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        <title type="main" level="a">«Facilità e chiarezza» o «nessun garbo di lingua»? Baretti e le Lettere familiari e critiche di Vincenzio Martinelli</title>
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            <forename>Gianmarco</forename>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.09</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Tuscan intellectual Vincenzio Martinelli spent much of his life in London. A teacher of Italian, an amateur musicologist, a great conversationalist, he was also well-versed in the capital's social life. He frequented its most illustrious residences (Walpole, Burney, Townshend) and was a long-standing point of reference for Italians visiting the city, from Casanova to Alessandro Verri. His work Lettere familiari e critiche (1758) provides an enlightening picture of mid-18th-century English society. However, he and his work have always been overshadowed by the hasty judgment of Giuseppe Baretti, who was a friend but deplored his linguistic views. In reality, Martinelli’s Lettere represent a crucial step in the pursuit of a language moving towards conversation and scientific dissemination, in the wake of Galileo, Redi and Magalotti, which would soon be decisively confirmed by the choices made by the «Caffè group».</p>
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            <item>eighteenth century</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.09" /></p>
      
      <div><head>«Facilità e chiarezza» o «nessun garbo di lingua»? Baretti e le <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi> <lb/>di Vincenzio Martinelli</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" >Gianmarco Gaspari</p><p rend="text" >La prima menzione di Vincenzio Martinelli nell’epistolario di Baretti risale a una lettera al gazzettiere e teologo fiorentino Giovanni Lami dell’ottobre 1752<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-050">1</ref></hi></hi>. Baretti, allora trentacinquenne, era a Londra da diciannove mesi; Martinelli, ormai cinquantenne, da quattro anni. La lettera di Baretti si sofferma in dettaglio sulla propria situazione, dando conto dei primi tentativi di aprirsi un varco nell’affollato mondo degli <hi rend="italic">émigrés</hi> italiani, e soprattutto dell’applicazione allo studio dell’inglese: ormai sufficiente, come teneva a sottolineare, per avviare la stesura di un saggio in difesa della poesia epica italiana presa a bersaglio da Voltaire, che avrebbe pubblicato l’anno dopo con il titolo di <hi rend="italic">Dissertation upon the Italian Poetry</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-049">2</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Baretti si era presentato a Lami quando ancora si trovava a Torino, nel gennaio del ’50 (Baretti 1936, I, 83), per inviargli uno dei suoi scritti occasionali – ma non per questo meno polemico, tanto da essere ritenuto all’origine della sua partenza per l’Inghilterra –, il <hi rend="italic">Primo cicalamento sopra le cinque lettere del signor Giuseppe Bartoli intorno al libro che avrà per titolo </hi>«<hi rend="italic">La vera spiegazione del Dittico queriniano</hi>», che, come gli capiterà spesso, avrebbe in breve dato fuoco alle polveri di una vivace polemica, che coinvolse a diverso titolo, tra la Lombardia, il Veneto e la Toscana, alcuni dei migliori antiquari ed eruditi dell’epoca, fino allo stesso Scipione Maffei<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-048">3</ref></hi></hi>. Martinelli aveva invece una ben maggiore dimestichezza con Lami, che gli era già noto dagli studi giuridici a Pisa, dove si era laureato <hi rend="italic">in utroque</hi> nel 1723, e poi familiare in ragione della successiva frequentazione, tra Pisa e Firenze, degli ambienti legati alla ricca vita culturale toscana, che avevano reso Martinelli intrinseco anche di Bernardo Tanucci, il futuro segreterario di Stato del Regno di Napoli (laureato a Pisa, come Martinelli, e suo protettore nel lungo soggiorno a Napoli, tra 1738 e ’45, prima del viaggio in Inghilterra), dell’economista Pompeo Neri, del medico Antonio Cocchi e dei più giovani Giuseppe Maria Buondelmonti, letterato e filosofo e poi accademico della Crusca, e dello storico e giurista Giovanni Maria Lampredi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-047">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Queste conoscenze vanno ricordate perché disegnano, sia per Baretti che per Martinelli, una cartografia di riferimenti e aperture di credito che resteranno fondamentali nella loro vicenda biografica di espatriati, vissuti sempre nella necessità di mantenere contatti con l’Italia che potessero anche dar loro lustro e aiutarli, con commendatizie e incarichi di qualche rilievo, a distinguersi nella folla dei tanti conterranei che popolavano Londra. Valga l’esempio di Cocchi, che come Martinelli si era formato a Pisa e che, appresa la lingua da autodidatta e richiesto da un nobile inglese di diventarne il medico personale, visse per un anno a Londra, tra 1723 e ’24, per figurare poi, rientrato a Firenze, tra le presenze più assidue della piccola colonia di inglesi e anglofoni che l’inviato britannico in Toscana, Horace Mann, accoglieva a Palazzo Manetti in Santo Spirito (Moloney 1962, 154-65). Cocchi era il medico più ascoltato dai residenti inglesi: tra i suoi entusiasti pazienti, oltre al padrone di casa, figurava, a partire dal suo arrivo a Firenze nel 1740, la contessa di Orford, Lady Walpole, moglie di Lord Robert Walpole e dunque cognata di Horace, il futuro autore del romanzo che inaugurò il filone «gotico», il celeberrimo <hi rend="italic">Castle of Otranto</hi>. Quando Walpole visitò Firenze in compagnia di Thomas Gray, tra il 1739 e il ’40, ospite per quasi cinque mesi di Casa Ambrosio, la «delizia» di Mann sul Lungarno (Dobson 1893, 62), godette della compagnia di Neri e di Cocchi; pare apprezzasse meno quella di Buondelmonti, allora legato sentimentalmente alla cognata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-046">5</ref></hi></hi>. La quale, a sua volta, lettrice di vaglia («legge i libri ripieni delle più sublimi cognizioni, colla stessa facilità colla quale le altre donne leggono i romanzi», lasciò scritto di lei il suo libraio), amava tenersi aggiornata sull’attualità culturale grazie proprio alle <hi rend="italic">Novelle letterarie</hi> di Lami<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-045">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Non sorprende, così, che proprio su quel periodico comparisse nel novembre del ’53 una favorevole segnalazione dell’<hi rend="italic">Istoria critica della vita civile</hi> di Martinelli (la lettera da cui siamo partiti informava appunto Lami dell’invio del libro)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-044">7</ref></hi></hi>, come non sorprende che nelle corrispondenze private di entrambi gli esuli si affaccino più volte i nomi di Mann, degli Walpole, di Cocchi e di Buondelmonti. Un po’ di più sorprende, a dire il vero, la scarsa sensibilità che vi si avverte nei confronti del contesto politico che fa da cornice a questa rete di relazioni, cioè la Firenze del passaggio decisivo, dopo la morte di Gian Gastone (1737), dai Medici ai Lorena, con il rilevante incremento della presenza inglese (e filoinglese) nel Granducato, ma ancor di più sorprende la scarsa attenzione ai vistosi mutamenti di gusto che si succedevano, investendo l’intera Europa, proprio a muovere da alcuni dei loro referenti: e questo vale per Gray e per la poesia sepolcrale, ad esempio, che inaugurava nel solco del suo nome mezzo secolo di fortuna quasi ininterrotta; come vale per Horace Walpole, che ben prima di imporsi come il capofila della narrativa nera di ambientazione italiana aveva avviato la rinascita del gotico con le invenzioni architettoniche e i giochi decorativi della villa di Strawberry Hill, poco a ovest della capitale. E, per portarci al versante italiano, rispetto a un altro nome decisivo come quello di Cocchi, se non senza buone ragioni Baretti ne strapazzò come «cosa insulsa e melensa» la premessa all’autobiografia di Benvenuto Cellini – che il medico toscano ebbe comunque il merito di rendere per la prima volta pubblica, favorendo insieme la fortuna settecentesca di un genere letterario spesso ritenuto minore o subordinato a finalità diverse<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-043">8</ref></hi></hi> –, riesce difficile ammettere che i due esuli avessero colto appieno il ruolo che Cocchi si assunse nel tenere in vita – e valorizzare – la tradizione scientifica galileiana, che nell’insegnamento pisano dello scienziato e nei suoi allievi diretti e indiretti aveva radice (lo stesso Baretti che, nella <hi rend="italic">Italian Library</hi>, ritrae un Galileo costretto all’abiura ma che «battendo il piede, con fare meditativo» esclama «Eppur si muove», punta più verso una lettura «eroica» del personaggio che sulla possibile definizione di un magistero esemplare)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-042">9</ref></hi></hi>. Tutto questo – fatta naturalmente salva l’incommensurabilità delle competenze, del talento e degli umori che animarono personalità così diverse, a tutto svantaggio naturalmente del buon Martinelli – per giustificare la scelta, lasciate dunque sullo sfondo prospettive di maggior ampiezza, di un’angolatura forse un po’ eccentrica nell’avvicinarne l’opera, ma che è proprio Baretti a suggerirci. Sarà bene perciò riportarci finalmente al congedo della sua lettera a Lami:</p><quote rend="quotation_b" >Oh, sa Ella chi m’impone di riverirla? Il signor Vincenzio Martinelli, che è il solo italiano vivo che sia in Londra. Gli altri (e son di molti) sono tutti morti e sepolti, chi ’n un gravicembalo, chi ’n un violino, ch ’n un colascione, ecc. Questo sig. Martinelli mi ha detto che ha mandato anche a Lei un suo libro della <hi rend="italic">Vita Civile</hi>, che qui incontra molto bene. </quote><p rend="text" >La risposta, chiude Baretti, potrà essere indirizzata usando «lo stesso canale» dell’invio, «cioè pel sig. Man, ministro britannico presso codesta Reggenza» (l’abitazione di Lami era infatti in via Maggio, poco lontano da Palazzo Manetti: