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        <title type="main" level="a">Il ruolo del commercio internazionale fra Oriente ed Occidente nel processo di cristianizzazione. Il caso dei Petici e dell’Abruzzo. Alcuni appunti</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-3703-9964" type="ORCID">
            <forename>Vasco</forename>
            <surname>La Salvia</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Chieti-Pescara G. D'Annunzio, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.25</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This article explores the intertwined dynamics of trade, religion, and geography through the lens of the Petici family, prominent merchants engaged in long-distance trans- Mediterranean commerce during the Roman Empire. While existing studies have covered the Petici family’s role in trade, this contribution seeks to contextualize their commercial activities within the cultural dynamics that facilitated the dissemination of new religious ideas, particularly Christianity. Examining archaeological findings and epigraphic evidence, the article explores the early Christianization of Abruzzo, emphasizing the Petici family’s association with this process. In conclusion, this article portrays Abruzzo not as an isolated region but as an integral part of the Roman economic, administrative, and cultural landscape. The Petici family emerges as a key player in bridging the Western and Eastern Mediterranean through trade, potentially influencing the spread of Christianity in the region.</p>
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            <item>Indian Ocean</item>
            <item>Late Ancient Abruzzo</item>
            <item>Christianization</item>
            <item>Transmarine trade</item>
            <item>Peticii family</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.25<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.25" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>Il ruolo del commercio internazionale fra Oriente ed Occidente nel processo di cristianizzazione.<lb/>Il caso dei Petici e dell’Abruzzo. Alcuni appunti</hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Vasco La Salvia</hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: This article explores the intertwined dynamics of trade, religion, and geography through the lens of the Petici family, prominent merchants engaged in long-distance trans-Mediterranean commerce during the Roman Empire. While existing studies have covered the Petici family’s role in trade, this contribution seeks to contextualize their commercial activities within the cultural dynamics that facilitated the dissemination of new religious ideas, particularly Christianity. Examining archaeological findings and epigraphic evidence, the article explores the early Christianization of Abruzzo, emphasizing the Petici family’s association with this process. In conclusion, this article portrays Abruzzo not as an isolated region but as an integral part of the Roman economic, administrative, and cultural landscape. The Petici family emerges as a key player in bridging the Western and Eastern Mediterranean through trade, potentially influencing the spread of Christianity in the region.</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione: dal globale al particolare e ritorno. Questioni di scala, religione e geografia</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La famiglia dei Petici ed il suo ruolo nel commercio trans-mediterraneo a lungo raggio con l’Oriente sono già stati oggetto, in modo per altro assai approfondito, di importanti studi e, dunque, questo breve contributo non aggiunge nulla di nuovo da questo specifico punto di vista</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-020">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Il presente lavoro cercherà, invece, di collocare l’attività dei Petici lungo questi assi commerciali all’interno di quelle dinamiche culturali che hanno portato alla diffusione di nuove idee religiose, in questo caso del cristianesimo. La mia ipotesi è che grandi mercanti, quali i Petici, possano aver giocato un ruolo fondamentale nella espansione e nella stabilizzazione della nuova religione anche nel Mediterraneo occidentale, secondo uno schema che sembra essere stato profondamente radicato nelle pratiche culturali del Mediterraneo orientale e oltre (verso est) in quella che era l’oicumene euroasiatico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-019">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In effetti, la più recente storiografia tende a sottolineare come la materialità delle percorrenze commerciali (dalla logistica agli attori stessi delle transazioni economiche), si sia trovata a svolgere un ruolo centrale anche nella costruzione dei paesaggi culturali oltre che di quelli economici e sociali. Il movimento di cose, persone ed idee è, effettivamente, da sempre interconnesso. Inoltre, dal momento che nel mondo premoderno solo poche categorie di persone erano in grado effettivamente di muoversi su lunghe distanze, queste potevano essere facilmente intercambiabili o sovrapponibili fra loro. Da questo punto di vista, i mercanti stessi risultano, a volte, figure assai poco definite nei loro contorni: i commercianti, infatti, occasionalmente, potevano fingere di essere o agire contemporaneamente come pellegrini e/o individui ispirati da diverse motivazioni religiose per evitare il pagamento di tasse e imposte. Allo stesso modo, quanti intraprendevano un viaggio spirituale, come nel caso dei pellegrinaggi, potevano essere spinti non