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        <title type="main" level="a">Da Pistoia a Shawbak, passando per Palermo e Cairo</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-6478-0198" type="ORCID">
            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Curatola</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Udine, Italy</placeName>
          </persName>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.15</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The portion of flooring decorated with opus sectile squares, recently found in the still initial archaeological excavations at al-Jayyah at the feet of Shawbak castle, are the pretext for some brief observations regarding the contacts (almost presumed) between different western and middle eastern worlds, and about the spread into an Islamic milieu of that specific technique. These are artistic suggestions that in medieval time touched Venice, Palermo and Cairo. The text is limited to a hint of analysis, and a few tracks for further insights are given.</p>
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            <item>Opus sectile</item>
            <item>Shawbak</item>
            <item>links</item>
            <item>Palermo</item>
            <item>Cairo</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.15<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.15" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>Da Pistoia a Shawbak, passando per Palermo e Cairo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-026">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-2">Giovanni Curatola</hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: The portion of flooring decorated with opus sectile squares, recently found in the still initial archaeological excavations at al-Jayyah at the feet of Shawbak castle, are the pretext for some brief observations regarding the contacts (almost presumed) between different western and middle eastern worlds, and about the spread into an Islamic milieu of that specific technique. These are artistic suggestions that in medieval time touched Venice, Palermo and Cairo. The text is limited to a hint of analysis, and a few tracks for further insights are given.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">Pistoia per iniziare, dunque. Perché a Pistoia Vannini ha lavorato ormai diversi anni fa e ha lasciato un segno non secondario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-025">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">, e perché la mia famiglia materna ha radici profonde nel contado montano pistoiese (Serra Pistoiese, ora nel comune di Marliana). E da subito voglio forzare la mano, e fare finta che il Nostro abbia scavato nella chiesa di San Giovanni Fuoricivitas a Pistoia, e a lui si debba il ritrovamento della frammentaria lastra marmorea murata nel pavimento del celebre pulpito che originariamente era parte del parapetto della scala (</hi><hi rend="CharOverride-3">Bertelli 1970)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-024">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Pezzo davvero emblematico. Quello che è totalmente islamico è l’intreccio geometrico che si irradia da piccole stelle esagonali. Punto. La decorazione del vetro è, invece, puramente gotica. Insomma, possiamo ipotizzare un disegno islamico (questo sì simile a molti pannelli lignei islamici che sono conservati al Cairo di sicuro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-023">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">, ma anche a Palermo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-022">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> e una decorazione in vetro forse (FORSE) veneziana. Niente di più. Di opinioni e suggestioni non provate sono pieni gli scritti di storia dell’arte, ma un minimo di autocoscienza e senso critico non guasterebbe (tanto, io, l’</hi><hi rend="CharOverride-5">excusatio non</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-5">petita</hi><hi rend="CharOverride-3"> l’ho già confessata in esergo…). L’islam qui, e non solo qui, è l’arrangiamento geometrico dello spazio. Così Pistoia, ovvero il punto di partenza, l’abbiamo sistemato, anche se come e perché quella lastra sia lì, non lo sappiamo ancora. Di certo, s’è detto, l’islam è fortemente chiamato in causa. Come da titolo, veniamo adesso, dopo un viaggetto pieno di sorprese durato un trentennio, a Shawbak e qui mi fermo sulle ultimissime scoperte (Vannini 2020) e in particolare sulla pavimentazione con quadrati ad </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> policromo intorno alla vasca/cisterna del cosiddetto palazzo islamico di Al-Jayyah</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-021">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">, senza entrare nella questione (a mio avviso ancora non affrontabile su basi archeologiche certe) se veramente: «This discovery has provided archaeological proof that underneath al-Jaya, lays the ancient medieval capital city of southern Jordan, founded by Saladin on the same site of the castle-capital of