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        <title type="main" level="a">La complessità olivettiana. La spiritualità di Adriano Olivetti. Immaginando un dialogo con Simone Weil</title>
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            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Rebaudengo</surname>
            <placeName type="affiliation">Associazione Olivettiana, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Olivetti: una complessità virtuosa</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0459-0</idno>) by </resp>
          <name>Lorenzo Capineri</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0459-0.04</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>How spiritualism was expressed in the thoughts and the activities of Adriano Olivetti. His values were somehow shared by  his collaborators and  managers like Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Geno Pampaloni. In this chapter Simone Weil, philosopher, teacher, politician, active in the war against Nazism, finds a particular attention since Adriano Olivetti instructed the poet Franco Fortini to translate her  works, which were published by the Olivettian Edizioni  di Comunità.</p>
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            <item>Spiritualism</item>
            <item>Social Industry</item>
            <item>Community</item>
            <item>Culture</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0459-0.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0459-0.04" /></p>
      
      <div><head>La complessità olivettiana. La spiritualità di Adriano Olivetti. Immaginando un dialogo con Simone Weil</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Paolo Rebaudengo</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3 ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Cosa faremo, cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo (Olivetti nel discorso ai lavoratori d’Ivrea, al ritorno dall’esilio, nel maggio del 1945; Saibene 2017, 55).</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3 ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Poiché la civiltà occidentale si trova oggi nel mezzo di un lungo e profondo travaglio alla sua scelta definitiva. Giacché le straordinarie risorse materiali che la scienza e la tecnica moderna hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate ai nostri figli per la loro liberazione soltanto in un ordine sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali, le quali rimangono eterne nel tempo ed immutabili nello spazio (Olivetti 1955).</hi></p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3 ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">L’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa (Weil 2017, 9).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I discorsi che Adriano Olivetti tiene nel 1955, inaugurando il Palazzo Olivetti milanese di via Clerici, e poco dopo, rivolgendosi ai lavoratori della nuova Fabbrica di Pozzuoli, sono tra i più significativi e densi di riflessioni sul valore del lavoro e della persona.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 6 aprile 1955, dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che aveva contato cinquantaquattro milioni di morti, Adriano Olivetti inaugura la nuova sede della Olivetti a Milano, Palazzo Milius, comprato dal padre Camillo nel 1934 dalla Città di Ginevra, distrutto dai bombardamenti nell’agosto 1943 e fatto ricostruire da Adriano tra il 1952 e il 1954 da Gian Antonio Bernasconi, Annibale Fiocchi e Marcello Nizzoli per i nuovi uffici milanesi. È un edificio moderno con una planimetria a U che disegna, accanto a edifici settecenteschi, una piazzetta verso via Clerici. Al piano terra l’atrio, una grande sala riunioni decorata da un pannello di Mattia Moreni, ai piani superiori gli uffici con soluzioni flessibili e i corridoi in mosaico di marmo con opere di Giovanni Pintori.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’inaugurazione sono presenti in molti. Adriano è uomo schivo, non è un oratore, ma le sue frasi non sono mai di circostanza. Ha una bozza del discorso scritta a macchina, con correzioni scritte a mano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ricorda che sono passati dieci anni dalla Liberazione (anche l’appunto reca la L maiuscola) «e questo significa la fine di un’epoca; la ricostruzione del dopoguerra e l’inizio di un tempo nuovo ancor pieno di speranze, di incertezze e di trepidazione»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 1955, 1).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 1955 è un anno molto importante per Adriano, le incertezze e le speranze di cui parla sono quelle dell’Italia e quelle della Società ereditata dal padre. </hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Questa casa per uffici, ove si organizza la nostra distribuzione, non direbbe in sé stessa niente di particolare né a noi né a nessuno di voi, se non sapessimo come essa sia soltanto un simbolo di un’opera feconda, compiuta con fatica da migliaia di lavoratori attenti e vigili negli ordinati loro posti di lavoro (Olivetti 1955, 10). </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Così questo edificio è soltanto l’emblema di altre attività e del fervore che anima la fabbrica di Ivrea. Abbiamo voluto ricordare nel suo rigore razionalista, nei suoi accorgimenti tecnici, perfino mediante la sua astrattezza artistica, una parentela, una sua analogia, una rimembranza della fabbrica di Ivrea e di una tecnica che noi vogliamo alla misura dell’uomo e al servizio dell’uomo onde questa, lungi dall’esserne suo schiavo, lo accompagni verse mete più alte, mete che nessuno oserà prefissare perché sono destinate alla Provvidenza di Dio. Abbiano così inteso creare un simbolo di cemento, di ferro e di pietra delle cose che ci affaticano e che ci animano e ci confortano. </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Per questo simbolo questo palazzo ci è caro, come oggi ci è caro rendere testimonianza a voi, che con la vostra ambita e cordiale presenza avete voluto onorare non noi ma una sincera e appassionata espressione, finalmente unitaria, del lavoro, della tecnica e dell’arte italiana (Olivetti 1955, 11).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In Adriano non manca mai il richiamo ai principi più alti in cui crede, alla spinta spirituale che lo anima, senza peraltro nascondere la difficoltà di far valere e poter praticare nella sua impresa quei valori etici e spirituali che sono per lui imprescindibili. Allo stesso tempo conferma ch’essi sono e restano il suo obiettivo fondamentale. Ciò costituisce un esempio concreto della complessità virtuosa del suo pensiero.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non perde mai di vista come la Olivetti sia parte del Paese e della sua storia. Anche quel 6 aprile 1955 è una occasione:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">poiché la vita di un’azienda industriale riflette in sé stessa come in un microcosmo i grandi problemi che agitano l’intera nazione, non sarà inutile tratteggiare […] quali sono stati i problemi della nostra ricostruzione proprio nel tempo in cui il Paese operava la sua; per arrivare […] ad enumerare taluni problemi che ancora attendono da noi una soluzione. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano ripercorre con parole semplici il dramma, anche sociale, dei primi anni successivi alla fine del conflitto mondiale, le difficoltà aziendali e come i tanti problemi siano stati superati e l’azienda si sia anzi sviluppata nei mercati mondiali, grazie </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">al valore dei progettisti, dei disegnatori, dei tecnici, l’abilità delle maestranze, l’adeguatezza della organizzazione commerciale, l’efficienza dell’apparato pubblicitario, ma aggiunge come queste cose non spieghino a sufficienza la vita e il ritmo di una fabbrica, che, come ogni cosa di questo mondo, ha un’infanzia, una giovinezza, una maturità per raggiungere infine un punto che, se non volge necessariamente al tramonto, si manifesta in ogni caso verso un qualche cosa di nuovo e di differente, in una parola, ad una trasformazione. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Sostengo infatti che le cose che sono opera degli uomini, gli Stati come le fabbriche, sono caratterizzate da un particolare loro destino ed ecco perché non mi dispiace di dirvi, sia pure alla buona, qualche parola sopra la trama ideale che, al di là dei principî della organizzazione aziendale, hanno ispirato il pensiero del suo fondatore e informato per molti anni l’opera della nostra Società (Olivetti 1955, 3).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui Adriano enuncia l’’eccezione Olivetti’:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde a un’idea assai semplice: fare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna. È un progetto concreto ma Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde a un’idea assai semplice: fare un’impresa di tipo nuovo […]: esso ha trovato difficoltà [nel testo originale, corretto da Adriano stesso, al posto di «difficoltà» si leggeva «nemici»] a destra e a sinistra, in alto e in basso. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Abbiamo trovato - è vero – incomprensione nelle organizzazioni padronali, abbiamo trovato – è vero – smarrimento nelle organizzazioni costituite dai lavoratori; abbiamo trovato schierati contro di noi i partiti politici, i teorici astratti e gli organizzatori concreti; ma intanto, nonostante queste avversità, il tentativo di dar vita a una nuova società è in marcia e le sue mete non sono più troppo lontane. Perché la fabbrica, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le sue regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevamento materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando una regione verso una comunità ideale ove non c’è più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire al figlio di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ecco perché la nostra Società crede nei fini spirituali che sono le cose della scienza, crede nelle cose dell’arte, crede nelle cose della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati alle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto. […] Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina, non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine (Olivetti 1955, 5).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Due settimane dopo è la volta dell’inaugurazione della fabbrica di Arco Felice (Pozzuoli). Se il nuovo palazzo milanese è simbolo dello sviluppo e della affermazione della Olivetti, lo stabilimento sul golfo di Pozzuoli, moderno e spazioso, pieno di luce, con giardini, una grande biblioteca, i servizi sociali, le case per le famiglie dei lavoratori e delle lavoratrici, è simbolo della speranza per il Paese. L’apertura di uno stabilimento nel Mezzogiorno d’Italia è una chiara e forte dichiarazione politica e sociale, la dimostrazione di un senso etico, un passo storico. Dice Adriano, rivolgendosi ai lavoratori di Pozzuoli (Olivetti</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2015, 121): «là dove preme una moltitudine di disoccupati, abbiamo potuto sollevare dalla miseria migliaia di persone». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E aggiunge:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Non possiamo nascondere il nostro orgoglio in questa viva e pulsante partecipazione che ha nella sua qualità qualche cosa che intimamente la fa rassomigliare a quelle circostanze, a quei sentimenti che presentò ai nostri avi il primo risorgimento d’Italia quando, dopo lo sbarco dei Mille, fu ricongiunto il Nord al Sud. La rivoluzione non era finita ed è consegnato alle nuove generazioni l’arduo compito di portarla al suo civile compimento, per l’unità morale e materiale di tutti gli Italiani. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento al Risorgimento, rivoluzione incompiuta, è presente anche in scritti sulla Resistenza, anch’essa rivoluzione incompiuta, alla quale avevano partecipato anche strati proletari, spinti dall’aspirazione alla liberazione nazionale e alla costruzione di un’Italia nuova e democratica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dice ancora Adriano: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Così, di fronte al golfo più singolare al mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto alla bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. Abbiamo lasciato, in poco più di una generazione, una millenaria civiltà di contadini e di pescatori. Per questa civiltà che è ancora la civiltà presente nel Mezzogiorno, l’illuminazione di Dio era reale e importante; la famiglia, gli amici, i parenti, i vicini erano importanti; gli alberi, la terra, il sole, il mare, le stelle erano importanti. