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        <title type="main" level="a">A proposito del Khazneh al-Faroun</title>
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            <forename>Daniele</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.26</idno>
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        <p>One of the most famous monuments of Petra is considered by questioning its nature as a sepulchral monument, generally accepted. In the light of its architecture and its topographical location, other possible functions are cautiously taken into consideration.</p>
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            <item>Petra</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.26<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.26" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>A proposito del Khazneh al-Faroun</hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Daniele Manacorda</hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: One of the most famous monuments of Petra is considered by questioning its nature as a sepulchral monument, generally accepted. In the light of its architecture and its topographical location, other possible functions are cautiously taken into consideration.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Oltre un secolo fa a Michail Rostovtzeff, poco più che quarantenne, uscito dal lungo cammino della gola del Siq, si rivelò «un’apparizione scintillante d’un color arancio-rosato nel sole, che – annotava a una ventina di anni di distanza – una volta dev’esser stata la facciata d’un tempio o d’una tomba» (Rostovtzeff 1971, 39). Poche righe dopo confessava a sé stesso di ritenere che in effetti l’edificio fosse «un tempio e non un mausoleo» (Rostovtzeff 1971, 40). Ma quel dubbio avrebbe percorso l’intero Novecento, tanto che il curatore dell’edizione italiana delle </hi><hi rend="CharOverride-3">Città carovaniere</hi><hi rend="CharOverride-2">, Antonino Di Vita, si sentì in dovere di correggere il grande storico russo vergando una didascalia del volume di questo tenore: «El-Khazneh, tomba piuttosto che tempio…» (Rostovtzeff 1971, tav. 3).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La sterminata bibliografia dedicata al Khazneh al-Faroun, il più celebre degli edifici rupestri della capitale nabatea, ha oscillato in particolare nella definizione della datazione del monumento (Mc Kenzie 1990, 4-5) (oggi prevalentemente fissata tra la fine del I secolo a.C. e i primi decenni del secolo successivo), ma ha sostanzialmente accettato la sua interpretazione come tomba, mausoleo o heroon di uno dei dinasti di Petra, che portarono la città del deserto all’apice della sua ricchezza e del suo ruolo ai confini dell’impero romano. Tanto che lo stesso Rostovtzeff non aveva avuto difficoltà a definirla come centro di un vero e proprio «impero carovaniero» (Mc Kenzie 1990, 55) (Fig. 1).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Gli scavi condotti dal Department of Antiquities of Jordan ai piedi del Khazneh all’inizio del nuovo millennio hanno portato nuovi dati sull’intero complesso. Nel </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">2003</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> vennero infatti riportate alla luce, alla base della fronte del monumento, alcune tombe scavate nella roccia e ancora dotate dei loro elaborati accessi architettonici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-031">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Le tombe rupestri furono dissotterrate ad oltre sei metri di profondità in relazione con una pavimentazione che è stata riferita all’antico livello d’uso della piazza antistante, che – come quello del Siq che vi dà accesso – si è notevolmente rialzato nel corso dei secoli sotto un continuo accumulo di sabbia e detriti. L’immagine odierna del Khazneh non riflette dunque quella prevista all’atto della sua creazione, quando il monumento occupava una posizione più sopraelevata rispetto al piano d’accesso ed era raggiungibile attraverso un’ampia scalinata oggi parzialmente sepolta (Fig. 2). Le ossa umane e il materiale ceramico recuperato nello scavo delle tombe rupestri indicano una datazione tra I secolo a.C. e I secolo d.C., e comunque – sembra – precedente la creazione del Khazneh</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-030">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Un altare e alcuni resti di incenso documentano la frequentazione del sito anche per fini cultuali, connessi alla presenza di sepolcri, che sono stati posti in relazione con la dinastia reale di Petra, e in particolare con la famiglia di Areta IV (9 a.C.-40 d.C.).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Una ampia monografia in lingua italiana dedicata al sito di Petra, edita pochi anni prima dei più recenti scavi (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 186), non sembrava avere dubbi circa la destinazione sepolcrale del Khazneh, che, per quanto controversa, sarebbe stata infatti «suggerita dal programma figurativo, tutto legato alla simbologia funeraria e dal tipo di pianta e impostazione dell’interno […] con edicole e nicchie evidentemente destinate a contenere sarcofagi»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-029">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Oggi siamo in grado di supporre che, se le tombe giacciono al disotto della facciata del Khazneh al-Faroun, quest’ultimo, se non come tomba di un dinasta nabateo, potrebbe esser interpretato come l’heroon dove si svolgevano i riti associati al culto della famiglia, anche se resta aperta l’identificazione del dinasta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-028">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Insomma, il