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        <title type="main" level="a">L’«agnostico» Baretti. Mario Manlio Rossi (1895-1971) e il suo inedito: Anglomania ed «amicizia tradizionale». Saggio sull’atteggiamento italiano verso la Granbretagna nel Settecento e nell’Ottocento (1953-5)</title>
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            <forename>Paolo Luca</forename>
            <surname>Bernardini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>Around 1953, M. M. Rossi wrote a book on the Italian “anglofilia” in the 18th and 19th centuries. For reasons unknown, the book was never published. Here is a brief account of its contents, with emphasis on the role Rossi assigns to Baretti in the manuscript, which is kept at the Biblioteca Civica Panizzi in Reggio Emilia, Italy. Possibly, Rossi derived the idea of writing this monograph from A. Passerin d’Entrèves, who, in 1953, spoke at the BBC about the supposed “anglofobia” spreading in Italy at the time, sparking a vivid debate both in Italy and the UK that lasted until 1955 at least.</p>
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            <item>Mario Manlio Rossi</item>
            <item>anglophilia</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.05" /></p>
      
      <div><head>L’«agnostico» Baretti. Mario Manlio Rossi (1895-1971) <lb/>e il suo inedito: <hi rend="italic">Anglomania ed «amicizia tradizionale». </hi><hi rend="italic"><lb/>Saggio sull’atteggiamento italiano verso la </hi><hi rend="italic">Granbretagna nel Settecento e nell’Ottocento </hi>(1953-5)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Paolo L. Bernardini</p><p rend="text"><hi rend="italic">Habent sua fata libelli</hi>. Nel 1955 Mario Manlio Rossi teneva ormai da quasi dieci anni l’insegnamento di Lingua e letteratura italiana presso l’Università di Edimburgo. Sarebbe stato promosso ad ordinario solo ad inizio 1962, quando ormai stava per compiere 67 anni, un’età in cui solitamente si è già in pensione. Avrebbe poi terminato l’insegnamento, e il soggiorno britannico, nel 1966, dopo venti anni esatti di vita scozzese (interrotta da numerosi viaggi, anche in Italia), per ritirarsi in quel di Pontecagnano, sulla costiera salernitana, nella romita e quieta località Magazzeno, dove su una modesta spiaggia ancora si proiettano, separate dal Tirreno dall’asfalto di una statale costiera, ville ma soprattutto semplici villette, una di queste abitata da Rossi nei suoi ultimi anni di vita, sofferente di enfisema e ricorrenti attacchi di asma<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-020">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Presumibilmente due anni prima (nel 1953, come si evince dalla prefazione al lavoro, <hi rend="italic">infra</hi> riportata) aveva terminato un volume, il cui titolo definitivo sembra essere <hi rend="italic">Anglomania ed «amicizia tradizionale». Saggio sull’atteggiamento italiano verso la Granbretagna nel Settecento e nell’Ottocento. </hi>La notizia si ricava dal carteggio Venturi-Cantimori (con entrambi era in contatto Rossi, ma l’interlocutore principale era Cantimori), in particolare da due lettere, di Venturi allo stesso Cantimori, del 2 novembre e 12 novembre 1955. Rossi, tramite Cantimori, aveva proposto il volume ad Einaudi; Venturi non manca di far rilevare aspetti ben noti (nella vasta cerchia di corrispondenti, e nel mondo della cultura italiana in generale) della personalità di Rossi, la sua <hi rend="italic">vis polemica</hi>, l’antipatia per l’Istituto Italiano di Cultura di Londra, i litigi con Calogero, probabilmente con Gabrieli. Come scrive Guido Abbattista, «pur dicendosi non convinto dalle tesi del libro e da vari altri aspetti della figura di Rossi, Venturi si dichiarava d’accordo con Cantimori, che l’aveva presentato, sulla opportunità di pubblicarlo con Einaudi». Tale pubblicazione tuttavia non ebbe luogo, per motivi che non siamo ancora riusciti a chiarire (si vedano Abbattista 2009, 1155; Imbruglia 2003, 472-75).</p><p rend="text">Da quel lontano 1955 passano cinquantasette anni. Del manoscritto si interessa il fondatore e direttore della Adelphi, Roberto Calasso (1941-2021), morto il 28 luglio del 2021, intorno al 2012. Presso Adelphi Rossi aveva pubblicato la fortunata edizione del Kirk nel 1980<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-019">2</ref></hi></hi>, ed è probabile che lo stesso Calasso lo avesse conosciuto di persona. Tuttavia ad oggi non si hanno certezze in merito al futuro di questo manoscritto rossiano, e di numerosi altri, custoditi, per la maggior parte, nel Fondo Rossi presso la Civica Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Da allora, ovvero dal 1955, la letteratura sui rapporti tra Italia e Inghilterra è cresciuta enormemente (per quel che riguarda l’ambito tematico del testo di Rossi qui proposto), con opere di ampio respiro, e riletture-riedizioni, di grande acume ed erudizione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-018">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La pubblicazione del testo di Rossi oggi avrebbe un significato erudito, forse, o forse servirebbe a contribuire a mettere a fuoco una personalità straordinaria ma ancora poco studiata, non ostante il tentativo di riscoperta portato avanti da Fiorenzo Fantaccini e Laura Orsi e più di recente da Giuseppe Sertoli e dal sottoscritto, sulla scorta del fondamentale contributo di Luciano Mecacci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-017">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Prima tuttavia di affrontare il discorso sul manoscritto – e più in particolare sul giudizio e la posizione che al Baretti riserva Rossi nell’economia del testo – vale la pena di riflettere sulle difficoltà e ambiguità di concetti come «anglomania» e «anglofilia» (e peraltro, sull’opposto-correlato, «anglofobia»). I concetti, come tutte le categorizzazioni generali, non sono molto utili per la ricerca. Nozioni più vaghe, come «rapporti» «relazioni», «scambi» «visioni», sono estremamente più utili, e meno foriere di inganno. La simpatia e l’ammirazione verso l’Inghilterra, per intanto, come del resto ogni rapporto meno connotato, può certamente caratterizzare un secolo – il secolo di Voltaire e delle sue <hi rend="italic">Lettres philosophiques</hi>, ove il mito inglese veniva se non iniziato, quantomeno consolidato e ampiamente diffuso in tutta Europa – ma allo stesso tempo va visto nella pluridimensionalità di tale rapporto. Un rapporto che investe politica, cultura, letteratura, a tacer d’altro, e che dunque assume connotazioni, ed interessa ambienti, di volta in volta affatto differenti o in contrasto tra di loro, o, ancora, del tutto estranei gli uni agli altri.</p><p rend="text">Per uno storico del Settecento, la dimensione politica potrebbe essere considerata di fondamentale importanza, non così tuttavia per uno storico della letteratura, come poteva essere Arturo Graf, e neanche per uno storico della filosofia, come essenzialmente era Mario Manlio Rossi. Il ruolo decisivo dell’Inghilterra nella Guerra di Successione spagnola, il suo protendersi in un Mediterraneo ove era oramai terminata l’egemonia spagnola, i decenni di predominio Whig seguiti al 1715, l’unione con la Scozia, aveva fatto dell’Inghilterra una potenza oramai in tutto e per tutto legata agli interessi del Mediterraneo, soprattutto agli affari della Corsica, mentre declinavano le neutrali Venezia e Genova, insieme con loro l’Impero Ottomano, e le Provincie Unite d’Olanda, non neutrali nel grande conflitto europeo, ma combattenti per l’ultima volta. Si capisce bene anche come – cosa per cui ogni tanto gli studiosi stupiscono – i Savoia, dopo il 1703, si fossero trovati vicini all’Inghilterra, e dunque la «anglofilia» (qualunque cosa questo voglia dire) in Piemonte maturi più che altrove (si veda dunque l’esemplare caso di Baretti). E ben si comprende come uno dei primi esuli in Inghilterra nel primo Settecento, Alberto Radicati di Passerano, avesse maturato un’avversione al cattolicesimo già alla corte del (neo) re di Sardegna Vittorio Amedeo II – ove in effetti vi erano alcune personalità decisamente anticuriali – ed in seguito tali convinzioni si siano rafforzate nell’altrettanto «libera» Francia della Reggenza, ove aveva soggiornato tra 1719 e 1721<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-016">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per queste ragioni, non solo in qualche modo si dovrebbe studiare la «anglofilia» dalla prospettiva, di volta in volta differente, dei tanti stati italiani pre-unitari. Comprendendo ad esempio la situazione di Venezia, non solo neutrale nella Guerra di Successione spagnola, ma anche sempre più occupata da ditte commerciali inglesi, e segnata dall’esperienza – poco nota ma molto significativa – di una guerra con l’Inghilterra stessa che era avvenuta in pieno Seicento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-015">6</ref></hi></hi>. La progressiva affermazione di una Inghilterra «liberale» a partire dalla fine della Guerra di Successione e della minaccia giacobita, ovvero cattolica, peraltro ancor viva fino al 1747, la sua immensa crescita economica, e la sua naturale apertura ai