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        <title type="main" level="a">Una singolare epidemia del Settecento: Baretti e la «peste» antiquaria</title>
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            <surname>Bianco</surname>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
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        <p>This essay aims at outlining Baretti’s attitude toward antiquarianism, which pervaded eighteenth-century Europe and Italy in particular, first with the revival of Etruscan studies and then with the discovery of Herculaneum and Pompeii. Baretti’s attacks towards the study of antiquities cover the years before Baretti definitively moved  to England in 1766, starting from 1750, when he published the “Primo Cicalamento” against Giuseppe Bartoli, Paduan antiquarian and professor of eloquence and Greek at the University of Turin, who took part in the renowned antiquarian dispute over the «Querini Diptych». His dislike of the antiquarian concerns of his time would later become ‒ unexpectedly ‒ a matter of political balance, involving the Kingdom of Naples and the Republic of Venice.</p>
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            <item>antiquarianism</item>
            <item>etruscomania</item>
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            <item>discovery of Herculaneum and Pompeii</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.06" /></p>
      
      <div><head>Una singolare epidemia del Settecento: <lb/>Baretti e la «peste» antiquaria</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" >Elisa Bianco</p><p rend="text" >«Lana triste da pettinare son io. Son mala lingua; son il flagello de’ Pedanti, e de’ lor Protettori, ed essi non sono il mio». Così Baretti scriveva di se stesso a Giovanni Lami<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-030">1</ref></hi></hi> il 18 marzo del 1750, e mai, forse, definizione fu più appropriata per descrivere l’indole caustica e dissacrante di Giuseppe Baretti, che troverà piena espressione e realizzazione, più di un decennio dopo, nell’Aristarco Scannabue della <hi rend="italic">Frusta letteraria</hi>.</p><p rend="text" >L’occasione per tratteggiare un tale ritratto di sé gli era data dalla narrazione delle vicende che recentemente lo avevano visto coinvolto e che grande risonanza stavano avendo a Torino, e non solo: si trattava del «caso Baretti-Bartoli»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-029">2</ref></hi></hi>, sul quale oramai da tempo era rivolta l’attenzione di una parte degli eruditi – in particolare quelli piemontesi della Regia Università di Torino, di cui il Bartoli in questione era collega – e sui cui sviluppi Baretti informava puntualmente il celebre erudito fiorentino, fondatore e direttore delle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-028">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >All’origine del conflitto tra i due un enigma sul quale gli studiosi di antichità si stavano arrovellando e che aveva prodotto negli anni ipotesi tra le più disparate. A lanciare la sfida era stato il cardinale Angelo Maria Querini, dal 1727 vescovo di Brescia, tra le maggiori figure di spicco della <hi rend="italic">République des lettres</hi> settecentesca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-027">4</ref></hi></hi>: nel 1732 Querini aveva acquistato un dittico – che da quel momento in poi verrà detto «quiriniano» –, risalente alla tarda età romana, databile al V sec., costituito da due valve in avorio intagliate a bassorilievo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-026">5</ref></hi></hi>, custodite in una preziosa teca in rame, fatta realizzare nel Quattrocento da uno dei precedenti proprietari, il cardinale Pietro Barbo, salito nel 1464 al soglio di Pietro come Paolo II<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-025">6</ref></hi></hi>, il quale, come il Querini, fu grande collezionista di antichità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-024">7</ref></hi></hi>. Le due tavolette, all’apparenza molto simili tra loro, presentavano il medesimo impianto architettonico, all’interno del quale, in ambo i casi, trovava spazio una coppia costituita da un soggetto femminile e uno maschile, identificati da attributi diversi nell’una e nell’altra valva. Querini sfidava, dunque, la comunità scientifica a dare un’interpretazione delle tavolette, a datarle e ad attribuire un nome alle due coppie di figure.</p><p rend="text" >Questo invito produsse un intenso scambio di riflessioni tra gli eruditi – solo per citarne alcuni, Scipione Maffei, Ludovico Antonio Muratori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-023">8</ref></hi></hi>, Anton Francesco Gori, Gianfrancesco Baldini –, le cui ipotesi Querini sottopose agli accademici parigini dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres sotto forma di una lettera, inviata nell’autunno del 1742, a Claude de Boze, presidente dell’istituzione (Querini 1743), corredata di una riproduzione in rame del dittico affinché il dibattito allargasse sempre più i propri confini. Cosa che di fatti avvenne, come testimoniano le numerose pubblicazioni sul dittico che a partire dal 1743 in poi videro la luce.</p><p rend="text" >All’appello rispose, tra gli altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-022">9</ref></hi></hi>, anche Giuseppe Bartoli (cfr. Mazzuchelli 1758, 445-50; Paravia 1842; Moretti 1964), padovano d’origine, già assistente di fisica sperimentale presso l’Ateneo patavino, figura poliedrica, nella quale agli interessi scientifici si affiancavano passione antiquaria e vena poetica. Nel 1745 Bartoli era stato chiamato all’Università di Torino a succedere alla cattedra di eloquenza italiana e lingua greca fino ad allora tenuta dal modenese Girolamo Tagliazucchi, maestro del Baretti e di tanti altri eruditi piemontesi che giudicarono Bartoli indegno di occupare la cattedra del loro maestro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-021">10</ref></hi></hi>. Ma, a dispetto di essi, Bartoli era destinato a rimanere per trent’anni nella capitale sabauda dove, inoltre, gli venne affidata l’organizzazione e la direzione del Museo dell’Università e venne nominato «regio antiquario» da Carlo Emanuele III. L’<hi rend="italic">affaire</hi> del dittico, tuttavia, contribuì a minare la sua credibilità, ed ebbe un prezzo anche per il Baretti, che, in seguito a questa vicenda, si risolse a lasciare non solo il Piemonte ma l’Italia. </p><p rend="text" >Il tiepido benvenuto, infatti, che Bartoli aveva ricevuto al momento dell’insediamento a Torino si trasformò nel 1750 in aperta ostilità: Baretti in quell’anno dava alle stampe il suo <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi> – primo e ultimo poiché gli fu impedito di dar seguito al progetto –, in cui Bartoli era fatto oggetto di pubblico ludibrio, cosa che, viste le circostanze, sembrava tutt’altro che immotivata. Nel suo breve discorso Baretti dava voce, con la causticità e la mordacità che ne diverranno segno distintivo, all’insofferenza che da tempo parte del mondo erudito nutriva per il professore torinese, che da più di quattro anni si vantava di aver risolto il <hi rend="italic">rebus</hi> queriniano e di volerne dar presto contezza alla comunità erudita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-020">11</ref></hi></hi>; ma che alle parole non faceva seguire i fatti, limitandosi a dare alle stampe una serie di prolisse, lunghe lettere – cinque al momento dell’uscita del <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi> – rivolte ai maggiori eruditi che si erano cimentati col celebre manufatto per confutarne le tesi. La «vera spiegazione» del dittico, tanto attesa, arriverà solamente nel 1757<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-019">12</ref></hi></hi>, sfidando, per più di un decennio, la pazienza di molti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-018">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Il bersaglio di Baretti non era, però, solo Bartoli. Attaccando Bartoli Baretti intendeva colpire un’intera categoria, di cui Bartoli viene assurto a modello, quella degli eruditi, degli antiquari, che perdono la vita «conghietturando, strolagando dietro a quelle galanterie; ché galanterie piuttosto che altro si denno le anticaglie riputare», lo studio delle quali «priva la patria di alcun bello ingegno, rendendoglielo inutile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-017">14</ref></hi></hi>. E se lo studio delle antichità è considerato una «epidemia, […] vera peste che da mezzo secolo va serpendo, anzi pure inondando tutta la dotta Europa», «peste di frivola e falsa letteratura», «stolta e bastarda erudizione», gli eruditi sono apostrofati come una «strana specie di matti», che «un secolo così inasinito dietro le anticaglie» considera «uomini pregni di vera dottrina e di vero sapere». Del resto, nel Settecento, il gusto per le antichità si era diffuso a dismisura, andando ben oltre i confini del mondo erudito, fino a diventare una moda, se non una vera e propria ossessione. Lo testimoniava il teatro: proprio nello stesso anno in cui Baretti pubblicava il suo <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi>, Goldoni metteva in scena a Venezia la <hi rend="italic">Famiglia dell’Antiquario</hi>, il cui protagonista, il conte Anselmo Terrazzani, è un antiquario dilettante e sprovveduto - figura ricorrente nel teatro del tempo -, che scialacqua i beni di famiglia per collezionare antichità di dubbio pregio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-016">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >L’invettiva barettiana contro gli studi antiquari rappresenta, dunque, la cartina di tornasole di quanto la cultura del tempo fosse permeata dalla frequentazione dell’antichità, a cui alla romana e alla greca si era aggiunta, negli ultimi decenni, quella etrusca: la pubblicazione a Firenze, tra il 1723 e il 1726, del <hi rend="italic">De Etruria regali</hi> di Thomas Dempster, a un secolo dalla sua stesura, aveva inaugurato una nuova stagione per gli studi etruschi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-015">16</ref></hi></hi>; nuova poiché già nel Cinquecento il mito etrusco si era diffuso in Toscana, e da qui al resto della penisola, sulla spinta di Cosimo I, primo <hi rend="italic">dux Etruriae</hi>, che ne aveva fatto strumento di consolidamento della propria posizione (Cipriani 1980). Il <hi rend="italic">revival</hi> etrusco settecentesco risponderà, a sua volta, ad esigenze di natura politica, anche se non solo, finalizzato a legittimare su basi storiche l’indipendenza toscana messa in pericolo dall’estinzione della linea maschile medicea, che apriva lo spazio ad ingerenze da parte delle grandi potenze straniere.</p><p rend="text" >È, appunto, in questo contesto che trova ragione l’interesse per la pubblicazione dell’opera di Dempster, a cui faceva eco nel 1726 la fondazione dell’Accademia Etrusca di Cortona, ad opera di Marcello e Ridolfino Venuti e altri studiosi locali, che divenne il principale centro di irradiamento degli studi etruschi, divulgati attraverso la pubblicazione dei <hi rend="italic">Saggi di dissertazioni accademiche pubblicamente lette nella nobile Accademia Etrusca dell’antichissima città di Cortona</hi>, a cui collaborarono i maggiori rappresentanti dell’antiquaria del tempo, tra i quali troviamo nomi già qui citati, Scipione Maffei, Giovanni Lami, Anton Francesco Gori. Ad essa si aggiunse negli stessi anni la Società Colombaria, nata a Firenze per opera di un gruppo di studiosi e appassionati del passato, i cui incontri informali assunsero, dal 1735, una veste formale, dando vita ufficialmente alla Società, che contribuì insieme all’Accademia cortonese a promuovere lo studio delle antichità etrusche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-014">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Uno dei bersagli di Baretti nel <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi> sarà proprio l’Accademia Etrusca, e più in generale l’«etruscomania» che negli ultimi decenni aveva dominato le ricerche antiquarie:</p><quote rend="quotation_b" >E da questi miei principi è nato in me quel ribrezzo, quel pochin d’astio ch’io ho con quell’accademia cortonese, istituita perché gli accademici ricevuti in quella «attendono spezialmente alle antichità etrusche»: accademia fondata sicuramente dal più solenne pazzo che sia stato da Orlando in qua; e pazzi letterati sono per mia fé tutti que’ signori accademici, il più famoso de’ quali è stato capace di fare un distico in lingua etrusca dopo vinticinque anni di studio, come vi dissi sopra, e dal quale fra vinticinque altri anni, se sarem vivi, aspetto qualche bel sonettino alla maniera del Zappi, recitato dal poeta della corte di Porsenna in lode del generoso Muzio Scevola.</quote><p rend="text" >La lingua etrusca sulla quale pone l’accento Baretti era stata, in effetti, oggetto di impetuosi dibattiti tra gli studiosi, emblematico, e ampiamente studiato, quello tra Anton Francesco Gori e Scipione Maffei che si protrasse per anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-013">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >L’entusiasmo per le indagini archeologiche e il fervore del dibattito accademico che caratterizzarono la ricerca e la riflessione sul mondo etrusco prepareranno il terreno alla nuova stagione di studi che verrà inaugurata a metà secolo dalle scoperte ercolanensi, la quale, a sua volta, come la precedente, andrà a fornire materiale a Baretti per i suoi attacchi contro gli studi antiquari.