Borroni Salvadori 1983, 94). Che l’<hi rend="italic">Istoria critica della vita civile</hi>, un’ampia compilazione di tono morale in prospettiva muratoriana (riferimento imprescindibile per la trattatistica dell’epoca nel dibattito su temi come l’educazione, la vita in famiglia e in società), ma con qualche affondo di rilievo nella sfera politica, come si dirà più avanti, avesse avuto qualche successo, è vero, al punto che ne seguirono almeno quattro edizioni, fino a un’ultima ristampa, sempre londinese, nel 1778<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-041">10</ref></hi></hi>; ma conta anche quel che Baretti sottolinea del suo autore, che quell’«italiano vivo» era altra cosa dallo stuolo di musicanti che avevano scelto Londra per vivacchiare, più o meno dignitosamente, all’ombra dell’Opera House o come insegnanti di musica. </p><p rend="text" >Uomo di lettere, sia pure «de la petite espèce», come lui stesso si presentò a Casanova nel 1763 con un provocatorio e poco sincero <hi rend="italic">understatement</hi> (ma varrebbe la pena di citare per intero il canovaccio del loro primo incontro, nel malfamato Caffè d’Orange, quando Casanova, chiesta una limonata, si trova vicino uno sconosciuto che approfitta della sua lampada per fare delle correzioni a margine di qualche foglio. <hi >Lo vede correggere </hi><hi rend="italic">ancora</hi><hi > in </hi><hi rend="italic">anchora</hi><hi >: «Cette barbarie m’irritant, je lui dis que depuis quatre siècles on écrivait </hi><hi rend="italic">ancora</hi><hi > sans </hi><hi rend="italic">h</hi><hi >. ‘D’accord’, me dit-il; ‘mais je cite Boccace, et dans les citations il faut être exact’. ‘Je vous fais réparation d’honneur, Monsieur, je vois que vous êtes homme de lettres’. </hi>‘De la très petite espèce…’»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-040">11</ref></hi></hi>, Martinelli seppe valorizzare le proprie singolarità e trasformarle in un efficace lasciapassare per i saloni dell’aristocrazia britannica, divenendo presto ospite conteso di buone tavole e di villeggiature illustri, dove le sue qualità di <hi rend="italic">causeur</hi> venivano riconosciute e ammirate. Ed era un elemento di distinzione, quello del brillante parlatore, del <hi rend="italic">letterato</hi> e dell’uomo di mondo, che si imponeva subito, anche negli ambienti dove potevano prevalere gli interessi musicali e l’affezione per le qualità più <hi rend="italic">routinières</hi> dei residenti italiani (per un quadro complessivo, Thorne 1958). Uno dei ritratti più vivaci del Martinelli inglese ci viene incontro infatti dalle pagine del diario di Frances Fanny Burney, la figlia del grande storico della musica (e musicista lui stesso) Charles, che nel 1771 lo presentava come un «original genius», spesso presente e anzi «familiar in our family», personalità di spicco tra i molti italiani – e inglesi incontrati in Italia – ospiti del padre, fin dalla sua infanzia (Fanny, precisiamo, era nata nel 1752):</p><quote rend="quotation_b" >He has a most uncommon flow of wit, and with it the unmost bitterness of satire and raillery of ill nature. His vanity and self-conceit exceed every person’s I ever saw; and far from endeavouring to conceal this weakness, he glories in it, and thinks he but does himself justice in esteeming himself the head of whatever company he is in, and [openly] manifesting that he does so. He is not satisfied with priding himself upon treating them with <hi rend="italic">sincerity</hi>, he piques himself upon treating them with <hi rend="italic">rudeness</hi>. He was boasting to this effect in his broken English, and said: «I hear the nobleman talk – I give him great attention – I make him low bow – and I say: My Lord! you are a very great man – but for all that – a blockhead!»… He is an admirable <hi rend="italic">storyteller</hi>, if he could forbear making himself the hero of all his tales; but the every purport of his speaking is, to acquaint the company with his consequence»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-039">12</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text" >Nel suo studio del 1956, il primo ad aprire qualche prospettiva di rilievo sul Martinelli inglese dopo i cursori contributi di Graf e Croce<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-038">13</ref></hi></hi>, Elisabeth H. Thorne collocava accanto a queste pagine di Fanny le altre più tarde dei <hi rend="italic">Memoirs</hi> sulla vita del padre, dove il nome di Martinelli si affaccia, tra quelli degli amici italiani del musicologo, associato a quello di Baretti (che dalla stessa fonte sappiamo essergli stato presentato e raccomandato dal Dottor Johnson)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-037">14</ref></hi></hi>. E qui di nuovo la sintesi di Fanny, di brillante icasticità e quasi parlante, punta sul dato distintivo della loro condizione, l’essere cioè soprattutto «uomini di lettere»:</p><quote rend="quotation_b" >The doctor’s two literary Italian friends, Martinelli and Baretti, were occasional visitors; and by the rapidity of their elocution, the exuberance of their gestures, and the distortion of their features, upon even the most trivial contradiction, always gave to the doctor a divertingly national reminiscence of the Italian, or Volcanic, portion of his tours.</quote><p rend="text" >Dato, questo delle competenze letterarie (ma sicuramente, come osserva ancora la Thorne, unite a una buona dose di «musical interests», come la loro stessa natura di italiani garantiva)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-036">15</ref></hi></hi>, che conferma il suo rilievo con il richiamo che subito precede a un altro tra i frequenti ospiti del «social circle» di St. Martin’s Street, ossia John Hoole, «the elegant translator of Tasso». La sua versione inglese della <hi rend="italic">Gerusalemme liberata</hi> era uscita nel 1767, e, se l’associazione può tornare utile a compensare l’assenza dai <hi rend="italic">Memoirs</hi> di ogni puntualizzazione cronologica, ci renderebbe possibile indirizzarci all’epoca che immediatamente segue il secondo, e definitivo, arrivo di Baretti a Londra, dalla fine di novembre del 1766<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-035">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Di quel periodo, per Baretti piuttosto infausto, fu testimone d’eccezione il giovane Alessandro Verri, che si trovava a Londra dall’8 dicembre di quell’anno. Vi era arrivato da Parigi, dove in una sorta di Grand Tour alla rovescia aveva accompagnato l’amico Cesare Beccaria a ricevere il plauso che i <hi rend="italic">philosophes</hi> avevano decretato a <hi rend="italic">Dei delitti e delle pene</hi>, lanciato allora nell’Europa dei Lumi dalla prima traduzione francese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-034">17</ref></hi></hi>. Il festeggiato non aveva però retto alla lontananza ed era rientrato a Milano già a dicembre, così che la seconda parte del viaggio, a Londra e quindi di nuovo a Parigi, era stata appannaggio del solo Alessandro. Guidato dall’attenta regia del fratello Pietro, che da Milano gli aveva organizzato un brillante circuito di visite e di incontri, a Londra Alessandro aveva avuto modo di servirsi delle prestigiose commendatizie di un altro affiliato al gruppetto del <hi rend="italic">Caffè</hi>, Paolo Frisi, matematico di fama europea, che proprio pochi mesi prima aveva visitato la città lasciandovi «molti amici, dove prima aveva soltanto ammiratori»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-033">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Con ciò, s’intende bene che la Londra dove si mosse in quei mesi, con dichiarato entusiasmo, il più giovane dei Verri – che ebbe modo di partecipare alle sedute della Royal Society e di incontrare, per far solo un paio di nomi, Sterne e Franklin – non era certo quella di Baretti, che dovette dedicare i primi mesi del rientro al tentativo di costruirsi una dignitosa sopravvivenza, impegnandosi anche alla revisione del <hi rend="italic">Dictionary of the English and Italian Languages</hi>, come registrava Alessandro poco prima di ripartire per Parigi, il 2 febbraio 1767: «Lo Scannabue si vede pochissimo al Caffè d’Orange», che era il centro della vita italiana a Londra, in Haymarket, frequentato dalle maestranze della vicina Opera House, e dove si faceva recapitare la corrispondenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-032">19</ref></hi></hi>, «e si crede che stia lavorando a un Dizionario Italiano, Inglese, Francese». Per chiudere, lapidariamente: «Qui è creduto un birbante insigne» (Gaspari 1980, 300). Il nome del compilatore della <hi rend="italic">Frusta letteraria</hi>, va da sé, basta e avanza a giustificare la scarsa indulgenza che affiora sempre dalle notazioni di Alessandro (a partire dalla prima, il giorno successivo all’arrivo nella città: «Il nostro Baretti si ritrova qui. Non so ancora che si faccia. Alcuni mi dicono che fa il maestro di Lingua, altri che fa nulla ed è miserabile»: Gaspari 1980, 140). Non senza compiacimento, eccolo anche dar conto di una disavventura che dovette mettere lo scrittore piemontese in serio pericolo:</p><quote rend="quotation_b" >Il nostro caro Baretti, come vi ho detto, è qui insieme di tanta altra canaglia che disonora la nostra nazione. Poco mancò ch’ei non fosse qui fatto bastonare dall’Inviato di Baviera e poi da quello di Sardegna, ambi malcontenti della sua maldicentissima lingua. Il Martinelli lo tenne per carità alcuni giorni in casa per salvargli le spalle. (Gaspari 1980, 277)</quote><p rend="text" >Francesca Savoia ha potuto collocare questo cenno, affidato a una lettera del 27 gennaio 1767, entro il quadro delle polemiche seguite alla chiusura della <hi rend="italic">Frusta</hi> e alla denuncia indirizzata al procuratore e alla Magistratura dei Riformatori di Venezia perché Baretti, anche dopo aver lasciata la città, venisse perseguito d’ufficio (Savoia 2017, 252-53). E la Serenissima ne aveva richiesto alle autorità inglesi, tramite il rappresentante a Londra, l’estradizione. Se non si giunse a tanto, certo divenne oggetto di una stretta sorveglianza, e l’aiuto di Martinelli, che meno di lui poteva venir associato alla «canaglia che disonora la nostra nazione», gli