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        <title type="main" level="a">Ageno il londinese. La vita avventurosa del ministro della Repubblica di Genova in Inghilterra</title>
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            <forename>Pierangelo</forename>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>Francesco Maria Ageno was appointed three times minister to the Court of St James's by the Most Serene Republic of Genoa. During his long permanence in London – his mission started in 1760 and ended up in 1780 –, he was able to promptly update his government about the stunning events that were about to radically transform not only Great Britain but the whole world. In his correspondence, Ageno carefully described the inception of the colonial uprising in North America, the revolutionary war, and the birth of the new republic. A mercurial character, whose life was characterized by intemperance and prodigality, Ageno became also a habitué of the more fashionable salons of the English capital. At Schomberg House, the residence of Richard and Maria Cosway, where the couple used to host exhilarating musical soirées, very likely Ageno had the chance to meet Baretti, another regular of the a la mode venues of the time.</p>
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            <item>Francesco Maria Ageno</item>
            <item>Republic of Genoa</item>
            <item>London salons</item>
            <item>Richard and Maria Cosway</item>
            <item>American revolution</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.07" /></p>
      
      <div><head>Ageno il londinese. La vita avventurosa del ministro della Repubblica di Genova in Inghilterra</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" >Pierangelo Castagneto</p><div><head>1. Baretti e Ageno nella Londra di fine Settecento.</head><p rend="text" >Tra gli immaginari corrispondenti che figurano nella <hi rend="italic">Scelta di lettere familiari fatta ad uso degli studiosi di lingua italiana </hi>(1779), tutti personaggi reali ma che poco o nulla hanno a che fare con il contenuto delle lettere stesse,<hi rend="italic"> </hi>ci sono<hi rend="italic"> </hi>due genovesi,<hi rend="italic"> </hi>Pier Paolo Celesia e Francesco Maria Ageno, entrambi ambasciatori della Repubblica a Londra, ed entrambi conosciuti e frequentati dal Baretti – sicuramente il primo, verosimilmente il secondo – durante la sua lunga residenza nella capitale inglese. Al Celesia competono due lettere, la prima ha come destinatario Giuseppe Bencivenni Pelli, la seconda è invece indirizzata alla moglie dell’erudito toscano, Giacinta Pelli. Di altrettante lettere è invece fittiziamente autore l’Ageno: la prima diretta al marchese Giambattista Negroni, riguardante il botanico Giovanni Marsili e l’anatomista Giovanni Battista Morgagni, la seconda a Niccolò Defranchi nella quale si ragiona sull’imbarbarimento della lingua italiana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-035">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >L’amicizia tra Baretti e Celesia risaliva ai tempi dell’arrivo a Londra dell’ambasciatore della Serenissima nel 1756. In una densa nota a commento di un passaggio di una lettera di Celesia all’abate Galiani del settembre 1770, dove in verità l’illuminista genovese esprimeva un giudizio non del tutto lusinghiero nei confronti del Baretti – «È qui il Baretti piemontese britanizato, scrittore di mediocrissimi libri che i librari inglesi le pagano profumatamente. La sua conversazione è molto ma molto superiore ai suoi libri» –, Salvatore Rotta ha descritto le diverse occasioni in cui, nel corso degli anni, i due ebbero modo di incontrarsi. Dopo che sul finire del 1759 Celesia aveva posto fine alla sua esperienza diplomatica rientrando in patria, Baretti di ritorno dal suo viaggio attraverso il Portogallo, la Spagna e la Francia, «il 18 novembre del 1760» scriveva Rotta, «si precipitò a visitare l’amico che non vedeva da un anno»:</p><quote rend="quotation_b" >Io senza perder tempo sono andato a far visita al signor Paolo Celesia, mio degno amico, il quale per alquanti anni è stato in Inghilterra in qualità di ministro della Repubblica, e che si è ammogliato con un’amabile inglese. Né l’uno né l’altro si aspettavano di vedermi, non avendo avuto alcun avviso di mia venuta in Italia. Ho passata una sera gradevolissima in loro compagnia e in quella di alcune mie vecchie conoscenze. Hanno fatto il possibile per trattenermi qui uno o due giorni; ma mi sono messo in pensiero che voi [i fratelli] cominciereste ad essere inquieti sul mio ritardo a giungere tra voi.</quote><p rend="text" >Si sarebbero visti nuovamente a Genova nell’estate del 1766, quando Baretti trascorse alcune settimane nella «fresca villa» dei Celesia a Manesseno, nella campagna poco distante dalla città, e infine qualche anno dopo, come accennato nella lettera a Galiani, quando «il piemontese britanizato» godette dell’ospitalità dell’amico genovese per un periodo di ben sei mesi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-034">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Nel caso dell’Ageno invece, al di là della pur significativa menzione fattane nelle <hi rend="italic">Lettere familiari</hi>, mancano inequivocabili elementi che attestino una sua altrettanto amichevole frequentazione con Baretti durante i molti anni che entrambi vissero a Londra. Non si sbaglia di molto però a ipotizzare il fatto che in comune dovessero avere un’ampia cerchia di conoscenze alla quale sicuramente appartenevano sia alcuni dei numerosi italiani emigrati nella capitale inglese, sia alcune delle figure più in vista della cultura e della mondanità londinese dell’epoca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-033">3</ref></hi></hi>. Di certo un carattere a dir poco estroverso li accomunava. Le non molte notizie biografiche disponibili su Ageno ci rivelano un uomo certamente di cultura raffinata, che poteva vantare buone entrature negli ambienti della politica e dell’aristocrazia britanniche, amante dei piaceri della vita ma che spesso si trovò in situazioni economiche decisamente precarie certamente non consone al rango e alla reputazione di un rappresentante diplomatico di alto livello, in una sede assai prestigiosa. Come Baretti, anche Ageno era affiliato alla massoneria; il 19 Aprile 1779 l’ambasciatore genovese era stato infatti ammesso a far parte della <hi rend="italic">Lodge of the Nine Muses 330</hi>, istituita due anni prima probabilmente ad emulazione di quella parigina delle <hi rend="italic">Neuf Soeurs</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-032">4</ref></hi></hi>. Ageno e Baretti erano poi entrambi clienti di Pietro Molini, affermato editore e libraio londinese, fornitore della Royal Academy e della biblioteca del British Museum<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-031">5</ref></hi></hi>. Molini poteva considerarsi un amico stretto del Baretti; molto lo aveva infatti aiutato «in occasione dell’ammazzamento di quel birbone». Con «il librario editore» egli aveva poi collaborato alla pubblicazione di alcune opere italiane, quali una «edizione stupendamente bella» dell’Ariosto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-030">6</ref></hi></hi>. Molini era anche diventato «il libraio di fiducia dell’Ageno». Al fine di soddisfare le frequenti richieste di libri che gli giungevano da Genova per conto del marchese Giacomo Filippo Durazzo, che in quegli anni andava formando una mirabile biblioteca, Ageno si era infatti rivolto proprio al Molini per l’acquisto di novità librarie o di edizioni di pregio: «Sto sempre in attenzione … nel secondare le di lei ricerche per formare la pregevolissima collezione, alla quale Ella travaglia senza risparmio, con tanta lode di quei pochi, che lo sanno, e con tanta indifferenza di quei molti, che potendolo sapere non ne conoscerebbero il sommo pregio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-029">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Ma infine se si dovesse indicare il luogo per un più che probabile incontro tra Baretti e Ageno questo non potrebbe che essere il salotto di Richard Cosway e di sua moglie l’anglo-italiana Maria Cosway, diventato un irrinunciabile punto di ritrovo della mondanità londinese<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-028">8</ref></hi></hi>. Richard Cosway (1742-1821), pittore ritrattista apprezzato soprattutto per le sue miniature, fu uno degli artisti più ricercati della <hi rend="italic">Regency Era</hi>. Massone, seguace delle teorie di Swedenborg e del mesmerismo, membro della Royal Academy, nel 1785 Cosway si era guadagnato il prestigioso titolo di <hi rend="italic">Primarius Pictor Serenissimi Walliae Principis </hi>(<hi rend="italic">Principal Painter to his Royal Highness the Prince of Wales</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-027">9</ref></hi></hi>. Nel 1781 egli aveva sposato, in quello che a molti era sembrato niente altro che un matrimonio di convenienza, Maria Luisa Caterina Cecilia Hadfield (1760-1838), un giovane talentuosa pittrice e musicista, nata a Firenze da un locandiere inglese e madre toscana, che si era trasferita a Londra nel 1779 alla morte del padre. Ben presto introdotta negli ambienti artistici della capitale, Maria si procurò una certa notorietà esponendo alcune delle sue opere di argomento mitologico alla Royal Academy. <hi>Nel 1784, la coppia si trasferì </hi>«<hi>to a house which they considered fitting to their exalted status, a property of expansive