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mese di maggio del 1953 Adriano Olivetti aveva assunto come selezionatore del personale Ottiero Ottieri (Roma 1924 - Milano 2002), sociologo, poeta, scrittore, collaboratore dell’</hi><hi rend="italic">Avanti!</hi><hi rend="CharOverride-1">. Avrebbe dovuto iniziare a luglio ma poco dopo l’assunzione si ammalò gravemente di meningite. Dovette ricoverarsi a Firenze nell’unica clinica in Italia che in quei tempi sapeva curare quella malattia. Dopo la convalescenza, Adriano, che aveva voluto pagargli lo stipendio per tutto il periodo, gli propose di svolgere il suo compito in un luogo dal clima mediterraneo, più adatto alla sua salute, a Pozzuoli, nella nuova fabbrica che sarebbe stata inaugurata più avanti (Ottieri s.d., 1-6). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ottieri vi si trasferì il primo marzo 1955 con la moglie Silvana e la bambina Maria Pace. Con sé aveva </hi><hi rend="italic">La condizione operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Simone Weil. Da questa esperienza scaturirà </hi><hi rend="italic">Donnarumma all’assalto</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ottieri 1959)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">il cui protagonista è un disoccupato che ambisce ed è disposto a tutto pur di essere assunto nella nuova grande fabbrica. «Ottiero coglie tra i primi la drammaticità del contrasto tra il progresso tecnico e materiale e l’arretratezza culturale della civiltà contadina meridionale» (Ottieri 1959, 2).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Insieme a</hi><hi rend="italic"> Tempi stretti </hi><hi rend="CharOverride-1">(Ottieri 1957)</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">romanzo di fabbrica che si svolge nella Milano operaia e di lotte sociali, </hi><hi rend="italic">Donnarumma all’assalto</hi><hi rend="CharOverride-1"> farà di Ottieri uno dei più significativi autori di letteratura industriale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sete di conoscenza di Adriano Olivetti, ingegnere, era aperta a tutti i campi nei quali riteneva avrebbe trovato pensieri e strumenti utili anche ai fini della conduzione della sua grande impresa, che doveva diventare un nuovo modello sociopolitico, organizzativo, economico, ispirato ai principi enunciati nei due discorsi citati. Filosofia, scienza e tecnologia, urbanistica e architettura, arte, letteratura, sociologia, psicologia, economia, scienze politiche costituivano le discipline che coltivò e che lo portarono anche a conoscere figure preminenti in quei campi, molte delle quali divennero suoi collaboratori. Egli stesso fu autore di scritti e proposte per la riforma dello Stato, per una democrazia partecipata, per una politica industriale democratica, per lo sviluppo del Mezzogiorno, per la trasformazione delle grandi industrie in ‘fabbriche comunitarie’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esperienza di lavoro in officina quando aveva solo tredici anni, voluta dal padre Camillo, lo aveva colpito negativamente per la fatica fisica e psichica, per la ripetitività dei gesti e la povertà di contenuti delle mansioni. Ebbe modo di parlarne e scriverne: si pose di conseguenza l’obiettivo di rendere più umano e meno faticoso il lavoro di fabbrica, obiettivo che divenne il lascito per chi sarebbe venuto dopo di lui affinché proseguisse lungo il cammino da lui tracciato. La psicologia e la sociologia del lavoro italiane nacquero in Olivetti per sua volontà affinché fornissero metodi e processi permanenti per la realizzazione di quella spinta ideale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ogni realizzazione era volta anche a divenire un modello offerto a tutte le imprese, un esempio da diffondere, una </hi><hi rend="italic">best practice</hi><hi rend="CharOverride-1"> come diremmo oggi. Ogni attività si richiamava a principi etici e spirituali. La spiritualità di Adriano costituisce un substrato per niente nascosto ma poco riconosciuto, si direbbe rimosso da chi lo ascoltava, forse ritenuto imbarazzante perché dichiarato apertamente, anche in discorsi pubblici, come fondante per le sue attività imprenditoriali, un fuoco che lo animava e lo ispirava, lontano dalle pratiche confessionali convenzionali, percepito come sovversivo, al pari delle sue idee politiche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le diverse figure di filosofi a cui Adriano si ispirava, la figura di Simone Weil – nata a Parigi nel 1909 e morta a trentaquattro anni nel sanatorio di Ashford nel Kent – il suo pensiero, i suoi scritti intrisi di spiritualità e misticismo e la sua attività sindacale e politica, i suoi interessi per la condizione umana dei lavoratori – tanto da voler lei stessa, pur di costituzione gracile e cagionevole, farsi assumere come operaia alle officine della Alsthom e della Renault per averne esperienza diretta – avevano colpito Adriano, che decise di far conoscere le sue opere in Italia attraverso la sua casa editrice.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La notizia di queste intenzioni appare nell’ottobre 1950 sulla rivista olivettiana </hi><hi rend="italic">Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> con un articolo dello storico francese Jean </hi><hi rend="CharOverride-1">Jacquot, tradotto da Franco Ferrarotti, sociologo amico e collaboratore di Adriano. Jean Jacquot scrive a proposito delle opere di Weil </hi><hi rend="italic">La pesanteur et la grâce</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">L’Enracinement</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Le osservazioni della Weil intorno alla creazione di un’autentica cultura operaia e contadina, strettamente collegate al lavoro dell’officina e della terra, sono giuste e profonde. Il compito della nostra epoca di costituire una civiltà fondata sulla spiritualità del lavoro è la sola cosa abbastanza grande per proporla ai popoli invece dell’idolo totalitario (</hi><hi rend="italic">Due libri di Simone Weil</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1950)</hi><hi rend="italic">.</hi></quote><p><graphic url="OP08995_xml_5_15-41-web-resources/image/Immagine1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – Simone Weil.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">La pesanteur</hi><hi rend="italic"> et la grâce </hi><hi rend="CharOverride-1">apparirà nel 1951, tradotto dal poeta e collaboratore della Olivetti Franco Fortini per le Edizioni di Comunità e introdotto dal filosofo Gustave Thibon, con il titolo </hi><hi rend="italic">L’ombra e la grazia. </hi><hi rend="CharOverride-1">In Francia era stato Albert Camus a sostenere l’importanza dell’opera di Simone Weil e a farla pubblicare da Gallimard nella Collana </hi><hi rend="italic">Espoir</hi><hi rend="CharOverride-1"> da lui ideata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1952, sempre per i tipi delle Edizioni di Comunità e la traduzione di Franco Fortini, a distanza di un solo anno dalla prima edizione francese presso Gallimard, seguirà </hi><hi rend="italic">La condizione operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">, raccolta di scritti degli anni che vanno dal 1933 e il 1942 (appunti, lettere, riflessioni, il diario della sua attività di operaia). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il libro vedrà negli anni diverse riedizioni, anche presso altri editori. In quella più recente (Weil 2003) si trova la postfazione di Giancarlo Gaeta, docente di cristianesimo antico nell’Ateneo fiorentino, che scrive:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il 4 dicembre del 1934, Simone Weil fu assunta come operaia presso le officine della società elettrica Alsthom di Parigi […]. Inizia così la fase sperimentale della sua ricerca sull’oppressione sociale che si protrarrà fino all’agosto dell’anno successivo, con due pause imposte da una malattia e dalla difficoltà a trovare un nuovo impiego. Ricerca dolorosa, per il corpo sottoposto a una prova durissima, e per il pensiero costretto a verificare fino in fondo lo stato di abbrutimento fisico e morale a cui gli operai erano ridotti, la loro piena soggezione a un meccanismo produttivo impenetrabile al pensiero. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Di questa ricerca Simone Weil volle registrare di giorno in giorno, quasi di momento in momento, i dati oggettivi, le reazioni personali, le prove fisiche e psicologiche, i rapporti tra le persone, in una parola la realtà concreta della condizione operaia vissuta dall’interno. Al lettore viene così offerta una rappresentazione della vita di fabbrica condotta al limite della umana sopportabilità. Una rappresentazione fatta di situazioni, di dettagli, di impressioni fisiche e psicologiche, di descrizioni tecniche delle macchine e dei procedimenti di lavoro, di sofferenze e di angosce, ma anche di insperati momenti di gioia per un cenno di solidarietà o per il fugace sentimento di essere partecipi di una operosa vita collettiva piuttosto che succubi di un degradante asservimento al processo produttivo.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1954 le Edizioni di Comunità pubblicano</hi><hi rend="italic"> L’</hi><hi rend="italic">Enracinement: Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain</hi><hi rend="CharOverride-1"> col titolo </hi><hi rend="italic">La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri dell’uomo. </hi><hi rend="CharOverride-1">La traduzione sarà ancora di Franco Fortini. Il sottotitolo originale non fa riferimento ai diritti e neppure ai ‘doveri dell’uomo’. Più fedele al pensiero di Weil e al titolo originale sarebbe </hi><hi rend="italic">Preludio ai doveri verso l’essere umano. </hi><hi rend="CharOverride-1">Scrive Weil (Weil 2017, 9) che «un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde; l’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa». Mentre i diritti sono sempre legati a date condizioni, l’obbligo può essere incondizionato. Rispetto all’ideologia politica dei diritti, rivendicati in base alla forza contrattuale conquistata, la Weil propone quindi l’obbligo verso ogni essere umano in quanto tal</hi><hi rend="italic">e, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche quando indifeso, privo di forza contrattuale, un dovere al quale gli altri devono sentirsi obbligati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo richiamo alla responsabilità di tutti verso ciascuno non contraddice quanto scrive nelle ultime righe della </hi><hi rend="italic">Lettera aperta a un lavoratore sindacalizzato</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Weil 1951): </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quando non avevi alcun diritto, potevi pensare di non aver alcun dovere. Adesso possiedi una forza, hai ricevuto dei diritti, ma hai allo stesso tempo acquisito delle responsabilità. […] Devi renderti capace di assumere quelle responsabilità; in caso contrario quei diritti potranno un giorno svanire come un sogno: non si conservano i propri diritti se non si è capaci di esercitarli.</hi></quote><p><graphic url="OP08995_xml_5_15-41-web-resources/image/Immagine2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel primo risvolto di copertina della edizione del 2017 della </hi><hi rend="italic">Prima radice </hi><hi rend="CharOverride-1">si legge «Non è possibile soddisfare l’esigenza di verità degli uomini se non si riescono a trovare uomini che amino la verità. (Simone Weil)».</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Col titolo </hi><hi rend="italic">La neutralità è una menzogna</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’ultima pagina di copertina è scritto: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il nostro tempo ha negato la tensione di ogni uomo verso qualcosa di più grande, e forse di irraggiungibile, sostituendola con una cultura degradata e ristretta dove i diritti universali sono privi di concretezza e la libertà è intesa come semplice cancellazione di qualsiasi dovere. Ancora più dei diritti, sono invece proprio i doveri, verso sé stessi e verso gli altri, ad ancorare l’uomo alla realtà e alla società in cui vive, evitando il rischio di sentirsi sradicati e in balia degli eventi. Secondo Simone Weil, voce inascoltata e profetica del XX secolo, interessarsi davvero del destino dell’uomo significa, quindi, prima di tutto aggrapparsi saldamente e rimanere fedeli alle proprie radici. Potrebbe sembrare un banale richiamo alle tradizioni; invece non è così, perché le radici dell’uomo hanno origine oltre la sfera temporale, nell’eterno e umanissimo desiderio di verità e di bene.