giunse senz’altro provvidenziale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-031">20</ref></hi></hi>. Nella stessa lettera Alessandro consegnava a Pietro un ritratto tra i più riusciti dell’erudito toscano – all’altezza degli schizzi della Burney –, con cui dovette intrattenersi abbastanza a lungo da sentirsi raccontare anche del suo recente viaggio a Milano, in veste di accompagnatore di George Spencer, quarto duca di Marlborough: </p><quote rend="quotation_b" >Conosco qui un vecchio Toscano, da molti anni stabilito a Londra. Egli è il signor Vincenzo Martinelli, autore della <hi rend="italic">Storia della vita civile</hi>. È venuto a farmi ultroneamente visita, io gliel’ho restituita e siamo entrati in qualche famigliarità. Ei fu a Milano, tre anni sono, con Milord Spencer; fu anche dal Conte di Firmian. È buon vecchio, ma vivissimo: sempre si loda e vuole esser lodato. Io, perdonando alla sua incoreggibile vecchiaia questo difetto e secondando per pura umanità le sue passioni, mi cattivai la più grande sua amicizia. Gli ho detto che Beccaria lo stima: ciò lo fa giubilare. Egli è per altro come tutti i nostri letterati italiani: curante dell’armonia dello stile; mediocrissimo ragionatore; di qualche spirito, che impiega a dir male del merito; senza entusiasmo; pedante parlatore; divorato dalla vanità, dall’invidia; mordace per brillare; impertinente come un virtuoso. Malgrado questo corredo di vizi, ch’io credo accompagnare sempre i nostri dotti, egli ha del fuoco e del cuore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-030">21</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text" >Questo «pedante parlatore», è evidente, era riuscito simpatico ad Alessandro: non c’è da dubitare, infatti, che gran parte delle riserve mutuassero non tanto dal saperlo vicino al nemico giurato Baretti, e iscritto quindi d’ufficio al registro dei misoneisti curanti più delle parole che delle «cose»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-029">22</ref></hi></hi>, quanto dalla differenza d’età (Martinelli toccava allora i sessantacinque anni, Alessandro appena i ventisei), come sarebbe risultato chiaro in una menzione di qualche mese dopo, quando, rientrato in Italia, lo ricordava, certo, noioso al primo presentarsi, come ogni «italico letterato», ma gli riconosceva una propria stravaganza e qualche attrattiva singolare: «un poco di pazzia da cervellaccio», e il carattere «del buffone e del curioso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-028">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Ora, potremmo proseguire ancora a lungo nell’allineare medaglioni come questi, che da una parte rilevano le indiscutibili competenze letterarie di Martinelli, spesso giudicate all’altezza dello stesso Baretti (in una lettera del luglio 1773 Horace Walpole, che desidera una perizia sulla traduzione italiana di qualche frammento di Gray, scrive a William Mason che si può tranquillamente puntare su di lui, «who will do as well as Baretti»: Toynbee 1904, 310-11), dall’altra ne esaltano – altra consonanza con il carattere di Baretti – la <hi rend="italic">verve</hi> di narratore (per Baretti, cfr. Savoia 2022, 237) e di spirito singolare («un carattere strano e satirico» nel giudizio di Giuseppe Pelli Bencivenni, che lo incontrò ai Bagni di Lucca nell’ottobre del ’75, quando erano entrambi ospiti di Pietro Paolo Celesia, che a sua volta l’aveva frequentato a Londra dove risiedeva come ministro della Repubblica di Genova: cfr. Rotta 1975, 81), o di brillante conoscitore della vita mondana e intellettuale della grande capitale inglese, con una dimestichezza riconosciuta a ben pochi stranieri (come nelle sue memorie ebbe modo di constatare Casanova, che a Londra, dove visse tra il 1761 e il ’64, lo ebbe come guida nei salotti e nelle passeggiate nei parchi, a teatro e al British Museum)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-027">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Potremmo proseguire, certo, ma per indirizzarci a una meta che, pur mantenendo sullo sfondo le doti di <hi rend="italic">connoisseur</hi> e l’indiscutibile dottrina di Martinelli, tenti di sottrarlo a questa dimensione aneddotica (e con ciò, premessi tutti i limiti del caso, a riconoscergli un ruolo non del tutto secondario nella fitta rete dei rapporti culturali tra Italia e Inghilterra a metà Settecento), sarà meglio orientarci su quello che, dagli studi della Thorne ai contributi più recenti, si è ormai accreditato come il suo libro più notevole: e non si tratta, come si sarà già inteso, dell’<hi rend="italic">Istorica critica della vita civile</hi>, né delle più tarde compilazioni storiche, i tre volumi dell’<hi rend="italic">Istoria d’Inghilterra</hi> (1770-73) e quelle pubblicate dopo il rientro definitivo in Toscana (1775), la<hi rend="italic"> Istoria del governo d’Inghilterra</hi> e la <hi rend="italic">Istoria della famiglia Medici</hi>, peraltro rimasta manoscritta. A un percorso più interessante potrebbero forse indirizzarci le edizioni di classici da lui curate, dal <hi rend="italic">Principe</hi> (1749) al <hi rend="italic">Decameron</hi> (1762) alla <hi rend="italic">Commedia</hi> (1768 e 1778): soprattutto quest’ultima, naturalmente, che intanto vale a confermare, entro questi ben definiti orientamenti culturali, la prevalenza di un modello toscano non certo di superficie (pur considerando che queste opere erano espressamente concepite in vista dell’uso didattico). Ma conta anche, per mettere a fuoco l’interesse specifico che si vuole dunque attribuire, confermando le indicazioni di cui si diceva, alle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi>, che proprio sulla proposta di un particolare modello linguistico toscano e sull’autorevolezza di Dante fanno perno: le due lettere <hi rend="italic">Sopra Dante</hi> saranno infatti riprese nelle due edizioni della <hi rend="italic">Commedia</hi>, ma è evidente che all’altezza del 1758, nel quadro dell’ancora tiepida crescita dell’interesse per Dante, il libro, anche solo per questa parte, avrebbe meritato miglior fortuna.</p><p rend="text" >L’opera si compone di cinquantanove lettere: due sole (XXXVII-XXXVIII) risalenti al periodo napoletano e indirizzate al nipote, al quale offre consigli sugli studi di medicina che stava intraprendendo; le altre, ordinate cronologicamente anche se spesso non datate (Martinelli 1758: <hi rend="italic">Prefazione</hi>, XVI), sono riferibili al decennio precedente la pubblicazione, dall’anno cioè dell’arrivo di Martinelli a Londra. Tra i destinatari figurano personalità di rilievo dell’aristocrazia britannica, dallo stesso Walpole, dedicatario del volume e titolare delle due lettere su Dante (XXXIX e XL), al cancelliere dello Scacchiere Charles Townshend, cui ne sono indirizzate due (XLV-XLVI) che dibattono del trattato di <hi >Rousseau</hi> sull’origine della diseguaglianza: cognato di Walpole, a lui era stata dedicata l’<hi rend="italic">Istoria critica</hi>, della quale aveva patrocinato la pubblicazione. Quella delle <hi rend="italic">Lettere familiari</hi>, come ci informa l’autore in una indirizzata ad Antonio Cocchi (XXXIV), era stata sollecitata da «amici» che possiamo pensare italiani, tra cui Luca Corsi (rappresentante di spicco della massoneria fiorentina e a sua volta futuro dedicatario dell’<hi rend="italic">Istoria d’Inghilterra</hi>), al quale viene indirizzata una lettera «sopra alcuni consigli di mercatura, e sopra il libro <hi rend="italic">Dei Bagni di Pisa</hi> scritto dal Signor Antonio Cocchi» (XX). Numerosi sono, come già si vede, anche i destinatari italiani: il diplomatico Antonio Niccolini, che riceve una lettera (II) in cui Martinelli racconta del proprio soggiorno all’Aja, e di come vi avesse incontrato, su commissione del destinatario, la figlia dell’«eretico» Gregorio Leti; il plenipotenziario del Regno di Sicilia in Olanda, Giuseppe Finocchietti, al quale «dà conto del suo viaggio e del suoi arrivo a Londra» (III); il magistrato napoletano Teofilo Mauri, che intrattiene sul commercio del tabacco e sui costumi degli inglesi (IV); il senese Nicola Pecci, potente uomo di stato della Lombardia asburgica, sui vantaggi del « soggiorno di Londra» rispetto a Parigi (XXIV), e così via. E non manca lo stesso Baretti (L), in quella che se non mi sbaglio è di fatto l’unica testimonianza su di lui dalla parte di Martinelli. La lettera riguarda il progetto di Baretti «di emendare il dizionario dell’Altieri», e quindi può essere considerata tra le ultime della raccolta, dato che nel 1758 il progetto, che si concretò due anni dopo con la pubblicazione del <hi rend="italic">Dictionary of the English and Italian language</hi>s, era appena stato avviato (Savoia 2017, 249-50). Non che se ne ricavi molto, al di là della previsione della riuscita di un’impresa che avrebbe finalmente superato un modello che Martinelli giudicava piuttosto negativamente, al punto di ritrovare nell’opera di Altieri «una ignoranza perfetta di qualunque arte o scienza, di cui egli noti o spieghi qualche vocabolo»; a quel lavoro, del resto, Baretti si accingeva «col solito suo eroico coraggio» che gli derivava da «gioventù e costanza, capitali necessarissimi per condurre a termine con celerità ed esattezza un’opera sì laboriosa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-026">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >L’esibizione dei titoli e delle competenze dei destinatari, insieme con la varietà dei soggetti, la ribadita narrazione in prima persona e la varietà di toni e registri, se risultano perfettamente congrue allo scopo didattico della raccolta, quello cioè di offrire un modello di scrittura epistolare contemporanea a un <hi rend="italic">parterre</hi> di aristocratici inglesi che si dilettano di letture in italiano, procede anche nella direzione di valorizzare al meglio le brillanti qualità dell’intrattenitore, uomo di mondo, <hi rend="italic">bon vivant</hi> e conoscitore profondo dei due mondi opposti, l’Italia e l’Inghilterra, che appunto si disputano la scena delle cronache epistolari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-025">26</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Che tutto puntasse insomma sulla personalità di Martinelli, l’aveva capito bene lo