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        <title type="main" level="a">Uno scrittore, due mondi: Baretti, gli illuministi inglesi e il Settecento italiano</title>
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            <forename>Davide</forename>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.04</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>Three centuries ago, Giuseppe Baretti was born in Turin. This essay outlines his personality, voyages and movements, with particular attention to his often challenging relationships with the Italian Enlightenment and his definitely better connections with the British intellectual world. These were cultivated during two long stays filled with books and various activities. After three hundred years, Baretti emerges again as a controversial yet charming and emblematic figure of eighteenth-century culture.</p>
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            <item>Enlightenment</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.04" /></p>
      
      <div><head>Uno scrittore, due mondi: Baretti, gli illuministi inglesi e il Settecento italiano </head><p rend="h1_author ParaOverride-1" >Davide Arecco</p><div><head>1. Dal Piemonte dei Savoia all’Inghilterra degli Hannover </head><p rend="text" >Un grande errabondo, per il carattere del quale – perennemente inquieto e pugnace – i viaggi non furono mai un semplice <hi rend="italic">Grand Tour</hi>, di formazione culturale e spirituale, quanto vere e proprie avventure, non esenti da rischi sul piano personale: soprattutto questo, volendo trarre un bilancio, fu il torinese Giuseppe Baretti. Per l’intellettuale piemontese, dispute e diatribe furono vere compagne di vita, a cominciare da quella giovanile, con il padre Lucantonio (l’architetto militare ed estimatore generale del monarca sabaudo). Il primo spostamento di Baretti – nel Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla – gli fece scoprire presto le belle lettere. Rientrato a Torino nel 1737, vi studiò guidato dal padre Tagliazucchi, muratoriano di Modena tra i ‘restauratori del buon gusto’ a inizio Settecento. Da lì in poi altri spazi, in particolare accademici: Venezia (1738), Milano (1740, a contatto col nascente nucleo dei Trasformati), Cuneo (1742, sovrintendente alle Fortificazioni). Nuovamente nei territori della Repubblica veneta (1747), vi sprecò l’occasione di cimentarsi con Corneille (Fubini 1926, 157 ss.). Doveva in fondo ancora trovare se stesso. Poeta d’occasione – in anticipo su Monti, ricordiamolo – Baretti fu, almeno in principio, più di tutto un arcade (a Milano, nel 1741, fu il compilatore della raccolta, a cui pure contribuì, per la nascita dell’Arciduca Giuseppe) ed un passatista (come attestano le sue <hi rend="italic">Poesie</hi> del 1750 e i versi manoscritti del 1764 che ancora si conservano nell’archivio della Biblioteca comunale di Verona) (Fubini 1964). Tutti tasselli del suo precoce mosaico di giovanili inquietudini. </p><p rend="text" >Rime bernesche e satireggianti, prosa lirica e primi contatti epistolari con la Repubblica delle Lettere, interessi e stilistici e linguistici (guardando, naturalmente, alla grande tradizione fiorentina): sino al 1749 Baretti fu soprattutto questo, un fiore non ancora sbocciato. L’Italia iniziava comunque a stargli stretta, pieno com’era di spirito d’iniziativa e aspettative. Nel 1751, si recò così per la prima volta in Inghilterra. Desiderava nuovi spazi per sé, deluso e isolato dalla polemica innescatasi con il padre Giuseppe Bartoli, nella capitale subalpina. Nove anni rimase a Londra, dove scrisse il <hi rend="italic">Projet pour avoir un Opéra italien à Londres, dans un goút tout nouveau</hi> e fu a partire dal 1753 insegnante di lingua italiana per i rampolli dell’alta società (Anglani 1997; Crotti 1992). </p><p rend="text" >Il primo soggiorno inglese vede di fatto nascere il Baretti trattatista: escono la traduzione di Ovidio (1752-1754), i <hi rend="italic">Remarks on the Italian language and writers in a letter to an English gentleman at Turin</hi> (1753), una satira dell’Opera italiana (1753)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-015">1</ref></hi></hi>, le osservazioni e note critiche al saggio sui poeti epici di Voltaire (1753), la <hi rend="italic">Italian Library</hi> (1757) ed un dizionario anglo-italiano (1760), composto appena prima della partenza per Spagna e Portogallo, Francia ed Italia. Le migliori di queste opere, forse, sono la dissertazione sulla poesia italiana ed il catalogo ragionato di scrittori italiani (a cui fa da premessa una storia della nostra