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        <title type="main" level="a">John Florio e Giuseppe Baretti tra nostalgia e lessicografia</title>
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            <forename>Laura</forename>
            <surname>Orsi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Baretti’s England&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0448-4</idno>) by </resp>
          <name>Elisa Bianco, Alessandra Vicentini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>My article is a comparative analysis of John Florio and Giuseppe (‘Joseph’) Baretti centred on the themes of exile and lexicography. The founder of Italian-English lexicography with his Worlde of Wordes (1598) and Queen Anna’s New World of Words (1611), respectively 46,000 and 74,000 Italian words copiously translated into English, John Florio was also the author of two epoch-making translations: Montaigne’s Essais (1603) and Boccaccio’s Decameron (1620). Furthermore, his two handbooks for the learning of Italian and English, Firste Fruites (1578) and Second Frutes (1591), offer an interesting ‘picture of England’ on the threshold of Shakespeare’s time, providing fascinating vantage points into Shakespeare’s own multi-language world. An expatriate and a friend of Samuel Johnson’s, Baretti was the reviver of Italian and English lexicography in the mid-18th century. His Dictionary was published at the right time and in the right place (London), when Italy was opening its doors to the Grand Tour travelers and English – an unappealing language on the international stage in Florio’s time, or so it seemed – was by then becoming the world’s language. Both for Florio and Baretti lexicography seems to have been the response to, if not an actual therapy against fruitless pride, nostalgia, and loss of identity.</p>
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            <item>nostalgia</item>
            <item>lexicography</item>
            <item>exile</item>
            <item>John Florio</item>
            <item>Giuseppe Baretti</item>
            <item>Shakespeare</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0448-4.12" /></p>
      
      <div><head>John Florio e Giuseppe Baretti <lb/>tra nostalgia e lessicografia</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Laura Orsi</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1 ParaOverride-2"><hi rend="italic">Dedicato alla memoria di mio padre, </hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2 ParaOverride-2"><hi rend="italic">Giuseppe Geppino Orsi</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3 ParaOverride-2">(Portici, 21 luglio 1934 - Padova, 6 luglio 2024)</p><div><head>1. <hi rend="italic">Nostos</hi></head><p rend="text">Pur divisi da oltre un secolo, John Florio e Giuseppe Baretti si prestano a un fruttuoso confronto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-043">1</ref></hi></hi>. In primo luogo, appartengono entrambi a quella comunità di italiani che, per salvare la vita o coltivare la speranza in un futuro migliore, lasciarono la terra natìa con la prospettiva o l’intenzione di non farvi ritorno. Gli ‘<hi rend="italic">expats</hi>’ costituiscono una comunità eterogenea, tuttora ben riconoscibile. Nato in Inghilterra in un giorno imprecisabile del 1553, poco più di due anni dopo l’arrivo a Londra del padre, il riformato Michelangelo già predicatore francescano e ‘guardiano’ del convento di Santa Croce a Firenze, John Florio può a buon diritto essere considerato un esponente di questa popolosa comunità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-042">2</ref></hi></hi>. La sua famiglia è di origini ebraiche: i suoi «passati» (nonni, avi…?), dichiara con energia Michelangelo nell’<hi rend="italic">Apologia</hi> (1557), vera e propria autobiografia spirituale, furono ebrei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-041">3</ref></hi></hi>. John nasce fuori da quella che avrebbe potuto essere la sua patria e, poco più che in fasce, lascia l’Inghilterra con i suoi genitori, decisi, come tanti altri protestanti, a sottrarsi alla persecuzione annunciata dalla regina Maria Tudor per chi non intendesse ritornare al cattolicesimo. Siamo alla fine di febbraio del 1554<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-040">4</ref></hi></hi>. La sedicenne ‘regina dei nove giorni’, la colta Lady Jane Grey allieva di lingua italiana di Michelangelo Florio, è stata decapitata il 12 febbraio. Nella <hi rend="italic">Historia de la vita e de la morte dell’Illustriss. Signora Giovanna Graia</hi>, data alle stampe nel 1607, Michelangelo ricorderà la sua talentuosa allieva con parole tenerissime<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-039">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La vicenda persecutoria di Florio padre, prigioniero nel famigerato carcere inquisitoriale di Tor di Nona tra il febbraio del 1548 e il 6 maggio del 1550, fa di lui una delle figure di maggior interesse dell’Europa del Cinquecento, al di là della questione della <hi rend="italic">authorship</hi> shakespeariana in rapporto a John e/o Michelangelo stesso (Orsi 2017, 169-86). </p><p rend="text">In secondo luogo e come conseguenza diretta di una scelta di vita che porta in un paese a prima vista linguisticamente lontano, è possibile delineare sia per John Florio sia per Baretti un composito ‘Italo-English self’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-038">6</ref></hi></hi>. John Florio e Baretti (e lo stesso Michelangelo Florio) appartengono a quella comunità plurilingue che ha il suo primo centro nella cultura antica e il suo raggio d’azione in un’Italia ‘aumentata’, composta di tanti stati, corti, studiosi e liberi pensatori che si muovono attraverso l’Europa portando con sé un ricchissimo bagaglio comune. Si tratta dell’eterogenea comunità erede del mondo greco-latino, che attinge ai classici per via diretta o attraverso traduzioni, accomunata da una nostalgia dell’antico percepibile a più livelli – etico, estetico, politico. Il ritorno del greco, auspicato da Petrarca e Boccaccio e favorito dalla caduta dell’Impero Romano d’Oriente e dall’invenzione della stampa, aveva reso possibile una fioritura di traduzioni nelle lingue nazionali. John sarà l’uomo giusto al momento giusto.</p><p rend="text">Ma tra John Florio e Baretti c’è ancora un punto di contatto: l’uno e l’altro si sono dati, nella terra di elezione, che per John coincide con il paese natale, una missione – la lessicografia – con cui mettere a disposizione, oltre alla formidabile conoscenza della propria lingua, la speculare competenza acquisita nell’altra lingua, creando un sistema di ponti tra le due lingue e culture. In questo modo Florio e Baretti si rendono protagonisti di una politica culturale della massima inclusione e divulgazione, indirizzata a una cerchia di lettori che tra Seicento e Settecento si andò notevolmente ampliando, mentre nel Cinquecento, benché quantitativamente limitata, annoverò le figure chiave della corte inglese a partire dalla stessa regina Elisabetta, cui Michelangelo Florio dedica la sua traduzione del <hi rend="italic">De re metallica</hi> di Georg Agricola (1563)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-037">7</ref></hi></hi>, ricordandola come una giovinetta desiderosissima di apprendere le lingue «per meglio potere da se stessa, senza la mezzanità de gl’interpreti, con pericolo d’essere ingannata, intendere &amp; ascoltare le nazioni diverse di linguaggio da la sua: (cosa veramente degna d’ogni honorato &amp; giusto prencipe)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-036">8</ref></hi></hi>».</p><p rend="text">Secondo Giovanni Iamartino, con la sua ricchissima opera di «mediazione culturale» tra mondo anglofono e italiano Giuseppe Baretti ci appare come una reincarnazione di John Florio (Iamartino 1994, 385). A buon diritto Iamartino situa i due lessicografi e mediatori all’interno della comunità dei rifugiati. I Florio e Baretti rientrano in pieno, pur se per motivi diversi, in questa categoria, ma esiste un’altra comunità, più sfumata, in cui possono essere accolti, ed è quella degli esuli, di coloro che sono stati di fatto esiliati e vivono l’esperienza dell’esilio, che Maria Grazia Ciani definisce «una infinita erranza»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-035">9</ref></hi></hi>. Per Emidio Campi, Michelangelo Florio è un «esule religioso» (Campi 2016). Tuttavia per il credente esiste la speranza o la certezza del ritorno nella casa di Dio. Questo tema, trattato da san Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi, non poté non essere caro ai rifugiati, agli esuli del Cinque-Seicento.</p><p rend="text">La missione che in modi diversi si diedero John Florio e Giuseppe Baretti non va vista come un mero conseguimento tecnico, determinato dalla duplice <hi rend="italic">proficiency</hi> acquisita – vale a dire l’eccellenza nella lingua inglese da parte di due eccezionali italiani. I due dizionari (una terza edizione, comprendente anche la sezione ‘inglese-italiano’ menzionata da Florio nel suo testamento, vide la luce, per iniziativa di Giovanni Torriano, nel 1659)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-034">10</ref></hi></hi> fanno di John Florio il pioniere della lessicografia bilingue moderna, oltre che un ausilio imprescindibile per la comprensione di tante parole shakespeariane. (Dunque Shakespeare conosceva l’italiano, se poteva consultare il dizionario di Florio; a meno di non voler congetturare che uno Shakespeare ignaro di lingue moderne e antiche si accontentasse di essere imbeccato con incomprensibile frequenza da Florio in un campo tecnicamente e affettivamente estraneo – quello delle lingue necessarie ad arricchire il vocabolario della lingua inglese). Quanto a Baretti, l’amica-nemica Hester Thrale Piozzi gli riconosce, all’indomani della morte, una virtù ineguagliabile: «per quasi trentacinque anni era vissuto in un paese straniero, assimilandone il linguaggio tanto profondamente da saper satireggiare i suoi abitanti nella loro stessa lingua meglio di quanto essi riuscissero a difendersi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-033">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La stesura di un dizionario di alto profilo porta a mettere in gioco tutta la propria identità di esule e straniero, due distinte condizioni caratterizzate da un equilibrio imperfetto. Attraverso la valorizzazione della propria e dell’altrui lingua il lessicografo trova un equilibrio fecondo tra due appartenenze. Il dizionario italiano-inglese / inglese-italiano di Baretti non suscitò, è lecito immaginare, scompiglio o meraviglia, cosa che dovette accompagnare l’apparire, nel 1598, del primo dizionario di Florio,<hi rend="italic"> A Worlde of Wordes</hi>, esclusivamente italiano-inglese ma contenente 46.000 lemmi italiani corredati di generose ‘traduzioni’ (‘equivalenze semantiche’) in inglese. «Italus ore, Anglus pectore», «Italiano per lingua, Inglese nel petto»: con queste parole, incise alla base del ritratto che adorna il suo secondo capolavoro (un’incisione di William Hole), il <hi rend="italic">Queen Anna’s New World of Words</hi>, Florio sembra schermirsi attraverso un prudente <hi rend="italic">understatement</hi>. Ma l’ablativo ‘pectore’ contiene un altro ablativo, ‘ore’… dunque è come se Florio affermasse che lingua e sentimento sono una cosa sola e che si possono avere nello stesso petto due mondi così distanti da apparire (senza però esserlo) incomunicabili.</p><p rend="text">Al tempo di Baretti la scena letteraria brulica di novità letterarie, in primo luogo le riviste, e il sapere stesso sta perdendo il suo carattere di meraviglia. In un certo senso Baretti deve cercare di distinguersi più di quanto non abbia dovuto fare Florio, il quale, come l’arciere preso a modello da Machiavelli, ha puntato più in alto possibile, non accontentandosi di una distinzione di misura rispetto all’unico antagonista che lo ha preceduto, il gallese William Thomas, autore, nel 1550, di un dizionario di 5.246 vocaboli italiani tradotti in inglese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-032">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Un vocabolario è, al tempo stesso, l’apice e il nucleo di un’appartenenza culturale. Un dizionario bilingue è il tentativo di portare due lingue (e, va da sé, due culture) a specchiarsi l’una nell’altra; è un ritrovare la propria terra spostando i confini, annullando, forse, le distanze. Non è in gioco solo l’orgoglio, il senso di una propria unicità, ma l’identità stessa, concetto insidioso, sottolinea Adriano Prosperi, se applicato in modo reciprocamente ‘esclusivo’ (Prosperi 2016). La traduzione parallela, ‘a fronte’, ricrea un mondo unitario, mutando in ricchezza un dato di diminuzione, di sottrazione, derivante dalla privazione o dall’abbandono del proprio paese. Esiste un’ulteriore dimensione di apertura: Florio e Baretti sono due lessicografi poliglotti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-031">13</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Lo stesso destino accomuna John Florio e Baretti: quello di un riscatto, di una salvezza attraverso la traduzione intesa in senso lato. Le traduzioni di Florio e di Baretti – a cui torneremo tra qualche attimo – e i loro rispettivi dizionari rivelano il desiderio di acquisire uno scibile linguistico e rappresentano un vero e proprio viaggio, come suggerisce, riferendosi a sé, Florio nella prefazione al <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi>: «my new voyage», «il mio nuovo viaggio» – ma anche, latinamente, dantescamente, «il mio straordinario [‘novus’] viaggio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-030">14</ref></hi></hi>. Un