate a contingenze di carattere economico o di disponibilità edilizia. In fin dei conti nelle città d’antico regime erano forestieri, come è stato osservato, tutti coloro che risiedevano, stabilmente o temporaneamente, in una città diversa da quella della propria origine.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le immagini scelte e le riflessioni collegate, pertanto, riguarderanno essenzialmente la presenza di aree, spazi urbani, ma soprattutto strutture materiali – architetture – le cui caratteristiche furono modellate in relazione alla presenza di una componente sociale straniera o che in quanto tale era riconosciuta dal contesto sociale e istituzionale in cui si trovò a vivere. Mi sembrano ancora valide le riflessioni avanzate da Bernard Lepetit a conclusione di uno dei primi convegni dedicati alla riflessione sul tema, a scala europea, svoltosi a Parigi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-014">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A margine del convegno, infatti, lo studioso suggeriva di dedicare attenzione al tema della creazione di </hi><hi rend="italic">forme</hi><hi rend="CharOverride-1">: partendo da una considerazione di carattere generale secondo la quale gli stranieri, di norma, giungevano in una città in cui gli assetti spaziali erano già definiti nelle linee sostanziali e pertanto «il se glissent dans un espace existant»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-013">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; ciò produceva un </hi><hi rend="italic">disallineamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella cronologia tra i momenti di realizzazione delle reti di interazione sociale e quelli connessi invece agli usi dello spazio concreto. Avanzava pertanto un’accorata sollecitazione, che ritengo ancora valida, quella cioè di ‘rovesciare’ il punto di osservazione partendo dallo </hi><hi rend="italic">spazio</hi><hi rend="CharOverride-1">, dalla connotazione fisica dei luoghi: privilegiare cioè «le sujets qui nous feront entrer dans notre thématique à partir de l’espace, à partir du territoire, à partire </hi><hi rend="CharOverride-1">des lieux»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-012">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certo è che nel caso di comunità articolate va sempre tenuto in debito conto l’interazione tra potere costituito e le richieste espresse dai gruppi minoritari. Lo sviluppo di luoghi fisici o contesti architettonici, o anche particolari soluzioni formali, ispirati alle esigenze e aspirazioni manifestate dalle tradizioni proprie della minoranza straniera è sempre l’esito di tali interazioni istituzionali e spesso fu il risultato di specifiche concessioni delle autorità. Come ha osservato Reinhold Mueller, l’assegnazione di spazi, urbani ma anche sociali, per la costruzione di luoghi d’identificazione culturale sottintendevano la finalità di promuovere «il desiderio di radicamento nel nuovo contesto urbano, con la duplice missione pertanto di conservare la propria identità pur cercando l’integrazione in una società in cui comunque si rimaneva sempre </hi><hi rend="italic">foresti</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-011">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È attraverso queste lenti quindi che vorrei sottoporre all’attenzione, senza voler per questo essere esaustivi, alcuni luoghi fisici non necessariamente intesi come quartieri (ambiti urbani ben definiti), ma anche singoli edifici, che connotavano alcune realtà urbane italiane nel passaggio dell’età medievale all’età moderna direttamente derivati dalla presenza di minoranze forestiere. Mi riferisco, in particolare, a quelle città in cui la componente straniera ha giocato un ruolo nella costruzione e articolazione di luoghi di riconoscibilità sulla base di esigenze culturali, religiose specifiche, creando realtà stabili nel tempo. In quest</hi><hi rend="CharOverride-1">i casi si tratterà soprattutto di realtà urbane ‘aperte’ in cui la componente straniera costituiva una compagine assai numerosa dal punto di vista demografico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-010">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le soluzioni praticate nelle diverse città si presentano pertanto in maniera estremante variabile e la tendenza a costituire luoghi urbani in cui la presenza di determinate comunità legate una medesima origine “nazionale” non è sempre dimostrabile e in molti casi risulta determinante anche l’esercizio di specifiche arti o professioni svolte dagli immigrati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-009">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Solo verifiche puntuali, pertanto, attraverso le fonti documentarie esistenti possono permettere di delineare e quantificare l’esistenza di processi di aggregazione o come in passato si è anche teorizzato di «auto-segregazione». Forse, come ha scritto Beatrice del Bo proprio l’esigenza di aiuto e solidarietà che tutti i nuovi venuti