<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main">La mia globalizzazione, la nostra globalizzazione, la sua globalizzazione</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Luciano</forename>
            <surname>Segreto</surname>
          </persName>
        </author>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0549-8</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <seriesStmt>
        <title>Lectio Magistralis</title>
        <idno type="ISSN" subtype="print">2612-7725</idno>
        <idno type="ISSN" subtype="electronic">2704-5935</idno>
      </seriesStmt>
      <sourceDesc>
        <bibl type="monograph">
          <edition n="1">Digital edition PDF</edition>
          <date>2024</date>
          <idno type="ISBN" subtype="electronic">979-12-215-0549-8</idno>
          <biblScope unit="page">52 pages</biblScope>
          <extent>0.00 MB</extent>
          <availability status="free">
            <p>This is original content, published in Open Access. It is also available to read for free online at <ref target="https://media.fupress.com/files/pdf/24/15123/43260">https://media.fupress.com/files/pdf/24/15123/43260</ref></p>
          </availability>
        </bibl>
        <bibl type="monograph">
          <edition n="2">Digital edition ePUB</edition>
          <date>2024</date>
          <idno type="ISBN" subtype="electronic">979-12-215-0550-4</idno>
          <availability status="free">
            <p>This is original content, published in Open Access. It is also available to read for free online at </p>
          </availability>
        </bibl>
        <bibl type="monograph">
          <edition n="3"></edition>
          <date>2024</date>
        </bibl>
        <bibl type="monograph">
          <edition n="4">Digital edition XML</edition>
          <date>2024</date>
          <idno type="ISBN" subtype="electronic">979-12-215-0551-1</idno>
          <availability status="free">
            <p>It is available to read for free online</p>
          </availability>
        </bibl>
        <bibl type="monograph">
          <edition n="5">Print edition</edition>
          <date>2024</date>
          <idno type="ISBN" subtype="print">979-12-215-0548-1</idno>
          <biblScope unit="page">52 pages</biblScope>
          <availability status="restricted">
            <p>It is available for online purchase at <ref target="https://books.fupress.com/isbn/9791221505498">https://books.fupress.com/isbn/9791221505498</ref></p>
          </availability>
        </bibl>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <creation>
        <tag>peer-reviewed</tag>
        <rs type="FUP_policy" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">Firenze University Press Best Practice in Scholarly Publishing</rs>
        <rs type="scientific_cloud" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice.2">FUP Scientific Cloud for Books</rs>
        <rs type="peer_review" resp="scientific_board" source="https://books.fupress.com/scientific-board/c/38">Lezioni e Letture della Scuola di Scienze politiche «Cesare Alfieri»</rs>
      </creation>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>Globalisation is a dimension that often seems distant, foreign, linked to different problems, worlds, and realities. The approach presented in this volume invites us to look more closely at the reality around us, rediscovering our personal perception of globalisation. We examine it through both individual and collective experience, on an intimate level as well as on a scientific and academic one. The first dimension helps us connect our experience to a broader reality, while the second offers an original perspective on contemporary issues, projecting them into the future of the young (or very young) generations.</p>
      </abstract>
      <abstract xml:lang="it">
        <p>La globalizzazione è una dimensione che spesso appare distante, estranea, legata a problemi, mondi e realtà diverse. L’approccio proposto in questo volume invita a osservare più da vicino la realtà che ci circonda e a rintracciare la nostra personale percezione della globalizzazione, leggendola attraverso il vissuto individuale e collettivo, sul piano intimo ma anche su quello scientifico e accademico. Il primo ci aiuterà a collegare la nostra esperienza a una dimensione più ampia, il secondo ci offrirà una prospettiva originale sui temi attuali, proiettandoli nel futuro delle giovani (o giovanissime) generazioni.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Globalizzazione</item>
            <item>delocalizzazione</item>
            <item>Reshoring</item>
            <item>Technological clusters</item>
            <item>Complex communicating</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0549-8<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0549-8" /></p>
      <p rend="tit_tit1Sommario">Sommario</p><p rend="sommario_b_som_b_Tit1Cap"><ref target="OP09106_xml.html#_idTextAnchor000"><hi rend="numSom">9</hi>	Premessa</ref></p><p rend="sommario_b_som_b_Tit1Cap"><ref target="OP09106_xml.html#_idTextAnchor002"><hi rend="numSom">13</hi>	La mia globalizzazione, la nostra globalizzazione, la sua globalizzazione</ref></p><p rend="sommario_b_som_b_Tit1Cap"><ref target="OP09106_xml.html#_idTextAnchor003"><hi rend="numSom">47</hi>	Bibliografia</ref></p><p rend="tit_tit1Plus">Premessa</p><p rend="tit_tit1Autore"><hi rend="CharOverride-1">Luciano </hi>Segreto</p><p rend="normaleNOrientro">Desidero esprimere un vivo e riconoscente ringraziamento al Presidente della Scuola di Scienze Politiche, Carlo Sorrentino, per avere organizzato questa XXIII Lettura Cesare Alfieri. Sono stato accolto in questa Scuola, allora Facoltà di Scienze Politiche, nel 1991. Penso di avere dato molto sul piano professionale in questo lungo percorso, ma molto di più ho ricevuto dalla comunità degli studenti che ho avuto il privilegio di seguire in molti aspetti della loro formazione universitaria e dai colleghi e da tutto il personale che mi hanno aiutato a svolgere le diverse funzioni istituzionali che ho ricoperto in tutti questi anni. È un onore per me poterli ringraziare idealmente tutti insieme con questa mia <hi rend="C">lecture</hi>. Questo testo intende essere un modo diverso per avvicinarsi ai vari aspetti della globalizzazione, guardando alla nostra esperienza quotidiana e alla percezione che ciascuno di noi ha di questo complesso processo.