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        <title type="main" level="a">Immigrati di lusso. Uomini d’affari forestieri e cittadinanza nelle maggiori città italiane nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-6011-8671" type="ORCID">
            <forename>Alma</forename>
            <surname>Poloni</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Pisa, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0426-2</idno>) by </resp>
          <name>Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.19</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The author offers a contribution on the representation of citizenship in the major Italian cities in the decades between the fourteenth and fifteenth centuries based on a dense network of high-level relationships and without the burdens and fiscal pressures required in the formal one. Among those who received prestigious positions and often enjoyed privileges were rich businessmen, who tended to be reluctant to acquire citizenship due to the tax burdens that could arise from it.</p>
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            <item>Citizenship</item>
            <item>Taxations</item>
            <item>Privileges</item>
            <item>Italian cities</item>
            <item>Late Middle Ages.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.19<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0426-2.19" /></p>
      
      <div><head>Immigrati di lusso. Uomini d’affari forestieri e cittadinanza nelle maggiori città italiane nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Alma Poloni</hi></p><div><head><hi>1. Introduzione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come messo in luce dalla storiografia, la cittadinanza nel tardo Medioevo era un complesso e oltretutto mutevole bilanciamento di diritti e doveri, di privilegi e di oneri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-076">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È quindi abbastanza ovvio che ci fossero situazioni, condizioni e casi, individuali o di gruppo, nei quali la bilancia pendeva troppo dal lato degli oneri rispetto a quello dei diritti, e la cittadinanza non era più conveniente. La renitenza alla cittadinanza doveva anzi essere un </hi><hi rend="CharOverride-1">atteggiamento piuttosto diffuso tra gli immigrati di livello economico e sociale basso o medio-basso, per i quali i costi per accedere allo </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1"> e per soddisfare i requisiti richiesti dai governi urbani, e gli oneri in particolare di natura fiscale connessi a tale </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1">, non erano controbilanciati dai vantaggi di potersi dire cittadini. Per molti di essi le condizioni di fragilità sociale e di debolezza – se non di vera e propria subordinazione – economica rendevano comunque inaccessibile il diritto alla partecipazione politica che qualificava il cittadino, e problematico anche il ricorso alla giustizia cittadina. Molti quindi non chiedevano la cittadinanza a meno che non fossero costretti dalle autorità, in genere desiderose di fare cassa. Il fenomeno è stato messo in luce da Gabriella Piccinni per Siena,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e confermato per altre realtà</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-075">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per fare un esempio, per attirare immigrati in una fase che era già di calo demografico le autorità pisane nel 1324 emanarono una disposizione che consentiva a chi volesse venire ad abitare in città di poterlo fare «ut forensis», promettendo che non sarebbe stato iscritto all’estimo, se non su sua esplicita richiesta, e non sarebbe stato costretto a diventare cittadino pisano: «nec compelli possit</hi><hi rend="CharOverride-1"> effici civis pisanus», un’espressione che mette in guardia nei confronti di una visione eccessivamente idealizzata della cittadinanza, prevalente soprattutto nella storiografia del passato, come condizione sempre desiderabile e desiderata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-074">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo contributo, tuttavia, non mi occuperò di questi casi, ovvero di artigiani e lavoratori non specializzati che non trovavano la cittadinanza molto attraente. Mi soffermerò invece su un fenomeno che </hi><hi rend="CharOverride-1">diviene piuttosto evidente, nelle maggiori città italiane, nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento: un certo grado di renitenza alla cittadinanza da parte di persone di livello economico e sociale medio-alto o decisamente elevato, forestieri ‘di lusso</hi><hi rend="CharOverride-1">’, per così dire, che vivevano nei palazzi del centro e non nelle case a schiera delle periferie, per lo più mercanti, banchieri, imprenditori</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-073">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava cioè proprio di coloro per i quali la cittadinanza avrebbe dovuto essere più appetibile, e che erano a loro volta decisamente appetibili per le autorità cittadine in considerazione delle loro possibilità economiche e delle loro potenzialità fiscali, i quali invece dimostravano una resistenza più o meno tenace a intraprendere l’</hi><hi rend="italic">iter</hi><hi rend="CharOverride-1"> per </hi><hi rend="CharOverride-1">accedere allo </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nelle pagine che seguono si cercherà di dimostrare che questo fenomeno fu una delle tante conseguenze del convergere, a partire dagli ultimi decenni del Trecento, di importanti cambiamenti nell’ambito delle forme del prelievo fiscale, dell’organizzazione del commercio internazionale, della struttura delle relazioni interne alle élites cittadine. Si identificheranno inoltre in esso i segnali precoci di una ‘crisi della cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">’ che si manifestò pienamente nella prima età moderna.</hi></p></div><div><head><hi>2. «E vengho a eserre citadino chontro a’ mio volere»: i mercanti e la cittadinanza</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal 1383, rientrato in Toscana, Francesco Datini pose la propria residenza a Prato, la sua città d’origine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-072">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dal 1351 Prato faceva parte del contado di Firenze, e dunque Datini era soggetto al trattamento fiscale riservato ai comitatini, ovvero era tenuto a pagare le imposte dirette sulla base dell’estimo, e non </hi><hi rend="CharOverride-1">i prestiti forzosi che costituivano il ‘marchio fiscale’ della condizione di cittadino fiorentino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-071">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A partire in particolare dal 1386, tuttavia, il mercante trascorse lunghi soggiorni a Firenze, che si avviava a diventare il centro operativo del suo sistema di aziende, e nel 1388 si iscrisse anche all’arte di Por Santa Maria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-070">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al momento della sottomissione a Firenze i pratesi avevano ottenuto un importante e</hi><hi rend="CharOverride-1">, almeno nelle intenzioni, allettante privilegio: chiunque di loro avesse abitato a Firenze per almeno sei mesi poteva essere considerato cittadino fiorentino a tutti gli effetti, senza altre formalità e senza limitazioni. La strada della cittadinanza fiorentina era dunque spianata per Francesco, che però si guardò bene dall’imboccarla</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-069">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; le ragioni, del resto, non sono difficili da comprendere. La storiografia non ha raggiunto una conclusione definitiva su quale fosse la condizione fiscale meno penalizzante, se quella di comitatino sottoposto all’estimo o quella di cittadino fiorentino soggetto alle prestanze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-068">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nel caso specifico di Datini, tuttavia, ci sono pochi dubbi: finché egli rimase cittadino di Prato il suo contributo fiscale fu ridicolmente limitato se si considera la sua indubbia e notoria ricchezza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-067">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È evidente che egli riceveva un trattamento di favore – per usare un eufemismo – dagli ufficiali locali incaricati di distribuire tra i contribuenti pratesi i carichi fiscali attribuiti alla città soggetta. Da una parte le sue proprietà immobiliari non erano in effetti molto consistenti, mentre i capitali investiti e gli utili derivanti dalle attività mercantili e finanziarie erano oggettivamente molto più difficili da valutare, se non da mercanti internazionali davvero esperti e informati. Dall’altra, soprattutto, è comprensibile che gli ufficiali pratesi avessero un occhio di riguardo per il loro concittadino più ricco e affermato, al quale molti di loro erano legati da relazioni di amicizia o di patronato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Firenze, invece, Datini era solo uno dei tanti mercanti di successo, e sul terreno assai scivoloso delle relazioni interne all’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadina si muoveva con minore agilità che nel più semplice contesto sociale pratese, anche se fin dai primi anni ’90 fu impegnato a costruirsi una rete di amicizie ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">utili’ tra gli esponenti più in vista della classe politica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-066">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le commissioni fiscali fiorentine, inoltre, erano composte in gran parte da mercanti pienamente inseriti nel fitto </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> informativo sul quale si fondava il commercio internazionale fiorentino, dunque assai difficili da sviare. In città i prestiti forzosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> venivano distribuiti non sulla base dell’estimo, che era stato soppresso nel 1315, ma appunto da commissioni che lavoravano ‘ad arbitrio’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-065">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In alcuni casi erano una o più commissioni uniche a stabilire i coefficienti d’imposta di tutti i cittadini. In altri la distribuzione avveniva ‘per gonfalone’, ovvero in ogni gonfalone venivano nominate una o più commissioni incaricate di ripartire tra i cittadini residenti la quota ad esso attribuita in seguito alla divisione del gettito fiscale previsto tra i sedici gonfaloni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-064">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo spiega perché a un certo punto Datini finì nelle mire degli abitanti del gonfalone del Lion Rosso, la circoscrizione nella quale si trovava il suo fondaco di Porta Rossa. In effetti, i contribuenti del Lion Rosso avrebbero avuto un notevole vantaggio se avessero potuto</hi><hi rend="CharOverride-1"> costringere il ricchissimo pratese ad accollarsi una quota delle prestanze imposte al gonfalone. Iscritto una prima volta nei ruoli di imposta cittadini, Francesco riuscì a farsi cancellare dimostrando appunto di essere cittadino di Prato e registrato nell’estimo di quella città, dunque di pagare già le tasse in qualità di comitatino. Ma all’inizio del 1394, in un momento di particolare emergenza finanziaria per il comune, la commissione fiscale del Lion Rosso tornò all’attacco più agguerrita che mai. Datini risiedeva a Firenze per lunghi periodi, da lì dirigeva i propri affari, dunque doveva sopportare gli oneri a cui erano soggetti tutti i cittadini fiorentini; doveva, insomma, essere costretto a diventare cittadino e a sostenerne le responsabilità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-063">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalle sue lettere apprendiamo che Datini si sentiva oltraggiato, scandalizzato, profondamente abbattuto. Smosse letteralmente mari e monti, mobilitò tutte le sue conoscenze altolocate per scongiurare