dilemma posto da Rostovtzeff non può dirsi definitivamente risolto. Infatti il problema è forse più complicato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In omaggio al lungo lavoro svolto da Guido Vannini in Giordania in questi ultimi decenni (Vannini 2013), ho pensato quindi di dedicare a lui una riflessione, che nasce proprio dalla insoddisfazione che un secolo e più di ricerche e studi su questo ‘monumento’ dell’archeologia petrea lascia in bocca a chi si accosti, anche da non competente, al tema della sua interpretazione. Fin dal momento in cui – percorso il Siq – ebbi il piacere di sbucare, come tanti milioni di turisti, in quel vasto piazzale dominato dalla mole fantastica del Khazneh, non potei, infatti, convincermi che il dilemma potesse essere risolto con una attribuzione secca di funzioni alternative (sepolcro vs heroon vs tempio…), ma andasse affrontato con un approccio che permettesse di accostarsi con una visione contestuale a quella architettura, che si presta a mio avviso ad una interpretazione polifunzionale: quella stessa che non si esclude per più d’uno dei più celebri edifici di Petra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-027">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’impero carovaniero di Petra si basava – come noto – sul controllo delle piste che, attraversando la penisola arabica o costeggiando il Mar Rosso, mettevano in comunicazione l’oriente asiatico con le coste del Mediterraneo, in particolare con Gaza, e quindi con i territori controllati dall’impero romano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-026">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. I testi, stringati ma assai significativi, di Diodoro e di Strabone ci danno il senso e l’immagine di quel predominio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-025">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. E in particolare confermano che il controllo dei territori attraversati dalle vie carovaniere garantiva al regno nabateo entrate molto cospicue grazie ai pedaggi imposti alle carovane e ai dazi molto elevati riscossi sulle merci trasportate (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 62). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Strabone descrive le carovane nabatee come veri e propri eserciti in movimento (Strabone, 16.4.23). Le loro dimensioni rivelano evidentemente l’esistenza di grandi investimenti, una parte dei quali confluivano sotto forma di gabelle alle finanze che resero possibile l’eccezionale impulso architettonico ed urbanistico che la città conobbe dopo il suo ingresso nell’orbita romana nel 62 a.C. e in particolare con i regni di Oboda III (30-9 a.C.) e Areta IV (9 a.C.-40 d.C.), che fecero di Petra una delle più ricche metropoli ellenistiche, grazie anche al raffinatissimo sistema di gestione delle risorse idriche di cui i Nabatei erano protagonisti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il sistema commerciale nabateo si basava su una rete efficiente di stazioni carovaniere presenti lungo le piste che conducevano alla città. Alcune direttrici fondamentali convergevano su Petra, la prima, da nord, proveniva da Bosra attraversando la regione dell’Hauran, la seconda, da ovest, proveniva da Gaza e dall’Egitto, e la terza, da sud, attraversava la penisola arabica passando per Hegra. Verso est la pista ancor più desertica che percorreva il wadi Sirhan in direzione del Golfo Persico faceva tappa all’oasi di Dumath (Durand 2018).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Plinio, descrivendo brevemente la posizione di Petra, accenna alle strade che la collegavano, verso occidente (Gaza e l’Egitto) e settentrione (la Siria), e quindi ai territori sotto controllo romano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, ma non descrive le modalità del loro accesso in città. Sappiamo comunque che la pista proveniente dal sud</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> raggiungeva Petra attraverso l’angusto tracciato del Siq, scavato nei secoli dalle acque del wadi Musa, che le carovane dovevano percorrere lentamente in fila prima di sboccare nella vasta area dominata dal Khazneh, con la sua facciata a due piani larga circa 28 metri (una misura assai vicina ai 100 piedi romani e agli 80 piedi tolemaici) e alta, oggi, quasi 40 metri dal piano della piazza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">È possibile che molte carovane, in particolare quelle di maggior mole, evitassero l’ingresso in città e facessero riferimento alla rete di scali periferici che circondava Petra. Ma nel periodo di massimo fiorire dei commerci carovanieri l’accesso al Siq fu agevolato tramite lo sbancamento di un affioramento di arenaria necessario per regolarizzare l’alveo del torrente nel quale correva la strada diretta verso Petra (Bourbon 2020, 51). La gola, cui dava accesso un arco rimasto parzialmente visibile fino al 1895 (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 121; Bourbon 2020, 58), corre per oltre 1200 metri tra strette pareti strapiombanti ed è larga in molti punti non più di 3 metri. L’allestimento del percorso richiese anche la deviazione delle acque dello wadi Musa nel vicino wadi Muthlim (il Piccolo Siq) ed una lastricatura in pietra regolata con una pendenza costante di circa il 5%. Il sistema durò a lungo fino a che l’abbandono tardoantico non riaprì la strada alle acque. Nel corso dei secoli successivi il profilo del Siq è andato quindi alterandosi profondamente sia per l’erosione idraulica sia per l’accumulo di detriti, sì che oggi si è in grado di ritenere che «in alcuni punti il piano di calpestio doveva essere 2.5 metri più alto, mentre verso il fondo la pavimentazione antica è situata oltre 4 metri sotto il livello attuale» (Bourbon 2020, 59).