commerci – anche delle idee, almeno parzialmente, poiché, e la esperimenterà bene lo stesso Radicati, la censura operava ancora, e l’Illuminismo radicale, spinoziano e ateistico, era difficilmente accettato – rendevano l’Inghilterra una terra desiderabile, non ostante il clima e la distanza, nonché la difficoltà della lingua. A questo si associava l’esplodere di Londra, «<hi rend="italic">a great and monstrous thing</hi>», che stava diventando la principale metropoli europea, forse ancora meno popolosa di una Napoli, ma assai più ricca, ovviamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-014">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La città dei <hi rend="italic">pleasures of imagination</hi>, era un luogo ove letterati, musicisti, pittori, cantanti, teatranti italiani, perfino del teatro delle marionette, potevano trovare qualche commissione, e dunque sopravvivere, spesso in condizioni misere, come avvenne anche, ma ormai siamo fuori dai confini del Settecento, per Ugo Foscolo, che vi morirà in povertà assoluta nel 1827<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-013">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">«Anglofili»? Forse semplicemente curiosi ed interessati a trovarsi da vivere, e provare esperienze nuove, affascinati dalla crescita di Londra, esponenziale, e immessi nel triangolo essenziale tra Olanda, Francia, e Inghilterra, che ancora – a livello editoriale, si pensi ad un editore come M.M. Rey ad Amsterdam – commerciale e politico reggeva, almeno fino alla decadenza delle Provincie Unite e (a metà secolo) allo scoppio della Guerra dei Sette anni. Se però pensassimo che l’Inghilterra attirasse solo <hi rend="italic">esprit forts</hi> come Radicati (che peraltro pubblicò in inglese, e in tempi in cui la censura inglese non si era ancora allentata, la maggior parte della sua opera), saremmo fuori strada. Attratti dalla stella di Newton e della Royal Society vi approdano tra gli altri un Francesco Bianchini, veronese e scienziato cattolico (si veda Bianchini 2020), e il futuro porporato Angelo Maria Querini, che narra del suo viaggio (molto aristocratico, dato il suo nobile lignaggio), in ottimo latino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-012">9</ref></hi></hi>. Peraltro, un religioso come Querini avrebbe volentieri incontrato perfino i deisti, se avesse potuto, nello spirito di un libero dialogo intellettuale, che è poi (almeno in parte) lo spirito della <hi rend="italic">République des Lettres</hi> settecentesca.</p><p rend="text">Si vede bene dunque che sotto la categoria di «anglofilia» lo stesso Graf, ma diversi dopo di lui, abbiano compreso le più varie relazioni intellettuali e culturali non tanto tra «Italia» e «Inghilterra», quanto tra italiani e inglesi, o tra lingua e cultura italiana e lingua e cultura inglese. Magari poi qualcuno – lo stesso Baretti – si poteva dimostrare in un momento acerrimo «anglofobo», e in un altro convintissimo «anglofilo»; a seconda delle circostanze, degli umori, di tante cose. Oltretutto, nel considerare quanto venisse comunicato dell’Inghilterra all’Italia, attraverso i «mediatori culturali» del tempo, spesso non si tiene conto dell’immensa mole di dispacci e (meno frequenti) relazioni diplomatiche, fonte spesso eccellente, e penso ad esempio alla Repubblica di Genova, i cui rapporti diplomatici con l’Inghilterra furono di estrema importanza – data tra l’altro la spinosa questione corsa – per tutto il secolo XVIII, fino alla fine della Superba (1797)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-011">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Altro aspetto non secondario, nello studio della «anglomania» è quello da riferirsi alla moda (che poi si consoliderà effettivamente nel corso dell’Ottocento), la curiosità e talvolta la passione verso gli oggetti inglesi, nel solco della nascita delle prime produzioni industriali, ad esempio gli oggetti in «Sheffield Silver» che vennero prodotti a partire dal 1742, grazie alla scoperta fondamentale di Thomas Boulsover, con la combinazione di lastre di rame ricoperte da lamine d’argento. Studiare la loro diffusione in Italia sarebbe un modo per contribuire allo studio della «anglomania», al di fuori di circuiti letterari. </p><p rend="text">Tuttavia il discorso ci porterebbe troppo lontano. </p><p rend="text">Conviene, prima di vedere qual posizione conferisca al Baretti Mario Manlio Rossi, prendere in esame l’inedito. Ne esistono due versioni, almeno alla Panizzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-010">11</ref></hi></hi>. Dalle correzioni a mano di Rossi si può comprendere quale sia la definitiva, ma molto interessanti sono alcuni passi – molto polemici – espunti da Rossi, perché chiaramente ne avrebbero ostacolato la pubblicazione, visti quali sono i bersagli di essi. Dalla versione originaria del manoscritto si evince anche che il sottotitolo era diverso, «nel Settecento e nell’Ottocento» sostituisce in realtà «nell’epoca del Risorgimento», che doveva far parte del sottotitolo originario. </p><p rend="text">Qui di seguito sia la <hi rend="italic">Prefazione</hi> – che originariamente doveva in realtà essere il cap. 1, col titolo <hi rend="italic">I rapporti italo-inglesi come caso esemplare</hi>. Per certi aspetti, vedi il discorso sull’Unione Europea, di estrema attualità ai nostri giorni.</p><quote rend="quotation_b">Sarà utile ripetere che è molto difficile, per i cittadini d’una certa nazione, conoscerne e comprenderne un’altra. Oggi che si parla così insistentemente di «unione europea», la questione è vitale. Tenendo presente questa difficoltà fondamentale, si eviteranno mosse affrettate verso l’unione, e quindi quelle disillusioni, di fronte ai primi insuccessi, che possono generare scetticismo o, peggio, più acuta ostilità tra le nazioni. </quote><quote rend="quotation_b">In linea teorica, la differenza di comprensione ha origine dal fatto che lo spirito nazionale domina tutto l’uomo, in profondo. Quindi, se un osservatore straniero giunge a «comprendere» profondamente un altro popolo, ha perduto le sue intime caratteristiche nazionali, e non è più in grado di rilevare, e rivelare al suo popolo d’origine, le differenze. – D’altra parte, un osservatore davvero obbiettivo ed impersonale, non può comprendere, né parlare con intelligenza di un altro popolo. </quote><quote rend="quotation_b">I risultati di ogni ricerca storica accurata confermano questa scepsi teorica. Non vi è forse campo nel quale siano stati commessi tanti errori e si siano dette tante sciocchezze come nel campo dei rapporti «culturali» o spirituali tra due nazioni. Per nessun altro argomento forse, vi sono tanti interessi ad ostacolare un’analisi obbiettiva, a fare dello studioso più serio un fazioso impegnato a nascondere ed a sviare.</quote><p rend="text">Questo l’<hi rend="italic">incipit</hi>. Segue poi un passo soppresso, molto rivelatore della personalità di Rossi:</p><quote rend="quotation_b">Oggi, questo pericolo è ingigantito perché la cosiddetta «propaganda», culturale ed altro, d’una nazione presso un’altra è diretta da funzionari prezzolati che per conservare il posto all’estero e far carriera, ingannano sistematicamente il proprio governo sui veri risultati della loro propaganda nell’altro paese, e cercano deliberatamente di far tacere, con tutti i mezzi, i possibili informatori disinteressati. </quote><quote rend="quotation_b">Così avviene che oggi la naturale difficoltà di mutua comprensione fra due popoli porta a malintesi radicali. E quando i fatti lacerano il sipario burocratico, quando eventi che non si possono nascondere rivelano il vero viso dell’altra nazione oltre i veli rosei, ne sorge disprezzo e violenta animosità tra i due paesi. Di molti dissapori attuali è prima causa la propaganda governativa e intergovernativa, dall’Unesco ai mille Minculpop che avvelenano i rapporti culturali fra popoli. Questo è inevitabile perché ogni propaganda, od almeno ogni propagandista di mestiere è inevitabilmente avverso alla libertà di opinione e di stampa.</quote><quote rend="quotation_b">Appunto perciò, non mi è possibile, oggi, suffragare queste osservazioni con episodi personali. So per esperienza che cosa si rischiava ieri e cosa si rischia oggi a parlare di un altro popolo con sincerità. Avendo già pagato abbastanza per la mia libertà di opinione, non trovo necessario insistere: c’è sempre tempo. Per ora posso rifugiarmi nella ricerca storica, a dimostrare con l’esempio del passato (quando alle difficoltà naturali di comprensione non si aggiungeva il clima totalitario della propaganda odierna) come sia facile fraintendere un altro popolo, e come sia agevole farsi un’opinione errata dei reali rapporti psicologici fra due popoli.</quote><p rend="text">Ben si comprende come un <hi rend="italic">incipit </hi>così poco «politicamente corretto» sarebbe stato punto gradito agli editori del tempo, massimamente, come ovvio, l’Einaudi. Dopo questa lunga espunzione, il testo – soggetto a continue correzioni a volte (per noi) di difficile comprensione, prosegue in questo modo:</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Esempio classico di questi fenomeni è l’opinione italiana sull’Inghilterra durante il Risorgimento, intendendo per «Risorgimento» anche la grande rinascita settecentesca, che si riassume nei nomi di Parini, Alfieri, Foscolo. Le idee del Risorgimento sono sviluppo armonico dell’opera dei grandi «illuministi» italiani, ed anche la concezione che gli Italiani ebbero dell’Inghilterra nella prima metà dell’Ottocento non solo deriva storicamente dalla concezione degli Illuministi, ma la perpetua.