the previous Crusader Lordship of Transjordan»</hi><hi rend="CharOverride-3"> (Vannini 2020, 85)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-020">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Quel che mi interessa qui è un altro punto. Da dove saltano fuori questi eleganti quadrati policromi? Ovvero: che testimonianze islamiche abbiamo per tali lavori e in quali contesti ci muoviamo? Lo dico subito. Non ho grandi risposte. Mi è sempre piaciuto molto curiosare fra le questioni problematiche e irrisolte, ed interrogare colleghi (ma anche stimolare qualche brillante allievo/a) più attrezzati (e pazienti) di me in merito alle possibili soluzioni. Anche in questo caso un’occhiata ho provato a darla, ma temo di non avere trovato molto; sono però certo che se qualcuno si mettesse a studiare la questione (</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> e </hi><hi rend="CharOverride-5">opus tessellatum</hi><hi rend="CharOverride-3"> nell’islam), potrebbe avere qualche soddisfazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">In ogni caso pavimentazioni ad </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> ce ne sono davvero tante, troppe. Principalmente d’epoca romana; ma il nostro contesto è ovviamente e indubbiamente medievale. Un po’ ho cercato e il mio percorso, quasi un itinerario come scrivevo qualche anno fa per i miei figlioli (confessando, poi, che non avendolo loro affatto seguito, ora è tempo dei nipoti…), tocca Venezia, Palermo e il Cairo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-019">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Venezia, naturalmente è San Marco (vogliamo metterci anche le suggestioni alessandrine?)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-018">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">, con i suoi marmi pavimentali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-017">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Insomma Venezia fa certamente la sua parte anche, non dimentichiamolo, in relazione alla datazione perlopiù accettata per la sua realizzazione (del pavimento; fine XI secolo e comunque entro la metà del XII); ma le tecniche musive pavimentali (</hi><hi rend="CharOverride-5">sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> e </hi><hi rend="CharOverride-5">tassellatum</hi><hi rend="CharOverride-3">), naturalmente con plurimi riscontri un po’ ovunque hanno radici profonde. Molto spesso si citano influenze orientali, che sono ovvie e si riferiscono in genere (dato l’invincibile nostro eurocentrismo, e, nel caso di Venezia addirittura un ‘lagunocentrismo’, presuntuoso provincialismo praticato e divulgato oggi più che nel passato) a Bisanzio e dintorni. Districarsi fra questo eterogeneo materiale non è certo semplice, per l’abbondanza dei materiali e degli studi disponibili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-016">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">, ai quali corrisponde un vuoto che mi sembra quasi assoluto se, partendo da Palermo, traversiamo il Mediterraneo e non ci limitiamo a censire quanto di bizantino si trovi in giro; insomma, parlando degli islam, mi sembra non si sia certo studiata approfonditamente la questione (e sarei davvero felicissimo d’essere smentito). Ma torniamo a Palermo e al suo più insigne monumento: la Cappella Palatina. Qui di </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> ce n’è a sfare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-015">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">; e sono notevoli non solo quelle decorazioni ma pure quelle di Santa Maria dell’Ammiraglio (Kitzinger 1990) e molto altro che con buona volontà ho cercato di seguire alla ricerca di spunti interessanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-014">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Palermo costituisce uno snodo imprescindibile (almeno a me sembra), con annessi e connessi, come Monreale (Dittelbach 1999) e, meno, Cefalù, con quanto in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> appare di eredità bizantina assai più che non caratteristica normanna. Anche qui ‘qualche cosa’ è stato scritto come il saggio di R. Bacile, “A Porphyry Workshop in Norman Palermo” (Bacile and McNeill 2015, 129-49) e quello assai corposo di R. Longo: “Opus Sectile a Palermo nel secolo XII. Sinergie e Mutazioni nei cantieri di santa Maria dell’Ammiraglio e della Cappella Palatina” (Lavagnini e Rognoni 2014, 299-341). Già, perché ci sarebbe tutta la corposa questione dell’architettura che se non strettamente islamica da quella cultura sarebbe stata influenzata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-013">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> a cominciare da Giulio Ulisse Arata e il suo </hi><hi rend="CharOverride-5">L’Architettura arabo-normanna e il rinascimento in Sicilia</hi><hi rend="CharOverride-3"> (Milano 1914) e finire</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-012">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> con quello che a mio avviso è uno degli scritti più acuti e brillanti usciti dalla