stesso Baretti, che nel decimo numero della <hi rend="italic">Frusta</hi>, il 15 febbraio 1764, aveva presentato una sua lettura, sbrigativa ma intelligente, dell’opera dell’amico. I sei anni di distanza dalla pubblicazione si giustificavano, come spesso nella rivista, con la volontà di Aristarco di non inseguire le novità, ma di puntare su quel che davvero meritava attenzione, nel bene e nel male. Dato che le segnalazioni bibliografiche presenti nei numeri precedenti, però, raramente scendevano al di sotto dell’inizio del decennio, questa viene giustificata da una breve introduzione che offre al lettore un giudizio sui libri italiani «in questi ultimi anni pubblicati in Londra», per la più parte «pieni d’oscenità e d’irreligione», e indegni che se ne parli a dei galantuomini. A questa premessa si aggancia subito la breve recensione: </p><quote rend="quotation_b" >Nessun galantuomo tuttavia abbia difficoltà di leggere queste lettere del signor Martinelli, quantunque italiane e stampate in Londra. L’autore le ha pubblicate in Londra perché sta in Londra. Se egli fosse stato in Italia, avrebbe fatto a’ suoi paesani il regalo che ha fatto agl’Inglesi. Queste sue lettere sono tutte scritte come dovrebbero scrivere tutti gli uomini dabbene. Sono intitolate <hi rend="italic">familiari e critiche</hi>, perché alcune furono scritte così in su due piedi, come si suol dire, ed alcune studiatamente e a bella posta. Non sono tutte egualmente pregne di sapere, di riflessioni e di belle cose, perché non tutti gli argomenti possono essere uguali; ma assai notizie belle e pellegrine si possono dalla più parte d’esse ricavare, perché l’autor loro, per quanto appare, è uomo che ha rovistati libri assai e veduto di molto mondo. Egli scrive con molta facilità e chiarezza; e se ha difetto rispetto allo stile, non è altro che un po’ di negligenza e un po’ troppo di libertà in formarsi talora de’ vocaboli che non sono, e che non saranno forse mai, adottati dalla Crusca.</quote><p rend="text" >Segue qualche riga spesa a illustrare alcune delle «più belle» tra le lettere, al cui novero Baretti assegna naturalmente quelle (XXI-XXII) sul <hi rend="italic">Siècle de Louis XIV</hi> di Voltaire, che, se ne salvano «lo stile ameno», ne condannano però senza riserve l’assenza di scrupolo storico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-024">27</ref></hi></hi>; da qui procede a dare un «saggio della corrente maniera di scrivere» dell’autore, riportando per esteso la lettera XLIV, sui giardini inglesi, indirizzata al botanico Luigi Marsili, ciò che consente alla recensione di raggiungere un’ampiezza accettabile, e sulla lunga citazione l’articolo si chiude<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-023">28</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Rilevante la distinzione che Baretti stabilisce, nell’opera dell’amico, tra la scrittura di getto e quella più artificiosa («a bella posta»), sottolineando così la presenza (del resto ben percepibile) di differenze di registro, in diretta discendenza dal titolo dell’opera. Alla prima forma pertiene la lettera «familiare», genere che lo stesso Baretti aveva frequentato (i primi due tomi delle <hi rend="italic">Lettere familiari a’ suoi fratelli</hi> erano uscite a Milano nel 1762) facendone il perfetto veicolo espressivo, come è stato osservato, della sua «disposizione psicologica, conoscitiva e stilistica di insaziabile osservatore-viaggiante» (Savoia 2022, 245). Con ciò, s’intende che la «lettera familiare» è una formula ibrida, una sorta di «onesta dissimulazione» che poteva associare materiali e indirizzi eterogenei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-022">29</ref></hi></hi>, definendo piuttosto «l’intonazione generale dello scritto» che la specificità del rapporto con il destinatario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-021">30</ref></hi></hi>, e che, quanto all’ampio ventaglio tematico, aveva reso agevole anche a Baretti l’esercizio, spesso riuscito, del «travaso» dall’ambito epistolare alla <hi rend="italic">Frusta</hi>. Dove – e a questo punto non sarà il caso di stupirsene – proprio le «lettere familiari» di Martinelli, quelle di Lady Montagu e quelle dello stesso Baretti finivano per essere valorizzate come modelli di una scrittura «gradevole e istruttiva», facilmente collocabile a valle di quello che per Baretti rimaneva il vertice assoluto della prosa italiana, ossia il Caro delle <hi rend="italic">Lettere familiari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-020">31</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text" >Più esteso ma anche più frammentato era invece il panorama su cui apriva la sua opera Martinelli. Che sull’autorità di Caro aveva anzi, nella <hi rend="italic">Prefazione</hi>, lasciato cadere qualche seria riserva: «belle sono le lettere d’Annibal Caro», naturalmente, «ma non tutte». In più, «anco il suo linguaggio non è de i più puri, e ne i modi di dire odora spesse volte il dialetto nativo dell’autore, cioè Lombardo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-019">32</ref></hi></hi>. La linea che eleggeva per sé muoveva ad altra direzione: l’astro maggiore è «il gran Galileo», che «anco nello stile epistolare fu come l’inventore d’un nuovo sistema»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-018">33</ref></hi></hi>, e lo segue la sua scuola: Redi, Salvini, Magalotti e Manfredi, che allo stesso fine hanno contribuito con opere «istruttive e piacevoli al maggior segno». Su questo fronte, la frattura con Baretti si farà evidente quando quest’ultimo, nell’I<hi rend="italic">ntroduzione</hi> alla <hi rend="italic">Scelta delle lettere familiari</hi>, tornerà su Caro presentandolo come <hi rend="italic">l’unico </hi>prosatore italiano «accettabile»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-017">34</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Ma teniamo ancora per poco in sospeso le divergenze e le affinità, per rilevare intanto come tra queste ultime, si sarà inteso, suonasse urgente anche il tentativo di assimilare la prosa epistolare alla vivacità e alla varietà della conversazione, e con ciò alla naturalezza: scopo, «ce bon naturel», così difficile da riprodurre nella prosa italiana, come pochi anni prima dei fatti che ci occupano si doleva Francesco Algarotti dedicando a Federico II i <hi rend="italic">Dialoghi sopra l’ottica newtoniana</hi>. Perché anche la divulgazione scientifica, che per prima aveva intravisto nella lettera il veicolo più efficace di una possibile <hi rend="italic">renovatio</hi> delle forme del sapere, in un’epoca che della pratica epistolare rappresentò il massimo fulgore, a queste remore stava pagando un pedaggio non esiguo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-016">35</ref></hi></hi>. In un tale contesto, i riferimenti di Martinelli a Galileo e alla sua eredità letteraria non sembrano affatto fuori fuoco, anzi. E qui, tra parentesi, noteremo almeno come la presenza, nelle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi>, di un tono che, con tutti i limiti del caso, riconduce appunto al dialogo e al «piacevole intrattenimento» come all’obiettivo più ambìto, abbia di fatto guadagnato all’autore qualche spazio, come sperava, tra i «best Italian authors» più utili all’apprendimento e alla pratica dell’italiano: tanto che i <hi rend="italic">Rudiments of the Italian language</hi> di Arthur Masson, nel 1771, collocheranno le <hi rend="italic">Lettere</hi> di Martinelli, unico testo contemporaneo, a fianco di estratti dalle <hi rend="italic">Storie</hi> e dalle lettere di Davila e Bentivoglio (Pizzoli 2004, 386-87).</p><p rend="text" >Più breve la sosta sul secondo polo del <hi rend="italic">focus</hi> di Baretti, quello che associava la definizione di <hi rend="italic">critiche</hi> alle lettere scritte «studiatamente e a bella posta», e che dunque non ritroveremo nella nomenclatura dei titoli barettiani. Che si tratti, anche qui, dell’indicazione di una scelta di registro, se non addirittura dell’aspirazione a codificare un preciso genere letterario, lo potrebbero dimostrare i diretti antecedenti, tra i quali si segnalano le <hi rend="italic">Lettere critiche, giocose, morali, scientifiche ed erudite</hi> di Giuseppe Antonio Costantini, pubblicate una prima volta nel 1743, il cui clamoroso successo editoriale è stato messo in luce da alcuni studi recenti (Pizzamiglio 2017, 87-105; Forner 2017, 107-25). Ma lo stesso termine <hi rend="italic">critico</hi> a metà secolo stava vivendo un passaggio decisivo verso l’accezione moderna, che associa cioè analisi ed esperienza (Gaspari 2018a), inevitabilmente orientandone l’interpretazione a una dimensione contigua a quella della divulgazione scientifica: tanto che la sintesi binaria «familiari e critiche» potrebbe senza forzature rinviare alla sollecitazione del più pertinente (e già esibito, come s’è visto) prodromo (1721) delle <hi rend="italic">Lettere scientifiche ed erudite</hi> di Lorenzo Magalotti. </p><p rend="text" >Siamo, con questo, a un punto nodale. Nella <hi rend="italic">Italian Library</hi>, Baretti era sì mosso dal <hi rend="italic">Dialogo dei massimi sistemi</hi> per dichiarare che le opere di Galileo erano «written in very pure language»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-015">36</ref></hi></hi>, ma nei confronti della sua «scuola», se pure le riconosceva un ruolo positivo nella ripresa culturale avviata dall’epoca dell’Arcadia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-014">37</ref></hi></hi>, aveva sollevato più di un dubbio. Basterà spostarsi avanti di qualche anno e aprire il quarto numero della <hi rend="italic">Frusta</hi>, alla data del 15 novembre 1763, reperto tra i più combattivi sul tema della questione della lingua e dei suoi modelli. Baretti ne dedica buona parte alla recensione ai <hi rend="italic">Discorsi toscani </hi>di Antonio Cocchi, ma nella segnalazione che la precede, dove strapazza un trattatello di eloquenza forense, aveva già preparato la strada: preme almeno rilevarvi l’invito agli scrittori «principianti» di sottoporsi a un conveniente apprendistato, di lingua e di stile, e l’indicazione di un pur limitato canone, nel quale fa rientrare, con Machiavelli e (ovviamente) Caro, anche Bellini e