</quote><p rend="text">Rossi dunque non solo fa propria la tesi sulla continuità – in prospettiva risorgimentale – della storia anche intellettuale italiana, tesi che lega il Sette all’Ottocento in maniera radicale, ma in qualche modo si prefigge di scrivere un libro che colmi le lacune – che a suo tempo un malevolo recensore fece notare – del classico di Graf, che si fermava per l’appunto al Settecento, ma con buoni argomenti. Segue poi un passo solo parzialmente espunto, che qui riporto (mettendo in corsivo la parte espunta, senza la quale però non si regge il periodo successivo – come se Rossi si fosse pentito di averla espunta, a matita, ma poi si fosse ugualmente dimenticato di cancellare l’espunzione). </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2"><hi rend="italic">L’argomento è stato suggerito da due o tre manifestazioni dello</hi> scorso anno (1952), che avrebbero voluto illustrare i rapporti italo-inglesi in tale periodo, esponendo qualche lettera, qualche pantofola, due o tre opuscoli, e facendo due o tre conferenze su qualche individuo o su qualche libro. </quote><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Questo procedere atomistico, senza inquadramento generale, che è da anni ed anni il metodo abituale di affrontare una questione così vasta e complessa, dà l’impressione che i rapporti italo-inglesi fossero più profondi di quello che erano, e che la simpatia dell’Inghilterra e per l’Inghilterra fosse un sentimento dominante. </quote><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Si osservi, per confronto, quanto poco sia stato fatto per indagare la vita degli esuli italiani in Francia, nel Belgio, in Svizzera – e quanto meno noti siano i rapporti culturali italiani con la Francia, la Germania, ecc., attraverso i secoli, che pure furono intensi e seguiti come e più di quelli con l’Inghilterra.</quote><p rend="text">E qui Rossi tocca il tasto fondamentale. Perché vi è una differenza nel modo e nelle forme in cui sono stati toccati i rapporti con le altre nazioni europee nella letteratura, rispetto al modo in cui è stata da sempre considerata l’Inghilterra; e cosa distingua l’Inghilterra, se non la sua insularità, il suo essere e al contempo non essere, almeno geograficamente, parte dell’Europa, è punto cruciale. Di seguito Rossi dà – più o meno convincente che sia ai nostri occhi, <hi rend="italic">soprattutto ai nostri occhi di oggi</hi> – una sua propria spiegazione:</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-3">La ragione di questa differenza nell’interesse degli storici e dei critici è forse da cercare nel fatto (del quale parlerò oltre a lungo) che rapporti italiani [sic] con altre nazioni continentali sono cosa ovvia, che non dà luogo a interessanti studi; mentre la fondamentale divergenza tra spirito italiano e quello inglese rende impressionante, «curioso», ogni studio che ne mostri qualche connessione. </quote><quote rend="quotation_b">E così si produce proprio la sensazione, nel pubblico colto, che Italia e Inghilterra fossero più vicine di quel che erano, in confronto ad altre nazioni europee. </quote><quote rend="quotation_b">Gli stessi studiosi finiscono per essere convinti di questo. I critici che esaminano le fonti inglesi di questo o quel letterato italiano, o viceversa; i politi che conoscono la vita di un illustre italiano del passato, e concentrano la loro attenzione sui suoi rapporti con l’Inghilterra, credono a quello che affermano per farsi pubblicità e giustificare la propria opera: e cercano di far credere che proprio i rapporti italo-inglesi, visti dal loro ristretto angolo visuale, siano di primaria importanza, e se ne possano trarre conclusioni generali ed anche (peggio) direttive pratiche per la politica dei due paesi.</quote><p rend="text">Affermazioni di peso, però, purtroppo, non suffragate da esempi. A chi effettivamente si riferiva, o poteva riferirsi, Rossi, nel 1953? La questione è complessa (ma difficile affrontarla qui). Per fortuna nel proseguo Rossi fornisce qualche esempio, un pochino vago, ma meglio che niente:</p><quote rend="quotation_b">Così, vi è chi considera soltanto un certo scrittore, o certi scrittori inglesi influenzati da classici italiani, ovvero da scrittori italiani contemporanei – e chi viceversa considera l’influenza di uno Shakespeare o di un Eliot su un certo italiano, o su un certo periodo italiano: e conclude ad una enorme affinità spirituale delle due nazioni, dimenticando, ad esempio, l’economia politica. Dall’altro lato, si parla di inglesi che erano stati in Italia ovvero intimi amici di Italiani, dimenticando che la loro opinione poteva apparire stramba, appunto perciò, agli occhi della stragrande maggioranza inglese.</quote><quote rend="quotation_b">Vi è chi studia la posizione di certi esuli in Inghilterra, le loro idee sull’Inghilterra – ovvero la loro fortuna in Inghilterra: e dimentica l’influenza e l’opinione di Italiani che stavano in Inghilterra ma non erano esuli, e degli Italiani che non erano mai stati in Inghilterra. </quote><quote rend="quotation_b">Si pensi alla differenza fra il Genovesi, che pur tanto fece per la conoscenza dell’economia inglese in Italia, ed i molti Italiani che parlarono dell’Inghilterra dopo averla visitata, magari più volte, ma senza seria preparazione, possiamo dire da turisti, come nel caso dell’Alfieri e di molti altri, che, tuttavia, ebbero una certa influenza sull’opinione italiana dell’Inghilterra.</quote><p rend="text">Abbastanza sorprendente, conoscendo la personalità di Rossi, il fatto che egli affermi che si può conoscere, e parlare di un Paese con cognizione, senza esservi mai stati: ma si tratta, nel caso di Genovesi, della diffusione (critica) di teorie economiche, non tanto di considerazioni generali sulla nazione straniera stessa; e singolare anche che parli (poi) di personalità, come Algarotti, ma – di ben altra tempra personale rispetto al primo – anche di un Cavour, che andarono in Inghilterra «per confermare quanto già conoscevano di essa». E qui – tra l’altro – Rossi parla per la prima volta di Baretti:</p><quote rend="quotation_b">Vi furono, d’altra parte, visitatori studiosi, più o meno ben preparati, che andarono in Inghilterra per confermare quanto già sapevano d’essa, come l’Algarotti e soprattutto il Cavour. Ma non si può dire che costoro raggiungessero perciò una conoscenza profonda dello spirito inglese come esso si manifesta realmente nella vita, nelle mille manifestazioni quotidiane d’un popolo. Per questo, sarebbe occorso il contatto quotidiano di persone che dovessero vivere e lavorare a lungo in Inghilterra, come avvenne per il Rolli, per il Baretti, per il Pananti, per Lorenzo da Ponte. </quote><quote rend="quotation_b">Una grande sezione di questi Italiani che conobbero l’Inghilterra perché vissero in essa, dovette, per guadagnar da vivere, entrare in contatto non solo con qualche conoscente scelto, come fecero Alessandro Verri e Cavour, ma con Inglesi di diversi ceti. Così accadde per i nostri esuli dell’Ottocento, da Foscolo a Saffi e Crispi.</quote><p rend="text">Si vede bene come Rossi si riconoscesse in questi ultimi (singolarmente, Da Ponte, che visse a Londra dal 1792 al 1805, e che terminò la sua esperienza inglese con un notorio disastro finanziario, è il personaggio più affine al Rossi, se non altro perché divenne poi, ma non in Inghilterra, bensì negli Stati Uniti, un professore universitario) (tra i quattro citati, il meno studiato, a tutt’oggi, occorre dire, è Filippo Pananti). Il quale tuttavia proprio negli anni in cui stendeva questo lavoro Rossi fu soggetto di una significativa rivalutazione (Baldacci, Innamorati 1963; Cappuccio 1958; Greenlees 1953). </p><p rend="text">La conclusione dello scritto prefatorio di Rossi aumenta la nostra curiosità per quel che verrà poi esposto nel volume:</p><quote rend="quotation_b">Nel quadro generale dell’Inghilterra vista da occhi italiani, si dovrà tener conto di queste differenze, pur ricordando che i vari giudizi sull’Inghilterra possono tutti aver contribuito alle idee che gli Italiani del Risorgimento ebbero dell’Inghilterra. Quindi, tutte le indagini sono meritorie, ma purché non tentino di erigersi a canone supremo e di insegnare qualcosa, agli Inglesi o agli Italiani. Se gli studiosi specializzati fossero più modesti, sarebbe una bella cosa – e (quel che importa), essi non potrebbero far del male. </quote><quote rend="quotation_b">In questo saggio, non pretendo naturalmente di rimediare annosi difetti di metodo e risolvere d’un colpo il problema o meglio i mille problemi dei rapporti italo-inglesi. Vorrei soltanto mostrare come tali problemi siano complessi e involuti, e come sia immenso il campo che si dovrebbe esplorare per vedere i rapporti italo-inglesi nella giusta luce. </quote><quote rend="quotation_b">Mi servirò di qualche autore, di pochi documenti originali che è opportuno portare alla conoscenza degli specialisti, ma con scopi esclusivamente metodologici, cioè per mostrare come i particolari documenti e libri e uomini vadano inquadrati per non esagerarne l’importanza, per non fare di una particolare indagine erudita una definitiva concezione totale. </quote><quote rend="quotation_b">Questa concezione si può riassumere in due concetti fondamentali che sembrano ovvi al pubblico, proprio perché le indagini metodologiche sbagliate hanno abituato a considerarli come ovvi, come accertati. Uno è l’«anglomania», l’altro è l’«amicizia tradizionale» tra Italia e Inghilterra. L’Italia del Settecento sarebbe stata dominata dalla «anglomania». L’eredità più pura del Risorgimento sarebbe una «amicizia tradizionale» fra Inghilterra ed Italia. </quote><quote rend="quotation_b">Questo saggio, in fondo, non mirerà ad altro che a proporre un’analisi critica di questi due concetti, a vedere che cosa si possa veramente intendere con questi termini, e se essi possano servire per indagare con verità scientifica la questione: se «anglomania» e «amicizia tradizionale» fossero sentimenti prevalenti, se non nel popolo italiano, ed inglese, nelle classi più colte, ed almeno in coloro che ebbero, per caso o per dovere professionale o per necessità economica e politica, rapporti più diretti con l’Inghilterra.