lingua): scritti molto originali, e non privi di arguzia, che fecero meglio conoscere il loro autore e la sua patria d’origine al ceto colto anglo-britannico. A trasferirsi in Inghilterra Baretti era stato convinto da Lord Charlemont (allora visconte Caulfield), una vecchia conoscenza dei primi anni veneziani. Sempre grazie a lui, ma anche aiutato dalla propria socievole e vivace natura, Baretti poté entrare in rapporto con la crema della politica e della cultura inglesi. Conobbe Fielding (l’erede sul piano dei valori della cerchia scribleriana, animata a inizio secolo da Swith e Bolingbroke, Pope e Gay), si fece amici Reynolds (pittore allora allo <hi rend="italic">zenith</hi> della propria fama, che negli anni successivi gli fece il famoso ritratto), Garrick (forse l’attore più in voga nei teatri inglesi, verso la metà del XVIII secolo) e, naturalmente, il Dottor Johnson: l’incontro con quest’ultimo si rivelò, a dir poco, decisivo per la fortuna di Baretti, che ebbe così per maestro il maggior critico letterario del Settecento. Il più anziano Johnson – dall’indole, anche lui, caparbia e risoluta, severa e rigorosa – fu un’autentica guida, specie negli studi classici e filologici. Sempre Johnson fece sì che Baretti iniziasse ad affilare le unghie: è rimasto celeberrimo al riguardo il giudizio tramandato dal Boswell (che del Dottore fu e amico e biografo): «Il Baretti ha pochi uncini, ma con quelli si aggrappa assai bene»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-014">2</ref></hi></hi>. Italiani ed Inglesi, di lì a poco, se ne sarebbero accorti a loro spese, sovente vittime della sua penna affilata (Guagnini 1994). </p><p rend="text" >Fu inoltre Johnson a far approfondire ed apprezzare Shakespeare e la poesia inglese a Baretti: in comune, i due avevano anche la passione per i repertori lessicografici, che avevano, nella Londra di metà secolo, un proprio spazio riservato nel mercato editoriale, principiato a inizio Settecento dai massoni e cartografi newtoniani John Harris (1708-1710) ed Ephraim Chambers (1727) (Mamiani 1983). </p><p rend="text" >La prima permanenza londinese valse dunque a Baretti notorietà e successo: venne accolto, di fatto, all’interno della comunità letteraria inglese. E sempre inglese trovò un nuovo amico nell’allora giovane aristocratico Edward Southwell. Il piemontese decise di accompagnarlo in Italia, mosso dal desiderio di affermarsi, una volta per tutte, anche come scrittore italiano. Con il giovane Southwell, Baretti fece quindi il viaggio che dall’Inghilterra lo riportò in Italia attraverso Portogallo, Spagna, e Francia. I due passano insieme da Milano, ma l’ultima tappa del loro viaggio fu Venezia, dove lo scrittore italiano lasciò il giovane inglese. Baretti gravitò piuttosto a lungo su Milano, governata per conto della casa d’Austria da Firmian. Pessimi furono tuttavia i rapporti con i Barnabiti, come Frisi, anche per via delle forti simpatie filo-gesuitiche espresse da Baretti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-013">3</ref></hi></hi>. In ogni caso, la prima esperienza inglese aveva fatto raggiungere allo scrittore torinese la piena maturità ed era ora un uomo nuovo ed affermato, stimato e temuto. Personalità a volte burlesca e piacevole, mai impacciato a corte e dalla penna estremamente disinvolta, Baretti poteva, adesso, mostrare una forte personalità, attratto dalla realtà e sempre rivolto al cuore delle cose. Una concretezza, pragmatica ed empiristica, frutto certo della frequentazione degli ambienti britannici (molto influenzati da Bacone e Locke). Curioso ed anti-convenzionale, avverso alla cultura sterilmente libresca degli scolastici di area lombarda: questo fu il nuovo Baretti, che seppe passare con frutto dalla scrittura come esercizio letterario al nuovo giornalismo d’età moderna, quello inventato proprio nel Regno Unito da Addison e Steele, da Bolingbroke e Swift, al principio del ’700. Baretti si avviò pertanto a diventare il Defoe italiano, spregiudicato e sferzante. Viaggiava ora sulle pagine dei libri, come prova la pubblicazione de <hi rend="italic">La Frusta letteraria</hi>, il giornale che dietro la falsa indicazione di Roveredo (un importante centro librario nella geografia tipografico-intellettuale italiana di allora) uscì quindicinale, a partire dal 10 ottobre del 1763 a Venezia, sotto la protezione degli immancabili amici ignaziani (si veda Ricuperati 1982; 1976).