viaggio possibile, un’esperienza in cui il ritorno è per definizione possibile, attraverso le numerosissime e copiose equivalenze semantiche, che altro non sono se non ‘traduzioni’ di ciascun lemma (che siano o no mediate da vocabolari di altre lingue). </p><p rend="text">Con il suo dizionario italiano-inglese – una scelta bilingue focalizzata apparentemente sul solo italiano, ma che in realtà esalta <hi rend="italic">anche</hi> la lingua inglese con le copiose equivalenze semantiche – Florio affida all’italiano come lingua di cultura, lingua-ponte tra mondo antico e presente (e dunque tra mondo antico e futuro), la responsabilità di accrescere il prestigio, allora inesistente, della lingua inglese. «È una lingua che vi farà bene in Inghilterra, ma passate Dover, la non val niente», «It is a language that wyl do you good in England, but pass Dover, it is worth nothing», dice poco cortesemente (ma nelle due lingue), al suo interlocutore inglese, l’Italiano protagonista dei bilingui <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>, opera prima di Florio (1578)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-029">15</ref></hi></hi>. Al <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi> fa seguito, come abbiamo accennato, il <hi rend="italic">Queen Anna’s New World of Words</hi>, 74.000 lemmi italiani e rispettive equivalenze semantiche in lingua inglese. Dopo la morte di Florio i due dizionari confluiranno nel primo dizionario italiano-inglese / inglese-italiano (opera non possiamo ancora dire quanto ‘a quattro mani’ di John Florio e Giovanni Torriano, altro <hi rend="italic">expat</hi>). Nel 1659, poco più di sessant’anni dopo la pubblicazione del <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi>, la lingua inglese riceve un <hi rend="italic">upgrade</hi> di tutto rispetto, venendo a dialogare da pari a pari con quella italiana con «migliaia di parole in più»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-028">16</ref></hi></hi> (resta peraltro da studiare l’aspetto dei prestiti dal <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, la cui prima edizione è del 1612, l’anno successivo alla stampa del secondo dizionario di Florio). Meno di un secolo più tardi, Samuel Johnson pubblicherà un vocabolario della lingua inglese che segnerà un’epoca e cui seguirà, cinque anni dopo, il dizionario italiano-inglese / inglese-italiano dell’amico Baretti. Una grande stagione lessicografica è stata aperta, nel mondo anglofono, da un italo-inglese attraverso due (per la precisione, <hi rend="italic">tre</hi>) dizionari a dir poco straordinari, ma non è fuori luogo sottolineare che l’esperienza lessicografica di Florio e Baretti si apprezza soltanto mettendo a fuoco le traduzioni in senso stretto dell’uno e dell’altro. </p><p rend="text">Epocali, mitiche, le traduzioni floriane degli <hi rend="italic">Essais</hi> di Montaigne e del <hi rend="italic">Decameron</hi> (la prima traduzione integrale dal toscano di Boccaccio, sottilmente anonima – come tante prime edizioni shakespeariane –). Florio inizia come autore di testi letterari in senso ampio (i primi e i secondi «Frutti») traducendo sé stesso, per poi cimentarsi con dizionari (opere a propria volta di traduzione) e traduzioni di classici europei dedicate a lettori di lingua inglese. Baretti si distingue per la traduzione di proprie opere, pubblicate anche a distanza di tempo, un impegno teso non meno alla promozione di sé che a quella dell’italiano in Gran Bretagna e dell’inglese in Italia. In ogni caso, è la consuetudine di tipo professionale con le due lingue che può portare i due autori a cimentarsi con un’opera che, pur fatta di tante piccole tessere, forma un mosaico tanto voluminoso quanto ambizioso, un’opera certosina (questo è naturalmente più vero per Florio che per Baretti) in cui l’autore sembra mettersi in secondo piano (ma è soltanto un’impressione) per dare voce alle due lingue. La traduzione è l’unità minima di Florio e Baretti e il loro minimo comun denominatore: il luogo in cui, potendosi muovere attivamente tra le parole, può dissolversi la malinconia.</p></div><div><head>2. L’Inghilterra come rifugio possibile, malgrado tutto</head><p rend="text">Le vite di John Florio e Giuseppe Baretti sono accomunate dalla scelta dell’Inghilterra, paese in via di definizione al tempo di Shakespeare, modello di civiltà al tempo di Baretti e oltre (almeno fino alla Seconda guerra mondiale inclusa), un modello messo in discussione dallo stesso Baretti, peraltro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-027">17</ref></hi></hi>. Nato in Inghilterra, John trascorre alcuni mesi del suo secondo anno di vita (il ’54) a Strasburgo, per poi giungere nella minuscola, incantevole, impervia Soglio o ‘Soy’ in Val Bregaglia (‘Valbregaglia’), Canton Grigioni, dove al padre è stato offerto il duplice ruolo di pastore e notaio. John farà ritorno in Inghilterra nella prima giovinezza, all’età di 23 anni circa (nel ’76 circa). Baretti, invece, è un rifugiato in prima persona. Non è estraneo alla necessità dell’esilio il suo modo irruento e divisivo di fare cultura in un paese, l’Italia, disunito e abituato al compromesso, al dire e non dire. La vita di Baretti la conosciamo abbastanza bene. Baretti non si nasconde, neanche quando adotta lo pseudonimo di Aristarco Scannabue… La vita di John Florio presenta ancora, invece, diversi punti interrogativi. John potrebbe essere nato fuori Londra, in una dimora del Duca di Suffolk o dei Pembroke, dei cui figli (Jane Grey e Henry Herbert, futuro padre di William, terzo Earl of Pembroke) fu precettore in quel torno di tempo suo padre Michelangelo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-026">18</ref></hi></hi>. Difficile immaginare che padre e madre non si trovassero nello stesso luogo, al momento della nascita di John, o che lo scandalo per «<hi rend="italic">fornication</hi>» in cui era incorso Michelangelo all’inizio del 1552, quando era il pastore della comunità riformata di Londra (Yates 2010, 5-9), non avesse prodotto un matrimonio riparatore – il che aiuterebbe a comprendere il perdono alquanto spedito da parte dell’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer. L’anno di nascita ce lo rivela John stesso, nell’ovale che racchiude il suo già ricordato ritratto nella seconda edizione del dizionario, <hi rend="italic">Queen Anna’s New World of Words</hi>: «aet. 58. A.D. 1611». Il secondo dato biografico relativo a John riguarda la sua infanzia trascorsa a Soglio, una terra da poco passata alla Riforma grazie in parte alle predicazioni di Pier Paolo Vergerio il Giovane (Vischer 2000; Campi 2016, 41-51). A Soglio John, oltre all’italiano fiorentino del padre, fu esposto alle altre lingue di questo cantone (oggi l’unico trilingue della confederazione elvetica, con lombardo, tedesco e romancio). Quanto alla madre, al momento non abbiamo notizie certe. John Florio è dunque figlio di un riformato che ha vissuto più esili, incluso il carcere inquisitoriale, e ha avuto più terre di adozione. </p><p rend="text">John potrebbe aver trascorso un periodo in Germania. Nel suo <hi rend="italic">John Florio: The Life of an Italian in Shakespeare’s England</hi> Frances A. Yates riporta che un certo «Joannes Florentinus» fu ammesso all’Università di Tubinga il 9 maggio 1563 (Yates 2010, 21). John aveva allora circa dieci anni, pochi ma non pochissimi, dati i tempi e le circostanze personali (un caso di precocità accertata è Marlowe, che entra all’Università di Cambridge a tredici anni). Meno incerta è l’emersione di John a Oxford, nel 1576, in veste di precettore di «foreign languages» (italiano e francese?) di Emanuel Barnes, figlio di Robert, vescovo di Durham<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-025">19</ref></hi></hi>. Due anni dopo John pubblica i <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>, dialoghi tra un Italiano e un Inglese sui temi più vari, da quelli legati alla lingua, alla cultura e alla storia inglesi a quelli appartenenti alla tradizione antica e umanistica. Tra coloro che scrivono versi di elogio apposti alle prime pagine del libro, troviamo quella che Yates definisce «quite a clientèle», «una clientela di tutto rispetto», mentre tra gli amici del tempo di Oxford troviamo il futuro esploratore Richard Hakluyt (Yates 2010, 54). Questi eventi costituiscono il secondo nucleo noto della vita di John Florio. </p><p rend="text">Nel terzo nucleo di notizie, John, che nel 1582 è diventato padre di Joane a Oxford (Yates 2010, 54), risulta risiedere presso l’ambasciata francese a Londra, dimora dell’ambasciatore francese Michel de Castlenau, ufficialmente con l’incarico di precettore della sua talentuosa figlia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-024">20</ref></hi></hi>. Un avvincente libro di John Bossy, <hi rend="italic">Giordano Bruno and the Embassy Affair</hi>, affronta il mistero della permanenza di Bruno e – tangenzialmente – di John Florio, tra l’aprile del 1583 e l’estate del 1585, presso la sede dell’ambasciata francese di Londra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-023">21</ref></hi></hi>. I <hi rend="italic">Second Frutes</hi> di John (1591), nuova raccolta di dialoghi bilingui, completati da 6.000 proverbi italiani raccolti sotto il titolo <hi rend="italic">Garden of Recreation</hi>, annoverano tra i protagonisti un «Giovanni» in cui non è difficile riconoscere John (Florio 1591). I protagonisti del primo dialogo sono «Nolano, Torquato and Ruspa their servant», vale a dire Giordano Bruno, un Torquato non meglio identificato (Tasso?) e il loro servitore Ruspa. Parrebbe di essere sulla soglia di una commedia, ma intuiamo che lo sfondo è più complesso. I «Primi» e i «Secondi frutti» di Florio attendono ancora un’edizione critica. </p><p rend="text">La storia di John a partire da questo periodo è nota. Esiste, tuttavia, una nuova zona d’ombra tra il 1585 e il 1591 – in curiosa coincidenza con i «lost years» di Shakespeare, i misteriosi anni compresi tra il 1585 e il 1592. </p><p rend="text">Riassumendo, la produzione di John Florio comprende, oltre alle due raccolte di dialoghi di carattere didattico-umanistico, volti all’apprendimento dell’italiano per il pubblico inglese e dell’inglese per i neoarrivati italiani in Inghilterra (i <hi rend="italic">Firste Fruites</hi> e i <hi rend="italic">Second Frutes</hi>), i due dizionari italiano-inglese (<hi rend="italic">A Worlde of Wordes</hi>, del 1598, 46.000 lemmi italiani, e il <hi rend="italic">Queen Anna’s New World of Words</hi>, del 1611, 74.000 lemmi italiani), la prima traduzione inglese degli <hi rend="italic">Essais</hi> di Montaigne (<hi rend="italic">Essayes</hi>, 1603) e la prima traduzione integrale, uscita anonima, nel 1620, del <hi rend="italic">Decameron</hi>. Negli anni tra i <hi rend="italic">Second frutes</hi> e il <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi>, inoltre, Florio potrebbe aver atteso alla traduzione del trattato sulla scherma del veneziano espatriato a Londra Vincenzo Saviolo, un altro testo che attende di essere studiato: <hi rend="italic">Vincentio</hi> <hi rend="italic">Saviolo his Practise</hi> (1595). (Si noti che Vincentio è un nome shakespeariano: è il padre di Lucentio in <hi rend="italic">The</hi> <hi rend="italic">Taming of the Shrew</hi>, la commedia patavina). «V.S.», «un Marte», e la sua «scuola di scherma» sono elogiati nelle due lingue da Florio nei <hi rend="italic">Second frutes</hi> (capitolo VII)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-022">22</ref></hi></hi>. Aggiungiamo, infine, alle opere maggiori di John Florio, la traduzione dall’inglese all’italiano della prefazione alla seconda edizione del <hi rend="italic">Basilikòn dòron</hi> di Giacomo I (già VI di Scozia), con la quale, nel 1603, anno della morte di Elisabetta e dell’ascesa al trono di Giacomo, John imposta la sua prestigiosa posizione alla corte giacobita, destinata a interrompersi, con conseguenze drammatiche, nel 1619 con la morte della regina consorte Anna di Danimarca, per la quale John era stato, tra il 1604 e fino alla morte della sovrana, ‘Groom of the Privy Chamber’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-021">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come accennato, il dizionario italiano-inglese preesistente al primo dizionario floriano, opera di William Thomas (<hi rend="italic">Principal Rules of the Italian Grammer, with a Dictionarie for the better understandyng of Boccace, Petrarcha, and Dante</hi>, 1550), contava 5.246 lemmi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-020">24</ref></hi></hi>. Si era trattato del primo dizionario italiano-inglese, destinato a sostenere chi desiderasse accostarsi alle opere dei tre celebri toscani, il cui linguaggio dava filo da torcere. A partire dal primo dizionario, abbiamo in Florio un numero di lemmi italiani di nove volte maggiore di quello, pur notevole, fornito da Thomas. Traspare inoltre con chiarezza, in Florio, l’ambizione di offrire un dizionario il più possibile esaustivo, comprendente veri e propri lemmari che oggi riferiamo alle ‘microlingue’. </p><p rend="text">Il nostro punto di partenza per il confronto John Florio-Baretti è l’Inghilterra fotografata da Florio nella sua prima opera, i <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>, recanti un titolo dal sapore biblico e che possiamo definire un diorama della Londra di allora, una sorta di ‘Pictures from London’ attraverso la lente della cultura letteraria e filosofica dell’età antica e umanistica. I <hi rend="italic">Firste Fruites</hi> sono divisi in tre parti: 42 capitoli in inglese e in italiano (l’inglese a destra, in tondo, l’italiano a sinistra, in corsivo), cui seguono una breve grammatica della lingua