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Lungo il tragitto si aprono alcuni slarghi naturali della gola, che sono stati interpretati come luoghi di sosta per le carovane. Alcune piccole fontane ad uso dei viandanti e numerose edicole votive, rilievi devozionali e iscrizioni graffite sulla roccia sia in nabateo che in greco danno conto del passaggio dei mercanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, plasticamente testimoniato sulla parete meridionale della gola da due rilievi monumentali, nei quali si riconoscono, nonostante la forte erosione, le figure di alcuni mercanti nell’atto di condurre dei dromedari (Bourbon 2020, 62-3)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> (Fig. 3).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">È naturale pensare che le lunghe carovane in arrivo a Petra, giunte alla fine dello stretto percorso, trovassero nella piazza che si apriva d’un tratto ai loro occhi lo spazio dove disporsi ordinatamente e, eventualmente, distinguersi l’una dall’altra qualora il loro arrivo fosse stato concomitante. Dobbiamo supporre che, prima di riprendere il cammino ed entrare materialmente in città per percorrerne la via colonnata e quindi raggiungere l’altro estremo, che le avrebbe condotte sulla pista diretta al nord</hi><hi rend="CharOverride-5">,</hi><hi rend="CharOverride-2"> il responsabile del convoglio dovesse sottoporsi ad una procedura propria non solo delle città carovaniere, evidentemente prevista anche all’interno del regno nabateo, nei suoi porti e massime nella sua capitale: il pagamento del dazio sulle merci. È mia supposizione (non potendo utilizzare il termine convinzione) che questo obbligo venisse assolto all’interno del Khazneh, di cui ignoriamo il nome antico, ma conosciamo il possibile ruolo di heroon/mausoleo della dinastia regnante: un luogo dove la simbologia e la ritualità del potere monarchico poteva convivere con le funzioni finanziarie ed amministrative che di quel potere erano l’origine, il sostegno e la forza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Le caratteristiche architettoniche e decorative del Khazneh giustificano un simile ruolo aggiuntivo? Abbiamo visto che la sua tipologia architettonica non obbliga a postularne una funzione sepolcrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Il Khazneh si affacciava sulla piazza antistante mediante una larga scalinata che dava accesso a un vasto porticato munito di sei colonne alte 12 metri e mezzo. Si trattava dunque di un ambiente (largo 14 metri e profondo 6) dove le persone in entrata e in uscita avrebbero potuto essere gestite e smistate con relativa facilità e dove avrebbero potuto trovare posto banchi e tavoli necessari per le registrazioni delle merci</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Se le operazioni contabili non avvenivano direttamente nel portico, esse avrebbero potuto trovare spazio nelle due camere che si aprivano ai lati del portico stesso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, che in alternativa avrebbero anche potuto accogliere beni, in merci e soprattutto in denaro e metalli preziosi, che vi potevano essere stoccati in attesa di un loro trasferimento nell’erario cittadino. A meno che il Khazneh stesso non svolgesse questo particolare ruolo, che non appare in contrasto con le sue funzioni simboliche e cultuali, ma per il quale manca evidentemente ogni ulteriore indizio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Un semplice riferimento all’</hi><hi rend="CharOverride-3">aerarium Saturni</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Roma (Coarelli 1999)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, sede di un culto antichissimo e al tempo stesso del tesoro dello Stato romano, credo sia sufficiente a validare l’ipotesi come almeno realisticamente possibile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Ecco allora che la famosa leggenda, che mette in rapporto l’attuale nome del Khazneh al-Faroun (ovvero il Tesoro del Faraone) con il fantomatico tesoro di un faraone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, che si pensava conservato nell’urna scolpita alla sommità del secondo ordine del monumento, potrebbe in realtà nascondere il nome originario dell’edificio, tramandato nella ricostruzione mitica elaborata nel corso dei secoli successivi alla perdita di influenza del regno nabateo sul controllo dei commerci sudarabici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> e quindi alla percezione del dazio da carovane sempre meno presenti nella pista che conduceva al Siq.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Credo che il programma iconografico presente sulla facciata del Khazneh, oggetto sino ad oggi di studi assai accurati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, non smentisca questa possibile interpretazione. I Dioscuri, raffigurati separati l’uno dall’altro negli intercolumni delle due coppie di colonne esterne affiancati ai rispettivi cavalli, fanno riferimento infatti anche a due importanti funzioni di quelle divinità: quella di guida sicura per chi viaggia nel mare, e quindi anche lungo le piste del deserto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, e quella di garanti dei pesi e delle misure, e quindi delle transazioni commerciali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nell’ordine superiore, la divinità femminile raffigurata al centro della </hi><hi rend="CharOverride-3">tholos</hi><hi rend="CharOverride-2"> con una patera nella mano destra ed una cospicua cornucopia nella sinistra è stata interpretata come l’immagine della Tyche di Petra, assimilata ad Iside-Venere e quindi alla locale dea al ‘Uzza. Due cornucopie che inquadrano un disco solare fiancheggiato da spighe di grano ritornano infatti subito al di sotto