quella che riteneva una vera e propria iattura: diventare, appunto, cittadino fiorentino. «E d’altra parte – scriveva il 19 gennaio 1394 al socio Stoldo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Lorenzo, con parole che lasciano pochi dubbi sulla sua opinione – chie pagha in chontado non puote esere alle prestanze se già e’ non si facesse il male elgli istesso per farssi </hi><hi rend="CharOverride-1">citadino; or questo non fue mai mia intenzione né d’è, inperò volglo inanzi istare alla mercè de’ pratesi che de’ fiorentini»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-062">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma le sue resistenze non ottennero alcun risultato: alla fine, per evitare conseguenze fiscali peggiori e</hi><hi rend="CharOverride-1"> su consiglio delle persone a lui più vicine, Francesco si rassegnò a diventare cittadino fiorentino, con che entusiasmo emerge chiaramente da una lettera alla moglie Margherita: «e chonsiderato la loro forza e nella mala disposizione che’egli erano in darmi ongni dì briga e ‘npacio e vegendomi eserre male atto a piatire cho</hi><hi rend="CharOverride-1"> lloro, ò diliberato di seguire il parere degli amici. […] E vengho a eserre citadino chontro a’ mio volere, ma non posso più»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-061">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un paio di mesi dopo la ferita non si era ancora rimarginata: scrivendo al milanese Bassano da Pessina, Datini ribadiva che «voglonmi fare cittadino, o volgla io o nno, per tocchare de’ miei danari. Gli altri pratesi volglono essere cittadini non possono essere, e io che noe</hi><hi rend="CharOverride-1"> volglo, mi chonviene esere per forza, per amore dichono ch’io sono riccho», ed esprimeva il rimpianto di non avere fissato la propria residenza a Milano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-060">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il mercante non escludeva comunque la possibilità di andarsene «se io mi vedrò male tratare»</hi><hi rend="CharOverride-1">; ciò che lo tratteneva, affermava, erano le esorbitanti spese sostenute per i lavori di ristrutturazione del palazzo di Prato, delle quali difficilmente sarebbe rientrato in caso di vendita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le lettere datiniane contengono del resto altri esempi di come l’acquisizione della cittadinanza potesse, se non proprio sollevare un’indignazione paragonabile a quella del pratese, non essere considerata il coronamento ideale e anelato di un percorso di integrazione sociale ma solo un comodo strumento per risparmiare sui costi di transazione, ed essere vissuta con </hi><hi rend="CharOverride-1">entusiasmo assai contenuto. Nel 1397 Luca del Sera, direttore della filiale di Valencia della compagnia datiniana di Catalogna, comunicava alla filiale di Maiorca di avere ottenuto la cittadinanza di Xàtiva per cinque anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-059">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’annuncio arrivava solo al quarto foglio di una lunga lettera composta da sei fogli, dopo una serie infinita di minute notizie mercantili, ed era seguita dal calcolo di quanto le esenzioni doganali riservate ai cittadini avrebbero consentito di risparmiare, ovvero circa 50 fiorini all’anno, una cifra non disprezzabile, concludeva Luca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-058">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In una lettera successiva del Sera ribadiva, se ce ne fosse stato bisogno, il suo interesse molto limitato per questo traguardo: «E non cale ti mandi carta di cittadinanza, che io la pregio pocho, se non per </hi><hi rend="CharOverride-1">li dritti dela terra medesima di là»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-057">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1410 uno dei corrispondenti datiniani da Maiorca, Niccolò Manzuoli, scriveva alla filiale datiniana di Barcellona – Datini era già morto –, di nuovo inserendo la notizia dopo varie altre informazioni “di servizio”, che «per bene delle nostre robe e sì d’amici io mi sono fatto cittad</hi><hi rend="CharOverride-1">ino della tera», e invitava i datiniani a rivolgersi a lui se avessero voluto inviare merci sull’isola</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-056">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche nel caso di una realtà cittadina decisamente più rilevante di Xàtiva, quindi, il conseguimento della cittadinanza veniva presentato come una scelta dettata da</hi><hi rend="CharOverride-1"> un avveduto calcolo mercantile, ed era sbandierato non come un ambito traguardo personale, ma come un ‘vantaggio competitivo’ che rendeva Manzuoli particolarmente attraente come corrispondente e commissionario. Gli ‘amici’, infatti, potevano mandare a Maiorca le loro merci sotto la marca di Niccolò – pratica estremamente diffusa, sulla quale si tornerà –, sfruttando i privilegi di cui egli godeva come cittadino e realizzando così notevoli risparmi sui </hi><hi rend="CharOverride-1">dazi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al di fuori del fascio di luce proiettato dalle lettere datiniane diventa molto più difficile cogliere le aspettative, gli obiettivi e le motivazioni dei protagonisti delle storie di integrazione (o di mancata integrazione). Tuttavia molti indizi fanno pensare che una certa renitenza alla cittadinanza non fosse poi così eccezionale nelle grandi città che attiravano immigrati ‘eccellenti’, come per esempio Milano. Innanzitutto, Beatrice Del Bo ha sottolineato come per gli anni di Gian Galeazzo e di Giovanni Maria Visconti, tra il 1385 e il 1412, il numero dei privilegi di cittadinanza </hi><hi rend="CharOverride-1">sia esiguo, in tutto un’ottantina in quasi trent’anni, in una fase per altro caratterizzata dalla crescente attrattività, per mercanti, banchieri e altri operatori specializzati, di una piazza commerciale, finanziaria e industriale di primo piano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-055">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Solo con Filippo Maria le concessioni decollarono – pur non raggiungendo mai una dimensione davvero incisiva dal punto di vista demografico, e riguardando sempre una quota largamente minoritaria degli immigrati – raggiungendo il numero di 180 sempre in circa trent’anni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcune storie di ‘immigrati di lusso’ a Milano sono in effetti</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolarmente istruttive. Il senese Mariano Vitali, per esempio, giunse in città nel 1396, e fu protagonista di un’ascesa economica e sociale folgorante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-054">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Mercante di grande successo, divenne poi un affermato banchiere. Nel 1406 sposò Margherita, figlia di Giovanni Crivelli, membro di una delle famiglie più ricche e potenti di Milano, e strinse legami parentali e d’amicizia con le più influenti casate dell’ambiente mercantile-bancario. Mariano mostrò da subito un’evidente volontà di radicarsi nella città lombarda, e abbandonò</hi><hi rend="CharOverride-1"> molto presto nei documenti l’etichetta di cittadino senese. Almeno dal 1409 poté inoltre fregiarsi della qualifica di </hi><hi rend="italic">mercator Mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1">, che derivava dalla formale iscrizione alla matricola dell’</hi><hi rend="italic">universitas mercatorum</hi><hi rend="CharOverride-1">. Con le sue relazioni, la sua ricchezza, la sua posizione di primo piano nel mondo della mercatura e della banca milanese, Vitali</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbe potuto in qualsiasi momento ottenere un privilegio di cittadinanza senza alcuna difficoltà; anche a voler rispettare alla lettera gli statuti milanesi, erano sufficienti dieci anni di residenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-053">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante ciò, egli divenne cittadino solo nel 1420, ben 24 anni dopo il suo arrivo a Milano. Come minimo si può dire che, nonostante il suo indubbio desiderio di integrazione, l’acquisizione formale della cittadinanza non fosse per lui una priorità né un’urgenza. </hi><hi rend="CharOverride-1">È possibile che Mariano avesse infine preso questa decisione per avere più facile e incontestato accesso ai lucrosi appalti per la riscossione di dazi, gabelle e sussidi, che infatti sono attestati dagli anni ’30</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-052">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È interessante in ogni caso notare che il suo concittadino e amico Sigerio</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gallerani, anch’egli un grande banchiere perfettamente integrato nella realtà milanese, chiese e ottenne il </hi><hi rend="italic">privilegium civilitatis</hi><hi rend="CharOverride-1"> esattamente lo stesso giorno di Vitali, ben 28 anni dopo ben 28 anni dopo il suo trasferimento nella città lombarda</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-051">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altro caso assai interessante è quello dei celebri Borromeo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-050">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I tre fratelli Alessandro, Giovanni e Borromeo giunsero</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Milano da S. Miniato nel 1370. Mercanti-banchieri internazionali di grande successo e legati a Gian Galeazzo Visconti, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a ottenere la cittadinanza. Tuttavia Borromeo si decise a chiedere il privilegio per sé e i fratelli solo nel 1394, anche in questo caso, curiosamente, 24 anni dopo il trasferimento in città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-049">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il fiorentino Alessandro Castignolo era a Milano almeno dal 1416, come fattore appunto di Giovanni Borromeo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-048">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come molti suoi concittadini fu protagonista di una brillante ascesa economica e sociale, dapprima come socio e direttore del banco milanese di Filippo Borromeo, poi in maniera autonoma con un’attività mercantile e bancaria di altissimo livello. Castignolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene indicato in alcune fonti notarili come cittadino milanese solo dal 1430, anche se per la verità il suo privilegio di cittadinanza non si è conservato, e non è dunque del tutto certo che l’abbia mai formalmente ottenuto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-047">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quello che colpisce, comunque, è che ancora alla fine degli anni ’40 Alessandro non era proprietario del palazzo in cui viveva, né del fondaco che utilizzava, entrambi tenuti in affitto da Pietro Orombelli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-046">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante la posizione raggiunta da Castignolo nella società milanese, il mancato investimento immobiliare in città non depone a favore di una decisa e definitiva volontà di integrazione. Le storie di molti di questi grandi mercanti mostrano che nel loro orizzonte mentale permaneva molto a lungo, indipendentemente dal conseguimento della cittadinanza, l’idea di poter spostare rapidamente la propria residenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> altrove se si fosse reso necessario o anche solo conveniente, o per sfuggire a un’eccessiva pressione fiscale. Le proprietà immobiliari e soprattutto le ingenti spese eventualmente sostenute per «il murare», per usare un’espressione che si trova nelle lettere datiniane, ovvero per rimodernare la propria residenza in forme consone al proprio status sociale – spese delle quali era assai difficile rientrare in caso di vendita –, potevano essere viste come un ostacolo a questa libertà di movimento, come emerge dalla già citata lettera di Francesco Datini a Bassano da Pessina</hi><hi rend="CharOverride-1">. In effetti nel 1449, forse per ragioni