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        <title type="main" level="a">Declinare manufatti (e cultura materiale) al presente</title>
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            <forename>Enrico</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.22</idno>
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        <p>Starting from some recent events (2021), the contribution intends to reason on archaeological artefacts and their current status, asking questions for which there is often no answer. In particular, considering them as state-owned artefacts, collectors’ items, identity symbols and so on, historical sources and educational materials, waste destined for dispersion. Even if the legislation has been stabilized for roughly a century, words such as conservation, knowledge, use and valorization have changed meaning in the meantime. The conflict, although hidden, is in fact and the solution does not seem within reach. It probably has to do with freedom of research, more general individual freedoms, the role of the State and perhaps we need to read the present with the future in mind. Of the artefacts and ecofacts of potential archaeological interest, of the material culture information that can be drawn from them, of the very social organization of the ways of creating culture.</p>
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            <item>Artefacts</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.22<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.22" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>Declinare manufatti (e cultura materiale) al presente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-007">1</ref></hi></hi><hi> </hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-2">Enrico Giannichedda</hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: Starting from some recent events (2021), the contribution intends to reason on archaeological artefacts and their current status, asking questions for which there is often no answer. In particular, considering them as state-owned artefacts, collectors’ items, identity symbols and so on, historical sources and educational materials, waste destined for dispersion. Even if the legislation has been stabilized for roughly a century, words such as conservation, knowledge, use and valorization have changed meaning in the meantime. The conflict, although hidden, is in fact and the solution does not seem within reach. It probably has to do with freedom of research, more general individual freedoms, the role of the State and perhaps we need to read the present with the future in mind. Of the artefacts and ecofacts of potential archaeological interest, of the material culture information that can be drawn from them, of the very social organization of the ways of creating culture.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Anni fa, al termine di uno scavo in regime di concessione ministeriale organizzai una presentazione dei reperti. Siccome il titolo non specificava che si trattava di macro e microfoto, il funzionario competente, mi diffidò dal farlo e, nonostante fosse stato invitato all’evento, informò i propri superiori per i provvedimenti del caso. Ritenendomi o ingenuo o avventato, sospettava che potessi mostrare frammenti ceramici, e simili, spostandoli dal magazzino dei reperti a una sala comunale senza la dovuta autorizzazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Un caso, ovviamente risibile, che avrebbe potuto comportare una denuncia analoga alle tante che, in Italia, hanno portato a processi, e condanne, per chi, con varie finalità, ha raccolto, detenuto o esposto reperti archeologici non facenti parte di collezioni storiche. E questo perché vige l’obbligatorietà dell’azione penale e non è ammessa l’ignoranza della legge. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Quel che mi interessa, però, sono i materiali e i contesti archeologici come fonti di storia. Sia quando se ne occupano professionisti del settore sia quando, a vario titolo e maggior ragione, sono coinvolti cittadini qualsiasi. Di questo tratterò, prendendo spunto da un recente caso e anteponendo solo un breve cenno alla legislazione e alle prassi che finora hanno regolato la questione. Il tutto per comodità dei non addetti ai lavori, perché gli altri ne sono certamente informati. Tralasciando le collezioni storiche, la legislazione al riguardo è chiara e può essere riassunta facilmente: i reperti archeologici, ovunque si trovino, sono proprietà dello Stato. Lo scavo, raccolta, detenzione e, ovviamente, esposizione, se non autorizzato costituisce reato. E, se non bastasse, perfino le prassi consolidatesi nel tempo e relative ai rinvenimenti fortuiti sono semplici; lasciare l’oggetto in posto, a meno sia a rischio di perdita, e informare immediatamente le autorità competenti. Questo in conseguenza della legge 1089/1939, ma concetti analoghi derivano dal Codice dei beni culturali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Di seguito, riporterò alcuni fatti utilizzando le parole dei diretti protagonisti di un caso che potrebbe fare scuola. Tralascerò, invece, quanto, benché spesso ricondotto alla </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2">, si configura come attività di contorno e, in particolare, salotti culturali, incontri, cene storiche. O l’elenco dei tanti sponsor economici e istituzionali che qualificano l’iniziativa di cui diremo come importante.