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        <title type="main" level="a">7-6 mila anni fa in area fiorentina: tradizioni locali, migrazioni,  interazioni</title>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.28</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The transition from hunter-gatherer economies to Neolithic productive ones is a crucial moment that sees profound changes in the social, ideological and productive structures, differentiated in the various European regions in relation to the methods of integration between traditions and innovations. The Florentine area, within the Tuscan sector and central Italy, is not exempt from these changes. The archaeological documentation, from a multidisciplinary perspective that combines the most strictly historical aspects with those linked to the man/environment relationship, highlights a scenario in which the local Mesolithic traditions are grafted and merged with the technological and productive innovations brought by foreign groups. As in other Tuscan areas, the specific identities remain partly recognizable within a physiognomy that marks the beginning of a new original path.</p>
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            <item>Neolithic</item>
            <item>Neolithic Ceramics</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.28<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.28" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>7-6 mila anni fa in area fiorentina: tradizioni locali, migrazioni, interazioni</hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Fabio Martini, Lucia Sarti</hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: The transition from hunter-gatherer economies to Neolithic productive ones is a crucial moment that sees profound changes in the social, ideological and productive structures, differentiated in the various European regions in relation to the methods of integration between traditions and innovations. The Florentine area, within the Tuscan sector and central Italy, is not exempt from these changes. The archaeological documentation, from a multidisciplinary perspective that combines the most strictly historical aspects with those linked to the man/environment relationship, highlights a scenario in which the local Mesolithic traditions are grafted and merged with the technological and productive innovations brought by foreign groups. As in other Tuscan areas, the specific identities remain partly recognizable within a physiognomy that marks the beginning of a new original path.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’arrivo di gruppi neolitici in Toscana, che hanno determinato profonde trasformazioni negli assetti culturali e ambientali, trova nella regione una serie di evidenze di differente spessore qualitativo. Insediamenti strutturati, tracce sporadiche, segnalazioni a seguito di interventi di urgenza, ricerche di superficie hanno portato ad elaborare un quadro storico di sintesi che vede, secondo un modello da sottoporre a future verifiche, gli stanziamenti più antichi distribuiti lungo due diverse vie di penetrazione, una in ambito tirrenico costiero e l’altra più interna lungo la cresta appenninica settentrionale. Il range cronologico di riferimento è compreso tra 7000 e 6200 anni fa circa. Le due direttrici sono collegate a filoni culturali differenti, definiti sulla base dell’indicatore ceramico: la Ceramica impressa tirrenica nel primo caso, la Ceramica a linee incise nell’altro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In ambito costiero le evidenze mostrano un complesso produttivo alquanto omogeneo, che vede nelle ceramiche di Pienza-Cava Barbieri un modello adottato nelle isole dell’arcipelago e nelle valli che hanno facilitato la penetrazione verso la Toscana centrale nel circondario senese e, più occasionalmente, pisano. Tale modello, che è identificato in letteratura con diverse definizioni (Ceramica cardiale, a linee dentellate, facies pientina, Ceramica impressa medio-tirrenica), è adottato sul versante tirrenico settentrionale anche in Sardegna e in Corsica e si estende pure nell’alto territorio laziale. I siti costieri sono interpretati come stanziamenti in relazione agli approdi e alle rotte che connettono l’arcipelago alla Corsica e alla Sardegna, come attestano non solo le analogie dei modellati e delle decorazioni della ceramica ma anche la presenza non saltuaria di ossidiane liparesi, pontine e sarde nei siti tra Livorno e Pisa (Cocchi Genick e Sammartino 1983).