</quote><p rend="text">Così, con questa chiara dichiarazione di intenti, si chiude la prefazione di Rossi. Prima di parlare della sua trattazione di Baretti, occorre soffermarci su alcune questioni che egli pone. La modestia metodologica e dei fini è del tutto giustificata. La questione come si è detto e come Rossi stesso dice, è «immensa», e riguarda un’infinità di piani. In età fascista – occorre dire – vi era stata una certa critica militante che aveva, in considerazione delle spinte politiche a considerare «Albione» «perfida», dato avvio a ricerche (pure non infondate) sul debito (non riconosciuto) ad esempio che la letteratura inglese (senza pur toccare il caso della presunta «italianità» di Shakespeare) mostra verso quella italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-009">12</ref></hi></hi>. Anche se certamente la grande anglistica italiana del tempo aveva generalmente ignorato il (vieto) messaggio politico. </p><p rend="text">Ora, l’invito metodologico di un Rossi alla discrezione e all’attenzione va visto in un duplice segno. Il primo è quello terminologico. «Anglomania», che cosa significa davvero? Essa fa parte di quella piccola costellazione di concetti estremamente ambigui, come abbiamo già accennato (oltre ad «anglomania» e «anglofilia», l’opposto correlato di «anglofobia»), se non precisati, messi a fuoco in contesti estremamente delimitati. Per esempio, per rimanere in età risorgimentale, il diffuso interesse per gli ordinamenti amministrativi inglesi come utilizzabili nell’Italia unita – ove invece peraltro, nel 1865, trionfò il modello francese – interesse che è stato giustamente ritenuto «anglofilo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-008">13</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Considerazioni consimili si possono fare per il concetto opposto, la «anglofobia». Anche in questo caso, al di là di vezzi, umori, passioni momentanee e antipatie, o simpatie, di letterati, la questione assume un significato in determinati momenti storici, e in determinati ambienti, ove, ad esempio, il modello giacobino e poi costituzionale francese veniva visto come in netta contrapposizione con quello inglese, e quest’ultimo, detestato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-007">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Invece, era vivo proprio in quegli anni il discorso sulla supposta «anglofobia» italiana, come dimostra uno scritto di uno degli interlocutori di Rossi, Guido Calogero, pubblicato proprio nel 1954<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-006">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella letteratura recente, il fenomeno della «Anglomania» è stato considerato in tutta la sua ampiezza, dall’importante lavoro di Ian Buruma (1999). Mentre studi più particolari hanno toccato peculiari momenti del fenomeno – di difficile definizione, ma euristicamente, utile – in Francia e Spagna, per fare solo due esempi (si vedano Grieder 1985; Villamediana González 2019).</p><p rend="text">Certamente, e per concludere su quest’aspetto, la sintesi grandiosa di un Graf o anche quella assai più modesta di un Rossi, alla fine, sono meno preziose rispetto alle ricerche particolareggiate, circostanziate, su casi molto definiti e circoscritti. E in questo senso vanno numerosi studi recenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-005">16</ref></hi></hi>. Lavori come questi, partendo da istanze specifiche, illuminano poi il contesto generale molto più, a nostro avviso, di quelli che si propongono da subito di partire da tale contesto stesso, per poi scendere nei particolari. </p><p rend="text">Dopo questa lunga premessa, vale la pena di vedere come Rossi tratti Baretti nel quadro del suo inedito affresco. Rossi parla di Baretti mettendolo insieme a Verri, nel capitolo 4, che però poi, essendo stato trasformato in «Prefazione» il primo capitolo, diviene capitolo 3. Il titolo: «L’agnosticismo del Baretti e del Verri». Ecco come viene, molto brevemente per la verità, trattato Baretti (diciamo molto brevemente, se compariamo l’opera di Rossi a quella di Graf, ove Baretti è nominato ad ogni piè sospinto):</p><quote rend="quotation_b">Il Baretti, che pure aveva contro l’Italia ragioni analoghe a quelle di Voltaire e Montesquieu contro la Francia, e che in Inghilterra aveva trovato amici e guadagni, non si abbandonò come il Rolli ad esaltazioni retoriche – e non riuscì mai a decidere se l’Inghilterra fosse meglio o peggio dell’Italia. </quote><quote rend="quotation_b">Era l’epoca del Martinelli e dell’Algarotti: il Baretti, salvo brevi interruzioni, visse in Inghilterra dal 1751 al 1789. Come Voltaire, si era rifugiato in Inghilterra perché perseguitato per le sue velenose pubblicazioni – e per far quattrini. Come si sa, visse in intimità coi grandi intellettuali inglesi, primo il dottor Johnson, e si inglesizzò a mezzo. Il suo saggio su Shakespeare e soprattutto quel vocabolario italiano-inglese che resta, anche oggi, il migliore, dimostrano che egli entrò veramente nell’intimo della civiltà inglese.</quote><p rend="text">Così inizia il capitolo dedicato a Baretti e Verri. Ma singolarmente la parte dedicata al Baretti si esaurisce presto:</p><quote rend="quotation_b">Fu un anglomane? Leggendo tutto quello che egli scrisse, lo troviamo spesso in contraddizione con se stesso. Non che, conoscendo meglio l’Inghilterra, temperasse la primitiva ammirazione: passa dall’anglomania all’anglofobia, e poi viceversa, per ragioni personali. Va in Inghilterra per far quattrini, guadagna abbastanza bene; e poi non vuole che i fratelli lo seguano e si lamenta di non poter tornare in Italia dove non guadagnerebbe abbastanza, ma nel 1774 dice che non si può abbandonare l’Inghilterra che con riluttanza. Parla di questi «eroi di inglesi», di «questa gloriosa isola». </quote><p rend="text">Vi è poi un riferimento al caso di omicidio – per legittima difesa – che non divenne una «<hi rend="italic">cause célèbre</hi>» del tempo, ma che anzi passò quasi inosservato. La sua duplicità verso l’Inghilterra, ben nota agli studiosi, è ricordata alla fine dei paragrafi a lui dedicati:</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">In occasione del suo omicidio dal quale si cavò così facilmente, si entusiasma della «generosità di questa nazione». È tanto entusiasta da predire (in una delle sue poche lettere politiche) la vittoria inglese sulle colonie americane – ma al tempo stesso (6 Giugno 1776) dice che è forse venuto il tempo per l’Inghilterra di pagare per certi vecchi debiti: per l’«infinita superbia e la tracotanza», per l’«ingordigia di volere ogni cosa» per sé; perché gli inglesi divengano «un po’ meno sprezzatori dell’altrui e un po’ meno ammiratori, anzi adoratori di se stessi». Un tasto doloroso, forse per questioni personali (si veda la lettera a Bujovic del 28 Maggio 1769) – invettive e lodi gettate qua e là con la solita esuberanza. Non è certo da Baretti che possiamo aspettarci un quadro realistico dell’Inghilterra. </quote><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">La costituzione inglese non attrasse l’attenzione del Baretti. Approfittò della libertà di stampa e quindi l’esaltò, ma più e più volte criticò la «licenziosità» della stampa trovando strano che non venisse contenuta. Insisteva sul tema di Montesquieu, il rispetto delle leggi, e diceva che in Inghilterra si sa bene che cosa è la giustizia, sottolineando la differenza tra l’Italia, «paese governato da preti», e l’Inghilterra, «paese governato dalle leggi». E dopo aver criticato l’Inghilterra come s’è visto sopra, riconosce che chiunque «voglia fuggire l’essere bistrattato da que’ tanti tirannelli», in Inghilterra «menerà vita dolce e tranquilla». </quote><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Anglomane e anglofobo, secondo il mutar del clima, egli conclude, nelle Lettere famigliari: «Addio, bella