penna geniale del compianto Eugenio Galdieri, lucido quanto pochi altri, peccato non veniale mai perdonatogli dalla nostra asfittica e provinciale Accademia (Galdieri 2000). Insomma, molti sani dubbi e poche certezze e come diceva il Grande Timoniere: «Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">Voltiamo pagina. Ma Palermo è cruciale anche nell’avvicinarci all’ultimo, o quasi, degli spostamenti: Cairo. La prima suggestione che mi viene in mente – una suggestione, sia chiaro! – è quella dell’architettura Fatimide (quindi al-Azhar) (Rabbat 1996) e la figura del fondatore della moschea (960): Abu al-Hasan ibn ‘Abd Allah as-Siqilli, il siciliano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-011">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">; però, a quel che mi risulta, non c’è traccia di </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">. Esula da questa ricerca una disamina sistematica relativa alle predette pavimentazioni in ambito architettonico islamico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-010">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">; ciononostante è d’uopo segnalare che se ne parla già a proposito della sempre sorprendente e piena di spunti Samarra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-009">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Dunque l’uso di tale strumento decorativo (come ho già detto in ogni caso da riferire ad ascendenze nobili e antiche (Roma prima e Bisanzio poi), mi porta a ritenere che una certa continuità, oppure un ‘revival’ possano essere messi nel conto. Si tratta di un clima culturale già evocato in uno studio di Finbarr Barry Flood (1997) nel quale non ci sono annotazioni relative all’</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">, ma c’è molto riguardo a un’arte, diciamo pure, parallela e cugina, quella parietale musiva in pasta vitrea. È siriana l’origine del fenomeno, ma si estende anche al Cairo, in particolare con il figlio di Qalawun, al-Nasir Muhammad (regno: 1293-98; 1310-1341), colui che nel proprio complesso funerario/madrasa ha inglobato il portale gotico portato da Katbugha da una chiesa di Acri dopo la trionfale campagna contro i Crociati di al-Ashraf Khalil nel 1291</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-008">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">; l’altro personaggio eminente è Amir Tankiz, suo straordinario viceré in Siria e governatore di Damasco fra il 1312-1340 (Flood 1997, 68). In tutto questo revival o conscio riappropriarsi di un linguaggio mai passato di moda o dimenticato, ovviamente, un ruolo fondamentale lo hanno i mosaici di Gerusalemme: «[…] is inextricably linked to the Umayyad mosaics of the Dome of the Rock and the Great Mosque of Damascus. The latter were restored in 1082-83, during the reign of Malik Shah, and again under Nur al-Din in 1159» (Flood 1997, 69). Di più: artigiani e artisti bizantini, dunque cristiani, nel restauro di al-Aqsa da parte di Saladino che secondo Ibn al-Athir avrebbe appunto usato tali maestranze (Flood 1997, 70). «The migration of skilled artisans from Damascus and Aleppo to Jerusalem and Cairo to work on various imperially sponsored building projects during the Bahri mamluk period is well attested [nota 125: See, for example, the reference to Christian marble workers brought from Damascus to Cairo in 1313 to work on Qasr al-Ablaq (Creswell, EMA 1:245)]» (Flood, 1997, 71).</hi><hi rend="CharOverride-3"> Una cosa mi sembra essere più o meno fuori discussione stando almeno a quello che ho letto; ovvero la connessione dei lavori in marmo (ma anche quella affine dei mosaici) di vario genere (compreso, dunque, anche eventuali pavimenti e rivestimenti in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">) con la tarda antichità e il passaggio fra comunità cristiane e islamiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-007">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Sull’importanza di Shawbak quale sito Crociato ma anche Ayyubide non vale la pena di soffermarsi: si vedano i numerosi contributi di Guido e dei suoi collaboratori e allievi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-006">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Credo che il castello e la città al suo esterno – le cui tracce vengono faticosamente alla luce in questi ultimi anni – siano importanti proprio, se non soprattutto, riguardo al vasto territorio anche con insediamenti agricoli limitrofi, difficile da studiare, ma assolutamente fondamentale per comprendere il rapporto anche con Petra. Un approccio archeologico assolutamente d’avanguardia, dove le varie e multiformi competenze acquisite sul territorio e negli anni della ricerca vengono armonicamente dispiegate per ‘fare Storia’. Mai dimenticare che ci troviamo su una doppia direttrice di pellegrinaggio a Mecca: da nord (Aleppo, Damasco, ma anche l’Anatolia) e anche da ovest (itinerario via terra dall’Egitto passando per il Sinai) (Petersen 1994). Pellegrinaggio e caratterizzazione della società che è stanziale, certo, ma anche nomade (stagionale) e in ogni caso attentissima