proportions lying close to the palace on the Prince of Wales». </hi>Si trattava della Schomberg House, un edificio in Pall Mall, adiacente ad un grande giardino, dove Richard e Maria animarono uno dei salotti più alla moda di Londra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-026">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" ><hi>Alle </hi><hi rend="italic">soirées</hi><hi> organizzate nella nuova splendida residenza dalla </hi>«<hi>Goddess of Pall-Mall», come la Cosway veniva allora chiamata, durante le quali la musica e il canto raramente mancavano, vi si poteva incontrare </hi>«<hi>anybody who was anybody»: </hi>«<hi>the writer of the last new poem; the speaker of the last best speech in the Commons; some rising star, real or imaginary, in art; the man who made the last miraculous escape from shipwreck, or who had walked into the remotest latitudes; in short all the lions of London were there, to see and be seen»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-025">11</ref></hi></hi><hi>. </hi>In questa folla di eccentrici personaggi, tra coloro che frequentarono Schomberg House c’erano anche scrittori come Horace Walpole, pittori come James Northcote, il <hi rend="italic">transgender</hi> Chevalier d’Éon, il maestro di scherma Henry Angelo, il celebre cantante d’opera castrato Giovanni Maria Rubinelli, il patriota corso Pasquale Paoli e americani residenti o di passaggio a Londra in quegli anni come Gouverneur Morris, Angelica Schuyler Church, o John Trumbull. Senza dubbio però erano due le figure che maggiormente spiccavano tra gli <hi rend="italic">habitué</hi> di casa Cosway: l’erede al trono, George, Principe di Galles, e il carismatico leader del <hi rend="italic">Whig party</hi> Charles James Fox<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-024">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >A rendere il clima di Schomberg House ancora più singolare contribuì certamente la presenza di Ottabah Cugoano, il domestico africano che i Cosway avevano assunto e che rimase a loro servizio fino al 1791. <hi>Nato in Ghana e venduto come schiavo nel 1770 all’età di tredici anni Cugoano, come egli stesso avrebbe raccontato in </hi><hi rend="italic">Thoughts and Sentiments on the Evil and Wicked Traffic of the Slavery and Commerce of the Human Species </hi><hi>(1787), uno dei più radicali testi abolizionisti dell’epoca, aveva vissuto </hi>«<hi>about nine or ten months in the slave-gang at Grenada, and about one year at different places in the West Indies». </hi>Nel 1772 era infine giunto a Londra dove, dopo essere stato battezzato con il nome cristiano di John Stewart, era diventato un uomo libero. Da quel momento Cugoano, insieme ad un altro celebre ex-schiavo Olaudah Equiano, fu una delle figure di spicco del movimento abolizionista inglese e i suoi scritti e le sue iniziative attirarono l’attenzione di molti influenti uomini politici e del crescente numero di avversari della schiavitù (Smith 2010, 18-26). </p><p rend="text" >Malgrado la nascita della figlia Louisa Paolina Angelica, morte prematuramente all’età di sei anni nel 1796, il già fragile rapporto matrimoniale tra Richard e Maria si interruppe dopo un periodo di separazione durato più di tre anni durante il quale ella aveva soggiornato a lungo in Italia e in Francia. Maria lasciò l’Inghilterra nel 1801 per trasferirsi dapprima in Francia e poi in Italia dove, incoraggiata nel 1811 dal Duca di Lodi, Francesco Melzi d’Eril, conosciuto anni prima a Londra, istituì nella città lombarda il Collegio della Beata Vergine delle Grazie, una scuola cattolica per giovani educande. Maria diresse il collegio fino alla sua morte nel 1838<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-023">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Una conferma che Ageno fosse uno dei frequentatori del salotto Cosway ci giunge da James Boswell, anch’egli non di rado fra gli invitati a Schomberg House. In una pagina del suo diario risalente al 1° luglio 1785, lo scozzese ricorda infatti la presenza di Ageno tra i commensali: «Mrs and Miss Douglass, M. del Campo, the Spanish Minister, Conte Carlucci and Conte Piazza, two Cremona noblemen. <hi>All went well, after dinner we had Mr. D’Ageno. And a choice concert. Borghi, young Bartolozzi, Dantzi (violins), Smith (bass), Tenducci and Mrs Cosway (singers)»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-022">14</ref></hi></hi><hi>. </hi></p><figure>
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				</figure><p rend="caption_figure" ><hi>Figura 3 – Unknown engraver, after Richard Cosway, Richard and Maria Cosway, and Ottabah Cugoano, 1784, Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection, </hi><ref target="https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms"><hi>https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms</hi></ref><hi>:51086</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-021">15</ref></hi></hi><hi>.</hi></p><p rend="text" >Tuttavia a comprovare senza alcuna ombra di dubbio l’esistenza di uno stretto rapporto tra Ageno e i Cosway ci è rimasta una cospicua corrispondenza intercorsa tra il ministro genovese e Maria. Si tratta di ventidue lettere, scritte in italiano, incluse in una raccolta di «prose e rime» dell’Ageno pubblicata nel 1790 un anno dopo la sua morte per iniziativa di Giuseppe Tonioli, un autore di libretti d’opera e componente dell’orchestra del King’s Theater, giunto a Londra agli inizi degli anni ottanta. Le lettere, malgrado che per volontà del Tonioli manchino sia della maggior parte dei nomi propri, inclusi quelli dei destinatari, sia di ogni riferimento cronologico, sono chiaramente identificabili come indirizzate alla Cosway. Dal tono usato dall’Ageno, ricco di commenti pungenti e ironiche considerazioni sulla «magnetica signora», sulle sue abitudini, sulle sue vicende familiari, e sulle comuni amicizie si percepisce come fra i due dovesse esserci grande familiarità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-020">16</ref></hi></hi>. Per quel che riguarda Baretti invece si può verosimilmente credere che in qualità di Secretary of Foreign Correspondence della Royal Academy, egli «dovette conoscere i Cosway anni prima che andassero ad abitare nell’elegante Schomberg House, in Pall Mall». È in ogni caso la sua corrispondenza, dove abbondano i riferimenti agli eventi mondani che si tenevano nella loro dimora, a rivelare il fatto che Baretti fosse diventato uno dei frequentatori di uno dei ritrovi più ambiti e alla moda dell’alta società londinese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-019">17</ref></hi></hi>. </p></div><div><head>2. La missione diplomatica di Francesco Maria Ageno</head><p rend="text" >Non è facile ricostruire la biografia di Francesco Maria Ageno. La voce del <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, redatta da Giuseppe Oreste e che risale al 1960, è piuttosto lacunosa e imprecisa. Intanto la data di nascita; Ageno nacque a Megli, piccola frazione di Recco a pochi chilometri da Genova, il 21 agosto e non il 27 aprile del 1727. Protetto del doge illuminato Agostino Lomellini (1709-1791) e frequentatore della sua villa di Pegli, di Eurillo, questo il nome da pastore arcadico dell’Ageno, sono rimasti alcuni componimenti d’occasione per l’incoronazione di due dogi della famiglia Grimaldi. Lalande, che aveva sostato a Genova nel 1766, lo menziona nel <hi rend="italic">Voyage en Italie</hi> (1788), annoverandolo addirittura tra i maggiori poeti genovesi al tempo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-018">18</ref></hi></hi>. Qualche altra frammentaria notizia si ricava dalla breve nota introduttiva che apre il volume di scritti edito da Girolamo Tonioli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-017">19</ref></hi></hi>. Quest’ultimo, un musicista di cui ben poco si conosce e che di certo fu uno dei tanti che il melomane Ageno aveva frequentato in quegli anni, aveva deciso di «formare una raccolta» di «prose e rime» del ministro genovese accogliendo il suggerimento di «uno che unisce alla eccellenza e alla bontà del suo core, la modestia di non voler essere nominato», e grazie all’aiuto di «varie persone ragguardevoli che si sono unite a somministrarmene con esso lui i materiali». Delle sue origini e della sua formazione, delle quali Tonioli si professa per altro «del tutto ignorante», non molto viene dato sapere: «nacque a Genova», fu «allievo dei Barnabiti», e «fin dalla età giovanile fu dedito ai poetici studj». Inviato dalla Repubblica alla Corte della Gran Bretagna in qualità di suo Ministro, egli svolse questo incarico «colla maggiore decenza e dignità». Della «famosa contesa» sorta nel 1780 tra la Repubblica e il suo rappresentante diplomatico al momento del definitivo congedo, Tonioli non sa o non vuol sapere. Ageno «morì finalmente alli 17 Novembre 1788 in età di 57, dopo un lungo penosissimo male di pietra, e fu sepolto nel Cimitero di Sant’Anna in Londra». Quest’ultima informazione è per altro errata essendo Ageno nato nel 1727.</p><p rend="text" >Quello che invece Tonioli può testimoniare è che «il suo spirito, le sue cognizioni, la sua condotta libera e franca» insieme ad un carattere sensibile e segnato da una nobile fierezza gli procurarono «un gran numero d’amici» con i quali «divise le sue sostanze nei favorevoli momenti della sua vita e non isdegnò negli avversi di partecipare alla loro gratitudine». Conformandosi al suggerimento di Richard Steele, secondo il quale al lettore deve essere fornito ogni possibile ragguaglio, anche fisico, di un autore per meglio comprenderne l’opera, Tonioli mise poi «in testa di questo libro» un ritratto dell’Ageno «somigliantissimo», opera dell’incisore Francesco Bartolozzi di cui il genovese era grande amico, ricavato da un ritratto eseguito dal celebre pittore inglese Thomas Gainsborough<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-016">20</ref></hi></hi>. </p><figure>