politiche, Castignolo chiuse i propri affari a Milano e si trasferì a Reggio Emilia, dove morì l’anno successivo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-045">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Genova la resistenza dei mercanti forestieri nei confronti della contropartita fiscale della </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza doveva essere così evidente che, per non scoraggiare la loro presenza e ricavarne almeno qualche vantaggio per le casse dello stato, si introdusse, nella prassi se non nella legislazione, la </hi><hi rend="italic">civilitas ad tempus</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cittadinanza a tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-044">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo privilegio assimilava chi lo riceveva a un cittadino originario per un periodo di tempo circoscritto, normalmente di dieci anni, e dava diritto alla protezione e alle esenzioni doganali di cui godevano i </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma non alla partecipazione politica. In compenso, chi la riceveva non era sottoposto agli stessi oneri dei cittadini a pieno titolo, in particolare al pagamento dell’avaria, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">imposta diretta, il cui carico veniva distribuito sulla base di una stima del patrimonio degli iscritti negli appositi registri. Le commissioni incaricate della ripartizione dovevano tenere in considerazione soprattutto la ricchezza mobiliare – come scrive Jacques Heers, l’avaria era una tassa sul capitale – ed è dunque comprensibile che essa fosse particolarmente invisa ai mercanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-043">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">I registri dell’avaria erano anche la base per l’imposizione dei prestiti forzosi, a cui anche a Genova si faceva ricorso di frequente in caso di necessità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-042">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Chi riceveva la cittadinanza a tempo stipulava un vero e proprio accordo fiscale che prevedeva il pagamento di una cifra annua forfettaria invece dell’iscrizione nei registri delle avarie. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si trattava di una forma di cittadinanza riservata per lo più a mercanti e imprenditori, e altamente negoziale, che consentiva cioè a chi ne faceva richiesta tramite petizione di contrattare con le autorità cittadine sia l’importo da versare al fisco, sia eventuali altri privilegi ed esenzioni, sia l’eventuale rinnovo alla scadenza dei </hi><hi rend="CharOverride-1">dieci anni o l’immissione definitiva nella cittadinanza piena</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-041">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A questo proposito, è assai significativo il caso di Lorenzo de Calorio, mercante proveniente dal marchesato di Monferrato, che ottenne la </hi><hi rend="italic">civilitas ad tempus</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la possibilità esplicita, alla scadenza dei dieci anni, di trasformarla in cittadinanza a pieno titolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-040">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lorenzo non mostrò però nessun interesse a compiere questo passo. In margine al suo privilegio il notaio annotò in seguito: «Non curat</hi><hi rend="CharOverride-1"> esse tali modo civis, ut audio. Ideo non extensa». La lapidaria osservazione del notaio ricorda da vicino le più colorite affermazioni di disinteresse delle lettere datiniane. È vero in ogni caso che, come dimostrato da Marta Gravela, le concessioni della cittadinanza a tempo furono nel complesso poco numerose, e concentrate per lo più all’inizio del Quattrocento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-039">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È dunque probabile che la maggior parte degli operatori che frequentavano una delle principali piazze commerciali del Mediterraneo lo facessero senza richiedere alcun riconoscimento, o al limite sulla base di speciali salvacondotti di breve durata, abbondantemente attestati per i decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-038">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra forma di cittadinanza parziale negoziata in uso a Genova era la convenzione, che si diffuse soprattutto dagli anni ’20 del Quattrocento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-037">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Essa aveva una durata minore, da tre a cinque anni, e comportava il pagamento di cifre più contenute, ma dava anche diritto a meno tutele, soprattutto nell’ambito del commercio marittimo. La convenzione veniva richiesta in particolare da artigiani e lavoratori specializzati, ed ebbe in effetti grande successo, a differenza della cittadinanza a tempo riservata agli immigrati di condizione più elevata. È evidente quindi che i genovesi cercarono di rispondere alla renitenza alla cittadinanza attraverso forme di riconoscimento negoziato che comportavano la rinuncia ad alcuni dei diritti legati alla cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessa – in particolare ai diritti politici, rinuncia che tuttavia non doveva essere così drammatica per mercanti e artigiani forestieri – in cambio di una limitazione degli oneri, soprattutto di natura fiscale. Il vantaggio per le autorità cittadine era incentivare la presenza di dinamici imprenditori (e dei loro capitali), e di ‘convincerli’ a contribuire in qualche modo al bilancio dello stato, anche se in misura più contenuta che se avessero accettato la cittadinanza a pieno titolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Venezia nel Trecento esistevano due categorie diverse di cittadinanza, </hi><hi rend="italic">de intus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">de extra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-036">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La cittadinanza </hi><hi rend="italic">de intus</hi><hi rend="CharOverride-1"> permetteva di usufruire, per gli affari conclusi in città, delle tariffe daziarie agevolate riservate ai cittadini; quella </hi><hi rend="italic">de extra</hi><hi rend="CharOverride-1"> consentiva di trasportare merci via mare su navi e galee veneziane e di godere dei privilegi commerciali riservati ai veneziani sulle piazze estere. I criteri per accedere ai due </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> variarono frequentemente nel corso del secolo. I veneziani, almeno in teoria, cercavano di rendere la vita molto difficile ai forestieri che pretendessero di dedicarsi alle attività commerciali. In particolare, i forestieri pagavano su tutti i beni scambiati sul mercato cittadino dazi fortemente maggiorati rispetto ai </hi><hi rend="italic">cives</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-035">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non era inoltre consentito a un forestiero entrare in società con un veneziano, e addirittura dal 1365 un forestiero non poteva concludere affari direttamente con un altro forestiero senza una triangolazione con un cittadino veneziano, sotto pena del 25% del valore della transazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-034">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ogni compravendita tra forestieri comportava quindi un passaggio intermedio che aumentava il peso delle imposte indirette – con indubbi vantaggi per le casse pubbliche – e dei costi di transazione in genere. In effetti le richieste di cittadinanza e le relative concessioni furono a Venezia, nel Trecento e nel Quattrocento, molto più numerose che a Genova. Può quindi stupire scoprire che, se alcuni dei corrispondenti toscani di Datini sulla piazza veneziana conseguirono in effetti la cittadinanza, sulla base della preziosa banca dati </hi><hi rend="italic">Cives</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-033">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> si può dire che la maggior parte di essi</hi><hi rend="CharOverride-1">, a quanto pare, non la richiese mai</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-032">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Esistevano certo molti modi al limite della legalità per aggirare norme e divieti, ma su questo si tornerà in seguito. Spesso non era comunque necessario ricorrere a particolari </hi><hi rend="italic">escamotage</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il quadro legislativo era estremamente mutevole: le norme cambiavano continuamente, sulla base delle diverse contingenze economiche e politiche, delle esigenze finanziarie del comune e degli equilibri interni al gruppo dirigente, ovvero</hi><hi rend="CharOverride-1"> del prevalere, nei diversi momenti, di correnti più o meno favorevoli a un’apertura nei confronti dei forestieri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-031">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli spazi per contrattazioni e pressioni, ufficiali e private, da parte soprattutto dei membri delle comunità mercantili più influenti erano molto ampi, e nella grande maggioranza dei casi ogni regola apparentemente ferrea trovava deroghe, eccezioni e aggiustamenti. Dalle lettere datiniane sappiamo per esempio che alla fine del Trecento, nonostante l’esistenza della norma che impediva ai forestieri di concludere compravendite con altri forestieri, i mercanti avevano ottenuto una «grazia» – così è definita nelle lettere – che consentiva loro di farlo dietro pagamento di un dazio aggiuntivo dell’1</hi><hi rend="CharOverride-1"> ½ %</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-030">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tra la fine del 1398 e l’inizio del 1399 il prevalere della corrente più ostile ai forestieri portò a una nuova proibizione, ancora più radicale, perché non permetteva nemmeno di passare attraverso l’intermediazione di un veneziano. Entro la fine di febbraio però la «grazia» fu ristabilita, almeno per quanto riguardava il commercio della lana e dei panni, senza dubbio anche in seguito alle pressioni dei tanti mercanti forestieri che avevano rapporti d’affari e di amicizia con i membri del patriziato veneziano. </hi></p></div><div><head><hi>3. «A due tormenti in questo modo in veruna maniera potrei soffrire»: i mercanti e il fisco</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È del tutto evidente che ciò che rendeva la cittadinanza poco appetibile era l’obbligo di iscriversi ai registri fiscali, estimi o simili, e di contribuire in proporzione al patrimonio – che nel caso dei mercanti era cospicuo e difficile da nascondere a commissioni fiscali occhiute ed esperte – a imposte dirette e </hi><hi rend="CharOverride-1">prestiti forzosi. La regolarizzazione della propria posizione fiscale era la precondizione principale per il conseguimento dello status di </hi><hi rend="italic">civis</hi><hi rend="CharOverride-1">, e una volta ottenuta la cittadinanza diventava impossibile sottrarsi agli oneri senza incorrere in pene e multe pesanti e all’estenuante persecuzione degli uffici fiscali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-029">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lettere e altre testimonianze non lasciano dubbi sull’ossessione fiscale dei più ricchi uomini d’affari. Si è già detto dell’indignazione di Francesco Datini nei confronti della commissione del gonfalone del Lion Rosso, che pretendeva che egli contribuisse alle esigenze fiscali di una città che lo ospitava e il cui </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> commerciale gli era in realtà indispensabile per prosperare nei mercati internazionali. Zanobi di Taddeo Gaddi era uno dei fiorentini più attivi a Venezia, e ricevette la cittadinanza nel 1384</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-028">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il figlio Taddeo era nato a Venezia e godeva anch’egli</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cittadinanza veneziana, ma era cresciuto e di fatto viveva a Firenze. In occasione della redazione del Catasto del 1427 chiese un trattamento di favore perché