</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Un caso di public archaeology</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Via social, il 2 luglio 2021 venne diffusa la notizia dal titolo: PUBLIC ARCHAEOLOGY IN SPIAGGIA. Spazi Laboratorio di ‘Archeologia sotto l’Ombrellone’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-006">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="quotation_a" ><hi rend="CharOverride-2">Portaci i materiali che hai raccolto in spiaggia! Ti diremo cosa sono, valuteremo insieme le loro cronologie e tipologie. Effettueremo una documentazione fotografica, che poi condivideremo con tutta la cittadinanza. Poi, li potrai tenere con te, sapendo cosa hai raccolto e contribuendo alla conoscenza condivisa del patrimonio archeologico di Venezia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Fra gli organizzatori vari docenti dell’Università di Venezia, ma più avanti comparirà anche un ex funzionario di Soprintendenza. Alcuni brani tratti come il precedente dalla presentazione dell’iniziativa, intitolata </hi><hi rend="CharOverride-3">Descrizione e filosofia dell’evento </hi><hi rend="CharOverride-2">sono importanti: </hi></p><p rend="quotation_a" ><hi rend="CharOverride-2">L’evento prevede attività di </hi><hi rend="CharOverride-3">public history</hi><hi rend="CharOverride-2"> e </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> condivise con l’organizzazione di un laboratorio didattico scientifico… Il laboratorio si configura come un’azione partecipata con i cittadini che, nel corso degli ultimi mesi, hanno raccolto alcuni reperti, con ogni probabilità elementi del campanile di San Marco crollato nel 1902, scaricati al largo della bocca di porto di San Nicolò e ritrovati ora in spiaggia al Lido di Venezia. Fra i reperti raccolti, oltre ai mattoni, figurano anche ceramiche, sia altomedievali che medievali e moderne, suggerendo l’ipotesi che l’area “di scarico” sia stata usata anche in altre occasioni per tipologie di materiali diversi. Il laboratorio prevede il riconoscimento dei pezzi raccolti dalla cittadinanza e la creazione di un archivio digitale. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire un incontro fra storici, archeologi e comunità locale, per un’attività di educazione reciproca di cittadinanza, migliorando la conoscenza della costa veneziana e fornendo indicazioni sulle modalità di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e archeologico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">A commento dell’iniziativa, sempre via social, si registrano sparuti interventi da parte di archeologi stupiti per il carattere della proposta. Chi ironicamente chiede se sono stati informati i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio, chi paventa l’intervento della Soprintendenza capace solo di mettere i bastoni fra le ruote. Gli organizzatori richiamano la Convenzione di Faro ma anche la logica da ‘questurini’ di chi si permette osservazioni critiche. Paradossalmente, è da notare, solo chi è contro l’iniziativa sembra averne compreso il carattere innovativo, e dirompente, che i proponenti non ribadiscono come tale, forse per una consapevole scelta di basso profilo. Nel frattempo, sul sito &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">www.elparondecasa.net</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;, un gran numero di cittadini prende appuntamento per mostrare ciò che ha raccolto. Forse ciò che ha raccolto proprio perché stimolata a farlo dall’iniziativa annunciata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nell’attesa dell’evento, però, succede qualcosa di cui conosciamo il solo esito pubblico. Il 7 luglio 2021, gli organizzatori informano che le attività previste sono rimandate a seguito di «una nota ufficiale della Soprintendenza che riconosce il progetto come innovativa sperimentazione nel campo della cosiddetta archeologia pubblica ma ha comunicato che, per tutelare meglio i cittadini, i ricercatori e – soprattutto – il patrimonio, si rende necessario un processo preventivo di verifica». Nella pagina Facebook ‘Torcello abitata’ si ammette la necessità di tenere conto della normativa vigente in «un caso unico e complesso».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il 7 novembre presso un hotel veneziano il progetto giunge comunque a compimento e il </hi><hi rend="CharOverride-3">REPORT Public History e Archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> racconta di «Oltre 500 reperti restituiti dal mare analizzati con i cittadini» che li avevano raccolti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-005">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi><hi rend="CharOverride-5">«</hi><hi rend="CharOverride-2">Bilancio oltre ogni previsione per Soprintendenza, Università Ca’ Foscari Venezia e Lido Oro Benon». Alcuni brani che compaiono virgolettati nel Report sono importanti.