del piedistallo all’apice del frontone dell’ordine inferiore (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 185). Anche la presenza della Tyche cittadina potrebbe dunque non essere estranea alla funzione pubblica dell’edificio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nel groviglio interpretativo che coinvolge il Khazneh da oltre un secolo il suo riconoscimento </hi><hi rend="CharOverride-3">anche</hi><hi rend="CharOverride-2"> quale sede di riscossione dei dazi sembra dunque a me una </hi><hi rend="CharOverride-3">lectio facilior</hi><hi rend="CharOverride-2">. È lecito d’altronde domandarsi dove mai le carovane provenienti da sud, e quindi dal deserto arabico e dal Mar Rosso, avrebbero potuto concentrarsi per attendere il loro turno d’ingresso in città se non nella vasta piazza, perfettamente controllabile, che si apriva allo sbocco del Siq. Ferma restando a già ricordata esistenza alla periferia di Petra di altri luoghi di raccolta delle carovane e di commercio analoghi a quello individuato, circa 9 km a nord di Wadi Musa. Mi riferisco al sito di al Barid, ‘la piccola Petra’, che si incontrava risalendo lo wadi Turkmaniyya e dove per un edificio di particolare impegno (Monumento 846) si è pur supposto che potesse essere identificato come «una sorta di posto di guardia, o l’ufficio del dazio in cui alloggiavano i funzionari preposti all’esazione delle gabelle»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Alla luce di questa ipotesi interpretativa non sembra allora azzardato porsi ancora un interrogativo, e cioè se esista nella topografia urbana di Petra un sito analogo, che possa aver svolto la funzione simmetrica a quella del Khazneh in relazione con l’accesso in città da parte delle carovane provenienti dall’ovest e dal nord</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">All’estremità occidentale della via colonnata che attraversava il centro di Petra sorge il celebre Qasr el-Bint, un complesso che nel nome tradizionale (‘il castello della figlia del Faraone’), sembra riallacciarsi al Khazneh. Lì su di una vasta area sacra si affacciava il principale tempio di Petra verisimilmente consacrato a Dushara, venerato nella forma aniconica del betilo, e ad al-‘Uzza, l’Afrodite dei Nabatei (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 176-83). Più o meno coevo al Khazneh, il santuario occupava una zona strategica della valle, ed era preceduto da un ampio </hi><hi rend="CharOverride-3">temenos</hi><hi rend="CharOverride-2">, raccordato con la monumentale via colonnata che attraversava il centro della città. Verso questo grande spazio, che nella sua fase imperiale raggiungeva i 140 metri di lunghezza per una larghezza di circa 40 metri, confluivano le diverse piste di accesso a Petra percorse dalle carovane provenienti da territori prevalentemente sotto controllo romano, che vi avrebbero potuto trovare temporanea accoglienza (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider, 129-39)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Conosciamo peraltro il caso di Palmira, dove il luogo di esposizione della monumentale ‘Tariffa’ del 137 d.C., «impiantata di fronte all’angolo meridionale dell’agorà e all’ingresso che si apriva in prossimità di esso»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, «en face du monument que les Arabes appellent Seraı</hi><hi rend="CharOverride-2">¨» (Waddington 1882, 81, citazione 81-2), sembra indicare il luogo strategico e centralissimo di concentrazione delle carovane che attraversavano da ovest ad est la città percorrendo il letto dello wadi As-Suraysir (o al Qubur)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Non so se la mia proposta coglie nel segno. Non è da oggi che le interpretazioni dei più diversi aspetti del mondo antico oscillano tra un eccesso di lettura modernistica, che trasporta indietro nei secoli concetti e comportamenti del mondo attuale, e un eccesso di lettura primitivistica, che vede quelle società arcaiche indifferenziatamente immerse nella dimensione del culto e di una visione irrazionale della realtà. In particolare nei secoli del dominio romano, questi due aspetti sappiamo che convissero strettamente intrecciati l’uno con l’altro e nell’altro. Le funzioni cultuali (religiose e funerarie) e quelle economiche non solo non possono essere drasticamente separate, ma vanno al contrario considerate spesso come il collante, che teneva insieme quelle compagini sociali, quella di Petra come delle altre regioni interne e limitrofe all’impero romano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Quelle funzioni costituivano d’altronde il senso stesso dell’esistenza di Petra, città dall’impianto sostanzialmente rupestre in origine (Mc Kenzie 1990, 107-08) e poi assurta a metropoli ellenistica dotata di edifici pubblici e privati di grande ricchezza e architettonicamente raffinati. Lo stesso nome greco della città</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, Petra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> (analogamente a quanto accade con il latino </hi><hi rend="CharOverride-3">saxum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">), fa esplicito riferimento alla natura rocciosa del sito che la accoglieva e probabilmente alla caratteristica rupestre delle sue abitazioni, che non impedì lo sviluppo della città e la trasformazione della sua urbanistica nei secoli del massimo splendore economico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Questo fu peraltro sostenuto dal complesso ed efficiente sistema di approvvigionamento idrico, che caratterizza, al centro di una regione particolarmente arida, la Petra nabatea. L’eccezionale qualità del sistema è denunciata dal nome stesso del popolo che la abitò. I Nabatei, prima della sedentarizzazione avvenuta intorno