italiana, <hi rend="italic">Necessarie Rules, for Englishmen to learne to reade, speake, and write true Italian</hi> (titolo abbreviato, su ciascuna pagina:<hi rend="italic"> A necessarie Induction to the Italian tongue</hi>), e una brevissima sezione intitolata <hi rend="italic">Regole necessarie per indurre gli ‘taliani </hi>[<hi rend="italic">sic</hi>]<hi rend="italic"> a proferir la Lingua Inglese</hi>. </p><p rend="text">La prima parte dei <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>, composta principalmente di dialoghi, è caratterizzata da un crescendo di complessità grammaticale, lessicale e tematica. Il più evidente presupposto teorico su cui si fonda la prima opera di Florio è che una lingua possa essere appresa leggendo, con l’ausilio di un testo che presenti le due lingue in parallelo. Esiste, però, un modo più diretto, che è quello adottato da Florio come cornice del suo testo: l’imparare passeggiando per la città, un vero e proprio <hi rend="italic">learning by doing</hi>, dialogando di attualità, politica, filosofia e letteratura. Dello stesso avviso sarebbe stato, nella sua veste di precettore d’italiano a New York, Lorenzo Da Ponte, i cui allievi americani leggevano «con somma dilettazione e con tanta grazia le deliziosissime opere de’ nostri poeti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-019">25</ref></hi></hi>. I protagonisti dei dialoghi 1-16 non sono specificati, ma nel dialogo 17 (intitolato «To talke in the darke» / «A parlar al buio») incontriamo un «signor A.», che sembra essere l’interlocutore del «signor G.» del capitolo 18 («Sentenze divine e profane» / «Sentences divine and profane»). A. e G. sono anche, chiaramente, malgrado non sia detto, i protagonisti dei capitoli 19 («Proverbii» / «Proverbes»), 20 («Belli detti» / «Fyne sayinges»), 21 («Belle domande» / «Prety demaundes») e di quelli dal 22 al 35, mentre i capitoli dal 36 al 42 non sono dialoghi (contengono massime, testi eterogenei, le cui fonti comprendono Antonio Guevara e Plutarco), ma piuttosto monologhi, lunghi incisi relativi ai dialoghi che li hanno preceduti. Il capitolo 42 («Discorso del detto Autore [Guevara] circa Capitani et Soldati del nostro tempo, &amp; mostra come bisognerebbe scegliere i Giudici» / «Discourses of the said Authour, concernying Captaines and soldiers af [of] our time, and sheweth howe Judges shoulde bee chosen») reintroduce, nel finale, l’interlocutore inglese.</p><p rend="text">Abituati come siamo ad avere la lingua originale a sinistra, ci è facile presumere che il testo sia semplicemente un susseguirsi di frasi in italiano e in inglese, o che i due signori conversino in italiano, dando in questo modo l’esempio ai lettori, senonché alla fine del capitolo 16 uno scambio di battute ci fa comprendere che la lingua ‘prima’ del dialogo è l’inglese. Lo svelamento è graduale (sintomo di una già consumata abilità letteraria). Alla domanda se conosca l’italiano, uno dei due interlocutori risponde di no, che non conosce l’italiano (poco sopra ha detto di non aver mai lasciato l’Inghilterra). «Learne foole as thou art» / «Impara minchion che tu sie», ribatte l’altro. «I would learne it [if] I could, but I can not» / «Io vorrei imparare se io potessi, ma io non posso», risponde l’Inglese, e qui termina il capitolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-018">26</ref></hi></hi>. Nel capitolo 27, inoltre, scopriamo che i due signori che dal capitolo 17 sono stati i protagonisti dei dialoghi parlano tra loro <hi rend="italic">in inglese</hi>, non in italiano. Lo scopriamo nel momento in cui il ‘discente’ si sorprende all’udire che il suo interlocutore, tornato da lui (non sappiamo da dove né dove) con l’intendimento di riprendere la conversazione, è italiano. </p><p rend="text">Salutato il nuovo conoscente, l’Italiano dice di non aver desiderio di riprendere il discorso sulla fortuna (tema caro all’esule), interrotto il giorno prima, perché sente la mancanza del suo paese. L’Inglese scopre, e noi con lui, che il suo interlocutore è italiano, non inglese. E noi capiamo che i dialoghi che abbiamo letto fino a questo punto si sono svolti in lingua inglese e sono stati <hi rend="italic">tradotti</hi> (a fronte, pagina di sinistra) in lingua italiana. Uno spiazzamento per noi, un’autocelebrazione per l’Italiano, che in circa un anno di dimora a Londra ha conseguito una <hi rend="italic">proficiency</hi> perfetta nella lingua inglese<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-017">27</ref></hi></hi>:</p><table rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTablePara-1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-1">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">E de che cosa volete che io ragioni? Io non so quasi de che ragionare, io vorria che io fusse nel mio paese. </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Dunque voi non sete inglese.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Signor mio, io sono Italiano.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Quanto tempo sete stato qui in questo regno?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Io sono stato qui circa un anno.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Come havete fatto a imparare a parlar Inglese così presto?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Io ho imparato l’Inglese, leggendo.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Si può imparare una lingua leggendo così presto?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Signor sì, che si può imparare.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Certo io non lo harei pensato, che vi pare di questa lingua Inglese, ditemi di gratia.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">È una lingua che vi farà bene in Inghilterra, ma passate Dover, la non val niente.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Dunque non è praticata fori in altri paesi?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Signor no, con chi volete che parlino?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Con i mercanti Inglesi.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">I mercanti Inglesi quando sono fuori d’Inghilterra, non gli piace a loro medesimi, et non la parlano.</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-2">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >And what wyl you that I reason of? I know not almost what to speake of, I would that I were in my country.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Then you are not an English man?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >No sir. I am an Italian.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >How long have you been here in this Realme?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >I have been here about a yeare.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >How have you done to learne to speake English so soone?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >I have learned English by reading.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >May a man learne a language so soone, by reading?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Yea sir, a man may learne it.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Certis I wold not have thought it: what thinke you of this English tongue, tel me, I pray you? </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >It is a language that wyl do you good England, but passe Dover, it is worth nothing.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Is it not used then in other countreys?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >No sir, with whom wyl you that they speake?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >With English marchants.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >English marchantes, when they are out of England, it liketh them not, and they doo not speake it.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Il quadro si completa poco sotto, quando l’Italiano rimarca che ben pochi sono gli inglesi che fanno studiare le lingue ai propri figli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-016">28</ref></hi></hi>:</p><table rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTablePara-1" xml:id="table002">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-5">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-1">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Che vi pare de gli costumi de gli Inglesi? Ditemi di gratia.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Io vi dirò, alcuni sono bene costumati, ma molti male.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Verso chi son mal costumati?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Verso i Stranieri, &amp; pochi di questi Inglesi si dilettano di far imparar lingue ai suoi figliuoli, la qual cosa mi dispiace. Io quando arrivai in Londra, non sapendo parlar Inglese, scontrai più di cinquecento persone, inanzi che io sapessi trovar uno, che mi sapesse dire in Italiano o Franzese, dove che stava la Posta.</hi> </p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-3">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >What think you of the manners of Englishmen? Tel me of curtesie.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >I will tell you, some are well mannered, but many yl.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Toward whom are they yl mannered?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Toward Strangers: and few of these Englishmen delight to have their chyldren learne divers languages, whiche thing displeaseth me. When I arrived first in London, I could not speake Englishe, and I met above five hundred persons, afore I coulde find one, that could tel me in Italian, or French, where the Post dwelt.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">L’Autore approfitta del disagio iniziale di G., il quale, all’arrivo in Inghilterra, ha dovuto fermare ben cinquecento persone prima di riuscire a ricevere una risposta in italiano o in francese: ne approfitta per tirare l’acqua al proprio mulino di precettore d’italiano, ma anche per solleticare il compiacimento del dedicatario principale dell’opera, nientemeno che il conte di Leicester, il cui padre, ci ha spiegato John nella dedica, fu servito con onore dal proprio padre, Michelangelo. Il periodo in cui si inquadra questo rapporto è quello tra il 1551 e il 1553 circa, gli anni subito precedenti l’ascesa al trono di Maria Tudor, antecedenti la nuova fuga di Michelangelo. Il conte di Leicester appartiene a quella cerchia di aristocratici inglesi che amano l’italiano e subiscono il fascino dell’Italia. </p><p rend="text">Riguardo alla mancata conoscenza delle lingue da parte degli inglesi di alto lignaggio dirà qualcosa Shakespeare oltre vent’anni dopo, nel <hi rend="italic">Mercante di Venezia</hi>. Ecco come Portia, su <hi rend="italic">assist</hi> di Nerissa, definisce il giovane rampollo inglese giunto per partecipare alla ‘lotteria’ dei tre scrigni:</p><quote rend="quotation_b">NERISSA: What say you then of Falconbridge, the young baron of England?</quote><quote rend="quotation_b">PORTIA: You know I say nothing to him, for he understands not me, nor I him: he hath neither <hi rend="italic">Latine</hi>, <hi rend="italic">French</hi>, nor <hi rend="italic">Italian</hi>, and you will come into the court and swear that I have a poor pennyworth in the English. </quote><p rend="text">Nella traduzione di Dario Calimani:</p><quote rend="quotation_b">NERISSA: E a proposito di Falconbridge, il giovane barone inglese, che cosa direte allora?</quote><quote rend="quotation_b">PORTIA: Sai, a lui non dico nulla, perché lui non capisce me e io non capisco lui: non conosce il latino, il francese, l’italiano, e tu potrai testimoniare in tribunale che il mio inglese è da quattro soldi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-015">29</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La regina Elisabetta non aveva motivo di offendersi per il riferimento impertinente al proprio connazionale, prima di tutto perché espresso da Shakespeare, in secondo luogo perché con la sua padronanza delle lingue e la sua maestria intellettuale Portia (che in fin dei conti, <hi rend="italic">ironically</hi>, parla inglese) offre tra le righe rassicuranti punti di contatto con Elisabetta stessa. Intuiamo che al tempo di Shakespeare, per la precisione nel 1600, anno di pubblicazione del <hi rend="italic">Merchant of Venice</hi>, la conoscenza dell’italiano riguarda una cerchia ristretta, per la quale la nobiltà è condizione privilegiata ma non sufficiente ad accedere allo studio dell’italiano, particolarmente se si porta un cognome che suona più rustico che urbano (Falconbridge) (possibile doppio senso a parte). Del resto su Roma e sull’Italia grava più di un’antipatia: basti pensare allo <hi rend="italic">Scholemaster</hi> di Roger Ascham (1515-1568)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-014">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nei passi su citati emerge un’altra notizia interessante in rapporto a Baretti: l’Italiano dei <hi rend="italic">Firste Fruites</hi> (G.) ha imparato la lingua «leggendo». Questa affermazione rischia di essere accolta con incredulità, come eretica addirittura, oggi, l’epoca che ha visto la sparizione della letteratura come strumento di apprendimento della lingua ‘straniera’. Non si tratta però di un metodo confinato al Rinascimento. Lo stesso Baretti, a sua volta un <hi rend="italic">expa</hi> pieno di buona volontà, indica la lettura, unita all’ascolto della pronuncia esatta, come il metodo con il quale fu da lui vinta la difficoltà della lingua inglese – difficoltà che, pur non menzionata dall’Italiano dei <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>, è