</hi></p><p rend="quotation_a" ><hi rend="CharOverride-2">La Soprintendenza ritiene che l’evento sia stato un’ottima occasione per sensibilizzare la comunità riguardo alla normativa sul patrimonio culturale italiano ed in particolare sulle disposizioni di tutela legate ai ritrovamenti fortuiti. È stata anche un’opportunità per comprendere meglio il quadro storico-archeologico del Lido e del suo litorale, e il ruolo che le maree hanno nel portare alla luce presunti contesti subacquei. Questo permetterà di predisporre in futuro adeguate forme di tutela.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Gli archeologi e storici dell’ateneo veneziano dichiarano: </hi></p><p rend="quotation_a" ><hi rend="CharOverride-2">È stata una gioia osservare gli occhi lucidi di emozione dei cittadini che hanno condiviso con noi le loro raccolte in spiaggia, mescolando la voglia di conoscere il passato al desiderio di essere parte di un percorso dove la storia passa anche per la materialità dei reperti archeologici rilasciati dal mare, è sicuramente uno degli obiettivi più importanti della moderna ricerca archeologica. Come ci insegna la Convenzione di Faro, il patrimonio non solo è di tutti, ma la comunità ha il diritto di partecipare attivamente alla costruzione dei suoi percorsi di memoria. L’esperimento effettuato è stato un successo: abbiamo aumentato la nostra conoscenza sulla qualità dei reperti che il litorale di fronte al Lido rilascia in spiaggia durante le mareggiate e abbiamo compreso quali siano i meccanismi di riappropriazione del passato attraverso le raccolte sporadiche dei cittadini.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Gli organizzatori, nella fattispecie Il Comitato Lido Oro Benon, ringraziano ricordando che «Venezia, quando c’è forte motivazione a cooperare per i beni comuni e si semplificano le procedure burocratiche – conclude Vittorio Baroni – è capace di inventare cose nuove ed utili nel nome della cultura per la scienza».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">A seguire una decina di fotografie con, in molti casi, persone in posa con, in mano, uno o più reperti di età antica, medievale, postmedievale. E un’avvertenza che, a questo punto, sembra paradossale: «Le immagini dei reperti sono pubblicate su concessione del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna». Una concessione fatta da quella stessa Soprintendenza che non si è opposta alle raccolte in spiaggia, è divenuta partecipe dell’iniziativa, rinvia a studi più approfonditi, ed è ringraziata per avere semplificato le ‘procedure burocratiche’. Forse, anche per aver fatto buon viso a cattivo gioco. Dei cocci e reperti si può fare ciò che si vuole, per le fotografie è stata rilasciata una concessione.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Qualche domanda</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Da quanto sopra è evidente un fatto: cittadini non meglio qualificati hanno raccolto o raccoglieranno reperti archeologici, fra cui si presuppongono ceramiche altomedievali e medievali, senza alcun controllo o autorizzazione. A posteriori, gli organizzatori dell’iniziativa ne valuteranno i caratteri. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">A seguire, qualche domanda per cui non offro risposte ma, spero, qualche spunto di riflessione più generale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Inizialmente, era previsto che i cittadini detenessero quanto trovato e sottoposto a perizia dagli archeologi dell’Università di Venezia. La consapevolezza di forzare le regole aveva la finalità di metterle in discussione? Questo, però, almeno pubblicamente non è stato fatto. E se fossero arrivate persone con intere cassette di reperti e un metal detector sottobraccio? Se qualcuno avesse allargato il raggio d’azione aldilà della battigia dotandosi da un lato di pinne e bombole e dall’altro di pala e piccone?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Per il futuro, le Soprintendenze, e quella di Venezia nello specifico, autorizzeranno iniziative ‘fotocopia’ di quella del ‘parondecasa’? Oppure, non potendole autorizzare, le supporteranno come avvenuto nel caso? O le subiranno rendendo possibile, a chiunque, raccogliere, detenere temporaneamente, studiare ed esporre reperti archeologici in un hotel o in altra sede non istituzionale e non concordata? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">È cambiato qualcosa </hi><hi rend="CharOverride-2">rispetto ai casi in cui molte Soprintendenze, a mio avviso mal interpretando lo spirito delle leggi, chiedono concessioni e autorizzazioni alla ricerca a studiosi e istituzioni, qualificate in campo archeologico, intenzionate a compiere indagini territoriali anche quando le stesse non prevedono né scavo né raccolta di manufatti? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">È stato spiegato ai cittadini che se fossero stati sorpresi con i cocci nell’auto i carabinieri avrebbero potuto (e dovuto) denunciarli? L’iniziativa veneziana costituirà un precedente per una sorta di ‘liberi tutti’? è per questo scopo non dichiarato che è stata avviata?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">E, soprattutto, cosa significa ‘educazione reciproca di cittadinanza’? </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Questioni di metodo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La vicenda del ‘paron de casa’ induce qualche considerazione più generale di metodo archeologico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nei documenti gli organizzatori sottolineano che si tratta di raccolte in spiaggia, poi, però, definiscono il tutto «un caso unico e complesso». Il virgolettato attribuito dagli autori alla Soprintendenza rinvia a future «adeguate forme di tutela per la salvaguardia dei siti che verranno studiati in maniera più approfondita». Un impegno di cui, in realtà, non si sono ancora visti gli esiti almeno a livello di pubblicazioni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nei fatti è evidente che oltre un secolo non è bastato per disperdere i materiali moderni e le stesse fotografie pubblicate via social mostrano manufatti di gran lunga più antichi. Talvolta quasi integri e così poco fluitati da fare sospettare che siano giunti in spiaggia in tempi recenti per vicende che nulla hanno a che fare con il crollo del campanile di San Marco.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La situazione, aldilà di chi doveva e dovrà occuparsene, non sembra quindi giustificabile come ‘d’emergenza’ e, più in generale, occorre ammettere che la giacitura dei reperti archeologici è sempre frutto di dinamiche complesse che dovrebbero essere oggetto di studio da parte di un’archeologia che voglia essere, per quanto possibile, scientifica. Altrimenti, se la si pensa diversamente sulla valenza dei contesti, potrebbe diventare prassi normale invitare cittadini privi di qualsiasi preparazione a raccogliere reperti anche ai margini dei ghiacciai in corso di scioglimento, nei pendii sottoposti ad erosione, in tutti gli alvei fluviali, nei solchi di aratura, nei crolli dei castelli, nei relitti spazzati dal moto ondoso e così via. In tal modo, manufatti altrimenti dispersi, sarebbero certamente raccolti e, forse, salvaguardati come fonti di storia. Il tutto, si badi bene, lo scrivo senza ironia alcuna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-004">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Come ben noto, ognuna delle situazioni sopra citate, e le infinite altre che si possono ipotizzare, solo a scopo pubblicitario possono ridursi a antichi vasi da portare in salvo. Fino a prove contrarie si tratta di associazioni di manufatti, ecofatti e materiali che vanno letti come esito di processi, naturali e antropici, da documentare e comprendere. Se questo non viene fatto, si rischia di dare spazio a tendenze già in atto e a mio avviso dagli esiti potenzialmente nefasti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La prima è equiparare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’archeologia alla raccolta di reperti in assenza di qualsiasi valutazione di metodo archeologico e di finalità storiche. Più scoperte e meno ricerca. Gettando a mare decenni di studi relativi le modalità di campionamento dei materiali affioranti in superficie, l’importanza di valutazioni quantitative di presenze e assenze, la necessità di riflettere sull’evolversi delle giaciture nel tempo e molto altro. Un passo indietro che va, guarda caso, nella direzione di indebolire la tutela, preferire gli eventi alle riflessioni. Non a caso, le fotografie pubblicate sul web mostrano quasi soltanto ‘pezzi scelti’ e probabilmente, in quelle condizioni, non poteva essere altrimenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Inoltre, mi sembra latente il rischio feticista – collezionista che periodicamente fa capolino in archeologia e, inutile negarlo, è almeno in parte nella natura dell’approccio disciplinare allo studio dei manufatti. Al proposito Alain Schnapp, in</hi><hi rend="CharOverride-3"> La conquista del passato </hi><hi rend="CharOverride-2">(1994) scriveva dell’archeologia «come una figlia bastarda del collezionismo … (che) si fonda, almeno dal XIX secolo, su un disconoscimento: tutti sanno che l’archeologo non è un collezionista, o almeno dichiara a gran voce di non voler esserlo». Ma talvolta finisce con l’esserlo, non rifiuta la contiguità con chi lo è a discapito degli altri, mostra un attaccamento ai ‘propri’ reperti in corso di studio che ha del paranoico, ritiene possesso personale ciò che è di tutti. Finendo, in tal modo, con il rendere un cattivo servizio alla comunità e alla storia.