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				</figure><p rend="caption_figure" >Figura 4 – Il «somigliantissimo» ritratto di Ageno inserito nella raccolta di Tonioli. Sul fondo del ritratto si legge: T. Gainsborough R. A. del. e F. Bartolozzi sculps. R. A. Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection, <ref target="https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms">https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms</ref>:37203.</p><p rend="text" >Questo è quanto si può ricavare dal Tonioli. Se dunque scarse o nulle sono le informazioni sul periodo di formazione genovese e sulle sue eventuali occupazioni in patria, altrettanto non semplice risulta l’impresa di ricostruire con qualche precisione la rete di relazioni ed amicizie che Ageno intrecciò durante il suo lunghissimo soggiorno londinese. Se da un lato la sua missione diplomatica lo aveva necessariamente introdotto negli ambienti di corte e, più in generale, in quello diplomatico, di certo poi come Baretti anche Ageno fu un assiduo dei <hi rend="italic">society salons</hi> della capitale. Inevitabilmente egli non poté mancare di avere a che fare con i molti italiani residenti o di passaggio a Londra: lo ricorda per esempio Alfieri in una lettera all’amante Penelope Pitt Ligonnier – «Je dine demain dans votre quartier au Green-Street, chez d’Ageno… » – così come in più di un’occasione fa Mazzei nelle sue <hi rend="italic">Memorie</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-015">21</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Sappiamo che la stessa dimora dell’Ageno ad un certo punto diventò asilo per il gesuita Ruggero Boscovich, illustre matematico e astronomo, che fu a Londra tra il maggio e il dicembre del 1760, alle prime avvisaglie dello scioglimento della Compagnia. Grazie all’ospitalità dell’Ageno, Boscovich poté completare il poema <hi rend="italic">De solis ac lunae defectibus</hi>, che nell’edizione successiva alla prima (londinese) del 1760 contiene un’appendice di 62 esametri latini in ricordo della sua generosità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-014">22</ref></hi></hi>. Si conoscono invece con esattezza le vicende della sua lunga e travagliata carriera diplomatica. Dopo la conclusione della sua prima missione nel luglio del 1766 – Ageno era giunto a Londra nel marzo 1760 –, egli fu infatti inviato in Inghilterra una seconda volta nell’agosto 1768 e vi rimase fino al giugno del 1773. Nuovamente designato su sua richiesta a rappresentare la Repubblica, ritornò una terza volta a Londra sul finire del 1774. Sempre più oberato dai debiti e spesso costretto ad allontanarsi da Londra per sfuggire ai suoi creditori, il 12 dicembre 1780 Ageno venne infine sospeso dalla carica. Fino al marzo del 1782, col favore del governo inglese, egli si rifiutò però di obbedire all’ordine della Repubblica, bloccando di fatto l’insediamento del suo successore, Antonio Mangini, già nominato in qualità di console nell’agosto dell’anno precedente. Pieno di risentimento verso i governanti genovesi, Ageno trascorrerà i suoi ultimi sei anni di vita nella capitale britannica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-013">23</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Al di là della non certo edificante vicenda nella quale il governo dei Serenissimi aveva per altro adottato un atteggiamento a dir poco esitante, va riconosciuto il fatto che Ageno abbia goduto a lungo di un indiscutibile credito presso la Corte di Londra e questo a dispetto del crescere dei suoi problemi personali. Quando nel 1773 al termine del secondo mandato la Repubblica sembrò riluttante ad accogliere la richiesta di Ageno di ottenere nuovamente la nomina ad ambasciatore nella capitale inglese, a perorare la sua causa fu il conte di Rochford, Secretary of State for the Southern Department, che in una lettera piuttosto esplicita gli esprimeva tutto il suo sostegno e la sua stima: «vi vedrei partire con un dispiacere infinito senza la speranza del vostro ritorno in questo paese», scriveva Rochford, «dove un ministro da parte della vostra Repubblica è sempre necessario. Io sarò estremamente contento nel mio particolare di rinnovarvi l’assicurazione della sincera e vera stima che mi avete inspirata per la vostra persona»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-012">24</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Anche nel momento in cui le perplessità della Giunta di Marina riguardo alle problematiche condizioni finanziarie in cui si trovava l’Ageno si mutarono in una deplorevole certezza – «Privo della stessa giornaliera sussistenza per me e per i miei domestici», scriveva infatti il ministro genovese al Governo nel dicembre 1780, «ed impossibilitato a restare con sicurezza nella mia propria abitazione di Londra, per non espormi a vergognosa irreparabile pubblicità, prendo la forzata risoluzione di occultarmi in sito remoto e contiguo a questa Capitale» –, egli apparentemente poteva sempre contare su protettori altolocati (Colucci 1879, lii). </p><p rend="text" >Anche dopo la nomina ufficiale di Mangini, Lord Hillsborough, nuovo Secretary of State for the Southern Department, non solo aveva indugiato ad accettare le sue credenziali ma in un colloquio con quello che era di fatto il rappresentante legittimo della Repubblica aveva fatto intendere che il governo inglese avrebbe gradito che Ageno conservasse la sua posizione (Colucci 1879, lvii). Nel maggio del 1783, un più che mai esasperato Mangini ancora impossibilitato a svolgere le sue funzioni, scriveva: </p><quote rend="quotation_b" >Questo Sig. Ageno continua nel solito carattere presso questa Corte; e credo altresì necessario per quelle conseguenze che in seguito potrebbero derivarne far presente eziandio a VV. SS. Serenissime del modo con cui qui si sostiene. Il suo principale protettore si è l’Ambasciatore di Sardegna [Vittorio Amedeo Sallier de la Tour, marchese di Cordon, ambasciatore sabaudo in Inghilterra dal 1771], da cui dimora poco distante in una piccola casa appartenente ad un piccolo libraro che gli affitta della stanze [Pietro Molini ?]. Quasi tutti li giorni pranza dal sopra menzionato suo protettore, o da qualche altro suo conoscente. Non tiene armi sulla porta, non già per elezione, ma perché qui non si costuma. Veste mediocremente come meglio può, e di quando in quando va alla Corte. Frequenta ordinariamente la sera in luogo dove la maggior parte degl’Italiani che qui vi sono ricorrono per passare il tempo.</quote><p rend="text" >Solo dopo la morte dell’Ageno, avvenuta nel novembre del 1788, Mangini poté entrare in possesso degli «atti di Legazione» che gli vennero consegnati dall’amico Francesco Bartolozzi che ne era rimasto in possesso<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-011">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Ageno era stato scelto per sostituire Pier Paolo Celesia, che aveva svolto le sue funzioni di ministro a Londra dal 1756 al 1759<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-010">26</ref></hi></hi>. Mentre la Repubblica sembrava incapace di dare una soluzione alla crisi delle sue istituzioni, nel secondo Settecento gli avvenimenti politici internazionali esigevano ben altro dinamismo; Genova si dovette così confrontare con la necessità di definire un’adeguata collocazione per un piccolo stato quale era e che, seppur minacciato nei suoi confini e non molto stimato nel consesso delle potenze europee, non poteva ancora essere considerato del tutto insignificante o interstiziale. Il Trattato di Aquisgrana, un’inconcludente pace che aveva posto fine ad un altrettanto inconcludente guerra, aveva di fatto semplicemente rimandato ad una nuova inevitabile soluzione armata la definizione dei contrasti emersi durante la Guerra di successione austriaca. Ma se in questa condizione di pace armata lo scenario europeo si caratterizzava soprattutto per lo sforzo della Prussia di opporsi all’accerchiamento delle potenze continentali, Austria, Francia e Russia, era soprattutto nelle colonie americane e in Asia che si sarebbe stabilito il futuro equilibrio mondiale. In questo complicato scenario la condotta politica della Repubblica non poteva che essere prudentissima, soprattutto in considerazione del fatto che, se da un lato la Francia era «la sola Potenza alla quale Genova di fatto potesse appoggiarsi», dall’altro era però innegabile una tradizionale propensione per le istituzioni politiche dell’Inghilterra che non mancavano di esercitare una certa attrazione sull’aristocrazia genovese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-009">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Il degenerare della situazione corsa, che con il ritorno sull’isola di Pasquale Paoli dall’esilio napoletano nella primavera del 1755 sostenuto apertamente dall’Inghilterra, aveva reso necessario l’arrivo di truppe francesi, i potenziali pericoli occasionati dall’espansiva politica del Regno di Sardegna, e le mai sopite brame imperiali su alcuni territori nel ponente, costringevano ancor più Genova a soppesare accuratamente ogni mossa di una condotta politica che invero aveva uno scarso margine di manovra. Le istruzioni che erano