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti dell’avvenire, l’essere umano ha una radice. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Partecipazione naturale significa apportata automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ciascun essere umano necessita di radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente (Weil 2017, 50).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra il 1951 e il 1956, i genitori di Simone, tornati nel 1949 dagli Stati Uniti ove si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni razziali, raccolsero con infinita pazienza e molte ricerche i suoi scritti, lasciati in parte all’amico filosofo Gustave Thibon, in parte al domenicano Jean-Marie Perrin e altri ritrovati a Londra. Vennero pubblicati in Francia e in Italia, e solo tempo dopo tradotti in altre lingue e studiati in molti Paesi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I temi filosofici e quelli del lavoro e della condizione dei lavoratori aprirono un dibattito, specie tra i marxisti e i cattolici. Dialoghi tra le diverse correnti di pensiero si svolsero in tutta Italia negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. A Firenze, in particolare, il dialogo fu improntato all’idea della “non inconciliabilità” tra marxismo e cristianesimo. Tra i protagonisti e promotori del dialogo, Giorgio La Pira e gli scrittori fiorentini Mario Gozzini e Geno Pampaloni (Gozzini 1965; Sciré 2003).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Il pane, e quindi il lavoro, è sacro; la casa è sacra, non si tocca impunemente né l’uno né l’altro: questo non è marxismo, è Vangelo». Così il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, ‘comunista bianco’, scrisse nel 1958 in un telegramma al Cardinale Elia Della Costa, sintetizzando il suo pensiero (Morelli 2018). Nel 1947 ai dialoghi fiorentini erano stati invitati Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, anch’essi tra i filosofi preferiti da Adriano Olivetti, fondatori del personalismo e dell’umanesimo integrale, correnti filosofiche che si contrappongono al neopositivismo, all’esistenzialismo e al marxismo. Il richiamo al Vangelo a cui si ispira Maritain non ha natura confessionale ma etica e valoriale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1934 Simone Weil aveva raccolto i suoi studi dedicati alla critica sociale e politica, le sue riflessioni sulle cause della libertà, dell’oppressione e dell’ingiustizia, analizzando anche il pensiero di Marx. A differenza di quest’ultimo, che vede nello sfruttamento del lavoratore il punto centrale della critica al capitalismo, per Weil il punto centrale è l’oppressione, di cui lo sfruttamento è una componente (Weil 1955, 213). L’oppressione non è sconfitta dalla sola lotta allo sfruttamento (che deriva dal rapporto contrattuale squilibrato tra i proprietari dei mezzi di produzione e i salariati), occorre anche modificare il sistema di produzione. Ci sono forme di produzione che degradano i lavoratori, aggiungendo gravi sofferenze a quelle insite nella condizione umana. Per Simone Weil socialismo significa centralità del lavoro produttivo non servile (Weil 1988, 273)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Oppressione si accompagna a violenza, all’opposto stanno libertà e uguaglianza, verità e democrazia. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo pensava anche Adriano Olivetti, che cercherà forme di democrazia in fabbrica e la riduzione dell’oppressione attraverso la cultura, a supporto della garanzia della dignità umana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’apprendistato di Adriano, nel 1914, nelle officine Olivetti, costituì un pungolo per la ricerca su come migliorare le condizioni di lavoro. Fu un’esperienza traumatica: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Imparai ben presto a conoscere e odiare il lavoro in serie. Il lavoro a queste macchine non mi attraeva, non fissava la mia attenzione, la mente vagava e si stancava. Avevo difficoltà a capire come si potesse stare per ore alla stessa macchina senza imprigionare lo spirito. Ecco, era una tortura per lo spirito che stava imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esperienza di Simone Weil fu certamente molto più traumatica, tanto per le sue condizioni di salute e il suo fisico gracile, quanto per la maggior pesantezza del lavoro, l’ambiente di fabbrica, il clima di intimidazione e il trattamento disumano. Adriano fu colpito dagli scritti di Weil sulla condizione operaia. Vi vide ciò che non poteva trovare negli altri filosofi che più amava: una riflessione sul lavoro e sulla condizione operaia e sulla liberazione dall’oppressione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’approdo di Simone al pensiero religioso e al misticismo avvenne nell’ultima fase della sua vita. Da ragazza il suo maggior interesse fu la filosofia, tanto negli studi liceali che, in seguito, all’École Normale Supérieure di Rue d’Ulm, dove si laureò a ventun anni con una tesi su Cartesio. Superato il concorso per insegnare filosofia, fu mandata nei licei di provincia. Spinta dagli ideali di giustizia, si impegnò nel sindacato rivoluzionario a favore dei disoccupati, per i quali organizzò anche corsi serali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’aprile del 1933 partecipò alla Conferenza di Parigi per l’unificazione dei gruppi di opposizione e scrisse la dichiarazione che venne sottoscritta da diversi dirigenti dell’opposizione come Aimé Patri, Robert Petitgrand, Édouard Labin, Jean Rabaut, Albert </hi><hi rend="CharOverride-1">Treint, nella quale sosteneva l’unità sindacale, affermando al contempo «impossibile considerare l’attuale Stato russo come uno Stato dei lavoratori indirizzato verso l’emancipazione socialista».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come insegnante, Simone Weil milita nel Sindacato Nazionale degli Insegnanti (SNI), affiliato alla Confédération Général du Travail (CGT), nel gruppo della Scuola emancipata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Weil socialismo significa la</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«sovranità economica dei lavoratori e non della macchina burocratica e militare dello Stato»</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ma si chiedeva anche se non fosse solo «un credo rivoluzionario ideologico» quello per cui la classe lavoratrice debba rimpiazzare quella capitalistica. Si era convinta che occorresse riesaminare tutte le certezze del movimento operaio socialista: punto per punto analizzò le contraddizioni tra gli ideali alla base della Rivoluzione d’Ottobre e le politiche del comunismo sovietico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’Unione Sovietica, come in tutte le economie delle grandi potenze industriali democratiche capitaliste, individuava una tendenza alla specializzazione e alla formazione di una casta burocratica, all’origine di una nuova forma di oppressione sociale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per sviluppare queste considerazioni, nel 1934 – aveva venticinque anni – scrisse </hi><hi rend="italic">Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="CharOverride-1">Weil 1983).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In questo testo la sua critica si rivolse anche all’ottimismo storico di Karl Marx e alla nozione stessa di rivoluzione. Stava orientandosi verso una politica socialista democratica di riforme. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Accoglierà infatti con soddisfazione le riforme sociali francesi dell’estate del 1936 e di quelle successive promosse dal Governo del Fronte Popolare (1936-1938), guidato da Léon Blum, una coalizione di partiti della sinistra, composta dalla SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia), di cui era dirigente lo stesso Blum, il Partito Comunista, il Partito Repubblicano, Radicale e Radical-socialista, l’Unione socialista, la Lega dei diritti umani, il Movimento contro la guerra e il fascismo, il Comitato di Vigilanza degli Intellettuali antifascisti. Era il primo governo con donne ministre (quando le donne non avevano ancora il diritto di voto). Promosse un nuovo ordine sociale ed economico: il diritto di associazione, l’aumento per legge del 12% dei salari e degli stipendi, le prime ferie pagate (quindici giorni), la riduzione dell’orario settimanale di lavoro da 48 a 40. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Simone Weil, tuttavia, riteneva che i problemi fondamentali del lavoro nell’industria rimanessero irrisolti: quelli di come umanizzare il lavoro, pur senza disorganizzare l’impresa. A questo scopo partecipò a gruppi di lavoro che riunivano sindacalisti, imprenditori, intellettuali, tra i quali François Moch, ingegnere ferroviario, segretario dell’UTS (Union des Techniciens Socialistes), dirigente della SFIO e partigiano, componenti del Gruppo X-Crise (ex studenti della Scuola Politecnica, interessati a sostituire con la pianificazione i dogmi del liberismo che avevano provocato la crisi del 1929). L’obiettivo di questi gruppi, vicini al Governo Blum, era la preparazione di progetti di legge di riforma e studi per le nazionalizzazioni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le proposte di Simone Weil, anche nei suoi articoli e nelle sue corrispondenze, andavano dall’arricchimento delle mansioni operaie alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Espresse tuttavia la delusione per i risultati concreti derivanti dagli accordi politici della coalizione governativa, l’assenza di riforme di struttura nell’organizzazione industriale e ancor più per la mancanza di reali cambiamenti nella politica coloniale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mese di giugno 1934 chiese un congedo dal liceo ove insegnava filosofia, per motivi personali, al fine di realizzare un suo progetto di tesi di filosofia sul rapporto tra la tecnica moderna applicata nella grande industria e gli aspetti essenziali della civiltà, cioè l’organizzazione sociale e la cultura. Il contenuto di questo progetto si sarebbe realizzato scrivendo le sue riflessioni derivanti dal lavoro in fabbrica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Frequentare operai e minatori, vivere con l’equivalente del sussidio dei disoccupati per poter donare gran parte del suo stipendio alle casse di solidarietà dei minatori, riflettere e scrivere sul movimento operaio non era più sufficiente per lei: per comprendere la condizione di vita dei lavoratori, occorreva vivere con loro, lavorare al loro fianco, provare concretamente la vita di fabbrica. «Finché non ci si è messi dalla parte degli oppressi per sentire con loro, non lo si può capire»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Weil 1999, 155).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infliggere sofferenza nel lavoro significa spezzare la vitalità e quindi la stessa capacità di lavoro, scrive Simone, che sottolinea come il problema riguardi tutto il lavoro non qualificato e soprattutto quello delle donne, lavoro da schiavi nel quale contano due elementi: la velocità e gli ordini. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La velocità: per arrivarci bisogna ripetere movimento dopo movimento a una cadenza che essendo più rapida del pensiero, impedisce non solo di riflettere ma persino di fantasticare. Mettendosi davanti al macchinario occorre uccidere per otto ore al giorno la propria anima, il proprio pensiero, i propri sentimenti, tutto. Quanto agli ordini: da quando si timbra all’entrata sino a quando si timbra all’uscita, si può ricevere in ogni momento qualsiasi ordine che deve essere eseguito in silenzio, per quanto possa essere penoso o pericoloso o persino impossibile da realizzare. E due capi possono darvi ordini contradditori: occorre sempre piegarsi e tacere.