</p><p><graphic url="OP09106_xml-web-resources/image/1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="tit_tit1Cap">La mia globalizzazione, la nostra globalizzazione, la sua globalizzazione</p><p rend="layout_titCorrentiPari">Luciano <hi rend="CharOverride-2">Segreto</hi></p><p rend="normaleNOrientro">Per me parlare di globalizzazione, negli ultimi anni, è un po’ come parlare di un amico che conosci molto bene e da molto tempo. Mi vengono subito in mente le prime due strofe di <hi rend="italic">The Sound of Silence</hi>, una delle più belle canzoni di Simon &amp; Garfunkel: «Hello darkness, my old friend, I’ve come to talk with you again». Per me basta sostituire la parola <hi rend="italic">darkness</hi> con <hi rend="italic">globalization</hi> per sentirmi dentro questa sorta di dialogo continuo e inesauribile con un qualcosa che fa parte della nostra vita, per sentirmi immerso in un fenomeno che ci circonda un po’ da tutte le parti, anche se non sempre – e di certo non tutti – ne siamo interamente consapevoli. Sai quali sono le sue preferenze, in quali modi gli piace apparire, mostrarsi, ma conosci anche le sue piccole manie, sai come si comporta in molte circostanze. Eppure questo «vecchio amico» – la globalizzazione – non finisce mai di sorprenderti, nel senso più proprio di questo termine: ti prende alla sprovvista, alle spalle, ti propone nuove situazioni, nuove immagini, nuovi processi che credevi appartenessero ad altri fenomeni, ad altri contesti storici, ad altre latitudini, forse si potrebbe quasi dire che riguardavano altri soggetti, altre persone, altre realtà e altri mondi. </p><p rend="normale">Quando mi è stato chiesto se ero disponibile per questo evento, dentro di me ho subito iniziato a pensare di cosa avrei parlato. Anzi, no, sapevo di cosa avrei parlato – della globalizzazione – ma non avrei voluto farlo come lo faccio nei miei corsi qui a Firenze o nei seminari o lezioni che ho avuto la fortuna e il privilegio di tenere in decine di università europee, cinesi o coreane, non potevo proprio. Sarebbe stato come infliggere una punizione non richiesta a chi magari mi ha avuto o mi ha attualmente come docente in uno dei miei corsi. Ma sarebbe stato anche come far partire un vecchio disco, che io stesso – diciamo così – avrei fatto volentieri a meno di ascoltare. </p><p rend="normale">Quando si ha questo previlegio – parlare davanti a tanti studenti e colleghi nell’Aula Magna del Polo delle Scienze Sociali – occorre usarlo al meglio: è un po’ come tirare un calcio di rigore negli ultimi minuiti di una partita che è ancora in parità. D’altra parte le <hi rend="italic">lectio magistralis</hi> devono anche cercare di offrire visioni non sempre e solo di alto profilo accademico e scientifico, ma devono, a mio avviso, contenere anche alcuni elementi di tipo più ‘intimo’, nel senso che possono e devono consentire di entrare nel retrobottega dell’atelier o nella cucina dove sono stati preparati – in passato e ancora oggi – lezioni, articoli e libri. </p><p rend="normale">Cercherò pertanto di ripercorrere il mio percorso dentro diversi tipi di globalizzazioni. È evidente che userò le conoscenze che ho oggi, le riflessioni cui sono arrivato nel corso del tempo, proprio a conferma di quanto dicevo in apertura e cioè che noi stessi non siamo sempre in grado di leggere nella maniera adeguata cosa accade in tempo reale attorno a noi che siamo chiamati professionalmente a interrogarci di continuo sulle trasformazioni economiche, sociali, politiche e istituzionali che si producono attorno a noi, talvolta molto vicino a noi, talaltra più lontano, ma con effetti che prima o poi sentiremo direttamente anche nella nostra vita quotidiana.</p><p rend="normale">La ‘mia globalizzazione’ inizia da lontano, potrei dire dalla mia nascita, ma non vorrei scivolare nel patetico, anche se nascere in un paese straniero che, per motivi che da bambino non capivo, non aveva in simpatia gli italiani, diciamo un po’ ti forgia rispetto al rapporto tra il particolare e il generale, tra la tua vita e quello che accade nel contesto storico in cui ti trovi – non per tua scelta – a vivere. </p><p rend="normale">Vorrei però portarvi su vicende relativamente più vicine a noi, anche se comunque si tratta di fare un salto indietro di alcuni decenni. Vicende che mi hanno anche involontariamente fatto capire come era fatto dall’interno il mondo prima della caduta del Muro di Berlino e come una qualche forma di globalizzazione esistesse già all’epoca.</p><p rend="normale">Nel settembre del 1988 mi trovavo a Berlino Est, nella capitale della Repubblica Democratica Tedesca su invito dell’Istituto di Storia Economica dell’Accademia delle Scienze. Non era la prima volta che andavo nella Germania dell’Est. Come vedremo tra breve, ci ero già stato quattro anni prima per svolgervi delle ricerche archivistiche. Da tali ricerche avevo tratto un articolo che avevo inviato a tale istituto e che – dal mio punto di vista – era solo un atto di cortesia istituzionale nei confronti dell’Accademia delle Scienze. Questa istituzione aveva reso possibile il mio viaggio in virtù di un accordo con il Consiglio Nazionale delle Ricerche. In effetti, negli anni della Guerra Fredda si poteva andare nei paesi dell’Europa orientale a lavorare in archivi, biblioteche e centri di ricerca solo sulla base di accordi molto formali come quello che aveva reso possibile il mio viaggio. </p><p rend="normale">Quell’articolo era stato non solo pubblicato, ma era anche stato definito degno di un premio come migliore articolo di un giovane ricercatore apparso sulla rivista dell’Istituto di Storia Economica dell’Accademia delle Scienze – lo <hi rend="italic">Jahrbuch für Wirtschaftsgeschichte</hi>, che oggi si chiama <hi rend="italic">Yearbook for Economic History</hi> e rimane una delle riviste più importanti a livello internazionale per gli studiosi di storia economica. La cosa, oltre a lusingarmi, per la verità mi sorprese molto. Una volta a Berlino Est, venni a sapere che quell’articolo