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’aspetto della Ceramica lineare in Toscana si presenta come il risultato di un processo di diffusione che dall’Italia settentrionale si sposta verso sud, attraversa l’Emilia-Romagna e, superate le creste appenniniche, raggiunge il Centro della penisola. Pienza è il sito di riferimento in Toscana che documenta l’incontro e tra la Ceramica cardiale medio-tirrenica e la Ceramica lineare, indicatori produttivi che, rinvenuti insieme in giacitura stratigrafica, documentano una simbiosi all’interno del medesimo gruppo del Neolitico antico. Lungo la direttrice nord-sud questa facies vede nell’arco del millennioC6.700-5.700 circa il sorgere di fisionomie locali che, pur con una specifica identità, non tradiscono l’impianto di origine: nella Toscana sud-orientale (con una espansione in Umbria) è noto il gruppo di Sarteano, nel Lazio settentrionale il gruppo del Sasso (nel sito di Montevenere le linee incise sono associate alla ceramica dipinta, con un esito originale), l’influsso del gruppo padano di Fiorano è meglio visibile nel Livornese (Casa Querciolaia) e nella piana fiorentina (Mileto). Occasionale rimane al momento l’incidenza della Ceramica a linee incise nell’Arcipelago (Cala Giovanna Piano), dove preminente è il peso della Ceramica cardiale, la quale con la diffusione del modello fittile a linee incise diviene meno influente e ad esso lascia il posto anche in ambito pericostiero e costiero (San Rossore, Castagneto Carducci, San Vincenzo).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’area fiorentina, alla quale è dedicato il focus di questo contributo, sembra rientrare inizialmente in un aspetto originale ligure-tosco emiliano (detto della Pianaccia di Suvero) con caratteri che richiamano la Ceramica lineare, in parte le produzioni Vhò e l’Impressa che insieme ad altri contesti insediativi, numericamente limitati ma diagnostici, fornisce un importante contributo alla definizione della neolitizzazione della Toscana. Due sono i contesti fiorentini oggetto della presente riflessione, Cantagrilli e Cialdino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il più antico stanziamento neolitico in zona è stato messo in luce a Cantagrilli (Sarti et al. in corso di stampa) ed è localizzato sul confine amministrativo tra Calenzano (Firenze) e Prato, sui rilievi preappeninici del Monte Calvana (quota m 780 circa) che fanno parte della lunga cresta E-W della Toscana settentrionale dove insistono valichi che collegano l’area del bacino di Firenze-Prato-Pistoia con l’areale emiliano. Il sito si trova nelle ampie spianate che si estendono tra il Monte Cantagrilli e il Poggio Cocolla, in una posizione dominante che offre una visuale sulla piana fiorentina sino alle colline di Chianti; verosimilmente era ricco già in passato di risorse idriche come attestano una sorgente limitrofa e strutture carsiche non lontane. Nel 2007 e nel 2008 è stato oggetto di due campagne di scavo stratigrafico condotte dall’allora Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti (oggi Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali) dell’Università di Siena, in collaborazione con l’Università di Firenze e il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria. In quegli anni il Dipartimento senese sopra detto aveva ampliato un progetto di ricerca avviato negli anni ’90 concernente le prime attestazioni neolitiche in area fiorentina, con particolare riguardo ai percorsi in altura tra Toscana ed Emilia Romagna, esaminati e approfonditi negli anni successivi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. In tale progetto rientrava allora l’indagine stratigrafica nel sito all’aperto di Cialdino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, nel comprensorio di Firenzuola nell’Alto Mugello, emerso nell’ambito del progetto sulle testimonianze preistoriche in quell’area.</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Cantagrilli e Cialdino: primi passaggi neolitici sui rilievi fiorentini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">A Cantagrilli è stata messa in luce una successione stratigrafica al cui interno è presente un solo orizzonte antropico (strato 3) che vede alla base la maggiore concentrazione di reperti (cm 15 di spessore massimo), sopra la quale in pochi cm di spessore pochissimi reperti potrebbero indicare una fase di abbandono.