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Questioni di politica culturale</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Operazioni come quella citata e altre di </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> hanno il pregio di sollevare un problema: i reperti archeologici sono di tutti e fare storia con i reperti, consentendo ad esempio ai non archeologi di visionarli, manipolarli, coglierne i caratteri è meglio, molto meglio, del ridurre l’archeologia all’intervento di esperti a cui la cittadinanza deve solo plaudire. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In tal senso occorre riconoscere che molti fra i cocci veneziani sarebbero comunque stati raccolti e che, ovunque e da sempre, il controllo del territorio passa anche attraverso le segnalazioni di ‘raccoglitori’ non professionisti. Talvolta di dubbia preparazione, in qualche caso contigui al mondo degli scavatori clandestini, ma spesso veri custodi dei territori in cui vivono e dove animano associazioni culturali qualificate. Individui, si pensi alla figura, ormai generalmente superata, di molti ‘ispettori onorari’, la cui attività sul campo è spesso ‘sopportata’ (talvolta anche indirizzata) dai professionisti purché non eccedano nelle iniziative e segnalino i rinvenimenti ‘importanti’ così da consentirne lo studio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-003">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. In molti casi, un </hi><hi rend="CharOverride-3">do ut des</hi><hi rend="CharOverride-2"> dai contorni indefiniti nella logica fiduciaria per cui uno finge di non sapere, e non interviene, l’altro lo informerà con discrezione e senza creare problemi. L’aneddotica, al riguardo, se messa su carta spazierebbe dal genere comico al tragico, dal romanzo di formazione al poliziesco con, temo, la netta inevitabile prevalenza di quella che designiamo commedia all’italiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Lo stesso ampliarsi dell’arco temporale di cui l’archeologia si occupa ha del resto moltiplicato in maniera esponenziale i manufatti, le stratigrafie e i siti potenzialmente esposti in superficie anche senza operazioni di scavo. Siti e manufatti che, nell’impossibilità per lo Stato di tutelarli, pongono uno scandaloso problema politico, culturale, storico. Per alcuni anche economico, ma certamente non solo economico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">I materiali archeologici generano scandalo non tanto perché raccolti senza il rispetto delle leggi o lasciati alla dispersione o giacenti nei magazzini senza essere studiati e pubblicati. O perché, in generale, non producono né educazione al patrimonio né cultura. Generano scandalo quando riconosciamo che, con tutta evidenza, raccontano storie che non vorremmo rimanessero inascoltate. Storie che possono essere ricostruite, o perse definitivamente, a seconda dei modi con cui, nella società attuale, si interagisce con i manufatti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Storie che i professionisti dei beni culturali, in particolare i liberi professionisti non dipendenti da Università e Soprintendenze, sostengono da tempo dover essere frutto di studi specialistici e qualificati. Una rivendicazione dal sapore corporativo, se non fosse che viene da chi è meno tutelato, che ha spinto ad opporsi a qualsiasi utilizzo dei ‘volontari’ in attività di carattere archeologico perché gli stessi finirebbero con il ‘rubare’ il lavoro in periodi di crisi. In apparenza, tutta un’altra questione se non fosse che da un lato non si vogliono i volontari, neppure per servizi di guardiania in musei altrimenti chiusi, dall’altro le Università coinvolgono i cittadini in operazioni definite di </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Non è il caso di tornarci, ma l’iniziativa veneziana avrebbe potuto servire in positivo per spingere ad affrontare due questioni: la prima relativa alla legislazione che non può limitare la libertà di ricerca per il tramite di lacci e laccioli burocratici, e potrebbe essere modificata per ridefinire, e allargare, chi può fare cosa, senza peraltro consentire un liberi tutti pericoloso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-002">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La seconda, più semplice e meno importante, è ammettere che tanta </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> non si configura come ‘educazione reciproca’ perché si basa su una troppo netta distinzione dei ruoli. Chi organizza e dispone, da un lato, e chi partecipa dall’altro in una logica spesso non dissimile a quella di tante iniziative che si pongono fra il culturale e il commerciale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Tornando però ai manufatti archeologici e al loro dare scandalo, a ben pensarci, la vera natura della </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> nei paesi in cui è nata, era quella di cogliere proprio la rilevanza dello scandalo determinato da manufatti che gli studiosi professionisti valutavano in modi differenti rispetto a quanto sostenevano gli abitanti del luogo. Persone e comunità spesso frettolosamente designate come nativi, aborigeni, locali. Persone comunque non partecipi del mondo archeologico variamente istituzionalizzato, ma che dicevano, spesso con forza, la loro. Solo dopo, e in Italia in particolare, </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> è diventata spesso sinonimo di educazione culturale, divulgazione a ogni costo, spettacolarizzazione, meraviglia. Spesso anche </hi><hi rend="CharOverride-3">crownfounding</hi><hi rend="CharOverride-2"> e autocelebrazione a poco prezzo. Non me ne vorranno gli specialisti della materia, ma spesso la finalità culturale a me sembra strettamente correlata al cercare di sopravvivere alle crisi, congiunturali e personali, connesse al lavoro archeologico (dai bassi salari alla possibilità di fare ricerca).