aveva rappresentato l’occasione per uno scontro di carattere politico-ideologico tra l’ala riformista della SED (il partito comunista della DDR) dentro l’Istituto e quella conservatrice. Avevano vinto i riformisti e quindi per la prima volta quel riconoscimento veniva dato ad un giovane studioso non solo straniero, ma addirittura proveniente dal blocco occidentale. </p><p rend="normale">Non avevo nessun merito particolare nella vicenda, salvo avere inviato l’articolo. E infatti questa lunga premessa serviva a introdurre un altro aspetto, per me molto più pregnante delle enormi differenze economiche, nel caso di specie di cui parlerò tra un attimo, che c’erano all’epoca tra Est ed Ovest. Questo secondo aspetto ha a che vedere con il mio interesse, la mia passione per il calcio, che però nell’occasione si unì anche ad una dimensione diciamo politico-internazionale. Quando ero a Berlino venni a sapere che in quei giorni ci sarebbe stato il match di andata dei sedicesimi di finale di quella che allora si chiamava ancora Coppa dei Campioni, quella che dal 1992 è diventata la Champion’s League. La differenza più importante sul piano squisitamente sportivo era che a quella competizioni poteva partecipare solo chi aveva vinto il campionato nel proprio paese e non due, tre o quattro club come si fa oggi in base al ranking dell’UEFA. Il sorteggio aveva messo di fronte i campioni della Germania Ovest, il Werder Brema, e quelli della Germania Est, la Dinamo di Berlino. Sei a Berlino e c’è questa partita: come fai a non andarci, anche solo per curiosità, per respirare un po’ di guerra fredda sportiva tra le due Germanie? D’altra parte nel mondiale disputatosi in Germania nel 1974 i due paesi erano stati messi nello stesso girone e, a sorpresa, la DDR aveva battuto la Germania Ovest, che poi sarebbe comunque diventata campione del mondo, per 1-0. A dare un tocco di interesse in più c’era il fatto che dal 1966 la Dinamo era di proprietà della Stasi e molto probabilmente allo stadio ci sarebbe stato Erich Mielke, il mitico capo della Stasi. </p><p rend="normale">Mi recai allo stadio circa un’ora prima della partita. Ero convinto che avrei potuto acquistare anche un biglietto in tribuna che immaginavo costasse troppo per i cittadini della DDR. Ragionando in termini che oggi definirei un po’ tra lo sbruffone americano e il colonialista occidentale, persi di vista il fatto che anche a Berlino Est si potevano fare dei sacrifici per andare a vedere quella partita. Infatti i biglietti erano esauriti. Così gironzolai un po’ attorno allo stadio per sentire almeno da fuori il clima pre-partita. Ad un certo punto notai un gruppo di giovani che discutevano animatamente. Capii subito che stavano parlando dei biglietti, anzi, che qualcuno stava vendendo dei biglietti. Cominciai così a scoprire che il bagarinaggio non era una specialità occidentale o più in particolare italiana. Se non era un incipit di globalizzazione, era però di sicuro un processo di occidentalizzazione che aveva preso piede anche nei paesi socialisti. Ascoltando le contrattazioni capii che i prezzi di cui parlavano erano espressi in marchi della DDR. A quel punto entrò in scena il Mister Hyde che era nascosto in me, disposto a tutto pur di vedere la partita. Mi feci largo senza difficoltà e parlando in tedesco dissi che offrivo 20 marchi. Una scena da film. Tutti si mettono a ridere. Poi la telecamera immaginaria punta di nuovo su di me e pronuncio la battuta fatidica: sì, ma 20 marchi tedeschi occidentali. Neanche fossi una specie di Mosè capitato per caso allo stadio della Dinamo, il gruppo che stava contrattando si aprì come il Mar Rosso per farmi raggiungere il bagarino est-berlinese, consegnargli 20 Deutsche Mark, prendere il biglietto e avviarmi trionfalmente verso l’entrata. </p><p rend="normale">Un senso quasi di onnipotenza, spendendo nulla. Era questa la differenza tra i paesi occidentali e quelli nell’orbita sovietica. Un po’ come succede ancora oggi, a molti turisti, in un mondo globalizzato, andando in Sud America, in Africa o in certi paesi asiatici. </p><p rend="normale">Una volta preso posto nello stadio nella tribuna opposta a quella centrale (l’equivalente della tribuna di Maratona allo stadio di Firenze), ero assolutamente ‘riconoscibile’: tutti attorno a me capirono che non ero un berlinese. Forse pensavano che fossi un tedesco occidentale. Mi affrettai subito a spiegare che ero italiano. Non si sa mai, pensai, quando sei in uno stadio. In questo clima subito distensivo le persone attorno a me mi indicarono un signore nella tribuna di fronte: era lui, il ‘mitico’ Mielke. Seduto, lui sì, nella tribuna centrale, con una copertina sulle ginocchia, sebbene fosse l’8 settembre. Per la cronaca fu un trionfo per la Dinamo, per i berlinesi che mi circondavano e probabilmente anche per Mielke. I campioni della DDR vinsero 3-0, ma poi vennero eliminati, perché persero il ritorno a Brema per 5-0.</p><p rend="normale">Non era la prima volta che andavo nella DDR, come ho detto prima. C’ero già stato nel febbraio del 1984 per svolgere delle ricerche in alcune biblioteche a Berlino e nelle sezioni degli archivi tedeschi precedenti la seconda guerra mondiale che, dopo il 1945, erano rimasti casualmente nella DDR. In particolare mi interessavano gli archivi economici del ministero degli Esteri (erano a Potsdam) e quelli del ministero dell’Economia e del Commercio del governo prussiano. Questi ultimi erano conservati a Merseburg, una cittadina di provincia a circa 30 chilometri a Ovest di Lipsia, con circa 30 mila abitanti, allora come oggi, ma oggi decisamente più bella di quarant’anni fa, se non altro perché gli edifici sono restaurati, ben dipinti e non grigi e a pezzi come erano negli anni Ottanta. </p><p rend="normale">Già allora, come più tardi a Berlino Est, mi ero sentito osservato: nelle biblioteche, negli achivi, alle fermate degli autobus. In quel contesto ero io il tocco esotico per gli abitanti di Merseburg, la mosca bianca o come si dice sempre più spesso, specie parlando di temi economici nell’economia globalizzata, il cigno nero, mentre per me lo era tutto ciò che mi circondava.