alle istanze tribali: mi pare di poter affermare che da sempre il controllo di questo territorio – economicamente e politicamente fondamentale nell’equilibrio vicino orientale – passa attraverso quello delle tribù più influenti. Lo so, è un altro tema, vastissimo, ma non voglio si dica che non ci ho pensato, sia pure attraverso un semplice accenno. Poi, certamente, ci sono stati momenti diversi; la società Ayyubide e il contesto dell’incontro con i mondi cristiani sono artisticamente assai rilevanti (Milwright 2006)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-005">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. In ogni caso per il periodo citato ‘Crociubbide’ non ho trovato alcuna traccia di pavimentazioni in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">. Tematiche complesse, senza meno, quelle legate alle architetture palatine: «[sulla scorta di una citazione di Ibn Khaldun] It was in this contest that the sprawling extra-urban palatine complexes of the Caliphs and their vassals gave way to the much smaller defensive urban citadel-palaces of modest principalities which no longer enjoyed the support of thousands of slave troops» (Necipoglu 1993, 12)</hi><hi rend="CharOverride-3">, con sensibilità diverse che si affermano nei centri urbani e nelle più complesse da definire periferie, se poi sono tali! Quando ho visto i quadrati in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> di Jayyah ho subito pensato alle decorazioni del mausoleo di Qalawun al Cairo, rilevando, comunque, che da noi è pavimentale e al Cairo è parietale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-004">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. L’amica e collega Doris, che ho interpellato in proposito ai materiali decorativi, è stata così cortese da farmi pervenire un suo articolo: “The Funerary Complex of Sultan Qalawun (1284-1285). Between Text and Architecture” (in corso di stampa). La sua disamina a proposito di questo monumento chiave è al contempo precisa, scrupolosa ed entro certi limiti esaustiva, sempre nel contesto delle nostre attuali conoscenze. Particolarmente interessante è il paragrafo intitolato </hi><hi rend="CharOverride-5">Foreign Influences</hi><hi rend="CharOverride-3"> (Behrens-Abouseif in corso di stampa, 124-33); sulla scorta di quanto già notato dal Creswell, ovvero che si osservano evidenze che trovano origine – potrebbe essere – nell’architettura normanna di Sicilia, sia per ciò che riguarda gli aspetti strutturali, sia per quelle decorazioni che qui ci interessano maggiormente. Vale la pena di riportare qualche brano che risulta assai significativo nel presente contesto: «Another striking connection between Qalawun’s complex and Norman Sicily is the marble decoration in the opus sectile style </hi><hi rend="CharOverride-5">for which we have no prior evidence in Islamic Egypt or Syria</hi><hi rend="CharOverride-3">» (c.vo mio!) (Behrens-Abouseif in corso di stampa, 126). E, ancora: «</hi><hi rend="CharOverride-3">Although the arts of the Normans in Sicily, as is well known, have been influenced by Islamic and, in particular, Fatimid art, in the case of Qalawun’s complex, artistic influences seem to point to the reversed direction» (Behrens-Abouseif in corso di stampa, 128). Notevole è l’</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> pavimentale dell’ospedale di Qalawun al Cairo, anche in virtù del fatto di essere, appunto, una decorazione pavimentale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-003">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. Perché i ritrovamenti che si possono assegnare ad epoca medievale sono di fatto inesistenti. Assai diversa la situazione in epoca ottomana tarda (definizione che preferisco a quella adesso in voga – americanismo detestabile – di ‘Late Islamic’), ovvero fra Settecento e Ottocento. Pavimentazioni in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> in questa fase storica sono molto ben attestate, in genere come bacini e fontanelle inserite nel terreno di una corte o di un ivan, come i due esemplari procurati dall’antiquario D. Kevorkian e ora uno al Metropolitan Museum of Art di New York e l’altro alla New York University</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-002">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">; mi sembra interessante, comunque, l’informazione per cui una fontana/vasca bassa/bacino ottagonale potesse essere ‘incassata’ in un pavimento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-001">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">. La questione di possibili – anzi probabili – riutilizzi è di certo molto importante, perché tali pratiche sono state all’ordine del giorno a fine Ottocento (e anche dopo!). Paradigmatico il caso della seicentesca dimora cairota degli al-Sadat che in una descrizione di al-Gabarti: «[…] “polychromatic marble” [</hi><hi rend="CharOverride-5">al-rukham al-mulawwan</hi><hi rend="CharOverride-3">], that is the typical opus sectile mosaic in stone of distinct colours covering the bottom of the