alla fine del V secolo a.C., erano infatti un popolo nomade forse originario del sud dell’Arabia, «dove in effetti, Nabatû, nome dell’antenato eponimo, si ritrova nel sud arabico nella sua forma completa, Nabat’el, che significa “Dio si è manifestato”,</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-2">la radice araba evocando “l’acqua che sgorga”» (cfr. Roche 2009, 26). I Nabatei erano quindi un ‘popolo delle oasi’, capace di organizzare e sfruttare al meglio le scarse risorse idriche della regione desertica dell’Arabia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La radice</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-3">nab-t /nap-t</hi><hi rend="CharOverride-2"> ha una vasta diffusione tra Vicino Oriente e costa africana, dove il toponimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Nabata</hi><hi rend="CharOverride-2">/</hi><hi rend="CharOverride-3">Napata</hi><hi rend="CharOverride-2"> denuncia la presenza di polle d’acqua, che furono all’origine degli stanziamenti umani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Ne incontriamo un celebre esempio nella città di Napata in Nubia, capitale del regno di Kush fino alla conquista egiziana del VI secolo a.C. In Occidente incontriamo il toponimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Nepet </hi><hi rend="CharOverride-2">nell’agro falisco,</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-2">l’attuale città di Nepi, ancora oggi celebre per le fonti di acque ferruginose, solforose e minerali, che caratterizzano il suo territorio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In conclusione, chiedo scusa agli studiosi della storia delle lingue (e allo stesso Guido) per queste mie approssimazioni un po’ dilettantesche in un campo che non è il mio, che richiede ben altri approfondimenti. Ma l’importanza di fare ipotesi argomentate – come quella che ha dato origine all’interpretazione polifunzionale del Khazneh – credo sia una delle prerogative della ricerca storica, che spesso procede in avanti proprio nel momento stesso in cui tenta di dimostrare l’infondatezza delle ipotesi in campo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Alpass, P. 2013. </hi><hi rend="CharOverride-3">The Religious Life of Nabatea</hi><hi rend="CharOverride-2">. Leiden.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Amadasi Guzzo, M. G., ed E. Equini Schneider. 1997. </hi><hi rend="CharOverride-3">Petra</hi><hi rend="CharOverride-2">. Milano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Bellwald, U., and I. Ruben. 2003. </hi><hi rend="CharOverride-3">The Petra Siq: Nabataean hydrology uncovered</hi><hi rend="CharOverride-2">. Amman.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Bourbon, F. 2021. </hi><hi rend="CharOverride-3">Petra svelata. Storia, civiltà e monumenti della città scolpita nella roccia</hi><hi rend="CharOverride-2">. Bologna: Scripta manent.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Chantraine, P. 1970. </hi><hi rend="CharOverride-3">Dictionnaire étymologique e la langue grecque. Histoire des mots</hi><hi rend="CharOverride-2">. Paris.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Coarelli, F. 1993. “Castor et Pollux in Circo (</hi><hi rend="CharOverride-3">fasti</hi><hi rend="CharOverride-2">); Aedes Castoris in circo Flaminio (Vitr.).” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Lexicon Topographicum Urbis Romae</hi><hi rend="CharOverride-2">, I, a cura di E. M. Steinby, 245-46. Roma. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Coarelli, F. 1999. “Saturnus, aedes.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Lexicon Topographicum Urbis Romae</hi><hi rend="CharOverride-2">, IV, a cura di E. M. Steinby, 234-36. Roma. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Cottier, M. et al., edited by. 2008. </hi><hi rend="CharOverride-3">The Customs Law of Asia</hi><hi rend="CharOverride-2">. Oxford.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">De Laet, S. J. 1949. </hi><hi rend="CharOverride-3">Portorium</hi><hi rend="CharOverride-2">. Brugge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Durand, C. 2018. “La Nabatène, un royaume carrefour.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Pétra et le royaume nabatéen</hi><hi rend="CharOverride-2">, édité par C. Durand, </hi><hi rend="CharOverride-3">Dossiers d’archéologia</hi><hi rend="CharOverride-2"> 386: 6-9.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Einstein, A. 1997. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pensieri di un uomo curioso</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di A. Calaprice. Milano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Ernout, A., et A. Meillet. 2000. </hi><hi rend="CharOverride-3">Dictionnaire étymologique de la langue latine. Histoire des mots</hi><hi rend="CharOverride-2">. Paris.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Farajat, S., and S. Nawafleh. 2005. “Report on the Al-Khazna Courtyard Excavation at Petra (2003 Season).” </hi><hi rend="CharOverride-3">Annual of the Department of Antiquities of Jordan </hi><hi rend="CharOverride-2">49: 373-93.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Khairy, N. 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Magnani, </hi><hi rend="CharOverride-3">Antichità Altoadriatiche</hi><hi rend="CharOverride-2"> 83: 265-89.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Malinverni, E. S., and R. Perdicca. 2017. “Discovering and sharing of secret architectures: the hidden Tomb of the Pharaoh of el-Khasneh, Jordan.” </hi><hi rend="CharOverride-3">The International Archives of the Photogrammetry, Remote Sensing and Spatial Information Sciences</hi><hi rend="CharOverride-2"> XLII, 2/W3: 459-65.