</p><p rend="normale">E a Merseburg scoprii quella che più tardi sarebbe stata chiamata la globalizzazione sovietica. Davanti ad un negozio statale di frutta e verdura (tutti i negozi erano statali all’epoca) era stato apposto un grande cartello scritto a mano: «Sono arrivate le arance inviate dai nostri compagni cubani». Attirato dalla scritta, entrai nel negozio. Sugli scaffali non c’era nulla, assolutamente nulla. Al centro del negozio, invece, sorgevano due montagnette alte circa un metro e mezzo, una di patate (rigorosamente di produzione locale) e l’altra di arance verdi, arrivate da Cuba. Comprai due arance: diciamo che erano un po’ aspre per i nostri gusti abituati alle arance siciliane o spagnole.</p><p rend="normale">La ‘mia’ Guerra Fredda finiva, come per tutti, nel 1989, ma nel mio caso nel maggio di quell’anno era nata mia figlia Nora. E la fine dell’URSS, nel dicembre del 1991, venne anticipata dall’arrivo, qualche mese prima, del mio secondo figlio, Niccolò. La riunificazione del mercato mondiale dopo circa settant’ami dava ufficialmente il via alla globalizzazione. La nuova globalizzazione nel mio caso iniziava con i pannolini Pampers, della multinazionale americana Procter &amp; Gamble, con qualche tutina della italianissima Chicco o della francese Petit Bateau e pochi anni dopo con qualche giocattolo comprato da Toys ‘R’ Us, una catena americana del settore liquidata nel 2018, che vendeva prodotti rigorosamente <hi rend="italic">Made in China</hi>, ma con il marchio CE, <hi rend="italic">conformité européenne,</hi> per evitare problemi nel caso in cui i bambini avessero messo in bocca il giocattolo.</p><p rend="normale">Mi sembra l’ora di uscire dalla sfera personale per andare verso quella collettiva, per parlare della ‘nostra globalizzazione’. Già, ma quando è iniziata la ‘nostra globalizzazione’, quella che ci circonda e ci attacca da tutte le parti e paradossalmente – visto come poi è andata a finire la storia – fa venire in mente un’immagine da film western, con gli indiani che girano attorno ai carri di una carovana sistemati in circolo per difendersi e che lanciano le loro frecce: nel loro caso verso gli invasori dell’Intatto, la splendida definizione data da Alessandro Baricco in <hi rend="italic">Abel. Un western metafisico</hi>:</p><p rend="inciso2a">degli spazi mai visti prima, terre di cui non si aveva coscienza. […] alzando lo sguardo dal lavoro, le vedevi. Era l’Intatto. Dimorava nell’apparente assenza dell’animale uomo, e quindi rotondo in un unico respiro di meraviglia, sangue, sperma e orrore.</p><p rend="normale">Nel nostro caso, offrendoci tutto e il contrario di tutto: abiti, magliette, cianfrusaglia da 99 centesimi, scarpe sportive griffate, telefoni cellulari, ma anche la possibilità di viaggiare a basso costo, trasformati in nuovi esploratori a volte ingombranti, altre volte capaci di entrare in punta di piedi in paesi dove appunto l’Intatto forse è rimasto ancora, anche se non proprio intero.</p><p rend="normale">La domanda sull’inizio della globalizzazione, su quando questo concetto sia entrato nella nostra vita di tutti i giorni, su quando abbiamo cominciato ad usare questo termine sia in discorsi diciamo così accademici sia in discussioni tra amici, non ha una risposta semplice, né immediata. Come accade per tanti altri fenomeni o processi storici, essendo profondamente immersi in essi, non ne abbiamo una precisa e profonda coscienza. Ci scorrono addosso, ci prendono da tutte le parti, come dicevo prima, ma facciamo fatica a fermarli anche solo per un istante per guardarli idealmente negli occhi e per conoscerli fino in fondo.</p><p rend="normale">Ho cercato di dare una risposta ad un problema che come storico economico, come dicevo all’inizio, tratto quasi tutti i giorni sul piano professionale, scientifico e didattico. Di sicuro, però, non me ne occupavo all’inizio degli anni Novanta, quando per molti studiosi, a torto o a ragione, è iniziata la globalizzazione. Quando ho cominciato ad insegnare nell’allora Facoltà di Scienze Politiche, nel 1991, il primo corso di cui sono stato incaricato si chiamava Storia economica e sociale dall’Unità nazionale a oggi, un titolo veramente chilometrico. Mi faceva venire in mente Massimo Troisi nel film <hi rend="italic">Ricomincio da tre</hi> quando diceva che il bambino di cui era incinta la sua compagna non avrebbe potuto chiamarsi Massimiliano, come lei proponeva, perché sarebbe diventato uno ‘scostumato’, dato che con quel nome lunghissimo ci voleva troppo perché ritornasse vicino alla madre se lei l’avesse chiamato nel caso lui stesse combinando qualche disastro. Nel mio caso rischiava di fare scappare gli studenti prima che terminassi di dire anche solo il titolo del corso. Se mi consentite, oggi potremmo dire con una dose di ironia, visto che siamo in una Scuola di Scienze Politiche, che era un titolo di un corso da Prima Repubblica. Non andò molto meglio, sotto questo stesso profilo, con il secondo corso, Storia delle relazioni economiche internazionali, ma almeno qui diciamo che, se non proprio nell’Intatto, dovevo per forza mettere i piedi (e la testa) in un contesto che, sebbene, anzi, proprio perché trattato in una dimensione storica, mi obbligava a iniziare a cercare di capire la dimensione della globalizzazione nei rapporti economici internazionali.</p><p rend="normale">Ma torniamo al punto sull’entrata in scena del termine globalizzazione. Senza sapere né leggere né scrivere, come si suol dire, avrei detto che il termine venne introdotto nei primi anni Novanta, magari da qualche studio della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, siccome so leggere e scrivere, me lo sono chiesto di nuovo in questi giorni, usando gli strumenti professionali più consueti per me. Lasciamo da parte Wikipedia, che pure una sua opinione in proposito ce l’ha, quando afferma che il termine è divenuto popolare negli anni Novanta: grazie, questo l’avevamo immaginato da soli. Ho allora interrogato giornali e settimanali internazionali, il <hi rend="italic">New York Times</hi>, <hi rend="italic">The Economist</hi>, <hi rend="italic">The Times</hi>, per poi passare a un più prosaico Google Scholar, prima di rivolgere l’attenzione ai giornali italiani. </p><p rend="normale">Con mia grande sorpresa noto che il <hi