da noi percepita attraverso lo stupore dell’Inglese. </p><p rend="text">Ma vediamo cosa accade a Baretti al suo primo arrivo a Londra:</p><quote rend="quotation_b">Questo fu quello che m’avvenne in Inghilterra al mio primo giungere colà: Ne’ due primi mesi non potevo intendere una sillaba; ma quando con un incessante studio di nomi e di verbi e d’altre parti dell’orazione mi fui ficcato nel cervello qualche centinajo di parole, mi facevo leggere da chiunque mi capitava dinanzi quelle parole più d’una e più di dieci volte e mi provavo continuamente a pronunziarne le più difficili; e così, avvezzando a poco a poco l’udito, feci progressi in quella strana e irregolarissima favella, che furono riputati assai maravigliosi. </quote><p rend="text">Baretti ammette di essere portato per le lingue, ma puntualizza di aver sempre cercato di far fruttare il proprio dono adottando l’accento e i vocaboli dei numerosi luoghi italiani in cui si è trovato a vivere, evidenziando, anche, l’importanza della commedia dell’arte al fine di familiarizzarsi con i vari dialetti della penisola: </p><quote rend="quotation_b">Gli è vero che la mia natura m’ha favorito di qualche facilità in imparar lingue, e che il mio cangiar sovente paese ne’ miei anni giovanili ha in me accresciuta quella facilità, perché, dovunque ho fatto qualche soggiorno, ho sempre procurato di parlare il dialetto che in quel tal luogo si parlava. A questo modo accostumai di buonora gli organi del parlare (…). Un’altra cosa ho fatta nella mia tenera età; e fu che, andando talora alla commedia, mi studiavo nell’uscire di quella di parlar veneziano con Pantalone, bergamasco con Truffaldino, bolognese col Dottore, napoletano con Coviello, ecc.; e a forza di far loro la scimmia mi resi poi atto a scrivere fino de’ versi in veneziano e in bolognese; e mi ricordo ancora con molta soddisfazione che molti Milanesi m’hanno sovente scambiato per compatriota dopo che fui stato qualche mese nella città loro. A che fine credete voi, fratelli, ch’io vi faccia tutte queste ciance? Ve le faccio per suggerire a Filippo che non educhi il suo figliuolo, come tanti scioccamente fanno nella città nostra, che conducendo i loro figli alcune miglia lontano, gli sgridano subito che li senton pigliar su qualche vocabolo della provincia, e non vogliono che parlino se non pretto torinese. Tu, Filippo, accostuma anzi il tuo tenero figliuolo ad imitare il parlar del volgo, e quello de’ contadini e quello de’ numerosi Savojardi che vengono a servire nella nostra metropoli; perché quanti più suoni il tuo figliuolo saprà da fanciullo pronunziare, tanto più facilmente imparerà poi, fatto grande, le lingue straniere che si volgerà a imparare e ne colpirà la vera ed esatta pronuncia tosto che le sentirà parlare da chi naturalmente le parla<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-013">31</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">L’Inghilterra di metà Settecento, per contro, e in particolare Londra, pur distante appena un secolo e mezzo da quella di Florio e di Shakespeare, può contare sulle possibilità offerte dalla carta stampata, possibilità disponibili a un numero sempre crescente di lettori. L’ignoranza linguistica messa in luce da Baretti riguarda in primo luogo gli italiani: Baretti se la prende con quei tipi che non si impegnano e poi dicono di non essere portati per le lingue: </p><quote rend="quotation_b">Io vorrei che tutti s’astenessero dal desiderare impossibili […]. Quante volte, per modo d’esempio, quante volte, non avete voi sentito dire, fratelli miei, da Tizio e da Sempronio: Oh s’io sapessi il francese! Oh se potessi parlar inglese! Oh s’io possedessi questa e quell’altra lingua! – E Tizio tirerà innanzi vent’anni a fare di queste esclamazioni, e Sempronio trenta. Ma caro il mio signor Tizio, caro il mio signor Sempronio riverito, invece di star lì a fare i minchioni i venti e i trent’anni perché non date di mano a una grammatica e a un dizionario? […] L’impadronirsi d’una lingua non è mica come l’acquistare il cuor d’una donna, che talor dipende da noi e talora non dipende. </quote><p rend="text">Il metodo Florio-Baretti non ammette procrastinatori, perditempo, «minchioni». L’apprendimento della lingua richiede passione, senz’altro, ma anche gli strumenti giusti, che secondo Baretti sono, semplicemente, «una grammatica e un dizionario».</p><p rend="text">L’Italia di Baretti è paragonabile all’Inghilterra in cui giunge Florio quasi duecento anni prima. Le lingue, in Italia, non sono moneta corrente, al tempo di Baretti, così come non lo erano in Inghilterra al 1576 circa. La testimonianza di Florio sulla Londra del 1576 circa si era conclusa così, nel capitolo 27 (Florio 1578, ff. 51r-51v):</p><table rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTablePara-1" xml:id="table003">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-6">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-7">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-8">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-1">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">E che cosa voresti che loro facessero? imparar lingue? </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Signor sì, &amp; alevare i loro figliuoli bene &amp; insegnarli a leggere, scrivere, &amp; parlar diverse lingue, &amp; non far come fanno certi de questi gentilhuomini Inglesi, che io conosco.</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">E che cosa fanno loro?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="italic">Io vedo certi Gentilhuomini, più tosto villani, a dir la verità, che cominciano a imparar Italiano, Franzese, &amp; Spagnolo, &amp; come hanno due parole di Spagnolo, tre parole di Franzese, quattro di Italiano, pensano di haver assai, non vogliono studiar più.</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base CellOverride-3">
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >And what would you have them do? Learne languages: [?]</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >Yea sir, and bring up their children well, and have them taught to read, write, and speake divers languages, and not do, as many of these English Gentlemen doo, that I know. </hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >And what doo they?</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi >I see certaine Gentlemen rather lowners, to tel the truth, that begyn to learne to spake [f. 51 v.] Italian, French, and Spansih, and when they have learned two woords of Spanish, three woords of French, and foure woords of Italian, they think they have yenough, they wyll study no more.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Le parole di Florio riportano alla mente la New York di Lorenzo Da Ponte, giunto nel Nuovo Mondo circa due secoli e mezzo dopo, nel 1805, e divenuto insegnante d’italiano presso il Columbia College nel 1807: </p><quote rend="quotation_b">In pochi giorni conobbi, che quanto alla lingua e letteratura italiana se ne sapeva tanto, in questa città, quanto della turca o della chinese: quanto poi alla latina, trovai che vi si coltivava generalmente, e che i signori americani si credevano saperne abbastanza, per non aver bisogno delle istruzioni d’un latinista italiano. (Da Ponte 2009, 273)</quote><p rend="text">Il Nuovo Mondo è in tutto e per tutto una Nuova Inghilterra, ricordando le mal trattenute lagnanze di John Florio nell’ultimo quarto del Cinquecento.</p><p rend="text">Giuseppe Baretti giunge a Londra da Torino, capitale del Regno di Sardegna, nel 1751. Ha 32 anni e non è riuscito a ricavarsi una posizione. Il suo spirito polemico, le <hi rend="italic">querelles</hi> letterarie gli hanno procurato nemici. Il primo frutto londinese giunge di lì a due anni circa: sono i <hi rend="italic">Remarks on the Italian language and writers</hi>, del ’53 (Baretti 1753b). Anche le opere successive, <hi rend="italic">A Dissertation upon the Italian poetry</hi>, del ’57, contro Voltaire, e <hi rend="italic">The Italian Library</hi>, dello stesso anno, riflettono il desiderio di ‘portare’ l’Italia in Gran Bretagna (Baretti 1753a; 1757). Nel frattempo, nel ’54, a Milano, è uscita una sua traduzione degli <hi rend="italic">Amori</hi> di Ovidio. Anche la letteratura latina rientra in questa prima letteratura dell’esilio. Il luogo di pubblicazione, Milano, fa trasparire un desiderio di ritorno. Con questa traduzione dal latino all’italiano Baretti intende sottolineare un’eredità e un’appartenenza illustri, ma né le traduzioni né le riflessioni sulla lingua e la letteratura italiane possono bastare, per crearsi una posizione nel nuovo paese. </p></div><div><head>3. Una patria ideale: la lessicografia</head><p rend="text">L’impresa di Florio apre una via maestra al dizionario di Baretti, il quale ha a disposizione non solo i dizionari floriani, incluso il ‘Florio-Torriano’, ma anche l’onesto ‘Ferdinando Altieri’ (1726, 1749), più, naturalmente, per il solo italiano il <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, giunto alla quarta edizione (1729-1738), e per il solo inglese il<hi rend="italic"> Dictionary</hi> di Samuel Johnson (1755). L’operazione è complessa: in gioco è la riproposizione dell’italiano come lingua di cultura in chiave moderna. I tempi sono mutati; le possibilità di lettura si stanno moltiplicando, nel mondo anglofono, e l’Italia è la perla del Grand Tour. Il ‘Florio-Torriano’ ha circa un secolo. L’italiano sta diventando una <hi rend="italic">commodity</hi>: occorre agire. Lo intuisce bene Johnson, che incoraggia Baretti sulla strada della lessicografia. È più che probabile che Baretti abbia parlato in termini poco lusinghieri del dizionario di Ferdinando Altieri… L’impresa assorbe Baretti per tre anni, e finalmente nel gennaio del 1760 il <hi rend="italic">Dictionary</hi> vede la luce (Baretti 1760). Il successo non tarda a giungere, e le edizioni si moltiplicheranno, ma ecco che nell’agosto di quello stesso anno si concretizza la possibilità di un ritorno in Italia. Approfittando dell’opportunità di accompagnare un giovane aristocratico inglese cui farà da guida e precettore, Baretti parte per un viaggio da lui progettato, che non può che avere l’Italia come sua destinazione. </p><p rend="text">In Italia frattanto è iniziata l’anglomania, che richiede le sue grammatiche (e perché non anche un bel dizionario?) (si veda Vicentini 2015). Baretti ha diritto di sperare di non dover fare ritorno a Londra. I proventi del <hi rend="italic">Dictionary</hi>, sommati a lezioni e grammatiche d’inglese, potranno costituire fonti di reddito bastanti a restare. Baretti non si sente inglese ‘nel petto’. L’ambivalenza di sentimento verso Londra e l’Inghilterra la troviamo formulata nelle <hi rend="italic">Lettere di G.B. a’ suoi tre fratelli</hi>, pubblicate in italiano nel 1762 (Baretti 1762-1763, vol. I). Nella prima, del 12 agosto 1760, Baretti, a Londra da dieci anni consecutivi, così scrive pregustando la partenza per l’Italia con il pupillo Edward: </p><quote rend="quotation_b">Oh allegrezza ineffabile! Oh gusto superlativo! Sedermi con uno d’essi a fronte e uno per ciascun lato [si riferisce ai tre fratelli: Filippo, Giovanni e Amedeo], e sentire un decennio de’ lor casi, e raccontare un decennio dei casi miei, e scordare almeno per qualche ora che siam mortali, sommergendo per qualche ora tutte le mortali cure nell’oceano della fraternale benivolenza! O terre, o mari, o fiumi, o valli, o monti che sono sul punto d’attraversare, rannicchiatevi, ristringetevi, impicciolitevi un tratto, perché io possa attraversar presto! Perché presto io possa trovarmi da quel punto del globo chiamato Londra a quel punto del globo chiamato Torino! Addio, Inghilterra mia bella: addio, sede di virtù: addio, sentina di vizio. Io ti lascio e ti abbandono forse per sempre, e con poco rincrescimento, perché vado a rivedere i miei dolcissimi fratelli dopo troppo lunga separazione. Ma se ti lascio e t’abbandono con poco rincrescimento per così giusta e per così grande cagione, non è però ch’io non ti desideri ogni sorta di prosperità, madre di gente valorosa, madre di uomini dotti, magnanimi e buoni, e di donne sopra ogni dire stimabili e amabilissime. Ecco ch’io m’accomiato da te, Inghilterra gloriosa, e m’inginocchio e bacio il tuo nobil terreno, e prego l’altissimo Iddio che voglia toccar il cuore a quei tanti furfanti, onde t’è in parte sconciata la natural bellezza, e renderli simili a que’ tanti galantuomini che te l’accrescono. Volentieri mi scordo tutti gli affanni che per te in tanti anni ho avuti; ma non mi scorderò già i tanti benefizj che tu m’hai fatti: e la grata memoria mia non partirà mai da me di que’ tanti tuoi onorati figli che m’hanno assistito ne’ miei bisogni, incoraggiato nelle mie difficoltà, confortato ne’ miei disastri ed illuminato colla loro sapienza nelle oscure strade dell’ignoranza. Addio, Inghilterra, addio. Piova ogni bene sulla imperatoria tua treccia, ed ogni male da te si fugga per sempre. Amen, amen<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-012">32</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Questa lettera, un concentrato di esperienza, sarà soppressa nell’edizione inglese delle <hi rend="italic">Lettere familiari</hi>, intitolata <hi rend="italic">A</hi> <hi rend="italic">Journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain, and France</hi>, pubblicata nel 1770<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-011">33</ref></hi></hi>. Il maturo Baretti è più avveduto dell’inesperto John Florio dei <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>. </p><p rend="text">Non è strano che a Baretti si sia offerta l’occasione di ritornare in Italia in compagnia di un giovane abbiente che necessita di una guida colta e stimolante. Nell’Inghilterra di Baretti l’italiano non è più la lingua del papa, dei papisti, del diabolico Machiavelli: è, con il francese, la lingua dell’élite, reale o aspirante tale, la lingua del paese che per tutti gli europei di cultura costituisce la destinazione per eccellenza del Grand Tour e un sinonimo di avventura. Di qui, per chi non può partire, l’importanza degli album, dei diari, delle riproduzioni delle opere d’arte e dei paesaggi. Alla contrapposizione ideologica è subentrata la ricerca del bello, l’arte. Il veicolo adesso è la carrozza, la nave; la lettura ‘<hi rend="italic">must-have’</hi>, un affidabile dizionario al passo con i tempi.