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Manacorda, D. 2021. Prefazione a Nini R. et al., </hi><hi rend="CharOverride-3">La memoria dell’acqua. L’acquedotto Formina della Narnia romana</hi><hi rend="CharOverride-2">, 6-8. Fabriano: Claudio Ciabochi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Maqsood, R. 1994.</hi><hi rend="CharOverride-3"> Petra. Jordan’s most famous historical attraction</hi><hi rend="CharOverride-2">. Garnet Guides, Beirut.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Mc Kenzie, J. 1990. </hi><hi rend="CharOverride-3">The Architecture of Petra</hi><hi rend="CharOverride-2">. Oxford.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Nielsen, I. 1993. “Castor, aedes, templum.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Lexicon Topographicum Urbis Romae</hi><hi rend="CharOverride-2">, I, a cura di E. M. Steinby, 242-45. Roma. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Parisi Presicce, C. 1994. “I Dioscuri capitolini e l’iconografia dei gemelli divini in età romana.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Castores. L’immagine dei Dioscuri a Roma</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di L. Nista, 153-91. Roma. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Perassi, C., e A. Bona. 2016. “La ‘Tariffa’ di Palmira. Un aggiornamento bibliografico ragionato.” </hi><hi rend="CharOverride-3">Rivista Italiana di Numismatica</hi><hi rend="CharOverride-2"> 117: 73-116.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Roche, M. J. 2009. </hi><hi rend="CharOverride-3">Pétra et les Nabatéens</hi><hi rend="CharOverride-2">. Paris.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Rostovtzeff, M. 1971. </hi><hi rend="CharOverride-3">Città carovaniere</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di A. Di Vita. Bari [London 1932].</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Vagenheim, G. 2001. “Pirro Ligorio et la falsification. A propos du Golfe de Santa Eufemia dans la Calabre antique et de CIL X 1008*.” </hi><hi rend="CharOverride-3">Minima epigraphica et papyrologica </hi><hi rend="CharOverride-2">5: 179-214.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Van Nijf, O. 2008. “The Social World of Tax Farmers and their Personnel.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">The Customs Law of Asia</hi><hi rend="CharOverride-2">, edited by M. Cottier et al., 279-311. Oxford.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Vannini, G. 2013. “Un’archeologia per la storia. Esperienze della Missione Petra ‘medievale’ e l’insediamento di epoca crociato-ayyubide in Transgiordania.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Studi in onore di Paolo Peduto</hi><hi rend="CharOverride-2">, 351-64. Salerno.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Waddington, W. H. 1882. “Lettre du prince Lazarew sur une inscription datée de Palmyre.” </hi><hi rend="CharOverride-3">Comptes-rendus des séances de l’Acadeémie des Inscriptions et Belles-Lettres</hi><hi rend="CharOverride-2"> 26, 2: 79-81.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-031-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sullo scavo condotto nel 2003 si veda Farajat-Nawafleh 2005. Le tombe sono attualmente inaccessibili al pubblico (si veda da ultimi Malinverni and Perdicca 2017 e Bourbon 2020, 69-70; a questa utile ed aggiornata guida al sito di Petra si farà spesso riferimento per i dati analitici in essa esposti e l’ampio corredo iconografico). Ringrazio il suo autore per le informazioni generosamente accordatemi e l’autorizzazione a riprendere le immagini qui riprodotte alle figure 2 e 3. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-030-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Una grande scalinata fu infatti addossata in un secondo tempo alle facciate delle tombe per dare accesso al Khazneh senza danneggiare i sepolcri (si veda in proposito Bourbon 2020, 69).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-029-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Occorre tuttavia sottolineare la sostanziale assenza di sarcofagi in pietra negli arredi sepolcrali di Petra (Bourbon 2020, 73).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-028-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Una datazione del Khazneh al I secolo d.C. favorirebbe la sua interpretazione come tempio funerario eretto da Areta IV in onore del padre Oboda III o della moglie Huldu, morta attorno al 16 d.C. (Bourbon 2020, 69).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-027-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Si pensi alle celebri Tomba Palazzo, che forse svolgeva (anche) funzioni di rappresentanza, e Tomba Corinzia, che accanto forse alle spoglie di un re ospitava altre funzioni, indiziate dagli accessi presenti ai lati del portale, alla Tomba dell’Urna, fronteggiata da una corte colonnata e da un sistema di sostruzioni a due piani la cui funzione resta ignota, alla Tomba Turkmaniyya, che al sepolcro vero e proprio associa una corte, un triclinio, cisterne e diversi vani di servizio e allo stesso cosiddetto Grande Tempio, che in origine non era un santuario ma un edificio civile (Bourbon 2020, </hi><hi rend="CharOverride-3">passim</hi><hi rend="CharOverride-2">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-026-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sulla politica fiscale romana nel Mar Rosso cfr. il classico De Laet 1949, 306-11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Diodoro Siculo (19.94.6-8) osserva come «i Nabatei superano le altre tribù arabe, che usano il deserto per il pascolo, in ricchezza; infatti molti di loro trasportano fino al mare (Mediterraneo) l’incenso, la mirra e le spezie più pregiate che consegnano loro i convogli venuti dall’Arabia detta Felice». Strabone (16.4.18) precisa che verso Petra si dirigevano i commerci gestiti dai popoli vicini, che «trasportavano i loro convogli di erbe aromatiche». Sempre a Diodoro (3.4.25) si debbono dettagli sullo sfruttamento e il commercio del bitume del mar Morto da parte degli Arabi e in particolare dei Nabatei.