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una delle lettere che scrive tra gennaio e giugno del 1936 all’ingegnere Victor Bernard, direttore della Fonderia Rosières di Bourges, che aveva fondato una piccola rivista sul lavoro in fabbrica intitolata </hi><hi rend="italic">Entre nous</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Tra di noi</hi><hi rend="CharOverride-1">) e che le aveva rifiutato la pubblicazione di un suo articolo scrive: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Lei mi ha detto che è molto difficile educare gli operai. Ma il primo dei principi pedagogici è che per educare qualcuno, bambino o adulto, bisogna prima di tutto elevarlo ai suoi propri occhi. È cento volte più vero ancora quando il principale ostacolo allo sviluppo risiede nelle condizioni di vita umilianti. Questo punto costituisce per me il punto di partenza di qualsiasi tentativo efficace di azione rivolta alle masse popolari e soprattutto agli operai di officina (Weil 1951, 113).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’articolo che aveva proposto Weil era indirizzato direttamente ai lavoratori della Fonderia per incoraggiarli a esprimersi ad alta voce, ottenere il diritto alla parola anche per porre domande al loro imprenditore.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Bisognerebbe che i capi capiscano quale sia la sorte degli uomini che utilizzano come mano d’opera. Occorrerebbe che la loro principale preoccupazione non sia il continuo aumento del massimo rendimento ma dell’organizzazione delle più umane condizioni di lavoro, sia pur compatibili con il rendimento indispensabile per l’esistenza stessa dell’officina (Weil 1951, 118)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fare esperienza in fabbrica: Adriano Olivetti si convinse che anche chi sarebbe stato assunto in Olivetti per incarichi di responsabilità avrebbe dovuto passare almeno qualche mese in officina o meglio ancora al montaggio, avrebbe così conosciuto i prodotti, il processo produttivo, l’organizzazione del lavoro, i problemi dei lavoratori, l’ambiente di fabbrica, i problemi sindacali. Nessuno si sottrasse, anzi, a distanza di tempo, quella richiesta che era sembrata eccentrica veniva da tutti giudicata utile. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ne parla Umberto Gribaudo, in una delle interviste pubblicate nel volume </hi><hi rend="italic">Uomini e lavoro alla Olivetti </hi><hi rend="CharOverride-1">(Novara, Rozzi, Garruccio 2005, 329). Laurea al Politecnico di Torino, figlio di dirigente FIAT che teme la riprovazione in FIAT della scelta del figlio che aveva preferito l’offerta di lavoro della Olivetti a quella della FIAT, viene assunto dopo un colloquio con Adriano e poi con il capo della produzione, l’ingegnere Nicola Tufarelli, nel 1955. Venne subito mandato a fare l’operaio su tutte le fasi della linea di montaggio di macchine da calcolo, per due mesi. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Era un pallino di Adriano. Ci passavano tutti, anche suo figlio Roberto. Questa esperienza serviva a imparare la macchina che era complessa; poi a capire cosa facessero ‘sti poveri cristi, e anche a capire il loro rapporto con il lavoro, con gli altri operai, il capo, l’azienda. Sulla linea si facevano tutti i discorsi possibili e immaginabili. Si capiva l’ambiente di lavoro lavorandoci dentro. Credo sia un fatto importante se fatto sul vivo, non in vitro. In Fiat finivi in mano a cerberi che t’insegnavano a stare dritto, impettito: Lei che dovrà comandare. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diventerà il Direttore del Gruppo Produzione (diciotto stabilimenti di cui sei all’estero).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certo non sono paragonabili queste esperienze di neoassunti, che in Olivetti continuarono sino agli anni ’70, in fabbrica e anche nelle vendite, con quelle di Simone Weil, per la quale ebbero valore esistenziale, politica e sociale. Tuttavia, fu una caratteristica della Olivetti introdotta da Adriano, avrebbe stimolato i dirigenti a ricercare soluzioni al malessere operaio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fu il tema centrale del Centro di Psicologia del Lavoro e del Centro di Sociologia del Lavoro creati da Adriano stesso e lo fu per Paolo Volponi (1924-1994) (Ercolani 2019), scrittore e poeta, in Olivetti dal 1956 al 1971, responsabile dei Servizi Sociali e poi di tutta la DRA - Direzione delle Relazioni Aziendali, che comprendeva la direzione del personale, delle relazioni sindacali, dei servizi sanitari e sociali. Nel suo romanzo </hi><hi rend="italic">Memoriale </hi><hi rend="CharOverride-1">(Volponi 1962) il protagonista Albino Saluggia, uno ‘spostato’, è vittima dello sradicamento dalla cultura contadina e oppresso dalla condizione di operaio nell’industria moderna di cui scrive Simone Weil. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ettore Morezzi, ingegnere meccanico entrato in Olivetti nel 1961, è un’altra voce di </hi><hi rend="italic">Uomini e lavoro alla Olivetti </hi><hi rend="CharOverride-1">(Novara, Rozzi, Garruccio 2005, 357). </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Avevo capito che volevo fare veramente l’ingegnere meccanico di produzione. Sul pianoforte nello studio di mio padre c’era la raccolta della rivista </hi><hi rend="italic">Tecnica e organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, che Adriano Olivetti aveva fondato tra le due guerre. Leggendola avevo cominciato a pensare alla relazione che poteva esistere tra il mio progetto di lavoro e l’organizzazione aziendale. Inoltre, siccome ero estremamente interessato ai fenomeni sociali e politici, ero andato a leggere, per mia formazione personale, vari autori delle Edizioni di Comunità [fondate da Adriano Olivetti nel 1946 per contribuire alla ripresa culturale del Paese] come Mounier e Maritain, per la radice cristiana che rappresentavano, ma che pure mi avvicinavano a Olivetti. Infine, proprio per i miei interessi sociali avevo già avuto qualche rapporto con l’organizzazione della Olivetti quando ero presidente dell’Associazione degli Studenti del Politecnico. Dovendo aprire la nuova sede andai a chiedere se potessero regalarci i mobili per arredarla e Olivetti regalò i mobili all’Associazione. Insomma, c’era stato un avvicinamento graduale al mondo di Adriano Olivetti, che in qualche modo rappresentava un ideale giovanile. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il suo ingresso in Olivetti avvenne in modo diverso, ma pur sempre nella logica di iniziare a conoscere il lavoro dal basso e a tenere insieme i problemi tecnici con quelli umani. Assunto in Olivetti dopo un colloquio con l’ingegnere Nicola Tufarelli, venne inserito in produzione come caposquadra, poi come caporeparto. In definitiva un lavoro a fianco degli operai o poco sopra, per due anni. «A capo degli operai imparai moltissimo, perché al di là di quello che avevo letto di Olivetti, dovevo capire come veramente si comportavano gli operai, riuscire a gestirli in problemi delicati di trasformazione dell’organizzazione e nello stesso momento capire le loro esigenze umane».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In occasione di uno sciopero nazionale dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto, partecipò anche lui, nello sconcerto dei suoi superiori. Venne poi mandato a dirigere la fabbrica di Glasgow. Quando Paolo Volponi, direttore del personale, glielo comunicò, Morezzi obiettò che non conosceva l’inglese. Volponi gli rispose che Alessandro Magno aveva conquistato la Persia senza conoscere il persiano e che alla sua età era già morto. Dopo Glasgow andò a dirigere la più grossa fabbrica estera della Olivetti, quella di Barcellona, che aveva oltre 4.000 dipendenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Significativo della cultura Olivetti di quegli anni è l’episodio raccontato da Morezzi</hi><hi rend="CharOverride-1">: quando da Glasgow telefonò al suo superiore, Nicola Tufarelli, per dirgli che aveva pensato di ovviare, attraverso iniziative formative, alla minore produttività dello stabilimento che dirigeva rispetto alle altre analoghe fabbriche Olivetti, problema dovuto al rifiuto dei lavoratori di officina di operare su tre macchine come negli stabilimenti italiani, Tufarelli lo ascoltò e gli rispose: «no, guardi… per favore non insegni agli operai, si metta d’accordo da buona gente che patteggia e basta».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima delle tre parti del libro </hi><hi rend="italic">La prima radice</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Simone Weil è dedicata alle «esigenze dell’anima» (Weil 2017, 9). Tra queste vi è l’uguaglianza: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">consiste nel riconoscimento pubblico, generale, effettivo, espresso realmente dalle istituzioni e dai costumi, che a ogni essere umano è dovuta la stessa quantità di rispetto e di riguardo, perché il rispetto è dovuto all’essere umano come tale e non conosce gradi. Quindi le differenze inevitabili tra gli uomini non debbono mai significare una differenza nei gradi di rispetto. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La libertà è un «nutrimento indispensabile all’anima umana» e consiste nella possibilità reale di scelta, limitata solo dalle regole imposte dall’utilità comune. La responsabilità e l’iniziativa sono bisogni vitali dell’anima umana. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Una completa privazione di questi si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato abbastanza da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che costituisce la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra esigenza dell’anima è la proprietà collettiva: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La partecipazione ai beni collettivi, partecipazione che non consiste in una fruizione materiale, ma in sentimento di proprietà. Si tratta più di uno stato spirituale che di una disposizione giuridica. Là dove esiste è una vita civica, ognuno si sente personalmente proprietario dei monumenti pubblici, dei giardini, della magnificenza esibita nelle cerimonie; e così il lusso che quasi ogni essere umano desidera è concesso persino ai più poveri. Ma non solo lo Stato bensì qualsiasi specie di collettività ha il dovere di fornire la soddisfazione di questo bisogno.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo stesso vale, secondo Weil, per una grande fabbrica. Questo pensiero venne coltivato anche da Adriano quando pensava a una Olivetti le cui azioni venissero distribuite tra la Comunità, l’Università, i lavoratori e i proprietari. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esigenza più ‘sacra’ dell’anima per Weil è il bisogno di verità. Ma «non è possibile soddisfare l’esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il radicamento è il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […] A ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda parte de </hi><hi rend="italic">La prima radice</hi><hi rend="CharOverride-1"> è dedicata allo sradicamento (Weil 2017, 50). Esso avviene «ogniqualvolta si abbia conquista militare e tale sradicamento è malattia quasi mortale per le popolazioni sottomesse. Raggiunge il massimo livello quando vi siano deportazioni in massa, come nell’Europa occupata dalla Germania». Ma anche «senza conquista militare, il potere del denaro e la dominazione economica possono imporre una influenza straniera al punto da provocare la malattia dello sradicamento». E la disoccupazione «è uno sradicamento alla seconda potenza». Perché i disoccupati «non si sentono in casa propria né in fabbrica né nelle loro abitazioni, né nei partiti e sindacati che si dicono fatti per loro, né nei luoghi di divertimento, né nella cultura intellettuale qualora tentino di assimilarla».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con l’occupazione di Parigi riuscì a portare in salvo i genitori negli Stati Uniti, ove però non volle fermarsi. Riuscì ad arrivare a Londra per entrare nella resistenza francese di </hi><hi rend="italic">France libre</hi><hi rend="CharOverride-1"> diretta da De Gaulle, dove le fu chiesto di partecipare all’esame dei progetti di riorganizzazione della Francia che i resistenti rimasti in patria inviavano a Londra. Le riflessioni che elaborò in questa occasione sono in parte significativa contenuti nel suo </hi><hi rend="italic">La prima radice.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ammalata di tisi, non resse il ritmo di lavoro e le privazioni che si era autoinflitta; mancavano ancora quasi due anni alla sconfitta del nazismo quando si spense. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il teologo Vito Mancuso, nella sua introduzione al volume </hi><hi rend="italic">Simone Weil. L’attesa della verità</hi><hi rend="CharOverride-1">, scrive che Weil era mossa da un’insaziabile curiosità di sapere cui non era estraneo alcun aspetto della realtà: «il suo pensiero copre campi del sapere che vanno dalla storia alla politica alla filosofia alla sociologia alla letteratura alla scienza e alla religione, anzi alle religioni, anche quelle orientali, cercando sempre una connessione tra le riflessioni teoriche e la vita vissuta» (Weil 2021, 5).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano Olivetti vide in lei personificata la coerenza tra ideali e azione. Weil sottolinea infatti l’idea platonica che occorra amare più la verità che la vita e che vada ricercato nel proprio pensiero, e coerentemente nella propria azione, giustizia e verità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pur in una condizione di sofferenza fisica e psichica, Simone Weil operaia è convinta che il lavoro vada fatto bene, non diversamente dal muratore internato nel lager insieme a Primo Levi, chimico e scrittore, come quest’ultimo racconta nella conversazione con Philip Roth, a Torino, nel settembre del 1986, visitando la fabbrica di vernici dove Levi aveva lavorato dapprima come tecnico di laboratorio e poi come direttore (Roth 2004, 7-8).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Roth dice: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro mi sembra il tuo tema centrale, non solo nella </hi><hi rend="italic">Chiave a stella</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma anche nel tuo primo libro sulla prigionia ad Auschwitz.</hi><hi rend="italic"> Arbeit macht frei</hi><hi rend="CharOverride-1"> – «il lavoro rende liberi» – sono le parole scritte dai nazisti sopra i cancelli di Auschwitz. Ma ad Auschwitz il lavoro è una orrenda parodia di sé stesso, inutile ed insensato: il lavoro come punizione che conduce a morte tormentosa. Si potrebbe dire che tutta la tua intera opera letteraria si propone di restituire al lavoro il suo significato umano, redimendo la parola Arbeit dal derisorio cinismo con cui era stata sfigurata dai tuoi principali ad Auschwitz.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli risponde Primo Levi: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ad Auschwitz ho osservato spesso un curioso fenomeno. La necessità del lavoro ben fatto è così forte da indurre le persone a svolgere anche i compiti più servili in modo impeccabile. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando gli facevano costruire un muro, lui lo faceva dritto e solido, non per obbedienza ma per dignità professionale.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel corso dei mesi con gli operai, Simone cercava anche un dialogo coi suoi superiori, convinta che si dovesse trovare una diversa organizzazione del lavoro per rendere vivibile la vita lavorativa, dare senso al lavoro, sino a scrivere che la fabbrica potrebbe essere luogo di gioia. Quel luogo che per Adriano dovrebbe essere la ‘fabbrica comunitaria’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le riflessioni di Weil, l’importanza in sé dell’attività del pensiero è quanto più condivisa da Adriano Olivetti se è un’attività volta a prendere coscienza della condizione umana. Alle pagine della </hi><hi rend="italic">Condizione operaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della </hi><hi rend="italic">Prima radice</hi><hi rend="CharOverride-1">, soprattutto dove si parla dello sradicamento operaio e contadino, Olivetti attinge ispirazione per formulare una risposta alla domanda che non cessava di affiorare nei discorsi che teneva regolarmente ai suoi lavoratori. Essa riguarda gli scopi dell’industria, che non possono essere sintetizzati nell’indice dei profitti, «perché nella vita della fabbrica, al di là del ritmo apparente, c’è qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, perfino una vocazione»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 2015, 121).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Spesso si attribuisce ad Adriano un interesse per la ‘fabbrica’, ovvero la parte produttiva, sovrastante su tutto il resto, intendendo per ‘resto’ la distribuzione commerciale e le altre componenti dell’impresa industriale come l’assistenza ai clienti e la logistica. Ciò è smentito dalla sua decisione di creare la prima </hi><hi rend="italic">business school</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiana per i venditori e i quadri commerciali in un contesto rinascimentale come le ville Natalia, Sassetti, Capponi, Ulivi nel parco di Villa La Pietra sulla via Bolognese di Firenze, mentre già Camillo Olivetti aveva pensato a una rete di assistenza tecnica per i clienti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Noto il suo interesse per le comunità all’interno delle quali operano gli insediamenti industriali. Se la ricchezza e il benessere prodotte dalla fabbrica non hanno ricadute positive, non raggiungono tutte le famiglie che compongono quelle comunità, si contravviene a un principio di giustizia e di equità; allo stesso tempo egli giudica non potervi essere benessere per chi lavora nell’industria se intorno a lui, fuori dalla sua fabbrica, quel benessere è assente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come concretizzare questo ideale? Con la piena occupazione e con politiche che consentano all’economia preesistente all’insediamento dell’industria di mantenere la propria funzione e anzi di svilupparsi ulteriormente. Particolare attenzione è rivolta all’agricoltura. È necessario creare nuovi posti di lavoro nei servizi e nella produzione di manufatti richiesti dalla stessa Olivetti o da altre industrie. Sulla ‘Comunità concreta’ pensata da Adriano vi è una estesa bibliografia, il testo di Emilio Renzi in proposito può costituire un ottimo riferimento (Renzi 2008, 47-76); altrettanto numerosi gli scritti sui Centri Comunitari, fondati nell’eporediese e in diversi altri territori e sulla importanza attribuita da Adriano allo sviluppo del Mezzogiorno (Piccinini 2020a; 2020b; 2020c). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Poco è invece stato scritto sull’I-RUR (Istituto per la Ricostruzione Urbana e Rurale) creato da Adriano, che amava dare concretezza ai suoi pensieri, anche quelli più ambiziosi, anche se apparentemente estranei alla sua industria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo I-RUR fu creato nel 1954 per il Canavese, ne seguì nel 1960 uno per la Lombardia, perché fungessero da guida, promozione, sostegno tecnico, finanziatori delle iniziative nei territori ove per una presenza invasiva dell’industria o a causa della sua assenza erano presenti squilibri socioeconomici, sottosviluppo, disoccupazione, fuga dalla campagna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La carenza di scritti documentali su questi aspetti è stata colmata recentemente da Giuseppe Silmo, già dirigente della Olivetti, con il volume </hi><hi rend="italic">Adriano e il territorio. Dai Centri comunitari all’I-RUR </hi><hi rend="CharOverride-1">(Silmo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2022), per approfondire il tema anche attraverso la documentazione sulle diverse attività imprenditoriali che nacquero in quegli anni grazie a quell’Istituto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano temeva che la grande fabbrica risucchiasse ogni altra energia innovatrice, depauperando il mondo circostante. L’IRUR doveva costituire «una esemplificazione pratica di pianificazione decentrata basata sull’integrazione di industria e agricoltura, offrendo una soluzione organizzata che fosse trasferibile in realtà sociali assai difformi dalla soluzione canavesana»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">come scrive Giuseppe Berta (Berta 2015, 227). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La pianificazione doveva diffondersi in tutto il Paese. Ciò avrebbe implicato un I-RUR nazionale, piani regionali, singoli I-RUR delle diverse comunità, con un controllo democratico a cui avrebbero partecipato le «forze culturali» composte da Università, economisti e urbanisti, le «forze sindacali e cooperative» e le «forze democratiche territoriali» composte dai Comuni e dai Centri comunitari. Per ragioni organizzative si iniziò dal Canavese ma Adriano guardava soprattutto al Sud. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo schema organizzativo dell’I-RUR termina con la dichiarazione che</hi><hi rend="italic"> </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">la pianificazione comunitaria adempirà in un grandioso e dinamico quadro di intervento, l’aspirazione più profonda e vera della società contemporanea: il raggiungimento di una condizione di vita più alta ed umana, realizzata, secondo la vocazione di ognuno, nell’ambito della comunità dove gli interessi spirituali e materiali di ognuno hanno la più giusta sede e la più autentica possibilità di espressione e di affermazione (Silmo 2022, 67).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano Olivetti crede nella “democrazia dal basso”; lascia che ad agire siano le volontà espresse dai fondatori delle diverse iniziative create in questo contesto, in modo che prevalga lo spirito comunitario. Tra le tante che vengono illustrate nello scritto di Silmo, compare la Cooperativa Agricola di Montalenghe, piccolo comune di 780 anime, vicino a Ivrea: un’esperienza di collettivizzazione delle terre di piccoli proprietari, «la realizzazione più aderente all’idea comunitaria di Adriano. Un progetto audace di conduzione collettiva di piccole proprietà»</hi><hi rend="CharOverride-1">, osteggiata dalla Democrazia Cristiana a dai parroci (Silmo 2022, 116).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un comune ancora più piccolo, Vidracco Canavese, in una zona depressa della Val Chiusella, nasce un laboratorio per la produzione di valigette per le macchine per scrivere Olivetti, che darà occupazione a cinquanta disoccupati, formati sul posto. È inaugurata dallo stesso Adriano nel 1955. Nel suo discorso dirà che questa iniziativa</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">porta in sé una speranza e un impegno che vanno al di là dei suoi attuali compiti […] Le sue finalità sono squisitamente di natura sociale e sono raggiunte </hi><hi rend="CharOverride-1">attraverso il lavoro […] Confidiamo che in un futuro non troppo lontano le nostre </hi><hi rend="CharOverride-1">iniziative possano essere ben più numerose e ben più importanti. E saranno tutte comunità di lavoro, ove confluiscono due forze inseparabili: la capacità tecnica e organizzativa fornita dall’IRUR e lo spirito di democrazia e di giustizia garantita dai lavoratori […]. Indica infine tre punti programmatici: lotta senza quartiere alla disoccupazione; iniziative di decentramento industriali per arginare il flusso di emigrazione; creazione di comunità di lavoro, al di fuori della dipendenza dal capitale, affinché il lavoro, libero da vincoli estranei, possa partecipare direttamente e consapevolmente all’opera di rinnovamento sociale, volta a dare benessere e progresso al proprio villaggio, al proprio paese, alla propria comunità […] Ognuno sia reso libero e forte dal suo lavoro (Silmo 2022, 133).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ingegnere Giorgio Szemere, uno dei protagonisti dell’I-RUR, annota che nelle attività create dall’I-RUR </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">i lavoratori si trovano in posizione sostanzialmente diversa da quella che si avrebbe in una comune impresa privata; ognuno di loro sa e vede che gli utili derivanti dalla sua fatica vengono impiegati esclusivamente per migliorare le condizioni sociali ed economiche del suo paese, della comunità in cui vive e di tutto il Canavese (Silmo 2022, 165).