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il contesto archeologico è dato quasi esclusivamente da industria litica, la componente ceramica, molto scarsa e deteriorata, comprende pochi frammenti non diagnostici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La ceramica di Cantagrilli è molto scarsa e non diagnostica; risulta di produzione locale, ottenuta da materie prime riconducibili ai gabbri molto alterati affioranti sulle pendici del Monte Ferrato (Prato), costituiti da una massa argillitica comprendente relitti di plagioclasio e pirosseno lamellare (diallagio). L’utilizzo di questo materiale, che aveva il vantaggio di disporre di una materia prima pronta per l’uso senza la necessità di aggiungere lo smagrante, era disponibile in una limitata area nei pressi di Figline di Prato distante 7-8 km dal sito di Cantagrilli, ed è stata utilizzata per produzioni ceramiche rinvenute in tutti i siti preistorici della piana Firenze-Prato-Pistoia (Martini e Tozzi 1996). Di particolare interesse risulta la presenza di un reperto organico che, analizzato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, risulta essere un materiale composito (di origine naturale) fatto di cera d’api e tri-terpeni acidi, interpretabile come collante per assemblare elementi litici in strumenti funzionali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Le materie prime utilizzate per la produzione litica, che in assenza di resti faunistici si presenta come l’indicatore archeologico primario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, sono di origine locale o vicina (più del 72% sul totale dei reperti), in prevalenza selci, generalmente di scarsa qualità, appartenenti alla formazione delle Arenarie del Monte Falterona, che venivano raccolte sotto forma di ciottoli di piccole dimensioni. Il diaspro, anch’esso locale, è riferibile alla formazione dei Diaspri di Monte Alpe, i cui affioramenti sono localizzati nei dintorni di Figline di Prato, Firenzuola e Barberino di Mugello (Cipriani et al. 2000-2001); l’impiego della quarzite è occasionale. Le selci esogene, di migliore qualità per la scheggiatura, sono piccoli ciottoli delle formazioni Umbro-Marchigiane (Scaglia rossa e, in misura minore, Maiolica e Scaglia bianca), raccolti nei depositi sul versante emiliano degli Appennini. È presente in scarsissima quantità l’ossidiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’industria litica di Cantagrilli è costituita da 2.764 elementi, tutti a stato fisico fresco e molto fresco, talora interessati da una leggera patina superficiale. La concentrazione maggiore di reperti alla base dello strato 3 (15 cm di spessore massimo) ha restituito 2.269 elementi (185 ritoccati), ai quali si aggiungono 495 pezzi (54 ritoccati) nella ipotizzata fase di abbandono.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Le procedure della scheggiatura privilegiano supporti lamellari e molto più raramente laminari (larghezza &gt; 12 mm) che rappresentano quasi il 60% dei supporti ricercati). Al di là di alcuni elementi più o meno regolari estratti a percussione diretta generalmente tenera, la maggior parte dei supporti lamino-lamellari sono relativi a un </hi><hi rend="CharOverride-4">débitage</hi><hi rend="CharOverride-2"> molto regolare effettuato tramite pressione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’insieme litico di Cantagrilli possiede una fisionomia strutturale e stilistica a carattere conservativo, per via del forte legame con la tradizione mesolitica di tipo castelnoviano. Ne sono prova diagnostica </hi><hi rend="CharOverride-4">in primis</hi><hi rend="CharOverride-2"> lo sviluppo della laminarità e l’incidenza delle armature trapezoidali, inoltre molti tipi primari e secondari rimandano a modelli di armature del Mesolitico recente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Lo studio tracceologico su un campione dei manufatti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> ha evidenziato varie tipologie di utilizzo. Le tracce lungo il margine risparmiato dal ritocco si riducono a minime sbrecciature d’uso e a politure non ben definite, indizio di un contatto con materiali piuttosto morbidi; esse rimandano a elementi compositi inseriti in serie all’interno di supporti (aste?) in materiale deperibile e probabilmente bloccati mediante collanti, con il lato risparmiato da ritocco posto generalmente parallelamente al manico o leggermente obliquo. Le lame ritoccate potrebbero essere collegate alla lavorazione di sostanze piuttosto morbide (carne, pelle), in altri casi le tracce individuate fanno ipotizzare un contatto con un materiale resistente, verosimilmente osso e legno. In sintesi, lo studio indica che il campione analizzato fa pensare soprattutto, ma non esclusivamente, a pratiche venatorie. Non mancano politure piuttosto brillanti che potrebbe esser