</p><p rend="text" >A partire dagli anni Quaranta del Settecento, a dispetto del riserbo voluto dalla corte napoletana, grande risonanza ebbe la ripresa degli scavi ercolanensi, dei quali rapidamente si diffusero notizie e indiscrezioni generando un numero considerevole di pubblicazioni: nel solo 1748 vengono date alle stampe la <hi rend="italic">Descrizione delle prime scoperte dell’antica città di Ercolano</hi> del cortonese Marcello Venuti, allora direttore della Galleria Farnese di Napoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-012">19</ref></hi></hi>; le <hi rend="italic">Notizie del memorabile scoprimento dell’antica città di Ercolano </hi>di Anton Francesco Gori, che raccoglie la corrispondenza dell’erudito fiorentino con gli studiosi che avevano avuto il privilegio di visitare gli scavi; e il <hi rend="italic">Mémoire sur la ville souterraine découverte au pied du mont Vesuve</hi>, libretto dall’attribuzione incerta (forse l’abate Moussinot, identificato da alcuni con il segretario dell’ambasciatore francese a Napoli), che ebbe grande diffusione in Europa e venne presto tradotto in diverse lingue tra cui anche l’italiano. A queste si aggiungono, sempre in quell’anno, la lettera di Angelo Maria Querini sugli scavi di Ercolano inviata all’erudito tedesco Johann Matthias Gesner<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-011">20</ref></hi></hi> e la lettera di Scipione Maffei «sopra le nuove scoperte d’Ercolano» nella raccolta <hi rend="italic">Tre lettere del signor marchese Scipione Maffei</hi>.</p><p rend="text" >Non poteva ancora saperlo, Baretti, ma anche Napoli, come Torino, avrebbe vantato a breve il proprio «Bartoli»: Ottavio Antonio Baiardi, giunto a Napoli da Roma nel 1747, grazie all’influente cugino, allora primo ministro, Giovanni Fogliani, col compito di illustrare i monumenti di Ercolano recentemente rinvenuti. Il risultato furono i cinque tomi del <hi rend="italic">Prodromo delle antichità di Ercolano</hi>, pubblicati tra il 1752 e il 1756, quasi tremila pagine, in cui alle antichità era riservato solo qualche timido cenno dedicate tutte com’erano alla prolissa e interminabile narrazione delle fatiche di Ercole (ma solo le prime sette), eponimo di Ercolano. Voci di disapprovazione, nonché di sarcasmo, si levarono non solo a Napoli ma in tutta Europa, tanto da indurre il sovrano a farne interrompere la pubblicazione. La successiva impresa di Baiardi, il <hi rend="italic">Catalogo degli antichi monumenti dissotterrati dalla discoperta città di Ercolano</hi>, uscito a Napoli nel 1754, non raccolse nuovamente il successo sperato e venne fatto, a sua volta, oggetto di feroci critiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-010">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Questa eccitazione per gli scavi ercolanensi contribuisce a tener viva la polemica antiquaria barettiana negli anni successivi al <hi rend="italic">Cicalamento</hi>, con esiti, ancora una volta, infausti per Baretti.</p><p rend="text" >Nel secondo numero della <hi rend="italic">Frusta</hi> del 15 ottobre del 1763 la disputa tra i veronesi Luigi Pindemonti e Domenico Vallarsi sulle iscrizioni – falsi moderni come dimostrato da Pindemonti – incise sulla cassa di piombo a custodia dei corpi dei SS. Fermo e Rustico offriva a Baretti-Aristarco Scannabue l’occasione per definire il mestiere degli antiquari «balordo e facchinesco», e al contempo per lodare il Pindemonti per «smascherare e mettere in ridicolo l’impostura e la ciarlataneria degli antiquarj». Baretti si spingeva a tal punto da avanzare l’ipotesi di fare del Pindemonti un collaboratore della <hi rend="italic">Frusta</hi> per</p><quote rend="quotation_b" >scrivere de’ supplementi […] e dare al mondo un distinto ragguaglio di tutte le corbellerie che si anderanno stampando, o che si sono in quest’ultimi anni stampate ne’ nostri paesi sulla lingua etrusca, sul dittico Quiriniano, su i vetri cimiteriali, su i rottami delle pignatte che si vanno tratto tratto scavando in Umbria, su i tripodi, e su i chiodi trovati nelle città d’Industria e Ercolano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-009">22</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Della stoccata verso gli scavi di Ercolano se ne risentì l’allora primo ministro Tanucci, a cui le parole di Baretti suonarono irriverenti verso l’Accademia Ercolanese, da lui istituita e presieduta, e se ne lamentò con l’allora residente napoletano a Venezia, il conte Giuseppe Finocchietti, affinché l’offesa fosse ripagata con la soppressione della rivista e la punizione del suo autore (Baretti 1822, 7 ss.). Seguì, all’inizio di dicembre di quell’anno, una prima accorata lettera di difesa indirizzata al ministro napoletano, in cui Baretti dichiarava il proprio amore per la Spagna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-008">23</ref></hi></hi>, il suo essere «uomo di genio disperatamente spagnuolo, e specialmente divoto più del nome del presente re di Spagna che non d’alcun altro nome che sia in Europa, e studiosissimo inoltre della lingua e della nazione spagnuola», e giustificava quanto affermato nella <hi rend="italic">Frusta</hi> come rivolto a «que’ superficiali antiquari che hanno voluto scrivere di quelle antichità senza sufficiente dottrina»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-007">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Non sortendo il risultato sperato di placare lo sdegno di Tanucci, il 31 dicembre gli inviava una seconda lettera, ribadendo la propria innocenza:</p><quote rend="quotation_b" >… io non ho fatto altro nel detto mio foglio che metter in burla un autore, che ha scritto un grosso tomo sopra una assai poco importante iscrizione, insinuando nello stesso tempo alla pluralità de’ nostri studiosi paesani di non immergersi con tutte le loro facoltà mentali in uno studio così pieno d’incertezze e di dubbi, qual è quello delle antichità; additando […] come gente da poco quelli che si perdono a comporre volumi intorno alle lucerne d’Industria e ai chiodi di Ercolano. Chi m’avesse detto che per un’inezia di questa sorte, per un frizzo buttato giù di galoppo, me n’avesse a venire tanta tempesta addosso!