wall»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-000">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">Si tratta di una </hi><hi rend="CharOverride-5">Festschrift</hi><hi rend="CharOverride-3">. Ovvero letteralmente di una festa/celebrazione attraverso uno scritto. Benissimo. Cioè un dono. E quindi adesso mi invento delle conclusioni adatte a una festa. Quello di Jayyah è un palazzo, un bagno o altro? Non lo so. Però conferma, senza ombra di dubbio, che si tratta della città di Saladino. Conferma anche che l’</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile </hi><hi rend="CharOverride-3">(strepitoso) è d’età ayyubide e che si tratta, ovviamente, del lavoro di maestranze crociate di provenienza italiana, ancora meglio se siciliana (palermitani? Vabbè su questo soprassediamo…). Poi c’è la possibilità, attraverso rigorose analisi scientifiche petrografiche o cosa diavolo sono… sì, insomma, quelle analisi scientifiche che vanno sempre così di moda… io, peraltro, possiedo il catalogo delle false pietre livornesi di Modigliani con le rigorose analisi scientifiche e petrografiche che ne confermavano l’originalità…) per risalire all’origine delle pietre e così avere qualche lume. Perché non sbroccare? E allora stabilire – senza ombra di dubbio – che Qalawun e il Cairo mamelucco derivano da qui. Come? ma questa è forse la parte più semplice: pur senza alcuna prova, insistere talmente tanto e con tanta sicumera da divenire verità incontrovertibile e universalmente accertata, una teoria che è solo tale (plausibile o strampalata non importa). E il bello è che i testi scientifici – in qualsivoglia settore, e quello archeologico non è certo una eccezione – sono pieni di siffatte bufale, ripetute </hi><hi rend="CharOverride-5">ad libitum</hi><hi rend="CharOverride-3"> con sussiegosa arroganza. Amen. Ma anche Prosit.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-3">Agnello, F. 2010. “The Painted Ceiling of the Nave of the Cappella Palatina in Palermo: An Essay on its Geometric and Constructive Features.” </hi><hi rend="CharOverride-5">Muqarnas</hi><hi rend="CharOverride-3"> 27: 407-47.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-3">Bacile R. M., and J. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-026-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Sono molto grato ai curatori di questo volume per l’opportunità preziosa di scrivere qualche riga in onore dell’amico Guido Vannini. Non mi sento assolutamente a mio agio a fare un intervento ‘tradizionale’ e convenzionale, magari trattando di un tema a me caro ma del quale all’interessato non importa niente. Ne avessi la capacità mi garberebbe offrirgli qualcosa tipo </hi><hi rend="CharOverride-5">Allegro ma non Troppo</hi><hi rend="CharOverride-3">, alla Cipolla, anche perché com’è noto in cucina me la cavo bene («Il miglior cuoco fra gli orientalisti e il miglior orientalista fra i cuochi», sentenziava beffardo un grande professore già presidente dell’IsMEO…), ma in quel settore di ‘studi (o scudi) crociati’ non sono all’altezza. E poi l’affabulatore massimo e sommo di famiglia è Franco Cardini. Però il modello sarebbe più o meno quello. Un divertissement, di certo per chi scrive, ma anche (alla Veltroni/Crozza), mi auguro, per chi legge e, soprattutto, per Guido. Però, va da sé, non un modello per alcuno. Le note, ma anche gli assunti e i ragionamenti conseguenti, possono essere pretestuosi, campati per aria, financo plagiati o inventati. Insomma, una chiacchierata irresponsabile, a ruota libera e soprattutto ad alta voce. Dunque, diffidate gente, diffidate. E perdonate l’infantilismo accademico (malattia degenerativa e pandemica) e non solo quello, di chi in piena coscienza non si è mai preso troppo sul serio; difetto imperdonabile dai tanti Soloni e tromboni, vecchi e giovanissimi, che ciclicamente e stagionalmente compaiono qua e là. Guido sa. E io mi fermo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-025-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	I suoi scavi nel Palazzo dei Vescovi in piazza Duomo; cfr. Vannini 1987. Fra l’altro i frammenti del bicchiere insieme a quelli dei lustri cosiddetti ispano-moreshi sono segnalati in un articolo di Luigi Zangheri (1995).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-024-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	</hi><hi rend="CharOverride-8">Non ho trovato di meglio se non questo datato articolo, che sebbene con qualche svista (</hi><hi rend="CharOverride-9">mimbar</hi><hi rend="CharOverride-8">, sik! alla turca), pare aver fatto scuola, con i suoi vaghi riferimenti come comparazioni figurative «[…] alla ceramica di Raqqa e di Fostat […]». Lo studioso veneziano del vetro Astone Gasparetto (1979) ripete pedissequamente a proposito del decoro della lastra che gli artefici «[</hi><hi rend="CharOverride-8">…] furono molto probabilmente veneziani […] nelle quali delle decorazioni tipicamente gotiche si uniscono ad altre mutuate dalla ceramica di Raqqa e Fustat […]». Ho avuto modo di esaminare personalmente la lastra sia al Museo Diocesano di Pistoia, dov’è conservata, sia due volte in altrettante mostre di arte islamica a Venezia. La prima nel 1993 (</hi><hi rend="CharOverride-9">Eredità dell’Islam. Arte Islamica in Italia</hi><hi rend="CharOverride-8">), con scheda redatta da Giovanna Vassallo Ventrone (cat. Curatola 1993; cat. n. 90, attribuito a Venezia, XIII secolo). La lastra è fra le opere del capitolo VII: </hi><hi rend="CharOverride-9">La Sicilia islamica e postislamica dal IV/X al VII/XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-8">. Nella scheda, pp. 200-01, la studiosa cita Bertelli e fa sue le annotazioni dello Scerrato che pubblica l’opera (pp. 484-86, fig. 547) in Gabrieli e Scerrato 1979. Nel 2007, ancora a Venezia, nella medesima sede del Palazzo Ducale la mostra: </hi><hi rend="CharOverride-9">Venezia e l’Islam. 