manifestano a contatto con una realtà estranea, era mitigata dal «confluire degli immigrati di una stessa provenienza in un’area precisa della città» a contatto con altri connazionali in modo da ritrovare in qualche modo «una certa aria di casa»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-008">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se questo è vero per le comunità di minoranze </hi><hi rend="italic">indesiderate</hi><hi rend="CharOverride-1">, sottoposte a controlli giudiziari pressanti, come Corsi e Albanesi a Roma (studiati di Anna Esposito), laddove i primi si concentrarono (anche se non esclusivamente) nella zona di Trastevere ottenendo anche il consenso ad erigere una cappella presso la chiesa di San </hi><hi rend="CharOverride-1">Crisogono (1543), mentre i secondi s’insediarono numerosi, nel secondo Quattrocento, presso il rione Monti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-007">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. D’altro canto troviamo che, all’interno di una configurazione urbana certamente diversa, la zona del Molo di Genova negli stessi anni ospitava una popolazione costituita da molteplici provenienze: si trattava di «un quartiere cosmopolita e aperto»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-006">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, gli studi di Braunstein su fonti notarili veneziane hanno dimostrato come un sestiere come Cannaregio si connotasse come area in cui erano insediati stranieri di svariate provenienze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-005">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un’area periferica (come il rione Monti) in via di definizione urbana con limitate emergenze architettoniche in cui gli stranieri potevano trovare una prima sistemazione, una zona di transito, forse, verso possibili forme di integrazione sociali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Penso siano ancora valide alcune conclusioni di Donatella Calabi e Paola Lanaro laddove sostenevano che, nella maggior parte dei casi studiati, si evidenziava la «mancanza di visibilità dei quartieri in cui giungono e si installano gli stranieri … [quanto] piuttosto la presenza di microaggregazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> prive di polarizzazioni nette nel tessuto insediativo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-004">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molte di tali aggregazioni abitative, residenziali non hanno lascito tracce materiali, tuttavia in moltissimi casi è la toponomastica storica a mantenere la traccia di una presenza ascrivibile forse ad aggregazioni ‘spontanee’ di particolari minoranze, anche solo derivate da una medesima professione. In una mappa notissima dell’area centrale di Vicenza, la </hi><hi rend="italic">Mappa del Peronio</hi><hi rend="CharOverride-1">, databile al 1480, ad esempio, è indicato il toponimo «Contrada de </hi><hi rend="CharOverride-1">Zudei» il che non indica necessariamente una sede privilegiata o obbligata di residenza quanto, credo, il riconoscimento della traccia (anche forse solo in relazione alla localizzazione dei banchi di prestito o delle botteghe gestite da ebrei) di una presenza che il contesto urbano ha identificato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-003">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su un piano più generale, è nel corso del Quattrocento che maturano ipotesi e concezioni teoriche volte a sottoporre ad un controllo formale gli spazi urbani, sulla base dell’aspirazione di dare ordine e impostare una azione di organizzazione spaziale coerente ispirata al recupero umanistico dell’</hi><hi rend="italic">antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Leon Battista Alberti, alla metà del </hi><hi rend="CharOverride-3">XV</hi><hi rend="CharOverride-1"> secolo, sosteneva infatti che «riuscirà pure d’insigne ornamento per la città il distribuire le diverse botteghe degli artigiani in diverse zone e quartieri appositi». Significativamente queste parole nel testo albertiano sono precedute da un paragrafo relativo agli insediamenti degli stranieri: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">divideremo l’area della città in modo tale che i forestieri abbiano abitazioni non soltanto separate e fatte apposta per loro, ma anche adatte ai nostri cittadini, di guisa che pur essi possano abitarvi con tutti gli agi che le funzioni e il ceto di ciascuno esigono</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-002">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tali concezioni oltre che sull’autorità dei classici, sembrano fondate su una lucida cognizione delle dinamiche urbane coeve, laddove concretamente la dislocazione delle funzioni si era prodotta nel tempo per giustapposizione e commistione di parti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come ha osservato Marco Folin: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">presupposto di partenza […] era che