<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-006">25</ref></hi></hi></quote><p rend="text" >L’articolo, apparso nel nono volume della <hi rend="italic">Frusta</hi> del successivo primo febbraio, che tesse lunghe lodi al primo volume de <hi rend="italic">Le Antichità di Ercolano</hi> uscito nel 1757, è da leggersi in relazione a tale incidente diplomatico, come attesta la lettera inviata all’amico Francesco Carcano il 28 gennaio 1764, in cui Baretti afferma di aver fatto «un po’ d’elogio al libro d’Ercolano, con che suppongo che si calmerà quella faccenda, che m’ha dato fastidio più che mediocre»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-005">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Più esplicito, e tagliente, sarà nella lettera inviata a Giambattista Chiaramonti, il primo febbraio:</p><quote rend="quotation_b" >Credo avrete a quest’ora visto sino al nono numero della <hi rend="italic">Frusta</hi>. In quel numero ho dovuto parlare d’un libro di Napoli per far un po’ d’argine alla furia d’un marchese Tanucci, ministro onnipossente di Napoli, che fece qui dal conte Finocchietti, Residente di S. M. siciliana, dare un violentissimo memoriale contro Aristarco all’eccelso Collegio, dimandando soppressione del foglio e castigo all’autore per un passo del secondo numero bestialmente da S. Eccel.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1">a</hi> Tanucciana interpretato. Ma i savi veneziani m’hanno fatta giustizia, e la burrasca orribile passò via senza danneggiarmi punto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-004">27</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Non a torto Baretti si era stupito della reazione apparentemente esagerata di Tanucci, che, tuttavia, può essere spiegata alla luce dei rapporti tra Napoli e Venezia negli anni successivi alla Guerra di successione polacca, in cui le tensioni tra il Regno di Napoli e la Serenissima coinvolsero più piani, quello politico, quello diplomatico e quello commerciale: in gioco vi era il prestigio del nuovo Regno che, a tutti i costi, il ministro Tanucci voleva destinare a un ruolo egemone nella penisola (cfr. Pitteri 2001; 2007).</p><p rend="text" >Fin da subito dopo il proprio insediamento Carlo di Borbone aveva cercato di stringere con Venezia un’alleanza politica, volta a rendere più stabile la propria posizione, non ancora del tutto al sicuro da rivendicazioni asburgiche, e ad arginare le mire espansionistiche dei Savoia a garanzia di un equilibro stabile nella pianura padana; invano poiché la Repubblica continuava a dimostrarsi ferma nella propria neutralità e interessata unicamente a questioni di carattere economico, ovvero al rinnovo degli antichi privilegi commerciali, sospesi durante la precedente dominazione austriaca. Anche sul piano diplomatico Napoli aveva sollevato ripetute rimostranze verso la Serenissima, colpevole di non riconoscere il peso politico del Regno, come era dimostrato dall’invio a Napoli in rappresentanza della Repubblica di un residente e non di un ministro di primo grado appartenente al patriziato. La questione del grado dei ministri si protrasse a lungo e si risolse solamente nel 1754 con il reciproco invio dei propri rappresentanti, senza che questo fosse, comunque, risolutivo nel distendere le relazioni tra i due Stati (Pitteri 2007, 51-57).</p><p rend="text" >Negli anni che seguirono, durante il periodo di reggenza, si tentò nuovamente di convincere Venezia ad abbandonare la propria neutralità senza ottenere alcun risultato se non il risentimento e i sospetti di Tanucci verso la Repubblica, la cui politica marittima avrebbe contribuito ad aprire un ulteriore fronte di crisi: Venezia, infatti, da tempo aveva avviato con gli Stati di Barberia trattative di pace mai concluse a causa dell’ostilità di Roma, Napoli e Madrid che minacciava di interrompere i rapporti sia diplomatici sia commerciali con Venezia. I vantaggi economici per la Serenissima derivanti dalla pace sarebbero stati a discapito soprattutto dei commerci del Regno di Napoli e dello Stato pontificio, privati della protezione della flotta marciana contro i pirati barbareschi che, a quel punto, sarebbero penetrati in Adriatico. A nulla valsero le rassicurazioni del Senato circa la difesa delle acque del Golfo; perciò, la Repubblica si vide costretta ad abbandonare i propri disegni africani. Almeno fino al 1763 quando vennero sottoscritti i trattati di pace con Algeri e Tunisi (l’anno successivo sarà la volta di Tripoli).</p><p rend="text" >Era propri in quei mesi del 1763, in cui si stava consumando la «crisi adriatica» tra la Serenissima e il Regno di Napoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-003">28</ref></hi></hi>, che Baretti – che aveva riparato l’anno prima a Venezia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-002">29</ref></hi></hi> dopo aver lasciato Milano in seguito alle proteste portoghesi per le note poco lusinghiere sul Portogallo affidate alle pagine delle <hi rend="italic">Lettere familiari </hi>– pubblicava nella <hi rend="italic">Frusta</hi> le considerazioni di cui si è detto sopra, con un tempismo che non poteva essere peggiore. È ragionevole pensare, dunque, che Tanucci abbia colto l’occasione per strumentalizzare le parole di Baretti e provocare un incidente diplomatico, che, come sappiamo, non ebbe, tuttavia, le conseguenze temute da Baretti. L’elogio de <hi rend="italic">Le Antichità di Ercolano</hi> non fu sufficiente, comunque, a blandire la corte napoletana, come si era illuso: infatti, la sospensione della <hi rend="italic">Frusta</hi> qualche anno dopo non fu solo l’esito del giudizio verso il Bembo ma, soprattutto, delle «querele frequenti che giungevano d’ogni parte, ed anche dalla corte di Napoli, per li modi irriverenti e maledici dei suoi scritti» (Fubini 1964).</p><p rend="text" >Non aveva mitigato la sua ostilità verso gli studi di antiquaria e gli eccessi di erudizione il primo soggiorno londinese, al quale Baretti si era risoluto dopo l’<hi rend="italic">affaire</hi> queriniano, nonostante fosse stato proprio un antiquario, e non un antiquario qualunque, ad introdurlo nella società londinese: si trattava di Martin Folkes, matematico e astronomo, vicino a Newton, ma anche studioso di antichità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-001">30</ref></hi></hi>, presidente, al momento dell’arrivo di Baretti in Inghilterra, contemporaneamente della <hi rend="italic">Royal Society</hi> nonché niente meno che della… <hi rend="italic">Society of Antiquaries</hi>!<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_06.html#footnote-000">31</ref></hi></hi></p><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Baretti, G. 1779. </hi><hi rend="italic">Scelta di lettere familiari fatte per uso degli studiosi di lingua italiana</hi><hi>, vol. I. Londra: Giovanni Nourse.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Baretti, G. 1822. </hi><hi rend="italic">Scritti scelti, inediti o rari di Giuseppe Baretti con nuove memorie della sua vita</hi><hi>, </hi>a cura di P. Custodi, vol. I. Milano: G.B. Bianchi e C.