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La battaglia contro la disoccupazione è una delle priorità per Adriano, come lo era stato per suo padre Camillo, che, come ricorda in un discorso agli operai, l’aveva ammonito dicendogli: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">ricordati che la disoccupazione è la malattia mortale dell’economia moderna; perciò, ti affido una consegna: devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro (Olivetti 2017</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello stesso discorso ricorda che tre anni prima, una crisi di sovraproduzione aveva fatto riempire i magazzini di Ivrea e delle filiali di macchine che non venivano vendute, centinaia di milioni di lire venivano perse ogni mese, c’erano 500 operai di troppo, </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">taluno cominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più dinamica e più audace. Fu scelta senza esitazione. In Italia, in un solo anno furono assunti 700 venditori, fu ribassato il prezzo delle macchine e create nuove filiali […]. La battaglia fu vinta d’impeto e 18 mesi dopo il pericolo di rimanere senza lavoro era ormai scongiurato (Olivetti 2017, 27).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Simone Weil, in uno scritto del 1936 o del 1937 (</hi><hi rend="italic">Principi di un progetto per una nuova organizzazione interna nelle imprese industriali</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che verrà inserito nel volume </hi><hi rend="italic">La condizione operaia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Weil 1951, 177), riconosce che non è possibile impedire i licenziamenti per ragioni di riorganizzazione tecnica o per mancanza di lavoro, ma «il rispetto della vita umana deve limitare il potere di prendere una misura così grave da rischiare di spezzare una vita». Propone pertanto che «il padrone, prima di licenziare un lavoratore, deve trovargli un posto di lavoro in un’altra impresa»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e in tal caso non potrà assumere altri dipendenti con le stesse qualifiche professionali. In questo testo scrive che occorre anche riorganizzare tutta la formazione professionale e, all’interno delle industrie, istruire gli operai che devono conoscere l’intero processo produttivo, sapere dove il pezzo che produce in officina vada poi a collocarsi, non devono più ignorare ciò che fabbricano. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano Olivetti è stato un industriale, Simone Weil una filosofa. Adriano ebbe una vita borghese, benestante; concretizzò molti dei suoi progetti. Fu una vita piena ma morì troppo presto, a 59 anni, proprio quando sarebbe stata indispensabile la sua presenza per realizzare appieno la svolta industriale sull’elettronica e i progetti socioeconomici comunitari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Simone Weil, pur di famiglia borghese, rifiutò tutti i privilegi che gliene potevano derivare, per essere vicina agli oppressi. Accostare queste due vite è tuttavia utile per comprendere lo spiritualismo che ebbero in comune, con caratteristiche più mistiche in Simone, ma altrettanto rilevante in Adriano, convinto che solo ‘fini superiori’ dovessero guidare le sue iniziative. Entrambi ebbero interessi che spaziavano dalla filosofia alla politica, all’economia, alla letteratura, alla scienza, alla religione, alla condizione umana e specialmente alla condizione dei lavoratori. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Entrambi parteciparono attivamente alla guerra di liberazione contro il nazi-fascismo. Simone Weil si rivolge a Maurice Schumann (1911-1989), suo compagno di scuola al liceo Henri IV di Parigi, dal 1940 portavoce del generale Charles De Gaulle a Londra, ove l’accoglie il 26 novembre 1942. Saranno i suoi ultimi mesi di vita, nel corso dei quali dedica riflessioni e progetti sul futuro dell’Europa dopo la liberazione dal nazi-fascismo, sul rinnovamento costituzionale e sulla rifondazione della civiltà europea. Di questo lavoro ci rimane </hi><hi rend="italic">Una costituente per l’Europa. Scritti londinesi </hi><hi rend="CharOverride-1">(Weil 2016). Durante il suo ricovero tiene i contatti con Maurice Schumann, col quale condivide orientamenti politici e filosofici. In una sua lettera scrive: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">sto provando una lacerazione che s’aggrava incessantemente, tanto a livello dell’intelligenza quanto al centro del cuore, per l’incapacità in cui mi trovo di poter pensare contemporaneamente, nella verità, alla sofferenza degli esseri umani, alla perfezione di Dio e al legame tra i due concetti (Fiume 2021).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano Olivetti, ventenne, collaborò con </hi><hi rend="italic">Tempi nuovi</hi><hi rend="CharOverride-1">, rivista di critica socialista fondata dal padre; nel 1926 contribuì all’organizzazione dell’espatrio clandestino di Filippo Turati, anziano fondatore del socialismo riformista italiano, amico di Camillo, ricercato dalla polizia fascista. Turati fu dapprima nascosto a Ivrea, in casa Olivetti, poi a Torino in casa del professor Giuseppe Levi, suocero di Adriano. Fu Adriano stesso, alla guida di un’auto, con a bordo anche Carlo Rosselli e Ferruccio Parri, di notte, sfuggendo a diversi blocchi stradali, a condurlo a Savona, da dove con una piccola imbarcazione e il mare in tempesta partì per la Corsica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1931, Adriano Olivetti fu schedato come ‘sovversivo’ dalla Prefettura di Aosta. Nel 1942 scrisse il memorandum </hi><hi rend="italic">Riforma politica, riforma sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Olivetti 2004), che fece distribuire negli ambienti dell’antifascismo. L’anno dopo, nel mese di luglio fu arrestato; la polizia fascista aveva scoperto i suoi contatti con i servizi segreti americani. D’accordo con Maria José, moglie del principe ereditario Umberto di Savoia, cercava una strada per ottenere una pace separata. L’8 settembre 1943 fu scarcerato ma costretto a entrare in clandestinità in Svizzera, come Luigi Einaudi, Ignazio Silone ed Ernesto Rossi, con i quali discusse la sua prima bozza dell’</hi><hi rend="italic">Ordine politico delle Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rientrerà a Ivrea dopo la Liberazione, nel corso della quale ventiquattro partigiani dipendenti della Olivetti caddero vittime dei nazifascisti, tra i quali Guglielmo Jervis, valdese, ingegnere, nome di battaglia Willy. Alla Olivetti era direttore della scuola per apprendisti meccanici. Abile alpinista, accompagnò gruppi di profughi ebrei in Svizzera. Partecipò anche al lancio di armi ai partigiani nelle Valli delle Alpi Marittime e Cozie. Catturato dalle SS, fu incarcerato e torturato a Torino; non avendo fornito alcuna informazione, fu portato nella pubblica piazza di Villar Pellice ove venne fucilato e impiccato, per ritorsione e minaccia alla popolazione che proteggeva i partigiani. In tasca gli venne trovata una piccola Bibbia sulla quale aveva inciso con uno spillo «Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea». Adriano lo considerò «caduto sul lavoro», dopo aver chiesto alla vedova Lucilla Rochat «l’onore di provvedere» a lei e ai figli. Il primogenito, Giovanni, divenne un importante psichiatra, uno dei promotori della legge Basaglia. Nel 1950, Guglielmo Jervis fu decorato alla memoria con la medaglia d’oro al valor militare. A lui è dedicata, a Ivrea, «la strada più bella del mondo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ove sorgono le architetture olivettiane, che caratterizzano Ivrea come esempio di città industriale del XX secolo insignita dall’UNESCO del titolo Patrimonio dell’Umanità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni della Resistenza la Olivetti era considerata un importante presidio locale del CNL (Comitato Nazionale di Liberazione). Tornato a Ivrea, Adriano collabora con l’Istituto di Studi Socialisti diretto da Rodolfo Morandi. Nel marzo del 1946 fonda la Rivista </hi><hi rend="italic">Comunità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">il cui primo numero si apre con un suo editoriale intitolato </hi><hi rend="italic">Aver fede. </hi><hi rend="CharOverride-1">Finanzia inoltre il quotidiano del Partito d’Azione </hi><hi rend="italic">L’Italia socialista</hi><hi rend="CharOverride-1">. Negli anni successivi la sua casa editrice Edizioni di Comunità pubblica testi a sostegno del Movimento Federalista europeo di Ernesto Rossi, Luigi Einaudi, Ferruccio Parri, Gaetano Salvemini. Nel 1948 pubblica </hi><hi rend="italic">L’idea di una società cristiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> di T. S. Eliot e nel 1950 </hi><hi rend="italic">Il Dio che è fallito. Testimonianze sul comunismo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">testi di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Gide,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Koestler, Silone e altri.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Al Centro Culturale Olivetti, Adriano chiama a tenere pubbliche conferenze intellettuali come Piero Calamandrei, Cesare Zavattini, Eugenio Montale, Giacomo Debenedetti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qualche anno dopo, nel 1956, scriverà un articolo dal titolo </hi><hi rend="italic">Democrazia socialista </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 2015, 273-77) nel quale sono sintetizzate le sue idee politico-istituzionali. Ricorda come abbia egli stesso contribuito a realizzarle, respingendo i totalitarismi nazi-fascisti e del comunismo sovietico, entrambi caratterizzati dal dominio dell’uomo sull’uomo, propugnando una concezione comunitaria che accoglie le aspirazioni umane dei socialisti e individua appunto nella comunità il vero rapporto tra l’individuo e la società, «il solo mezzo per scoprire ed esaltare la vocazione profonda dell’uomo il quale nel plasmare la materia è indirizzato da una coscienza morale e spirituale»</hi><hi rend="italic">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Annota che nella prima edizione del 1943 </hi><hi rend="italic">L’ordine politico delle Comunità </hi><hi rend="CharOverride-1">recava come sottotitolo: </hi><hi rend="italic">Delle garanzie di libertà in uno Stato socialista </hi><hi rend="CharOverride-1">per</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">sottolineare l’importanza di un nuovo diritto sociale, che «non doveva consistere in vaghe affermazioni di principio, ma in istituti giuridici nuovi, in un nuovo schema dello Stato, che lungi dall’essere oppressivo risolvesse i temi insoluti della libertà e della dignità dell’uomo». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua esperienza nel PSIUP degli anni 1943-1947 furono tuttavia deludenti, come lo erano state quelle di Simone Weil nei confronti del riformismo dei partiti che sostennero il Governo Blum. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano scrive che benché la sua fede nel socialismo non si fosse attenuata preferì modificare nelle edizioni successive il sottotitolo con </hi><hi rend="italic">Dello Stato secondo le leggi dello spirito</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">poiché volendo «vivificare l’idea socialista e identificarla con quanto l’etica cristiana ha depositato nel profondo della civiltà – il rispetto della persona umana – occorreva una profonda revisione critica»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 2015, 275). Conclude Adriano</hi><hi rend="italic">: </hi><hi rend="CharOverride-1">«la collaborazione tra i lavoratori socialisti e quelli cattolici diventa facile e feconda attraverso il suo strumento naturale e umano: la comunità concreta»</hi><hi rend="italic">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1955, nel suo scritto </hi><hi rend="italic">Il cammino della Comunità </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 2015, 33)</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Adriano aveva espresso le sue delusioni, a dieci anni dalla riconquista della libertà grazie alla Resistenza che aveva sconfitto monarchia e fascismo, dieci anni nei «quali i partiti, i loro uomini, i loro condottieri non hanno corrisposto che in misura assai limitata alle grandi speranze che si appuntavano su di loro». Si richiama a «Simone Weil, cattolica francese, morta a 33 anni di fatica nell’ansia di servire la Resistenza e la verità, che scrisse delle pagine roventi, per noi profetiche». Cita un brano tratto da appunti di Weil a proposito dei partiti politici, nei quali «il popolo non ha né l’occasione né il mezzo per influire seriamente sulla vita pubblica»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Olivetti 2015, 34)</hi><hi rend="italic">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da tempo Adriano pensava al futuro della sua industria, a quale modello proporre per realizzare una organizzazione partecipata, democratica, equa, una vera ‘industria-comunità’. </hi><hi rend="italic">La Fondazione proprietaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> è il titolo del suo scritto del 1958, nel quale riflette su nuove forme di proprietà, lontane tanto dal capitalismo ‘tradizionale’ quanto dal socialismo di Stato (Olivetti 2015, 167) «capaci di garantire rigorosamente il progresso tecnico e difendere al contempo la libertà della persona umana». Si tratta di «affidare a Fondazioni il progresso economico e sociale delle industrie di grandi dimensioni».