state consegnate al Celesia quando ormai forti spiravano i venti di guerra erano, in questo senso, esemplari: «la costante massima della nostra Repubblica», raccomandavano i Serenissimi al diplomatico, è quella «di mantenere in ogni circostanza di guerra che potesse sopravenire una perfetta esattissima neutralità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-008">28</ref></hi></hi>. Alla estrema prudenza era stato pure invitato Ageno in partenza per Londra; le istruzioni ricevute non si discostavano infatti di molto da quelle impartite al Celesia. La principale questione «d’irritamento o almeno di disparere» tra la Repubblica e la corte di Londra era rimasta, passati quasi quattro anni, immutata. Infatti gli sforzi compiuti «di pacificare quell’isola [la Corsica], e di ricondurre que’ popoli all’antica dovuta ubbidienza verso la Nostra Repubblica», si erano rivelati insufficienti; al contrario «si videro anzi crescere di giorno in giorno l’ostinazione de’ ribelli», ed era per questa ragione che la Repubblica aveva chiesto, come già in passato, l’intervento delle truppe francesi sull’isola. Essendo questa una vicenda totalmente slegata dalla guerra in atto, all’Ageno spettava quindi principalmente il compito di convincere la corte britannica dell’intenzione della Repubblica di mantenere «la più esatta neutralità fra le potenze belligeranti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-007">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Giunto nella capitale inglese durante una fase cruciale della Guerra dei Sette anni, Ageno non tardò a comunicare ai Serenissimi come i successi delle armi britanniche, che ormai controllavano la situazione in Asia e nel Nord America, avessero contribuito a far crescere nel paese un clima di grande euforia, notando come lo spirito della nazione fosse addirittura «gonfio per i felici successi della campagna scorsa, e abbandonato alla lusinghevole sicurezza»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-006">30</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Nella sua voluminosa corrispondenza diplomatica Ageno fu un acutissimo osservatore delle vicende coloniali nordamericane che descrisse per un periodo di oltre dieci anni, dai primi attriti tra il Parlamento britannico e le tredici province fino allo scoppio della Guerra d’Indipendenza – i suoi ultimi dispacci risalgono in effetti al dicembre del 1780. Malgrado che nelle lettere al governo della Repubblica emerga un aperto orientamento filoinglese, o come ebbe a dire il console francese a Genova, il suo «fanatisme pour la nation anglaise», esse rappresentano un fonte di informazioni pregevolissima, e sono in un certo senso da considerare quasi una storia stessa della rivoluzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-005">31</ref></hi></hi>. Per comprendere come ad Ageno fossero ben chiari i termini del conflitto tra le colonie e la madre patria basterebbe per esempio leggere un suo dispaccio inviato a Genova il 4 Agosto 1775, subito dopo la battaglia di Bunker Hill: </p><quote rend="quotation_b" >Gli Americani vogliono la totale indipendenza dall’Inghilterra in fatto, per restar soltanto alla stessa subordinati nel diritto. L’esercizio del Governo Municipale, la distribuzione dei pesi per sostenerlo, lo stabilimento di molte manifatture, e sopra tutto il commercio libero colle altre Nazioni, sono gli oggetti principali che hanno in vista, e non la tassa sopra il the o altre effimere imposizioni per cui sono insorti, e per cui riusciva inopportuno avventurarsi ai disastri d’una guerra civile. Queste sono le mire a cui rivolgono le loro osservazioni, caratterizzate con i principii del patriottismo, e intrinsecamente appoggiate a quelle del rispettivo interesse. Ecco il motivo per cui le Provincie Americane sono concorse in una generale associazione, che ha potuto anche più facilmente combinarsi per la cooperazione dei ministri della religione che l’hanno fomentata, e che l’inculcano attualmente nelle loro spirituali esortazioni. Le colonie più recalcitranti sono di comunione presbiteriana, la quale non ammettendo superiorità nella gerarchia ecclesiastica, l’esclude tacitamente dalla secolare; e quindi non è strano se i loro abitanti oppongono i Decreti del Parlamento, per l’uniforme modo con cui concorrono a sostenersi le massime della Chiesa e dello Stato. Popoli adunque ispirati dai principii della libertà politica e della libertà morale, devono apportare molta resistenza ad una forza estranea che voglia sottometterli; e ben se ne è veduto l’esempio nell’ultimo combattimento sotto di Boston, dove i Provinciali hanno validamente resistito sotto la condotta del da loro chiamato molto reverendo dottor Warren, curato e teologo presbiteriano della Provincia di Massachusetts, che li ha incoraggiati colla dottrina e coll’esempio, e che è rimasto ucciso da colpi di fucile quando gl’Inglesi hanno forzato il trinceramento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-004">32</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Nel fornire una sintetica ma allo stesso tempo precisa narrazione delle ragioni che avevano spinto le colonie alla guerra, Ageno coglie un elemento tutt’altro che secondario che caratterizzava la rivolta coloniale: l’attiva partecipazione dei «ministri della religione che l’hanno fomentata» e che avevano fatto della protesta l’oggetto delle loro «esortazioni spirituali». In questo quadro la chiesa Presbiteriana, «la quale non ammettendo superiorità nella gerarchia ecclesiastica, l’esclude tacitamente dalla secolare», si era dimostrata la più recalcitrante ad accettare l’autorità della Corona guidando un’aspra lotta contro ogni forma di oppressione religiosa o secolare che fosse. Risultava chiaro così all’Ageno che «popoli adunque ispirati dai principii della libertà politica e della libertà morale» non potevano certo essere facilmente sottomessi: proprio Bunker Hill aveva offerto un esempio della loro incrollabile fede nella causa rivoluzionaria. D’altra parte Ageno non fu il solo a cogliere questo rilevante elemento. Già poche settimane prima di quella battaglia, Edmund Burke aveva messo in guardia il Parlamento sul fatto che gli insorti Americani non sarebbero stati facilmente soggiogati: «the people are Protestants, and of that kind which is the most adverse to all implicit submission of mind and opinion». <hi>Essi si erano sollevati </hi></p><quote rend="quotation_b" >in direct opposition to the ordinary powers of the world, and could justify that opposition only on a strong claim of natural liberty. Their very existence depended on the powerful and unremitted assertion of that claim. All Protestantism, even the most cold and passive, is a sort of dissent. But the religion most prevalent in our northern colonies is a refinement of the principle of resistance: it is the dissidence of dissent, and the Protestantism of the Protestant religion<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-003">33</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Un’ultima osservazione sull’identità del «reverendo dottor Warren, curato e teologo Presbiteriano della provincia del Massachusetts», secondo Ageno ucciso in battaglia dagli Inglesi. È noto che Joseph Warren, generale della Continental Army morì a Bunker Hill, nel giugno del 1775, ma egli non era un pastore. Molto probabilmente Ageno, o le fonti alle quali attinse per i suoi resoconti, aveva per così dire unito due storie combinando la tragica morte in battaglia di Warren con l’appassionata attività di predicatore del ministro Presbiteriano Jonathan Parsons (1705 – 1776), un prodotto del fervore religioso caratteristico del <hi rend="italic">First Great Awakening</hi> del New England, che divenne ben presto convinto sostenitore della causa rivoluzionaria. Alla vigilia della battaglia di Bunker Hill, dopo che era giunta notizia da Lexington e Concord delle prime schermaglie tra i coloni e le truppe inglesi, Parsons dal suo pulpito della Old South Presbyterian Church in Newburyport, Massachusetts, invitò senza esitazione i fedeli all’azione:</p><quote rend="quotation_b" >Men of America, citizens of this great country hanging upon the precipice of war, loyalty to England lies behind you, broken by the acts of the mother country--a cruel mother, deaf to the voice of liberty and right; duty to freedom, duty to your country, duty to God, is before you; your patriotism is brought to the test; I call upon those ready to volunteer for the defense of the provinces against British tyranny to step into the ‘broad aisle’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-002">34</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Tra i molti che risposero all’appello del leader evangelico uno dei suoi figli, Samuel Holden Parsons, che con il grado di colonello combatte proprio a Bunker Hill e che prese parte all’assedio di Boston fino a quando la città non venne abbandonata dagli Inglesi nel marzo del 1776.