relativa al taglio di materiale vegetale tenero, in ambito agricolo. In generale, lo studio tracceologico indica un impiego dello strumentario litico per azioni non specializzate e di breve durata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">L’altro sito in area fiorentina che rimanda all’arrivo dei primi neolitici in Toscana per il tramite dei percorsi appennini è Cialdino, nel circondario di Firenzuola in Mugello, un sito all’aperto su un terrazzo del fiume Santerno, datato su base radiometrica alla metà del VI millennio. È un contesto solo parzialmente edito (Martini 1994; Sarti et al. in preparazione) che rimanda alla facies a Linee incise, con cordoni a tacche impresse. La produzione litica mostra una forte tradizione mesolitica di tipo souveterriano in alcune armature (segmenti di cerchio, punte a dorso, dorsi bilaterali, triangoli) e un’impronta castelnoviana nella morfologia di alcuni trapezi e nell’uso della pressione. Sono presenti l’ossidiana e alcuni elementi di falcetto. L’impianto insediativo comprende strutture infossate poco impegnative (attualmente in studio).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Cantagrilli e Cialdino, che rimandano alla cosiddetta facies di Pianaccia di Suvero (Maggi 1984)</hi><hi rend="CharOverride-2">, vengono ad ampliare il quadro dei passaggi neolitici sulle creste appenniniche, che si collegano ad altre evidenze crono-culturalmente simili localizzate a bassa quota. Le analogie più strette si colgono con i siti di Pian di Cerreto e di Muraccio, localizzati nella media e alta valle del Serchio in provincia di Lucca, due impianti su terrazzo fluviale riferibili probabilmente a esigui gruppi di agricoltori che hanno frequentato quel territorio per approvvigionamento di materie prime litiche (Tozzi e Zamagni 2000). A Pian di Cerreto la struttura insediativa è un avvallamento irregolare ellittico profondo circa 40 m, che ha ospitato anche impianti di combustione. Alla scarsa ceramica si associa una produzione litica in materia prima locale con caratteri tecno-tipologici congrui con i due contesti fiorentini sopra citati (nuclei a lamelle, lamelle strette, ritocchi periferici…); i trapezi sono una componente non incisiva (un trapezio isoscele con troncature rettilinee), non sono segnalati elementi di falcetto con lustro, l’ossidiana è assente. Anche il sito di Muraccio 8 (Tozzi e Zamagni 2000) ha un impianto infossato, a profilo circolare (diametro circa m 5, la profondità di 40 cm è analoga a quella di Pian di Cerreto) e anch’esso irregolare. La ceramica rientra nelle tipologie delle Linee incise ed è molto simile, anche per le procedure tecnologiche, a quelle dell’altro sito lucchese. Congrua con le produzioni litiche sopra citate è la componente su selce e diaspro, comprendente tra l’altro trapezi solo isosceli, con una variante microlitica ben rappresentata a troncature rettilinee. Anche a Muraccio mancano gli strumenti con lustro mentre entra in modo incisivo l’ossidiana, di provenienza sarda, e sono presenti anche macine. Un’innovazione è data dall’uso della steatite per ornamenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La sequenza cronologia ipotizzata per i movimenti dei primi gruppi neolitici in area fiorentina, all’interno del più ampio panorama della Toscana nord-occidentale (Sarti et al. in corso di stampa) vedrebbe Cantagrilli precedere Pian di Cerreto che sarebbe a sua volta seguito da Cialdino e infine da Muraccio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Allargando la visuale oltre l’area toscana sul versante nord dell’Appennino, il sito di Parma-Benefizio (Bernabò Brea, Liseno e Mazzieri 2006; Bernabò Brea, Dal Santo e Mazzieri 2017; Bernabò Brea, Miari e Steffé 2017) occupa probabilmente un momento intermedio tra i due contesti della Garfagnana (6.394 ± 45 BP, misura non calibrata) e ripropone il modello litotecnico cfr. Pianaccia (lamelle strette, prodotti lamino-lamellari con esemplari larghi e massicci, ritocchi periferici, estrazione per pressione, strumenti con lustro, ossidiana utilizzata per lamelle…) elaborato su risorse litiche locali. Caratteri specifici che segnano un profilo identitario preciso sono le codificate armature trapezoidali isosceli e l’incidenza di alcune categorie tipologiche. Nel medesimo contesto culturale possiamo inserire il coevo insieme basso piemontese di Cascina Cascinetta (Padovan, Salzani e Venturino Gambari 2004) e forse gli insiemi litici emiliani di pianura di Via Andrea Costa (Bernabò Brea, Miari e Steffé 2017) e di Copezzato di San Secondo (Bernabò Brea, Liseno e Mazzieri 2006).