costretto a pagare i prestiti forzosi veneziani: «per dio, fatemi di ciò lo sbattito ragionevole, perché a due tormenti in questo modo in veruna maniera potrei soffrire</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-027">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il termine «tormenti» non necessita di molti commenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È bene sottolineare che non ci troviamo qui semplicemente di fronte alla ‘normale’ ostilità nei confronti delle tasse, che in fondo è tipica di ogni epoca storica. Come sottolineato da Anthony Molho, a Firenze, Genova e Venezia i decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento, in particolare dal 1380 alla metà del secolo successivo, furono caratterizzati da una crescente avversione, ben oltre la consueta antipatia, verso gli obblighi fiscali, da una diffusa disaffezione nei confronti dei titoli del debito pubblico, da un forte aumento dell’evasione e in generale da una grave crisi di fiducia nei confronti dello stato e della sua capacità di far fronte ai propri debiti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-026">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò fu dovuto principalmente a un effettivo aumento della pressione fiscale, legato all’intensificarsi della competizione militare tra le grandi potenze peninsulari e alla costruzione degli stati regionali. La minuta analisi di Gino Luzzatto sulle finanze veneziane mostra chiaramente le difficoltà a cui andò incontro la città a causa di una vera e propria esplosione del debito pubblico negli ultimi decenni del Trecento. Il periodo più drammatico fu rappresentato dagli anni della guerra di Chioggia, che la vide contrapposta a Genova tra il 1378 e il 1381</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-025">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le autorità cercarono di far fronte alle enormi spese militari con una raffica di prestiti forzosi che colpirono gli iscritti all’estimo, e la cui frequenza e misura, scrive lo storico, «arriva a superare i limiti della verosimiglianza»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-024">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il totale delle imposizioni raggiunse in quegli anni</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’assurda percentuale del 107 % del patrimonio imponibile; anche se il patrimonio imponibile è altra cosa rispetto al patrimonio effettivo, e non è facile ricostruire con precisione il rapporto tra i due, un prelievo di questa entità fu in grado di mettere in grave crisi anche i nobili veneziani con i redditi più elevati e causò, in alcuni casi, veri e propri tracolli finanziari. Negli anni successivi la situazione migliorò, ma molto lentamente, e non mancarono ulteriori crisi in coincidenza con i numerosi conflitti in cui Venezia fu coinvolta nel suo percorso di espansione territoriale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-023">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tendenze analoghe sono state osservate per Firenze, che dalla fine del Trecento e soprattutto all’inizio del Quattrocento fu costretta in molte occasioni a intensificare il prelievo fiscale, sempre sotto forma di prestiti forzosi, al limite del tollerabile e oltre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-022">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Genova fu proprio per cercare di far fronte alla continua espansione del debito pubblico che si provvide alla sua unificazione e alla sua riorganizzazione con la creazione della Casa di S. Giorgio, che certo fu un passaggio di notevole importanza, ma non pose fine ai gravi problemi di bilancio dello stato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-021">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nelle tre città che fondavano le proprie finanze soprattutto sui prestiti forzosi, in ogni caso, non erano soltanto il loro numero e la loro consistenza a mettere in difficoltà i contribuenti. Nei momenti di crisi finanziaria le autorità furono ripetutamente costrette a sospendere o ritardare il pagamento degli interessi, a ridurne unilateralmente il tasso e spesso anche a </hi><hi rend="CharOverride-1">sottoporli a ulteriore tassazione. Furono questi espedienti soprattutto, secondo Molho, che incrinarono la fiducia dei creditori, e diminuirono notevolmente l’ ‘appetibilità’ dei titoli del debito, in particolare per mercanti e operatori di primo piano che avevano ben altre possibilità di investimento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-020">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Milano dispone di una documentazione assai meno abbondante, ed è noto che nella città lombarda, nonostante alcuni esperimenti che ebbero scarso esito, non si giunse mai a forme di gestione del debito pubblico raffinate come quelle in uso a Firenze, Venezia e Genova, fondate sul consolidamento e sulla piena negoziabilità dei titoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-019">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia, </hi><hi rend="CharOverride-1">le dinamiche di fondo non sono poi molto diverse. In epoca viscontea i contribuenti milanesi pagavano taglie, ovvero prelievi diretti, sulla base dell’estimo, ma a cavallo tra Tre e Quattrocento i signori condivisero la stessa fame di denaro delle altre potenze peninsulari e furono spesso costretti a ricorrere a prestiti, volontari ma anche forzosi, imposti a gruppi di cittadini benestanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-018">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Filippo Maria Visconti, specialmente nelle prime fasi del suo dominio, dimostrò, rispetto ai suoi predecessori, una maggiore attenzione alle attività commerciali, finanziarie e industriali e al consenso del ceto mercantile. Nel 1417 egli stabilì che per la compilazione dell’estimo dovessero essere considerate solo le proprietà immobiliari e non i beni mobili, prendendo così le distanze da Gian Galeazzo e Giovanni Maria, che al contrario avevano cercato di sfruttare fiscalmente il grande sviluppo al quale il commercio, la finanza e l’industria erano andati incontro a partire dalla metà del Trecento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-017">60</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le pressanti esigenze finanziarie spinsero però in seguito Filippo Maria a cambiare atteggiamento, e l’estimo del 1433 comprese anche i beni mobili. Non sembra però un caso che negli anni dell’ultimo Visconti, come si è detto, le richieste di cittadinanza fossero assai più numerose che nel trentennio precedente. Mercanti e imprenditori si sentivano probabilmente rassicurati, almeno fino a un certo punto, dal minore accanimento fiscale nei confronti degli utili mercantili.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto detto finora spinge insomma a</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritenere che l’aumento della renitenza alla cittadinanza da parte di mercanti e uomini d’affari forestieri che si percepisce a partire dagli ultimi decenni del Trecento non sia solo un riflesso della maggiore disponibilità documentaria, ma sia un fenomeno reale, legato al forte aumento della pressione fiscale e alla crisi di fiducia nei confronti della capacità delle autorità cittadine di far fronte all’esplosione del debito pubblico senza danneggiare pesantemente gli interessi dei creditori dello stato.</hi></p></div><div><head><hi>4. Una rinuncia troppo costosa?</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è da chiedersi però se la rinuncia alla cittadinanza non avesse costi eccessivi, ovvero se praticare attività commerciali in una città senza poter usufruire dei diritti dei cittadini non risultasse alla fine troppo oneroso, e non condannasse i forestieri a uno svantaggio competitivo troppo penalizzante. In effetti, i forestieri erano soggetti quasi ovunque a un trattamento daziario fortemente sfavorevole. Tuttavia, i mercanti ricorrevano a una serie di ingegnosi </hi><hi rend="italic">escamotage</hi><hi rend="CharOverride-1"> per contenere i costi di transazione. Tra questi non era affatto rara la vera e propria frode fiscale, che consisteva</hi><hi rend="CharOverride-1"> semplicemente nel dichiarare il falso o nell’occultare merci di alto valore, come per esempio spezie, all’interno delle balle di merci di più basso valore, magari con la connivenza di ufficiali doganali adeguatamente ricompensati per la loro disponibilità a chiudere un occhio. Tra i tanti casi attestati dalla documentazione datiniana, si può citare una disavventura occorsa a una delle compagnie di corrispondenti datiniani a Genova, Bongianni Pucci, Bruno di Francesco &amp; co., nella primavera del 1384</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-016">61</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’azienda datiniana di Pisa aveva mandato a Genova un sacchetto di zafferano nascosto dentro un sacco di lana, ma l’imballaggio della lana era così danneggiato dal trasporto che gli ufficiali della dogana si accorsero che qualcosa non andava e, perquisendo il sacco, trovarono lo zafferano. </hi><hi rend="CharOverride-1">Nonostante gli sforzi da parte della compagnia genovese di dimostrare un’improbabile buona fede, lo zafferano fu requisito. Queste frodi non venivano perpetrate solo da piccoli operatori e modesti commercianti, ma anche da mercanti internazionali di primo piano, perché, considerata la loro pervasività e la comune avversione per i prelievi fiscali, esse non danneggiavano in alcun modo la reputazione di chi le metteva in atto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma l’</hi><hi rend="italic">escamotage</hi><hi rend="CharOverride-1"> più frequente, al quale si è già fatto riferimento, era quello di far circolare le merci sotto marca altrui, ovviamente con il consenso e la complicità del prestanome</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-015">62</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Così per non pagare i diritti maggiorati imposti ai forestieri era sufficiente far giungere le merci in città sotto il nome e con il segno mercantile di un ‘amico’ che godeva dello </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cittadino, si trattasse di un cittadino originario o, spesso, di un connazionale che aveva conseguito la cittadinanza locale. Questa pratica, benché in teoria illegale, era in realtà diffusissima e ampiamente accettata da tutte le principali comunità mercantili. Si è visto come Niccolò Manzuoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, fiorentino che godeva della cittadinanza di Maiorca, esibisse questo privilegio come una caratteristica che lo rendeva particolarmente desiderabile come corrispondente e come commissionario. Di primo acchito può sorprendere che i mercanti naturalizzati fossero disposti a rinunciare al vantaggio competitivo rappresentato dalle esenzioni doganali condividendole con concittadini e anche operatori di altra provenienza. Bisogna tuttavia tenere presente come funzionava alla fine del Trecento il commercio internazionale, che era in larghissima parte commercio su commissione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-014">63</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ogni mercante era inserito in un </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> di «amici» – così erano indicati i corrispondenti nelle lettere e talvolta persino nei libri contabili – sparsi sulle principali piazze commerciali, ai quali lo legavano rapporti di assoluta reciprocità e che erano tenuti, in nome dell’etica mercantile e per preservare la propria reputazione, a impegnarsi in suo favore, comprando e vendendo le sue merci, tanto quanto egli si impegnava per loro. Così avere la cittadinanza poteva, in fin dei conti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivelarsi davvero un vantaggio competitivo, nel senso che, consentendo al mercante di intensificare e consolidare le relazioni con altri operatori desiderosi di sfruttare i privilegi fiscali ai quali lo </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="italic">civis</hi><hi rend="CharOverride-1"> dava accesso, gli permettevano di aprirsi nuovi mercati e nuove possibilità