la società fosse naturalmente divisa in corpi ben distinti (e fisiologicamente destinati – in una situazione di normalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> – a non confondersi); e che di conseguenza in una città ben regolata queste divisioni sociali dovessero riflettersi anche nella forma urbana, sul piano spaziale, edilizio, fornendo un supporto tangibile alle segmentazioni su cui si fondava l’ordine immutabile della società</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certo che, in realtà in molte città rinascimentali le quali devono il loro assetto ai secoli precedenti, i quartieri non appaiono affatto caratterizzate dall’insediamento prevalente di una categoria socio-professionale oppure da un’altra. Il paesaggio urbano di antico regime sembra invece connotato da una fortissima promiscuità sociale. Il che conferma quanto affermato da Jean-François Chauvard, sulla base di analisi documentali riferite ai catastici estimali tra Seicento e Settecento veneziani, «l’esistenza di un centro emblematico non implica necessariamente la coagulazione della comunità nel circondario. È il contrario che costituisce l’eccezione»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Esistono però delle specificità che esulano o solo in parte rientrano nelle forme che riguardano la costituzione di quartieri ‘nazionali’ e si tratta, in questo caso, dei caratteri insediativi dei quartieri delle minoranze ebraiche laddove proprio nella congiuntura in cui, dalla metà del Quattrocento, l’atteggiamento ostile cresce d’intensità si produrrà un cambiamento radicale nella convivenza sociale con l’istituzione della segregazione coatta, i ghetti cioè. Qui ritengo si possa parlare di una svolta radicale che introdurrà forme di separazione che avranno conseguenze di lungo periodo e applicazioni anche in relazione a contesti anche molto </hi><hi rend="CharOverride-1">diversificati.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-015-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">La città multietnica. Nel mondo mediterraneo. Storia, cultura, patrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, convegno AISU, Genova 4-5 giugno 2018; le relazioni sono state pubblicate in </hi><hi rend="italic">La città multietnica. Nel mondo mediterraneo. Storia, cultura, patrimonio</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A.N. Eslami e M. Folin, Milano 2019; </hi><hi rend="italic">Multiethnic Cities in the Mediterranean World history, culture, heritage</hi><hi rend="CharOverride-1">, M. Folin, R. Tamborrino eds., AISU International, 2019 [</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://aisuinternational.org/multiethnic-cities-in-the-mediterranean-world-history-culture-heritage</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">].</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-014-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Les Étrangers dans l’espace physique urbain, </hi><hi rend="CharOverride-1" >Paris MSH, 9-11 novembre 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-013-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3" >B. Lepetit</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Proposition et avertissement</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in </hi><hi rend="italic">Les Étrangers dans la Ville. Minorités et espace urbain du bas Moyen Âge à l’époque moderne</hi><hi rend="CharOverride-1" >, sous la direction de J. Bottin, D. Calabi, Paris 1999, pp. 12-15, p. 14..</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-012-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 15.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-011-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">R.C. Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione, cittadinanza, identità: essere </hi><hi rend="CharOverride-1">foresto </hi><hi rend="italic">a Venezia nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Stranieri, barbari, migranti: il racconto della storia per comprendere il presente</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di T. Plebani, Venezia 2016, pp. 33-38, p. 38.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-010-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È, naturalmente, il caso veneziano, studiato da </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Zannini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Venezia città aperta. Gli stranieri e la Serenissima XIV-XVIII secolo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Venezia 2009; inoltre </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Ceriana</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="CharOverride-3">R.C. Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Radicamento delle comunità straniere a Venezia nel Medioevo: «scuole» di devozione nella storia e nell’arte</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri: radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 299-332.