rend="italic">New York Times</hi> non usa il termine prima degli anni Novanta, dando forza diciamo all’interpretazione di Wikipedia. Peraltro usa un termine molto vicino, <hi rend="italic">Globalism</hi>, in un articolo dell’estate del 1943, ma siamo in un contesto totalmente diverso, perché quella parola è associata ad un movimento artistico. Ma le vere soprese arrivano con <hi rend="italic">The Economist</hi>. Nell’archivio del settimanale britannico trovo un articolo che pare ripreso da questioni molto recenti. L’espressione usata nel titolo è inflazionata, guarda caso, dagli anni Novanta in poi: <hi rend="italic">Shock Therapy for the Peseta</hi>, ma la data è quella che impressiona: 1° luglio 1961. Un secondo articolo che usa quel termine è dedicato alla Grecia, al governo Karamanlis: è del 17 dicembre 1977. Diciamo che non ci siamo ancora con la ‘nostra globalizzazione’. Con <hi rend="italic">The Times</hi>, altra sorpresa: non si va da nessuna parte. Il sistema che governa la ricerca per parole nell’archivio del giornale non è capace di distinguere <hi rend="italic">global</hi> da <hi rend="italic">globalization</hi>.</p><p rend="normale">Nel mondo anglosassone la concettualizzazione lessicale del termine <hi rend="italic">globalization</hi> è dei primissimi anni Sessanta. La parola appare per la prima volta nel <hi rend="italic">Merriam-Webster Third New International Dictionary</hi>, uno dei più popolari dizionari specialmente negli Stati Uniti. </p><p rend="normale">Anche nei dizionari della lingua italiana la parola esisteva già negli anni Sessanta, ma il suo significato, fino ai primi anni Novanta, era piegato ad un campo semantico diverso. Infatti veniva utilizzato in psicologia per indicare il processo cognitivo per cui un bambino percepisce le cose innanzitutto nel suo insieme e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Verrebbe quasi la tentazione di concludere che dovremmo tutti ritornare bambini per comprendere davvero la globalizzazione.</p><p rend="normale">E venendo dunque all’Italia, vediamo quando alcuni tra i maggiori giornali italiani hanno cominciato ad utilizzare il termine globalizzazione, in taluni casi cercando anche di spiegare al lettore il suo significato. </p><p rend="normale">Nel caso del <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> la première va in scena nell’ottobre del 1980. Dando conto di una riunione dei ministri dell’Agricoltura europei e citando il discorso pronunciato dal ministro italiano dell’Agricoltura Giovanni Marcora, nell’articolo si legge che il ministro aveva sostenuto «la necessità della cosiddetta globalizzazione». Insomma la globalizzazione c’era, probabilmente da qualche parte funzionava, ma era per gli italiani una ‘cosiddetta’, una parola che usavano altri, ma che per farsi capire meglio a Bruxelles forse era il caso di sdoganare. </p><p rend="normale">Dopo questo primo exploit più niente fino al 1984, quando un articolo del 9 novembre 1984 dal titolo “‘Piccolo non è più bello’. Ecco la nuova rivoluzione industriale”, rilanciava il termine. Troppo facile, però, perché a scriverlo era il politologo americano Joseph La Palombara, molto noto in Italia negli anni Ottanta, ma appunto americano e quindi più esposto alla novità terminologica. La questione richiamata nel titolo (<hi rend="italic">Piccolo è bello</hi>) faceva riferimento ad un libro di Ernst Schumacher, <hi rend="italic">Small is Beautiful</hi>, uscito negli Stati Uniti nel 1973 che ebbe ovviamente un grosso successo nell’Italia dei distretti e delle piccole e medie imprese di quell’epoca e che ebbe numerosi cantori, sia tra gli accademici che tra i giornalisti, per non parlare di Confindustria. </p><p rend="normale">Tre anni più tardi, nel marzo del 1987, sempre il <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> pubblica un articolo di Alberto Mucci in cui la questione cominciava ad assumere i contorni che conosciamo oggi. Il suo titolo non poteva essere più esplicito e successivamente tra i più copiati da giornalisti, imprenditori, politici e studiosi: <hi rend="italic">La grande sfida della globalizzazione</hi>. Poi di nuovo poco o nulla fino all’inizio degli anni Novanta.</p><p rend="normale">I lettori di <hi rend="italic">Repubblica</hi>, tra i quali all’epoca mi annoveravo anch’io, dovettero aspettare il novembre del 1986 per entrare in contatto per la prima volta con il termine globalizzazione. Ma anche in questo caso diciamo che si giocava ‘facile’: si trattava infatti di un articolo intitolato “C’è bisogno di una nuova locomotiva per rilanciare l’economia mondiale”, scritto dall’ex-vicepresidente americano Walter Mondale, nel quale si parlava soprattutto del «processo di globalizzazione dei mercati finanziari». Diciamo che Mondale senza saperlo ci stava avvicinando al punto, ma c’era ancora molta strada da fare. </p><p rend="normale">Non voglio insistere. Questo è un livello, come dire, popolare per spiegare non tanto la genesi del termine globalizzazione, quanto il suo impiego, la sua diffusione nei giornali che, pur con tutti i loro limiti, sono lo specchio del modo di pensare e di osservare le cose in un determinato periodo storico.</p><p rend="normale">La letteratura accademica, e non solo quella economica, in realtà aveva già iniziato da tempo ad usare questo termine. Sociologi e studiosi del marketing e soprattutto della moda avevano iniziato a parlare di globalizzazione negli anni Settanta, come ci dice Google Scholar. Il 6 luglio 2006 il <hi rend="italic">New York Times</hi> – sì, dobbiamo tornare di nuovo al <hi rend="italic">New York Times</hi> – scrisse un necrologio per la morte di Theodore Levitt, uno dei primi e maggiori studiosi di marketing, affermando che era morto il ‘creatore’ del termine globalizzazione. Pochi giorni dopo, l’11 luglio, il giornale americano si corresse. Levitt non aveva coniato il termine, ma aveva solo reso popolare un termine usato già nel 1944. </p><p rend="normale">Non è però il caso di andare oltre. Per chi fosse davvero interessato a studiare le origini più lontane del termine e i suoi diversi usi, in contesti differenti, può andare a leggersi un bell’articolo di Paul James e Manfred Stege, “A Genealogy of ‘Globalization’: The Career of a Concept”, apparso una decina d’anni fa su una rivista che si chiama per l’appunto <hi rend="italic">Globalizations</hi>.