Inghilterra! Addio, casa delle virtù! Addio, sentina di vizio!». </quote><p rend="text">Qui si conclude la parte del capitolo dedicata al solo Baretti. Ma per comprendere ove andasse a parare Rossi, occorre vedere quanto Rossi scriva del soggiorno londinese di Alessandro Verri, che non rimase in Albione quasi trent’anni come il torinese, ma neppure tre mesi. </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-3">Né approfondì la questione della costituzione inglese un altro intellettuale italiano, Alessandro Verri, che fu in Inghilterra per due o tre mesi, dal Dicembre 1766 al Febbraio 1767. Il Verri non incontrò Baretti. Accenna solo che Baretti era a Londra «insieme di tanta altra canaglia che disonora la nostra nazione», ma molti giudizi del Verri coincidono con quelli del Baretti. La libertà è il ritornello delle osservazioni del Verri: «Non trovo nessuna usanza in contrario alla libertà inglese che la sforzata recluta de’ matelotti» cioè l’ingaggio forzato dei marinai. Tutte le caratteristiche inglesi vanno attribuite alla libertà, senza definirla meglio. Ma comincia già nel giovane Verri la critica: la libertà ha anche effetti riprovevoli. Alla libertà va attribuita la freddezza inglese: «Qui c’è libertà e quindi non ci si scalda»; e perciò, poco interesse religioso. La libertà, intesa come «facoltà di dire e scrivere tutto ciò che piace», diventa licenziosità – proprio come diceva Baretti.</quote><quote rend="quotation_b">Verri ammira un paese nel quale tutto possono «le fredde e cieche leggi, e nulla l’uomo», e gli piace sempre più Londra «affumicata e triste ma libera, ma fatta… per un misantropo» com’egli credeva di essere. «Il popolo è libero, il popolo è sovrano», crede Verri: ma non gli piace molto perdere i suoi privilegi, proprio come Baretti odiava, addirittura, il popolino londinese e si meravigliava che non si fosse sparato per frenare i tumulti del 1780. Secondo il Verri, anche i nobili inglesi sono rozzi e maleducati perché tutti imitano la casta dominante, e chi domina in Inghilterra è il popolino. Verri lamenta di non essere stato ricevuto nelle case inglesi, mentre gli Italiani si dimostravano così ospitali verso gli Inglesi. «I milordi son villani che, mal vestiti e rozzi, vanno in Francia e in Italia a raffinarsi» ma poi «rientrando a questa cupa lor patria, ritornano a inorsire». E conclude: «Qui bisogna assolutamente esser volgo, per esser bene.»</quote><quote rend="quotation_b">D’altra parte, alla fine, nota che anche se le facce inglesi sono «dure, orsine, tristi e brutali», gli Inglesi sono troppo illuminati per essere brutali, e che la loro franchezza non è brutalità.</quote><p rend="text">E qui Rossi, mostrando come il suo vero interesse fosse per la percezione della costituzione e in generale della politica inglese nel contesto italiano (il vero nodo, da Voltaire, ma ancor prima dalla Rivoluzione gloriosa, per l’anglofilia europea) (un discorso a parte per la scienza, naturalmente), conclude:</p><quote rend="quotation_b">In ogni modo, con tante riserve, sembra che il fondo dell’opinione italiana restasse anglofilo, e Pietro Verri rispondeva al fratello che gli Inglesi «hanno una superiorità decisa su tutto il continente d’Europa» per le loro istituzioni che si sono salvate perché l’Inghilterra è un’isola: in Europa, più o meno, i vari paesi hanno finito per livellare i loro regimi.</quote><p rend="text">Molto importante, e significativo, a mostrare l’acuta percezione storica che Rossi aveva dei mutamenti nell’anglofilia settecentesca, il paragrafo conclusivo del capitolo:</p><quote rend="quotation_b">Algarotti, Baretti, i Verri, non si occupano ex-professo della costituzione inglese. Si sente ancora, viva, l’anglomania iniziata, trent’anni prima, da Voltaire e Montesquieu, ma si sentono anche sorgere dubbi, incertezze, contraddizioni. Ritornello dominante, in questi Italiani che erano abituati a criticare il proprio paese, ad amarlo senza stimarlo: lo stupore di fronte all’orgoglio britannico. Lo riconoscono legittimo, ma lo trovano, quasi, immorale. E poiché quest’orgoglio è connaturato alla convinzione della libertà britannica, anche questa comincerà a venir esplorata. Dall’anglomania politica gli Italiani non passeranno all’anglofobia, ma ad un atteggiamento davvero critico. Verrà posto il problema: che cosa è la libertà britannica? e che cosa è la famosa costituzione inglese? – Come vedremo, all’epoca del Risorgimento si finirà, spesso, per parlare della costituzione britannica come qualcosa che non si sa bene in che cosa consista.</quote><p rend="text">La questione dei rapporti tra Italia e Inghilterra in età risorgimentale è al centro del discorso. Anche perché il ruolo giocato dal Regno Unito nell’ultima fase del Risorgimento è ben noto e fondamentale. Ma anche in età risorgimentale l’Italia si divideva in anglofili e anglomani, come la letteratura recente ha ben mostrato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-004">17</ref></hi></hi>. Ma trattare di questo ci porterebbe ben lontani dal Baretti, e ben oltre i limiti del presente lavoro.</p><p rend="text_top">Appendice I</p><p rend="text_NOindent">Indice dell’opera</p><p rend="text_top"><hi rend="italic">L’opera nella versione definitiva si compone di 26 capitoli e una «Prefazione» (i numeri in parentesi tonda si riferiscono alla pagina di inizio del capitolo nel dattiloscritto). </hi></p><p rend="text_top">Prefazione (1)</p><p rend="text_list">Le fonti politiche dell’anglomania settecentesca (7)</p><p rend="text_list">La critica della costituzione inglese e l’anglomania politica in Italia (16)</p><p rend="text_list">Le osservazioni del Rolli come esperienza tematica di un italiano in Inghilterra (30)</p><p rend="text_list">L’agnosticismo del Baretti e del Verri (31)</p><p rend="text_list">Alfieri e la costituzione inglese (35)</p><p rend="text_list">La critica dell’Angiolini (38)</p><p rend="text_list">L’anglofobia napoleonica (42)</p><p rend="text_list">La scienza economica inglese e italiana, ed i riflessi politici dell’economia (45)</p><p rend="text_list">Gli esuli e l’atteggiamento italiano verso l’Inghilterra nell’Ottocento (49)</p><p rend="text_list">L’immigrazione apolitica di italiani in Inghilterra (53)</p><p rend="text_list">L’emigrazione italiana in Scozia nella prima metà dell’Ottocento (57)</p><p rend="text_list">Le fortune della cultura italiana in Granbretagna (65)</p><p rend="text_list">Gli Inglesi e l’Italia e l’Italia secondo gli Inglesi nel Settecento (<hi rend="italic">s.n., capitolo il cui titolo è aggiunto a margine destro in matita</hi>)</p><p rend="text_list">Lingua, libri e letteratura italiana in Granbretagna fra il Settecento e l’Ottocento (68)</p><p rend="text_list">I proto-esuli italiani (77)</p><p rend="text_list">Gli esuli e il diritto d’asilo in Granbretagna (87)</p><p rend="text_list">Diverse sorti degli esuli del Risorgimento (94)</p><p rend="text_list">Il Pecchio e la struttura sociale inglese (102)</p><p rend="text_list">L’Inghilterra dei rivoluzionari ammansiti <hi rend="italic">e gli inglesi in Italia e sull’Italia</hi> (109) (<hi rend="italic">la parte qui in corsivo è un’aggiunta posteriore a matita</hi>)</p><p rend="text_list">L’amicizia tradizionale (114)</p><p rend="text_list">Mazzini e l’Inghilterra (120)</p><p rend="text_list">L’Inghilterra dei moderati ed il problema ideologico dell’Inghilterra di fronte al Risorgimento (131)</p><p rend="text_list">L’atteggiamento di Cavour e la politica inglese (139)</p><p rend="text_list">L’ammirazione di Cavour per l’Inghilterra (148)</p><p rend="text_list">La Granbretagna agli occhi di patrioti toscani nei primi tempi del Regno (151)</p><p rend="text_list">Apocalissi dell’amicizia (167). </p><p rend="text_top">Appendice II</p><p rend="text_NOindent">a cura di Laura Orsi</p><p rend="text_top"><hi rend="italic">Rossi anglomane? Una lettera da Edimburgo del 28 settembre 1962 e il caso Passerin d’Entrèves</hi></p><p rend="text_top">Rossi fu un anglomane, un anglofobo, un «agnostico»? </p><p rend="text">L’Inghilterra, anzi, più propriamente la Scozia, gli offrì quella posizione accademica che in Italia gli venne sempre negata. Fu «Lecturer» dal 1946-7, quindi capo di Dipartimento, e finalmente dal 1962, certo in età avanzata (ma sacro il motto «meglio tardi che mai»), professore ordinario presso l’Università di Edimburgo, dove lasciò una Scuola, e un dipartimento di italiano, ora sezione di italianistica presso il Department of European Languages and Cultures, sotto l’attenta direzione (2023) di Federica Pedriali, e con un altro ordinario nei ranghi, Davide Messina. </p><p rend="text">Dal 1946 al 1966, per venti anni, con vari viaggi all’estero, compreso il Canada, Rossi mantenne questo ruolo, e progredì nella carriera. Rossi aveva un carattere notoriamente difficile. Per cui, a seconda dei momenti, ama e odia il Paese in cui si trova. Scrittore instancabile di lettere, manoscritte o dattiloscritte, Rossi si lancia preda degli umori del momento in lodi, o, altrimenti, attacchi ai suoi due «luoghi della vita», l’Italia e la Gran Bretagna, o «Granbretagna» come egli scriveva, all’uso del tempo. Tra i suoi tanti corrispondenti italiani uno straordinario studioso di umanesimo e Rinascimento, Giuseppe Toffanin (1891-1980)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-003">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Toffanin per tanti aspetti fu spirito ribelle, affine al Rossi. La sua insistenza nel far nascere l’Umanesimo con Dante gli fece incontrare tanti nemici, ivi compreso Benedetto Croce. Al contrario di Rossi, Toffanin – che di un altro Rossi era stato allievo, Vittorio – ebbe una splendida carriera accademica in Italia. Cominciò a Catania nel 1921, poi Cagliari dal 1924 al 1928, per poi insegnare a Napoli, come titolare di cattedra di letteratura italiana e successore di Francesco Torraca, dal 1928 al 1961. Nel 1937 fu invitato dalla Statale di Milano, nel 1948 da Padova, ma rifiutò in entrambi i casi, anche se la chiamata a Padova avrebbe significato il ritorno a casa. Le sue opere – ivi compresi i romanzi giovanili, che andrebbero ripubblicati per la loro intensità ed eleganza – meriterebbero in generale una riscoperta. Se dunque non fu emarginato dall’accademia italiana, certamente fu sottoposto a critiche costanti, e questo in un certo modo lo rende affine a Rossi. </p><p rend="text">Trovandosi sul mercato antiquario un certo numero di lettere inviate da Rossi a Toffanin (ringrazio il proprietario che, pur decidendo di restare anonimo, ne concede qui la riproduzione), vale la pena di soffermarsi su due. </p><p rend="text">La prima, datata 21 agosto 1950, viene scritta da Edimburgo, ma preannuncia il soggiorno canadese di Rossi, che dal 21 settembre sarà ospite presso il Department of Philosophy dell’Università di Toronto. Ecco quanto, col suo consueto stile diretto, Rossi scrive all’amico, che si trovava a Padova:</p><quote rend="quotation_b">Lascio l’Italia, anche questa volta, con un senso di liberazione: in 40 giorni, è svanito quel senso di devozione nazionale che tutti sentono all’estero. Forse, domani o posdomani, passata la frontiera, ritornerò ad amare questo paese. Per ora, non posso soffrirlo, e son lieto d’andarmene. La disonestà fiorentina, l’aperta delinquenza comunista di queste mie parti (Emilia) mi son giunte, come tutte le volte, come sgradita sorpresa. Lo stato di terrore e di indifferenza miste tra loro in cui si vive qui sembra qualcosa di inverosimile. In Italia si respira aria d’apocalisse affrontata con la psicologia che ha la gente durante una fiera di villaggio. Il paragone è strambo, ma più stramba è la combinazione di paura e d’inerzia che si sente qui.</quote><p rend="text">Certamente, la Reggio del «triangolo rosso», delle vendette e delle faide del Dopoguerra, doveva far inorridire Rossi; mentre gli intrighi e le beghe accademiche fiorentine non dovevano certo rasserenarlo. Dodici anni più tardi, però, non si rivela meno caustico nei confronti della «Granbretagna». E qui conviene riportare per intero la lettera, sempre a Toffanin, il quale da un anno, messo in pensione da Napoli al compimento del settantesimo anno di età, era ritornato a vivere nella natia Padova. </p><p rend="text">La lettera è datata 28 settembre 1962, l’intestazione indica il titolo, finalmente conseguito (ad inizio anno), di Professor, e «Head of Department», del «Department of Italian», recentemente (ai tempi nostri) confluito, come già accennato – in linea con le tendenze internazionali – in un «Department of European Languages and Cultures». Il primo insegnamento di Italiano ad Edimburgo, dal punto di vista formale, avvenne con la «Lecturership» che ebbe l’amico e mentore di Rossi John Purves, nel 1919 (nel 2019 venne adeguatamente festeggiato l’evento). Mentre, informalmente, l’italiano veniva insegnato nella capitale scozzese almeno da inizio Settecento. </p><p rend="text">Ecco il testo, nella sua integrità.</p><quote rend="quotation_b">Carissimo, ho paura di doverti fare delle condoglianze. Quello che so di sicuro, è che ti devo una spiegazione e mille scuse. </quote><quote rend="quotation_b">Questa estate finita passerà alla storia come una delle più brutte di tutta la mia vita. Mi son fatto immobilizzare, appena di ritorno dalla Germania, da una serie troppo affrettata e troppo pesante di cure per l’enfisema e per l’artrosi lombare, che mi hanno gettato a terra con un esaurimento formidabile. Ho trovato un respiro di 5 giorni per andare a Roma. Poi, speravo di venirti a trovare in Settembre, ma ho dovuto tornare qui l’11, molto prima degli altri anni, per una seria noia creatami dalla polizia. Già si sa che quando si va in automobile, oltre i soliti pericoli per la pelle, le noie della polizia. Ma la polizia italiana, e anche quella di altri paesi europei, è comprensiva, cerca di evitar noie, agli stranieri almeno. Qui invece ci trovan gusto a fregare gli stranieri, che odiano a morte, e soprattutto gli italiani, che disprezzano e invidiano perché, ora che possono viaggiare, si accorgono che noi, in confronto a loro, stiamo più che bene. </quote><quote rend="quotation_b">Negli anni passati, mi inquietavo quando sentivo gli Italiani lamentarsi delle tasse. Avevo un bel spiegare che qui si arriva a pagare il 95% di ricchezza mobile: non mi credevano. Adesso, se dicessi che la nostra polizia e soprattutto i carabinieri sono senza confronto più onesti e più intelligenti e meno pignoli dei famosi policemen inglesi, nessuno mi crederebbe. </quote><quote rend="quotation_b">Bisogna vivere a lungo qui per arrivare a vedere il marcio che c’è dietro la facciata. Ricorda il destino esemplare, non dirò del Foscolo, ma del Rolli e ultimamente il suo rispecchiarsi nelle dimissioni e partenza di D’Entrèves da Oxford. È il destino italiano in Inghilterra – si arriva entusiasti, si vive bene per 5 anni; poi comincia a uscir fuori il marcio. Soprattutto, l’assenza assoluta di logica, perfino nella legge. L’altro giorno, discutendo con un avvocato, gli facevo osservare che i testi avversi si contraddicevano. Risposta (testuale): «Ah ma questo prova che sono sinceri, che dicono il vero! Se dicessero lo stesso, sarebbe segno che si sono accordati.» Bada che questo è assolutamente testuale, e mi è stato detto da uno dei più grandi avvocati della città. Alla mia domanda: ma se uno dice bianco e l’altro nero, uno dei due deve dire il falso o aver visto male…Nessuna risposta. Caso non contemplato. Secondo le opportunità della difesa o dell’accusa, ora è bianco ora è nero, ovvero è tutte e due contemporaneamente. – Tu sai che io non affermo cose che non abbia visto o sentito. Bene: questo è il tipo di mentalità con cui devi lottare qui. O non lottare, se non vuoi farti cattivo sangue. </quote><quote rend="quotation_b">Il Mercato Comune! Ma che fessi, questi Europei, a lasciarci entrare la Gran Bretagna! Se tu stessi qui un anno, e avessi a che fare con qualcosa di commerciale, con operai, con le assicurazioni, ti accorgeresti che ora vogliono entrare nel Mercato Comune perché ne hanno bisogno, ma che contano di farlo saltare. Anzi peggio: lo faranno saltare per pura incapacità a capire altri punti di vista, per pura illogicità. Come scrissi anni fa, fatidicamente: il principio di contraddizione non vale al di là della Manica.</quote><quote rend="quotation_b">Dirai: e perché ci sei andato? Ho una dirimente: la propaganda britannica. Nelle sue più esagerate pretese di grandezza, Mussolini non ha mai cercato di imporre all’Italia uno sciovinismo così virulento come quello inglese. E Hitler non è mai stato tanto razzista come gli Inglesi. – Ed i nostri padroni vogliono farlo entrare nel Mercato Comune! Va a parlare ad un inglese di do ut des! Sono come la Chiesa di Roma, prendono e non danno.</quote><quote rend="quotation_b">Del resto ne ho più per poco. Ma almeno tornerò in Italia con un senso di sollievo. Cotesto paese che non potevo soffrire, dopo un 3 lustri di Beata Britannia, mi sembra un piccolo, modesto paradiso. Ed almeno morirò in pace, fra la mia gente. Che comincio ad apprezzare ora…</quote><quote rend="quotation_b">Come comincio ad apprezzare quel fascismo contro il quale ero stato tanto montato dalla propaganda inglese per la «libertà». Basta vivere qui per sapere che cosa è questa «libertà». È un paese di spie, di scioperanti e di ubbriaconi.</quote><quote rend="quotation_b">Ed a proposito di fascismo, hai visto sul Carlino (nel quale ho ricominciato a scrivere) quell’articolo di Vinciguerra dove cita con lode e approvazione Mussolini? Lui, dopo nove anni di galera per antifascismo! – Gli ho parlato a Roma, alla fin d’Agosto, ed anche lui (io ho cominciato da tempo) comincia a domandarsi se non abbiamo avuto torto….</quote><quote rend="quotation_b">Il senno di poi.</quote><quote rend="quotation_b">Ed è troppo tardi. Nessuno vi leva più di dosso Fanfani.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">Tuo</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">Mario M.