solo da profonde motivazioni religiose ma anche da una combinazione di queste con interessi economici (Vercauteren 1964, 407; Gazzini 2002; Pollard 2014, 469). Non sorprende, quindi, che pellegrini o missionari viaggiassero spesso insieme ai mercanti (e alle merci), muovendosi lungo quelle stesse rotte che mettevano in contatto Oriente e Occidente. Tutto questo complesso di relazioni economico-culturali richiedeva almeno un altro elemento fondamentale: il sostegno di gruppi di investitori e ricchi armatori. Dunque, fu l’insieme di tali processi economici, sociali e culturali a costruire il concreto collegamento che consentì di unire luoghi tra loro geograficamente assai distanti. In questo senso, le reti commerciali rappresentarono la cruciale </hi><hi rend="CharOverride-4">conditio sine qua non</hi><hi rend="CharOverride-2"> per qualsiasi attività di proselitismo e, quindi, anche per la diffusione delle idee religiose. L’espansione del cristianesimo e dell’islam, come prima di loro quella del buddismo, dovette il suo successo tanto all’azione combinata di sovrani, soldati, conquistatori e missionari, quanto a quelle di ‘semplici’ mercanti che svolsero il ruolo fondamentale di mediatori culturali all’interno delle reti commerciali e di comunicazione. Gli insediamenti permanenti dei mercanti impegnati sulle rotte a lungo raggio in luoghi specifici divennero, così, importanti punti di contatto interculturale e finirono per facilitare le interazioni di carattere socio-culturale per tutta l’epoca premoderna. Come intermediari tra le comunità ospitanti e quelle straniere, superando barriere culturali e linguistiche, i mercanti fungevano quali principali interlocutori in questioni commerciali, giudiziarie e pratiche (</hi><hi rend="CharOverride-2">Seland 2014a). Analogamente agli snodi commerciali, i luoghi sacri divennero rapidamente centri socio-economicamente attivi in grado di movimentare un gran numero di persone, mettendo in moto non solo diverse forme di sviluppo religiose e spirituali ma creando, allo stesso tempo, anche i presupposti per la crescita di un significativo indotto economico (Park 2004, 2).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’ipotesi centrale di questo contributo, dunque, è che la diffusione del cristianesimo in Abruzzo e in Italia possa presentare dinamiche in qualche caso simili a quanto descritto in precedenza. Più nello specifico, la consolidata rete commerciale della regione con il mondo orientale, attraverso il Nord Africa, quindi, potrebbe aver giocato un ruolo altrettanto fondamentale al pari di quello svolto da Roma (maggiormente riconosciuto e riconoscibile) nella diffusione della nuova fede. In questo senso, importanti famiglie di mercanti, come quella dei Petici, inserite da lungo tempo nel commercio trans-marino a lungo raggio/percorrenza, sembrano essere state direttamente coinvolte in questo processo di rinnovamento culturale.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Il commercio con l’Oriente in Abruzzo e la nuova fede: ancora sui Petici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La prima testimonianza del processo di cristianizzazione dell’Abruzzo e del suo possibile legame con le rotte del commercio a lunga distanza fra Oriente ed Occidente è un’intrigante lapide funeraria in calcare. Questa epigrafe, allo stesso tempo, attesta tanto la precoce presenza cristiana nell’area quanto il legame di quest’ultima con le attività mercantili, come vedremo in seguito. La lastra è stata rinvenuta nell’entroterra di Sulmona, nella Valle Peligna, ma è purtroppo priva del suo contesto originario. L’iscrizione sulla lapide è circondata da una cornice con doppie strisce lungo i lati verticali. In alto, sul lato corto, la stessa cornice è intagliata e presenta il cristogramma inciso tra alfa maiuscola e omega in minuscolo – A e ω. L’iscrizione stessa è in caratteri capitali quadrati di forma piuttosto uniforme (almeno nelle prime tre righe). L’epigrafe fu commissionata da Q. Peticius Habentius, definito come neofita (termine che non sembra comparire prima della metà del secolo IV), che commemora il proprio dolcissimo figlio Q. Peticius Navigius, morto a soli ventitré anni (vedi Pani 1986, 8-9).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Inoltre, l’iscrizione presenta altri motivi di interesse. In primo luogo, l’uso inequivocabile di simboli cristiani conferma la presenza di una comunità di fedeli nell’Abruzzo interno (in particolare nella Valle Peligna) almeno a partire dalla metà del IV secolo. È certo difficile mettere in relazione questa testimonianza con la diffusione di questo nuovo culto, attribuita all’attività di evangelizzazione nell’Italia appenninica di San Feliciano e datata alla metà del III secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Tuttavia, è sicuramente un indizio rivelatore di una cronologia molto precedente rispetto all’attestazione ‘ufficiale’ di questa stessa comunità e della sua sede vescovile – parte della diocesi di Valva e Sulmona – che si trova in due lettere di Papa Gelasio: a Geronzio vescovo di Valva (oggi Corfinio), datata al 494-95, e a Palladio, vescovo di Sulmona, datata al 496, che parteciperà poi al Sinodo romano del 499</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Un’altra indicazione della presenza di comunità cristiane o giudeo-cristiane in quest’area è fornito dal ritrovamento di una lucerna in argilla a Sulmona nel 1921, la cui iconografia rappresenta Nabucodonosor e i tre giovani che rifiutano l’idolatria. L’iconografia di questa scena e la sua rappresentazione nell’arte paleocristiana sono state analizzate