</p><p rend="normale">Torniamo al tema della ‘nostra globalizzazione’. Per molti di noi docenti, parlare di globalizzazione ha significato rendersi conto di come era cambiato il mondo dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo l’avvio dei processi di delocalizzazione verso l’Europa orientale ma soprattutto verso la Cina. Ci siamo accorti a poco a poco di quanto stava succedendo. Qui a Firenze forse meno che altrove, ma di sicuro se ne sono accorti in fretta a Prato, dove, a partire dai primi anni Novanta, finisce un mondo e ne inizia un altro. Questi cambiamenti ce li ha raccontati, quasi in presa diretta, Edoardo Nesi, direi soprattutto (e personalmente penso al meglio) nel primo romanzo dedicato a cosa era successo in quegli anni a Prato, <hi rend="italic">L’</hi><hi rend="italic">età dell’oro</hi> del 2004, e non in quello del 2010, <hi rend="italic">Storia della mia gente</hi>, che gli ha fatto vincere il premio Strega. Una storia plurisecolare stava cambiando. I cenciaioli di Prato – e uso questo termine non in termini spregiativi, ma con l’ironia che utilizzavano quando parlavano di se stessi – venivano sostituiti dai cinesi che presero in mano il settore tessile, facendogli compiere nei successivi trent’anni un salto verso il pronto moda che non era riuscito mai in passato, ma con costi sociali, culturali e identitari, oltre che economici, immani. </p><p rend="normale">Che però qualcosa stesse cambiando e non solo dagli anni Novanta, lo si poteva notare anche a Firenze. Bastava farci caso. È questo il punto, ormai dovrebbe essere chiaro. Tra i turisti giapponesi ce n’erano alcuni che non erano turisti fino in fondo e che non erano prioritariamente interessati a fotografare il Duomo, Palazzo Vecchio o Ponte Vecchio, bensì le scarpe e le borse esposte nelle vetrine dei più famosi negozi del centro. Erano operatori economici che poi se le sarebbero fatte produrre in Cina, dove anch’essi, insieme agli americani, avevano già iniziato a delocalizzare fin dagli anni Ottanta.</p><p rend="normale">Quello che voglio dire è che la globalizzazione che stava prendendo piede era già attorno a noi: l’assedio di cui parlavo all’inizio era iniziato. Insomma, la nostra globalizzazione paradossalmente, per certi versi, era lontana solo 20 chilometri e forse anche meno, ma per capirla fino in fondo occorreva andare in Cina, che nel giro di pochi anni divenne una sorta di nuova Mecca, destinazione finale di un pellegrinaggio quasi obbligatorio per tutti gli operatori economici e, ad un certo punto, anche per tutte le università occidentali, compresa la nostra. La Cina è stata – per certi versi è ancora – un laboratorio del processo di globalizzazione a cielo aperto eccezionale in cui il regista, lo sceneggiatore, l’attore protagonista e quello non protagonista hanno ovviamente tutti un nome cinese. Ma questo laboratorio occorre vederlo da vicino, prima o poi.</p><p rend="normale">Sono andato in Cina e più precisamente a Shanghai per conto della nostra Facoltà la prima volta nel 2006. In quella occasione ci rimasi solo otto giorni. Non volevo mai andare a dormire. Giravo a piedi per la città fino a notte tardissima e non per colpa del jet-lag. Volevo vedere tutto e di più, vedere con i miei occhi un paese che stava crescendo allora ad un tasso del 10-12 percento l’anno. Negli anni successivi ci sono tornato diverse volte, anche ad insegnare. Prima di partire impiegavo un’espressione che utilizzavo spesso con amici e familiari: vado a vedere il PIL cinese. </p><p rend="normale">Vedere e rivedere la Cina ha avuto su di me una grande influenza, direi anche professionale. Non parlo né leggo il cinese, ma ho parlato in inglese con amici e colleghi cinesi, con traduttori, con accompagnatori e non solo di Shanghai. Ho visitato impianti industriali grandi e piccoli nell’area attorno a Shanghai e tutte queste immagini, sensazioni e informazioni si sono spesso trasformate in analisi e studi sulla globalizzazione. Non certo sono l’unico ad avere avuto questo privilegio, ma vi assicuro che vedere di persona un mercato cinese che sembra uscito da un quadro fiammingo del XVII secolo con centinaia di animali nelle gabbie, teste di polli e piume che volano da tutte le parti e, accanto, i cartelli giganteschi con gli slogan di Deng Xiaoping che invitano i cinesi ad arricchirsi; osservare in piena notte operai appollaiati a decine e decine di metri di altezza sulle strutture in acciaio per lavorare alla costruzione della Shanghai Tower; osservare il posto dove dormiva il giovane sarto che mi aveva preparato un paio di completi su misura, un giaciglio posto sotto il tavolo di lavoro; entrare in un laminatoio lungo 700 metri nella più grande industria siderurgica cinese, la Baosteel, che sforna rotoli di lamierino con forse 3 o 4 dipendenti che controllano appena la parte finale del processo lavorativo perché tutto il resto del processo è automatizzato; recarsi in una fabbrica moderna, frutto dell’iniziativa congiunta della Procter &amp; Gamble e della Angelini, dove si costruiscono per tutto il mercato asiatico macchinari lunghi oltre 20 metri per la produzione in serie di pannolini e assorbenti; capire come è fatta dall’interno la politica salariale di una multinazionale, ma anche notare nelle università, negli incontri ufficiali (che duravano inaspettatamente ore rispetto agli incontri informali) che accanto ai colleghi di un dipartimento, accanto al preside o al rettore c’era anche un uomo o una donna che erano semplicemente il segretario del Partito Comunista Cinese a livello di Dipartimento, Facoltà o Ateneo (e la loro presenza era anche il vero motivo per cui tali riunioni duravano ore interminabili: questi funzionari di partito erano gli unici a non conoscere l’inglese e quindi c’era bisogno di un traduttore o di una traduttrice); andare a fare shopping nei mercati dell’abbigliamento del <hi rend="italic">fake</hi> come dell’autentico ma con invisibili difetti e capire che il commerciante cinese lavora sui volumi di vendita e non sui margini di guadagno sul singolo prodotto: ebbene, tutto ciò mi ha aiutato molto a capire la globalizzazione, la nostra globalizzazione. Come speciale è stato capire che andare a pranzo o a cena con colleghi cinesi, le loro moglie e i loro figli è il vero salto di qualità per un accordo formale tra due istituzioni universitarie, una situazione che mi faceva sempre pensare ad una strofa di <hi rend="italic">Russians</hi>, una delle canzoni per me più belle e intense di Sting, <hi rend="italic">We Share the Same Biology, Regardless of Idology</hi>. Certamente tutto questo mi ha aiutato a leggere meglio ciò che veniva scritto sulla Cina da economisti, giornalisti e da esperti di relazioni internazionali, mi ha aiutato a vedere e a vivere la globalizzazione, tenendo conto di quello che stava succedendo nella nuova fabbrica del mondo. E mi dato il privilegio di analizzarla e descriverla per i miei studenti.