</p><p rend="text" >I modelli di questa iniziativa editoriale italiana erano nuovamente inglesi: Addison e Johnson, <hi rend="italic">in primis</hi>. La vocazione restava, conformemente all’indole barettiana, polemica e adusa ai contrasti: più che segnalare e recensire, secondo gli schemi consacrati, già a fine Seicento, dalla pubblicistica olandese, Baretti trattava sulla <hi rend="italic">Frusta</hi> gli interlocutori come avversari da combattere. In realtà il fine era più che nobile: contribuire a svecchiare e rendere europea la cultura italiana, farla uscire e in via definitiva da un provincialismo di ritorno che rischiava di soffocare quanto fatto altrimenti di buono sino a quel momento (soprattutto dal <hi rend="italic">Giornale de’ Letterati d’Italia</hi>, animato, dal 1710 al 1740, dalla triade galileiana di Maffei – un altro autore filo-gesuitico – Vallisneri e Zeno). La <hi rend="italic">Frusta</hi> era, nelle intenzioni del suo promotore, una tribuna per guardare al futuro, ai fatti (e non alle parole). Tratti illuministici, figli a mio parere della consuetudine maturata in precedenza coi valori e la sensibilità d’Inghilterra. Il Baretti della <hi rend="italic">Frusta</hi> guarda alla letteratura inglese e francese, lontano dalla Crusca, interessato al binomio pensiero-azione. Della letteratura, anche grande, non bisogna mai più essere schiavi ed anche da un <hi rend="italic">omo senza lettere</hi>, come Benvenuto Cellini o Leonardo, può giungere grande cultura: era questo, in effetti, il messaggio del nuovo Baretti italiano, che – lui dotto, certo non privo d’eleganza – mitizza e non poco contro i pedanti d’ogni tempo e luogo un singolare modello di santa ignoranza: tutta sospesa e non senza contraddizioni tra Socrate e Pascal, Cusano e Sarpi (Binni 1968; 1969). </p><p rend="text" >Né a Baretti, dal 1760 in poi, interessa più eccessivamente l’allargamento per le lettere della fascia di pubblico. Gli preme maggiormente contestare Frugoni e i suoi continuatori. Inevitabile alla luce di questi e di altri aspetti – un piglio vigoroso, il rifiuto di ogni <hi rend="italic">auctoritas</hi> accettata con pigrizia ossequiosa e timorosa deferenza, lo stesso porsi da parte di Baretti come un soldato delle lettere ed un nemico dei letterati, come un italiano dall’ampia esperienza di vita all’estero, talvolta collerico – che la <hi rend="italic">Frusta</hi> abbia incontrato favore tra i critici solo dal primo Ottocento in poi. Il suo taglio molto aggressivo non le garantì una vita facile lungo il Settecento italiano. La <hi rend="italic">Galleria di Minerva</hi>, nello specifico, si oppose con forza alla <hi rend="italic">Frusta</hi>, anche in ragione delle proprie inclinazioni epistemiche, a favore del giansenismo transalpino. Le critiche barettiane agli scavi in corso ad Ercolano, nel 1765, innescarono, inoltre, la suscettibilità di Tanucci. Il mondo intellettuale e politico torinese – da parte sua – gli chiuse, definitivamente, le porte: troppo negativi erano parsi infatti i suoi severi giudizi sul Piemonte natio (un’eco di quelle critiche sarebbe stata ancora viva quando Lessing visitò Torino, nei suoi giudizi su Baretti che lasciò ricordo nel diario). Solo Hamann nella <hi rend="italic">Koenigsbergischen Zeitung </hi>(1770), tuttavia oramai entro un clima quasi pre-romantico, non fu ostile al Baretti, il cui nome fece circolare sui periodici eruditi tedeschi coi quali era in collaborazione: una magra consolazione (Binni 1948). </p><p rend="text" >La modernità di Baretti non va comunque sminuita né cancellata. Pubblicando la sua <hi rend="italic">Frusta</hi> a Venezia – per i tipi di Antonio Zatta (1722-1804), editore e libraio – Baretti visse sulla propria pelle la trama complessa dei rapporti tra stampa e censura di Stato, sulla produzione libraria, nei territori della Repubblica di Venezia, in un’epoca storica di passaggio gravida di trasformazioni (Arecco 2019).</p><p rend="text" >Tra i libri recensiti (e spessissimo fustigati) dalla <hi rend="italic">Frusta letteraria</hi>, troviamo numerose opere teatrali di Goldoni, ristampe del Bembo, le <hi rend="italic">Commedie filosofiche</hi> del celestino Appiano Buonafede, i <hi rend="italic">Discorsi toscani </hi>pubblicati in Firenze, tra il 1761 ed il 1764, dal lorenese Antonio Cocchi (Arecco 2016), le due <hi rend="italic">Memorie sull’innesto del vajuolo</hi> di La Condamine, tradotte da Giovanni Targioni Tozzetti (stampa lagunare, del 1761), Denina e Fontanini, la vita dell’Aretino (scritta da Gian Maria Mazzucchelli), le amatissime <hi rend="italic">Opere drammatiche</hi> del poeta cesareo Pietro Metastasio (un vero elogio accademico, quello tributato da Baretti al librettista italiano allora a Vienna, celebrato come sommo <hi rend="italic">exemplum </hi>di cartesiana chiarezza; vedi Giarrizzo 1999), <hi