Redi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-013">38</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >L’ultimo segmento dice chiaro dell’interesse di Baretti per la prosa di divulgazione scientifica, ma – pur facendo la tara alla prevalenza dell’umore sul sistema, che resta la cifra più vistosa del suo esercizio critico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-012">39</ref></hi></hi> – quella rassegna già così esigua non è disponibile ad aggiornamenti: non perché non fossero necessari, in vista di una prassi linguistica calata nel presente, ma perché Baretti, di fatto, non ne intravede. Nella recensione a Cocchi il troncamento è netto, e la scimitarra di Aristarco spazza via, con i suoi <hi rend="italic">Discorsi toscani</hi>, l’archeologo Anton Francesco Gori, le <hi rend="italic">Prose toscane</hi> di Anton Maria Salvini e, <hi rend="italic">quod demonstrandum</hi>, il nostro Magalotti (morto nel 1712, mentre Cocchi, mancato appena cinque anni prima, poteva ben dirsi contemporaneo)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-011">40</ref></hi></hi>:</p><quote rend="quotation_b" >[…] non mi resta da aggiunger altro sul proposito di questo medico ed antiquario, se non che il suo stile è chiaro e nitido sufficientemente, ma floscio e lento anzi che nervoso e veloce. I fiorentini, che non sono in generale modesti panegiristi quando parlano degli uomini e delle cose loro, non si chiameranno forse ben sodisfatti di quel poco che dico di questo lor uomo e delle produzioni sue; ma chi non la gusta la sputi, ch’io non posso sempre star a detta di gente, la quale registra fra i supremi lumi dell’umano sapere un cianciero e secco e pedantesco Salvini, un superficiale ed affettato Magalotti, uno sterile e frondoso Gori, un insipidissimo… Zitto: non vo’ dir altro.</quote><p rend="text" >E altro non gli occorreva dire, nell’immediato. Ma altro avrebbe trovato da dire, e come, di lì a pochi mesi, quando si profilò all’orizzonte, a riscattare quella sbrigativa liquidazione, la rivista dei Verri e di Beccaria, dove la divulgazione scientifica e il «piacevole intrattenimento» si facevano veicoli di un inedito tentativo di restituire la cultura italiana al nuovo contesto europeo, subordinando risolutamente le <hi rend="italic">parole</hi> alle <hi rend="italic">cose</hi>. Non è un caso, naturalmente, che a quell’indirizzo corrispondesse la rivalutazione della mimesi della conversazione e del modulo dialogico, lungo una direttrice che Pietro Verri rese esplicita proprio nei nomi di Galileo, e quindi di Redi, Magalotti, Vallisneri, Manfredi e Grandi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-010">41</ref></hi></hi>. Giocoforza estraneo a un tale <hi rend="italic">novus ordo</hi>, il Martinelli delle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi>, che pure sui nomi di Galileo apriva e su quelli di Magalotti e Manfredi chiudeva il suo personale pantheon linguistico, si era mosso come il fiuto gli consentiva, per tentare nella sua prosa il brio del dialogo e la sfida di un’affabile divulgazione scientifica, ma senza oltranzismi e probabilmente con poca o nessuna ambizione di metter le tende in prossimità di qualunque campo di battaglia. </p><p rend="text" >Lo stesso personaggio che si era costruito lo sollecitava, del resto, a pesare le parole un po’ più delle cose. E sulle parole la recensione di Baretti aveva lasciato cadere qualche significativa riserva, come abbiamo già visto, in ragione di quel «po’ troppo di libertà» che Martinelli si era concessa (anche rispetto alle maglie strette della Crusca). Nell’indirizzo agli scrittori «principianti», sulla <hi rend="italic">Frusta</hi> del novembre 1763, ci appare meglio definito quel che intendeva, quando precisava che i modelli di lingua vanno sì seguiti, e che «noi dobbiamo da quegli scrittori imparare i vocaboli, e ragunarsene in mente quante migliaia possiamo», ma «colle debite discriminazioni fra i più usati e i meno usati, fra i moderni e gli obsoleti, fra i prosaici e i poetici», per arrivare a distinguere «tra le frasi native e le frasi forestiere» (Baretti 1932, I, 86). Proprio quel che Martinelli non aveva fatto, puntando piuttosto su quella libertà incondizionata, ai limiti del collezionismo e, come è stato detto, della «mania neologistica», che proprio nel Magalotti delle <hi rend="italic">Lettere familiari </hi>e soprattutto delle<hi rend="italic"> Lettere scientifiche ed erudite</hi> riconosceva la sua migliore autorizzazione (Turolo 1994, 37-40). </p><p rend="text" >Una minima campionatura del libro di Martinelli ci mette innanzi a non pochi referti inoppugnabili, frutto, peraltro, di una vena creativa tutt’altro che dozzinale. I casi più frequenti riguardano sintagmi con aggettivi e avverbi costruiti su sostantivi (e nomi propri), spesso di nuovo conio o comunque riattivati in funzione fortemente espressiva (tra parentesi il numero di pagina dell’ed. Nourse): «<hi rend="italic">preparativi</hi> <hi rend="italic">residentici</hi>» (riferiti all’allestimento di un soggiorno in campagna: 10); «<hi rend="italic">governare</hi> <hi rend="italic">tiberiescamente</hi>» (detto di Cosimo III Medici, che imponeva leggi ferree alla propria famiglia: 24); «<hi rend="italic">amor</hi> <hi rend="italic">cavallino</hi>» (che al suo culmine «morde e tira calci a più potere»: 15-16); «<hi rend="italic">mandibularia</hi> <hi rend="italic">economia</hi>» (la dentizione, compromessa da un incidente di caccia: 21); «<hi rend="italic">cuor</hi> <hi rend="italic">faraonico</hi>» (‘ostinato’: 29); «<hi rend="italic">consunzione</hi> <hi rend="italic">britannica</hi>» (‘malattia tipicamente inglese’: 105); «<hi rend="italic">complimentario</hi> <hi rend="italic">commercio francese</hi>» (proprio della socialità galante; l’agg. è registrato solo nel Tommaseo-Bellini: 125); una signorina «<hi rend="italic">topografica</hi>» (in quanto buona conoscitrice del luogo: 191); «<hi rend="italic">acquarie</hi> <hi rend="italic">esperienze</hi>» (di un frate che curava con l’acqua gelata: 245); «<hi rend="italic">nuove</hi> <hi rend="italic">diarie</hi>» (‘notizie del giorno’: 265); «<hi rend="italic">indole tassista</hi>» (detto di Filicaia in rapporto all’opera di Tasso: 299; ma <hi rend="italic">tassista</hi>, sost., è anche Pope: 307); «<hi rend="italic">giardino</hi> <hi rend="italic">sloanico</hi>» (del medico e botanico irlandese Hans Sloane, ricco di attrattive, ossia di «veneri <hi rend="italic">botaniche</hi>»: 323), «<hi rend="italic">indiani</hi> <hi rend="italic">bisogni</hi>» (il caffè, la cioccolata e le spezie: 391). Da aggiungere <hi rend="italic">inespilato</hi> (‘non sfruttato, intentato’: 265), e un eccezionale <hi rend="italic">nequo</hi> (agg.: «nequo servo de i cavalli e del carro», cioè ‘prono, non reattivo’ al loro dominio: 342; mi risulta attestato solo il sost., nel senso di ‘pezzo di cattiva qualità’).</p><p rend="text" >Altro ricco serbatoio di sicura onomaturgia sono le forme verbali: «<hi rend="italic">analogizzare</hi> uno scolare» (detto del maestro che si serve del metodo analogico per l’insegnamento delle lingue: 37); «<hi rend="italic">campagnare</hi>» (soggiornare in campagna, villeggiare’: 55); «<hi rend="italic">parruccare</hi>» (Luigi XIV «si può dire che […] parruccasse tutta Europa», promuovendo la nuova moda: 117); «<hi rend="italic">scapestrare</hi>» (‘liberarsi da impacci’, detto dei giovani a Londra, ma ricondotto all’etimologia ippica: «come direbbe un cavallerizzo, <hi rend="italic">scapestra</hi>»: 180). Tra i più riusciti, alcuni denominali, significativamente legati al mondo della musica: <hi rend="italic">sopranizzare</hi> (detto di un tenore: 359), <hi rend="italic">faustinare</hi> (ridurre le capacità vocali a «poche note, ma tutte dolci egualmente e sonore», sull’esempio del soprano Faustina Bordoni: 359-361), <hi rend="italic">farinellare</hi> (imitare cioè i virtuosismi del celebre Farinello, il castrato Carlo Brioschi, dotato di corde «grate all’ultimo segno desiderabile»: 361-362).</p><p rend="text" >Tra i sostantivi, accanto al recupero di qualche sparuto arcaismo, in discendenza soprattutto del teatro comico di Cecchi, si segnalano il femminile <hi rend="italic">scrittora</hi> (52), il notevole e parlante <hi rend="italic">chisciotteria</hi> (121), il calco <hi rend="italic">fracco</hi>, per il tipico abito inglese (prob. in prima attestazione: 125)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-009">42</ref></hi></hi>, accrescitivi espressionistici come <hi rend="italic">citadonazza</hi> («direbbe un veneziano, di Londra»: 8) e <hi rend="italic">vescicantone</hi> (rimedio medico, ivi; la propensione all’alterazione tramite suffisso si riscontra anche nell’aggettivazione, dove merita menzione il «naturale […] <hi rend="italic">facilone</hi>, <hi rend="italic">piacevolone</hi>» di un destinatario, sia pure con attestazioni in Cecchi e Caro: 134); e termini come <hi rend="italic">astertivo</hi> (principio terapeutico presente nell’acqua, in opposizione a <hi rend="italic">sedativo</hi>: 246), <hi rend="italic">giardinesimo</hi> (‘giardinaggio’: 264; in quest’ambito, da registrare anche il «giardino misto» di Arbury, parte all’italiana e parte all’inglese: 129-30), <hi rend="italic">topico</hi> (nel senso di ‘elemento essenziale, focus’, attestato come sost. in Baretti, GDLI, s. v. <hi rend="italic">cechezza</hi>: 130 e 265), <hi rend="italic">scarrucolamento</hi> (termine musicale, ‘vocalizzo’: 370)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-008">43</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Anche l’ambito, documentariamente meno affidabile, delle locuzioni ed espressioni figurate, consente al rilievo di qualche emergenza, come «parlare il dialetto d’Orazio» (non ne conosco attestazioni: 65); «essere ai capelli» (‘contrastarsi’, «fare a’ capelli» in Cecchi: 98); «cavarsi la sete col prosciutto» (cioè, a motivo del sale, scontentandosi invece di soddisfarsi, pop.: 182); «i forieri della morte» (ossia le sue avvisaglie: 267); «il martello Ulisseo» (‘la nostalgia’: 267); «far le scale delle fatiche» (286), «prender lingua» (‘informarsi’: 366). Una minima postilla, per chi si accostasse al testo senza la consapevolezza di questo background, sta in un caldo invito alla