</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Stabilità e trasformazione nelle dinamiche di diffusione dei primi gruppi neolitici appenninici</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nell’insieme dei siti citati emerge un quadro complesso e variabile, cronologicamente compreso tra 6.700-6.200 circa b.p. (date non calibrate)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, che fornisce una panoramica tosco-ligure-emiliana di percorsi neolitici localizzati nel distretto appenninico e pedemontano tosco-ligure emiliano. Essi hanno in comune una probabile scarsa mobilità, dando fede sia alle materie prime litiche che sono prevalentemente locali sia ai caratteri mineralogici-petrografici (quando evidenziati dalle analisi archeometriche) indicativi di impasti locali. Elementi che rimandano a percorsi o contatti più ampi sono la scarsa ossidiana (non sempre presente nei vari siti) e le rare selci delle formazioni Umbro-Marchigiane. La ridotta quantità di ceramica potrebbe indicare una breve durata degli stanziamenti che non necessitava di molti apparati fittili oppure la presenza di un gruppo numericamente limitato o ancora pratiche di spostamenti rapidi nel territorio. Nei contesti dove il numero di armature è decisamente inferiore a quello degli strumenti comuni, ad esempio a Cantagrilli, potremmo ipotizzare una ridotta attività venatoria mediante armature a dorso e geometriche, fatta salva la riserva dovuta alla mancanza di resti faunistici, ipotesi suffragata anche dalle fratture da impatto rilevate su un campione di armature geometriche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In una visione storica dei contesti citati, presi nel loro insieme nel perimetro geografico tosco-ligure-emiliano gravitante lungo i crinali appenninici, è indubbio che emergono due tendenze primarie: stabilità e trasformazione. I contesti di primo Neolitico in discorso penetrano in zone dove la tradizione mesolitica mostra, stando all’indicatore litico, variabili forme esplicite di resistenza e un rimando forte alla tradizione del Castelnoviano. A ciò si accompagnano nella seconda metà del VI millennio l’ingresso dell’ossidiana e l’adozione di tecno-tipologie identitarie nella produzione ceramica che danno origine ad un complesso ben riconoscibile, parallelo e più o meno contemporaneo ad altri eventi: gli ultimi esiti castelnoviani tosco-emiliani, la penetrazione e lo sviluppo di Fiorano, la comparsa di elementi Vhò, ma anche, allargando la visuale, il Cardiale francese, l’Impressa ligure non iniziale, il VBQ di primo aspetto e, geograficamente ben oltre, i gruppi peninsulari adriatici e del medio versante tirrenico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La caratteristica che unisce i siti tosco-liguri-emiliani, sebbene localizzati in ambiti territoriali non omogenei, è data dal loro gravitare, sia pure a diverse quote, verso i rilievi appenninici. Gli stanziamenti sono tutti all’aperto, impiantati su ampi terrazzi o praterie medio-montane, direzionati verso valli in collegamento con passi appenninici. Le quote vanno dalle basse altitudini dei siti emiliani (comunque sono inseriti in contesti fisiografici in continuità con i rilievi del Parmense e del Bolognese), a quelle medio-montane tra 400 m slm (Muraccio e Pian di Cerreto) e 600 m slm (Pianaccia di Suvero), sino ai rilievi più alti oltre 700 m slm (Cantagrilli). Ampi spazi pianeggianti possono aver agevolato le pratiche agricole attestate a Pian di Cerreto da resti carpologici (leguminose, </hi><hi rend="CharOverride-4">Hordeum</hi><hi rend="CharOverride-2">, </hi><hi rend="CharOverride-4">Triticum aestivum-durum</hi><hi rend="CharOverride-2">) (Bonato, Tozzi e Zamagni 2000) e da strumenti con lustro alla Pianaccia, a Parma Benefizio, in Via Andrea Costa e a Cialdino, così come anche dall’allevamento a Cascina Cascinetta (resti di bovidi e suidi).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">I rapporti tra gli ultimi cacciatori-raccoglitori mesolitici di facies castelnoviana e l’impatto con le innovazioni precoci dei primi gruppi neolitici in Italia coinvolgono diversi areali peninsulari e anche insulari (Sicilia). Ben noto è il caso di Grotta dell’Edera (Biagi 1996) (5.700-5.300 a.C., misura calibrata), esemplare nel documentare un fenomeno di acculturazione, con produzioni chiaramente mesolitiche associate a faune domestiche e a scarsa ceramica ispirata ai gruppi dalmati e istriani. Questo contesto friulano fornisce indicazioni simili a quanto fa ipotizzare Cantagrilli, privo purtroppo quest’ultimo di resti faunistici. Lo stesso