rend="italic">Il mattino</hi> del Parini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-012">4</ref></hi></hi>, le <hi rend="italic">Lettere</hi> di Lady Wortley Montagu (1765), le <hi rend="italic">Sacre antiche iscrizioni </hi>del Pindemonte, le opere medico-botaniche del naturalista Domenico Vandelli, il trattato <hi rend="italic">Dell’agricoltura</hi> (apparso a Venezia in tre volumi tra il 1763 e il 1764) di Antonio Zanon e il <hi rend="italic">Saggio di storia letteraria fiorentina</hi> scritto a Lucca, nel 1759, da Giovambattista Clementi Nelli ed uscito in edizione giuntina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-011">5</ref></hi></hi>. Baretti esaminò altresì e con attenzione le <hi rend="italic">Meditazioni filosofiche sulla religione e sulla morale</hi> (Napoli, Stamperia Simoniana, 1758) dell’abate Genovesi (Arecco 2003; Rotta 1962). Vero manifesto della cultura lockiano-newtoniana del nostro Mezzogiorno e di tutta la filosofia scientifica italiana di allora, influenzata dalla metafisica teologica dell’inglese Thomas Dereham, le <hi rend="italic">Meditazioni</hi> erano state stese da Genovesi allo scopo di discostarsi dalle accuse di libero pensiero, panteismo e deismo: si trattava di uno scritto – ancora cruscante – dall’architettura razionalistica, che prendeva le mosse dall’umanesimo francese di Montaigne e Raymond de Sébonde, per criticare Bayle, Mandeville, e Huet. Baretti lo recensì sulla <hi rend="italic">Frusta</hi> e vi poté ammirare «la sottigliezza de’ suoi indagamenti» ed «il coraggio in isprofondarsi ne’ più cupi abissi della natura», tanto da paragonarlo agli autori inglesi, che più egli stimava: i newtoniani Clarke e Derham, Warburton ed addirittura «Samuello Johnson»; Genovesi era per Baretti «un’aquila quando si tratta di pensare», ma quel che non riusciva a digerire del suo libro era lo stile, troppo boccaccesco e legato agli stilemi retorici consacrati dal Della Casa, insomma troppo accademico e toscaneggiante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-010">6</ref></hi></hi>. Il religioso napoletano accettò la lezione e ne fece tesoro in futuro (<hi rend="italic">Lettere familiari</hi>, I, 153). </p><p rend="text" >Guardando ai luoghi di pubblicazione dei libri recensiti sulla <hi rend="italic">Frusta</hi> rinveniamo una geografia e intellettuale e tipografica realmente europea: Arezzo e Bergamo, Bologna e Brescia, Copenhagen, Faenza, Ferrara, Firenze, Livorno, Londra, Lucca, Lugano, Milano, Napoli, Padova, Parigi, Parma, Pistoia, Roma, Rovereto, Torino, Verona e Vicenza, oltre –<hi rend="italic"> ça va sans dire</hi> – a Venezia (si veda Reuter-Mayring 2019, 141-46 e <hi rend="italic">passim</hi>).</p><p rend="text" >Quello della <hi rend="italic">Frusta letteraria</hi> fu a tutti gli effetti un giornalismo spettacolare – l’espressione è di Ricciarda Ricorda – spesso e volentieri d’assalto. L’apertura generosa verso il pensiero dell’abate Genovesi deve inoltre indurci a ripensare a fondo le categorie di scrittore anti-illuminista consacrate dal Fubini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-009">7</ref></hi></hi>. Baretti visse nel secolo della scienza newtoniana, di Voltaire e di Madame du Chatelet, Shafstesbury, Vico, Goethe e Heine. Fu italiano di nascita, inglese d’adozione, europeo di spirito. Il triangolo – guardando bene e da vicino – che fa grandi i Lumi di metà Settecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-008">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Baretti ricercò sempre un legame culturale tra i valori dei Lumi ed un ideale stilistico preciso. La stessa <hi rend="italic">Frusta letteraria</hi> fu una sorta di macro-testo, una nuova tipologia di rivista dalla struttura narrativa, attenta ad analizzare anche mode e motivi letterari di successo (Ermini 1930; Flora 1933; Lopriore 1940).</p></div><div><head>2. Londra, atto secondo </head><p rend="text" >Nel Settecento sono esistiti tanti Illuminismi, al plurale (come plurale fu la cultura di uomini e viaggiatori del secolo XVIII). A ragione, John Pocock ha parlato – contro la visione monolitica dei Lumi, appiattiti su quello francese, sin troppo noto, di Jonathan Israel – di un’autentica famiglia di Illuminismi. Quello anglo-britannico fu il prediletto dal Baretti: il mondo che lo accolse, lo protesse e lo incoraggiò, facendolo sentire a casa. Viceversa, ai Lumi italiani e francesi il Nostro fu e rimase, in buona sostanza, estraneo. Con la <hi rend="italic">Frusta</hi>, Baretti si rivelò ostile, sfruttando tutte le doti del proprio genio caricaturale, a <hi rend="italic">La locandiera </hi>(1752) di