di guadagno. È probabile che questa considerazione fosse </hi><hi rend="CharOverride-1">posta sul piatto della bilancia durante le complesse valutazioni che ogni uomo d’affari compiva prima di chiedere la cittadinanza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si potrebbe inoltre pensare che la rinuncia alla cittadinanza comportasse la rinuncia alla tutela legale del comune, ovvero alla possibilità, vitale per qualsiasi mercante, di accedere alla giustizia contro i creditori insolventi, per dirimere controversie commerciali e finanziarie e per tutelarsi in caso di fallimenti. Anche in questo ambito, in realtà, lo svantaggio è più apparente che reale. È noto che nella grande maggioranza dei casi i mercanti preferivano ricorrere all’arbitrato, ovvero rivolgersi, per la risoluzione delle controversie, a uomini di fiducia, mercanti esperti, concittadini o anche ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">locali’, che avevano le competenze per esaminare libri e lettere e una perfetta conoscenza delle consuetudini e delle pratiche condivise all’interno del mondo mercantile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-013">64</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il ricorso ai tribunali era una scelta estrema, in genere compiuta quando una delle due parti non era soddisfatta della sentenza arbitrale, e comunque spesso all’interno di più complesse strategie legali che miravano a indurre l’altra parte </hi><hi rend="CharOverride-1">ad accettare una nuova composizione extragiudiziale. Ma l’aspetto rilevante è che nel corso del Trecento praticamente ovunque i contenziosi in materia commerciale e finanziaria furono sottratti alla giustizia ordinaria e delegati ad appositi tribunali, normalmente, anche se non sempre, i tribunali delle </hi><hi rend="italic">universitates mercatorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, le Mercanzie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-012">65</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella grande maggioranza dei casi questi tribunali tutelavano anche i forestieri, secondo una logica economica piuttosto evidente. Garantire giustizia ai creditori forestieri, anche nei confronti di operatori cittadini, era indispensabile non solo per incoraggiare la presenza loro e dei loro capitali sulla piazza cittadina, con tutti i vantaggi che ne derivavano, ma anche o forse soprattutto per mantenere la fiducia nei confronti dei mercanti cittadini sulle piazze estere, e scongiurare il pericolo di rappresaglie in terra straniera. Il tribunale della Mercanzia di Firenze nacque all’inizio del Trecento proprio con l’esplicito obiettivo di «garantire al forestiero che affermi di essere stato danneggiato da un fiorentino una sede elettiva dove ottenere rapidamente soddisfazione per il proprio credito</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-011">66</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Solo in un secondo momento, grazie alla sua efficienza, la corte si accreditò come luogo d’elezione per la risoluzione delle dispute tra cittadini fiorentini impegnati nel commercio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Venezia la giurisdizione sulle controversie tra forestieri o tra un Veneziano e un forestiero spettava ai Giudici del Forestier. Gran parte delle dispute, come è intuibile, riguardavano questioni commerciali e finanziarie. Maria Fusaro ha sottolineato</hi><hi rend="CharOverride-1"> come la funzione principale della corte fosse proprio garantire ai forestieri, anche a quelli non privilegiati, che non potevano cioè contare su patti bilaterali tra la propria comunità di provenienza e le autorità veneziane, un accesso relativamente facile alla giustizia, provvedendo così indirettamente alla protezione dei mercanti veneziani all’estero, secondo la stessa logica che dettò la creazione della Mercanzia fiorentina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-010">67</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A Milano la risoluzione delle dispute commerciali e quelle relative ai debiti insoluti spettavano al tribunale dell’</hi><hi rend="italic">universitas mercatorum</hi><hi rend="CharOverride-1">. A quanto sembra, anche i forestieri vi avevano accesso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-009">68</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso, bisogna sottolineare che l’immatricolazione all’</hi><hi rend="italic">universitas</hi><hi rend="CharOverride-1">, che dava diritto al titolo di </hi><hi rend="italic">mercator Mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a tutte le tutele dell’</hi><hi rend="italic">universitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessa, non pare vincolata al possesso della cittadinanza. Il già citato Mariano Vitali compare come </hi><hi rend="italic">mercator</hi><hi rend="CharOverride-1"> ben prima di diventare </hi><hi rend="italic">civis Mediolani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Molte città, del resto, consentivano l’iscrizione alle matricole delle arti anche ai forestieri, pur dietro pagamento di una tassa di iscrizione maggiorata; lo stesso </hi><hi rend="CharOverride-1">Datini, come si è detto, si era iscritto a una corporazione fiorentina nel 1388. In ogni caso, non c’è dubbio che l’apertura ai forestieri fosse la caratteristica distintiva della maggior parte dei tribunali delle Mercanzie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-008">69</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>5. La cittadinanza relazionale: qualche conclusione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I mercanti internazionali della fine del Medioevo erano inseriti in fitte reti di relazioni fondate sulla fiducia e sulla reputazione, che costituivano il presupposto fondamentale per la prosperità delle loro attività economiche. Come ho cercato di dimostrare altrove, questo aspetto relazionale divenne molto più centrale dalla seconda metà del Trecento, in seguito a una complessiva riorganizzazione del commercio internazionale nei decenni dopo la Peste</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Certo l’origine comune costituiva un collante particolarmente efficace, ma relazioni di fiducia potevano benissimo svilupparsi anche tra operatori di diversa provenienza. L’affidabilità non era necessariamente legata all’esistenza di legami sociali pregressi, di parentela o vicinanza – e questi, a loro volta, non erano di per sé una base sufficiente per </hi><hi rend="CharOverride-1">costruire la fiducia –, ma era qualcosa che si dimostrava giorno per giorno, con la disponibilità e l’impegno a curare gli affari dell’ ‘amico’ come se fossero i propri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una buona posizione all’interno del </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1">, come si è visto, consentiva di aggirare buona parte degli svantaggi legati alla determinazione, spesso portata avanti con una certa caparbietà, di fare affari su una piazza estera senza acquisire la cittadinanza locale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione, però, non si limita all’organizzazione delle attività commerciali, ma assume una rilevanza più ampia, che invita a riconsiderare le forme di integrazione e di radicamento senza focalizzarsi esclusivamente sulla cittadinanza giuridicamente formalizzata, nelle sue diverse declinazioni. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ben prima di essere costretto a diventare cittadino fiorentino, Francesco Datini, anche grazie alla preziosa intermediazione del notaio Lapo Mazzei e delle sue eccezionali competenze relazionali, era entrato in stretto rapporto con alcuni tra gli esponenti più in vista dell’</hi><hi rend="italic">élite </hi><hi rend="CharOverride-1">politica, tra i quali il potente Guido Del Palagio, l’influentissimo Filippo Corsini, Niccolò da Uzzano, Francesco Federighi, Bernardo e Vieri Guadagni, Bonaccorso e Torello Torelli, e molti altri. Nelle lettere questi rapporti sono inquadrati nella categoria dell’amicizia, nel senso che si attribuiva a questo termine nella Firenze di fine Trecento, ovvero di un legame che non era poi radicalmente diverso da quello, parimenti definito amicizia, che dava forma alle reti commerciali: una relazione caratterizzata da stringenti obblighi di reciprocità, non formalizzati e non rigidamente definiti, ma non per questo meno vincolanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quello che Datini aveva da offrire a questi uomini politici era di fatto la sua ricchezza, o meglio la pronta disponibilità di denaro liquido, preziosa soprattutto per quelli di loro, come Corsini e i Torelli, che esercitavano la professione di giuristi, i quali, come emerge chiaramente dalle loro lettere, se ne trovavano spesso sprovvisti. I mercanti come Francesco Federighi e i Guadagni guardavano invece con molto favore alla possibilità di appoggiarsi al </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> datiniano. Quanto a Datini, è evidente che, anche quando ancora sperava di risparmiarsi la iattura della cittadinanza, poter contare su relazioni così prestigiose gli consentiva – o almeno, considerato come andarono le cose, egli sperava che gli consentisse – di muoversi con una certa tranquillità e, per così dire, con le spalle coperte nel complicatissimo contesto sociale fiorentino. Dopo il 1394 queste amicizie si rivelarono preziose per mitigare l’accanimento fiscale nei suoi confronti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mariano Vitali, Sigerio Gallerani, i Borromeo, Alessandro Castignolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, trasferitisi a Milano tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, appaiono impegnati a costruirsi una rete di relazioni di altissimo livello, attraverso matrimoni eccellenti e amicizie altolocate, ben prima di richiedere il privilegio di cittadinanza. In breve, quindi, i protagonisti di queste pagine non sono certo sradicati privi di connessioni, ma immigrati di lusso che vivevano nelle città di adozione ben integrati in </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1"> di relazioni con gli esponenti delle </hi><hi rend="italic">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> politiche ed economiche locali. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò garantiva loro una posizione di vantaggio quando si rendeva necessario far valere i propri diritti, in sede arbitrale o in tribunale, quando si trattava di fare pressione per la cancellazione di una norma discriminatoria o, soprattutto, di richiedere grazie, privilegi, eccezioni, esenzioni e trattamenti di favore. Questo è anzi, a mio parere, l’aspetto principale che consente di inquadrare correttamente il fenomeno della renitenza alla cittadinanza di mercanti e banchieri, piuttosto diffuso nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento. È probabile cioè che questi immigrati di lusso preferissero, finché ciò non costituiva un ostacolo insuperabile allo sviluppo dei loro affari, una cittadinanza relazionale, per così dire, a una cittadinanza formale. Tale cittadinanza relazionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dava loro accesso, sebbene per vie traverse e magari con un certo dispendio di energie, dal momento che coltivare l’amicizia, nell’ambito del commercio come delle relazioni sociali, richiedeva tempo, impegno e anche investimento di denaro, a buona parte dei privilegi della cittadinanza formale ma senza gli oneri. Soprattutto, evitare la cittadinanza formale consentiva di non esporsi alla mannaia fiscale, ai tormenti, per usare le parole di Taddeo Gaddi, delle prestanze. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In altre parole, la possibilità della cittadinanza relazionale faceva sì che il piatto dovesse pendere in maniera estremamene considerevole dalla parte dei </hi><hi rend="CharOverride-1">benefici rispetto ai costi per rendere la cittadinanza formale appetibile. In una prospettiva di lunghissimo periodo, di soggiorni cioè che duravano decenni o tutta la vita, alla fine alcuni di questi uomini d’affari si rassegnavano a richiedere la cittadinanza. Rimane il fatto, tuttavia, che essi fossero in grado di vivere e prosperare per 25-30 anni in città da forestieri per il diritto ma cittadini di fatto, cittadini per relazioni. Tutto ciò si colloca in un contesto, quello dei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento, nel quale, come si è accennato, la dimensione dell’amicizia formale o strumentale, per mutuare definizioni tratte dall’antropologia</hi><hi rend="CharOverride-1">, stava diventando sempre più centrale, e sempre più indispensabile al raggiungimento del successo non solo in ambito sociale e politico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche nel commercio internazionale, come una letteratura molto ampia sui </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se concentrata più sull’età moderna che sul tardo Medioevo, ha ormai dimostrato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si può ipotizzare quindi che l’acutizzarsi del fenomeno della renitenza alla cittadinanza (formale) dagli ultimi decenni del Trecento sia dovuto al convergere di due tendenze: da una parte il forte aumento della pressione fiscale, e il generale deterioramento dei rapporti tra gli stati cittadini e i loro creditori, dall’altra la crescente importanza della dimensione relazionale, o più precisamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quello specifico modello relazionale, fondato su una reciprocità flessibile ma vincolante, al quale si dava il nome di amicizia, tanto in ambito economico quanto in quello sociale e politico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è da chiedersi, allora, se quello che diventa visibile dalla fine del Trecento non sia l’inizio di un processo che condurrà alla ‘crisi’ della cittadinanza nel corso del secolo successivo. Tale crisi è particolarmente visibile a Venezia, una realtà dove, come si è visto, le richieste di cittadinanza furono sempre più numerose che altrove a causa delle severe limitazioni imposte alle attività commerciali dei forestieri. I privilegi di cittadinanza diminuirono drasticamente a partire dagli anni ’30 del Quattrocento, un crollo che si accentuò ulteriormente dalla seconda metà del secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Pur nella mancanza di banche dati altrettanto esaustive, lo stesso sembra accadere, con qualche piccolo scarto cronologico, anche nelle altre città maggiori. Per il pieno Cinquecento, Maria Fusaro ha spiegato il disinteresse dei mercanti stranieri attivi a Venezia per il conseguimento della cittadinanza con la sostanziale resa delle autorità cittadine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La legislazione che imponeva ai forestieri forti limitazioni e aggravi doganali rimase in vigore, ma di fatto essa era impossibile da far rispettare a causa della diffusione generalizzata di pratiche come l’utilizzo di prestanome, a cui si è già fatto riferimento, della complessità delle transazioni commerciali e finanziarie e della ramificazione dei </hi><hi rend="italic">network</hi><hi rend="CharOverride-1">. «Divenne quindi sempre più facile per i mercanti stranieri – scrive Fusaro – condurre i propri affari infiltrandosi negli interstizi del sistema, eludendo con crescente successo le barriere legislative»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Venuti di fatto a cadere i vantaggi della cittadinanza, assumersene i costi, a partire da quelli fiscali, divenne una scelta controproducente che veniva compiuta solo nei pochi casi in cui si manifestava un reale e profondo desiderio di integrazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già detto, a mio parere quanto si è descritto nelle pagine precedenti, ovvero la crescente renitenza alla cittadinanza di mercanti e uomini d’affari forestieri nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento, rappresenta proprio l’inizio di questa evoluzione. Si può dire, in un certo senso, che la cittadinanza relazionale, che ebbe la sua origine in specifiche dinamiche fiscali, economiche e sociali che si manifestarono a partire dalla seconda metà del Trecento, finì per erodere e in qualche modo ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">cannibalizzare’ la cittadinanza formale, almeno nelle esperienze di vita degli uomini d’affari, dopo un periodo di convivenza tra le due forme di appartenenza che durò forse vari decenni.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-076-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dal momento che la storiografia sul tema è molto ampia, mi limito a indicare alcune raccolte abbastanza recenti alle quali fare riferimento per la bibliografia precedente: </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e disuguaglianze economiche: le origini storiche di un problema europeo (XIII-XVI secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Todeschini e C. Lenoble, «Mélanges de l’École française de Rome-Moyen Âge», CXXV (2013), 2, &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">https://journals.openedition.org/mefrm/1249</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (05/2024); </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri. Radicamento urbano e integrazione nelle città bassomedievali (secc. XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di B. Del Bo, Roma 2014; </hi><hi rend="italic">Cittadinanze medievali. Dinamiche di appartenenza a un corpo comunitario</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di S. Menzinger, Roma 2017</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per una prospettiva più ampia: </hi><hi rend="CharOverride-4">M. Prak</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Citizens without nations. Urban citizenship in Europe and the world, c. 1000-1789</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cambridge 2018. Si vedano inoltre i contributi citati nelle note successive.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-075-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">G. Piccinni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I «villani incittadinati» nella Siena del XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Bullettino senese di storia patria», LXXXII-LXXXIII (1975-76), pp. 158-219.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-074-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">A. Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Nec compelli possit effici civis pisanus». Sviluppo dell’industria laniera e immigrazione di maestranze forestiere a Pisa nel XIII e XIV secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">pp. 235-262: 252-253.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-073-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Non si tratterà invece in questa sede della cittadinanza </hi><hi rend="italic">ex privilegio</hi><hi rend="CharOverride-1">, utilizzata dai governi cittadini, soprattutto dal pieno Quattrocento, per consolidare rapporti di “amicizia” e alleanza con nobili forestieri, signori alleati, interlocutori politici, o per favorire l’acquisto di titoli del debito pubblico da parte di ricchi investitori</hi><hi rend="CharOverride-1"> forestieri. Questo tipo di riconoscimento “onorario”, che riguardava poche personalità di primo piano, non comportava l’effettiva residenza in città né l’iscrizione nei registri fiscali, ed è quindi di limitato interesse per il discorso sviluppato in queste pagine. Si vedano </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e altre forme di integrazione nella società genovese (secc. XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 95-140: 115-122; </hi><hi rend="CharOverride-4">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza milanese: premessa o suggello di un percorso di integrazione?</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 159-180: 164-169; </hi><hi rend="CharOverride-4">L. Tanzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">I forestieri e il debito pubblico di Firenze nel Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», XLIX (2014), 3, pp. 775-808.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-072-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla biografia del mercante di Prato </hi><hi rend="CharOverride-4">P. Nanni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Ragionare tra mercanti. Per una rilettura della personalità di Francesco di Marco Datini (1335 ca-1410)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Pacini, Pisa 2010; </hi><hi rend="italic">Francesco di Marco Datini. L’uomo, il mercante</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di G. Nigro, Firenze-Prato 2010, con riferimenti alla bibliografia precedente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-071-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul sistema fiscale fiorentino alla fine del Trecento e nel Quattrocento, e in particolare sul tema delle prestanze, rimane essenziale </hi><hi rend="CharOverride-4">E. Conti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’imposta diretta a Firenze nel Quattrocento (1427-1494)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1984.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-070-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per la vicenda riassunta in queste pagine il riferimento fondamentale è </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Ciappelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cittadino fiorentino e il fisco allla fine del Trecento e nel corso del Quattrocento: uno studio di due casi</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Società e storia», </hi><hi rend="CharOverride-1">XII (1989), fasc. 46, pp. 823-872; si veda anche J</hi><hi rend="CharOverride-4">. Hayez</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il migrante e il padrone. Il palazzo nella vita di Francesco Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Palazzo Datini a Prato. Una casa fatta per durare mille anni</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di J. Hayez e D. Toccafondi, Firenze 2012</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 168-207: 178-179.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-069-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla cittadinanza fiorentina </hi><hi rend="CharOverride-4">L. De Angelis</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza a Firenze (XIV-XV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 141-158.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-068-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ciappelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cittadino fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 838-839, nota 53.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-067-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 833-834.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-066-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">A. Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Per eservi insino a fine sechuli oblighati». L’amicizia a Firenze nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», LV (2020), pp. 405-436.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-065-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Conti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’imposta diretta</hi><hi rend="CharOverride-1">, in particolare pp. 105-117.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-064-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 91-93.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-063-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Cappelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cittadino fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 835-841.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-062-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Archivio di Stato di Prato (d’ora in poi ASPo), </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 698.17, Prato-Firenze, 19/01/1394 (ma erroneamente indicata sul sito del Fondo Datini con la data 09/01/1394), citato in </hi><hi rend="CharOverride-4">Cappelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cittadino fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 836 nota 52.