cautela: lo dimostra il caso dell’unica edizione moderrna delle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi>, dove la curatrice si è sentita in dovere di emendare, accanto agli immancabili refusi e trascuratezze, alcuni <hi rend="italic">loci</hi> ritenuti oscuri, ma in realtà perfettamente riconducibili alle direttrici appena messe a fuoco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-007">44</ref></hi></hi>. Nella lett. III, ad es., viene così ricomposto in <hi rend="italic">malordine </hi>«il malallordine de i nostri vestiti»: la voce è assente dalla Crusca, certo, ma per esempio nel solo Tommaseo (lemma <hi rend="italic">ordine</hi>) è documentata in più fonti, a partire da Bembo. Lo stesso vale per il «cacoete d’arguzia» (lett. XIII) attribuito da Martinelli alla scrittura di Montesquieu, che spesso darebbe «nell’oscuro e nello enimmatico, e moltissimo […] nell’antitetico». L’edizione moderna sostituisce a <hi rend="italic">cacoete</hi> un cervellotico <hi rend="italic">cacozelo</hi>, per giunta chiosato in nota come «affettazione, cattiva imitazione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-006">45</ref></hi></hi>. Il che non dà senso, specie se si considera la disponibilità di etimologia e attestazioni (Metastasio e Bettinelli) da Tommaseo in poi (GDLI compreso), tanto più che il significato di ‘abititudine inveterata, propensione negativa’, e riferito proprio alla pratica della scrittura, era già nel latino di Giovenale: «tenet insanabile multos|scribendi cacoetes» (<hi rend="italic">Sat</hi>. VII 51-52).</p><p rend="text" >Collezionismo lessicale, mania neologistica, cedevolezza nei confronti dei forestierismi e gusto dell’accumulo dicono già a sufficienza di scelte linguistiche di qualche originalità, e certo orientate sull’asse di quella che è stata definita come l’«oltranza» magalottiana (fatto salvo il caso degli arcaismi, che pure contribuisce a definire una posizione non passiva da parte di Martinelli)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-005">46</ref></hi></hi>. In dipendenza diretta dal Magalotti delle <hi rend="italic">Familiari</hi> (I, 67), ad esempio, si potrà aggiungere al breve catalogo una scheda per «stare in giorno» (118), detto delle dame che ‘si aggiornano’ (Tommaseo) sulla moda corrente. Ma ben più rilevante, anche se ci spinge a una fase successiva dell’attività di Martinelli, è il caso di un termine che ha da tempo conquistato all’autore delle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi> una discreta notorietà in campo lessicografico: mi riferisco alla voce <hi rend="italic">cicisbeo</hi> (e al relativo ambito semantico), e al contributo, una breve ma compiuta <hi rend="italic">Istoria dei cicisbei</hi>, che Martinelli elaborerà intorno al 1770 sollecitato dall’invito del celebre collezionista Thomas Hollis, in risposta al quesito, che intrigava l’appassionato di cose italiane, «What gave rise to cicisbeism?»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-004">47</ref></hi></hi>. Martinelli prende le mosse dall’assedio francese di Torino, nel 1710, per ricordare come le truppe francesi fossero da lì scese a Genova per trascorrervi il carnevale, dove «il timore, nei mariti, e la curiosità nelle mogli, che d’ogni cortesia sono i moventi», furono il fattore decisivo, in aggiunta al fascino degli occupanti. Tanto basta per spingerlo <hi rend="italic">una tantum</hi> a vestire i panni dell’etimologista: </p><quote rend="quotation_b" >Quel bisbigliarsi sotto voce agli orecchi dissero i Genovesi, prendendolo da quel mormorio, come di un ci-ci-ci a somiglianza di quello, che i passerini, e altri uccelli vanno cinguettando tra loro, dissero cicisbeare, e dai maschi, che un tal bisbigliare facevano dissero Cicisbei, Cicisbee le femmine.</quote><p rend="text" >L’etimologia di un termine tanto connotato (anche come cosa tutta italiana, e nel quadro di un’italianità generosamente offerta ai ricorrenti esercizi antropologici del Grand Tour) aveva mosso l’attenzione anche di Salvini e Baruffaldi (e poi dello stesso Baretti analista, nell’<hi rend="italic">Account of the manners and customs of Italy</hi>, dei più curiosi usi nazionali: Bizzocchi 1997, 39-40, 242-43), ma era stato proprio il Magalotti delle <hi rend="italic">Lettere scientifiche ed erudite</hi>, dunque già nel 1721, a sancire per primo l’uso e l’ampio ventaglio di declinazioni della voce, dal femminile <hi rend="italic">cicisbea</hi> al verbo <hi rend="italic">cicisbeare</hi>. E la stessa proposta di Martinelli, che puntava razionalmente sull’onomatopea, ha del resto ricevuto credito dalla lessicografia più recente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-003">48</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Tutto ciò attribuisce un indubbio interesse alle posizioni assunte sui fatti di lingua cui Martinelli ritiene giusto restringere la propria competenza: a partire proprio dalla discussione sulle etimologie e sulle scelte grafiche consegnate alla lett. XXIX, <hi rend="italic">Sopra l’ortografia della Lingua Italiana</hi> (pp. 140-158, con una anticipazione nella premessa al volume, che ne sottolineava l’utilità «particolarmente per li stranieri di nostra lingua»: p. XVI), dove sono proposte anche curiose modernizzazioni (l’eliminazione della <hi rend="italic">h</hi> nella coniugazione di <hi rend="italic">avere</hi>, la distinzione tra accenti gravi e acuti, la scrittura separata delle preposizioni, con altre osservazioni non corrive sull’interpunzione, sul raddoppiamento fonosintattico, le elisioni e le aspirate, ecc.). Concorrono a questa fruizione subalterna ma non secondaria delle <hi rend="italic">Lettere</hi> altre osservazioni sparse, sul genere epistolare e sulla <hi rend="italic">brevitas</hi> che deve distinguerlo (95), sulla promozione politica dell’universalità del francese (119), sull’utilità dell’uso delle maiuscole per rompere l’«unità di scrittura che affatica non poco la vista di chi legge» (120), sulla musicalità dell’italiano (tema che ovviamente gli riesce particolarmente caro: 165, 167, 260 e <hi rend="italic">passim</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-002">49</ref></hi></hi>, sui vantaggi che l’italiano deve alla derivazione più prossima dal latino, con la sua conseguente versatilità nelle versioni dalle lingue antiche (258 e 384), sulla libera costruzione (260) e sulla «maneggevolezza» della lingua (301). Sul versante della selezione delle <hi rend="italic">auctoritates</hi> qualcosa s’è già detto, a partire dalla valorizzazione della linea Galileo-Redi-Cocchi (103-04, 158), ma la ricorrente (e già messa agli atti) celebrazione del «maraviglioso Dante» (301 e <hi rend="italic">passim</hi>), in un’età che preferiva tenerlo ben lontano dal canone, la rivalutazione di Tasso (290), peraltro convergente con il recupero lessicografico che ne aveva promosso Magalotti, e, <hi rend="italic">per oppositum</hi>, la taccia di «negligenza somma di lingua» a Machiavelli (308), in direzione nettamente antibarettiana, il precoce riconoscimento di Testi e Marino come «sublimissimi ingegni» (303), la lettura di Metastasio come «pittore di caratteri» (199, 368), non sembrano essere indegni di nota.</p><p rend="text" >Con ciò, e pur lasciando cadere altri (e numerosi) scampoli della brillante eccentricità di queste prose, sempre impegnate a mettere in scena l’alto e svagato profilo dell’intrattenitore (suggerendo anche qui una delibazione più rabdomantica che sistematica dei testi), restano sullo sfondo ulteriori ragioni perché le <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi> incrocino anche l’attenzione degli storici della cultura e delle idee. Il punto di osservazione di Martinelli è ancora vicino all’oligarchia <hi rend="italic">whig</hi>, ed era stato sistematicamente esibito nell’<hi rend="italic">Istoria critica della vita civile</hi>, con il ricorrente confronto di «questa nostra italica decadenza» con il grande tòpos della libertà inglese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-001">50</ref></hi></hi>. Ma anche alle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi> è consegnata una severa disamina dei sistemi politici, ritenuti almeno in parte emendabili, come è il caso dell’Inghilterra, dall’istruzione e dalla libertà di stampa (337-40). E colpisce anche la presenza di temi civilmente rilevanti, come l’opposizione alla venalità delle cariche, in polemica con Montesquieu (96), il tema del <hi rend="italic">merito</hi> come imprescindibile requisito nelle cariche pubbliche (92), la sintesi quasi volterriana tra <hi rend="italic">comando</hi> e «piacere di opprimere» (96-97), l’affermazione del valore sociale del teatro e della musica (162-63), e – chi lo direbbe, nel frequentatore della migliore aristocrazia del Regno – il disconoscimento della nobiltà di sangue, «stupida vanità della nascita» che fomenta soltanto una «puerile ambizione» (286-87). Ne risulta, in un confronto spesso esplicito con il pensiero politico contemporaneo, il singolare allineamento di Martinelli, ben più dell’amico Baretti, ad alcune delle istanze più consapevoli del nascente illuminismo.</p><p rend="text" >Il paragone, come sempre inevitabile, ci restituisce alla recensione di Baretti sulla <hi rend="italic">Frusta</hi>, dove è fuor di dubbio che i difetti di stile delle <hi rend="italic">Lettere</hi> non potessero venir bilanciati che in minima parte dalla «facilità e chiarezza» che pure Aristarco era disposto a riconoscere all’autore. Si trattava, in sostanza, della sospensione <hi rend="italic">pro bono</hi> – in nome dell’amicizia – di un giudizio che, se espresso compiutamente, sarebbe riuscito assai meno generoso. Ma, anche qui, basterà far passare un po’ di tempo perché Baretti torni a essere Baretti. L’esito della vicenda, che si affaccia ormai su una diversa età, è consegnato a una lettera del 7 marzo 1787: Martinelli era morto da due anni, e i tre volumi della <hi rend="italic">Istoria d’Inghilterra</hi> (1770-1773), dei quali si parla, erano stati il suo ultimo cimento prima di rientrare in patria, deluso dal cocente insuccesso. Scrivendone ad Alessandro Carcano, che vorrebbe acquistarla per un amico, Baretti ristabilisce nettamente le distanze, e questa volta è un giudizio senza appello<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_09.html#footnote-000">51</ref></hi></hi>: </p><quote rend="quotation_b" >Signor marchese gentilissimo. Non corra in furia a comprare la <hi rend="italic">Storia d’Inghilterra</hi> o verun’altra opera del Martinelli, ché sarebbe un far buttare i denari all’amico suo. Quella <hi rend="italic">Storia</hi> in particolare, poco giudizioso estratto di quella di Rapin-Thoyras, non ha garbo veruno di lingua toscana ed è tutta pillottata di galicismi e di vocaboli e frasi arbitrarie. Il pover uomo non badò mai a nessuna sorte di letteratura, e tutte le cose sue se le scarabocchiava in fretta in fretta, coll’unica vista di sforzar poi colle facezie o colle preghiere i numerosissimi suoi conoscenti a comprargliene gli esemplari, che a lui costavano poco perché sempre trovò chi gli pagava la carta e la stampa. Chi dunque brama d’imparare cose sicuramente buone e il modo di ben dirle, non faccia ricorso all’opera del Martinelli, che per lo più diceva malamente quello che diceva, e che non si sconciava mai troppo a cercare se egli era buono o cattivo.