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le nazionalizzazioni mantengono la separazione tra lavoratori e impresa, mentre la proprietà privata </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">non può essere pienamente responsabile da un punto di vista sociale. L’impresa deve essere associata a una vera comunità, divenendo così un centro di cooperazione e partecipazione di tutti coloro che sono interessati in un modo o nell’altro e che hanno in definitiva lo stesso fine: la libera e armoniosa crescita della fabbrica e della comunità in modo tale che il lavoro di ogni giorno serva consapevolmente a un nobile interesse umano. Così i fini materiali e spirituali saranno conciliati. A questo scopo noi pensiamo che la proprietà e il controllo dell’azienda debbano essere affidati a una compartecipazione organica di tutte le forze vive dalla comunità, rappresentative di enti territoriali, sindacali e culturali. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già dieci anni prima Adriano aveva cercato il consenso del Consiglio di amministrazione, nella seduta del 13 maggio 1948, alla creazione di una Fondazione intitolata a Camillo, ipotizzando di assegnarle una prima tranche di azioni, cui ne sarebbero seguite altre, sino a farle conseguire il controllo vero e proprio della Società. I rappresentanti dei lavoratori, degli enti locali, delle istituzioni universitarie e culturali ne avrebbero la gestione e gli utili sarebbero destinati ai dipendenti e agli investimenti, anche a beneficio del territorio (Ochetto 1985, 155). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano aveva in mente forme di democrazia del lavoro, l’idea che la fabbrica è proprietà comune; i capitalisti che l’hanno creata possono continuare la loro attività dirigenziale se gradita e richiesta dalla Fondazione. Le reazioni del Consiglio di amministrazione non furono incoraggianti, a partire dal fratello Massimo che espresse chiaramente la sua contrarietà. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Adriano, mentre continuerà a coltivare questo suo disegno, approda, dopo un referendum dei dipendenti nel novembre 1950, a un Consiglio di gestione. I lavoratori eleggono una “Consulta” che sceglie i componenti del Consiglio. È previsto che il Consiglio dia parere consultivo sui piani aziendali. Gli viene delegata l’amministrazione dei servizi sociali (asili, mense, trasporti collettivi, biblioteche, colonie estive, abitazioni delle famiglie dei lavoratori) con la disponibilità di un fondo di diverse centinaia di milioni di lire. Con questo strumento le provvidenze sino allora erogate unilateralmente dall’azienda divengono diritti dei lavoratori (Ochetto 1985, 157). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Adriano l’idea della Fondazione non è un’utopia: ha trovato una realizzazione alla Zeiss, industria di Jena creata da Carl Zeiss nel 1846 (Rebaudengo 2014). La Carl Zeiss Stiftung nasce nel 1889, poco dopo la morte di Carl Zeiss, per iniziativa di Ernst Abbe, un professore di fisica dell’Università di Jena, divenuto direttore della ricerca della Zeiss e poi socio di Carl. Aveva convinto anche Roderich, figlio di Carl Zeiss, e Otto Schott</hi><hi rend="CharOverride-1">, chimico proveniente anch’egli dall’Università di Jena, divenuti soci nel 1884, a girare alla Fondazione l’intero capitale sociale della Zeiss, che contava all’epoca oltre 1.100 dipendenti, e delle vetrerie Schott, nate dai laboratori tecnici del vetro creati da Schott. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo statuto della Fondazione Zeiss prevede il fine prioritario, nell’utilizzo degli utili, della ricerca scientifica e del benessere e tutela dei diritti dei lavoratori. Venne creata una delle prime “cassa malattie e pensioni”. Agli operai fu garantito un orario massimo di otto ore giornaliere di lavoro e livelli salariali più alti di quelli delle altre industrie. La Fondazione Carl Zeiss è a tutt’oggi l’unica proprietaria dell’industria, presente nel mondo con 10.000 dipendenti. È una delle più grandi fondazioni tedesche per la promozione scientifica. Il 13% del fatturato è reinvestito in ricerca scientifica, progetti sociali e culturali e nel welfare aziendale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A differenza di Ernst Abbe, Adriano non aveva alleati nel Consiglio di amministrazione e la sua quota azionaria era minoritaria ma il progetto di una Fondazione proprietaria l’aveva cominciato a studiare sin dal dopoguerra, ne aveva accennato nel discorso del 1947 ai dipendenti (Renzi 2008, 133) e nel discorso alle Comunità del Canavese del 1955 (Olivetti 2015, 51), nel corso del quale sostenne che </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il modello di industria autonoma è quello che fu realizzato e attuato nei grandi ed avanzati stabilimenti Zeiss di Jena. Qui vigeva da anni, formidabile strumento di progresso tecnico e sociale, un potere comunitario secondo i nostri ideali: democrazia, lavoro, cultura. La città e la comunità di Jena vi rappresentavano il potere locale e l’ordine democratico: esse controllavano e l’università e la fabbrica, impedendo le cristallizzazioni e i particolarismi, dando luogo alla circolazione degli uomini e delle idee. […] Così la città si arricchiva per il lavoro della fabbrica, la fabbrica soccorreva l’università, e l’università aiutava la fabbrica. […] soltanto per questa strada, la strada delle Comunità, il lavoro delle fabbriche, anziché dura fatica, sarà strumento di riscatto; perché il lavoro è tormento dello spirito quando non serve a un nobile scopo.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1960 Adriano muore per trombosi cerebrale, mentre è in viaggio su un treno diretto a Losanna. È il 27 febbraio. A gennaio era stato intervistato da Emilio Garroni, filosofo, linguista, scrittore, per la RAI-TV, che la trasmetterà dopo la morte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="notes_number CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> E sempre a gennaio era stato pubblicato dalle Edizioni di Comunità il suo ultimo libro, più volte citato in questo scritto,</hi><hi rend="italic"> Città dell’Uomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, col sottotitolo </hi><hi rend="italic">La speranza di un mondo nuovo è legata al destino di un’idea. </hi><hi rend="CharOverride-1">È il suo testamento spirituale, una raccolta di scritti che riassumono il suo pensiero e le sue opere, i suoi concetti di giustizia sociale, di responsabilità, di comunità come unione di persone e di lavoro il cui frutto viene condiviso e che deve garantire una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia, l’accesso all’istruzione, alla cultura, alla sanità, alla casa, a un ambiente salubre.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prefazione, intitolata </hi><hi rend="italic">Un’idea di vita è</hi><hi rend="CharOverride-1"> scritta da Geno Pampaloni, scrittore e giornalista. Nato nel 1918 a Roma da genitori toscani frequentò l’università a Firenze, alla facoltà di lettere sotto la guida di Attilio Momigliano e di Giacomo Devoto. Quando le leggi razziali del 1938 interdissero a Momigliano la cattedra, Pampaloni per protesta abbandonò l’Ateneo fiorentino e si trasferì alla Scuola Normale Superiore di Pisa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1945 fu tra i redattori di Italia Libera, organo ufficiale del Partito d’Azione. Adriano Olivetti lo chiamò a Ivrea nel 1948 per dirigere la biblioteca aziendale. Divenuto uno dei suoi più fidati collaboratori, coordinò il centro culturale e i servizi culturali della Olivetti e assunse il ruolo di segretario generale del Movimento Comunità, continuando anche a scrivere articoli per la rivista </hi><hi rend="italic">Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a partecipare come organizzatore allo sviluppo dei Centri comunitari canavesani. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vent’anni dopo avrebbe ricordato Adriano come una delle figure più rilevanti della sua vita, dotato di una grande cultura eclettica e di uno spirito umanitario cristiano-sociale e allo stesso tempo illuminista. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua prefazione al libro di Adriano inizia con accento lirico che mostra il suo affetto per le persone e i luoghi della fabbrica eporediese (Pampaloni 2015): </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Via Jervis a Ivrea è una via che, per molte ore al giorno, conserva un aspetto quieto, di appartato angolo di provincia. Percorre i duri selci grigi, per attraversarla, qualche operaio o qualche impiegato, affacciandosi di tra le macchine silenziose ai parcheggi, o una fila di giovani allievi della scuola di fabbrica, con la vivace macchia blu delle tute, trasferendosi da un’aula a un esercizio di officina. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il cielo che si rispecchia sulle ininterrotte mura di vetro della fabbrica sembra darle una dimensione più chiara e senza limiti, in uno spazio in cui il battere sordo delle macchine che vibrano nei grandi saloni riverbera sulla via un ronzio familiare e senza mistero, come di una calma di navigazione: e l’uomo della pesa conversa con il guardiano, davanti a un cancello secondario, aspettando l’arrivo degli autocarri. Dall’altro lato, lungo l’opposto marciapiede, un portico leggero e una distesa teoria di bianche terrazze si contrappongono ai precisi volumi della fabbrica: è l’edificio dei servizi sociali. […] </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La via prende il nome da un uomo che lavorò nella fabbrica e probabilmente vi aveva trovato una sua verità di doveri, di amicizie e di gioia, così come la trovò poi, al momento dovuto, nella Resistenza, nella silenziosa prigionia e nella morte: il suo ultimo, breve messaggio fu scritto con il sangue.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Passa in rassegna gli scritti raccolti nel volume, nei quali «si può cogliere perfettamente il senso profondo del suo pensiero e della sua azione pubblica»; analizza ciò che per Adriano significava ‘politica’ e ‘società’. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La società, secondo una concezione intimamente religiosa, è nell’ordine dello spirituale, lo Stato nell’ordine dell’utile (della strumentazione pratica, della rappresentanza funzionale): politica è la forma del loro rapporto, ricerca dell’ottimo, equilibrio continuamente rinnovantesi dei loro contrasti; al limite: armonia e verità espressiva della società nelle sue istituzioni.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pampaloni conosce profondamente Adriano e nessuno meglio di lui poteva analizzare i suoi pensieri, i suoi scritti, alla luce delle sue attività concrete. Sino a poter affermare che </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">una delle chiavi che questo testo ci offre per arrivare a comprenderne a fondo il significato si trova nell’identificazione che Olivetti opera tra il Consolatore annunciato da Cristo secondo il Vangelo di San Giovanni e lo spirito della scienza. È il punto sul quale più si tende l’arco che corre tra i due poli della personalità di Olivetti: l’intima, e addirittura misticheggiante, inclinazione religiosa, e la sua piena responsabilità di uomo moderno. Si ha qui lo spunto di una concezione ottimistica e quasi trionfale della storia, una profonda fede in un ordine di pace e di fratellanza.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Adriano, come per Simone Weil, vita, progetti, realizzazioni sono strettamente connessi alla riflessione teorica, quest’ultima non avendo senso se non applicata nel concreto, non essendo accettabile un dualismo tra il pensiero e l’azione. </hi></p><div><head><hi>Bibliografia </hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Berta, G. 2015. </hi><hi rend="italic">Le idee al potere</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bodei, S. 2014. </hi><hi rend="italic">Le Corbusier e Olivetti, la usine verte per il centro di calcolo elettronico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Macerata: Quodlibet Studio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ercolani, M. 