</p><p rend="text">Stabilitosi a Venezia, città infausta per gli intellettuali del Settecento (occorre appena ricordare Goldoni, Casanova e Da Ponte), Baretti fonda la rivista <hi rend="italic">La frusta letteraria</hi>, dalle cui pagine, con lo pseudonimo ‘Aristarco Scannabue’, vivacizza con le sue fustigazioni la scena letteraria per oltre un anno, dal 1° ottobre 1763 al 15 gennaio 1765, quando la stagione della <hi rend="italic">Frusta</hi> viene interrotta d’autorità. Baretti ripara ad Ancona e da qui continua a sfidare la Repubblica veneta pubblicando ancora otto numeri della sua rivista. La strada del ritorno a Londra è segnata. Ancora una volta l’Italia si rivela un’utopia. Viceversa, l’editoria prospera, nella Londra della seconda metà del Settecento. Iamartino sottolinea molto bene questo diffuso e concreto interesse per l’Italia al tempo di Baretti (Iamartino 1994).</p><p rend="text">Eccezion fatta per due viaggi, uno in Spagna e uno in Italia, dal 1766 Baretti non lascerà più il paese di adozione. Di questo secondo periodo londinese si ricordano la fortunata <hi rend="italic">Easy Phraseology, for the use of young ladies</hi>, del 1775, e il saggio contro Voltaire, reo di aver attaccato Shakespeare: è il <hi rend="italic">Discours sur Shakespeare et sur M. de Voltaire</hi>, scritto in francese. L’autore, ci informa il titolo, è «il segretario per la corrispondenza con l’estero dell’Accademia Reale britannica» (l’odierna British Academy), un propizio <hi rend="italic">upgrade </hi>(Baretti 1775; 1777). Nel secondo soggiorno inglese, segnato da un omicidio che rischia di costare a Baretti reputazione e libertà, la nostalgia dell’Italia sarà temperata dall’innamoramento per Madrid. Lo testimonia una lettera scritta da Londra il 10 giugno 1769 all’amico Giovanni Antonio Battarra «a Rimini»:</p><quote rend="quotation_b">L’aria di Spagna, amico, m’ha fatto molto bene, che non sono mai stato meglio in vita mia. Oh che bella città è quel Madridde, ora che l’hanno nettato! E que’ grandi di Spagna, que’ d’Alva, que’ Medina Sidonia, che brava gente! Per Dio che mi sono affatto innamorato degli spagnuoli, gente molto diversa da quello che infiniti birboni di viaggiatori ne hanno scritto. Se avessi avuto venti anni di meno, non tornavo più indietro. Basta, ci tornerò un’altra volta, se la Parca non mi fa il giuoco troppo tosto. (Baretti 1936, I, 403-4) </quote><p rend="text">Baretti morirà a Londra il 5 maggio 1789, giorno dello scoppio della Rivoluzione francese, senza essere potuto ritornare né in Italia né in Spagna. La vita non lo vuole viaggiatore, non può permetterselo. Cittadino del mondo però Baretti lo è, anche solo per poter vivere a Londra.</p><p rend="text">Per chi può, il viaggio in Italia rappresenta il completamento della propria formazione. Manca una manciata di anni all’agognato viaggio di Goethe in Italia e stanno cominciando a viaggiare le donne, prima le francesi, poi le inglesi (Dolan 2002). La rivoluzione puritana aveva prodotto una battuta d’arresto per l’italiano e per il teatro, mentre la Restaurazione aveva portato con sé il francese, che già nel Seicento è la lingua internazionale. Con il Grand Tour e il fiorire dell’economia il fascino dell’italiano riprende vigore, e Baretti è l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto. L’impegno prevede anche la difesa dell’Italia contro un malcapitato medico, Samuel Sharp, autore di non incoraggianti <hi rend="italic">Letters from Italy</hi> (Sharp 1766), dalle quali prende vita una delle più felici opere di Baretti: l’<hi rend="italic">Account on the manners and customs of Italy</hi>, del ’68<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-010">34</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_separation">***</p><p rend="text">Ma facciamo un passo indietro. Che tipo di dizionario scrivono Florio e Baretti? Venti anni dopo i «Primi frutti», sette dopo i «Secondi frutti», Florio aveva espresso in questi termini l’obiettivo del suo primo dizionario:</p><quote rend="quotation_b">My endeavours, to apprehend the best, if not all: my proceedings, to impart my best, first to your Honours, then to all that emploie me: my project, in this volume, to comprehend the best and all. </quote><quote rend="quotations_quotation_b3">Il mio scopo: istruire i migliori, se non tutti; il mio metodo: comunicare ciò che vi è di meglio, in primis alle Vostre Signorie, poi a tutti coloro che mi impiegano; il mio progetto in questo volume: abbracciare il meglio e tutto il possibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-009">35</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La dichiarazione di intenti di Florio è perfettamente riflessa nel suo dizionario. Per quanto riguarda Baretti, occorre sottolineare che il dizionario detto «di Baretti» è il risultato di una riscrittura di quello di Ferdinando Altieri. Si tratta di una rielaborazione che, come nel caso del bicchiere che ad alcuni pare mezzo vuoto e ad altri mezzo pieno, può essere vista o come un lavoro derivativo e perfino un plagio, o come un lavoro originale, o come entrambe le cose. Tralasciando la mancanza di stile, da parte di Baretti, nel fustigare Altieri nella «Prefazione» al <hi rend="italic">Dictionary</hi>, possiamo riconoscere a Baretti di aver compiuto un lavoro autoriale, posto che per il suo tempo non possa più porsi la questione di un dizionario originale in senso stretto (Iamartino 2021, 105-6 e <hi rend="italic">passim</hi>). Pubblicato nel 1726, poi di nuovo nel ’49, il dizionario di Altieri si distingueva a sua volta per l’assenza del nome di Florio o di Florio e Torriano tra le autorità indicate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-008">36</ref></hi></hi>. Nel 1755 esce l’atteso <hi rend="italic">Dictionary</hi> del Dottor Johnson, caratterizzato dalla sistematica presenza di riferimenti letterari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-007">37</ref></hi></hi>. Su suggerimento di Johnson, Baretti si impegna a produrre un dizionario bilingue all’altezza di nuovi tempi, pur se non impegnativo come quello di Johnson. </p><p rend="text">Baretti non appartiene alla corte. Può entrare nei salotti, essere introdotto nelle case facoltose o nobiliari di Londra, diventare un autore moderno che si mantiene con la propria attività di precettore e le proprie pubblicazioni. Può perfino prendere le distanze da Florio. Il tempo trasforma le lingue, e centocinquant’anni di distanza dovevano sembrare molti anche allora. <hi >Se Florio dedica il primo dizionario «To the Right Honorable Patrons of Vertue, Patterns of Honor, Roger Earle of Rutland, Henrie Earle of Southampton, Lucie Countesse of Bedford», Baretti dedica il proprio a «His Excellency, don Felix, Marquis of Abreu and Bertodano, Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary from his Catholick Majesty to the King of Great Britany»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-006">38</ref></hi></hi><hi >. </hi>Nella lettera dedicatoria spiega cos’è che lo ha indotto a dedicare il proprio dizionario a una tale personalità. Premette che tali dediche (non può nasconderlo a un uomo di tanto acume) sono dettate sempre «by interest or vanity», per quanto gli autori neghino che queste siano le loro motivazioni.</p><p rend="text">In men che non si dica apprendiamo che il dizionario di Altieri «è stato ad oggi la più ampia e meno deprecabile opera di questo genere», vale a dire del genere «dizionari» («was hitherto the largest and least contemptible work of this kind»). «Questo signore», aggiunge l’autore a proposito di Altieri, «senza dubbio è andato ben oltre i suoi predecessori Florio e Torriano, tuttavia molte delle sue definizioni hanno provocato spesso il mio riso» («The man certainly went a good way farther than his predecessors Florio and Torriano; yet many of his definitions awakened my risibility»). Segue un elenco di errori commessi da Altieri, «a detta del quale il cammello è il più grande dei quadrupedi e la LUMACA l’ha catalogata tra gli insetti» («The Camel was in his opinion the largest of quadrupeds, and the SNAIL he ranked among the insects»). Le tirate d’orecchie per Altieri, il cui dizionario è stato per Baretti il suo «ground-work», «la base per il suo», non finiscono qui, ma, per limitarci al rapporto con John Florio, notiamo che, finito di prendersela con Altieri, Baretti dice di aver premesso al proprio dizionario due grammatiche bilingui. Neanche Florio aveva osato tanto (e in ogni caso Baretti non lo nomina più), neanche con il suo terzo dizionario, pubblicato a nome di Torriano. </p><p rend="text">Le grammatiche di Florio sono in inglese, tuttavia Baretti non può non aver notato che i due dizionari di Florio, ma anche il terzo, contengono <hi rend="italic">Rules</hi> di grammatica italiana. L’idea di un dizionario che contenga una grammatica è stata appena utilizzata da Johnson, del resto, e Baretti supera idealmente sia Florio, sia Altieri, sia Johnson presentando non una, ma due grammatiche: «To the Dictionary I have prefixed two Grammars, one for an Englishman who learns Italian, the other for an Italian who learns English»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-005">39</ref></hi></hi>. L’autore passa quindi a criticare le tre grammatiche che hanno preceduto la propria, inclusa per seconda quella di Altieri. A fare le spese della critica di Baretti è anche Giambattista Marino, da cui i «Signori di Port Royal», autori della prima grammatica citata, consultabile in Gran Bretagna nella traduzione inglese, avrebbero tratto la maggior parte dei loro esempi. Altieri, del resto, conclude Baretti, ha richiesto così tante correzioni, che ne è uscita un’opera affatto nuova. Alessandra Vicentini ha dimostrato che, in realtà, le grammatiche presentate da Baretti nel suo <hi rend="italic">Dictionary</hi> sono basate sulla <hi rend="italic">Grammatica</hi> di Johnson<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-004">40</ref></hi></hi>.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="text">La caratteristica più evidente dei dizionari di Florio è costituita dalla <hi rend="italic">copia</hi>. Sono pochi i lemmi che producano una sola parola, nella traduzione inglese: è il caso di «<hi rend="CharOverride-2">Elefante</hi>, elephant» e «<hi rend="CharOverride-2">Emblema,</hi> an emblem»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-003">41</ref></hi></hi>. Il primo Florio lessicografo, quello del <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi>, riflette un concetto di lingua quale esito di un sapere ramificato. I suoi allievi sono già sintonizzati su una linea culturale italiana. Lo stile di Florio non è quello tecnico del dizionario moderno, ma quello accudente del maestro della tradizione umanistica. Prendiamo per esempio un termine inequivoco, tecnico: ‘dittongo’: «<hi rend="CharOverride-2">Dittongo,</hi> two vowels contract in one body or forme, called a diphtong». Si va da espansioni minime (da 1 lemma a 2), per esempio «<hi rend="CharOverride-2">Dimentichivole» [</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi rend="CharOverride-2">]</hi>, reso con «forgetfull, oblivious», a espansioni medie (da 1 a 3), per esempio «<hi rend="CharOverride-2">Dipingere</hi>, to paint, to depaint, to drawe a picture», a espansioni di grande respiro, come quelle che troviamo in «<hi rend="CharOverride-2">Humanità</hi>, humanitie, gentleness, curtesie, civilitie, pleasantness in manners» e «<hi rend="CharOverride-2">Recondito</hi>, secret, covered, secretely kept, hard to be knowne, layd up, close, remote, deepe»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-002">42</ref></hi></hi>. Per quanto sia Altieri sia Baretti paiano minimizzare il contributo di Florio, ne hanno appreso la lezione. <hi >Prendiamo «</hi><hi rend="CharOverride-2" >Dipingere</hi>»:</p><quote rend="quotation_b">Florio 1598: </quote><quote rend="quotation_b">«to paint, to depaint, to drawe a picture». </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">Florio 1611:</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">«to paint or staine with any colour».</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">Florio-Torriano 1659: </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">«to paint, draw, or staine with any collour, also to write». </quote><quote rend="quotations_quotation_b1">Altieri (1749): </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">«Dipignere / Dipingere [rappresentare per via de’ colori la forma, e figura d’alcuna cosa], <hi rend="italic">to</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">paint, to draw, to set in colour</hi>. </quote><quote rend="quotations_quotation_b3">Dipingere [descrivere], to describe, to set forth, to show.» </quote><p rend="text">Altieri sistematicamente descrive (tra parentesi quadre) ogni singola accezione, come se si trattasse di un lemma nuovo.</p><quote rend="quotation_b">Baretti (1755) predilige la struttura discorsiva:</quote><quote rend="quotation_b">«Dipingere, v.a. [verbo attivo], rappresentare per via di colori la forma, e figura d’alcuna cosa, <hi rend="italic">to paint, to draw in colours</hi>. Dipingere, descrivere, <hi rend="italic">to describe, to set forth, to show</hi>». </quote><quote rend="quotation_b">[Corsivi nei testi.]