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-009-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Gazzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Aiutare il forestiero. L’assistenza di ospedali e confraternite nel medioevo (Italia centro-settentrionale)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Melanges del l’École Française de Rome. Moyen Âge», CXXI (2019), 2, pp. 407-416.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-008-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Forme di solidarietà tra gli immigrati delle città italiane nel basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il medioevo degli esclusi e degli emarginati.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Atti del Convegno del XXVII Premio internazionale Ascoli Piceno</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(Ascoli Piceno, 3-5 dicembre 2015)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Lori Sanfilippo e G. Pinto, Roma 2020, pp. 79-100, p. 86.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-007-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">A. Esposito</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le minoranze indesiderate (corsi, slavi e albanesi) e il processo di integrazione nella società romana nel corso del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 283-297.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-006-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">G. Casarino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri a Genova nel Quattro e Cinquecento: tipologie sociali e nazionali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic">Dentro la città. Stranieri e realtà urbane nell’Europa dei secoli XII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Rossetti, Pisa 1989, pp. 137-150, pp. 142-143.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-005-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Braunstein</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cannaregio, zona di transito?</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La città Italiana e i luoghi degli stranieri XVI-XVIII secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di P. Lanaro e D. Calabi, Roma-Bari 1998, pp. 52-62.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-004-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">P. Lanaro </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Calabi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le forme della separazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La città Italiana e i luoghi degli stranieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. VII-XIX.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-003-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">R. Scuro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La presenza ebraica a Vicenza e nel suo territorio nel Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Ebrei nella Terraferma Veneta del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R.C. Mueller e G.M. Varanini, Firenze 2005, pp. 103-121.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-002-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">L. B. Alberti</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> De re Aedificatoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. II, ed. a cura di G. Orlandi, Milano 1966, p. 536.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-3">M. Folin</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in</hi><hi rend="italic"> La città multietnica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_19_209-220.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	J</hi><hi rend="CharOverride-3">. F. Chauvard</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Scale di osservazione e inserimento degli stranieri nello spazio veneziano tra XVII e XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La città italiana e i luoghi degli stranieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 85-120.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Stefano Zaggia, University of Padua, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">stefano.zaggia@unipd.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-9540-2958</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Stefano Zaggia, <hi rend="italic">Immagini dei quartieri stranieri nelle città italiane (XVI-XVIII secc.). Luoghi, spazi, architetture</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.16</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -13, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1. Genova, Il Molo, mappa allegata un cartolario della </hi><hi rend="italic">Cabella embulorum sive terraticorum, </hi><hi rend="CharOverride-1">1544</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">[ASGe, San Giorgio, Sala 29]</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il disegno, datato alla metà del Cinquecento, mostra il sito strategico per Genova, il Molo, la cui costruzioni risaliva all’inizio XIV secolo e poi più volte ampliato. Dalle fonti sappiamo trattarsi di una zona di forte commistione abitativa e ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">aperta’ alla presenza di numerose comunità straniere costituite da persone, spesso in transito, connotate dalle più diverse nazionalità. Tale concentrazione nell’area del Molo derivava anche da specifiche concessioni di durata ventennale che la Repubblica aveva deliberato. In questa zona sorgevano le logge dei mercanti Greci e Turchi.