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-061-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Le lettere di Francesco Datini alla moglie Margherita, 1385-1410</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Cecchi, Prato 1990, p. 88 (20 marzo 1394).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-060-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Citata in </hi><hi rend="CharOverride-4">Hayez</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il migrante e il padrone</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 200, nota 101.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-059-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4" >I. Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">«L’affaire </hi><hi rend="italic">Cirioni</hi><hi rend="italic">». </hi><hi rend="italic">Fraude, évasion fiscale et substitution d’identité dans les milieux d’affaires florentins vers 1400</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Rives méditerranées», LIX (2019), &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3" >http://journals.openedition.org/rives/7050</hi></ref><hi rend="CharOverride-1" >&gt; (05/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-058-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1077.18, Valencia-Maiorca, 27/03/1397, citato in </hi><hi rend="CharOverride-4">Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«L’affaire Cirioni»</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 167, nota 31.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-057-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 107.18, Valencia-Maiorca, 07/05/2022, citato in </hi><hi rend="CharOverride-4">Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«L’affaire Cirioni»</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 168, nota 34. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-056-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 932.3, Maiorca-Barcellona, 24/10/1410 citato in </hi><hi rend="CharOverride-4">Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«L’affaire Cirioni»</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 165, nota 22.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-055-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le concessioni di cittadinanza nel quadro dei provvedimenti di politica economica di Filippo Maria</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il ducato di Filippo Maria Visconti, 1412-1447. Economia, politica, cultura</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Cengarle e M.N. Covini, Firenze 2015, pp. 211-230: 212.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-054-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Mariano Vitali da Siena. Integrazione e radicamento di un uomo d’affari nella Milano del Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico italiano», CLXVI (2008), 3, pp. 453-493; </hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Banca e politica a Milano a metà Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Viella, Roma 2010, pp. 177-178 e </hi><hi rend="italic">ad indicem</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-053-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza milanese</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 160.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-052-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mariano Vitali</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 461.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-051-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead., </hi><hi rend="italic">Banca e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 144-145 e </hi><hi rend="italic">ad indicem</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza milanese</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 175-176.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-050-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">G. Chittolini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Borromeo, Vitaliano</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Dizionario Biografico degli Italiani», 13, Roma 1971, pp. 72-75; </hi><hi rend="CharOverride-4">Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Banca e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 126-128 e </hi><hi rend="italic">ad indicem</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-049-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La cittadinanza milanese</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 173-175.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-048-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Banca e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 128-134 e </hi><hi rend="italic">ad indicem</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-047-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Le concessioni di cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 42.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-046-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Ead.</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Banca e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 128-129, nota 58.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-045-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pp. 132-133.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-044-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">M. Gravela</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Frammentare l’appartenenza. Suppliche di cittadinanza a Genova e Venezia (XIV-XV secolo)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Quaderni storici», LIV (2019), pp. 443-476, in specifico 449-452. Sulla cittadinanza a Genova si veda anche </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e altre forme di integrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-043-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4" >J. Heers</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">G</hi><hi rend="italic">ê</hi><hi rend="italic">nes au XVe siècle. Activité économique et problèmes sociaux, </hi><hi rend="CharOverride-1" >Parigi 1961, pp. 98-103.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-042-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">H. Sieveking</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Studio sulle finanze genovesi nel Medioevo, e in particolare sulla casa di S. Giorgio</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Atti della Società ligure di storia patria», XXXV (1905-1906).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-041-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Gravela,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Frammentare l’appartenenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 449-452.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-040-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 450-451.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-039-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 451.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-038-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e altre forme di integrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., in particolare pp. 127-129; Gravela, </hi><hi rend="italic">Frammentare l’appartenenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 452.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-037-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Petti Balbi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Cittadinanza e altre forme di integrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 105-115; Gravela, </hi><hi rend="italic">Frammentare l’appartenenza</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 452-454. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-036-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">R.C. Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e cittadinanza nella Venezia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2010, p. 23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-035-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, pp. 34-42.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-034-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ivi, p. 34.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-033-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	&lt; </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">http://www.civesveneciarum.net/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (05/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-032-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il caso forse più interessante è quello della compagnia di Manetto Davanzati &amp; co.</hi><hi rend="CharOverride-1">, attiva a Venezia almeno dal 1394, e che dopo la morte di Manetto nel 1402 proseguì con ragione sociale Luigi Davanzati, Luca di Matteo </hi><hi rend="CharOverride-1">&amp; co. (ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 928.4, Venezia-Barcellona, 15/04/1402). Dal 1414, in seguito all’ingresso tra i soci capitalisti di Palla Strozzi, la ragione divenne</hi><hi rend="CharOverride-1"> Luigi Davanzati, Palla Strozzi &amp; co.: S</hi><hi rend="CharOverride-4">. Tognetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli affari di messer Palla Strozzi (e di suo padre Nofri). Imprenditoria e mecenatismo nella Firenze del primo Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Annali di storia di Firenze», IV (2009</hi><hi rend="CharOverride-1">), pp. 7-88: 30. Tuttavia né Manetto né il figlio Luigi né i loro fattori attivi a Venezia compaiono nella banca dati </hi><hi rend="italic">Cives</hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo stesso si può dire per Nanni e Bonifacio Gozzadini, titolari di un’importante </hi><hi rend="CharOverride-1">compagnia a Venezia almeno dal 1396, corrispondenti anche dell’azienda di Averardo di Francesco Medici: </hi><hi rend="CharOverride-4">R. de Roover</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The rise and decline of the Medici bank, 1397-1494</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cambridge 1963, p. 40.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-031-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 34-42.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-030-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 712.10, Venezia-Firenze, 09/01/1399; </hi><hi rend="CharOverride-4">Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 40.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-029-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per Firenze </hi><hi rend="CharOverride-4">Conti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">L’imposta diretta</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 303-318; </hi><hi rend="CharOverride-4">Ciappelli</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il cittadino fiorentino</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 844-866. Per Venezia </hi><hi rend="CharOverride-4">G. Luzzatto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il debito pubblico della Repubblica di Venezia dagli ultimi decenni del XII secolo alla fine del XV</hi><hi rend="CharOverride-1">, Istituto editoriale cisalpino, Varese-Milano 1963, in particolare pp. 161-176. Si veda inoltre </hi><hi rend="CharOverride-4">A. </hi><hi rend="CharOverride-4">Molho</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Tre città-stato e i loro debiti pubblici. Quesiti e ipotesi sulla storia di Firenze, Genova e Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="CharOverride-4">A. Molho</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Firenze nel Quattrocento</hi><hi rend="CharOverride-1">. I. </hi><hi rend="italic">Politica e fiscalità</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2006, pp. 71-95.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-028-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., p. 36, nota 31.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-027-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti e imprenditori fiorentini a Venezia nel tardo medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Società e storia», XV (1992), n. 55, pp. 29-60.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-026-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Molho</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Tre città-stato</hi><hi rend="CharOverride-1">,.