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Riconoscere lo scandalo dato dai manufatti antichi, a mio avviso, significa che le regole del gioco (in realtà, le leggi e le prassi) non possono essere forzate o disattese, ma si deve ragionare sul come modificarle. In un periodo in cui, richiamandosi proprio alla </hi><hi rend="CharOverride-3">public archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2"> si legge della necessità di liberalizzare l’uso dei </hi><hi rend="CharOverride-3">metal detector</hi><hi rend="CharOverride-2">, da cui ne conseguirebbe la raccolta indiscriminata e privatistica di reperti archeologici, è difatti urgente riflettere pubblicamente dei manufatti, ma a bocce ferme. Poi si valuterà se esistono le condizioni per modificare la legge. Non può valere il liberi tutti tanto più se a macchie di leopardo o consentito soltanto a chi dispone di risorse o conoscenze importanti. Altre strade sono possibili. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">A titolo di esempio, in Italia, alcune legislazioni regionali regolamentano la raccolta e detenzione di minerali e fossili, benché anch’essi siano proprietà non alienabile dello Stato. Talvolta imponendo l’iscrizione a elenchi o ad associazioni e, sarebbe auspicabile in tutti i casi, una qualche forma di preparazione così che la raccolta sia rispettosa dei contesti e le informazioni che se ne traggono siano condivise. In tali casi, l’educazione reciproca al patrimonio potrebbe divenire davvero reale e derivante dal tenere insieme coloro che conoscono il territorio nel dettaglio e altri che sanno di mineralogia, paleontologia e, del caso, archeologia. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Altrove, dalla Svizzera agli Stati Uniti, la situazione anche legislativa è molto differente e può offrire ulteriori spunti di riflessione. A partire dal caso londinese dove esistono elenchi di cittadini autorizzati a raccogliere reperti, regole su cosa si può e non si può fare, definizioni di ambiti territoriali in cui è possibile operare. Il tutto, però, in un contesto culturale in cui, ad esempio, la segnalazione di tesoretti monetali scoperti per caso sembra essere molto più frequente di quanto avviene nel nostro paese. Forse per la diversa storia del territorio nei secoli passati, ma, non possiamo escluderlo, per un diverso senso civico o per la rapidità dei premi di rinvenimento o che altro. Compreso il non ritenere lo Stato una controparte avversa (sul tema si veda il recentissimo Maiklem 2021)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Ragionare su come andare in quella direzione sarebbe importante, e forse era questa la provocazione veneziana, ma senza accelerazioni e frenate che possono compromettere la credibilità complessiva.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Ragionare di manufatti ‘spiaggiati’ può, quindi, essere un modo interessante di coinvolgere i cittadini in attività para – archeologiche, ma perché non farlo muovendosi diversamente, valorizzando i contesti, esaltando la diacronia dei fenomeni storici, facendo dei manufatti antichi un indicatore di processi passati, presenti e futuri? Legando archeologia e ambiente, tutela archeologica e tutela ambientale?</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Su una spiaggia, ma a ben vedere in moltissime altre situazioni, cittadini privi di esperienza possono, se opportunamente guidati, fare molto. Ad esempio, e senza raccogliere alcun frammento, possono registrarne i caratteri e la posizione, valutando e documentando ciò che compare, o scompare, in funzione del moto ondoso, delle mareggiate, del ripascimento con materiali alloctoni (forse anche del Mose). A distanza di tempo e con pazienza possono apprezzare cosa significhi la fluitazione dei materiali e condurre addirittura esperimenti. Ad esempio, lasciando in spiaggia cento piccoli cocci moderni e verificando quanti saranno ancora visibili dopo una, due cento mareggiate. Forse anche andando a vedere cosa avviene in altre spiagge dove uomini, morfologie, maree e venti diversi stanno elaborando altre storie. Il tutto senza appropriarsi di nulla, senza portarlo altrove, ma lasciando che il tempo faccia il suo corso. Sulle cose e sulle persone. Quello che si fa, da spettatori informati e talvolta da vere e proprie sentinelle del bene comune, aspettando il ritorno degli uccelli