</p><p rend="text" >La tempestività nel riferire l’evolversi degli eventi rivoluzionari è una delle costanti della sempre particolareggiata corrispondenza di Ageno. Se in un dispaccio dell’agosto 1776 egli poteva già anticipare che «il Generale Congresso degli Americani aveva passato l’atto di dichiarare la totale indipendenza delle Colonie della Gran Brettagna, assumendo il titolo di Provincie libere e formalmente sovrane, unite bensì in vicendevole Confederazione», in quello successivo, egli confermava l’epocale notizia che «il Generale Congresso ha effettivamente pronunziata l’indipendenza delle Colonie, come segnai nello scorso ordinario, e come si può osservare dall’acclusa traduzione del Manifesto». C’è da domandarsi se gli aristocratici governanti della Repubblica nel leggere l’impeccabile traduzione della Dichiarazione jeffersoniana fatta dall’Ageno, dove si annunciava «l’intrinseca evidenza», che «tutti gli sieno creati uguali fra di loro», e che «essi rimangano investiti dal Creatore di certi inalienabili diritti, fra i quali si annoverano la vita, la libertà e la felice loro esistenza», abbiano immaginato che gli eventi in corso al di là dell’Atlantico avrebbero finito per determinare una stagione di radicali cambiamenti anche in Europa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-001">35</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Baretti morì a Londra nel maggio del 1789, «per complicazioni insorte probabilmente in seguito a un attacco particolarmente violento di gotta» (Savoia 2021, 94). Ageno lo aveva preceduto di qualche mese; era morto infatti nel novembre 1788, a causa della stessa malattia. In una lettera scritta tre mesi prima della sua morte ad un ignoto Signor B., si lamentava delle sue deteriorate condizioni di salute: </p><quote rend="quotation_b" >In riguardo a me, posso dirvi, che sono a North End da sabbato sera in qua, ma che sin ora né l’aria, né il giardino, né la compagnia, né quelli che vanno, o quelli che vengono, hanno operato miglioramento considerevole nella mia salute. L’inferma parte di me medesimo continua a darmi di tanto in tanto tormento; l’appetito è poco, la sete molta, la dissenteria frequente, il sonno adequato: con tutto ciò mi dicono che stò meglio, e mi predicano la pazienza, come se fossi Frate, o impiccabondo, ma contro l’accesso de’ dolori, essa è un conforto molto leggiero, ed un rimedio del tutto vano, ed inefficace. Mi sfogo dunque colle grida, e se queste non mi fanno star meglio, esalo almeno i cattivi umori, che la benedetta pazienza mi terrebbe racchiusi nel corpo. eccovi l’attuale mia situazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_07.html#footnote-000">36</ref></hi></hi>.</quote></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib" >Acquarone, A. 1970. <hi rend="italic">Memorie della vita e delle peregrinazioni del fiorentino Filippo Mazzei</hi>, 2 voll. Milano: Marzorati.</p><p rend="bib_indx_bib" >Adams, W. H. 1997. <hi rend="italic">The Paris Years of Thomas Jefferson</hi>. New Haven: Yale University Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Alfieri, V. 1963-1989. <hi rend="italic">Epistolario</hi>, a cura di L. Caretti, 3 voll. Asti: Casa d’Alfieri.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Angelo, H. 1928. </hi><hi rend="italic">Reminiscences of Henry Angelo, with Memoirs of his Late Father and Friends</hi><hi>, 2 voll. 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Cadell in the Strand.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Price, C., Milhous, J., Hume, R.D. 1995. </hi><hi rend="italic">Italian Opera in Late Eighteenth-Century London. Vol. 1: The King’s Theatre, Haymarket, 1778-1791</hi><hi>. Oxford: Clarendon.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Raggio, O. 2000. </hi><hi rend="italic">Storia di una passione. Cultura aristocratica e collezionismo alla fine dell’ancien régime</hi><hi>. Venezia: Marsilio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Rauser, A. 2004. “Hair, Authenticity, and the Self-Made Macaroni.” </hi><hi rend="italic">Eighteenth-Century Studies</hi><hi> 38, 1: 101-17.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Rotta, S. 1958. “Documenti per la storia dell’Illuminismo: lettere di Agostino Lomellini a Paolo Frisi.” <hi rend="italic">Miscellanea di storia ligure </hi><hi>I: 299-300.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Rotta, S. 1976. <hi rend="italic">L’Illuminismo a Genova: lettere di P.P. Celesia a F. Galiani</hi>, vol. II. Firenze: La Nuova Italia.</p><p rend="bib_indx_bib" >Savoia, F. (a cura di). 2013. <hi rend="italic">Il Baretti vostro. Lettere inedite di Giuseppe Baretti.</hi> Verona: Edizioni QuiEdit.</p><p rend="bib_indx_bib" >Savoia, F. 2021. “‘Dágli, dágli, mi feci pure un nome’: gli ultimi anni di Baretti.” <hi rend="italic">Horizonte – Neue Serie - Nuova Serie, Italianistische Zeitschrift für Kulturwissenschaft und Gegenwartsliteratur - Rivista d’Italianistica e di letteratura contemporanea</hi>, Ausgabe 6: 76-116.</p><p rend="bib_indx_bib" >Schuchard, M. K. 1993. “Blake’s ‘Mr. Femality’: Freemasonry, Espionage, and the Doubled-Sexed.” <hi rend="italic">Studies in Eighteenth-Century Culture</hi> 22: 51-71.</p><p rend="bib_indx_bib" >Smith, J. T. 1828. <hi rend="italic">Nollekens And His Times: Comprehending A Life of That Celebrated Sculptor; and Memoirs Of Several Contemporary Artists, from the Time of Roubiliac, Hogarth and Reynolds to that of Fuseli, Flaxman and Blake</hi>, 2 voll. London.</p><p rend="bib_indx_bib" >Smith, M.-A. 2010. <hi rend="italic">Thomas Clarkson and Ottabah Cugoano: Essays on the Slavery and Commerce of the Human Species</hi>, Peterborough (Ontario): Broadview Editions.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">The Freemasons’ Magazine: and Cabinet of Universal Literature</hi>, February 1796. London: Printed for the Proprietor.</p><p rend="bib_indx_bib" >Thompson, E. P. 1993. <hi rend="italic">Witness Against the Beast: William Blake and the Moral Law</hi>. Cambridge: Cambridge University Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Vitale, V. 1934. “Diplomatici e consoli della Repubblica di Genova.” <hi rend="italic">Atti della Società ligure di storia patria</hi> LXIII: 198.</p><p rend="bib_indx_bib" >Waterhouse, E.K. 1953.<hi rend="italic"> </hi>“Preliminary Check List of Portraits by Thomas Gainsborough.” In <hi rend="italic">The Volume of the Walpole Society </hi>33: 2, Oxford: The Walpole Society.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-035-backlink">1</ref></hi>	Baretti 1912: <hi rend="italic">Lettera Seconda. Di Pierpaolo Celesia a Gioseffo Bencivenni Pelli – Come ogni lettera d’un amico lontano rallegra, conforta, vivifica! Lettera Terza. Dello stesso Pierpaolo Celesia alla signora Giacinta Pelli, inchiusa nell’antecedente – Le donne di tutti i paesi cristiani, quando s’hanno un tratto svaporato il bollore d’un primo affetto, sacrificherebbero un sultano all’ineffabile diletto d’essere occhieggiate, servite, lusingate, lodate e celebrate da un mezzo milione di balordi cascamorti</hi> (Baretti 1912, 244-50); <hi rend="italic">Lettera Quarantatreesima. Di Francesco Ageno al Marchese Giambattista Negroni. Del botanico Marsili e dell’anatomico Morgagni; dell’orto botanico di Padova; Lettera Ventiseiesima. Di Francesco Ageno a Niccolò Defranchi – La lingua, che s’usa ormai parlando e scrivendo in ogni parte d’Italia, è una cosaccia tanto vile, tanto schifosa, da farci recere le budella, se un po’ di gusto di lingua rimanesse ancora in qualche parte della nostra contrada</hi> (Baretti 1912, 190-94; 330-40). Sia il marchese Negroni, doge dal 1769 al 1771, sia Niccolò Defranchi erano personaggi ben conosciuti da Baretti che sovente li incontrò durante i suoi soggiorni genovesi. Cfr. Baretti 1839, 309, 320, 323, 325, 354. Per un’aggiornata bibliografia barettiana si rimanda a: <hi rend="italic">Bibliografia relativa alla vita e all’opera di Giuseppe Baretti (1719-1789) compilata da Francesca Savoia</hi>, <ref target="https://www.comitatonazionalebaretti.it/assets/pdf/BibliografiaBarettiana.pdf"><hi rend="CharOverride-2">https://www.comitatonazionalebaretti.it/assets/pdf/BibliografiaBarettiana.pdf</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (2024-06-20)</hi>. In particolare, per gli anni qui presi in esame, cfr. Savoia 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-034-backlink">2</ref></hi>	Rotta 1976, 49-54. Al fratello Filippo, Baretti non nascondeva la sua incontrollata ammirazione per Celesia: «La sua bellezza, come a quest’ora avrai veduto, non è delle più grandi, per Dio; ma una più bell’anima della sua io non l’ho ancora trovata, onde gli voglio tanto bene, che se fossi donna vorrei averlo per drudo almeno almeno, e baciarlo e ribaciarlo, e morderlo e rimorderlo, come gatta innamorata». Baretti 1936, G. Baretti a F. Baretti, Londra, 23 Ottobre 1772, I, 115. Ma al di là dell’amicizia con Celesia, era poi in generale la società genovese che su Baretti aveva esercitato un notevole fascino: «Per me, invece di persistere nella mia prima e ridicola antipatia pe’ Genovesi, ho sovente detto che se fosse in mio potere di radunare tutti i miei amici in un luogo, preferirei di vivere in Genova piuttosto che in alcun’altra città, perché il governo vi è benigno, il clima temperato, le case pulite e comode, e tutta la campagna non offre che punti di vista amenissimi e vaghi paesaggi». (Baretti 1818, 147). Baretti era d’altra parte anche rimasto affascinato dalla bellezza della Riviera ligure: «Carissimo Filippo» scriveva al fratello nel dicembre del 1770, «Io vado e vengo da quella casetta di Peggi [Pegli], che se fosse mia, con una piccolissima entrata non l’abbandonerei mai. Ho quattro camere e un salotto che danno sulla marina, e un giardino dietro, in cui vi è di che farmi delle limonate quante ne voglio». Vedi Baretti 1839, 304.