Goldoni, che invece trovò entusiastici sostenitori nella cerchia milanese de <hi rend="italic">Il Caffè</hi>. Con quest’ultima, il piemontese non si intese mai. Anzi, si inserì nella accesa polemica contro i Verri, Beccaria, Longo, e in generale tutta l’<hi rend="italic">école de Milan</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-007">9</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Un violento e diretto attacco, quello barettiano, non a caso applaudito dagli ignaziani. Un attacco che era rivolto, a ben guardare, contro tutti coloro che, in Italia – e segnatamente nella Lombardia di quegli anni –, si erano dati a scrivere di diritto ed economia, quei «politicastri infranciosati», quei </p><quote rend="quotation_b" >ragazzacci pieni di brio e di petulanza che dopo aver letti di volo trenta o quaranta autori francesi, parte buoni, parte cattivi, si sono ficcati questa matta opinione nel capo di essere tanto filosofi quanto Locke, Arbuthnot o d’Alembert ed atti per conseguenza a maneggiare le scienze più astruse come si maneggia una scatola di tabacco. </quote><p rend="text" >In fuga dagli attacchi – talvolta ingiusti, in vero – Baretti riparò ad Ancona, protetto, qui, dal cardinale Acciaiuoli, già nunzio apostolico a Lisbona, prima del terremoto. Giunto a Genova, da qui si imbarcò via Nizza alla volta di Londra. L’Italia lo aveva rifiutato e non gli restava che ritornare in Inghilterra. Nella capitale della Gran Bretagna ritrovò, oramai costituitosi in un regolare <hi rend="italic">club</hi>, e con nuovi adepti, il circolo johnsoniano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-006">10</ref></hi></hi>. Intanto, era entrato a farne farte Edmund Burke. Un’altra importante e nuova amicizia inglese fu poi quella con Oliver Goldsmith (1728-1774), il drammaturgo irlandese che proprio nel 1766, al momento cioè del secondo arrivo a Londra di Baretti, pubblicò la sua opera più fortunata, il <hi rend="italic">Vicar of Wakefield</hi>. Dall’Inghilterra questa volta Baretti non sarebbe più ripartito, se si eccettuano due viaggi in Spagna (1768-1769) e antichi stati italiani (1770-1771). Ormai si sentiva e di fatto era un suddito della corona di Sua Maestà. Lo conferma altresì appieno, spia della fama da lui conseguita, nel suo paese d’elezione, la nomina a Segretario per la corrispondenza straniera della Reale Accadernia di Belle Arti di Londra nel 1769 (Brewer 1999, 237-41). Un premio, anche, al grande «eretico» d’Italia. </p><p rend="text" >La seconda e quindi definitiva permanenza barettiana a Londra fruttò opere importanti, come uno studio sulle lingue europee (1772), un altro sulle opere di Machiavelli (1772; rammentiamo che la fortuna del segretario fiorentino nella trattatistica politica repubblicana e neo-tacitista inglese era viva almeno dal Seicento di Marchmont Nedham), un dizionario anglo-spagnolo (1778), un trattato su Orazio (1769), una <hi rend="italic">Guide to the Royal Academy</hi> (1780) ed un commento sull’edizione che John Bowle aveva fatto, ma non senza errori ed inesattezze, del <hi rend="italic">Don Chisciotte</hi> (1786). </p><p rend="text" >Tra la fine del 1767 e i primissimi mesi del 1768, apparve in Londra per i tipi di Davis l’opera barettina che, qui, più ci interessa, l’<hi rend="italic">Account of the m</hi><hi rend="italic">anners and </hi><hi rend="italic">customs of Italy, with observations on the mistakes of some travellers</hi>,<hi rend="italic"> with regard to that country</hi>. Insieme esplorazione e disamina dei costumi e della fede (Natali 1926, 255-60), dell’arte e della letteratura, dei caratteri delle diverse genti d’Italia (non senza osservazioni penetranti, né lesinando consigli ai viaggiatori), il libro mirava a rintuzzare le critiche esposte, un anno prima, da Samuel Sharp, dantista di pregio e filosofo naturale, tipico esponente del mondo scientifico-accademico britannico provinciale, nelle sue <hi rend="italic">Letters from Italy</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-005">11</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Per una volta, e forse la prima in un modo così sincero e plateale – persino eccessivo sarebbe apparso, poi, a Cesare Balbo – Baretti si ergeva a strenuo difensore, sia delle usanze, sia della cultura italiane, lui che tanti connazionali suoi aveva implacabilmente fustigato, dai fogli a stampa della <hi rend="italic">Frusta</hi>, solo poco tempo prima. Non si trattava, però, di volersi fare perdonare. Non sarebbe stato nel suo carattere, né i tanti nemici, che in Italia aveva lasciato, lo avrebbero poi mai scusato. No. Era piuttosto come se