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">G. Casarino</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stranieri a Genova nel Quattro e Cinquecento: tipologie sociali e nazionali,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="italic">Dentro la città. Stranieri e realtà urbane nell’Europa dei secoli XII-XVI</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Rossetti, Pisa 1989, pp. 137-150; E. </hi><hi rend="CharOverride-3">Poleggi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">La topografia degli stranieri nella Genova di antico regime</hi><hi rend="CharOverride-1">, in La</hi><hi rend="italic"> città </hi><hi rend="italic">Italiana e i luoghi degli stranieri XVI-XVIII secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di P. Lanaro e D. Calabi, Roma-Bari 1998, pp. 108-120]</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2. Clipeo con l’effigie del </hi><hi rend="italic">Volto Santo</hi><hi rend="CharOverride-1">, campiello del Volto Santo, Venezia</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Venezia come già nel Cinquecento scriveva Francesco Sansovino, era ritenuta «stantia frequentata da molte genti d’ogni lingua e paese». Costante nel tempo fu l’interesse e la vigilanza che la Repubblica dedicò alla presenza di comunità straniere insediatesi soprattutto per svolgervi attività economiche o artigianali. Attenzione fu posta anche alle modalità abitative volta a favorire lo sviluppo di reti assistenziali proprie. È il caso della comunità dei Lucchesi accolti in città già nel 1308 e che nella seconda metà del secolo edificarono presso la chiesa della congregazione dei Servi di Maria una cappella dedicata al Volto Santo e cui era annessa la Scuola (ente assistenziale sul modello veneziano). Seguì, poi, l’edificazione di un ospizio per i poveri ed edifici di residenza. Ancora oggi sopravvivono nelle strutture edilizie e abitative segni distintivi che si richiamavano alla sacra reliquia venerata dalla comunità, a segnalare un’appartenenza identitaria dei siti. Sulla scorta delle concessioni ai Lucchesi seguiranno anche quelle per altre minoranze straniere, Albanesi, Schiavoni, Armeni, Greci.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">M. Ceriana </hi><hi rend="CharOverride-1">e</hi><hi rend="CharOverride-3"> R.C. Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Radicamento delle comunità straniere a Venezia nel Medioevo: «scuole» di devozione nella storia e nell’arte</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri: radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 299-332]</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 3. Chiesa di San Luigi dei Francesi, da: Giovanni Battista Falda, </hi><hi rend="italic">Il nuovo teatro delle fabriche, et edificii, in prospettiva di Roma moderna: sotto il felice pontificato di N. S. Papa Alessandro VII</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1665-69.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già nel medioevo a Roma la presenza straniera era un fatto consueto ma aumenterà notevolmente dopo il ritorno papale dall’esilio di Avignone. Gli studi condotti hanno stabilito che in poco più di un secolo, dalla fine del Trecento all’avvio del Cinquecento, la popolazione raddoppia grazie all’afflusso di stranieri. Col ritorno della Curia la città accrebbe il ruolo di centro d’incontro delle diverse diplomazie con la conseguente creazione di luoghi privilegiati di residenza. Da questo discende la realizzazione di numerose ‘chiese nazionali</hi><hi rend="CharOverride-1">’ dovute a committenze istituzionali. Come ho notato I. Frosi: «se non esistevano già luoghi di culto nazionali, questi stranieri che provenivano dalla stessa ‘patria’ con la loro presenza potevano di fatto dare vita alla </hi><hi rend="italic">natio</hi><hi rend="CharOverride-1"> e renderla un punto di riferimento e di attrazione per chi veniva dalle stesse terre di origine. Era dunque un processo che spesso si creava dal basso e solo successivamente veniva riconosciuto e confermato dall’autorità pontificia». È il caso emblematico della costruzione della chiesa di San Luigi dei Francesi iniziata nel 1518 sul sito in cui già era presente una confraternita omonima autorizzata nel 1478. La localizzazione è prestigiosa tra Piazza Navona e il Pantheon; fu completata poi nel corso del secolo grazie ai finanziamenti provenienti dalla corona, ma polo di riferimento, anche se non unico, delle comunità residente francese.