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-033-backlink">3</ref></hi>	Come ironizzava lo stesso Baretti in una lettera del 9 maggio 1783 al conte milanese Francesco Carcano, il numero degli italiani giunti a Londra col miraggio di far fortuna come maestri di lingua era esorbitante: «Gl’Italiani che qui si guadagnano de’ soldi non sono i dotti, ma sibbene quelli che hanno l’irresistibile facoltà di far isdilinguire le donne col canto; sicché, mio signore, mandateci degli altri Piozzi, se n’avete degli altri, ché qui troveranno facilmente ricapito; e poi mandateci degli scarabillatori di chitarra ed altri stromenti, che, se non li faremo ricchi, almeno daremo loro assai meglio da mangiare quando s’abbiano qualche eccellenza». Baretti 1936, 268-70. Questa sarcastica considerazione era tuttavia sintomo del profondo risentimento che Baretti nutriva nei confronti del veneziano Gabriele Mario Piozzi (1740-1809), compositore, cantante lirico e insegnate di musica trasferitosi a Londra intorno al 1776. Qualche anno dopo il suo arrivo Piozzi aveva infatti in un certo qual modo presto il posto proprio di Baretti in qualità di educatore di una delle figlie nate dal matrimonio di Henry Thrale, proprietario di una importante fabbrica di birra, con Hester Lynch, una colta donna di origine gallese. Nella residenza della coppia, a Streatham Park, una località nei pressi di Londra, Hester Lynch Thrale era divenuta l’animatrice di un selezionato circolo di intellettuali, tra i quali figuravano Joshua Reynolds, Edmund Burke, Oliver Goldsmith, Thomas Percy, David Garrick, Samuel Johnson e lo stesso Baretti. Fu però in seguito alla morte di Henry Thrale, avvenuta nel 1781, che i rapporti tra Baretti e Hester Lynch Thrale, per altro mai stati amichevoli, degenerarono drammaticamente. Va per altro aggiunto che, durante il suo soggiorno a Streatham, Baretti strinse un legame molto intenso (e molto ambiguo) con la giovane educanda, cosa che non piacque alla Thrale la quale imputò alla nefasta influenza del maestro il suo difficile rapporto con la figlia. Dopo che erano circolate voci di possibili nozze tra la vedova e il dottor Johnson, Hester decise di sposare Piozzi. Questa sua scelta, da più parti considerata socialmente sconveniente, provocò un enorme scandalo e tra coloro che maggiormente deplorarono l’unione vi fu proprio Baretti. Ma a scatenare definitivamente la sua proverbiale ira fu la pubblicazione da parte di Hester (1788) della sua corrispondenza con Samuel Johnson – morto nel 1784 – dalla quale la figura del letterato inglese non ne usciva del tutto esente da difetti e debolezze. A presunta difesa di Johnson, Baretti consegnò all’editore dell’<hi rend="italic">European Magazine</hi> le “Strictures on Signora Piozzi’s Publications of Doctor Johnson’s Letters”, «tre ferocissime invettive» pregne di «misoginismo», inutilmente offensive e difficili da giustificare sotto ogni punto di vista. Cfr. Savoia 2021, 76-77. Sorprendentemente – ma non troppo – in tutta questa storia fa la sua comparsa, seppur in maniera enigmatica, anche Ageno. <hi>In una pagina del diario tenuto da Hester Lynch Piozzi, risalente al novembre 1784, si legge: «Yesterday I received a Letter from Mr Baretti, full of the most flagrant and bitter insults concerning my late marriage with Mr Piozzi». Continuando nella ricostruzione dell’intricatissima </hi><hi rend="italic">querelle</hi><hi>, ella annotava poi: «Dear Piozzi’s honourable heart beats with rage at hearing his wife traduced in a way he knows her to be guiltless; and those who insult me must now owe their safety to my intreaties. God knows we have both been used exceedingly and undeservedly ill: the old man who went out with him last year as friend and companion, proved a bosom serpent; and would if possible by representing in Mr Piozzi in his Letters to me as an interested and avaricious man, have broken the match, and now when I complain of his conduct in a letter to Mr D’Ageno — Baretti who has seen my letter writes to me in his defence — and writes such things! Good Lord have mercy upon me! but I think the Man is fit for Bedlam». Vedi </hi>Balderston 1942, 616. Non è rimasta alcuna traccia di una eventuale corrispondenza tra Ageno e Hester Lynch Thrale. Per una puntuale ricostruzione dell’intera vicenda cfr. Baretti 2001, 7-61. Più in generale, sulla diffusione dell’opera italiana a Londra cfr. Price, Milhous, Hume<hi> 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-032-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="italic">The Freemasons’ Magazine: and Cabinet of Universal Literature</hi><hi> 1796. </hi>Tra i nomi degli affiliati spiccano quelli di altri italiani: il cavaliere Bartolomeo Ruspini, bergamasco, dentista alla corte di Giorgio III; Giovanni Battista Cipriani, pittore fiorentino, uno dei trentaquattro artisti nel 1768 fondarono la Royal Academy of Arts di cui Baretti nel 1769 venne nominato primo Secretary of Foreign Correspondence. Il nome di Cipriani è entrato nella storia grazie alla commissione che ebbe da re Giorgio III per decorare, con figure allegoriche e mitologiche, l’esterno della <hi rend="italic">Gold State Coach</hi>, la carrozza reale da parata, ancora oggi usata in occasione di nozze della famiglia regnante inglese. Vi erano poi l’incisore Francesco Bartolozzi, stretto amico di Ageno, anch’egli membro fondatore della Royal Academy of Arts; il celebre musicista toscano Felice Giardini, primo violino del King’s Theatre, presso il quale Baretti al suo arrivo a Londra nel 1751 era andato ad alloggiare. Non mancavano poi i nomi di altri diplomatici come gli ambasciatori veneti il Conte Cavelli e il Conte Soderini, nonché quello dell’eroe corso Pasquale Paoli. Nella lista figurava un altro musicista, Luigi Borghi, che ad Ageno avrebbe dedicato alcuni componimenti musicali (Borghi 1777). Sui molti musicisti, librettisti e compositori italiani che in quegli anni gravitarono intorno al King’s Theatre, cfr. Minuzzi 1998.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-031-backlink">5</ref></hi>	Secondo quanto scrive da Londra Alessandro Verri al fratello Pietro nel gennaio del 1767, Pietro Molini fu in qualche modo coinvolto nella prima traduzione inglese <hi rend="italic">Dei delitti e delle pene</hi> pubblicata in quello stesso anno: «Il libro di Beccaria si traduce attualmente in Inglese per la prima [volta], ed è interessato nella stampa il mio ospite Molini». <hi>Pietro, insieme al fratello Jacopo, </hi>«<hi>belonged to an important family of Florentine publishers and booksellers who, besides the main branch in Florence and the London branch, had also a seat in Paris». </hi>Un terzo fratello infatti, Giovan Claudio, era stato lo stampatore della traduzione francese del Beccaria del 1766. Sull’attività dei Molini a Londra e Parigi cfr. Pasta 1998, Loretelli 2017, Fedi, Tongiorgi 2017; Forlesi 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-030-backlink">6</ref></hi>	Baretti 1936, 5-6, 33. Baretti fa qui ovviamente riferimento al celebre caso che lo vide coinvolto in una rissa nel malfamato quartiere di Haymarket nella quale venne ucciso Evan Morgan, uno dei suoi assalitori. Baretti venne prosciolto dall’accusa di omicidio per aver agito in legittima difesa. Pietro Molini testimoniò in suo favore durante il processo. Cfr. Arato 2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-029-backlink">7</ref></hi>	Ageno a G. F. Durazzo, lettera da Londra del 9 luglio 1779, citata in Petrucciani 1984, 296-97, 310, 322n. Sulle commissioni librarie affidate da Durazzo all’Ageno cfr. Raggio 2000, 68-69, 91-92, 107-8, 193-94, Appendice Lettere, Lettera di Ageno a Giacomo Filippo Durazzo, 23 dicembre 1777.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-028-backlink">8</ref></hi>	Sulla sfavillante vita mondana della coppia cfr. Barnett 1985; Gipponi 1998; Lloyd, Porter, Ribeiro<hi> 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-027-backlink">9</ref></hi>	<hi>Nel suo celebre saggio su Blake, E. P. Thompson notò come: «In London in the 1780’s – and indeed, in Western Europe very generally – there was something like an explosion of anti-rationalism, taking the forms of illuminism, masonic rituals, animal magnetism, millenariam speculations, astrology (and even a small revival in alchemy), and of mystic and Swedenborgian circles» (Thompson 1993, 14-15). Sulle frequentazioni esoterico-mas</hi><hi>­</hi><hi>soniche della coppia cfr. Schuchard 1993. Più in generale sull’argomento resta imprescindibile il classico di Darton 1968.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-026-backlink">10</ref></hi>	«Prompt to fulfil the suggestions of his Maria, he [Richard] removed to a handsome and spacious residence on the south side of Pall Mall, the back of which was reported to have a private communication with Carlton Palace Gardens». Cfr. <hi rend="italic">Library of the Fine Arts</hi><hi> 1832, vol. IV, </hi><hi rend="italic">Recollections of the late R. Cosway, R. A</hi><hi>., 185-86. </hi>L’edificio venne costruito alla fine del Settecento per il Duca di Schomberg, un generale ugonotto che aveva guidato le truppe britanniche in Portogallo durante la Guerra di successione spagnola. Occupata per anni dagli eredi, dopo la sua morte nel 1769 Schomberg House venne divisa in tre sezioni dall’architetto John Astley, corrispondenti ai numeri 80, 81, e 82 di Pall Mall. Richard e Maria Cosway occuparono la parte centrale dell’edificio<hi rend="italic"> </hi>al numero 81, mentre al numero 80, dal 1774 fino alla morte, visse il celebre pittore Thomas Gainsborough. <hi>Durante questo periodo «the eastern wing of Schomberg House was converted into a shop which from 1769 to 1857 flourished as a fashionable textile store run by a succession of mercers and furriers». </hi>Nel 1791 i Cosway lasciarono Schomberg House per una più ampia dimora in Stratford Place. <hi>Cfr. </hi><ref target="https://www.british-history.ac.uk/survey-london/vols29-30/pt1/pp368-377"><hi rend="CharOverride-2">https://www.british-history.ac.uk/survey-london/vols29-30/pt1/pp368-377</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (2024-06-20).