a fondo nel classico e ancora valido volume di C. Carletti, che colloca l’impiego di questa scena sulle lucerne in un periodo che va dalla metà del IV all’inizio del V secolo d.C. Questo arco temporale non è troppo distante dall’epigrafe dei Petici in questione. Vale anche la pena ricordare che i ‘tre giovani’ erano oggetto di un culto popolare nell’Africa tardo-romana, il cui legame con la famiglia Petici sarà discusso di seguito (Manna 1921; Carletti</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-2">1975). Sempre nel corso del V secolo, inoltre, il vescovo di Amiternum, Quodvultdeus, anch’egli di certa origine africana, propriamente cartaginese, ristrutturò e rinnovò la tomba di San Vittorino nelle catacombe omonime, costruendo un mausoleo composto da lastre e blocchi di spoglio lavorati a bassorilievo con rappresentazioni antropomorfe che si ispirano al patrimonio figurativo paleocristiano (Redi, De Iure e Siena 2012, 196</hi><hi rend="CharOverride-2">; Somma 2012)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Quindi, anche se scarse, vi sono alcune prove che confermano la presenza di una primitiva comunità cristiana emergente in Abruzzo che potrebbe aver trovato fra i suoi ‘attori principali’ proprio alcuni dei mercanti che percorrevano le rotte orientali. Pertanto, il rapporto diretto con Roma, assicurato dalla rete stradale intorno alla via Salaria e Tiburtina, non fu probabilmente l’unica direzione da cui il cristianesimo raggiunse questa regione, come generalmente si ritiene. Piuttosto, parallelamente a un’ondata di cristianizzazione propriamente occidentale originatasi dalla Città Eterna – centro del culto cristiano nel Mediterraneo occidentale in età tardo antica – è assai probabile che l’Abruzzo conoscesse anche un’altra corrente di proselitismo ed evangelizzazione proveniente direttamente da sud-est</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In secondo luogo, la menzione della famiglia dei Petici, i cui membri erano attivamente coinvolti nel commercio marittimo a lunga distanza all’interno delle reti del Mediterraneo orientale, fornisce indizi non solo del loro ruolo nella costituzione delle prime comunità cristiane in Abruzzo, ma anche della rilevanza dell’elemento ‘orientale’ nella diffusione della nuova religione in quest’area dell’Italia, permettendoci così di collegare le attività dei mercanti coinvolti nel commercio a lunga distanza con l’evangelizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Tuttavia, per comprendere meglio tale questione è necessario approfondire, seppur brevemente, la storia della famiglia dei Petici ed alcuni aspetti della sua onomastica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La possibile origine del cognomen Navigius da un soprannome, come suggerito da Kajanto, sottolinea il legame della famiglia dei Petici con le attività commerciali e marinare almeno fino alla metà del IV secolo, data la diretta derivazione del nome dal verbo latino navigare. Sebbene attestato anche a Roma (in 9 occasioni), il nome Navigius era utilizzato prevalentemente all’interno delle comunità cristiane del Nord Africa (dove, come vedremo, la famiglia Petici svolse a lungo attività economiche e commerciali) specie all’interno della gerarchia ecclesiastica. Infatti, Navigius fu non solo il nome del fratello di Agostino, il celebre vescovo di Ippona ma anche altri due vescovi portarono questo nome tra la fine del IV e il VI secolo: quello di Thysdus nell’attuale Tunisia e quello di Rusicade in Algeria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. È quindi possibile ipotizzare almeno un legame di lunga data della famiglia dei Petici con il Nord Africa, che alla metà del IV secolo era ancora economicamente vivace ed anche un importante snodo commerciale tra Oriente e Occidente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, e che questo stesso rapporto abbia avuto anche un certo impatto sulle loro tradizioni onomastiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">	I Petici, infatti, erano commercianti e sono attestati da differenti tipi di fonti (in particolar modo da epigrafi), in tutto il mondo romano e nel Mediterraneo per diverse generazioni (in Pannonia, nella Gallia Narbonense, in Lusitania e, specialmente, in alcune aree dell’Africa settentrionale quali Mauritania, Numidia, Byzacena, Tripolitania e alto Egitto). Possediamo circa ottanta iscrizioni che ne fanno menzione alcune delle quali, essendo di ‘argomento commerciale’, tratteremo con maggiore attenzione. Probabilmente erano originari di Amiternum (in provincia dell’Aquila), in Abruzzo. Questa famiglia fu una delle più importanti famiglie italiche che svolsero un ruolo di primo piano nelle attività commerciali all’interno delle grandi reti del traffico mediterraneo con l’Oriente tra la metà del I secolo a.C. e l’età tiberiana (il periodo di maggior sviluppo di questo sistema commerciale)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> ma, probabilmente, fino al IV secolo d.C., come lascia pensare l’epigrafe di Sulmona di Habentius e Navigius. Grazie a un passo di Plutarco (Pomp. LXXIII, 3, 6), veniamo a conoscenza di un Peticio che, davanti alla costa della Tessaglia, alla foce del fiume Tempe, prese a bordo della sua nave, probabilmente una frumentaria, il generale romano Pompeo mentre quest’ultimo stava fuggendo dopo la sconfitta di Farsalo nel 48 a.C. Pertanto, questo Peticio potrebbe essere riconosciuto come un mercante di grano. Il nome di un altro membro della medesima famiglia, graffito su un’anfora (forse una Dressel 1) rinvenuta a Cartagine (CIL VIII, 22640, 65), invece, si