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">S. Roberto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">San Luigi dei Francesi. La fabbrica di una chiesa nazionale nella Roma del </hi><hi rend="italic">’</hi><hi rend="italic">500</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2005; </hi><hi rend="CharOverride-3">I. Frosi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Non solo pellegrini: i Francesi a Roma nella prima età moderna. Qualche esempio e osservazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Anabases</hi><hi rend="CharOverride-1" >», </hi><hi rend="CharOverride-1">V (2007), pp. 137-148].</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 4. Padova, Antico cimitero ebraico [fonte Museo della Padova Ebraica]</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La necessaria premessa alla costituzione di una stabile comunità straniera non solo per nazionalità me soprattutto per religione, era quello della possibilità di poter vivere in coerenza con i propri costumi e tradizioni religiose. Quindi non solo connesse allo svolgimento dell’officio religioso ma anche al diritto alla sepoltura dei morti secondo i propri riti. La necessità di poter disporre di un terreno d’inumazione, ben distinto e protetto, era il problema più assillante dalle minoranze ebraiche. In molte città italiane si sono conservati cimiteri la cui apertura risale al tardo medioevo e precede l’istituzione dei ghetti. Nel caso di Padova, l’apertura di un cimitero per la comunità ebraica risale ad una concessione di Francesco Da Carrara signore di Padova datata al 1384. Nonostante le alterne vicissitudini di chiusura e riapertura nel corso dei secoli, il sito del cimitero si è conservato ed è tuttora custodito dalla comunità ebraica cittadina.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Morpurgo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cimitero ebraico in Italia. Storia e architettura di uno spazio identitario,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Macerata 2012; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Malkiel</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Stones Speak – Hebrew Tombstones from Padua, 1529-1862</hi><hi rend="CharOverride-1">, Leiden 2014;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-3">A. Spagnuolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I cimiteri ebraici del Padovano e del Polesine: spazi di confine identitario tra tolleranza e ostilità, </hi><hi rend="CharOverride-1">in </hi><hi rend="italic">Gli ebrei a Padova dal Medioevo ai giorni nostri. Il valore di una presenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-1">P. C. Ioly Zorattini, A. Locci e S. Zaggia, Firenze 2022, pp. 93-104]</hi><hi rend="italic">.</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._5.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 5. R. Custos, </hi><hi rend="italic">Domus germanorum emporica Venetiis</hi><hi rend="CharOverride-1">, incisione 1616</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’immagine realizzata dall’incisore tedesco illustra il cortile interno del Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Il grande edificio annesso all’area realtina</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituiva il polo funzionale legato ai traffici commerciali con le regioni germaniche. La presenza del </hi><hi rend="italic">fontego</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic">nation alemana</hi><hi rend="CharOverride-1"> risaliva al XIII secolo, ma fu più volte ricostruito a seguito di eventi calamitosi. Si trattava di una struttura di proprietà pubblica connotata da una soluzione residenziale-commerciale che non trova riscontri in altre città italiane quanto piuttosto con caratteri affini a certi insediamenti presenti nelle città transalpine. Ma soprattutto, come a suo tempo aveva argomentato Ennio Concina, trovava il modello spaziale e funzionale nei </hi><hi rend="italic">Funduq</hi><hi rend="CharOverride-1"> o negli </hi><hi rend="italic">Han </hi><hi rend="CharOverride-1">delle città d’oriente e dell’Egitto, collocati nei pressi delle aree di mercato (</hi><hi rend="italic">suq</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così, nel 1505 un incendio distrusse la sede: ma subito la Repubblica fece ricostruire il complesso, quello ancora oggi visibile, secondo un disegno geometrico proporzionale ispirato dall’architettura del Rinascimento. L’edificio è nettamente identificato all’interno di un unico isolato: tutto in isola e, come osservava Francesco Sansovino, una «piccola città nel corpo di Venezia, che val a dire una città entro l’altra». </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Concina</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fondaci. Architettura, arte e mercatura tra Levante, Venezia e Alemagna</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 1997, pp. 125-202; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Calabi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il Fondaco degli Alemanni, la chiesa di San Bartolomeo e il contesto mercantile</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">La chiesa di San Bartolomeo e la comunità</hi><hi rend="italic">   a Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di N. Bonazza, I. di Lenardo e G. Guidarelli, Venezia 2013, pp. 113-127; </hi><hi rend="CharOverride-3">E. Molteni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Venezia, Fondaco dei Tedeschi. Le ricostruzioni di un edificio nel cuore della città</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Fondaco dei Tedeschi. OMA Il restauro e il riuso di un monumento veneziano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano, 2015, pp. 12-79].