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-025-backlink">11</ref></hi>	<hi>Cunningham 1829-1833, VI, 9-12. </hi>Anche Maria, «the magnetic muse», fu attratta dalla tentazione mesmerica e dagli esperimenti sul magnetismo animale: come scrisse da Londra a Jefferson dopo il loro celebre incontro parigino: «sono sensibile alla severità della stagione; a quest’ingrato clima, e alla malinconia del Paese; forse mi par più severo adesso, dopo i mesi allegri che passai in Parigi ove tutto è allegro, sono suscettibile e tutto quel che mi sta attorno a gran potere a magnetisarmi». <hi>Cfr. Maria Cosway to Thomas Jefferson, 1 January 1787, </hi><hi rend="italic">Founders Online, </hi><hi>National Archives, </hi><ref target="https://founders.archives.gov/documents/Jefferson/01-11-02-0001"><hi rend="CharOverride-2">https://founders.archives.gov/documents/Jefferson/01-11-02-0001</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (2024-06-20).</hi><hi> William Blake, amico di vecchia data di Richard Cosway, con il quale condivise una grande passione per le dottrine del mistico svedese Swedenborg, nell’incompiuta prosa satirica </hi><hi rend="italic">An Island in the Moon</hi><hi> fa riferimento alla coppia e a Schomberg House: </hi>«<hi>Mr Jacko’s [Richard Cosway] he knows what riding is [</hi><hi rend="italic">he does not</hi><hi>] and his wife is the most agreeable woman you hardly know she has a tongue in her head and he is the funniest fellow, and I do believe he’ll go in partnership with his master. And they have a black servants lodge at their house I never saw such a place in my life he says he has six and tweinty rooms in his house». </hi><ref target="https://blake.lib.asu.edu/html/island_in_the_moon.html"><hi rend="CharOverride-2">https://blake.lib.asu.edu/html/island_in_the_moon.html</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2">(2024-06-20).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-024-backlink">12</ref></hi>	<hi>Barnett 1985, 65-89. </hi>«<hi>When Cosway live in Pall-Mall, his Maria, of whom there are several engraved portraits, held her concerts in it, which were sanctioned by his Royal Highness the Prince of Wales, and some of the highest fashionable of the day; the professional talents were of the first class, and Pall-Mall, upon Sunday evenings, was hardly passable». Cfr. Smith 1828, II, 398-99. </hi>«<hi>My old friend Cosway, though a distinguished artist, and a very intelligent, loquacious, entertaining little man, was certainly a mighty macaroni … ». Cfr. Angelo 1928, I, 359. </hi>Nell’Inghilterra del Settecento, con il termine <hi rend="italic">macaroni</hi> si definiva un uomo che si comportava e soprattutto si vestiva in maniera particolarmente eccentrica e stravagante, tentando un’improbabile unione tra l’affettazione continentale e la più contenuta natura inglese. Inizialmente una maniera usata per identificare i giovani inglesi di ritorno dal Gran Tour che in Italia avevano apprezzato i maccheroni, un piatto di pasta ignoto sull’isola, con il passar del tempo però essere un <hi rend="italic">macaroni</hi> acquistò tra l’aristocrazia inglese del tempo un connotato peggiorativo volendo qualificare una inappropriata esibizione di tratti borghesi, che spesso sconfinava anche nella effeminatezza se non nell’omosessualità. <hi>Cfr. Rauser 2004.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-023-backlink">13</ref></hi>	Manca una definitiva biografia di Maria Cosway. <hi>Oltre a Barnett cfr. Burnell 2007. </hi>Moltissimo è stato scritto e ipotizzato sul fatale incontro tra Maria e Thomas Jefferson, all’epoca ambasciatore americano in Francia, avvenuto nell’Halle aux blé di Parigi, nell’agosto del 1786. Per sei settimane i due furono compagni inseparabili e rimasero in contatto epistolare a lungo dopo la partenza di Maria dalla capitale francese. Come detto, sulla natura della loro <hi rend="italic">liason</hi>, dalla quale nel 1995 è stato anche ricavato un modesto film <hi rend="italic">Jefferson in Paris</hi>, diretto da James Ivory, la letteratura è ampia; si possono segnalare tra gli altri: Adams 1997; Kaminski 1999; Kukla 2007.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-022-backlink">14</ref></hi>	<hi>Lustig, Pottle 1981, 316. </hi>Sicuramente Ageno conobbe Angelica Schuyler Church, che di Maria fu grande amica, in casa Cosway. Figlia del generale della Continental Army Philip Schuyler e moglie di John Barker Church, un mercante inglese che aveva sposato negli Stati Uniti, la Church si era trasferita con il marito in Europa nel 1783, dapprima a Parigi dove ebbe modo di frequentare Franklin, Jefferson, e Lafayette, per poi due anni dopo stabilirsi a Londra dopo visse fine al 1797. Quattro lettere di Ageno indirizzate alla Church, scritte tra il 1785 e il 1787, sono conservate nei <hi rend="italic">Papers of Angelica Schuyler Church</hi>, Accession #11245, 11245-a, Special Collections, University of Virginia Library, Charlottesville, Va., <ref target="http://ead.lib.virginia.edu/vivaxtf/view?docId=uva-sc/viu00003.xml"><hi rend="CharOverride-2">http://ead.lib.virginia.edu/vivaxtf/view?docId=uva-sc/viu00003.xml</hi></ref> (2024-06-20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-021-backlink">15</ref></hi>	«In this ‘fancy dress’ self-portrait, Richard—styling himself in the manner of the Flemish court painter Peter Paul Rubens (1577–1640)—shows himself and Maria seated in the garden of their new home. The servant who stands beside them presenting a platter of grapes is Ottobah Cugoano (b. 1757?), who worked for the Cosways from at least 1784 until about 1791. An early biographer of Cosway recounted that Cugoano was attired «in crimson silk with elaborate lace and gold buttons, and, later on, in crimson Genoa velvet, in imitation of the footmen at the Vatican’». Cfr. Chadwick<hi> 2014, 34. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-020-backlink">16</ref></hi>	<hi rend="italic">Prose e Rime del Signor Francesco D’Ageno, ultimamente Ministro della Repubblica di Genova alla Corte della Gran Brettagna raccolte, e pubblicate Da Girolamo Tonioli</hi>, Londra, dai torchj di Dennett Jacques MDCCXC. Nella scelta degli scritti dell’Ageno che compongono la raccolta, Tonioli separò «le prose dai versi, lo stile epistolare dall’accademico, i sonetti dalle canzoni, l’Inglese dal Francese, dall’Italiano». In definitiva il volume comprende: un discorso accademico sull’utilità della favola; 25 lettere in italiano, 12 in inglese e 15 in francese; 6 canzoni; la parafrasi di alcune odi di Orazio; 48 sonetti; alcune rime diverse, cantate e canzoni. Gli originali, o almeno gran parte di essi, si trovano presso l’Archivio della Fondazione Cosway a Lodi. <hi>Secondo Gerald Barnett che ha potuto visitare l’archivio, le lettere infatti sarebbero solo diciotto, </hi>«<hi>all addressed to her either from his home at North End, Hammersmith or from Turnbridge Wells. They span the years 1785-87, following the Cosways’ first visit to Paris». </hi>Nessuna descrizione del loro contenuto ne viene fatta da Barnett. Si veda Barnett 1985, 84. Alcune delle lettere vengono citate in Gipponi 1998. Non mi è stato possibile verificare la reale entità della corrispondenza Ageno-Cosway essendo in corso il riordino dell’archivio.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-019-backlink">17</ref></hi>	Come ha osservato Francesca Savoia che «Baretti fosse fra i frequentatori di casa Cosway è confermato da almeno due lettere di quegli anni»: la prima «del maggio-giugno 1784 inviata da Baretti a Sir Rober Chambers in India»; la seconda «del 10 settembre 1785 indirizzata ad Agostino Gambarelli». L’ipotesi è stata poi corroborata dalla scoperta fatta dalla Savoia di due lettere di Baretti – di cui una in spagnolo – indirizzate alla stessa Cosway nelle quali egli, usando un tono «tra il galante e il faceto», – «Oh, poco giudiziosa Signora Maria, perchè non veniste ad essere mia corrispondente, quando tutte le stagioni dell’anno erano per me primavera, ogni mio giorno un giorno d’Aprile? Allora sì, che v’avrei dette della cose tante, delle cose vaghe, amorose, ridenti, piacevolissime! Che adesso per lo contrario ogni mio giorno è ingombro di nugoli, ogni mio mese è un mese di Novembre, freddo, nevoso, diacciato, e senza conforto» – dimostra nei suoi confronti una grande cordialità. Cfr. Savoia 2013, 37-51.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-018-backlink">18</ref></hi>	Dal Rotta, come sempre, si ricavano essenziali informazioni. Dei probabili esordi poetici dell’Ageno ci restano due sonetti «frugonianissimi» per la coronazione del doge Giovambattista Grimaldi, e due canzoni per quella del doge Gian Jacopo Grimaldi (<hi rend="italic">Applausi Poetici per la coronazione del Serenissimo Giovambattista Grimaldi doge della Repubblica di Genova, Acclamato tra gli Arcadi della Colonia Ligustica col nome di Uranio</hi>, in Genova MDCCLIII; <hi rend="italic">Applausi Poetici per la coronazione di Gian Jacopo Grimaldi a Doge</hi>, in Genova MDCCLVII). Rotta 1976, I, 190; II, 184-88, 195-96, 251-52. Nel suo <hi rend="italic">Voyage</hi>, Lalande ricorda che «Il y avoit cependant, lorsque j’étois à Gênes, des Poëtes distingués, tel quel le Pere Granelli, le marquis Toriglia, M. Richieri, M. Masnata, M. Ageni, qui étoit ministre de la République à Londres». <hi >Lefrançois de Lalande 1769, VII, 331-32.