</p><p rend="normale">Ma mi sembra giunto il momento di passare al terzo e ultimo punto di questa mia <hi rend="italic">lectio magistralis</hi>. Molti studenti che hanno svolto la loro tesi di laurea sotto la mia supervisione sanno quanto io sia contrario a capitoli che si occupano del futuro più o meno lontano. Qualcuno c’è anche rimasto male quando ho cassato queste parti del lavoro: rigettate perché ‘irricevibili’, visto che comunque, a prescindere dal fatto che mi sono spesso occupato di questioni di carattere economico anche molto vicine ai nostri giorni, ho sempre pensato che non tocca allo storico e a chi svolge una ricerca che utilizza una metodologia critica di impostazione storiografica mettersi a fare previsioni per il futuro. Serve a poco in una tesi e soprattutto si toglie il lavoro agli indovini. </p><p rend="normale">Tuttavia, in questa circostanza mi sono preso da solo il permesso di una deroga. Un mese fa, nell’ottobre del 2023, è nata Nina, la mia prima nipotina. È dunque della ‘sua globalizzazione’ che voglio parlare brevemente. E spero che vorrete perdonarmi se talvolta il tono sarà retoricamente più personale. </p><p rend="normale">Parlare della sua globalizzazione è ancora più difficile che parlare della mia o della nostra globalizzazione. Pensandoci, in questi giorni, mi è venuto in mente il testo di una canzone di Lucio Dalla, <hi rend="italic">Il motore del Duemila</hi>, che il cantautore bolognese scrisse nel 1992 con vista, appunto sul Duemila. Con dolcezza e molta ironia Dalla cantava che</p><p rend="incisi_inciso2b_inizio">Il motore del Duemila </p><p rend="incisi_inciso2b_continua">sarà bello e lucente</p><p rend="incisi_inciso2b_continua">sarà veloce e silenzioso</p><p rend="incisi_inciso2b_continua">sarà un motore delicato </p><p rend="incisi_inciso2b_continua">avrà lo scarico calibrato </p><p rend="incisi_inciso2b_continua">E un odore che non inquina </p><p rend="incisi_inciso2b_continua">lo potrà respirare </p><p rend="incisi_inciso2b_fine">un bambino o una bambina.</p><p rend="normale">E più sotto concludeva:</p><p rend="incisi_inciso2b_inizio">Noi sappiamo tutto del motore</p><p rend="incisi_inciso2b_continua">questo lucente motore del futuro</p><p rend="incisi_inciso2b_continua">Ma non riusciamo a disegnare il cuore</p><p rend="incisi_inciso2b_fine">di quel giovane uomo del futuro.</p><p rend="normale">Noi non sappiamo come sarà la sua globalizzazione, diciamo il mondo tra vent’anni. Sempre Dalla in un’altra sua fortunata canzone suggerisce: «Telefona fra vent’anni / io adesso non so cosa dirti». Spero ardentemente che mia nipote mi telefoni tra vent’anni e soprattutto che io abbia la lucidità per risponderle, ma ad ogni buon conto qualcosa le dico già oggi e chiederò a mia figlia Nora, a sua madre, di dare a Nina questo testo, così potrà rendersi conto di quello che ci immaginavamo per il futuro.</p><p rend="normale">Comincio col dire che quella globalizzazione che ho vissuto e descritto non ci sarà più. Non dico che non ci sarà più la globalizzazione, ma che ci sarà in forme completamente diverse. Tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo secolo siamo entrati in una nuova fase, basata sull’<hi rend="italic">Information and Communication Technology</hi>, ma le novità maggiori sono venute dopo la crisi del 2007-2008 e hanno preso piede negli ultimi dieci anni. Le trasformazioni tecnologiche sono diventate più frequenti, più estese e più approfondite e stanno ridisegnando gli assetti economico-strategici complessivi, ma anche la vita di miliardi di persone. Queste novità sono state chiamate Seconda Rivoluzione Digitale, un processo molto complesso che sta trasformando in maniera massiccia la nostra vita e ancora di più la trasformerà in futuro, diciamo appunto nei prossimi vent’anni. Basta pensare al Large Language Model, all’uso dell’intelligenza artificiale, al Big Data, ai <hi rend="italic">LEO satellites</hi> (i satelliti che viaggiano in orbite terrestri basse) e così via.</p><p rend="normale">La scelta delle economie avanzate di fronte ai problemi e alle nuove opportunità che si aprirono negli anni Ottanta-Novanta fu la delocalizzazione, un comportamento ineccepibile dal punto di vista dei conti economici, ma poco lungimirante su quello economico-strategico. Quel processo ha creato giganti economici e temibili concorrenti altrove, specie in Asia, e ci ha trasformati in consumatori di prodotti manifatturieri <hi rend="italic">Made in China</hi>, ma ora anche <hi rend="italic">Made in Vietnam</hi> o <hi rend="italic">Made in Bangladesh</hi>, in consumatori non molto diversi da un <hi rend="italic">rentier</hi>, un aristocratico inglese di fine Ottocento, che pensava che tutto gli era dovuto e che poteva aspettare comodamente seduto in poltrona tutti i prodotti cui pensava di avere diritto in virtù della sua posizione economica e sociale.