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-025-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Luzzatto</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il debito pubblico</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 133-176.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-024-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1" >, p. 135.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-023-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1" >, pp. 177-272.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-022-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4" >A. Molho</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Florentine public finances in the Early Renaissance, 1400-1433</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Cambridge (Massachusetts) 1971, pp. 60-112.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-021-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Sieveking</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Studio sulle finanze</hi><hi rend="CharOverride-1">, seconda parte, </hi><hi rend="italic">La casa di San Giorgio</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-020-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Molho</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Tre città-stato</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-019-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questi esperimenti si veda ora </hi><hi rend="CharOverride-4">P. Mainoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fiscalità signorile e finanza pubblica nello stato visconteo-sforzesco</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Estados y mercados financieros en el Occidente cristiano (siglos XIII-XVI)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">XLI Semana de estudios medievales de Estella</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(Gobierno de Navarra),</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pamplona 2015, pp. 105-155: 134-137</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-018-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">B. Del Bo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Mercanti e finanze statali nel ducato di Milano in età visconteo-sforzesca</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il governo dell’economia. Italia e Penisola iberica nel basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, Roma 2014, pp. 131-154; </hi><hi rend="CharOverride-4">Mainoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Fiscalità signorile</hi><hi rend="CharOverride-1">, con ampia disamina della bibliografia precedente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-017-backlink">60</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sugli estimi viscontei </hi><hi rend="italic">ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, pp. 123-129; sugli estimi di </hi><hi rend="CharOverride-4">Filippo Maria Del Bo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Mercanti e finanze statali</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 137. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-016-backlink">61</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	ASPo, </hi><hi rend="italic">Fondo Datini</hi><hi rend="CharOverride-1">, 506.7, Genova-Pisa, 26/04/1384, 11/05/1384.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-015-backlink">62</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">J. Hayez</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un segno fra altri segni. Forme, significati e usi della marca mercantile verso il 1400</hi><hi rend="CharOverride-1">, prefazione a </hi><hi rend="CharOverride-4">E. Cecchi Aste</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Di mio nome e segno. Marche di mercanti nel carteggio Datini (secc. XIV-XV)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Prato 2010, pp. VII-XLIV: XXXVIII-XLIII; </hi><hi rend="CharOverride-4">Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«L’affaire Cirioni».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-014-backlink">63</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Houssaye Michienzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Datini, Majorque et le Maghreb (14</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic">-15</hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="italic"> siécles). Reseaux, espaces méditerranées et stratégies marchands</hi><hi rend="CharOverride-1">, Leiden 2013; </hi><hi rend="CharOverride-4">L. Palermo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Il mercato romano nel carteggio di Francesco Datini (1377-1409)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2020; </hi><hi rend="CharOverride-4">S. Tognetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La mercatura fiorentina prima e dopo l’età dei grandi fallimenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Niccolò Acciaiuoli, Boccaccio e la Certosa del Galluzzo. Politica, religione ed economia nell’Italia del Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Andreini, S. Barsella, E. Filosa e J.M. Houston, Roma 2020, pp. 229-255; </hi><hi rend="CharOverride-4">A. Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Francesco Datini e Hildebrand Veckinchusen: il commercio internazionale dopo la peste del Trecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Storicamente», XVII (2021), pp. 1-30, &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">https://storicamente.org/datini_veckinchusen_commercio_peste_nera_trecento_poloni</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (05/2024), con riferimenti alla storiografia sul tema.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-013-backlink">64</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	M.E. </hi><hi rend="CharOverride-4">Soldani</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Arbitrati e processi consolari fra Barcellona e l’Oltremare nel tardo Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Tribunali di mercanti e giustizia mercantile nel tardo Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di E. Maccioni e S. Tognetti, Firenze 2016, pp. 83-106.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-012-backlink">65</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una panoramica </hi><hi rend="CharOverride-4">L. Tanzini</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Tribunali di mercanti nell’Italia tardomedievale tra economia e potere politico</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il governo dell’economia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di L. Tanzini e S. Tognetti, pp. 229-255; </hi><hi rend="italic">Tribunali di mercanti</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-011-backlink">66</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">A. Astorri</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Mercanzia a Firenze nella prima metà del Trecento. </hi><hi rend="italic">Il potere dei grandi mercanti</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Firenze 1998, p. 60.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-010-backlink">67</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4" >M. Fusaro</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Politics of justice/politics of trade: foreign merchants and the administration of justice from the records of Venice’s Giudici del Forestier</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Mélanges de l’</hi><hi rend="CharOverride-1">É</hi><hi rend="CharOverride-1" >cole française de Rome. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Italie et Méditerranée modernes et contemporaines», CXXVI (2014), 1, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1" >https://journals.openedition.org/mefrim/1665</hi></ref><hi rend="CharOverride-1" > (05/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-009-backlink">68</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">E. Verga</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La camera dei mercanti di Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 1914, pp. 26-30; sulla Mercanzia milanese </hi><hi rend="CharOverride-4">P. Mainoni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">La Camera dei mercanti di Milano tra economia e politica alla fine del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Economia e corporazioni. Il governo degli interessi nella storia d’Italia dal Medioevo all’età contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di C. Mozzarelli, Milano 1988, pp. 57-80.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-008-backlink">69</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si veda in proposito anche la vicenda, riguardante la Mercanzia senese, narrata in </hi><hi rend="CharOverride-4">S. Tognetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Un genovese di Asti e un napoletano di Amalfi di fronte alla Mercanzia di Siena nel 1366 (per tacere del vicario del vescovo di Firenze)</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Archivio storico italiano», CLXXVI (2018), 4, pp. 677-688.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Francesco Datini e Hildebrand Veckinchusen</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questi aspetti, sebbene per un periodo successivo, il riferimento fondamentale rimane </hi><hi rend="CharOverride-4">F. Trivellato</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The familiarity of strangers: the Sephardic diaspora, Livorno, and cross-cultural trade in the Early Modern period</hi><hi rend="CharOverride-1">, New Haven-London 2009. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">«Per eservi insino a fine sechuli oblighati»</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ibidem.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Trivellato</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">The familiarity of strangers</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="CharOverride-4">Poloni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Francesco Datini e Hildebrand Veckinchusen</hi><hi rend="CharOverride-1">, con riferimenti alla bibliografia sui </hi><hi rend="italic">networks</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si vedano inoltre, per il tardo medioevo, i lavori citati alla nota 63.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si vedano i dati riassunti in </hi><hi rend="CharOverride-4">Mueller</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Immigrazione e cittadinanza</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 67.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-4">M. Fusaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Gli uomini d’affari stranieri in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Il Rinascimento italiano e l’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">. IV. </hi><hi rend="italic">Commercio e cultura mercantile</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di F. Franceschi, R.A. Goldthwaite e R.C. Mueller, Treviso-Costabissara 2007, pp. 369-395, alle pp. 377-378.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10149_xml_22_241-260.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Ivi</hi><hi rend="CharOverride-1">, p. 377.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Alma Poloni, University of Pisa, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">alma.poloni@unipi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-6011-8671</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Alma Poloni, <hi rend="italic">Immigrati di lusso. Uomini d’affari forestieri e cittadinanza nelle maggiori città italiane nei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2.19</ref>, in Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="CharOverride-6">Migrazioni, forme di inte(g)razione, cittadinanze nell’Italia del tardo medioevo. Atti del XVII Convegno di studi San Miniato 21-23 ottobre 2021</hi>, pp. -21, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0426-2, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0426-2</ref></p></div></div>
      
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