riferisce al traffico di vino e può essere datato agli ultimi decenni del I secolo a.C., nel corso della prima metà del regno di Augusto. Tra le copiose testimonianze epigrafiche, tuttavia, le più emblematiche dal punto di vista economico-commerciale sono le iscrizioni lasciate da M. Attius Peticius Marsus che donò una piccola statua di bronzo di Ercole Curino al tempio intitolato alla stessa divinità nei pressi di Sulmona. Egli potrebbe essere identificato con il Peticius Marsus il cui nome si legge graffito su un dolio di Diano Marina (Liguria, Italia), recuperato da un relitto, che probabilmente trasportava vino dalla </hi><hi rend="CharOverride-4">Hispania Tarraconensis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Se così fosse, questo Peticius Marsus doveva essere legato al commercio di vino della metà del I secolo d.C., mentre altri Petici, delle generazioni precedenti, sembrano essere stati commercianti di cereali. Un ulteriore C. Peticius ha lasciato il suo nome iscritto in latino e in greco nel Paneion di Ouadi Hammamat, in Egitto, sulla strada che dal porto nilotico di Coptos portava al Mar Rosso. Tale iscrizione plausibilmente risale all’età tiberiana (CIL III, 1, 29)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Questa breve indagine epigrafica e sulle fonti ci permette di individuare con una discreta precisione almeno tre o quattro diversi membri della famiglia dei Petici e le loro attività: 1) un mercante di grano della metà del I secolo a.C. di cui non conosciamo il prenonomen; 2) un commerciante, probabilmente di vino, del periodo del Triumvirato o dell’inizio del regno di Augusto; 3) un importante mercante, in viaggio tra Coptos e Quseir Hammamat alla fine dello stesso regno o, più plausibilmente, sotto quello di Tiberio: gli ultimi due si chiamavano entrambi C. Peticius; 4) un importante commerciante di vino della metà del I secolo d.C., M. Peticius Marsus. Il primo e il secondo membro coincidono cronologicamente ma sono probabilmente due individui distinti, altrimenti si tratterebbe di un commerciante sia di grano che di vino, associazione che l’epigrafia finora non sembra attestare. Inoltre, il primo membro potrebbe essere identificato anche con il terzo; tuttavia ciò sarebbe possibile solo se, per il medesimo individuo, ipotizziamo una vita e una carriera molto lunga, dato che l’anfora cartaginese risale a venti o trent’anni prima dell’iscrizione di Ouadi Hammamat. L’anfora in questione proviene, infatti, dal ‘muro’ della collina di Byrsa a Cartagine e da un contesto in cui le date consolari sui vasi vanno dal 43 al 15 a.C., ma con una chiara concentrazione per l’anno 22 (nove su dodici). Si tratta, quindi, di un periodo troppo lungo per rendere plausibile il viaggio nel deserto egiziano di un già anziano C. Peticio. Pertanto, si può affermare, con una certa sicurezza, che nell’arco di un secolo le fonti rilevano ben quattro generazioni di Petici. Il primo si interessava di grano, il secondo e il quarto di vino, il terzo potrebbe aver supervisionato, tra il Nilo e il Mar Rosso, la spedizione di merci destinate al mercato orientale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. In effetti, proprio l’epoca compresa fra la fine del regno di Augusto e quello di Tiberio costituisce il momento della strutturazione e della grande espansione per questa attività (il commercio del vino) in questo quadrante geografico, e il frammento di anfora rinvenuta a Mathura (India centro-settentrionale, nel bacino idrografico del Gange) appartiene proprio a questo periodo e sottolinea, al contempo, la profondità e la capillarità di questo sistema commerciale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Spingendo al limite la nostra ricostruzione, indulgendo un poco con la fantasia, si potrebbe riconoscere nel C. Peticius di Ouadi Hammamat il giovane figlio dell’uomo registrato sull’anfora di Cartagine, che svolge il ruolo di agente per conto del vecchio padre ritiratosi nella quiete dell’idilliaca Marsica o del Nord Africa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Recentemente è stato identificato un altro membro della famiglia, P. Peticius. Il suo nome è stato inciso in un’iscrizione su un vasetto di piombo rinvenuto a </hi><hi rend="CharOverride-4">Nomentum</hi><hi rend="CharOverride-2">, vicino a Roma, purtroppo ora perduto. Questo contenitore misurava 2,1-2,2 cm di altezza e 2 cm di larghezza. La sua tipologia (bivalve, fuso in matrice, con un marchio normalmente a rilievo), è ben nota e appartiene a una particolare categoria di piccoli vasi che in età medio e tardo-ellenistica circolavano nel mondo mediterraneo. Venivano realizzati per il trasporto e la vendita di prodotti medici e aromatici come il lykion, il myrron, l’aitnaion, e possono essere datati tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Si può ipotizzare, dunque, che l’importazione di sostanze aromatiche e medicinali sia stato uno dei commerci di ‘ritorno’ dell’attività della famiglia con l’Oriente. L’attività di P. Peticius potrebbe essere stata quella di un farmacopola o </hi><hi rend="CharOverride-4">aromatarius</hi><hi rend="CharOverride-2">. Mentre la prosopografia dei Petici, come abbiamo visto, fa riferimento al commercio su larga scala, l’attività di P. Peticius sembra essere legata al settore della lavorazione dei prodotti e della distribuzione al dettaglio di beni suntuari. I Petici potrebbero, così, aver sviluppato attività specializzate per lo sfruttamento commerciale dei prodotti pregiati acquisiti attraverso i loro collegamenti mercantili con l’Oriente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La