828-1797</hi><hi rend="CharOverride-8">, a cura di Stefano Carboni (cat. n. 123, pp. 353-54: «Cattedra di Guglielmo, decorazione in vetro di artigiani veneziani che lavorarono a Pistoia, 1270</hi><hi rend="CharOverride-10">»</hi><hi rend="CharOverride-8">. L’illustrazione a p. 276 </hi><hi rend="CharOverride-8">reca in didascalia: «Frammento del seggio della chiesa di San Giovanni Fuoricivitas di Pistoia, 1270»). Anche Carboni esamina il manufatto, riprendendo la definizione tecnica del Bertelli di ‘vetro eglomisé’, pur suggerendo che la tecnica sia stata quella «del </hi><hi rend="CharOverride-9">manicotto</hi><hi rend="CharOverride-8">, la più diffusa nel mondo musulmano», dando per scontate – con una certa leggerezza – circostanze che tali non sono affatto. Nessuna prova effettiva che l’opera sia stata fatta da veneziani (insomma: si tratta di vetri… chi diavolo vuoi che l’abbia fatto, ragiona o meglio sragiona il veneziano Carboni…); cita, peraltro, un suo articolo, Carboni 2003, nel quale pubblica la lastra (fig. 24) e scrive come: «[…] Carlo Bertelli has convincingly suggested that the craftsmen responsible for this decoration was venetian glassmakers, who must have been familiar with both the Islamic decorative language and the thirteenth-century Gothic repertoire of gold-sgraffiato ware» (pp. 79-80). Balle! Nessuna evidenza, solo congetture passate per affermazioni e verità dimostrate. In realtà basterebbe guardare. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-023-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Al museo d’arte islamica del Cairo troviamo i materiali comparativi più interessanti; si veda Pauty 1931; e già che ci siamo si veda anche Pauty 1932, per quel che verrò a dire più avanti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-022-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Per Palermo si veda in Gabrieli e Scerrato 1979, 521-40, figg. 196-98.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-021-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Si veda anche Marcotulli 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-020-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Si vedano poi le conclusioni (più auspicio che realtà) di questo breve scritto.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-019-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Questo perché è il centro più emblematico per quella produzione islamica siro/egiziana che da Aleppo ad Assuan, passa appunto per le due capitali ed è quello che qui mi concerne.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-018-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Sempre grati al lavoro di Raby 1982; ma anche l’autocitazione, tentazione irresistibile, che fa capolino: Curatola 2004. Poi, per puro piacere, si veda la preziosa antologia Hoag 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-017-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Bibliografia sterminata. Mi limito a citare l’ovvio e imprescindibile lavoro di Demus 1960. Sui pavimenti i testi di Farioli Campanati 1997; Florent-Goudouneix 1997; Barral i Altet 1997, nel prezioso volume a cura di Renato Polacco, (1997); testo degli atti di un convegno del 1994 ricchissimo di riflessioni e spunti originali su questo importante capitolo d’arte. Allargando, ma non di tanto, la visuale si veda anche Terry 1986.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-016-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Che raramente ho avuto la pazienza di leggere integralmente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-015-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Il testo di riferimento è William Tronzo (1997). Per i pavimenti in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">, Tronzo 1997, 29-37; ma ci sono anche i rivestimenti parietali (Tronzo 1997, 38-47). Interessante – anche nel nostro contesto – l’affermazione (Tronzo 1997, 36) che nell’islam non si riscontrano disposizioni a quiconce. Com’è ben noto la discussione sulla Cappella Palatina – in particolar modo sul suo soffitto ligneo a </hi><hi rend="CharOverride-5">muqarnas</hi><hi rend="CharOverride-3"> – è tutt’altro che esaurita. Segnalo, solamente, tre testi che mi paiono abbastanza importanti se non imprescindibili: D’Erme 1997, soprattutto in ricordo dei comuni anni veneziani: lui già professore, io ancora studente e già curioso delle commistioni culturali fra mondi diversi (allora e sempre, Cina, Iran, Islam, Europa: archeologia e storia dell’arte. Il grottesco e l’impossibile). L’articolo di Nanni in questo senso, pur non essendo sempre e del tutto condivisibile, è paradigmatico di una libertà di ricerca e di sguardo che dovrebbe essere sempre tenuta di gran conto. Grube and Johns 2005, ovviamente per la pressoché esaustiva bibliografia (Grube and Johns 2005, 282-495). Agnello 2010. Ho trovato invece abbastanza presuntuoso, velleitario e inutile il saggio di Karen C. Britt (2007).