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Plinio, </hi><hi rend="CharOverride-3">NH</hi><hi rend="CharOverride-2">, 5.65: «Petra, in una valle profonda meno di due miglia; la città è circondata da monti inaccessibili, con un fiume che scorre all’interno. Qui convergono due strade, quella che congiunge Palmira alla Siria e quella che parte da Gaza». Strabone (16.4.21) afferma a sua volta che Petra «si trova in un luogo piano e piacevole, ma fortificato tutto intorno dalle rocce; all’esterno è ripido e scosceso, ma all’interno è ricco di sorgenti e di acqua per l’uso domestico e per annaffiare i giardini».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Si veda la cartina in Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 120.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Alpass 2013, 66-8, che mette in luce il carattere polifunzionale del Siq.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	La scoperta avvenne nel 1998 in occasione del cospicuo abbassamento del livello stradale del Siq. Sui dromedari del Siq come raffigurazioni di possibile diversa motivazione cfr. Knauf 1998, 96, Bellwald and Ruben 2003, 40-3 e Alpass 2013, 43. Raffigurazioni analoghe sono presenti anche nelle vicinanze del complesso del Deir (Alpass 2013, 271 figg. 10.1-2; Bourbon 2020, 130-31).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Anche l’omologo ed-Deir, il c.d. Monastero, che sorge all’estremo opposto della città ripetendo con qualche variante la stessa formula architettonica, ed è dotato di una semplice camera quadrangolare ricavata nella parete rocciosa, viene interpretato come un heroon destinato al culto di un dinasta nabateo (Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 187-88; Bourbon 2020, 126-31).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sulle procedure per la riscossione delle gabelle, che dovevano coinvolgere un personale piuttosto numeroso, si veda Van Nijf 2008. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Piuttosto che nella più ampia camera centrale probabilmente destinata alle attività cultuali che si svolgevano nell’edificio.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >È</hi><hi rend="CharOverride-2"> il caso di ricordare che la</hi><hi rend="CharOverride-3"> lex Portorii Asiae </hi><hi rend="CharOverride-2">del 62 d.C. (ll. 30-36, parr. 12-13) sembra vietare esplicitamente l’installazione di edifici fiscali all’interno di templi e santuari (da ultimi si veda Cottier et al. 2008). Ma nel nostro caso – al di là delle funzioni cultuali o sepolcrali del Khazneh – queste attività si sarebbero svolte nel suo vestibolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Il Tempio dei Castori nel Foro accoglieva invece funzioni di carattere bancario (Cic., </hi><hi rend="CharOverride-3">ad Quinct</hi><hi rend="CharOverride-2">., 17; cfr. Nielsen 1993). Un cenno a una possibile funzione esattoriale del Khazneh «degenerated into a treasury or toll-gate» è avanzato in Maqsood 1994, 76 (ringrazio F. Bourbon per l’indicazione bibliografica).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	La leggenda – come noto – narra di un faraone egiziano, che, impegnato a combattere gli israeliti, nascose il proprio tesoro nel grande edificio rupestre.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Secondo Bourbon 2020, 73 la nascita del mito del tesoro del faraone potrebbe risalire a un periodo successivo a quello del </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">califfo</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> omayyade Yazid II (720-724) e alla frana che ostruì il tragitto del Siq. I Crociati diedero al sito il nome di Li Vaux Moise (valle di Mosè), seguendo la credenza che da Petra qui fosse passato Mosè in cerca della Terra promessa. Petra viene definitivamente abbandonata nel 1189 con la conquista del castello crociato.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Mc Kenzie 1990, con bibliografia precedente. Di recente si veda anche Khairy 2011. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	I Dioscuri, identificati nei Didimi presenti accanto alla Stella polare, indicavano il nord nel cielo stellato.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >È</hi><hi rend="CharOverride-2"> noto che a Roma i campioni delle misure ufficiali erano conservati nel Tempio dei Castori (Luciani e Lucchelli 2016), in particolare in quello eretto </hi><hi rend="CharOverride-3">in Circo Flaminio</hi><hi rend="CharOverride-2"> (si veda Coarelli 1993; Parisi Presicce 1994, in part. 170).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Bourbon 2020, 169-70: sul sito una strettissima fenditura, lunga una decina di metri e detta Siq in miniatura, sfocia in uno slargo naturale dominato dal Tempio Distilo scolpito in posizione elevata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Nonostante le ben note affinità architettoniche sembra da escludere la possibilità che questo ruolo possa essere stato svolto dal Deir, la cui posizione periferica in luogo alto e di non facile accesso non si presta al passaggio delle carovane.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sempre che fosse loro concesso l’ingresso al </hi><hi rend="CharOverride-3">temenos </hi><hi rend="CharOverride-2">che avveniva attraverso un monumentale propileo a tre fornici.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sulla ‘Tariffa’ di Palmira, «una delle pochissime epigrafi di natura fiscale di età romana della quale sia noto l’originale posizionamento», e in particolare sugli aspetti topografici del suo rinvenimento si veda Perassi e Bona 2016, in part. 86.