</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._6.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 6. J. De Barbari, </hi><hi rend="italic">Venetia MD</hi><hi rend="CharOverride-1">, particolare</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il particolare della grande mappa incisa e pubblicata all’inizio del XVI secolo da Jacopo De Barbari mostra l’isola del </hi><hi rend="italic">Geto novo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella situazione che precede di un quindicennio la svolta con cui nella delibera del 29 marzo 1516 il Senato della repubblica Veneta decideva di assegnare come residenza coatta agli ebrei a Venezia. Il particolare dell’incisione permette di osservare la posizione in un’area periferica della città e la netta separazione tra lo spazio dell’isola e le aree circostanti. Di fatto questa soluzione insediativa verrà poi adottata come modello nella costituzione di quartieri separati per le comunità ebraiche anche a seguito delle disposizioni papali. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Calabi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Venezia e il Ghetto. Cinquecento anni del “recinto degli ebrei“,</hi><hi rend="CharOverride-1">Torino 2016; </hi><hi rend="italic">Venezia gli Ebrei l’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1516-2016, catalogo della mostra, Venezia 2016; S</hi><hi rend="CharOverride-3">. Zaggia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il vincolo della soglia. Dalle contrade ebraiche ai ghetti nelle città dell’Italia settentrionale (XV-XVII secc.),</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Cheiron</hi><hi rend="CharOverride-1" >», </hi><hi rend="CharOverride-1">LVII-LVIII (2012), </hi><hi rend="italic">Gli ebrei nell’Italia centro settentrionale fra tardo Medioevo ed età moderna (secoli XV-XVIII)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Romani e E. Traniello, Roma 2012, pp. 105-130].</hi></p><p><graphic url="OP10149_xml_19_209-220-web-resources/image/Fig._7.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 7. A. Piemontesi, </hi><hi rend="italic">Pianta di Livorno con dieci vedute dei luoghi principali della città</hi><hi rend="CharOverride-1">, incisione, 1790 ca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’incisione è una mappa topografica molto precisa che illustra lo sviluppo raggiunto dalla città alla fine del XVIII secolo. La realizzazione dell’ampliamento della città prese avvio nel 1577 espandendo verso il mare il borgo preesistente e dotandolo via via di stabilimenti, magazzini, infrastrutture portuali e militari. L’esigenza di dotare il nuovo nucleo cittadino, che nelle intenzioni di Francesco I doveva diventare un porto a scala europea, fu risolta con una accorta politica volta a favorire il radicamento nella nuova città di comunità straniere di mercanti e artigiani, soprattutto durante il regno di Ferdinando I. Le strutture edilizie furono edificate direttamente dall’ufficio ducale delle Fabbriche e da altre istituzioni, poi concesse in uso. Fu così che a Livorno nel giro di un cinquantennio l’incremento di popolazione fu rapido e le comunità straniere trovarono inizialmente spazi in cui risiedere liberamente realizzando in seguito al radicamento, propri edifici di culto e di assistenza. A partire dal Seicento, i resoconti dei viaggiatori e cronisti registrano con enfasi il carattere cosmopolita della città.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">[Bibl. </hi><hi rend="CharOverride-3">L. Frattarelli Fischer</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo di una città portuale: Livorno, 1575-1720</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> Sistole/diastole. Episodi di trasformazione urbana nell’Italia delle città,</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cura di M. Folin, Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, Venezia 2006, pp. 271-333; </hi><hi rend="CharOverride-3">D. Battilotti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Luoghi di commercio e produzione degli stranieri nei primi anni dell’espansione livornese (1587-1609)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in «Città &amp; Storia», II (2007), 1, pp. 45-60].</hi></p></div>
      
      <div>
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          <head>References</head>
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