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Baretti, G. 1911. “Primo cicalamento.” In Id., </hi><hi rend="italic">Prefazioni e polemiche</hi><hi>, a cura di L. Piccioni. Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Baretti, G. 1936. </hi><hi rend="italic">Epistolario</hi><hi>, a cura di L. Piccioni, vol. I. Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Barocchi, P., Gallo, D. (a cura di). 1985. </hi><hi rend="italic">L’Accademia etrusca</hi><hi>. Milano: Electa. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bartoli, G. 1753. </hi><hi rend="italic">Lettere apologetiche di Giuseppe Bartoli antiquario di sua Maestà, sopra alcuni novellieri, e giornalisti letterarj, sopra lo studio delle antichità, e sopra altri argomenti eruditi, all’occasione del Dittico quiriniano</hi><hi>. Torino: Filippo Antonio Campana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bartoli, G. 1757. </hi><hi rend="italic">Il vero disegno delle due tavolette d’avorio chiamate Dittico Quiriniano</hi><hi>. Parma: Francesco Borsi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bartoloni, V. 1996. “Giovanni Lami: una bibliografia.” </hi><hi rend="italic">Rassegna storica toscana</hi><hi> XLII: 379-92. Poi in</hi><hi rend="italic"> Giovanni Lami e il Valdarno inferiore: i luoghi e la storia di un erudito del Settecento</hi><hi>, a cura di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>V.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>Bartoloni, </hi>269-78<hi>. Pisa: Pacini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bonora, E. 1992. “Baretti e la Spagna.” In </hi><hi rend="italic">Italia e Spagna nella cultura del ’700</hi><hi>, </hi>convegno internazionale (Roma, 3-5 dicembre 1990), 33-62. Roma: Accademia Nazionale dei Lincei<hi>. </hi>[<hi rend="italic">Atti dei Convegni Lincei</hi>, 97]</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bruni, S. 2008. “Anton Francesco Gori, Carlo Goldoni e La famiglia dell’antiquario. Una precisazione.” </hi><hi rend="italic">Symbolae Antiquariae</hi><hi> 1: 11-69.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bruni, S. 2012. “Origini etrusche, origini italiche e l’erudizione antiquaria settecentesca.” In </hi>V. Bellelli (a cura di), <hi rend="italic">Le origini degli Etruschi: storia, archeologia, antropologia</hi>, 295-344. Roma: L’Erma di Bretschneider.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bruni, S. 2016. “Gli Etruschi nella Firenze degli anni di Gian Gastone e della Reggenza: collezioni, antiquari e mercanti.” In B. Arbeid, S. Bruni, M. Iozzo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Winckelmann, Firenze e gli Etruschi: il padre dell’archeologia in Toscana</hi><hi>, catalogo della mostra (Firenze, Museo archeologico nazionale, 26 maggio 2016-30 gennaio 2017), 57-84. Pisa: ETS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Bruni, S. 2018. <hi rend="italic">Anton Francesco Gori, Gaetano Albizzini, Francesco Vettori e l’officina del Museum Etruscum</hi>, Pisa-Roma: Serra. [<hi rend="italic">Symbolae Antiquariae</hi>, 7]</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Busi, D. 2008. </hi><hi rend="italic">I primi passi di un erudito: Angelo Maria Querini, Firenze e</hi><hi> l’Oratio de Mosaicae historiae praestantia. Roccafranca: La Compagnia della Stampa. [</hi><hi rend="italic">Annali Queriniani. Monografie</hi><hi>, 7].</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Camporeale, G. 2017. “Gli Etruschi nel quadro della cultura europea del Settecento. I contributi dell’Accademia Etrusca di Cortona e della Società Colombaria di Firenze.” In G.M. Della Fina (a cura di), </hi><hi rend="italic">Gli Etruschi nella cultura e nell’immaginario del mondo moderno</hi><hi>, atti del XXIV Convegno internazionale di studi sulla storia e l’archeologia dell’Etruria, 7-26. Orvieto-Roma: Quasar. [</hi><hi rend="italic">Annali per la fondazione del Museo Claudio Faina</hi><hi>, 24].</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Ciardi, M. 2002. </hi><hi rend="italic">Atlantide: una controversia scientifica da Colombo a Darwin</hi><hi>. Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Ciardi, M. 2003. “From Egypt to Atlantis: Giuseppe Bartoli Between Literature, Archeology and Natural History.” In F. Abbri, M. Segala (eds.), </hi><hi rend="italic">The Routes of Learning. Italy and Europe in the Modern Age</hi><hi>, 37-50. Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Cipriani, C. 1980. </hi><hi rend="italic">Il mito etrusco nel rinascimento fiorentino</hi><hi>. Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Cipriani, G. 1998. “Scipione Maffei e il mondo etrusco.” In G.P. Romagnani (a cura di), <hi rend="italic">Scipione Maffei nell’Europa del Settecento</hi>, atti del convegno (Verona 23-25 settembre 1996), 27-63. Verona: Cierre edizioni.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Cochrane, E. 1965. “Giovanni Lami e la storia ecclesiastica ai tempi di Benedetto XIV.” </hi><hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi><hi> CXXIII, 1: 48-73.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Cochrane, E. 1973. </hi><hi rend="italic">Florence in the Forgotten Centuries 1527-1800. A History of Florence and the Florentines in the Age of the Grand Dukes</hi><hi>. 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London: Society of Antiquaries.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Folkes, M.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>1763.</hi><hi rend="italic"> Tables of English Silver and Gold Coins</hi><hi>. London: Society of Antiquaries.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, R. 1964. “Baretti, Giuseppe.” In </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi>, vol. VI</hi><hi>. Roma: Istituto della Enciclopedia italiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Gagné, R. 2019. “The Isis of Turin Affair.” In R. Gagné, S. Goldhill, G.E.R. Loyd (eds.), </hi><hi rend="italic">Regimes of Comparatism: Frameworks of Comparison in History, Religion and Anthropology</hi><hi>, 210-43. Leiden: Brill.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Giudici, P. 1927. “Giovanni Lami, Giuseppe Baretti e una gustosa polemica del Settecento.” In </hi><hi rend="italic">Annuario del R. Liceo scientifico di Mantova per il 1925-1926</hi><hi>. Mantova: Tipografia Aldo Manuzio. Poi in P. Giudici. 1969. </hi><hi rend="italic">I romanzi di Antonio Fogazzaro e altri saggi</hi><hi>, 211-42. Roma: Edizioni dell’Ateneo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Gori, A.F. 1737. </hi><hi rend="italic">Museum Etruscum exhibens insignia veterum Etruscorum Monumenta, aereis tabulis CC</hi><hi>, 2 voll. Florentiae: Caietanus Albizinius.