</quote><p rend="text">I dizionari passati continuano a fornire ispirazione, la qual cosa è perfino scontata e tuttavia merita attenzione. Siamo ai limiti dell’<hi rend="italic">inventio</hi>, la figura retorica forse più frequentata di tutti i tempi – insieme con la metafora e l’ironia –, consistente non già nell’inventare <hi rend="italic">ex novo</hi>, ma nell’<hi rend="italic">invenire</hi> nuove soluzioni a partire dai dati a nostra disposizione nelle opere che ci hanno preceduti. Un’analisi dei dizionari odierni evidenzierebbe lo stesso fenomeno. Impensabile un dizionario ipertestuale che indicasse le fonti lessicografiche di ciascun lemma. Lo stesso Oxford English Dictionary, la cui prima edizione segue di 170 anni la prima stampa del dizionario di Johnson, non può garantire una copertura totale delle voci. Invece merita notare <hi rend="italic">come</hi> si pongano, i vari lessicografi, davanti alle proprie fonti<hi rend="italic"> </hi>in termini concreti. In Baretti assistiamo a una fusione di dati: nel rapporto con i dizionari di Florio, Baretti è sempre pronto a cogliere, come del resto ha fatto Altieri, ogni buon suggerimento. Notiamo, inoltre, che Baretti tiene di Altieri le spiegazioni delle parole italiane, ma mentre Altieri separa con la tipica parentesi quadra la voce dalla sua traduzione, Baretti elimina le parentesi e fonde testo italiano e testo inglese, producendo un testo fluidamente bilingue e didattico. </p><p rend="text">Questo metodo discorsivo tra lingua e lingua, ai limiti del non pragmatico, sarà rimproverato a Baretti nella prefazione a una delle edizioni postume del <hi rend="italic">Dictionary</hi>, quella del 1807. A me sembra invece che questo modo di tradurre, di spiegare, di definire colga il precettore nell’atto d’insegnare ai suoi allievi. L’alternanza di italiano e inglese e inglese e italiano ci appare come un felice adattamento in chiave moderna di un’arte pedagogica che si realizza attraverso la comparazione, la gradualità e l’alternanza delle due lingue. La modernità sta nell’ambizione di tenere legate le due lingue sullo stesso piano discorsivo, fornendo un modello di bilinguismo elastico e dinamico. La fama del dizionario di Baretti non teme, sul lungo termine, giudizi riduttivi: gli editori dell’edizione livornese del 1828 sono lieti di dare alle stampe il «celebratissimo Dizionario»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-001">43</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Mentre Florio vuole che il suo dizionario contenga «il meglio e tutto il possibile», Baretti indica come «obs.», ‘<hi rend="italic">obsolete</hi>’, numerose parole (pur tuttavia non scartandole)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_12.html#footnote-000">44</ref></hi></hi>, ponendosi così, forte dell’esempio e dell’amicizia di Johnson, come un esperto senza pari in fatto di lingua e cultura italiane. Se Florio si prefigge di offrire «Un mondo di parole» e poi un «Nuovo mondo di parole», dedicato, quest’ultimo, e anzi, <hi rend="italic">appartenente</hi> alla Regina Anna, Baretti mira a un pubblico inglese e a un pubblico italiano meno colto ma più numeroso (Iamartino 2021, 105-29 e <hi rend="italic">passim</hi>). Il pubblico di Baretti, di qua e di là della Manica, non si aspetta un dizionario enciclopedico, una summa lessicografica. Tuttavia Baretti non rinuncia all’abbondanza a sua disposizione: rifugge dagli specialismi delle microlingue, ma non resiste al fascino di termini obsoleti, inutili al suo pubblico medio. Questa attrattiva spiega la salvezza di tanti lemmi floriani (il discorso si può estendere al <hi rend="italic">Vocabolario</hi> della Crusca, non nominato da Baretti nella sua «Prefazione» – del resto il <hi rend="italic">Vocabolario</hi> della Crusca era stato la prima fonte dichiarata di Altieri, sin nel titolo del suo dizionario). </p><p rend="text">I lemmi afferenti a ‘gatto’ sono un chiaro esempio del metodo selettivo di Baretti applicato al ‘superato’ John Florio. Di contro ai floriani <hi rend="italic">gatta</hi>, <hi rend="italic">gattacieca</hi>, <hi rend="italic">gattafura</hi>, <hi rend="italic">gattaiuola</hi>, <hi rend="italic">gatta orba</hi>, <hi rend="italic">gattaria</hi>, <hi rend="italic">gattarigolare</hi>, <hi rend="italic">gattarigole</hi>, <hi rend="italic">gatticciole</hi>, <hi rend="italic">gatticino</hi>, <hi rend="italic">gattillare</hi>, <hi rend="italic">gattillatura</hi>, <hi rend="italic">gattino</hi>, <hi rend="italic">gatto</hi>, <hi rend="italic">gatto gatto</hi>, <hi rend="italic">gatto mammone</hi>, <hi rend="italic">gattonare</hi>, <hi rend="italic">gattoncini</hi>, <hi rend="italic">gattone</hi>, <hi rend="italic">gattone della noce</hi>, <hi rend="italic">gatton gattone</hi>, <hi rend="italic">gattorìgole</hi>, <hi rend="italic">gattuccia</hi>, <hi rend="italic">gattucciare</hi>, <hi rend="italic">gattuccini</hi>, <hi rend="italic">gattoncini</hi>, <hi rend="italic">gattuccia</hi>, <hi rend="italic">gattucciare</hi>, <hi rend="italic">gattucini</hi>, <hi rend="italic">gattoncini</hi>, in Baretti abbiamo: <hi rend="italic">gattaiuola</hi>, <hi rend="italic">gattino</hi>, <hi rend="italic">gatto</hi>, <hi rend="italic">gattomammone</hi>, <hi rend="italic">gattone</hi>, <hi rend="italic">gattuccia</hi>, termini familiari e ‘medi’ (stranamente non include ‘gattonare’). Altieri accetta otto lemmi floriani e ne aggiunge uno: <hi rend="italic">gattero</hi>. Relativamente a ‘volpe’, Baretti presenta undici lemmi: <hi rend="italic">volpaia</hi>, <hi rend="italic">volpato</hi>, <hi rend="italic">volpe</hi>, <hi rend="italic">volpetta</hi>, <hi rend="italic">volpicella</hi>, <hi rend="italic">volpicina</hi>, <hi rend="italic">volpicino</hi>, <hi rend="italic">volpigno</hi>, <hi rend="italic">volpino</hi>, <hi rend="italic">volpo</hi>, <hi rend="italic">volpone</hi>, mentre nel secondo Florio e nel «Florio Torriano» abbiamo dieci lemmi, ma di diverso tenore, comprendenti verbi e ogni sorta di creatura volpina: <hi rend="italic">volpaia</hi>, <hi rend="italic">volpansero</hi>, <hi rend="italic">volpare</hi>, <hi rend="italic">volpeggiare</hi>, <hi rend="italic">volpe-marino</hi>, <hi rend="italic">volpetta</hi>, <hi rend="italic">volpicòda</hi>, <hi rend="italic">volpinata</hi>, <hi rend="italic">volpino</hi> e <hi rend="italic">volpone</hi> (titolo della commedia più fortunata di Ben Jonson). Il <hi rend="italic">Vocabolario</hi> della Crusca inizia la sua avventura – nel 1612, a tredici anni di sitanza dal floriano <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi> – con i semplici <hi rend="italic">volpe</hi>, <hi rend="italic">volpicella</hi>, <hi rend="italic">volpino</hi>, <hi rend="italic">volpo</hi>, <hi rend="italic">volpone</hi>. A ben vedere, i lemmi di Florio sono i più eterogenei: denotano un’apertura lessicografica che guarda anche – simultaneamente – al lessico scientifico, non curandosi che si tratti di parole estremamente tecniche e rare – anzi, assaporando la loro rarità e facendone motivo di vanto. Florio ha una ricca biblioteca a disposizione, o più d’una. Florio ha nel cuore tutta la cultura del Rinascimento. Non è un caso che già nel <hi rend="italic">Worlde of Wordes</hi> una delle fonti dichiarate sia Conrad Gessner («Gesnero»), autore di volumi <hi rend="italic">cult</hi> dedicati al regno animale. Da parte sua Baretti si diverte a fare variazioni sul tema, sottraendosi alle parole che non sente nelle proprie corde, che lo porterebbero su un terreno specialistico diverso da quello che suscita la sua attenzione, ma fa ciò senza sacrificare il vocabolario della scienza (la cosa non ci meraviglia).</p><p rend="text">Florio vuole, deve stupire: è lo straniero, il figlio di un francescano discendente di ebrei. Non è nato in ‘Italia’, ma si dice «Italus ore, Anglus pectore». I suoi lettori sono <hi rend="italic">in primis</hi> i suoi pupilli, figli della nuova e ricchissima aristocrazia formatasi all’indomani della Guerra dei cento anni. Sono coloro che sono andati o vogliono andare in Italia e che si servono dell’italiano come segno di assoluta distinzione. Sono nobili che non sfigurano accanto alla regina Elisabetta, celebre e temuta poliglotta. Florio non può avere clientela borghese (come sperava al tempo dei <hi rend="italic">Firste Fruites</hi>), può solo salire <hi rend="italic">in excelsis</hi>. Baretti potrà contare sull’alta e media borghesia, che procede con passo spedito in un mondo, in un paese avviato a compiere il salto nella cosiddetta rivoluzione industriale essendo già un impero a tutti gli effetti. Gli allievi di Florio sono la crema dell’aristocrazia e amano e sostengono il loro maestro spiritoso e affettuoso. Lo dimostra l’articolata, affabile, complice lettera dedicatoria del primo dizionario. Con loro Florio si trova a proprio agio. La nobiltà, per i poliglotti Florio imbevuti di letteratura e filosofia, è una questione d’animo, non di sangue blu. In John, inoltre, pulsa una vena giocosa, che si avvale di copia e perfino di iperbole, anch’essa al servizio del sapere. Baretti a sua volta gioca, creando un’unica trama bilingue. Il motivo è duplice: dilettare e istruire i suoi allievi e dar prova della propria competenza nelle due lingue. Baretti si è impegnato molto, se non nella raccolta delle parole (trovate pronte), nella loro selezione, per permettere perfino agli italiani di gustare il suo dizionario in ciascuna delle sue parti. Il duo Florio-Torriani costituisce l’altro antagonista, dopo Altieri. Un antagonista implicito, invecchiato, sì, ma ancora attraente, mentre il Dottor Johnson rappresenta la ‘sponda’ inglese, l’entratura più eccellente che fosse dato immaginare.</p><p rend="text">Per John Florio e per Baretti lo studio e la diffusione dell’italiano e dell’inglese sono una necessità e una passione. In entrambi la lessicografia si fonda sulla grammatica e sulla traduzione. Nel caso di Florio, la lessicografia è un’assoluta meraviglia, un nuovo mondo. Nel caso di Baretti, che compie un rifacimento azzardato (la revisione di un quasi contemporaneo, Altieri), è una ‘riscrittura’ creativa. I dizionari di Florio e Baretti sfidano la deperibilità che un dizionario porta naturalmente in sé nell’atto stesso in cui getta i propri semi per i futuri frutti. Il lavoro compiuto per diventare ambasciatori della propria lingua ‘<hi rend="italic">prima</hi>’, l’italiano, che avrebbe potuto perdersi, nel paese di adozione, consente agli esuli John Florio e Baretti di eccellere anche nella <hi rend="italic">nuova</hi> lingua, temperando quel <hi rend="italic">nostos</hi> che era il prezzo da pagare alla propria salvezza. </p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Agricola, G. 1556. <hi rend="italic">De re metallica libri XII (…). Eiusdem De animantibus subterraneis libe, ab Autore recognitus (…).</hi> Basilea: Froben. </p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Altieri, F. 1726. </hi><hi rend="italic">A Dictionary Italian and English, Containing all the Words of the Vocabulary della Crusca, and Several Hundred More Taken from the More Approved Authors. With Proverbs and Familiar Phrases</hi><hi >, 2 voll. London: William and John Innys. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Ascham, R. 1923. </hi><hi rend="italic">The Scholemaster</hi><hi >,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >ed. by E. Arber. London-Bombay-Sydney: Constable &amp; Co. Ltd.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Bandyopadhyay, D. 2011. <hi rend="italic">The Anglo-Indian Self in Ruskin Bond: A Post-Colonial Review. </hi>Cambridge: Anthem Press (Cambridge University Press).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1753a. </hi><hi rend="italic">Dissertation on the Italian Poetry, In which Are Interspersed Some Remarks, on Mr. Voltaire’s Essay on the Epic Poets</hi><hi >. London: R. Dodsley.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1753b.</hi><hi rend="italic"> Remarks on the Italian Language and Writers. In a Letter from M. Joseph Baretti to an English Gentleman at Turin, Written in the Year 1751.</hi><hi > London: Dan. Browne, etc.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1754. </hi><hi rend="italic">Raccolta di tutti gli antichi poeti latini colla loro versione nell’italiana favella. Tomo trigesimo. Contiene Degli amori di Pu. Ovidio Nasone libri tre. Tradotti in versi italiani da Giuseppe Baretti […]</hi><hi >. Milano: nel Regio Ducal Palazzo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1757. </hi><hi rend="italic">The Italian Library. Containing an Account of the Lives and Works of the Most Valuable Authors of Italy</hi><hi >. London: A. Millar, in the Strand.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1760. </hi><hi rend="italic">A Dictionary of the English and Italian languages, By Joseph Baretti. Improved and Augmented with Above Ten Thousand Words, Omitted in the Last Edition of Altieri. To Which is Added, an Italian and English Grammar</hi><hi >, 2 voll.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >London: C. Hitch, etc.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1762-1763. </hi><hi rend="italic">Lettere familiari di Giuseppe Baretti a’ suoi tre Fratelli Filippo, Giovanni e Amedeo. </hi><hi >Tomo 1 Milano: Malatesta, Venezia: Pasquali. Tomo 2 Venezia: Pasquali.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1768. </hi><hi rend="italic">Account on the Manners and Customs of Italy, with Observations on the Mistakes of Some Travellers with Regard to That Country</hi><hi >,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >2 voll. London: T. Davies, L. Davis, C. Rymers. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1770. </hi><hi rend="italic">A Journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain, and France. By Joseph Baretti, Secretary for Foreign Correspondence to the Royal Academy of Painting, Sculpture, and Architecture</hi><hi >, 4 voll. London: T. Davies.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1775. </hi><hi rend="italic">Easy Phraseology, for The Use of Young Ladies, Who Intend to Learn the Colloquial Part of the Italian Language</hi><hi >. London: for G. Robinson and T. Cadell.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1777. </hi><hi rend="italic">Discours sur Shakespeare et sur M. de Voltaire par M. Baretti Sécretaire pur la Correspondence étrangère de l’Académie Royale Britannique</hi><hi >. London: chez J. Nourse, Libraire du Roi; Paris:  chez Durand neveu.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 1828. </hi><hi rend="italic">Dizionario italiano, ed inglese di Giuseppe Baretti, prima edizione livornese</hi><hi > […], vol. I. Livorno: Tipografia di G. P. Pozzolini e C.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Baretti,<hi rend="italic"> </hi>G. 1857.<hi rend="italic"> Lettere famigliari</hi> <hi rend="italic">di Giuseppe Baretti a’ suoi fratelli. Tornando da Londra in Italia nel 1760. </hi>Torino: Società editrice italiana di M. Guigoni.</p><p rend="bib_indx_bib">Baretti, G. 1936. <hi rend="italic">Epistolario</hi>, a cura di Luigi Piccioni, vol. I. Bari: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Baretti, G. 2001.</hi><hi rend="italic"> Invettive contro una Signora inglese (Hester Thrale Piozzi)</hi><hi >, a cura di B. Anglani.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >Roma: Salerno.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Barroll, J. L. 2001. </hi><hi rend="italic">Anna of Denmark, Queen of England: A Cultural Biography</hi><hi >. Philadelphia: University of Pennsylvania Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Bossy, J. 1991. </hi><hi rend="italic">Giordano Bruno and the Embassy Affair</hi><hi >. New Haven-London: Yale University Press; trad. it. 1992. </hi><hi rend="italic">Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata</hi><hi >, con una “Postfazione all’edizione italiana” di J. Bossy. Milano: Garzanti. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Campi, E. 2016. “Michelangelo Florio: un esule religioso attraverso l’Europa del Cinquecento.” </hi><hi rend="italic">Quaderni Grigioniani </hi><hi >85, 2: 41-51.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Chaney, E. 1998. </hi><hi rend="italic">The Evolution of the Grand Tour: Anglo-Italian Relations since the Renaissance</hi><hi >. London: Frank Cass.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Ciani, M. G. 2021. </hi><hi rend="italic">Tornare a Itaca. Una lettura dell’Odissea</hi><hi >. Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Da Ponte, L. 1823.</hi> <hi rend="italic">Le</hi> <hi rend="italic">Memorie di Lorenzo Da Ponte da Cèneda. </hi>Nuova Jorca: pubblicate da Lorenzo e Carlo Da Ponte: Gray &amp; Bunce stampatori.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Da Ponte, L. 2009. </hi><hi rend="italic">Memorie. I libretti mozartiani. Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte</hi><hi >. Introduzione di Giuseppe Armani. Milano: Garzanti (prima edizione: Garzanti, 1976).</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Dolan, B. 2002. </hi><hi rend="italic">Ladies of the Grand Tour</hi><hi >. London: Flamingo (HarperCollins).</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Florio, J. 1578. </hi><hi rend="italic">Florio his firste fruites which yeelde familiar speech, merie proverbes, wittie sentences, and golden sayings. Also a perfect induction to the Italian, and English tongues, as in the table appeareth. The like heretofore, never by any man published</hi><hi >. London: Thomas Woodcocke.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Florio, J. 1591. </hi><hi rend="italic">Florios Second Frutes, to be gathered of twelve Trees, of diuers but delightsome tastes to the tongue of Italians and Englishmen, to which is annexed his Gardin of Recreation, yielding six thousand Italian proverbs</hi><hi >. London: Thomas Woodcock.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Florio, J. 1598. </hi><hi rend="italic">A Worlde of Wordes, Or, Most copious, and exact Dictionarie in Italian and English, collected by Iohn Florio. </hi><hi >London: Edw. Blount.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Florio, J. 2013. <hi rend="italic">A Worlde of Wordes</hi>, edizione critica con Introduzione di H.W. Haller, Toronto-Buffalo-London: University of Toronto Press. </p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Florio, J., Torriano, G. 1659. </hi><hi rend="italic">Vocabolario Italiano &amp; Inglese, A Dictionary Italian &amp; English formerly compiled by John Florio, and since his last Edition, anno 1611, augmented by himselfe in His life time, with many thousand words, and Thuscan </hi><hi >[sic] </hi><hi rend="italic">phrases. Now most diligently revised, corrected, and compared, with La Crusca, and other approved dictionnaries extant since his Death; and enriched with very considerable additions. Whereunto is added a Dictionary English &amp; Italian, with several proverbs and instructions for the speedy attaining to the Italian tongue</hi><hi >. London: T. Warren for Jo. Martin, Ja. Allestry, and Tho. Dicas. </hi></p><p rend="bib_indx_bib">Florio, M. 1557. <hi rend="italic">Apologia di M. Michelagnolo fiorentino, ne la quale si tratta de la vera e falsa chiesa. De l’essere, e qualità de la messa, de la vera presenza di Christo nel Sacramento, de la Cena; del Papato, e primato di S. Piero, de’ Concilij &amp; autorità loro: scritta contro a un’Heretico.</hi> Chamogascko (Basilea): M. Stefano de Giorgio Catani d’Agnedina di sopra.</p><p rend="bib_indx_bib">Florio, M. s.d. <hi rend="italic">Opera di Giorgio Agricola De l’arte de metalli partita in XII libri, ne quali si descrivano tutte le sorti, e qualità de gli uffizij, de gli strumenti, delle macchine, e di tutte l’altre cose attenenti a cotal arte, non pure con parole chiare, ma eziandio si mettano a luoghi loro le figure di dette cose, ritratte al naturale, con l’aggiunta de nomi di quelle, cotanto chiari, e spediti, che meglio non si può desiderare, o havere. Aggiugnesi il libro del medesimo autore, che tratta de gl’Animali di sottoterra, da lui steso corretto, &amp; riveduto. Tradotti in lingua Toscana da M. Michelangelo Florio Fiorentino. Con l’Indice di tutte le cose più notabii alla fine. </hi>Basilea: Ieronimo Frobenio et Nicolao Episcopio. Riedita in stampa anastatica. Torino: Bottega di Erasmo, 1969.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Garrett, C. H. 2010. </hi><hi rend="italic">The Marian Exiles: A Study in the Origins of Elizabethan Puritanism.</hi><hi > Cambridge: Cambridge University Press (prima edizione, 1938; prima ristampa, 1966).</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Iamartino, G. 1994. “Baretti maestro d’italiano in Inghilterra e l’Easy phraseology.” In </hi><hi rend="italic">Il passaggiere italiano. Saggi sulle letterature di lingua inglese in onore di Sergio Rossi, </hi><hi >a cura di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >R.S. Crivelli, L. Sampietro, 383-419. Roma: Bulzoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Iamartino, G. 1994. </hi><hi rend="italic">Da Thomas a Baretti. I primi due secoli della lessicografia anglo-italiana</hi><hi >. </hi><hi >Milano: Pubblicazioni dell’ISU, Università Cattolica.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Iamartino, G. 2021. “Insegnare una lingua, introdurre a un mondo: elementi culturali nel dizionario inglese-italiano del Baretti.” In F. </hi>Savoia (a cura di), <hi rend="italic">Giuseppe Baretti lessicografo e lessicologo</hi>, 105-29. Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Johnson, S. 1755. </hi><hi rend="italic">A Dictionary of the English Language</hi><hi >. London: W. Strahan for J. and P. Knapton.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Marcheschi, D. (a cura di). 2021. <hi rend="italic">Giuseppe Baretti. Lingua e stile</hi>, Atti del Seminario di studi (15 dicembre 2020). Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib">Marcheschi, D., Savoia, F. (a cura di). 2020. <hi rend="italic">Giuseppe Baretti a trecento anni dalla sua nascita</hi>, Atti del convegno internazionale (Seravezza, 3-4 maggio 2019). Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Orsi, L. 2017. “William Shakespeare e John Florio: una prima analisi comparata linguistico-stilistica.” In </hi><hi rend="italic">Atti e Memorie dell’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti</hi><hi >, Atti del convegno internazionale, vol. CXXVIII (2015-2016), 139-268. Padova: presso la sede dell’Accademia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Pastore, A. 2010. </hi><hi rend="italic">Dizionario Storico dell’Inquisizione</hi><hi >, diretto da Adriano Prosperi, con la collaborazione di Vincenzo Lavenia e John Tedeschi, 4 voll. più un “Inserto Iconografico”. Pisa: Edizioni della Normale.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Pellegrini, G. 1961. </hi><hi rend="italic">John Florio e il Basilicon Doron di James VI: un esempio inedito di versione elisabettiana</hi><hi >. Milano: Feltrinelli. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Perini, G. 1977. “Florio, M.” </hi><hi rend="italic">Dizionario biografico degli italiani</hi><hi >, vol. XLVIII. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Prosperi, A. 2016. </hi><hi rend="italic">Identità. L’altra faccia della storia</hi><hi >. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Saviolo, V. 1595. </hi><hi rend="italic">Vincentio Saviolo his Practise. In two Bookes. The first intreating of the use of the Rapier and Dagger; The Second, of Honour and honorable Quarrels</hi><hi >. London: Iohn Wolff.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Savoia, F. (a cura di). 2021. <hi rend="italic">Giuseppe Baretti lessicografo e lessicologo. </hi>Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Savoia, F. 2021. “Giuseppe Baretti, il cantiere metastorico della lingua e l’officina della Frusta.” In Id.</hi>, <hi rend="italic">Giuseppe Baretti lessicografo e lessicologo</hi>, 37-76. Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Shakespeare, W. 2016. </hi><hi rend="italic">Il mercante di Venezia</hi><hi >, con testo a fronte, a cura di D. Calimani. Venezia: Marsilio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Sharp, Samuel. 1766. </hi><hi rend="italic">Letters from Italy, describing the customs and manners of that country in the years 1765, and 1766. To which is annexed, an Admonition to Gentlemen who pass the Alps, in their Tour through Italy</hi><hi >. London: R. Cave.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Stephen, L., Lee, S. (eds.). 1885-1900. </hi><hi rend="italic">Dictionary of National Biography</hi><hi >, 63 voll. London-New York: Macmillan &amp; Co. Lonson: Smith, Elder, and Co.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Tassinari, L. 2009. <hi rend="italic">John Florio: The Man Who Was Shakespeare</hi>, trad. ingl. di W. McCuaig. Giano Books (seconda edizione 2013); ed. orig. 2008. <hi rend="italic">Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio</hi><hi >. Giano Books.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Thomas, W. 1550. </hi><hi rend="italic">Principal Rules of the Italian Grammar, with a Dictionnarie for the better understandying of Boccace, Petrarcha, and Dante: gathered into this tongue by William Thomas</hi><hi >. London: T. Berthelet.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Vicentini, A. 2006. “In Johnson’s Footsteps: Baretti’s English Grammar and the Spread of the English Language in Italy during the Eighteenth Century.” </hi><hi rend="italic">TEXTUS </hi><hi >19, 1: 179-202.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Vicentini, A. 2015. </hi><hi rend="italic">Anglomanie settecentesche: le prime grammatiche d’Inglese per italiani</hi><hi >. Milano-Udine: Mimesis.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Vischer, L. 2000. “Michelangelo Florio: tra Italia, Inghilterra e Val Bregaglia.” In <hi rend="italic">Il Protestantesimo di lingua italiana nella Svizzera. Figure e movimenti tra Cinquecento ed Ottocento</hi>, a cura di E. Campi, G. La Torre. Torino: Claudiana.</p><p rend="bib_indx_bib">Wyatt, M. 2005. <hi rend="italic">The Italian Encounter with Tudor England: A Cultural Politics of Translation</hi>. Cambridge: Cambridge University Press. </p><p rend="bib_indx_bib">Yates, F.A. 2011. <hi rend="italic">John Florio: The Life of an Italian in Shakespeare’s England. </hi>Cambridge: Cambridge University Press (prima edizione 1934).</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-043-backlink">1</ref></hi>	Per una bibliografia delle opere di e su John Florio un buon punto di partenza è H. W. Haller in Florio 2013, “Bibliography”, lv-lvi, e “Critical Literature”, lvi-lxiii. Nella bibliografia di Haller manca l’edizione inglese del libro che ha aperto la strada agli ultimi dieci anni e oltre di ricerca floriana (Tassinari 2009); Haller include però l’edizione italiana dello studio di Tassinari. Per quanto riguarda Baretti, negli ultimi decenni si è assistito a una rifioritura di studi su questo autore, culminata nella pubblicazione, oltre al nostro, dei seguenti volumi: Marcheschi, Savoia 2020; Marcheschi 2021; Savoia 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-042-backlink">2</ref></hi>	Per Michelangelo Florio si vedano Pastore 2010, voce <hi rend="italic">Valtellina</hi>, III, 1651-52; Perini 1977; Campi 2016; Orsi 2017, 139-268 (“Bibliografia”, 269-80): cap. 2.2, “Michelangelo e John Florio”, 169-86.