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-017-backlink">19</ref></hi>	<hi rend="italic">Prose e Rime del Signor Francesco D’Ageno</hi>, L’editore ai lettori cortesi, v-xi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-016-backlink">20</ref></hi>	«A riguardo delle sue dimensioni: egli era alto cinque piedi e sette once, corpolento, e d’atletica figura». L’origine del ritratto non è chiarissima. Sebbene esso rechi i nomi dei due artisti, Bartolozzi come incisore, Gainsborough come esecutore di un ritratto dal quale l’incisione sarebbe stata ricavata, un tale ritratto probabilmente non è mai esistito. Le stampe dell’incisione possedute dal Metropolitan Museum of Art e dallo Yale Center for British Arts sono entrambe presentate come ricavate da un’incisione fatta da Bartolozzi sulla base di una miniatura Richard Cosway derivante da un dipinto ad olio di Thomas Gainsborough (<ref target="https://www.metmuseum.org/art/collection/search/377263"><hi rend="CharOverride-2">https://www.metmuseum.org/art/collection/search/377263</hi></ref>.; <ref target="https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms"><hi rend="CharOverride-2">https://collections.britishart.yale.edu/catalog/tms</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">:37203</hi>). <hi>A quanto pare però, «no painting ever existed. A head is engraved by Bartolozzi as frontispiece to the sitter’s </hi><hi rend="italic">Prose e Rime</hi><hi>, London, 1790: some early copies have Cosway’s name instead of Gainsborough’s on it, and it may have been done from a Cosway miniature after a Gainsborough drawing. The sitter was Genoese Minister in London» (Waterhouse 1953, 2).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-015-backlink">21</ref></hi>	Alfieri 1963-1989, I (1767-1788), 54. Acquarone 1970, I, 123, 147; II, 343.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-014-backlink">22</ref></hi>	<hi>Boscovich</hi> 1761, 341-43: «Post finem hujusce Operis addenda omnino fuerant, quae sequuntur, in laudem Ageni praestantissimi viri Reipub. Genuensis ad Aulam Londinensem Legati, qui me Londini humanissime hospitio exceperat». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-013-backlink">23</ref></hi>	Cfr. Castagneto 1997, 187-226. L’intricata vicenda legata al mancato riconoscimento di Mangini è ricostruita da Colucci 1879, I, xxii-lx. Vedi anche: Vitale 1934, 198.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-012-backlink">24</ref></hi>	Agli inizi del 1772, in un biglietto di calice indirizzato al Minor Consiglio, lamentava da un lato il poco decoroso trattamento economico riservato ai rappresentanti della Repubblica presso le corti europee dall’altro la difficile situazione finanziaria che induceva alla soppressione di alcune sedi giudicate poco rilevanti. Tra queste veniva indicata Londra e il non proprio cristallino stile di vita di Ageno: «Il Ministro d’Inghilterra per quattro dispacci inutili che spesso non tirano attenzione, si paga 27500 lire: non bastano però, s’indebita e bisognerà all’ultimo pagare i suoi debiti». Altri fattori suggerivano tale ridimensionamento: intanto Londra aveva a Genova un semplice console, inoltre il fatto che la Repubblica avesse un vincolo di alleanza con la Francia era cosa nota e non sarebbe stato certo la presenza di un ministro a Londra a nasconderlo. Secondo l’anonimo, il mantenere un corpo diplomatico costoso laddove non era necessario rappresentava una spesa del tutto superflua. Cfr. Colucci 1879, xliii.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-011-backlink">25</ref></hi>	Colucci 1879,<hi> lix-lxi. </hi>Nel 1802, Bartolozzi si trasferì a Lisbona dove accettò l’incarico di direttore dell’Accademia Nazionale di Belle Arti. Come si legge nella voce del <hi rend="italic">DBI</hi> redatta da A. Petrucci, «il 2 marzo 1815, a 87 anni di età, stava lavorando intorno al <hi rend="italic">S</hi>.<hi rend="italic"> Girolamo </hi>del Correggio, quando chinò il capo sul rame e morì. Due domestici avidi e senza scrupoli lo spogliarono di tutto e ne gettarono il cadavere nella fossa comune di S. Isabella», Se l’incisore toscano avesse portato con sé in Portogallo carte o scritti dell’Ageno non è dato sapere. Quel che è certo è che, ad esclusione di una singola lettera che si trova alla British Library (Add. Mss. 3695, fol. 13, Ageno a L. Cadolino, 1786) nessuna traccia del diplomatico genovese è rimasta negli archivi inglesi. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-010-backlink">26</ref></hi>	«È qui Ageno il londinese, che tra tre mesi ripartirà per Londra», scriveva Celesia al Galiani nel marzo del 1774. I due si conoscevano: presso l’Istituto Mazziniano di Genova sono conservate (busta 1007) 11 lettere di Ageno al Celesia scritte da Londra durante un arco temporale piuttosto lungo, dall’agosto del 1762 all’agosto del 1782. Vedi: Rotta 1976, 184-85.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-009-backlink">27</ref></hi>	Sulla politica estera della Repubblica in questi anni, cfr. Bitossi 1995, 421-56. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-008-backlink">28</ref></hi>	Archivio di Stato di Genova (ASG), Archivio Segreto (AS), <hi rend="italic">Istruzioni a Ministri</hi>, 2710, <hi rend="italic">Instruzione per il nuovo Ministro alla Corte di Londra Magnifico Paolo Celesia</hi>, 20 ottobre 1755.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-007-backlink">29</ref></hi>	ASG, AS, <hi rend="italic">Istruzioni a Ministri</hi>, 2710, <hi rend="italic">Instruzione per Magnifico Francesco Ageno, Ministro alla Corte di Londra</hi>, 15 dicembre 1759.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-006-backlink">30</ref></hi>	ASG, AS, <hi rend="italic">Lettere Ministri Inghilterra</hi>, 17-2289, Londra 21 marzo 1760.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-005-backlink">31</ref></hi>	Citato in Rotta<hi> 1958, 299-300. </hi>«<hi>One of the best collections of these letters is the series sent to the government at Genoa by Francesco Ageno, Genoese amdassador to London». </hi>Così per esempio Fiore (1951, 155) giudicava la corrispondenza di Ageno sui fatti americani.<hi> </hi>L’intera corrispondenza diplomatica di Ageno è conservata presso l’Archivio di Stato di Genova, Archivio Segreto, <hi rend="italic">Istruzioni ai Ministri</hi>, 2710; <hi rend="italic">Lettere Ministri Inghilterra </hi>(<hi rend="italic">LMI</hi>), 2289-2294; <hi rend="italic">Lettere Consoli Londra</hi>, 2633; <hi rend="italic">Giunta di Marina</hi>, <hi rend="italic">Consoli</hi>, 7, 11. Parte della corrispondenza è stata pubblicata da Giuseppe Colucci (1879), senza per altro alcun apparato critico.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-004-backlink">32</ref></hi>	ASG, AS, <hi rend="italic">LMI</hi>, 21- 2293, Ageno ai Serenissimi, Londra, 4 Agosto 1775.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-003-backlink">33</ref></hi>	<hi>Burke 1854-1856, I, pp. 464-71</hi><hi rend="italic">. </hi>Anche a Baretti non sfuggì questo nesso: «Liberati in tal modo gli Americani dal timore di essere oppressi dalla Francia», scriveva nel giugno del 1776 al fratello Amedeo in una lunghissima lettera sugli eventi d’oltreatlantico, «si ricordarono, come pare, delle loro originali idee religiose e politiche, vale a dire del loro maledetto calvinismo» (Baretti 1839,<hi> 347).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-002-backlink">34</ref></hi>	<hi>Lampos, Pearson 2016, 85-86. </hi>Dalla pubblicazione nel 1966 del monumentale volume di Alan Heimert, <hi rend="italic">Religion and the American Mind: From the Great Awakening to Revolution</hi>, il tema del rapporto tra <hi rend="italic">Great Awakening</hi> e Rivoluzione americana ha prodotto un ricco e articolato dibattito storiografico. Se storici come Jon Butler non hanno esitato a ridimensionare radicalmente l’importanza dell’elemento religioso come fattore determinante nello sviluppo della coscienza rivoluzionaria dei coloni americani, più di recente si è registrato un rinnovato interesse per il ruolo di predicatori evangelici come Jonathan Edwards e George Whitefield negli anni che precedettero la rivolta coloniale. <hi>Come ha notato Eric Foner </hi>«<hi>the revivals encouraged many colonists to trust their own views rather than those of established elites. In listening to the sermons of self-educated preachers, forming Bible study groups, and engaging in intense religious discussions, ordinary colonists asserted the right to independent judgment. ‘The common people,’ proclaimed Baptist minister Isaac Backus, ‘claim as good a right to judge and act for themselves in matters of religion as civil rulers or the learned clergy.’ The revivalists’ aim was spiritual salvation, not social or political revolution. But the independent frame of mind they encouraged would have significant political consequences» (Foner 2005, 160). Un giudizio diverso da quello espresso da Butler (</hi><hi>1982, 305-25), viene per esempio da Kidd</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>(2010). Per un più generale inquadramento storiografico, cfr. Gullotta 2016.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-001-backlink">35</ref></hi>	ASG, AS, <hi rend="italic">LMI</hi>, 21- 2293, Ageno ai Serenissimi, Londra, 13 agosto 1776; 20 agosto 1776.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-000-backlink">36</ref></hi>	<hi rend="italic">Prose e Rime del Signor Francesco D’Ageno</hi>, 79-80.</p></item>
				</list></div></div>
      
      <div>
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