</quote><p rend="text" >Le riserve valgono ora anche per le <hi rend="italic">Lettere familiari</hi>, dove, se pure c’è «qualche periodo scritto con molto brio», i fatti «che sparge qua e là per esse non sono da credersi a chius’occhi». Una postilla a questo punto si rendeva necessaria:</p><quote rend="quotation_b" >Sentendomi parlare del Martinelli in questa foggia il signor marchese si darà forse ad intendere ch’io fossi suo nemico; ma questo è lontanissimo dal vero, ché anzi fummo amicissimi e ci trattammo assai alla domestica molti e molti anni, senza che nascesse il minimo dissapore fra di noi. </quote><p rend="text" >«Anch’io», ammetteva, «come il Martinelli, ho arramacciate molte cose, spinto dalla necessità del sussistere». Ma il giudizio sull’opera dell’antico amico non per questo poteva essere diverso. Sull’uomo, in compenso, Baretti si risolveva a spendere ancora qualche parola, e anche in questo caso lo dobbiamo ritenere sincero:</p><quote rend="quotation_b" >Egli amava in me la schiettezza del pregarlo che non mi palesasse mai delle sue scritture; ed io era innamorato di quel tanto brio naturale che s’aveva, e che non iscemò giammai per vecchiaia, né per povertà, né tampoco per malattie. Uomo più lieto e insieme più stoico di quello non lo vedrò mai più. </quote><p rend="text" >E se «i suoi costumi toccavano un po’ nel discolo e nello scorretto», gli innegabili «vizietti» lo rendevano semmai «vie più compagnevole; tanto più che non fece mai maliziosamente danno a veruno», chiudeva in una chiave sicuramente accordata alla propria esperienza personale, «sempre giovando a chi poteva». </p><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Algarotti, F. 1963. </hi><hi rend="italic">Saggi</hi><hi>, a cura di G. Da Pozzo. Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Baretti, G. 1753. </hi><hi rend="italic">A Dissertation upon the Italian Poetry, in Which Are Interspersed Some Remarks on Mr. Voltaire’s Essay on the Epic Poets</hi><hi>. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-050-backlink">1</ref></hi>	Baretti 1936, I, 94-96 (da qui anche i riferimenti successivi).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-049-backlink">2</ref></hi>	Baretti 1753; il testo anche in Baretti 1933, 87-115.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-048-backlink">3</ref></hi>	Cfr. almeno Godi 1962, 100-1; più estesamente, Marchi 1992, 251-57, e, con importanti aggiornamenti, Viola, Forner 2016, CCXXI-CCXXXII. Segnalo che un autografo del <hi rend="italic">Primo cicalamento</hi> era comparso sul mercato antiquario nel 2014, presso la Libreria Antiquaria Gonnelli di Firenze (<hi rend="italic">Auction</hi> 15/I).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-047-backlink">4</ref></hi>	Sulla biografia di Martinelli, con la voce che gli è dedicata dal <hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi> (online), a firma di C. Sodini, si vedano anche Sodini 1999 e 2000.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-046-backlink">5</ref></hi>	Borroni Salvadori 1983, 83-124 (sulla familiarità di Cocchi con i residenti inglesi, in particolare 112, nota 10). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-045-backlink">6</ref></hi>	La descrizione è del fiorentino Giuseppe Rigacci, «libraio accorto e cosmopolita» (Borroni Salvadori 1983, 84 e 122, note 13 e 14) e testimone fededegno delle letture della signora. Sulla specificità e la fortuna del periodico resta insostituito Rosa 1956, 260-333.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-044-backlink">7</ref></hi>	<hi rend="italic">Novelle letterarie </hi>XIV, 9 novembre 1753; e si veda l’ancora fondamentale Thorne 1956, 92-107 (specie 93 e nota 3, dove si accenna al rapporto tra Martinelli e Lami). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-043-backlink">8</ref></hi>	Si veda sul tema Gaspari 1992 (sul giudizio barettiano su Cocchi si tornerà più avanti).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-042-backlink">9</ref></hi>	<hi>Per un quadro complessivo della fortuna settecentesca dello scienziato, Hall 1980</hi>. Lo stesso Hall (<hi>1980, </hi>87 e nota 10) ritiene che la prima occorrenza del celebre motto galileiano discenda dalla scheda relativa al <hi rend="italic">Dialogo sopra i due massimi sistemi</hi> redatta da Baretti nel 1757 per l’<hi rend="italic">Italian Library</hi> (II, 52), e ripresa nel 1761 dalle divulgatissime <hi rend="italic">Querelles littéraires</hi> dell’<hi rend="italic">abbé</hi> Irailh (III, 49), ma, sulla scorta di un’osservazione di Antonio Favaro, se ne è recentemente confermata la prima comparsa in una tela di Murillo databile al 1643-45: cfr. Viola 2020, 128 e nota 63.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-041-backlink">10</ref></hi>	Thorne 1956, 92 e nota 1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-040-backlink">11</ref></hi>	<hi >Casanova 1985, 152-53; e cfr. ancora </hi>Thorne 1956,<hi > 96. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-039-backlink">12</ref></hi>	<hi>Ellis 1907, I, 135; da notare che poco sopra (Ellis 1907, I, 134) Fanny aveva annotato che in quel periodo era «devoting all my leisure to the study of Italian» («O! what a language of sweetness and harmony!»). </hi>Sulla frequentazione familiare di Martinelli, Fanny tornerà ancora in una nota del 1774 (<hi>Ellis 1907, I, </hi>314).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-038-backlink">13</ref></hi>	Graf 2020; nell’<hi rend="italic">introduzione</hi> di F. Rognoni, <hi rend="italic">L’estro erudito. Rileggendo l’«Anglomania» di Arturo Graf</hi>, VII-XXXII, cenni a Martinelli alle pagine XII e XXII-XXIV, dove si illustrano anche le suggestioni che ne derivarono al Praz degli <hi rend="italic">Studi e svaghi inglesi</hi> e delle <hi rend="italic">Cronache letterarie anglosassoni</hi>, che impostano un’originale lettura del rapporto Italia-Inghilterra (Graf 2020, 61-63); Croce 1949. Si aggiungano anche, sempre prima dello studio della Thorne, Neri 1890, 201 (sui rapporti con Baretti) e la pionieristica antologia degli scritti offerta da Bonora 1951, 877-80.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-037-backlink">14</ref></hi>	<hi>Burney 1832, </hi>255 e 294 (da qui anche le citazioni che seguono). La Thorne registra una sola occasione, e più tarda (aprile 1773), per un fortuito incontro tra Johnson e Martinelli, alla presenza di Pasquale Paoli, sorprendendosi giustamente per la mancata mediazione da parte di Baretti (Thorne 1956, 103-4).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-036-backlink">15</ref></hi>	Thorne 1956, 102. Tra i sottoscrittori dell’<hi rend="italic">Istoria critica</hi> figuravano del resto, accanto ai «nomi più importanti dell’aristocrazia inglese» dell’epoca, anche un buon numero di italiani che a vario titolo gravitavano attorno al King’s Theatre, dedicato elettivamente all’opera italiana (Sodini 1999; sull’ambiente musicale italiano, Minuzzi 1998). E si consideri che tre delle <hi rend="italic">Lettere familiari</hi> (LIV-LVI) sono dedicate, come si preciserà più avanti, al melodramma e a temi musicali.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-035-backlink">16</ref></hi>	Questa la data proposta nella <hi rend="italic">Nota biografica</hi> in Baretti 1967, 30; Savoia 2017, 254, opina piuttosto per la fine di settembre.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-034-backlink">17</ref></hi>	Per tutto ciò, si veda Gaspari 1980.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-033-backlink">18</ref></hi>	Verri 1787, 33 (e, più analiticamente, 80, dove Pietro rileva che i rapporti tessuti da Frisi con i maggiori rappresentanti della «vasta, sebbene non numerosa, repubblica dei pensatori», fecero sì che «i Milanesi che hanno viaggiato provarono di quanta utilità fosse per essi una lettera del nostro Sig. Frisi, per mezzo di cui potevano conoscere direttamente la miglior compagnia del paese; laddove i passaporti e le lettere ministeriali, necessarie per la sicurezza, altro non producono per lo più che un imbarazzante invito a un pomposo e triste pranzo, offerto con noia e cerimonia, e con noia e cerimonia accettato»).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-032-backlink">19</ref></hi>	Cfr. Thorne 1956, 96 e 100; un capitolo su <hi rend="italic">Il Caffè del Principe d’Orange</hi> si legge in Franzero 1965, 20-38; lì Martinelli, come si è visto, incontrò Casanova, la sera stessa del suo arrivo a Londra, il quale però non conservò un buon ricordo del locale, tanto da dissuadere Lorenzo Da Ponte dal frequentarlo (Pesaresi 2015, 37). Alle ristrettezze economiche di Baretti all’epoca accenna Piccioni 1899, 388-411.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-031-backlink">20</ref></hi>	Martinelli era del resto tra i pochi italiani, con Pietro Paolo Celesia, delegato di Genova a Londra dal 1754, che Baretti frequentasse con assiduità: Savoia 2017, 243 e 247.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-030-backlink">21</ref></hi>	Gaspari 1980,<hi rend="italic"> </hi>276 (con le note alle pagine 618-19). Circa la stima di Beccaria, per quanto è dato sapere, nella sua biblioteca non erano presenti opere di Martinelli, né lo scrittore toscano appare mai menzionato nel <hi rend="italic">corpus</hi> del suo epistolario.