Baretti, valorizzando il popolo italico ed i suoi costumi – diversi da Stato a Stato, da zona a zona – volesse ritornare a sentirsi per una volta italiano, per potere riabbracciare almeno idealmente – attraverso la scrittura, ché di altro mezzo non disponeva – quella patria che sapeva perduta, che lo aveva tradito e che, lui stesso, aveva tradito. Un tentativo, forse tardivo (tardivo per noi, oggi), ma non per lui. In quell’operazione, che si concretò in due volumi a stampa, Baretti mise, al solito, tutto se stesso. Un forse inatteso amor di patria, che lo portò a giustificare pure la moda del cicisbeismo, diffusissimo a Genova (l’ultima città italiana ove aveva risieduto, prima della seconda e definitiva partenza per la Gran Bretagna). Il Baretti privato, quello dei carteggi, sapeva di aver persino esagerato, nella difesa degli italiani. Ma sono anche le evidenti e mal celate contraddizioni a rendere ancora grande l’opera: questa, tra l’altro, contiene non poche (e succose) informazioni sulla censura (sia ecclesiastica, sia di Stato) allora operante negli stati della nostra penisola. Più libera – e Baretti in prima persona l’aveva potuto, già di suo, sperimentare – era la vita, tanto intellettuale, quanto scientifica – oltre Manica: nell’<hi rend="italic">Account</hi> rivalutò l’Arcadia, dalla quale anche lui aveva pur sempre preso le mosse, all’alba della sua carriera<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-004">12</ref></hi></hi>. Divertito, e senza acrimonia, perlomeno in questo caso, Baretti dimostrò pure di saper apprezzare, tra le altre cose, le fiabe di Carlo Gozzi. Dei <hi rend="italic">philosophes</hi> di Francia la rappresentazione restava non positiva, tuttavia meno caustica che in tanti altri luoghi della produzione barettiana. Del resto, per lui, il vero Illuminismo era – sempre e solamente – quello inglese. L’<hi rend="italic">Account</hi> ebbe grande successo e fu ristampato in una seconda stampa, nel 1769, con un’appendice in risposta all’opuscolo pubblicato, intanto, da Sharp, a difesa dell’opera propria. Fu pure tradotto in francese nel 1773 ed in tedesco nel 1781. Sulla scia del libro, nel 1770, Baretti fece poi uscire <hi rend="italic">A Journey from London to Genoa</hi>, sempre in Londra, e sempre dai torchi di Davis: all’amico Johnson, parve il più bel libro di viaggio mai scritto, in un secolo che, di guide e resoconti, ne aveva pure visti tanti. Non certo poco significative, nell’opera, le numerose pagine dedicate all’arte ed alla letteratura di area iberica, a quel tempo poco conosciuta sul continente (e per nulla, o quasi, in Inghilterra), ovviamente anche per via dell’avversione inglese alla cultura contro-riformista, alimentata dalla nuova scienza del Seicento e del Settecento, newtoniana e non soltanto. </p><p rend="text" >Maestro di lingue e di lettere, Baretti curò inoltre una bella antologia di passi scelti di scrittori inglesi, francesi, italiani e spagnoli, con sue traduzioni (1772). E di «tante opericiattole» che andava componendo, «per uso delle fanciulle britanniche», da lui ammaestrate nelle lingue, egli fece altresì stampare col titolo <hi rend="italic">Eas Phraseology </hi><hi rend="italic">for</hi> <hi rend="italic">the use of young y ladies who intend to learn the colloquial part of the Italian language </hi>(1775) «certi dialoguzzi da nulla scritti così sui due piedi», per una sua giovanissima allieva, Hester Thrale: manualetto grazioso su modi e locuzioni peculiari della lingua italiana, in bilico tra una gentilezza d’animo tutta settecentesca e la sua proverbiale attenzione per lo stile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-003">13</ref></hi></hi>. Contraddizioni, indubbiamente: le ennesime, ma sono anche queste contraddizioni ad elevare paradossalmente la figura di Baretti, in Inghilterra e non solo, a farcelo capire: a rendercelo, se non amico, almeno in qualche maniera familiare. </p><p rend="text" >L’altro capolavoro redatto dal Baretti in Inghilterra, gran frutto del suo sodalizio con gli amici inseparabili, Johnson e Garrick, rimane, naturalmente, il <hi rend="italic">Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire</hi>, pubblicato a Londra nel 1777 e a Parigi, in versione ridotta da Suard. Libro di valore, di molto superiore ad altre operette di questi anni. Sarebbe piaciuto al Foscolo – per il tema scelto, per il coraggio di affrontarlo in francese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-002">14</ref></hi></hi>, e con qualcosa di voltairiano almeno nell’approccio stilistico, brioso e pungente – ed ancora oggi le pagine del <hi rend="italic">Discours</hi> tradiscono, al