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Perassi e Bona 2016, 87-8. Gli autori sostengono che «non è però chiaro se qui avvenisse anche la riscossione delle imposte citate dall’iscrizione. Il mancato rilevamento fino ad oggi di una qualche forma di monumentalizzazione che segnasse il luogo di ingresso dello wadi/pista in città, rende difficile localizzare il punto di passaggio obbligato fra l’esterno e l’interno fiscale di Palmira». La tipologia architettonica e le dimensioni della non lontana c.d. </hi><hi rend="CharOverride-3">Tariff Court</hi><hi rend="CharOverride-2">, costituita da un vestibolo e da un’ampia area retrostante (m 75,38 </hi><hi rend="CharOverride-2" >×</hi><hi rend="CharOverride-2"> 37,48), accessibile mediante tre ampi portali, tradizionalmente definita come Seraï/Saray o ‘caravanserraglio’ (vedi già Rostovzeff 1971, 125 fig. 2.10; recente bibliografia in Perassi e Bona 2016, 82 nota 37, 83 nota 43), non impediscono di assegnare ad essa la funzione di spazio riservato alle riscossioni fiscali. Si noti che l’area palmirena avrebbe le stesse dimensioni in larghezza del </hi><hi rend="CharOverride-3">temenos</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Petra ed una lunghezza pari a circa la sua metà.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Il nome semitico era Rekem (Ioseph., </hi><hi rend="CharOverride-3">Ant.Iud</hi><hi rend="CharOverride-2">., 4.161). La Bibbia (</hi><hi rend="CharOverride-3">2 Re</hi><hi rend="CharOverride-2">, 14.7) cita la città edomita di Sela, che in ebraico significa Roccia e la versione greca dei Settanta traduce con il nome di Petra, generalmente ritenuta tuttavia diversa dal successivo insediamento nabateo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Altri siti antichi recavano lo stesso nome sia in Grecia (</hi><hi rend="CharOverride-3">demos</hi><hi rend="CharOverride-2"> in Corinzia: Erodoto, 5.92.2; città dell’Elide: Pausania, 6.24.5) che in Magna Grecia (promontorio a sud di Reggio Calabria: Tucidide, 7.35).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Il termine latino </hi><hi rend="CharOverride-3">saxum</hi><hi rend="CharOverride-2"> indica spesso la roccia nel senso della rupe, nella quale possono essere ricavate abitazioni appunto rupestri. Gli esempi sono vari: dagli antichi </hi><hi rend="CharOverride-3">Saxa rubra</hi><hi rend="CharOverride-2"> lungo la via Flaminia e dai moderni Sassacci (presso Civita Castellana) alla città di Sassari, al caso celeberrimo dei Sassi di Matera.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Il significato di sorgente o polla, proprio della radice </hi><hi rend="CharOverride-3">nap-t/nep-t</hi><hi rend="CharOverride-2">, è all’origine anche del nome della nafta (polla di idrocarburi; cfr. Chantraine 1970, 738) e probabilmente della nuvola (gr. </hi><hi rend="CharOverride-3">nefele, nefos</hi><hi rend="CharOverride-2">: Chantraine 1970, 748) e della nebbia (lat. </hi><hi rend="CharOverride-3">nebula</hi><hi rend="CharOverride-2">; cfr. Ernout et Meillet 2000, 434), cariche di acqua; e trova una imprevedibile corrispondenza nel latino </hi><hi rend="CharOverride-3">nepos, -tis </hi><hi rend="CharOverride-2">(Ernout et Meillet 2000, 437-38), per indicare il discendente (rampollo) scaturito da una lunga generazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Notoriamente collegato al teonimo </hi><hi rend="CharOverride-3">Neptunus</hi><hi rend="CharOverride-2"> (cfr. Ernout et Meillet 2000, 438), divinità italica delle sorgenti poi assimilato all’ellenico Posidone, dio dei mari. Sul tema si veda anche Manacorda 2021 in relazione al toponimo Nequinum. Quanto all’etnonimo dei Napetini, ricordati in Calabria da Strabone (</hi><hi rend="CharOverride-3">Geografia</hi><hi rend="CharOverride-2">, 6.1.4), la sua esistenza è stata messa in dubbio da Vagenheim 2001, 190-194.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_28_361-372.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	In campo scientifico vale in tal senso l’affermazione attribuita a Albert Einstein: «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione: un unico esperimento può dimostrare che ho sbagliato» (Einstein 1997, 170).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Daniele Manacorda, Roma Tre University, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>daniele.manacorda@uniroma3.it</hi></ref><hi>, 0000-0002-3421-9268</hi><ref target="https://www.fupress.com"/></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Daniele Manacorda, </hi><hi rend="italic">A proposito del Khazneh al-Faroun</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>26, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-7">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -</hi><hi>13</hi><hi>, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_28_361-372-web-resources/image/Manacorda_figura_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-2">Figura 1 – Petra e le piste carovaniere tra Arabia e Mediterraneo (da Amadasi Guzzo ed Equini Schneider 1997, 62).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_28_361-372-web-resources/image/Manacorda_figura_2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-2">Figura 2 – Veduta ricostruttiva della scalinata che saliva al Khazneh (da Bourbon 2020, 71, figura V).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_28_361-372-web-resources/image/Manacorda_figura_3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-2">Figura 3 – Siq: ricostruzione virtuale del rilievo con mercanti e dromedari (da Bourbon 2020, 64; elaborazione F. Bourbon - I. Cirillo.).</hi></p>
      
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