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Lorenzotti, P. 2011. “La fortuna del ‘Dittico Quiriniano’ nella stampa.” </hi><hi rend="italic">Misinta. Rivista di bibliofilia e cultura</hi><hi> 36: 15-20.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Maffei, S. 1739. “Trattato sopra la nazione etrusca e sopra gl’Itali primitivi.” In </hi><hi rend="italic">Osservazioni letterarie</hi><hi>, t. IV. Verona: Jacopo Vallarsi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Maffei, S. 1754. </hi><hi rend="italic">Dittico Quiriniano publicato e considerato</hi><hi>. 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Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Müntz, E. 1877. “La Renaissance à la court des papes. II: Les collections du cardinale Pierre Barbo (Paul II).” </hi><hi rend="italic">Gazette des beaux-arts</hi><hi> 16: 98-104.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Müntz, E. 1879. </hi><hi rend="italic">Les arts à la cour des papes pendant le XV et le XVI siècle</hi><hi>, vol. II:</hi><hi rend="italic"> Paul II: 1464-1471</hi><hi>. Paris: Ernest Thorin.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Nicoletti, G. 2002. “Orientamenti di poetica e frequentazioni di letteratura contemporanea nelle ‘Novelle letterarie’ di Giovanni Lami (1740-1769).” In </hi><hi rend="italic">Periodici toscani del Settecento. Studi e ricerche</hi><hi>, a cura di G. Nicoletti, 13-46. Firenze: Cadmo. </hi>[<hi rend="italic">Studi italiani</hi>, XIV, 1-2 (2002)]</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Pace, A. 1958. </hi><hi rend="italic">Benjamin Franklin and Italy</hi><hi>. 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Romae: Nicolaus, et Marcus Palearini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Querini, A.M. 1748. </hi><hi rend="italic">Decas quinta epistolarum Latinarum</hi><hi>.</hi> Brescia: Giammaria Rizzardi.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Rao, A.M. 2008. “Napoli e il Mediterraneo nel Settecento: frontiera d’Europa?” In F. Salvatori (a cura di), </hi><hi rend="italic">Il Mediterraneo delle città: scambi, confronti, culture, rappresentazioni</hi><hi>, 15-54. Roma: Viella.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Ricuperati, G. 1976. “L’affermazione della critica: Giovanni Lami e le ‘Novelle letterarie’.” In C. Capra, V. Castronovo, G. Ricuperati, </hi><hi rend="italic">La stampa italiana dal ’500 all’800</hi><hi>, 165-87. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Ricuperati, G. 1989. </hi><hi rend="italic">I volti della pubblica felicità. Storiografia e politica nel Piemonte settecentesco</hi><hi>. 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Pisa: Pacini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Salomon, X.F. 2003. “Cardinal Pietro Barbo’s Collection.” </hi><hi rend="italic">Journal of History of Collections</hi><hi> 15, 1: 1-18.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Savoia, F. 2010. </hi><hi rend="italic">Fra letterati e galantuomini. Notizie e inediti del primo Baretti inglese</hi><hi>. Firenze: Società editrice fiorentina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Schmitter, M. 2021. </hi><hi rend="italic">The Art Collector in Early Modern Italy: Andrea Odoni and his Venetian Palace</hi><hi>. Cambridge (MA): Cambridge University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Strazzullo, F. 1991. “Marcello Venuti scopritore di Ercolano.” In </hi><hi rend="italic">Atti della Accademia Pontaniana</hi><hi>, n.s., vol. XL: 169-206. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Vannini, F. 2002. “Francesco Gori.” In </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi><hi>, vol. LVIII. Roma: Istituto della Enciclopedia italiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Verga, M. 1999. “La cultura del Settecento. Dai Medici ai Lorena.” In </hi><hi rend="italic">Storia della civiltà toscana</hi><hi>, vol. V: </hi><hi rend="italic">I Lumi del Settecento</hi><hi>, a cura di F. Diaz, 125-52. Firenze: Le Monnier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Verga, M. 2016. “Dai Medici ai Lorena. Politica e cultura a Firenze.” In B. Arbeid, S. Bruni, M. Iozzo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Winckelmann, Firenze e gli Etruschi: il padre dell’archeologia in Toscana</hi><hi>, catalogo della mostra (Firenze, Museo archeologico nazionale, 26 maggio 2016-30 gennaio 2017), 21-36. Pisa: ETS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Waquet, F. 1980. “Les registres de Giovanni Lami (1742-1760): de l’érudition au commerce du livre dans l’Italie du XVIII siècle.” </hi><hi rend="italic">Critica storica</hi><hi> XVII, 3: 435-56.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Waquet, F., Waquet, J.-C. 1979. “Presse et société: le public des ‘Novelle letterarie’ de Florence (1749-1769).” </hi><hi rend="italic">Revue française d’histoire du livre</hi><hi> 22: 39-60.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Weiss, R. 1958. <hi rend="italic">Un umanista veneziano: papa Paolo II. </hi>Venezia-Roma: Istituto per la collaborazione culturale.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-030-backlink">1</ref></hi>	Giovanni Lami fu protagonista del panorama erudito del Settecento. Fondatore nel 1740 delle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi> – periodico che diresse per trent’anni, fino alla morte –, nel 1732 assunse l’incarico di bibliotecario della famiglia Riccardi e l’anno successivo venne nominato alla cattedra di Storia ecclesiastica presso lo Studio fiorentino. Su Lami risulta ancora fondamentale Rosa 1956; del medesimo autore è l’introduzione al volume <hi rend="italic">Giovanni Lami e il Valdarno inferiore: i luoghi e la storia di un erudito del Settecento</hi> (Rosa 1997). Inoltre, si veda, tra gli altri, Cochrane 1965; <hi>1973; Waquet 1980. </hi>Per una bibliografia sul Lami aggiornata fino agli anni Novanta cfr. Bartoloni 1996. Le lettere di Baretti a Lami sono state integralmente pubblicate in Baretti 1936. Le lettere, complessivamente sette, vanno dal gennaio del 1750 all’ottobre del 1752. Anche Giuseppe Bartoli, di cui si parlerà a breve, fu corrispondente del Lami: presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze sono conservate 15 lettere di Bartoli (Ricc. 3704 cc.161r-189v), che vanno dal 5 maggio 1745 al 9 settembre 1766, che per lo più si riferiscono all’acquisto delle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi>, prima a titolo personale poi per la Biblioteca del Real Museo di Torino. Vi è solo un cenno alla disputa col Baretti nella lettera datata 25 novembre 1749. Sui rapporti tra Bartoli e Lami si veda Giudici 1927.