di là delle divergenze sulla produzione teatrale shakespeariana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-001">15</ref></hi></hi>, una segreta simpatia per il patriarca di Ferney, che aveva fatto conoscere il drammaturgo di Stratford-upon-Avon, in Francia, e ne aveva intuito, almeno in parte, il genio creativo e letterario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_04.html#footnote-000">16</ref></hi></hi>. Lo Shakespeare di Baretti è a un tempo spirito libero dell’Inghilterra dei Tudor e maestro di gusto, quasi un Cellini che ha saputo maturare e crescere, dotato di un’inventiva che i newtoniani Algarotti e Voltaire non avevano saputo cogliere sino in fondo. Il <hi rend="italic">Discours</hi> fa poi il paio con la <hi rend="italic">Scelta delle lettere familiari fatta per uso degli studiosi della lingua italiana </hi>(1779), una summa<hi rend="italic"> </hi>delle opinioni letterarie del Baretti moralista. Per assemblarla, egli attinse largamente al suo epistolario privato, tra le maggiori fonti documentarie di tutta la cultura settecentesca (Baretti 1936). Ed è facile, dietro ai corrispondenti dai nomi fittizi, individuare persone in carne ed ossa, ai quali l’autore finisce per rivolgersi, attraverso costrutti linguistico-lessicali mai banali. Virtuosismo verbale, certo, come ha rimarcato Fubini, ma anche una freschezza non comune, e mai artificiosa o lambiccata. Un altro segno di quanto l’Inghilterra – i suoi Lumi, il suo gusto, la sua <hi rend="italic">Weltanschauung</hi> – avessero finito col permeare a fondo l’estetica ed il credo valoriale barettiani. Estroso, laico e mai retorico, come la cultura inglese gli aveva insegnato: questo fu il Baretti della <hi rend="italic">Scelta</hi>, comunque mai scevro dal suo proverbiale ardore combattivo, ribadito nel 1786 dal <hi rend="italic">Tolondron</hi>. L’ultimo grande fiore, forse, di una pianta morente. Vecchio, stanco dopo tante battaglie, un po’ disincantato e disilluso, quando Baretti si spense – a Londra, il 5 maggio 1789 – questo basso mondo non gli interessava ormai più.</p></div><div><head>Biliografia</head><p rend="bib_indx_bib" ><hi>AA.VV. 1836. </hi><hi rend="italic">Johnsoniana</hi><hi>. London: Murray.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>AA.VV. 1965. </hi><hi rend="italic">Johnson, Boswell and Their Circle</hi><hi>. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-015-backlink">1</ref></hi>	Sui rapporti fra Baretti e il mondo del teatro musicale – e sulle confusioni perpetratesi in merito – cfr. Savoia 2010; 2021. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-014-backlink">2</ref></hi>	Boswell 1954; Devalle 1932; Lubbers-Van der Brugge 1951; Wamock 1954. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-013-backlink">3</ref></hi>	Particolarmente importanti i rapporti con padre Lagomarsini. Si vedano Carusi 1938-1939; Neri 1899. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-012-backlink">4</ref></hi>	Si veda <hi rend="italic">Il Parini minore</hi>, di Carducci, in <hi rend="italic">Edizione nazionale delle opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>XVI. Importanti i giudizi su Baretti, nei contributi carducciani sull’Accademia dei Trasformati e sulla <hi rend="italic">Vita rustica</hi> di Parini, in Carducci 1896, XXVI, 27 ss. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-011-backlink">5</ref></hi>	Moltissime notizie sul Cimento e sulla vita scientifica toscana del secondo e tardo Seicento in Arecco 2018. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-010-backlink">6</ref></hi>	<hi rend="italic">Frusta letteraria</hi> II, 15 ottobre 1763; Venturi 1969, 596. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-009-backlink">7</ref></hi>	Fubini 1946: monografia peraltro ancora importantissima, specie riguardo ai rapporti barettiani con papa Benedetto XIV. Un contributo non indifferente venne poi, dal Baretti, alla creazione della leggenda di Benedetto XIV, il <hi rend="italic">protestant pope. </hi>Leggenda diffusissima sul suolo britannico a metà circa del ’700 – anche grazie all’azione massonica – come più che apprezzata fu la campagna barettiana (cominciata in vero da Muratori) per la diminuzione delle festività religiose (la <hi rend="italic">abolition of all holidays</hi> degli anglicani, cui fa cenno l’<hi rend="italic">Account</hi>: Baretti 2003, 123). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-008-backlink">8</ref></hi>	AA.VV. 1993. Sullo sfondo, sia storico sia socio-culturale, vedi Im Hof 1993. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-007-backlink">9</ref></hi>	<hi rend="italic">Frusta Letteraria</hi> II, 21, 1° agosto 1764. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-006-backlink">10</ref></hi>	AA.VV. 1836; 1965; Binni 1951; Boschiero 1989; Bucciarelli 1979; Demaria, 1993; Engell 1984; Fido 1998; Hill 1897; Johnson 1958; 1952; Merry 1974; Morley 1909; Ricks 1992; Robinson 1992. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-005-backlink">11</ref></hi>	Su Samuel Sharp (1700-1778), si veda, ora, Galliano 2017, 153 ss. Si veda inoltre Martorelli 1993. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-004-backlink">12</ref></hi>	Baretti rivalutò cultura e società italiane – contro non solamente Sharp, ma anche Smollett e Northall – nell’<hi rend="italic">Account</hi>, i cui capitoli migliori (dal XIII al XV) sono dedicati alle biblioteche, alle accademie ed università, non senza notizie su erudizione e sapere medico-scientifico, Bracchi 1999; 2022. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-003-backlink">13</ref></hi>	Un anno prima di morire, nel 1788, Baretti fece però pubblicare sullo <hi rend="italic">European Magazine</hi> tre invettive, rivolte contro Hester, colpevole ai suoi occhi di avere sfidato le convenienze sociali allora in voga maritandosi in seconde nozze con il musicista italiano Mario Piozzi. Composte in inglese – un inglese assai colorito e mordace – tali invettive sono state, di solito, viste come un capitolo a sé stante nella produzione barettiana, come manifestazioni oltre il lecito di una accesa ed estrema misoginia. In realtà, per quanto restino in sostanza uno scritto occasionale, riflettono comunque anch’esse (oltre alle bassezze reciproche dei due, nella conduzione del dissidio) l’appartenenza di Baretti al mondo inglese, di Johnson e Boswell (Baretti 2001). In esse, accanto ad uno spirito selvaggio ed insolente, scopertamente reazionario, si palesa, in ogni caso, pure una più fine vena umoristica, nonché una vocazione romanzesca e dissacratoria, a sua volta attestazione di una personalità complessa ed a tratti quasi feroce, competente ed imprevedibile. A ben vedere, anche dopo il litigio, la Thrale riconobbe al suo maestro straniero un accento meravigliosamente corretto, una notevole eloquenza ed una intuitività, tanto degna di ammirazione, quanto, a volte, inaspettatamente sublime. Nel 1779 ella si rallegrò che la collaborazione di Baretti al <hi rend="italic">Carmen saeculare</hi> di Philidor avesse avuto successo. Non erano più amici, ma Hester gli riconobbe, sempre, e talento e valore: aspetti che arricchiscono il quadro del loro contrasto, a mezza strada tra polemica personale, rappresentazione grottesca e creazione letteraria, comunque brillante, sul piano e della <hi rend="italic">performance</hi> e della sua resa finale. La <hi rend="italic">curiositas</hi> barettiana nei riguardi della società e del bel mondo a lui circostante faceva – infine e come sempre, nel suo caso – il resto. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-002-backlink">14</ref></hi>	U. Foscolo, <hi rend="italic">Edizione nazionale delle opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>vol. VII, a cura di Emilio Santini, Firenze, Le Monnier, 1933, p. 226. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-001-backlink">15</ref></hi>	Si veda Rebora 1949, 210-24. Baretti s’oppose, come noto, a Voltaire, che, anche nelle <hi rend="italic">Lettres anglaises</hi> del 1733-1735 (Voltaire 1994, 104 ss.), aveva osato criticare il drammaturgo di Stratford-upon-Avon: una riflessione che si inseriva pienamente nel clima culturale anglo-italiano di metà ’700. Si vedano, inoltre, in proposito, i classici Nulli 1918 e Toffanin 1923, nonché la bella ricostruzione di Montanelli, Gervaso 1970, 329 ss. (in assoluto tra le prime rivalutazioni del Nostro, dopo un lungo periodo di ridimensionamento storiografico e considerazione al più solo da parte di pochi italianisti). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_04.html#footnote-000-backlink">16</ref></hi>	In Italia il solo a sottoscrivere l’operazione barettiana di rivalutazione del teatro di Shakespeare fu l’amico (del periodo genovese) Pietro Paolo Celesia – illuminista cosmopolita, diplomatico e grande viaggiatore, corrispondente di Galiani e Franklin – sul finire di quello stesso 1777 (Rotta 1999). Baretti e Celesia si erano conosciuti, in Londra, durante il primo dei due viaggi in Inghilterra dello scrittore torinese (Rotta 1979). Altra amicizia barettiana rilevante fu quella con il naturalista di vedute inglesi Giacomo Filippo Durazzo (Arecco 2002; Raggio 2000). </p></item>
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