</p><p rend="normale">Nell’ultimo decennio la strategia del mondo avanzato è stata di segno diverso. È inutile il <hi rend="italic">reshoring</hi>, riportare cioè a casa produzioni delocalizzate: ormai è storia, la partita è persa. La produzione manifatturiera si fa e si farà laggiù, in Asia e forse, tra dieci o vent’anni, un po’ di più anche in alcune parti dell’Africa. Qui, nei paesi avanzati, invece, si fa il futuro e lo si costruisce in decine di <hi rend="italic">metro city clusters</hi> nei quali imprese, centri di ricerca e università lavorano in simbiosi. È e sarà sempre di più quella che una volta veniva chiamata l’economia della conoscenza, ma che oggi pone sfide diverse e ancora più complesse alle imprese innovative che operano in questo campo perché si deve lavorare su tecnologie basate su <hi rend="italic">Complex Communicating Software Systems</hi>. </p><p rend="normale">Per poter dire o fare qualcosa a questo livello occorrono imprese avanzate a tutti i livelli e una forza lavoro altamente qualificata, con formazione, conoscenze e <hi rend="italic">know how</hi> universitari. I luoghi dell’innovazione ci sono già e sono sparsi in diversi paesi, ma sono superconcentrati in Europa, Stati Uniti, Cina e Giappone (Cambridge, San Francisco, Oxford, Boston, Daejeon, San Diego, Monaco di Baviera, Zurigo, Pechino e così via). Nelle prime venticinque realtà di questo genere non c’è una città italiana, Nina. Non c’è Milano, dove vivi oggi e forse anche fra vent’anni. A dire la verità ci si provò pure, qualche anno fa, a fare qualcosa che andasse in quella direzione, e la prima cosa cui si pensò – un classico per l’Italia – fu il nome: la Metropoli MiTo (Milano-Torino). Ma dopo il nome il nulla o quasi. Oggi quella ipotetica Metropoli viene vissuta da ventimila pendolari. È la cosiddetta tribù fluida dell’Alta Velocità, un’espressione giornalistica (o dell’ufficio stampa di Trenitalia) davvero azzeccata, che però nasconde un’ovvia verità: i pendolari sono dei torinesi che fanno avanti e indietro tutti i giorni per e da Milano. Non ci sono dei milanesi che fanno nello stesso momento il viaggio in senso inverso. Così, se oggi si cerca MiTo su Google per un paio di pagine si parla di un cocktail composto da un vermouth e Bitter. La ricetta tradizionale suggerisce il <hi rend="italic">Punt e Mes</hi> e il <hi rend="italic">Bitter Campari</hi>, l’aperitivo preferito da mio padre negli anni Sessanta-Settanta, altro che tribù fluida…</p><p rend="normale">Tuttavia, in Italia e a Milano ci sono ottime università, Nina, dove potrai fare il primo passo, ma i passi successivi sarebbe meglio farli in uno dei <hi rend="italic">metro city clusters</hi> del mondo, dove saranno concentrate sempre le innovazioni, dove il tenore di vita sarà sempre più alto che altrove, dove la qualità della vita sarà anch’essa migliore che altrove, perché purtroppo – o per fortuna, a seconda dei punti di vista – la gran parte degli sforzi per andare incontro al cambiamento climatico verranno realizzati proprio nelle aree dei clusters, perché lì si fa la ricerca anche su questi temi e perché lì si concentra e si concentrerà sempre una maggiore sensibilità per tali questioni. </p><p rend="normale">Sei una bambina, Nina, e sarai una donna e questo dovrebbe tornare a tuo vantaggio. Nel 2000, nelle economie avanzate il 25-30 per cento della forza lavoro era composta da laureati (in Italia erano purtroppo solo il 20,5 per cento). Nel 2020 questa percentuale è salita a circa il 50% (in Italia siamo fermi allo stesso livello di vent’anni prima) e la quota femminile nella gran parte ma non in tutte le economie avanzate è ormai attestata al 55 certo cento circa. Però c’è una cosa, almeno, dove in Italia si segue, seppur da lontano, questo trend: tra i laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni le donne sono il 34,4 per cento e gli uomini il 22,3 per cento.</p><p rend="normale">La ‘tua’ – la ‘sua’ – globalizzazione sarà dunque un’altra globalizzazione, diversa, anche molto diversa dalla mia e dalla nostra. Ci saranno probabilmente diversi livelli o strati di globalizzazione, diverse forme di globalizzazione: quella manifatturiera, quella dei servizi e quella della conoscenza e dell’innovazione. Non sarà più egualitaria di quella di oggi. Diciamo che sarà diversamente inegualitaria, perché i privilegi di chi vive nel Nord del mondo saranno sempre superiori e non solo in termini di ricchezza pro capite. </p><p rend="normale">Ma varrà sempre la pena andare a vedere le ‘altre’ globalizzazioni, le globalizzazioni vissute in altre parti del mondo, come ho potuto fare io e molti altri. Per capire il mondo nel quale viviamo e quello in cui vivrai tu e gli altri bambini nati in questi anni. E sarà interessante capire cosa potrebbe rispondere un commerciante o un lavoratore magari in Asia o in Africa alla domanda se facendo il suo mestiere penserà di stare meglio di suo padre o di suo nonno. A me un cocomeraio di Malacca, nel 2018, rispose nel suo simpatico inglese che non aveva dubbi in proposito: aveva una vita decisamente migliore di suo nonno e di suo padre. Per lui, la sua globalizzazione aveva fatto girare le cose al meglio rispetto alle generazioni precedenti. E non aveva nessuna intenzione di tornare indietro.</p><p rend="tit_tit1Cap">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bibliografia">Baricco, Alessandro. 2023. <hi rend="italic">Abel. Un western metafisico</hi>, Milano: Feltrinelli.</p><p rend="bib_indx_bibliografia">James, Paul, e Manfred B. Steger. 2014. “A Genealogy of ‘Globalization’: The Career of a Concept.” In <hi rend="italic">Globalization</hi>, 417-34.</p><p rend="bib_indx_bibliografia">Nesi, E. 2004. <hi rend="italic">L’età dell’oro</hi>. Milano: Feltrinelli.</p><p rend="bib_indx_bibliografia">Nesi, E. 2010. <hi rend="italic">Storia della mia gente</hi>. Milano: Feltrinelli.</p><p rend="bib_indx_bibliografia">Schumacher, E. F. 1973. <hi rend="italic">Small is Beautiful: Economics as if People Mattered</hi>. New York: Harper.</p>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="172844">Baricco, Alessandro. 2023. Abel. Un western metafisico, Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="172842">James, Paul, e Manfred B. Steger. 2014. “A Genealogy of ‘Globalization’: The Career of a Concept.” In Globalization, 417-34.</bibl>
          <bibl n="172846">Nesi, E. 2004. L’et&amp;#224; dell’oro. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="172845">Nesi, E. 2010. Storia della mia gente. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="172843">Schumacher, E. F. 1973. Small is Beautiful: Economics as if People Mattered. New York: Harper.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>