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Firenze: Vallecchi editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">Http</hi><hi rend="CharOverride-1">s://www.teche.rai.it/2021/04/ritratti-contemporanei-1961-adriano-olivetti/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (2024-08-08)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Le Corbusier. 1945. </hi><hi rend="italic">Les</hi><hi rend="italic"> trois établissements humains, Collection Ascoral, section 5a et 5b, Une civilisation du travail</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parigi: Éditions</hi><hi rend="CharOverride-1"> Denoël.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Morelli, M. 2018. “Giorgio La Pira tra politica e fede.” </hi><hi rend="italic">Pandora Rivista</hi><hi rend="CharOverride-1">, 4 novembre 2018.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Novara, F., Rozzi, R., Garruccio, R. (a cura di) 2005. </hi><hi rend="italic">Uomini e lavoro alla Olivetti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Bruno Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ochetto, V. 1985. </hi><hi rend="italic">Adriano Olivetti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Arnoldo Mondadori Editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Olivetti, A. 1955. </hi><hi rend="italic">Inaugurazione Palazzo Olivetti – Via Clerici, Milano, 6 aprile 1955.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dattiloscritto con correzioni manoscritte. Ivrea: Associazione Archivio Storico Olivetti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Olivetti, A. 2004. </hi><hi rend="italic">Stato Federale delle Comunità. La riforma politica e sociale negli scritti inediti (1942-1945)</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di D. Cadeddu. Milano: FrancoAngeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Olivetti, A. 2015. “Ai lavoratori di Pozzuoli.” In A. Olivetti, </hi><hi rend="italic">Città dell’Uomo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Olivetti, A. 2017. “Discorso di Natale ai lavoratori di Ivrea, 24 dicembre 1955.” In A. Olivetti, </hi><hi rend="italic">Discorsi per il Natale</hi><hi rend="CharOverride-1">, 25 sgg. Roma: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Olmo, C. 2018. </hi><hi rend="italic">Urbanistica e società civile</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ottieri, M. P. s.d. “Biografia di mio padre.” </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">www.ottieroottieri.it</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (2024-08-08)</hi><hi rend="CharOverride-1">, copyright Elisabetta Catalano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ottieri, O. 1957. </hi><hi rend="italic">Tempi stretti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ottieri, O. 1959. </hi><hi rend="italic">Donnarumma all’assalto</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pampaloni, G. 2015. “Un’idea di vita.” In Olivetti 2015, 279.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piccinini, M. 2020a. “La fabbrica Olivetti a Pozzuoli di Luigi Cosenza (1951-1954).” </hi><hi rend="italic">Olivettiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, 20 giugno 2020. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">Https://olivettiana.it/la-fabbrica-olivetti-a-pozzuoli-di-luigi-cosenza-1951-1954/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(2024-08-08)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piccinini, M. 2020b. “Il quartiere residenziale INA-CASA a Pozzuoli (1952- 1963)”. </hi><hi rend="italic">Olivettiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, 27 giugno 2020. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">Https://olivettiana.it/il-quartiere-residenziale-ina-casa-a-pozzuoli-1952-1963/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(2024-08-08)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piccinini, M. 2020c. “Il Borgo La Martella a Matera.” </hi><hi rend="italic">Olivettiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, 30 Aprile 2020. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">Https://olivettiana.it/il-borgo-la-martella-a-matera/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(2024-08-08)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rebaudengo, P. 2014. “Olivetti. Un lascito alle giovani generazioni.” In </hi><hi rend="italic">Adriano Olivetti: il lascito. Urbanistica, Architettura, Design e Industria</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Piccinini, 151 sgg. Roma: INU Edizioni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Renzi, E. 2008. </hi><hi rend="italic">Comunità concreta Le opere e il pensiero di Adriano Olivetti</hi><hi rend="CharOverride-1">, prefazione di G. Galasso. Napoli: Guida.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Roth, P. 2004. </hi><hi rend="italic">Chiacchiere di bottega, Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Saibene, A. 2017. </hi><hi rend="italic">L’Italia di Adriano Olivetti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma/Ivrea: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sciré, G. 2003. “Le carte Gozzini, Il dialogo tra cattolici e comunisti nel secondo dopoguerra.” </hi><hi rend="italic">Italia contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1"> 233: 707-30.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Silmo, G. 2022. </hi><hi rend="italic">Adriano e il territorio. Dai Centri comunitari all’I-RUR</hi><hi rend="CharOverride-1">. Busalla: Plug-in.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Volponi, P. 1962. </hi><hi rend="italic">Memoriale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Garzanti; Torino: Einaudi (1981; 1991).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1936. “Lettre Ouverte à un Syndiqué.” In </hi><hi rend="italic">La condition ouvrière</hi><hi rend="CharOverride-1">. Documento digitale della Collana “I classici delle scienze sociali”, a cura di M. Bergeron, Université du Quebec, 153 sgg. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">www.uquac.ca/classique_des_sciences_sociales</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (2024-08-08)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1950. “Due libri di Simone Weil.” </hi><hi rend="italic">Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> IV, 9: 10 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1955. </hi><hi rend="italic">Oppression et liberté</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parigi: Gallimard.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1983. </hi><hi rend="italic">Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione</hi><hi rend="CharOverride-1">, 13° ed. Milano: Adelphi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1988. </hi><hi rend="italic">Ecrits historiques et politiques: L’engagement syndacal (1927-1934)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Parigi: Gallimard.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 1999. </hi><hi rend="italic">Lezioni di filosofia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Adelphi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 2003. </hi><hi rend="italic">La condizione operaia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Postfazione e note di G. Gaeta. Milano: SE.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 2016. </hi><hi rend="italic">Una costituente per l’Europa. Scritti londinesi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Castelvecchi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 2017. </hi><hi rend="italic">La prima radice</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma/Ivrea: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weil, S. 2021. </hi><hi rend="italic">L’attesa della verità</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di V. Mancuso. Milano: Corriere della Sera.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di questa frase pronunciata da Le Corbusier e spesso citata non vi è documentazione. Meno citata e anch’essa priva di documentazione è la frase, anch’essa attribuita a Le Corbusier: «via Jervis è la Atene degli anni ‘50»</hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Molto interessante, documentato e frutto di un lavoro di ricerca è Bodei 2014. Sulla concezione architettonica industriale di Le Corbusier si veda di Le Corbusier 1945. Cfr. anche Olmo 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1">, rivista politico-culturale, con il sottotitolo </hi><hi rend="italic">Giornale mensile di politica e cultura</hi><hi rend="CharOverride-1">, rimase sotto la direzione di Adriano Olivetti fino alla sua morte. La prima serie, di sei numeri, venne pubblicata a Roma. La seconda serie, a partire dall’aprile del 1947, di carattere più divulgativo, venne pubblicata a Torino ed ebbe cadenza prima settimanale poi quindicinale, arrivò al numero 26. Infine, la terza serie, fu pubblicata a Ivrea dal mese di gennaio 1949 con il sottotitolo </hi><hi rend="italic">Rivista del Movimento Comunità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dopo la morte di Adriano la direzione passò a Giorgio Soavi, poi dal 1952 a Renzo Zorzi. Terminò le pubblicazioni nel 1992. La Rivista Comunità, nella sua raccolta completa, è conservata ed è consultabile nella Biblioteca della Fondazione Adriano Olivetti di Roma.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08995_xml_5_15-41.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.teche.rai.it/2021/04/ritratti-contemporanei-1961-adriano-olivetti/</hi></ref></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Paolo Rebaudengo, Associazione Olivettiana, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">paoloalessandro.rebaudengo@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Paolo Rebaudengo, <hi rend="italic">La complessità olivettiana. La spiritualità di Adriano Olivetti. Immaginando un dialogo con Simone Weil,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0459-0.04</ref>, in Lorenzo Capineri (edited by), <hi rend="italic">Olivetti: una complessità virtuosa</hi>, pp. -28, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0459-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0459-0</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="160052">Bodei, S. 2014. Le Corbusier e Olivetti, la usine verte per il centro di calcolo elettronico. Macerata: Quodlibet Studio.</bibl>
          <bibl n="160058">Ercolani, M. L. 2019. Paolo Volponi Le sfide del Novecento. L’industria prima della letteratura. Milano: FrancoAngeli.</bibl>
          <bibl n="160020">Fiume, V. 2021. Codici dell’anima, itinerari tra mistica, filosofia e poesia. Con un’antologia di scritti al femminile. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="159976">Gozzini, M. (a cura di). 1965. Il dialogo alla prova, cattolici e comunisti italiani. Scritti di Gozzini, Fabro, Lombardo Radice, Di Marco, Cecchi, Orfei, Delogu, Zolo, Gruppi, Meucci. Firenze: Vallecchi editore.</bibl>
          <bibl n="160090">Https://www.teche.rai.it/2021/04/ritratti-contemporanei-1961-adriano-olivetti/ (2024-08-08)</bibl>
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          <bibl n="160068">Olivetti, A. 2015. “Ai lavoratori di Pozzuoli.” In A. Olivetti, Citt&amp;#224; dell’Uomo. Roma: Edizioni di Comunit&amp;#224;.</bibl>
          <bibl n="160019">Olivetti, A. 2017. “Discorso di Natale ai lavoratori di Ivrea, 24 dicembre 1955.” In A. Olivetti, Discorsi per il Natale, 25 sgg. Roma: Edizioni di Comunit&amp;#224;.</bibl>
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          <bibl n="159979">Piccinini, M. 2020b. “Il quartiere residenziale INA-CASA a Pozzuoli (1952- 1963)”. Olivettiana, 27 giugno 2020. Https://olivettiana.it/il-quartiere-residenziale-ina-casa-a-pozzuoli-1952-1963/ (2024-08-08)</bibl>
          <bibl n="160025">Piccinini, M. 2020c. “Il Borgo La Martella a Matera.” Olivettiana, 30 Aprile 2020. Https://olivettiana.it/il-borgo-la-martella-a-matera/ (2024-08-08)</bibl>
          <bibl n="159981">Rebaudengo, P. 2014. “Olivetti. Un lascito alle giovani generazioni.” In Adriano Olivetti: il lascito. Urbanistica, Architettura, Design e Industria, a cura di M. Piccinini, 151 sgg. Roma: INU Edizioni.</bibl>
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