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-029-backlink">2</ref></hi>	Sul primo Baretti e, di conseguenza, anche sul caso qui menzionato cfr. Piccioni 1912, 75-79 e <hi rend="italic">passim</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-028-backlink">3</ref></hi>	Sulle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi> e sul panorama settecentesco della stampa periodica si vedano Ricuperati 1976; Waquet, Waquet 1979. Più recenti Nicoletti 2002; Pult Quaglia 2003.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-027-backlink">4</ref></hi>	Manca ad oggi un lavoro monografico – reso certamente arduo dall’imponente consistenza della corrispondenza del Querini che rivela una vastità impressionante di relazioni – che renda onore alla statura del cardinale e ne delinei in modo onnicomprensivo la complessità e la poliedricità delle attività e del pensiero. Per citare solo i lavori più consistenti e recenti che indagano singoli aspetti della personalità e del pensiero di Querini: Busi 2008; Ferraglio, Montanari 2006. Per cura di Ennio Ferraglio hanno visto la luce diversi carteggi di Querini, nel 2004 quello con l’abate Girolamo Tartarotti (Ferraglio 2004), nel 2008 quello con Muratori (Ferraglio, Faini 2008) e, infine, nel 2018 quello con il letterato bresciano Giammaria Mazzuchelli (Fenoglio 2018).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-026-backlink">5</ref></hi>	Il dittico è attualmente conservato a Brescia presso il Museo di Santa Giulia.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-025-backlink">6</ref></hi>	Il dittico sarà successivamente attestato nella collezione veneziana del celebre antiquario, magistralmente ritratto da Lorenzo Lotto, Andrea Odoni (1488-1545), sul quale si veda Schmitter 2021 (sul dittico queriniano cfr. in particolare 150-51).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-024-backlink">7</ref></hi>	Le collezioni di Pietro Barbo sono state studiate da Eugène Müntz (1877; 1879, in cui è pubblicato l’intero inventario del Barbo) e da Roberto Weiss (1958) poi. <hi>Più recente Salomon 2003.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-023-backlink">8</ref></hi>	Maffei (1754) giungerà a negare l’autenticità del dittico, attribuendolo al lavoro di un falsario del quindicesimo secolo. Il Muratori rinunciava, invece, all’impresa, impossibilitato a consultare i volumi della Biblioteca estense, e scriveva al Querini: «Non sapendo io dunque, dove fissare il piede, e trovandosi sossopra questa Ducale Libreria per cagione delle correnti disgrazie, senza poter’ io consultare alcuni Libri, altro non posso dire, se non che nulla so dire in questo bujo» (Querini 1743, <hi >lettera IV, VI Kal. Novemb. MDCCXLII, xv).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-022-backlink">9</ref></hi>	Per un elenco delle pubblicazioni sul dittico che uscirono a partire dal 1743 si veda Lorenzotti 2011. Quelle precedenti al 1753 sono elencate in Bartoli 1753 e in Donati 1753, 96-98, in particolare nota (b).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-021-backlink">10</ref></hi>	Esemplare il giudizio di Scipione Maffei che, scrivendo a Gian Maria Mazzuchelli, così lo apostrofava: «… ragazzo che per false informazioni dell’Ab. Badia, e d’alcuno altro, è stato ricevuto a Torino, paese in questo di ciechi, per Professore di belle lettere; l’abbiamo avuto a Verona sei mesi, e non sa né il Greco, né il Latino, né l’Italiano» (Maffei 1955, 1152). La figura e l’attività di Giuseppe Bartoli, su cui ha pesato certamente la polemica sollevata da Baretti, è stata positivamente rivalutata: si veda Ricuperati 1989, 122-25, in cui si indagano i rapporti con il Muratori, di cui Bartoli fu corrispondente; inoltre: Ciardi 2002, 155 ss. e <hi rend="italic">passim</hi>; <hi>2003. </hi>Bartoli trascorse gli ultimi quindici anni di vita a Parigi, dove frequentò Benjamin Franklin, conosciuto durante un breve soggiorno londinese. Sui rapporti tra Franklin e Bartoli cfr. Pace 1958, 237-40.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-020-backlink">11</ref></hi>	Bartoli lo annuncia in un <hi rend="italic">Programma</hi> stampato a Torino per Jacopo Antonio Rabi nel 1746 di cui dà notizia anche il Lami nelle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi>, vol. VII, 1746, coll. 780-782 (si veda Mazzuchelli 1758, 447).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-019-backlink">12</ref></hi>	Complessivamente Bartoli (1753) pubblicherà dieci lettere raccolte in un unico volume: <hi rend="italic">Lettere apologetiche di Giuseppe Bartoli</hi>. La spiegazione del dittico sarà pubblicata nel 1757 col titolo <hi rend="italic">Il vero disegno delle due tavolette d’avorio chiamate Dittico Quiriniano</hi> (Bartoli 1757).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-018-backlink">13</ref></hi>	L’attacco del Baretti deve aver minato non poco la fama dello studioso, già accolto a Torino con una certa diffidenza. Riuscirà un decennio più tardi a riguadagnare la credibilità perduta intervenendo nella disputa sul busto di Iside, conservato presso il Museo reale di Torino, sollevata dal pamphlet del 1761 di John Tuberville Needham (<hi rend="italic">De inscriptione quadam Aegyptiaca Taurini inventa</hi>), che, avvalorata l’autenticità del busto, metteva in relazione i segni, ritenuti geroglifici, ivi presenti con i caratteri cinesi. Bartoli, correttamente, smontava la tesi di Needham, dimostrando che il busto era di fattura recente. <hi>Sulla </hi><hi rend="italic">querelle</hi><hi> si veda Gagné 2019. </hi>Questa ennesima <hi rend="italic">querelle</hi> antiquaria è ricordata nella lettera di Antonio Greppi a Francesco Melleri pubblicata da Baretti 1779, lettera ventunesima.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-017-backlink">14</ref></hi>	Questa e tutte le citazioni seguenti del <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi> sono tratte da Baretti 1911. Baretti distingue tra «studio delle anticaglie» e «vero studio delle antichità»: solo quest’ultimo, rivolto alle antichità a partire da Costantino, è ritenuto di una qualche utilità poiché può «avere influenza sulla storia […] e riuscire di vantaggio a più d’un sovrano e per conseguenza a più d’un paese».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-016-backlink">15</ref></hi>	Sull’influenza esercitata dall’ambiente fiorentino sul teatro goldoniano si veda Bruni 2008, in cui Bruni esclude l’identificazione tra il personaggio del conte Terrazzani e l’erudito Anton Francesco Gori. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-015-backlink">16</ref></hi>	Sull’opera del Dempster, scritta tra il 1616 e il 1619 e pubblicata, corredata da tavole assenti nell’originale, un secolo dopo, sotto la direzione di Filippo Buonarroti assistito da Giovanni Bottari e Anton Maria Biscioni, e sul contesto politico-culturale in cui ebbe origine, si veda Cristofani 1978, del quale è ancora rilevante il volume <hi rend="italic">La scoperta degli Etruschi. </hi><hi rend="italic">Archeologia e antiquaria nel ’700</hi> (Cristofani 1983). A sua volta fondamentale per aver messo in relazione la pubblicazione del <hi rend="italic">De Etruria regali</hi> con il panorama politico del tempo Verga 1999; 2016. Sul tema si rimanda anche a De Angelis 2009.