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-029-backlink">22</ref></hi>	Se non è il caso di tornare sul burrascoso rapporto tra il <hi rend="italic">Caffè</hi> e la <hi rend="italic">Frusta</hi>, sarà almeno da osservare che, al netto delle polemiche – che ci furono, e come –, esisteva anche una consonanza di riferimenti culturali, che metteva radici nel giornalismo anglosassone del primo Settecento, e una condivisione d’intenti, nello sforzo di aggiornare alla sensibilità della nascente «opinione pubblica» strumenti espressivi riconosciuti da entrambe le parti come ormai obsoleti: tanto che lo stesso motto della rivista dei Verri, «cose, non parole», riecheggia poco diverso anche nel più bellicoso progetto di Aristarco: qualche considerazione al proposito in Gaspari<hi rend="italic"> </hi>2021, specialmente 71-73. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-028-backlink">23</ref></hi>	Gaspari 1980,<hi rend="italic"> </hi>431. Sarà invece Pietro Verri, otto anni più tardi, in occasione di un breve soggiorno milanese di Martinelli, a confermarne l’irrecuperabilità, dell’uomo e dei suoi scritti: «libro assai mediocre» la <hi rend="italic">Istoria critica della vita civile</hi>, e l’autore «caustico, pedante e gran lodatore di se medesimo»: Greppi, Giulini <hi>1931, 103.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-027-backlink">24</ref></hi>	Cfr. Casanova 1985, 170-71 (dov’è il racconto della recita di Garrick a Drury Lane), quindi 174, 179, 186, 239-42; una sintesi delle frequentazioni tra Casanova e Martinelli in Pesaresi 2015, 172, 191, 200, 235-36, 244-45). Per altri dettagli cfr. <hi rend="italic">supra</hi>, nota 11.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-026-backlink">25</ref></hi>	Martinelli 1758, 324-26 (da qui anche le altre citazioni). Il giudizio positivo sulla qualità del risultato, «in un momento chiave nell’evoluzione della lessicografia angloitaliana» (Vicentini 2012, 29), non deve però indurre a misconoscere il senso dell’opera di Altieri (sulla cui denigrazione Martinelli converge con lo stesso Baretti): cfr. Iamartino 2006, 203-16.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-025-backlink">26</ref></hi>	Qualche considerazione al proposito aggiunge De Troja 2007. Utile anche l’<hi rend="italic">Introduzione</hi> alla recente ed. delle <hi rend="italic">Lettere familiari e critiche</hi> (di Donna Prencipe 2006, 13-23; da qui cit. come Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-024-backlink">27</ref></hi>	Con Voltaire, Martinelli polemizza anche nella seconda delle lettere «Sopra Dante» (XL), stigmatizzando lo «stile pulcinellesco» della traduzione dell’episodio di Guido da Montefeltro (<hi rend="italic">Inf</hi>. XXVII). Baretti riprenderà l’accusa nel <hi rend="italic">Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire</hi>, rimproverando al traduttore di aver presentato Dante «en l’habillant en Polichinelle»: donde l’attacco di Voltaire, che nelle <hi rend="italic">Lettres chinoises</hi> ridicolizzerà a sua volta «ce pauvre homme nommé Martinelli» per essersi applicato a un’impresa inutile come l’edizione della <hi rend="italic">Commedia</hi> (cfr. Martinelli, <hi rend="italic">Lettere </hi>2006, 18, in nota).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-023-backlink">28</ref></hi>	Baretti 1932, 264-68 (da qui anche le citazioni che seguono). L’antologizzazione della lettera è anche un indiretto omaggio all’amico Marsili, noto a Baretti almeno dal suo soggiorno veneziano del 1747 (Savoia 2017, 250); si noti che era stato proprio Marsili, che all’epoca risiedeva in Inghilterra, a mettere al corrente Martinelli della revisione di Baretti del dizionario di Altieri, come si legge nell’esordio della lett. L sopra ricordata (Martinelli 1758, 324).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-022-backlink">29</ref></hi>	Mi servo delle parole di Danzi (2008), che rileva appunto come Baretti avesse contribuito a diffondere «il sintagma di “lettere familiari”, che resta ambiguo anche se rappresenta una onesta dissimulazione, visto che lo stesso Baretti lo aveva utilizzato in più occasioni, attribuendolo, con minime varianti, ad opere diverse» (Danzi 2008, 399).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-021-backlink">30</ref></hi>	Ronconi 1998, 234; e, più in generale, cfr. Lowenthal 1994.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-020-backlink">31</ref></hi>	Cfr. Savoia 2022, 246 e 249. Per Caro, oltre alle menzioni della <hi rend="italic">Frusta</hi> e a quanto si aggiungerà a breve, se ne ricordi la celebrazione come «most elegant and easy writer» che Baretti ne offre nell’<hi rend="italic">Italian Library</hi> (London: Millar 1757, I, 284).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-019-backlink">32</ref></hi>	Martinelli 1758, <hi rend="italic">Prefazione</hi>, XII-XV (anche per quanto segue).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-018-backlink">33</ref></hi>	Il dato è giustamente messo in rilievo anche dalla curatrice di Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006, 17.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-017-backlink">34</ref></hi>	Come ribadirà a Francesco Carcano quando l’opera era ancora in cantiere: «Non v’è se non il Caro, che s’abbia qualche bella lettera», per aggiungere significativamente (dopo essersi chiesto «Che fare in questo stato di cose?»): «Così v’ho fatto tutti, amici miei, autori d’epistole familiari». Per il contesto, Savoia 2013, 24-25; cfr. anche Danzi 2008, 39.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-016-backlink">35</ref></hi>	Su ciò, Gaspari 2018b, 103-5. Che «l’esplorazione del valore sociale» della scrittura epistolare, anche per l’infittirsi della manualistica e degli «usi pratici (reali) e letterari)», toccasse allora una fase apicale, ribadisce bene Savoia 2022, 240-42 (con ampi rinvii anche alla manualistica coeva); e si veda anche Savoia 2013, 23-24.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-015-backlink">36</ref></hi>	<hi>Baretti, </hi><hi rend="italic">The Italian Library</hi><hi>, </hi>II, 53.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-014-backlink">37</ref></hi>	<hi>Baretti, </hi><hi rend="italic">The Italian Library</hi><hi>, </hi>I, LXXV (e cfr. Viola 2020, 116-17). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-013-backlink">38</ref></hi>	Baretti 1932, I, pp. 85-109 (specie 88-89). Opportuno rilevare come ancora Algarotti, nel <hi rend="italic">Saggio sopra quella quistione perché i grandi ingegni a certi tempi sorgano tutti ad un tratto e fioriscano insieme</hi>, a stampa nel 1757 (dunque un anno prima delle <hi rend="italic">Lettere</hi> di Martinelli) nell’edizione veneziana delle sue <hi rend="italic">Opere varie</hi>, riconoscesse a Magalotti, riferendosi ai <hi rend="italic">Saggi di naturali esperienze</hi>, «una precisione di stile e un pudor di metafore che nulla più» (Algarotti 1963, 359).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-012-backlink">39</ref></hi>	Si veda la sintesi di Marazzini 2021, 743-51. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-011-backlink">40</ref></hi>	Baretti 1932, I, 109.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-010-backlink">41</ref></hi>	Verri 1994, 40; opportuni approfondimenti offre Bottoni 2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-009-backlink">42</ref></hi>	Di data più tarda gli anglicismi <hi rend="italic">frock</hi> e <hi rend="italic">frak</hi>, che la curatrice della recente ed. delle <hi rend="italic">Lettere</hi> segnala nei <hi rend="italic">Pensieri diversi</hi> di Algarotti e in una lettera da Londra di Alessandro Verri (Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006, 148). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-008-backlink">43</ref></hi>	La stessa curatrice glossa puntualmente, ma senza indicare fonti: «vocalizzo con eccessivo cambiamento di tono tale da rendere disarmonica la linea melodica di un brano musicale» (Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006, 328). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-007-backlink">44</ref></hi>	Per l’elenco degli interventi, Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006, 38-39. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-006-backlink">45</ref></hi>	Martinelli, <hi rend="italic">Lettere</hi> 2006, 62 e 102; nell’ed. Nourse, 12 e 63 (anche la scrizione disgiunta delle preposizioni, che Martinelli giustifica come sua precisa scelta ortografica, viene modernizzata).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-005-backlink">46</ref></hi>	Sulla scarsa propensione di Magalotti per gli arcaismi, cfr. Turolo 1994, 21. Quanto all’«attitudine “onomaturgica”», vale anche per Martinelli la riserva lì espressa per Redi e Magalotti, che cioè possa risultare in parte sopravvalutata per la carenza di spogli sulle «scritture pratiche» e di epoche anteriori al Seicento (Turolo 1994, 20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-004-backlink">47</ref></hi>	Sui rapporti tra Hollis e Martinelli, Venturi 1979, 392-93. Per il dibattito sul termine, Bizzocchi 1997 (a pagina 43 si cita l’etimologia); la <hi rend="italic">Istoria dei cicisbei</hi> è stata pubblicata per esteso, con adeguata presentazione, da Bianco 2011 (la cit. che segue dalla p. 573).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-003-backlink">48</ref></hi>	Bizzocchi 1997, 37 (dove si dice che la fortuna del termine a inizio Settecento si avvia soprattutto «presso scrittori di Firenze»); e cfr. Turolo 1994, 6; per l’etimologia, Migliorini 1927, 276.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-002-backlink">49</ref></hi>	Si veda per questo aspetto Luppi 1988, 149-60.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-001-backlink">50</ref></hi>	Imprescindibile qui il denso ritratto del Martinelli «politico» offerto da Venturi 1979, 388-96.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-000-backlink">51</ref></hi>	Baretti 1936, II, 309-10 (anche per le cit. che seguono). </p></item>
				</list></div></div>
      
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