presenza e l’attività della famiglia dei Petici nelle percorrenze degli scambi a lungo raggio del Mediterraneo e oltre, non costituiscono l’unica testimonianza dell’importanza dell’Abruzzo interno come luogo di transito delle merci da e per l’Oriente. Vale la pena di citare un curioso bassorilievo proveniente dal Museo Nazionale Archeologico di Chieti. Questo, nel registro superiore – in modo del tutto inaspettato per l’Abruzzo – rappresenta un dromedario che trasporta due anfore vinarie, guidato da una piccola figura in tunica, e, in quello inferiore, allineati frontalmente, sei uomini in toga (a destra rimane solo un frammento del sesto) e una donna. Misura 1 m di larghezza e 95 cm di altezza. È stata collocata in un muro del cortile di Palazzo Dragonetti de Torres a L’Aquila e non se ne conosce l’esatta provenienza. Le toghe, ancora strette, rientrano nella categoria Ab (‘Pallium-Typus’), come descritto da H. R. Goette, il che suggerirebbe una datazione del bassorilievo all’ultimo quarto del I secolo a.C. Il dromedario con le anfore allude ovviamente all’attività di una famiglia o di un determinato gruppo di persone, che hanno voluto e potuto erigere una struttura (probabilmente funeraria) di cui ci resta questo solo frammento, proprio a memoria del loro tipo di occupazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Inoltre, un frammento di bassorilievo altrettanto interessante è conservato presso il Museo Civico “De Nino” di Corfinio (AQ) e rappresenta una nave romana, probabilmente per il trasporto di merci, di nuovo non una comune rappresentazione iconografica per la montuosa regione dell’Abruzzo. Tuttavia, vale la pena ricordare che proprio da questo municipio proviene una epigrafe (CIL IX, 3188) che menziona i Petici e, probabilmente, la loro attività evergetica. Inoltre, in questo contesto, appare di grande importanza un’altra epigrafe proveniente da Sulmona, datata tra la fine del I e l’inizio del II sec. che cita un certo </hi><hi rend="CharOverride-4">Severius</hi><hi rend="CharOverride-2">, prefetto di Berenice, il porto romano sulla costa del Mar Rosso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La particolare concentrazione di simili testimonianze in uno spazio geografico così limitato sembra, quindi, indicare una particolare attitudine di questo territorio, la Valle Peligna e i suoi dintorni, alle ‘relazioni internazionali’ e una propensione al collegamento con i grandi traffici del Mediterraneo.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In sintesi, lungi dall’essere una regione semplicemente chiusa tra valli e montagne e dedita esclusivamente all’attività agro-pastorale, all’interno di un orizzonte economico di pura sussistenza, l’Abruzzo durante l’età imperiale e la tarda antichità appare come un’area pienamente integrata nelle dinamiche economiche, politico-amministrative e culturali del resto della penisola italiana e dell’intero mondo romano. L’attività mercantile della famiglia dei Petici, inoltre, collegava questa regione (e le sue risorse) al lucroso commercio orientale attraverso le reti che dal Nord Africa passando per il deserto nilotico giungevano, grazie ai porti sul Mar Rosso, fino nell’Oceano Indiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La lunga durata (I a.C./I sec. d.C.-IV sec. d.C.) di questo sistema di scambio, fondato sulle capacità imprenditoriali di una singola famiglia, rappresenta, quindi, un esempio illuminante del livello e della qualità della presenza commerciale romana sulle grandi vie di comunicazione con l’Oriente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Inoltre, l’importante famiglia dei Petici potrebbe aver svolto anche un ruolo rilevante nelle attività di proselitismo, cruciale per l’affermazione della nuova religione cristiana nella regione grazie proprio alla propria attività commerciale da e per i porti orientali. I Petici, dunque, si garantirono una posizione economica preminente e, di conseguenza, anche una funzione sociale di primo piano, all’interno della nascente comunità cristiana intorno alla seconda metà del IV secolo d.C., a conferma di un quadro, assai comune nella </hi><hi rend="CharOverride-4">pars orientis</hi><hi rend="CharOverride-2">, in cui mercanti, pellegrini e missionari hanno spesso percorso le stesse strade fin dalla antichità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-4">Acta sanctorum januarii</hi><hi rend="CharOverride-2">. 1853. “De S. Feliciano episcopo Fulignate in Umbria.” III: 195-204. Parigi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-4">Analecta Bollandiana</hi><hi rend="CharOverride-2">. 1890. “Vita S. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-020-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sui Petici e sul loro coinvolgimento nel commercio trans-mediterraneo vedi, fra gli altri, Gianfrotta 1989; Tchernia 1992; 2016, 47-8, 58, 220-28, 242, 244; De Romanis 2006, 250-51; Mc Laughlin 2010, 156-57; Marengo e Taborelli 2013; Cobb 2018, 30; Foraboschi 2014, 165; Schörle 2010.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-019-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In relazione alle dinamiche socio-economiche interne al primo cristianesimo esiste una considerevole bibliografia, per cui, nella consapevolezza di operare una scelta ‘ideologica’, per consonanza di orizzonte storiografico-culturale rimando nello specifico a quanto in Concannon 2017; Ferguson 1993, in particolare 547-84; Meeks 1983; sulla questione dell’oicumene euroasiatico, la sua dimensione socio-economica e culturale, oltre che geografica, vedi, McNeill 1991, 295-315 e Ghosh 2013; inoltre, si noti in particolare il caso di Severo Alessandro che si serviva del cristiano Sesto Giulio Africano (la cui origine è bene evidenziata dal e nello stesso nome) come </hi><hi rend="CharOverride-4">longa manus</hi><hi rend="CharOverride-2"> per i suoi affari in Oriente, Sordi 1995, 87-103.