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-014-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Un po’ alla rinfusa, che è un metodo anche quello, tutt’altro che trascurabile; per anni – più o meno consciamente, ma spesso anche per una sorta di pigrizia e scarsa organizzazione – ho volontariamente mischiato diapositive di diversa provenienza (dalla Corea all’Iran, tappeti e miniature, scavi archeologici e tessuti…) costringendomi talvolta a ricerche lunghissime nel caos sapendo perfettamente di avere l’immagine, sì, ma dove? e con ovvi fioretti </hi><hi rend="CharOverride-3" >«</hi><hi rend="CharOverride-3">giuro che metterò ordine!</hi><hi rend="CharOverride-3" >»</hi><hi rend="CharOverride-3">, ma soprattutto obbligandomi a faticosi ‘ripassi’ esaustivi, talvolta forieri di collegamenti inusitati e affascinanti. Quindi: Barry 2007. Su quella tematica anche Flood 2016. L’importanza dei pavimenti cosmateschi (</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> e </hi><hi rend="CharOverride-5">tessellatum</hi><hi rend="CharOverride-3">) in epoca romana non va certo dimenticata, anzi; seppure qui interessi assai di più il ‘revival’ che sembra prendere vigore fra gli inizi e la seconda metà del XII secolo con ben 65 chiese solo nell’Italia centrale, cfr. Glass 1980; Glass 1969; interessante (Glass 1969, 388) l’affermazione per la quale: </hi><hi rend="CharOverride-3" >«</hi><hi rend="CharOverride-3">The succession of porphyry roundels served the same function as the narrow red carpet used in churches today for many ceremonial occasions</hi><hi rend="CharOverride-3" >»</hi><hi rend="CharOverride-3">. McClendon 1980, sulla scorta dell’autorevole Krautheimer e citando Santa Prassede, San Giorgio al Velabro e la spesso ricorrente Santa Maria in Cosmedin; più l’abbazia di Farfa e il caso, a parte, di Montecassino. Allargando il campo ho trovato molto interessante Paul Binski (1990). Poi, sempre a proposito di </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3">, e standomene comodo a casa, vanno ricordati il saggio di Smith (1995) e, forse anche di più, Linda A. Koch (1996); in particolare le annotazioni sull’</hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> di (Koch 1996, 549-50) e soprattutto questa affermazione: </hi><hi rend="CharOverride-3" >«</hi><hi rend="CharOverride-3">It should be kept in mind, however, that ancient </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> designs tended to follow standard conventions; many motifs found in Ravenna were probably also once seen in other centers such as Rome and Costantinople</hi><hi rend="CharOverride-3" >»</hi><hi rend="CharOverride-3">. Utilissimo, almeno per me e per la mia ignoranza in materia, il contributo a più voci di Melotto, Lazzarini e Benacchio 2015, con buona bibliografia per ciò che concerne tecniche di messa in opera e analisi dei materiali impiegati. A questo proposito sono ovviamente indispensabili (e di piacevolissima lettura, il che non guasta mai e non è poco…), Raniero Gnoli (1988) e Dario Del Bufalo (2012).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-013-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Si prenda ad esempio la Zisa: Bellafiore 1978; Caronia 1987; Staacke 1991; e poi anche: Caronia e Noto 1988.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-012-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Passando, però, per Ruggero Longo 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-011-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	E di suggestione in suggestione mi ha colpito questa annotazione di Rabbat 1996, 51: </hi><hi rend="CharOverride-3" >«</hi><hi rend="CharOverride-3">In 1414, Barquq’s minaret started to lean dangerously, and had to be torn down. </hi><hi rend="CharOverride-3" >An amir named Taj al-Din al-Shawbaki, who was the </hi><hi rend="CharOverride-5" >wali</hi><hi rend="CharOverride-3" > and </hi><hi rend="CharOverride-5" >muhtasib</hi><hi rend="CharOverride-3" > of al-Qahira, sponsored the rebuilding in stone […]</hi><hi rend="CharOverride-3" >»</hi><hi rend="CharOverride-3" >.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-010-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Anche qui il suggerimento per volenterosi necessari approfondimenti è a una analisi delle campagne archeologiche, assai più che non ai monumenti ancora in piedi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-009-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Saba 2015, 173: «[…] fragments of opus sectile pavements of some complexity […]», con in nota citazione degli appunti e degli schizzi di Ernst Herzfeld (conservati alla Freer Gallery of Art and Arthur M. Sackler Gallery Archives, a Washington D.C.), e l’ammissione della impossibilità di localizzare i reperti. Qualcosa, mi pare, di ricordare di averla vista anche nei depositi del Museo di Arte Turca e Islamica di Istanbul, ma non sono certo del ricordo che risale a molti anni fa.