modello è congruo con l’area trentina, dove però l’adozione di strategie economiche e produttive neolitiche pare realizzarsi più tardivamente rispetto alla zona padana (Ferrari e Steffè 2006). Più vago e meno documentato è il ruolo della tradizione mesolitica in area padana, soprattutto meridionale e con particolare riferimento alla litotecnica Fiorano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Nello stadio Fiorano l’imprinting castelnoviano è indicato, sia pure attenuato, a livello tecnologico (sviluppo della tecnica del microbulino) e tipologico (trapezi) (</hi><hi rend="CharOverride-2">Ferrari e Steffè 2006). L’impatto con le innovazioni neolitiche non trova ovunque una facile adesione, come documentato dal contesto appenninico tra Lucchesia ed Emilia di Lama Lite (Ferrari, Pessina e Steffè 2002), un bivacco stagionale che ha restituito una produzione litica di forte tradizione mesolitica che sulla base della misura radiometrica appare molto avanzata cronologicamente, parallela alle prime evidenze Fiorano in Emilia (Fiorano Modenese pozzetto n. 2) e in Romagna (Lugo-Fornace Gattelli US 367) (Improta e Pessina 1998).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Se diamo valore al numero e alla distribuzione dei siti del Mesolitico recente oggi noti, le innovazioni neolitiche sembrano espandersi in territori a forte densità demografica castelnoviana, sia a nord che a sud delle creste appenniniche. Sono areali ripopolati a seguito della deglaciazione del primo Olocene, che hanno ospitato bivacchi con funzione venatoria dei cacciatori-raccoglitori mesolitici, localizzati nel Sauveterriano a quote mediamente elevate e col Castelnoviano a quote più alte sino ai crinali e ai valli di valico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, attratti dagli ambienti aperti sia per la caccia agli ungulati che per le risorse vegetali spontanee</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Questo sembra valere per le evidenze a sud dell’Appennino (Alto Mugello, monti del Pistoiese, Garfagnana), mentre lungo l’intero tratto appenninico da Bologna a Piacenza (con la riserva delle possibili lacune dovute alla storia delle ricerche) sono documentati frequenti passaggi anche a quote non elevate.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Gli insiemi produttivi descritti in questo contributo, in conclusione, si configurano come un gruppo tosco-ligure emiliano di tradizione mesolitica, più o meno accentuata nei vari contesti, ormai acculturato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> e gravitante attorno ai crinali appenninici e alle connesse vie di comunicazione che facilitano i passaggi transappenninici, sino a quote pedemontane e ad affacci su altre vie di comunicazione in piena pianura. L’areale di diffusione di tali insiemi è limitrofo a percorsi che vedono contatti e importazioni di elementi culturali e produttivi (soprattutto la ceramica) originari di aree non lontane (Liguria, area padana) oppure derivate da più distanti aree peninsulari adriatiche e tirreniche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. È lecito ipotizzare che alla posizione geografica e al suo potenziale di connessioni, di scambi e di influssi si debba ascrivere la tendenza di questi primi gruppi neolitici tosco-liguri-emiliani ad essere ricettivi alle trasformazioni, senza tuttavia perdere l’identità derivata dalla tradizione mesolitica. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Bernabò Brea, M., Dal Santo N., e P. 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Sarti. 2017. “Rapporti culturali e vie di comunicazione tra Toscana settentrionale ed Emilia Romagna durante l’età del Bronzo: un approccio territoriale.” </hi><hi rend="CharOverride-4">Studi di Preistoria e Protostoria</hi><hi rend="CharOverride-2"> 3: 209-18.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Notini, P., et C. Tozzi. 1999. “L’Epigravettien final et le Mésolithique de l’Appennin tosco-</hi><hi rend="CharOverride-4">émilien</hi><hi rend="CharOverride-2"> et de la vallée du Serchio (Toscane septentrionale).” In </hi><hi rend="CharOverride-4">L’Europe des derniers chasseurs</hi><hi rend="CharOverride-2">. 5</hi><hi rend="CharOverride-5">e </hi><hi rend="CharOverride-2">Coll. Int. UISPP, Grenoble 1995, édité par A. Thévenin, sous la direction de P. Bintz, 483-88. Paris: CTHS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Padovan, S., Salzani P., e M. Venturino Gambari. 2004. “Casalnoceto, loc. 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Poesini. 