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In merito a S. Feliciano e la sua attività di proselitismo nell’area appenninica a cavallo fra Umbria e Piceno fra II e III sec. d.C. si veda </hi><hi rend="CharOverride-4">Acta sanctorum januarii</hi><hi rend="CharOverride-2"> 1853; </hi><hi rend="CharOverride-4">Analecta Bollandiana</hi><hi rend="CharOverride-2"> 1890; Faloci Pulignani 1917-1919; Burchi 1964; Lanzoni 1927, 451-53.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	 Sulla diffusione del cristianesimo in questa regione, cfr. Löwenfeld 1885, 4-5 note 7-8 e Kehr 1909, 253; vedi anche la voce Abruzzo in Corby Finney 2017, 6-7 con bibliografia; Somma 2015; inoltre, G. Pani, seguendo Silvagni, sottolinea l’importanza del piccolo ma rilevante patrimonio epigrafico cristiano abruzzese. Queste iscrizioni, come quelle di Catervio dal paese di Paganica, presso L’Aquila (CIL IX, 3601), di Costantino e Olimpia ad Antrodoco, in Sabina (CIL IX, 4660, 4662) e quella del diciottenne Lalio Erculenzio a San Clemente a Casauria (CIL IX, 3073), oltre a quelle rinvenute nelle catacombe della regione, infatti, si distinguono per qualità e antichità. Essi precedono di oltre un secolo i primi riferimenti storici ai vescovi e alle rispettive diocesi e, pertanto, hanno valore anche come indicatori delle tradizioni agiografiche dei luoghi in questione, Pani 1986, XXIII e Marano 2019, 83.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Ancora in merito alla figura di Quodvultdeus vedi González Salinero 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sul tema della diffusione del cristianesimo lungo la Salaria e la rete stradale romana in Abruzzo, si veda Antonelli 2008, 203-05, 287-89, 379; più legata alla forza propulsiva di Roma, come centro della cristianità, sembra essere la primissima testimonianza della presenza cristiana a Castelvecchio Subequo (AQ), situato lungo la via Tiburtina, dove a partire dalla metà del IV secolo un’area cimiteriale, più precisamente delle catacombe, era frequentata da una comunità di credenti piuttosto numerosa, come in Giuntella et al. 1991 e più recentemente in Cerrito 2020, in cui, però, si segnala anche la fondazione, nel corso del V secolo, della chiesa di Sant’Agata, martire siciliana, per la stessa area (lasciando così aperta, ancora una volta, la possibilità anche di una precoce influenza sud-orientale sul processo di cristianizzazione); inoltre si veda, Redi, De Iure e Siena 2012, 201: «Del resto, la forte presenza greca nel territorio è confermata da numerose dedicazioni di chiese a santi orientali».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Come notato da Seland, durante la tarda antichità, il cristianesimo era una religione in forte espansione e, probabilmente, anche per questo motivo ebbe il potenziale necessario per impattare in modo profondo sull’orizzonte cognitivo-culturale degli operatori commerciali, allo stesso modo di quanto faranno altre religioni monoteistiche in periodi successivi. Ciò significa che i mercanti si trovarono fondamentalmente coinvolti in dinamiche di mediazione culturale. Questo è particolarmente vero per coloro che erano impegnati in transazioni a lunga distanza, in particolar modo quanti erano coinvolti nelle rotte verso Oriente. Nella maggior parte dei casi, il quadro materiale del commercio internazionale dell’epoca, infatti, comportava la formazione di insediamenti permanenti di mercanti in terra straniera che, di fatto, servivano come facilitatori dei rapporti interculturali, come intermediari tra le comunità ospitanti e gli stranieri, superando le barriere culturali. Numerose fonti lasciano trasparire l’esistenza di un collegamento diretto tra il processo di cristianizzazione e l’attività mercantile, fra evangelizzazione e dinamiche commerciali nelle aree del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, coprendo un arco cronologico considerevole. Gli Atti siriaci di Giuda Tommaso, composti all’inizio del III secolo CE, raccontano la storia dell’apostolo Tommaso, venduto come schiavo-carpentiere al mercante Habban e inviato in India per costruire un palazzo per il re Gondophares (numismaticamente attestato come sovrano di un regno indo-partico nella valle dell’Indo intorno al 20-45 CE), fatto che implica non solo un’azione di evangelizzazione, per diffondere la nuova religione, ma anche un periodo di residenza continuativa nelle zone dell’apostolato. Inoltre, secondo il resoconto di Filostorgio sull’ambasciata di Teofilo l’Indiano al re di Himyar (ca. 356 CE), il primo passo del piano di Costanzo II per convertire la così detta India (in realtà, in questo caso, la penisola arabica) fu quello di ottenere il permesso di costruire chiese per i commercianti romani in visita nella regione. Vengono citati anche i potenziali bisogni dei convertiti locali, ma la diaspora commerciale romana sembra essere stata la scusa necessaria per questo coinvolgimento ‘straniero’. Alla fine furono costruite tre chiese a spese del re himyarita. Una di esse nella capitale Tapharum (Saphar) e le altre due, significativamente, ad Aden, «dove erano soliti arrivare i viaggiatori dal territorio romano» e «dove c’è un noto mercato persiano all’imboccatura del Golfo Persico». L’ubicazione di queste ultime chiese sottolinea il legame tra religione, comunità