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-008-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Portale che qualche tocco di bicromia in marmo, </hi><hi rend="CharOverride-5">ablaq</hi><hi rend="CharOverride-3">, ce l’ha; Behrens-Abouseif 2007, cat. 13, 152-56, fig. 98.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-007-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Guidetti 2016, molto utile per determinare il contesto, più che per specifiche istanze. Alle pp. 88-96 sono numerosi i riferimenti ai mosaici pavimentali; nell’indice non compare il lemma ‘opus sectile’.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-006-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Una sola citazione, qui: Vannini e Nucciotti 2009.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-005-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Per i contesti si vedano anche: Frenkel 1999; Hoffman 2004.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-004-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Behrens-Abouseif 2007, cat. 8, 132-42, in particolare 138-39 sul mausoleo (1284-85).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-003-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Buona illustrazione in Behrens-Abouseif in corso di stampa, fig. 12.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-002-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Datati rispettivamente al 1707 e al 1797; si veda Daskalakis Mathews 1997; non è da escludere che fra smontaggi, rimontaggi e necessari interventi di restauro, ampie porzioni di tali pavimentazioni possano risultare posticce, ovvero moderne.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-001-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Dasalakis Mathews 1997, 115-16: «[…] its basin was designed to sunk into the floor, a feature that is mostly associated with the mamluk period [nota 35: con citazione di quanto ricostruito in ambito museale al Cairo, Louvre, V &amp; A, ecc.]».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-7"><ref target="OP08975_xml_17_183-196.html#footnote-000-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	Volait 2021, 95; nello stesso volume le figg. 82 e 83 (Volait 2021, 117-18) mostrano foto di Beniamino Facchinelli (1887) con pavimentazioni pavimentali, ma anche parietali, in </hi><hi rend="CharOverride-5">opus sectile</hi><hi rend="CharOverride-3"> (molto probabilmente pre-ottomane) completamente rimosse.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Giovanni Curatola, University of Udine, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>curatolagi@iol.it</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0001-6478-0198</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Giovanni Curatola, </hi><hi rend="italic">Da Pistoia a Shawbak, passando per Palermo e Cairo</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>15, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-11">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -</hi><hi>15</hi><hi>, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/Fig_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 1 – Lapide sepolcrale quadrilunghe (arabo, ebraico, greco e latino) dalla Chiesa di San Michele Arcangelo a Palermo (metà del XII sec.).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/Fig,_2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 2 – Pavimentazione della Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (Martorana) a Palermo (metà del XII secolo).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/Fig._3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 3 – Pavimentazione della Cappella Palatina a Palermo (1140 ca.).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/Fig._4.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/20181108_133052_low.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 5 – Particolare della decorazione pavimentale del palazzo islamico di Al-Jayyah, Showbak, Giordania. </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 4 – Particolare del pavimento della Cappella Palatina a Palermo (1140 ca.). </hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 6 – Vista del palazzo islamico di Al-Jayyah, Showbak, Giordania, alla fine della prima campagna di scavo.</hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-3">Figura 7 – Lastra marmorea proveniente dalla chiesa di San Giovanni Fuoricivitas a Pistoia.</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/DSC_1933_low.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08975_xml_17_183-196-web-resources/image/LASTRA_PISTOIA.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p>
      
      <div>
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