migratori per registrarne i caratteri, o valutando la crescita del bosco laddove esisteva un prato pascolo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’archeologia pubblica non può essere liberi tutti o toccata e fuga o </hi><hi rend="CharOverride-3">storytelling</hi><hi rend="CharOverride-2"> e divulgazione fine a se stessa. E può essere educazione reciproca solo se, anziché negarle come talvolta succede, si esaltano responsabilità, competenze, opinioni motivate. Di fronte a comunità sempre più multietniche, pensiamo alle scuole e alle periferie dove maggiore deve essere l’impegno, anche l’ormai ubiquitario richiamo all’identità è, a mio avviso, pericoloso e può essere discriminante. Quel che serve è fornire alle persone, qualsiasi esse siano, strumenti per avere competenza sui luoghi in cui vivono, sulle dinamiche trasformative che sono proprie dei microambienti e, da ultimo, anche sui manufatti. Non ricercando radici talvolta improbabili (dai celti ai nuragici), ma costruendole per il futuro. Insegnando e imparando quanto possibile e tenendo insieme archeologia, etnografia, memorie orali, fotografie storiche eccetera. Nelle scuole, nei musei locali, nelle biblioteche. Partendo da occasioni d’incontro finalizzati non all’evento, ma a costruire stabili presidi sul territorio. E se, anziché Museo locale, o Storia patria o Circolo o Scuola o Associazione, qualcuno vorrà chiamare questi presidi con l’inglese </hi><hi rend="CharOverride-3">Unit </hi><hi rend="CharOverride-2">ce ne faremo una ragione pur di avere iniziative che vorremmo stabili, territoriali, diacroniche, democratiche nel rispetto delle opinioni e delle competenze. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Ricordando, per concludere, una battuta del comico americano Steven Wright per cui la migliore collezione di conchiglie è quella di chi le ha lasciate sparse sulle spiagge di tutto il mondo (citato in Giannichedda 2021, 122). </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Giannichedda, E. 2021. </hi><hi rend="CharOverride-3">Fulmini e spazzatura. Classificare in archeologia</hi><hi rend="CharOverride-2">. Bari: Edipuglia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Maiklem, L. 2021. </hi><hi rend="CharOverride-3">A field guide to larking</hi><hi rend="CharOverride-2">. London: Bloomsbury. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Martino, L. 2024. “Palinuro, sub recupera anfora di epoca romana, scatta foto ricordo e la riporta sul fondale: «Giusto restituirla al mare».” </hi><hi rend="CharOverride-3">Corriere del Mezzogiorno</hi><hi rend="CharOverride-2">, 27 maggio 2024. &lt;https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/24_maggio_27/&gt;.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Schnapp, A. 1994.</hi><hi rend="CharOverride-3"> La conquista del passato. Alle origini dell’archeologia</hi><hi rend="CharOverride-2">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-3">The Economist</hi><hi rend="CharOverride-2">. 2023.</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-2">“Britons are ever keener on mudlarking in the River Thames.” 11 August, 2023 &lt;https://www.economist.com/britain/2023/08/11/britons-are-ever-keener-on-mudlarking-in-the-river-thames&gt;.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Il presente testo è stato consegnato per la stampa nei primi mesi del 2022 ed è stato aggiornato nel marzo 2024 con l’aggiunta di alcune brevissime note. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Oltre alla pagina Facebook </hi><hi rend="CharOverride-3">Torcello Abitata, Archeologia, Ecologia e Patrimonio Culturale</hi><hi rend="CharOverride-2"> al link &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://www.facebook.com/TorcelloAbitata</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt; si veda il documento </hi><hi rend="CharOverride-3">“El Paron de Casa” Public History, Venezia 1600. Archeologia, storia ed ecologia dei rinvenimenti di materiali antichi. Lido di Venezia, estate 2021</hi><hi rend="CharOverride-2"> dell’Università di Venezia ora disponibile all’indirizzo: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://elparondecasa.files.wordpress.com/2021/06/pdf-programma-luglio-2021-el-paron-de-casa-unive-venezia1600-elparondecasa-campanile-di-san-marco.pdf</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;. Tutti i siti web sono stati visitati l’ultima volta il 4 dicembre 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Per il report</hi><hi rend="CharOverride-3"> Public History e Archaeology</hi><hi rend="CharOverride-2">: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://elparondecasa.net/2021/11/09/report-pha/?fbclid=IwAR3n02M_rdPrVIfshNXrlScO_Ql9Xe6JhlSsSjxmJt5h4zuxvxDhV0H5wmM</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;. Per le attività del 7 novembre e la notizia della mostra in via di organizzazione: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://lidorobenon.com/2021/10/31/public-history-archaeology/</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;. Più in generale,</hi><hi rend="CharOverride-3"> El Paron de Casa #Venezia1600 - Progetto culturale educativo</hi><hi rend="CharOverride-2">: &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://www.facebook.com/elparondecasa</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Intanto, il 27 maggio 2024, il Corriere del mezzogiorno ha dato notizia del recupero, a Palinuro, di un’anfora da parte di un sub che l’ha portata in superficie, si è scattato una foto ricordo e poi ha autonomamente deciso di ricollocarla sul fondale a 81 metri di profondità. Secondo il giornale, nel rispetto delle leggi e del contesto archeologico. Cfr. Martino 2024. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	La figura dell’ispettore onorario è tuttora normata dalla legge n. 386 del 27 giugno 1907 a cui si richiama la circolare ministeriale del 28 novembre 2008 ribadendone, purtroppo, i compiti di vigilanza e ‘attività informativa e di denunzia’ più che di concorso nella tutela e conoscenza.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Nel momento in cui si interviene sulle bozze pronte per la stampa del presente articolo (marzo 2024) in realtà l’iniziativa descritta sembra non avere prodotto risultati neppure a livello di pubblicazioni e questo è certamente un peccato. Non sta però a noi approfondire la questione che forse si configura come un’occasione persa anche se, informalmente, ci è stato raccontato che le persone che affollano i Lidi veneziani in molti casi hanno comunque acquisito una qualche maggiore consapevolezza storica legata ai materiali che trovano in spiaggia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Negli anni Settanta le persone autorizzate a raccogliere e detenere reperti archeologici trovati lungo le sponde del Tamigi erano una cinquantina, ma ora sono migliaia e oltre a pubblicare libri ed esporre quanto trovato sfruttano le possibilità offerte dai social con, ad esempio, Jason Sandy che ha raggiunto 100000 follower su Istagram. Al punto che quella e altre pagine social sono ormai di grande utilità, ad esempio per cercare confronti (privi di contesto!) per alcune classi di materiali, dalle pipe ai bottoni, alle fibbie e small finds in genere. Un’attività divenuta talmente </hi><hi rend="CharOverride-3">public</hi><hi rend="CharOverride-2"> che nel 2023 l’autorità portuale ha dovuto sospendere la concessione di nuovi permessi per la raccolta, ma le </hi><hi rend="CharOverride-3">Mudlarking Exhibitions</hi><hi rend="CharOverride-2"> programmate nel 2024 sono comunque numerose e addirittura prevedono la rotazione giornaliera di più raccoglitori. Il tutto con la collaborazione di archeologi che valutano i rinvenimenti e talvolta agevolano la consegna a laboratori di restauro e musei. Oltre a Maiklem 2021, si veda &lt;https://www.handsonhistory.uk/&gt; e il Redazionale dell’Economist (</hi><hi rend="CharOverride-3">The Economist</hi><hi rend="CharOverride-2"> 2023). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_24_297-306.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In tale direzione, l’undici aprile 2022 l’iniziativa veneziana ha riportato gli studenti delle scuole a raccogliere, in spiaggia, ‘tochetin’ di ceramica da trasformare poi in mosaici. L’evento a scopo educativo, ma dal titolo poco felice di ‘Caccia al tesoro’, </hi><hi rend="CharOverride-2" >è quindi andato</hi><hi rend="CharOverride-2"> avanti anche segnalando la necessità di approfondimenti per conoscere le vicende successive al crollo del campanile di San Marco e ragionando di ambiente in occasione della Giornata 2022 del mare. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://elparondecasa.net/2022/02/11/caccia-tesoro-campanile-san-marco/</hi></ref><hi rend="CharOverride-2">&gt;. Forse, e anche per come era nato, il progetto non sembra però avere avuto ulteriori sviluppi, ma questo non significa che non possa essere, nel 2024, di stimolo per ragionare senza chiusure preventive di materiali, storie locali, possibilità di fare ricerca e vivere il territorio. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Enrico Giannichedda, Catholic University of Sacro Cuore of Milan, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>e.giannichedda@libero.it</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0001-7229-9273</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Enrico Giannichedda, </hi><hi rend="italic">Declinare manufatti (e cultura materiale) al presente</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>22, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-7">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -</hi><hi>11</hi><hi>, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="161576">A. Schnapp, La conquista del passato. Alle origini dell&amp;#39;archeologia, Mondadori, Milano 1994.</bibl>
          <bibl n="161596">E. Giannichedda, Fulmini e spazzatura. Classificare in archeologia, Edipuglia, Bari 2021.</bibl>
          <bibl n="161714">L. Maiklem, A field guide to larking, Bloomsbury, London 2021.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>