della diaspora e attività commerciali, mentre il coinvolgimento di Costanzo II e del suo ambasciatore sottolinea come la commistione tra commercio e religione stimolasse anche l’interesse politico; infine, nel caso della conversione di Aksum (nell’odierna Etiopia/Eritrea), come riportato dallo storico della Chiesa Rufino, nella sua Storia Ecclesiastica (ca. 402-403 CE), le prime azioni a favore del cristianesimo e dei cristiani di Frumenzio, poi confermato da Atanasio di Alessandria come vescovo intorno al 357, non furono quelle di avviare la conversione della corte o del regno in generale, ma di intraprendere indagini discrete sulla presenza di fedeli tra i mercanti romani. Solo in seguito, Frumenzio iniziò a ottenere concessioni per il resto dei suoi correligionari. L’epigrafe di Habentius e Navigius, quindi, potrebbe essere un segno dello stesso tipo di processo o, almeno, un’indicazione della presenza anche in Abruzzo del medesimo tipo di dinamiche economico-culturali, che, per quanto possiamo comprendere dalle fonti citate in precedenza, sembrano essere state comuni al mondo tardo romano-orientale, al quale i Petici non sembrano essere stati affatto estranei. Portando avanti la nostra speculazione, quindi, non sarebbe del tutto irrealistico immaginare che questa famiglia di mercanti dell’area di Sulmona possa aver avuto un ruolo decisivo, in termini di ricchezza e posizione sociale, alla metà del IV secolo nella costruzione di una comunità cristiana in questa stessa regione. Per la commistione tra proselitismo cristiano e attività commerciali in Oriente, si veda, Seland 2014a; Tomber 2007a; Seland 2014b, 385.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Su </hi><hi rend="CharOverride-4">Navigius</hi><hi rend="CharOverride-2"> vedi, Kajanto 1982, 116, 347; 1963, 39, 81; Nsiri 2021; Mandouze 1982, 772-74.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sulla situazione economica dell’Africa tardo romana, fra i numerosi studi, si legga Tedesco 2018; Hobson 2015; Bonifay 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Certo resta intrigante e suggestivo, quasi romanzesco, pensare ad una matrice cartaginese, forse propriamente agostiniana, dell’organizzazione del primo cristianesimo abruzzese ma appare comunque curiosa la coincidenza che tanto Quodvultdeus, quanto Navigius risultino legati alla imponente figura del vescovo di Ippona, il primo per essere stato ordinato diacono da questi intorno al 421 e, il secondo, per potare il nome del di lui fratello. D’altro canto, la cronologia degli eventi (la costruzione del mausoleo di S. Vittorino e la realizzazione dell’epigrafe di Habentius e Navigius) potrebbe lasciar supporre che l’ondata di proselitismo da queste zone verso l’Italia peninsulare sia stata anche il risultato di una forzata migrazione seguita allo stanziamento dei Vandali che, inizialmente comportò un irrigidimento della politica anticattolica dei nuovi venuti, nel tentativo di imporre l’arianesimo in tutto il Nord Africa ed una netta cesura nei traffici verso l’Oriente. In merito alla complessa problematica della politica religiosa dei Vandali (ed alle sue ripercussioni sull’Italia peninsulare ed insulare), a titolo di esemplificativo, fra gli altri si vedano Gelarda 2010; Martorelli 2010; Artizzu 1992-1993.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sul copioso patrimonio epigrafico inerente i Petici leggi quanto in Foraboschi 2014, 165. Sulla possibilità di un’origine dall’amiternino della medesima famiglia vedi quanto in Segenni 1985. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sulla base della statuetta in lega di rame, conservata presso il MAN di Chieti, corre una iscrizione ageminata in argento che riporta il </hi><hi rend="CharOverride-4">nomen</hi><hi rend="CharOverride-2"> Peticius e il </hi><hi rend="CharOverride-4">cognomen</hi><hi rend="CharOverride-2"> Marsus, chiara indicazione della provenienza geografica del committente; in proposito Gianfrotta 1989; Tchernia 1992. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sull’iscrizione nel Paneion di Ouadi Hammamat, vedi Tchernia 2016, 47-8. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In relazione a questa ricostruzione prosopografica vedi Mc Laughlin 2010, 156-57; Tchernia 2016, 225-26, 228; 1992.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >Sull’argomento vedi quanto in Chakravarti 2012, 63: «Mathura in the Ganga-–Yamuna </hi><hi rend="CharOverride-4" >doab</hi><hi rend="CharOverride-2" > region stood as one of the premier political and commercial centres of the Kushan realm right from the first half of the first century CE to the end of the Kushan rule (c. middle of the third century CE). It is important to stress this political scenario because the emergence of the Kushans paved the way for the diversion of some Silk Road traffic into South Asia, which now became integrated into this commercial network»; inoltre, sull’importanza e la cronologia dei ritrovamenti di anfore romane (per il trasporto di vino dall’Occidente, principalmente dall’Italia e dalla Spagna) in questo sito si veda, Suresh 2004, 105, 108; Tchernia 2016, 226; Beaujard 2019, 391 nota 70. </hi><hi rend="CharOverride-2">In relazione ai rapporti commerciali fra Roma, il Mediterraneo ed il subcontinente indiano (ed agli indicatori ceramici) faccio riferimento, fra i numerosi studi, a Tomber 2007b; 2012; Schenk 2015; De Romanis 2020; Margabandhu 1965; Nappo 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Su questo ultimo ritrovamento vedi, Marengo e Taborelli 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Su questo bassorilievo leggi André Tchernia (1992, 299-300; 2016, pp. 226-27, entrambi con bibliografia relativa).