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-014-backlink">17</ref></hi>	Sull’Accademia Etrusca di Cortona nel Settecento si veda Barocchi, Gallo 1985, in particolare M. Verga, “‘A pubblica utilità della Toscana tutta’. L’Accademia etrusca di antichità e di iscrizioni di Cortona nel Settecento”, 23-30. Sulle origini della Società Colombaria fiorentina, Ermini 2003. Per una panoramica sul contributo dell’Accademia Etrusca e della Società Colombaria agli studi etruschi, Camporeale 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-013-backlink">18</ref></hi>	Maffei aveva pubblicato, subito dopo l’uscita del Dempster, nel 1727, in appendice alla <hi rend="italic">Istoria diplomatica</hi>, un <hi rend="italic">Ragionamento sopra</hi> <hi rend="italic">gli Itali primitivi</hi>, in cui contrapponeva all’ipotesi del Buonarroti (presentata nelle <hi rend="italic">Explicationes et Conjecturae</hi> a introduzione del testo del Dempster) circa un’origine egiziana degli etruschi un’origine cananea, grazie alla quale dava ragione della vicinanza tra etrusco ed ebraico. Successivamente Maffei (1739) amplierà il saggio nel <hi rend="italic">Trattato sopra la nazione etrusca e sopra gl’Itali primitivi</hi>, in aperta polemica con Anton Francesco Gori (1737). Sulla figura di Anton Francesco Gori, protagonista indiscusso dell’antiquaria toscana nel secondo quarto del Settecento, si rimanda a Vannini 2002; sul <hi rend="italic">Museum Etruscum</hi> si veda Bruni 2018 [<hi rend="italic">Symbolae Antiquariae</hi>, 7]. Sarebbe lungo esaminare in modo esaustivo gli aspetti e le figure che intervennero nel dibattito che divampò in questi decenni, e d’altra parte non è questa la sede. Si rimanda per una panoramica complessiva a Cristofani 1978; Bruni 2012; 2016. Sulla frequentazione di Scipione Maffei del mondo etrusco e sulla polemica con Gori cfr. Cipriani 1998; Faccini 2011.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-012-backlink">19</ref></hi>	Su Marcello Venuti e gli scavi ercolanensi si veda Donati, Bruschetti, Giulierini, Rocchini 2019; inoltre Strazzullo 1991.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-011-backlink">20</ref></hi>	In Querini 1748, IX: <hi rend="italic">Ad virum clarissimum Joannem Matthiam Gesnerum Publ. Goettingensem Professorem epistola</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-010-backlink">21</ref></hi>	Sulla vicenda si veda Pagano 1998, in particolare 160-62. Quando al Fogliani successe il Tanucci quest’ultimo diede alla Accademia Ercolanese, fondata nel 1755, il compito di illustrare i monumenti (risultato furono gli otto volumi illustrati de<hi rend="italic"> Le Antichità di Ercolano esposte</hi>, 1755-1792). Dell’Accademia faceva parte anche il Baiardi, il quale, tuttavia, sentendosi persona non gradita, lasciò dopo breve tempo e definitivamente Napoli per Roma. Sul Baiardi ancora valida la voce di Moretti 1963.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-009-backlink">22</ref></hi>	<hi rend="italic">La Frusta letteraria</hi> II, 15 ottobre 1763, 26.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-008-backlink">23</ref></hi>	Sui rapporti tra Baretti e la Spagna si veda Bonora 1992.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-007-backlink">24</ref></hi>	Baretti 1936, lettera CXIV, <hi rend="italic">Al marchese Bernardo Tanucci-Napoli, Di Venezia, li 2 dicembre 1763</hi>, 174.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-006-backlink">25</ref></hi>	Baretti 1936, lettera CXXII,<hi rend="italic"> Al marchese Bernardo Tanucci-Napoli, Di Venezia, li 31 </hi><ref target="http://dic.re"><hi rend="italic">dic.</hi><hi rend="italic">re</hi></ref><hi rend="italic"> 1763</hi>, 184.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-005-backlink">26</ref></hi>	Baretti 1936, lettera CXXV,<hi rend="italic"> Allo stesso [Francesco Carcano], Di Venezia, li 28 genn.</hi><hi rend="italic">o</hi><hi rend="italic"> 1764</hi>, 193.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-004-backlink">27</ref></hi>	Baretti 1936, lettera CXXVI,<hi rend="italic"> Al dottor Giambattista Chiaramonti-Brescia, Di Venezia</hi>,<hi rend="italic"> I° feb. 1764</hi>, 195.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-003-backlink">28</ref></hi>	Sulla politica marittima di Tanucci si veda Rao 2008.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-002-backlink">29</ref></hi>	Sul Baretti a Venezia sono comparsi due interventi sul <hi rend="italic">Fanfulla della Domenica</hi>, rispettivamente di Luigi Piccioni, “Giuseppe Baretti a Venezia” (28 agosto 1910), e di Roberto Cessi, “Giuseppe Baretti contro Venezia” (26 aprile 1914).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-001-backlink">30</ref></hi>	<hi>Celebri i suoi trattati sulle monete d’oro e d’argento inglesi (Folkes 1736; 1745), pubblicati successivamente in una sola edizione nel 1763.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-000-backlink">31</ref></hi>	Cfr. Savoia 2010, in particolare 69-71. A raccomandare Baretti a Folkes era stato l’allora Segretario di Stato agli Esteri Giuseppe Ossorio Alarçon, figura di spicco della diplomazia sabauda, già ambasciatore a Londra dal 1729 al 1749 (sul quale si veda Merlotti 2013). Su Martin Folkes è stata recentemente pubblicata da Anna Marie Roos una biografia intellettuale che mette in luce la complessità del personaggio e ne evidenzia la vastità degli interessi e delle relazioni (Roos<hi> 2021). Per una panoramica dei rapporti tra Folkes e gli intellettuali italiani si veda </hi>Roos<hi> 2017.</hi></p></item>
				</list></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
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          <bibl n="159911">Baretti, G. 1936. Epistolario, a cura di L. Piccioni, vol. I. Bari: Laterza.</bibl>
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          <bibl n="159788">Bartoli, G. 1757. Il vero disegno delle due tavolette d’avorio chiamate Dittico Quiriniano. Parma: Francesco Borsi.</bibl>
          <bibl n="159555">Bartoli, P. 1753. Lettere apologetiche di Giuseppe Bartoli antiquario di sua Maest&amp;#224;, sopra alcuni novellieri, e giornalisti letterarj, sopra lo studio delle antichit&amp;#224;, e sopra altri argomenti eruditi, all’occasione del Dittico quiriniano. Torino: Filippo Antonio Campana.</bibl>
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