</quote><p rend="text">Una lettera piena di amarezza. E forse anche priva di riconoscenza, in fondo la Scozia gli aveva offerto quella possibilità di carriera accademica che il proprio Paese gli aveva sempre pervicacemente negata. Ma non è il discorso di un rancore momentaneo, dovuto anche ad un incidente con la polizia locale, che interessa davvero in questa lettera. La tradizione di italiani critici d’Albione, per quanto essa li avesse accolti a braccia aperte, o quasi, è molto varia. Si leggano solo le critiche feroci al sistema filosofico insegnato ad Oxford che Giordano Bruno rivolge, insieme a diverse altre osservazioni poco simpatiche nei confronti dell’isola, ne <hi rend="italic">La cena delle ceneri</hi>. E siamo nel 1584! </p><p rend="text">Gli elementi oggettivi sono di gran lunga i più interessanti, nella missiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-002">19</ref></hi></hi>. Innanzi tutto, il discorso sulla tassazione. Rossi in effetti mette in luce il sistema di tassazione progressiva allora vigente in Gran Bretagna. Effettivamente, a partire dalla Seconda guerra mondiale, il regime di tassazione britannico era cresciuto enormemente, e per un «<hi rend="italic">top-earner</hi>» si poteva raggiungere e superare il 90%. Occorre dire che solo con la Thatcher vi furono, nel 1979, i primi tagli sostanziali alle tasse, con l’imposta massima portata dall’83% al 60%, e l’imposta minima dal 33% al 30%. Nel caso di Rossi, tuttavia, il cui stipendio possiamo ritenere fosse di circa 2000 sterline annue (l’equivalente attuale di 38,000), l’aliquota doveva essere intorno al 30% (Dowell 2013, <hi rend="italic">passim</hi>). Non un paradiso fiscale, senz’altro. Ma le aliquote estreme erano riservate a redditi superiori al milione di sterline in valuta attuale. Non che la situazione italiana fosse migliore, ma in ogni caso era difficile superare il 70%, e sempre per redditi altissimi. Solo, come è noto, con l’introduzione dell’IVA nei primi anni Settanta e con la massiccia riforma fiscale seguitane le cose cambieranno. Significato, e sia detto a titolo di curiosità, che anche negli USA le cose non andavano meglio, con aliquote marginali per le persone fisiche ad un massimo del 91%, ridotte poi col Revenue Act del 1964 al 65%, grazie all’azione di J. F. Kennedy, peraltro un democratico. </p><p rend="text">Molto interessante anche il discorso sull’accesso dell’Inghilterra al Mercato Comune. Come è noto, avrà luogo solo dieci anni dopo, nel 1971-72<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-001">20</ref></hi></hi>. Che la diffidenza di Rossi fosse molto condivisa in Italia, dal dopoguerra in poi, è testimoniato anche dal discorso sulla supposta «anglofobia» italiana. Un discorso che vale la pena di approfondire, anche perché potrebbe chiarire meglio la genesi del volume inedito di Rossi di cui si è qui parlato. </p><p rend="text">Rossi nella lettera accenna al caso D’Entrèves. E qui conviene concludere. </p><p rend="text">Alessandro Passerin d’Entrèves et Courmayeur (1902-1985), tenne a Oxford la Serena Professorship of Italian dal 1945 al 1957. La cattedra era stata istituita nel 1917 dal figlio di Leone Serena, Arthur, che aveva donato all’ateneo la somma, allora considerevole, di 10,000 sterline, in valuta attuale circa 200,000. La cattedra era stata tenuta da un italianista di rilievo, Cesare Foligno (1878-1963), dal 1917 al 1940 (su Foligno si veda Piscopo 1997). Vacante durante la guerra, venne poi assegnata a Passerin. Il ritorno dello storico valdostano a Torino probabilmente era dovuto a motivi personali, la volontà di tornare a casa, piuttosto che polemici (a Torino nel 1969 darà vita con altri alla Facoltà di Scienze Politiche). Ma Passerin si rese protagonista, tra l’altro, in Inghilterra, di una accesa disputa sulla presunta «anglofobia» degli italiani: lo storico valdostano era intervenuto prima sul Terzo Programma radiofonico RAI, poi sulla BBC, e finalmente aveva pubblicato sul <hi rend="italic">Listener</hi>, un intervento ove si parlava della diffusa anglofobia italiana. La cosa aveva suscitato un dibattito discreto ma non eclatante sia in Inghilterra, sia in Italia. In Inghilterra, era intervenuto anche il <hi rend="italic">Daily Telegraph</hi>, a dimostrazione dell’interesse suscitato ad ogni livello (Calogero 2010). </p><p rend="text">L’articolo di Calogero, allora incaricato dal governo di tenere le relazioni culturali con l’Inghilterra, mostra bene tutti i termini della questione. Da un lato l’Inghilterra attirava i liberali, ma poi in essa vi vedevano un tradimento del liberalismo nell’altissima tassazione, e nella presenza di un «<hi rend="italic">welfare state</hi>» inaspettato. Allo stesso tempo, in Italia vi erano allora ammiratori soprattutto dell’URSS. E come Calogero dice icasticamente: «Chi ha il suo modello nella Russia, non può averlo nell’Inghilterra» (Calogero 2010, 311). La soluzione, per Calogero? Coltivare quel «liberal-socialismo» che era presente prima di tutto nel suo pensiero, ma anche nell’ideologia europea post-1945, in maniera massiccia, per quanto ai nostri occhi coniugare socialismo e liberalismo, vecchio sogno europeo almeno da metà Ottocento, fosse (e sia) quantomeno impervio. Era il sogno del «Partito d’Azione», sogno coltivato da Calogero fino alla svolta con la creazione del Partito Radicale. </p><p rend="text">In ogni caso, Calogero comprende bene come difficile sia parlare di «amore» quando ci siano di mezzo le nazioni. E vale la pena di riportare le sue ironiche considerazioni iniziali:</p><quote rend="quotation_b">Per prima cosa confesserò che provo sempre una certa diffidenza quando sento parlare di odio o di amore fra nazioni. Io sono incaricato della cura delle relazioni culturali fra l’Italia e l’Inghilterra: ma se mi si dicesse che ciò significa che io debbo indurre gli inglesi ad amare gli italiani, e gli italiani ad amare gli inglesi, resterei piuttosto perplesso. L’amore è una faccenda che ha luogo tra individuo e individuo, preferibilmente di sesso diverso… (Calogero 2010, 310)</quote><p rend="text">L’articolo è seguito da alcune considerazioni di Gastone Cottino (1925-2024), che mette in guardia da generalizzazioni in discorsi come questo, ma anche dalla bontà assoluta del «liberal-socialismo», che l’accademico dei Lincei e già emerito dell’Università di Torino, Professor Cottino già nel 1954 identificava come «punto d’arrivo remoto, incertissimo», e ben difficilmente inseribile nel quadro evolutivo del laburismo britannico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_05.html#footnote-000">21</ref></hi></hi>. Cottino poi mette bene in luce una cosa: l’anglofobia continuava ampiamente anche dopo la fine della guerra, e ugualmente tra coloro che si servirono anche dell’appoggio inglese per la liberazione. </p><p rend="text">Ora, in chiusura, è lecito domandarsi se fu questo intervento di Passerin a sollecitare, nel 1953, la stesura del libro di Rossi. Difficile per ora rispondere. Avendo evidenziato pubblicamente gli elementi di anglofobia nel discorso politico italiano – ove secondo Cottino occorre più che altrove intervenire – Passerin aveva senz’altro stimolato Rossi, che andava sempre in qualche modo in direzione contraria e sua propria, a scrivere di «anglofilia», mostrando invece una lunga tradizione di visioni positive dell’Inghilterra da parte di italiani. Forse è avvenuto davvero così. O forse semplicemente Rossi intendeva fare il punto sui rapporti italo-inglesi riprendendo la vastissima opera di Graf, ormai di mezzo secolo risalente, e aggiornandola da nuove prospettive, date dalla guerra senz’altro, ma anche dalla creazione del primo nucleo della futura Unione Europea. </p><figure>
					<graphic url="_05-web-resources/image/Immagine2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/>
				</figure><p rend="caption_figure">Figura 2 – Busta contenente la lettera inviata a Giuseppe Toffanin da parte di Rossi, da Edimburgo, in data 29 settembre 1962.</p><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib"><hi >Abbattista, G. 2009. “Lo Struzzo e la ‘formidabile lumaca’. Sir Lewis B. Namier e l’Italia (1945-1977).” </hi><hi rend="italic">Rivista storica italiana </hi><hi >CXXI, 3: 1124-231.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Abbracciavento, G. 2005. “Il modello inglese in Italia tra storia e mito: dall’anglofilia costituzionale all’anglofilia amministrativa nei primi anni dell’unificazione.” In </hi><ref target="http://Aa.Vv"><hi >Aa.Vv</hi></ref><hi >., </hi><hi rend="italic">La Costituzione britannica</hi><hi >, Atti del convegno dell’Associazione di Diritto Pubblico Comparato ed Europeo (Bari, Università degli Studi, 29-30 maggio 2003), 713-34. Torino: G. 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Bernardini e E. Bianco. Genova: Città del Silenzio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Bianco, F. 2019. </hi><hi rend="italic">Shakespeare in Italia «au tournant des Lumières». Le traduzioni di Le Tourneur in Alfieri, Monti e Foscolo</hi><hi >. Padova: Padova University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Brewer, J. 2013. </hi><hi rend="italic">The Pleasures of Imagination. English Culture in the Eighteenth Century</hi><hi >. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Buruma, I. 1999. </hi><hi rend="italic">Anglomania: A European Love Affair</hi><hi >. New York: Random House.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Busi, D. 2008-2009. </hi><hi rend="italic">Erudizione e religione. Angelo Maria Querini e il respiro dell’Europa</hi><hi >. Tesi di laurea magistrale in Storia e Documentazione Storica</hi>, relatore Prof. S.M. 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A Great and Monstrous Thing</hi><hi >. London: Vintage. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-020-backlink">1</ref></hi>	Manca ancora, a cinquanta anni della morte, una biografia intellettuale che ci restituisca per intero la figura di Rossi, davvero straordinaria sia per l’opera edita, sia per quella inedita, sia per la varietà di ambiti nel quale si è svolto il suo notevolissimo magistero, diviso tra Italia e Scozia. Laura Orsi si sta occupando di Rossi da alcuni anni, e a lei si deve l’edizione dell’inedita autobiografia (Rossi 2021) e la traduzione e cura di <hi rend="italic">A Plea for Man</hi> (Rossi 1956; trad. it. 2022). Rimandiamo a questi due volumi per un quadro della bibliografia attualmente esistente su Rossi. Da segnalare la pubblicazione, mentre era in preparazione questo libro, dell’importantissimo volume a cura di Giuseppe Sertoli (Sertoli 2024).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-019-backlink">2</ref></hi>	Kirk 1980. L’interesse per Kirk era di lunga data, per Rossi, risalente alla sua giovinezza. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-018-backlink">3</ref></hi>	Pesaresi 2015. Di taglio maggiormente giornalistico, Bartoli 2007. Fondamentale per la ricostruzione della tematica, Graf 2020, in particolare lo scritto introduttivo. Il testo di Graf, uscito originariamente nel 1911, è una vera miniera di notizie, ben nota a Rossi. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-017-backlink">4</ref></hi>	Mecacci 2014. Devo la notizia dell’interessamento di Calasso per <hi rend="italic">Anglomania</hi> a Luciano Mecacci, che qui colgo l’occasione per ringraziare, per questo e non solo. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-016-backlink">5</ref></hi>	Su Radicati di Passerano resta fondamentale Venturi 2005; per un aggiornamento sulla bibliografia più recente si veda Cavallo 2003.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-015-backlink">6</ref></hi>	Peraltro, tutto quanto o quasi veniva esaltato nell’Inghilterra del Settecento, echeggiava quanto di buono si trovava, secoli prima, nella libera Venezia. Questo è stato rilevato, in una bella recensione di G. Sacerdoti a Graf 2020 su <hi rend="italic">Il Manifesto</hi> (29 gennaio 2021): «Rognoni cita opportunamente Carl Schmitt, che nel 1942 scriveva: “Tutto ciò che tra il XVIII e il XX secolo i fanatici filo-britannici hanno ammirato nell’Inghilterra era stato in precedenza già ammirato in Venezia: la grande ricchezza; […] la tolleranza verso le opinioni religiose e filosofiche; l’asilo offerto alle idee liberali”. L’ammirazione, veramente, era già viva due secoli prima. Nel XVI Venezia, per Jean Bodin, è il “rifugio” di chiunque voglia “gustare la dolcezza dell’indipendenza”. Così il <hi rend="italic">Colloquium Heptaplomeres</hi>, dove esponenti di ogni convinzione e fede discutono di scottanti “segreti” filosofico-religiosi, ha luogo nella città emblema della libertà di pensiero. E nel Mercante di Venezia il Doge non può evitare che “il corso della legge” sia uguale per tutti, e per solidi motivi: “il commercio e il profitto della città” coinvolgono “tutte le nazioni”, e se agli “stranieri” non fosse garantita parità di trattamento, “la giustizia ne patirebbe” (e, dietro, il commercio e il profitto)».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-014-backlink">7</ref></hi>	<hi >Il riferimento è a White 2013. </hi>Peraltro, in questa grande sintesi di un Baretti neanche si parla. Quel che è percepito come interessante, nella Londra settecentesca, è l’Opera italiana, l’architettura di Palladio ripresa da Wren e altri (che è vista come consona, nella sua essenzialità, agli ideali protestanti) (<hi >White 2013, </hi>18 s.); e la pittura italiana, esibita in vari luoghi, pubblici e privati. Pittoresco e rimarcato l’arrivo di Casanova; italiani un maestro di fuochi artificiali (<hi >White 2013, </hi>321), e i fantoccini» (<hi >White 2013, </hi>316), cioè il teatro delle marionette italiano di Carlo Perico. Si veda su quest’ultimo soggetto <ref target="https://wepa.unima.org/en/fantoccini/"><hi rend="CharOverride-2">https://wepa.unima.org/en/fantoccini/</hi></ref> (2024-06-20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-013-backlink">8</ref></hi>	<hi >Si veda Brewer 2013 (197-200 per i ri</hi>ferimenti a Baretti). Su Foscolo in Inghilterra scriverà un articolo anche Rossi (1954). Si tratta di una lunga recensione critica al libro di Vincent<hi > (1953).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-012-backlink">9</ref></hi>	Querini raggiunge l’Inghilterra nel 1711, conosce Gilbert Burnet, lo storico della Riforma, Thomas Burnet, e Newton tra gli altri, e viene accolto con ogni possibile onore. Sui suoi viaggi si veda Busi 2008-2009, 129-42. La tesi, molto accurata e a quanto ci risulta ancora inedita, si basa sull’autobiografia latina del Querini, pubblicata nel 1749, e soprattutto sulla ricchissima corrispondenza. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-011-backlink">10</ref></hi>	Per esempio, le corrispondenze diplomatiche di Pietro Paolo Celesia, residente genovese a Londra, che trattano intensamente della questione corsa, sono state studiate in una tesi vecchio ordinamento ancora inedita da Giannini 1991. Tali corrispondenze sono fonti notevolissime, data l’intelligenza e perspicuità del personaggio, anche per comprendere l’Inghilterra al di là del discorso politico-diplomatico. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-010-backlink">11</ref></hi>	Ringrazio la dottoressa Roberta Ferri per avermi procurato parte del testo, e il dottor Roberto Ferraboschi direttore della medesima. Non è facile stabilire sempre quale sia la versione finale desiderata da Rossi, che evidentemente è quella inviata a Cantimori, e da questi all’Einaudi, che non ho ancora reperito. Il testo è dattiloscritto, e porta l’indicazione «Provenienza: Prof. Quaranta», indicazione su cui sto ancora facendo accertamenti. Si tratta con tutta probabilità della copia inviata a Mario Quaranta (1934-2020), amico di Rossi, e docente a Padova, presso il liceo «Tito Livio», per decenni. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-009-backlink">12</ref></hi>	Ad esempio Astaldi 1940, breve testo forse troppo polemico ma sicuramente stimolante. Interessanti anche le considerazioni di Morpurgo Santoro 1923.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-008-backlink">13</ref></hi>	Si veda ad esempio Abbracciavento 2005. Per quel che riguarda l’ambito letterario, si vedano le fini notazioni di Stäuble 2003.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-007-backlink">14</ref></hi>	Temi ampiamente sviluppati sia nell’Ottocento sia ai tempi dello stesso Graf, si veda ad esempio Butti 1909.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-006-backlink">15</ref></hi>	Calogero, Cottino 1954. In quegli anni sul tema dell’anglomania-filia-fobia interverranno in diversi, compreso il grande storico Alberto Aquarone, e dunque è doloroso che non sia stato pubblicato il volume di Rossi. Si veda Aquarone 1958 e <hi rend="italic">infra</hi><hi >, appendice II. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-005-backlink">16</ref></hi>	Per portare un esempio molto recente, Bianco 2019. Su cui mi permetto di rimandare a Bernardini 2022, 165-69. Ma vedi anche Vicentini 2012.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-004-backlink">17</ref></hi>	Si veda Romani 2002; 2006, pp. 117-40. Sull’anglofilia politica, Ghisalberti 1979. Sull’anglofobia, fondamentale il contributo del Romagnosi, acerrimo nemico del sistema ancor feudale inglese. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-003-backlink">18</ref></hi>	Sul quale si veda ora la precisa voce di Adriana Mauriello sul <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, vol. XCV, 2019: <ref target="https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-toffanin_(Dizionario-Biografico"><hi rend="CharOverride-2">https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-toffanin_(Dizionario-Biografico</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">)</hi> (2024-06-20). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-002-backlink">19</ref></hi>	Una notazione di storia italiana. Profetico Rossi, quando si riferisce a Fanfani. Mentre Rossi scrive questa lettera, Fanfani era primo ministro, lo sarà dal 27 luglio 1960 al 22 giugno 1963. Tornerà 20 anni dopo, una storia alla Dumas, dall’82 all’83, e poi per pochi mesi nel 1987: servendo dunque per ben cinque volte come primo ministro, in un arco di tempo che va dal 1954 al 1987. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-001-backlink">20</ref></hi>	Si veda Gozzano 1971. <ref target="Https://www.cvce.eu/content/publication/2007/11/12/f17f659c-da81-4b68-93f4-e73ea497a885/publishable_it.pdf"><hi rend="CharOverride-2">Https://www.cvce.eu/content/publication/2007/11/12/f17f659c-da81-4b68-93f4-e73ea497a885/publishable_it.pdf</hi></ref> (2024-06-20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_05.html#footnote-000-backlink">21</ref></hi>	Calogero 2010, 314 s. Tutto il fascicolo di «Occidente» è dedicato ai rapporti «psicologici» tra Italia e Inghilterra. </p></item>
				</list></div></div>
      
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