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In </hi><hi rend="CharOverride-4">ILS 2699</hi><hi rend="CharOverride-2">, è menzionato </hi><hi rend="CharOverride-4">Decimus Severus</hi><hi rend="CharOverride-2">, figlio di </hi><hi rend="CharOverride-4">Decimus</hi><hi rend="CharOverride-2">, </hi><hi rend="CharOverride-4">praefectus praesidiorum et montis Beronices</hi><hi rend="CharOverride-2">. Con il termine </hi><hi rend="CharOverride-4">Mons Berenicis</hi><hi rend="CharOverride-2"> si designava un’ampia area a sud-est della provincia nilotica, situata nell’entroterra della città portuale di Berenice. Il coronimo indicava un’ampia porzione del deserto orientale egiziano e, a differenza di casi come </hi><hi rend="CharOverride-4">Mons Claudianus</hi><hi rend="CharOverride-2"> e </hi><hi rend="CharOverride-4">Porphyrites</hi><hi rend="CharOverride-2">, il termine </hi><hi rend="CharOverride-4">mons</hi><hi rend="CharOverride-2">, che traduce il greco </hi><hi rend="CharOverride-2" >όρος</hi><hi rend="CharOverride-2">, avrebbe in questo caso acquisito il significato di deserto, secondo l’uso del greco egiziano. Meno certa è l’ubicazione della Prefettura, probabilmente prima a Berenice e poi spostata a Coptos, vero e proprio centro amministrativo e di controllo delle rotte commerciali da e per l’Alto Egitto. Questa Prefettura, istituita originariamente da Augusto, era di fondamentale importanza per l’economia e il commercio romano. L’area, infatti, era anche estremamente ricca di miniere e cave e, per questo motivo, il Prefetto della regione aveva anche il compito di monitorare queste attività produttive, oltre ad essere al comando di un distretto militare fondamentale per il controllo dei commerci (e delle dogane) con l’Arabia e l’India e per la lotta alla pirateria nel Mar Rosso. Su questo argomento si veda, Faoro 2011, 101, 151-53, con bibliografia recente e completa; vedi anche De Romanis 2006, 251.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Questa parte dell’Abruzzo interno (come attestano le fonti archeologiche, epigrafiche e scritte), è solo apparentemente isolata ma, in realtà, è ben inserita in un contesto geografico e culturale più ampio. Numerosi ritrovamenti, infatti, documentano la circolazione di merci, idee e persone lungo le strade che, anche nell’area peligna, aprivano la società antica della zona al mondo allora conosciuto, che si estendeva attraverso il Mediterraneo, i paesi asiatici ed europei. La possibilità di scambio fu certamente garantita per secoli dall’impegno romano nella costruzione di una rete stradale capillare ed efficiente all’interno della quale, quindi, quest’area era perfettamente integrata. Sul tema si veda, Dionisio, Mari e Tuteri 2015; Staffa 2002; 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In relazione a ciò leggi Schörle 2010; Cobb 2018, 30; Foraboschi 2014, 163-72. Particolarmente interessante alle pp. 164-65 è il riferimento a un documento datato agli inizi del III a.C., in cui i Romani appaiono coinvolti in un contratto di credito marittimo insieme a genti di diversa provenienza (Greci, Cartaginesi), tramite un cittadino romano di nome Gneo, che (dettaglio affascinante) prevedeva di navigare verso sud a partire dall’Egitto, in direzione di una ‘mitica’ e indefinita terra delle spezie (che tuttavia possiamo ipotizzare essere collocata da qualche parte tra l’Arabia e l’India).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_27_345-360.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >Come in, Garnayak, Hazarika and Mishra 2014-2015, 135: </hi><hi rend="CharOverride-2" >«</hi><hi rend="CharOverride-2" >Ray notes that religious institutions played a role in enhancing intercontinental trade. These institutional mechanisms show close interconnection between the movements of goods, political power and religious establishments, particularly Buddhism, in Indian context, and Christianity in the Abyssinian land. Seland supports the idea that commercial relations in and around the Red Sea and the Indian Ocean were linked with the spread of Christianity during that time. According to him, “traders meeting in Aksumite ports would come from, be returning from, or be on their way to places such as Socotra, South Arabia, Malabar, and the Persian Gulf … and places such as northwestern India and Sri Lanka.”» </hi><hi rend="CharOverride-2">Sul ruolo attivo del cristianesimo e della sua emergente struttura organizzativa all’interno della rete commerciale fra Oriente ed Occidente si veda anche Tomber 2007a.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Vasco La Salvia, University of Chieti-Pescara G. D’Annunzio, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>vascolasalvia@gmail.com</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0003-3703-9964</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Vasco La Salvia, </hi><hi rend="italic">Il ruolo del commercio internazionale fra Oriente ed Occidente nel processo di cristianizzazione. Il caso dei Petici e dell’Abruzzo. Alcuni appunti</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>25, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-7">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -359, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_27_345-360-web-resources/image/1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-2">Figura 1 – Lastra rinvenuta nell’entroterra di Sulmona, nella Valle Peligna.</hi></p>
      
      <div>
        <listBibl>
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