2018. </hi><hi rend="CharOverride-4">Not only amber. Interregional paths between Central and Northern Italy during the Metal Ages</hi><hi rend="CharOverride-2">, 257-72. Firenze (Millenni. Studi di Archeologia preistorica, 13).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Tozzi, C. 2000. “Il popolamento della Toscana nel Paleolitico superiore e nel Mesolitico.” In </hi><hi rend="CharOverride-4">Les premières peuplements olocenes dans l’aire corso-toscane - Il primo popolamento olocenico dell’area corso-toscana</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di C. Tozzi, e M. C. Weiss, 15-22, Interreg II Toscana-Corsica 1997-1999, Asse 4.2, Cultura Uomo Società. Pisa: ETS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Tozzi, C., e B. Zamagni. 2000. “Il Neolitico antico nella Toscana settentrionale (Valle del Serchio).” In </hi><hi rend="CharOverride-4">Les premières peuplements olocenes dans l’aire corso-toscane - Il primo popolamento olocenico dell’area corso-toscana</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di C. Tozzi, e M. C. Weiss, 57-70, Interreg II Toscana-Corsica 1997-1999, Asse 4.2, Cultura Uomo Società. Pisa: ETS.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sarti et al. 1993; Fedeli, Sarti e Volante 2005; Capecchi et al. 2008; Sarti 2014; Morabito 2015; Morabito, Pizziolo e Sarti 2017; Sarti et al. 2018; Guerrini e Martini 1997.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Sarti dati inediti; Sarti, Matera e Martini in preparazione; per le prime indagini sul campo si veda Martini 1992 e 1994. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Pallecchi P., in Sarti L. </hi><hi rend="CharOverride-4">et alii</hi><hi rend="CharOverride-2"> cds.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Baglioni L., Matera I., Martini F. in Sarti L. </hi><hi rend="CharOverride-4">et alii</hi><hi rend="CharOverride-2"> cds.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Mustone G., in Sarti L. </hi><hi rend="CharOverride-4">et alii</hi><hi rend="CharOverride-2"> cds.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Si rimanda a Sarti et al. in corso di stampa per il repertorio di misure radiometriche oggi disponibili.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	La problematica in Bonato, Tozzi e Zamagni 2000; Binder et Maggi 2001; Binder, Lepère et Maggi 2008; Branch et al. 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Una sintesi in Pessina 1998.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	 Per l’area appenninica toscana (Valle del Serchio, Appennino pistoiese, Mugello, Monte Amiata) quadri di sintesi in Martini 1992; Castelletti, Maspero e Tozzi 1994; Martini e Tozzi 1996; Galiberti 1997; Guerrini e Martini 1997; Notini et Tozzi 1999; Tozzi 2000. La risalita mesolitica in quota non è l’unica strategia insediativa, in quanto aree a quote medie e basse continuano ad essere frequentate, al pari di quanto avviene nella pianura padana. Per la localizzazione e la distribuzione dei siti castelnoviani a nord dell’Appennino, sia in relazione ai rilievi che alla pianura, si vedano Biagi et al. 1980; Biagi 2003; Fontana, Ferrari and Visentin 2013; Ferrari e Fontana 2016; Fontana e Peretto 2017; Ghiretti e Fontana 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	La raccolta di nocciole è documentata a Piazzana e Isola Santa (Tozzi 2000).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Mesolitico acculturato è la nota definizione di Gallay 1995.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-5"><ref target="OP08975_xml_30_383-392.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	Un convincente quadro in Ferrari e Steffè 2006.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Fabio Martini, University of Florence, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>fabio.martini@unifi.it</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0001-7739-7534</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Lucia Sarti, University of Siena, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>lucia.sarti@unisi.it</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0002-3601-7352</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Fabio Martini, Lucia Sarti, </hi><hi rend="italic">7-6 mila anni fa in area fiorentina: tradizioni locali, migrazioni, interazioni</hi><hi>, <lb/>© Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>28, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-6">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -</hi><hi>11</hi><hi>, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p>
      
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