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-041-backlink">3</ref></hi>	Florio 1557, c. 34r: «E se tu dicessi che i miei passati fossero avanti il battesimo stati hebrei, questo non negharò».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-040-backlink">4</ref></hi>	<hi >Hallowell Garrett 2010, sezione </hi><hi rend="italic">The Census of Exiles: A Social Portrait of a Transitional Decade</hi><hi >, 61-349: 155. </hi>Si rimanda al primo capitolo per un inquadramento storico-concettuale di questa temporanea diaspora protestante: “The Marian Exiles in the light of new documents”, sezione 1: <hi rend="italic">‘Migration’ or ‘flight’</hi>?, 1-29.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-039-backlink">5</ref></hi>	Di Jane Grey Michelangelo sottolinea la straordinaria conoscenza delle lingue antiche e moderne, ebraico incluso (Florio, <hi rend="italic">Historia de la vita e de la morte dell’Illustriss. Signora Giovanna Graia</hi>, c. 26v).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-038-backlink">6</ref></hi>	Prendo ispirazione dal titolo di un libro dedicato allo scrittore indiano di origine britannica Ruskin Bond: Debashis 2011.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-037-backlink">7</ref></hi>	Agricola 1556, tradotta da Florio s.d. L’opera si considera edita nel 1563, come suggerito alla c. [*3r] della lettera dedicatoria a Elisabetta I, che termina con la data: «Da Soy de la Rhetia, il dì 12 di Marzo, nell’anno M. D. LXIII»: cc. *2r, [*2v] e [*3r]. Questa traduzione di Florio padre è stata riedita in stampa anastatica, con “Prefazione” di Luigi Firpo (Torino: Bottega di Erasmo, 1969).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-036-backlink">8</ref></hi>	Florio s.d., dedica «Alla Serenissima e Potentissima Lisabetta, per la Dio gratia regina di Inghilterra, Francia, e d’Hibernia [Irlanda]. Salute», cc. *2r-[3r]: c. [*2v].</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-035-backlink">9</ref></hi>	Ciani 2021, “Premessa. Il mio Ulisse”, 9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-034-backlink">10</ref></hi>	<hi >Florio, Torriano 1659 (nuova edizione, rivista e corretta, Londra 1688), ristampata in facsimile da Eebo Editions, ProQuest, Early documents of Language and Linguistics, Milton Keynes, UK, senza data. </hi>Ho acquistato la mia copia nel 2017. Per il testamento di Florio (anche in rapporto a quello di Shakespeare) rimando a Tassinari 2009, parte 2, “An Englishman in Italian”, cap. 17, “What’s in a Will?”, 279-89.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-033-backlink">11</ref></hi>	Anglani 2001, Introduzione, 7-48: 7.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-032-backlink">12</ref></hi>	<hi >Thomas 1550. </hi>Trascrizione del testo scaricabile in Leme (Lexicons of Early Modern English): <ref target="https://leme.library.utoronto.ca/lexicons/70/details#fulltext">https://leme.library.utoronto.ca/lexicons/70/details#fulltext</ref> (2024-06-20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-031-backlink">13</ref></hi>	Per Baretti si veda Savoia 2021. Per Florio rimando all’Introduzione di Hermann W. Haller all’edizione da lui curata di Florio 1598, ix-xl, sezione 2, “A Worlde of Wordes” (xix-xxxiii), e a Orsi 2017, cap. 3.4, “L’<hi rend="italic">Oxford English Dictionary</hi>”, 233-35, e cap. 3.5, “Modalità di invenzione”, 235-68.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-030-backlink">14</ref></hi>	<hi >Florio 1598. Uso l’edizione Haller 2013: “To the Reader”, 9-15: 9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-029-backlink">15</ref></hi>	<hi >Florio 1578, cap. 27, f. 50r. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-028-backlink">16</ref></hi>	<hi >Florio, Torriano 1659,</hi><hi > lo riporta il titolo stesso: «augmented by himselfe in His life time, with many thousand Words, and Thuscan phrases».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-027-backlink">17</ref></hi>	Nella lettera da Falmouth del 23 agosto 1760, contenuta in <hi rend="italic">Lettere familiari a’ suoi tre fratelli</hi>, scrive Baretti: «Oh vantate leggi d’Inghilterra, esclamai nel cuore mio, dove siete voi! Ecco che qui come altrove i pesci grossi mangiano i piccini, checchè i signori Inglesi si dicano. Quando e’ si mettono a cinguettare delle loro leggi, pare che gl’Inglesi parlino del solo e vero antidoto d’ogni male. Oh in Inghilterra non c’è oppressione. Oh la legge in Inghilterra è uno scudo adamantino che copre tutta l’isola, e la difende dalla soverchieria e dalla prepotenza!» Le <hi rend="italic">Lettere familiari di Giuseppe Baretti a’ suoi tre fratelli</hi> uscirono tra 1762 e 1763. Ho usato l’edizione<hi rend="italic"> </hi>Baretti 1857, Lettera IV, 29-30. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-026-backlink">18</ref></hi>	<hi >Yates 2010, cap. </hi>I, “John Florio’s Father”, 7-14.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-025-backlink">19</ref></hi>	<hi >Stephen Lee 1885-1900, vol. XIX (1889): “Florio, John”, 337. </hi>Si tratta di una fonte fondamentale, pur se da integrare o confrontare con i successivi studi. <hi >Da qui parte F. A. Yates.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-024-backlink">20</ref></hi>	<hi >Yates 2010, cap. IV, “At the French Embassy”, 61-86: p. 63. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-023-backlink">21</ref></hi>	Bossy 1991. <hi >Rimando anche a Yates 2010, cap. IV (“At the French Embassy”) e cap. V, “Florio and Bruno”, 87-123.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-022-backlink">22</ref></hi>	<hi >Florio 1591, cap. </hi>VII, 117.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-021-backlink">23</ref></hi>	Pellegrini 1961. <hi >Yates 2010, cap. XI, “At Court”, 246-64, e cap. XIII, “Retirement and Last Years”, 293-321, da integrare con Leeds Barroll 2001, cap. 3, </hi><hi rend="italic">Queen Anna’s English Court, Centering the Arts</hi><hi >, 36-73 (in particolare 57 e 68).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-020-backlink">24</ref></hi>	Per l’evoluzione della lessicografia italiana nel mondo anglofono ricordiamo il prezioso Iamartino 1994.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-019-backlink">25</ref></hi>	Da Ponte 2009, 227. Il metodo di Da Ponte è innovativo: alle giovinette americane non è data «permissione di dar pruova del loro spirito e delle cure del loro institutore, col recitare qualche volta a uno scelto numero d’amici queste opere stesse che tanto pregiano» (ibidem). Le <hi rend="italic">Memorie di Lorenzo Da Ponte da Cèneda</hi> videro la luce a New York, in quattro volumi, nel 1823.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-018-backlink">26</ref></hi>	<hi >Florio 1578, cap. 16, “Familiar talke, Parlar familiar”, ff. 19r-20v: f. 20v.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-017-backlink">27</ref></hi>	<hi >Florio</hi><hi > 1578, cap. 27, “Reasonynges ippon Learnyng, and Philosophie, and what Writers are, and what the profite of readyng, and learning of Science is, with certaine discourses in praise of Writers and Philosophers”, “Ragionamenti sopra Dotrina, et Filosofia, et che cosa siano gli Scrittori, &amp; qual è il prifitto [</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi >] di leggere et imparare scientie, con certi discorsi in laude de scrittori, &amp; Filosofi”, ff. 50r-63r: f. 50r. </hi>Più avanti nello stesso capitolo l’Italiano dice all’Inglese di aver «conosciuto quelli che hanno imparato l’italiano in tre mesi», «I have known them that have learned Italian in three monethes» (f. 51v). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-016-backlink">28</ref></hi>	<hi >Florio 1578, </hi>f. 51r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-015-backlink">29</ref></hi>	Shakespeare 2016, II.1, vv. 62-67, 70-71.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-014-backlink">30</ref></hi>	<hi >Ascham</hi> 1923, che compendia la prima edizione con la seconda, del 1572. <hi >Su Ascham si veda Wyatt 2005, Part 2, “Roger Ascham contra Italy”, 159-63; si veda, su Florio, sempre nella Part 2, “John Florio and the Cultural Politics of Translation”, 157-254. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-013-backlink">31</ref></hi>	Baretti 1857,<hi rend="italic"> </hi>Lettera XI, dalla nave, il 29 agosto 1760, 64-65.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-012-backlink">32</ref></hi>	Baretti 1857, Lettera I, da Londra, il 12 agosto 1760, 9-10. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-011-backlink">33</ref></hi>	Baretti <hi >1770, 2 voll. </hi>Ho usato la quarta edizione, dello stesso editore e dello stesso 1770, in 4 volumi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-010-backlink">34</ref></hi>	<hi >Baretti 1768 (riedito l’anno dopo con correzioni e l’aggiunta di un’appendice). </hi>Si veda, su questo risvolto del Grand Tour, Savoia 2021, 37-76, cap. VI, “Aristarco in Inghilterra”, 67-68. Sul Grand Tour in generale, una ricca prospettiva la dà Chaney 1998.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-009-backlink">35</ref></hi>	<hi >Florio 2013, “Epistle Dedicatorie”, 4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-008-backlink">36</ref></hi>	Altieri<hi > 1726.</hi><hi rend="italic"> </hi>Ho usato l’edizione del 1749, la seconda, quella su cui lavorò Baretti: <ref target="https://play.google.com/books/reader?id=lBEXAAAAYAAJ&amp;pg=GBS.PP174&amp;hl=it&amp;printsec=frontcover"><hi rend="CharOverride-3">https://play.google.com/books/reader?id=lBEXAAAAYAAJ&amp;pg=GBS.PP174&amp;hl=it&amp;printsec=frontcover</hi></ref> (2024-06-20).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-007-backlink">37</ref></hi>	<hi >Johnson 1755. </hi>In meno di cinquant’anni, nel 1802, il dizionario di Johnson sarebbe giunto alla dodicesima edizione. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-006-backlink">38</ref></hi>	<hi >Baretti 1760, I, f. Ar e segg.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-005-backlink">39</ref></hi>	<hi >Baretti 1760, I, “The Preface”, 4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-004-backlink">40</ref></hi>	<hi >Vicentini 2006. </hi>La <hi rend="italic">Grammar</hi> di Johnson è pubblicata nel <hi rend="italic">Dictionary</hi> del 1755.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-003-backlink">41</ref></hi>	Florio 2013: <hi rend="italic">elefante</hi>, 216; <hi rend="italic">emblema</hi>, 217; <hi rend="italic">mormorare</hi> e <hi rend="italic">mormorevole</hi>, 412.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-002-backlink">42</ref></hi>	Florio 2013: <hi rend="italic">dipingere</hi> e <hi rend="italic">diphtongo</hi>, 195; <hi rend="italic">dimentichivole</hi>, 194; <hi rend="italic">mulatiere</hi>, 416. Nel secondo dizionario, <hi rend="italic">Queen Anna’s World of Words</hi>, 1611, cit., Florio riduce le spiegazioni in inglese: <hi rend="italic">dimentichevole</hi> (questa volta con la «e») è tradotto con il semplice «forgetfull» (147), mentre <hi rend="italic">mulatiere</hi> è reso con «a Muletier, a driver of mules» (325).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-001-backlink">43</ref></hi>	Baretti 1828, “Prefazione degli Editori”, 5.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_12.html#footnote-000-backlink">44</ref></hi>	Tre esempi su tutti: <hi rend="italic">cirindone</hi>, <hi rend="italic">comandanza</hi>, <hi rend="italic">continenzia</hi>.</p></item>
				</list></div></div>
      
      <div>
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          <bibl n="159531">Florio, J., Torriano, G. 1659. Vocabolario Italiano &amp;amp; Inglese, A Dictionary Italian &amp;amp; English formerly compiled by John Florio, and since his last Edition, anno 1611, augmented by himselfe in His life time, with many thousand words, and Thuscan [sic] phrases. Now most diligently revised, corrected, and compared, with La Crusca, and other approved dictionnaries extant since his Death; and enriched with very considerable additions. Whereunto is added a Dictionary English &amp;amp; Italian, with several proverbs and instructions for the speedy attaining to the Italian tongue, London: Jo. Martin, Ja. Allestry, and Tho. Dicas. London: T. Warren for Jo. Martin, Ja. Allestry, and Tho. Dicas.</bibl>
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          <bibl n="159530">Florio, M. s.d. Opera di Giorgio Agricola De l’arte de metalli partita in XII libri, ne quali si descrivano tutte le sorti, e qualit&amp;#224; de gli uffizij, de gli strumenti, delle macchine, e di tutte l’altre cose attenenti a cotal arte, non pure con parole chiare, ma eziandio si mettano a luoghi loro le figure di dette cose, ritratte al naturale, con l’aggiunta de nomi di quelle, cotanto chiari, e spediti, che meglio non si pu&amp;#242; desiderare, o havere. Aggiugnesi il libro del medesimo autore, che tratta de gl’Animali di sottoterra, da lui steso corretto, &amp;amp; riveduto. Tradotti in lingua Toscana da M. Michelangelo Florio Fiorentino. Con l’Indice di tutte le cose pi&amp;#249; notabii alla fine. Basilea: Ieronimo Frobenio et Nicolao Episcopio. Riedita in stampa anastatica. Torino: Bottega di Erasmo, 1969.</bibl>
          <bibl n="159630">Garrett, C. H. 2010. The Marian Exiles: A Study in the Origins of Elizabethan Puritanism. Cambridge: Cambridge University Press (prima edizione, 1938; prima ristampa, 1966).</bibl>
          <bibl n="159830">https://play.google.com/books/reader?id=lBEXAAAAYAAJ&amp;amp;pg=GBS.PP174&amp;amp;hl=it&amp;amp;printsec=frontcover (2024-06-20)</bibl>
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