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        <title type="main" level="a">Il tipo edilizio come fonte storica. Archeologia dell’edilizia pubblica di X-XII secolo sul Monte Amiata in Toscana</title>
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          <resp>This is a section of <title>Florentia </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0376-0</idno>) by </resp>
          <name>Michele Nucciotti, Elisa Pruno</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.33</idno>
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        <p>The contribution focuses on analyzing the material sources from the medieval period in the Mount Amiata area in Tuscany, examining the historical and ideological significance of the main architectural types associated with the exercise of public and publicistic power between the 10th and 12th centuries. Through the study of three architectural typologies – the rural palatium, the church with a two-tower facade, and the lordly tower – a methodological approach based on light archaeology is proposed to understand medieval political ideologies. By integrating stratigraphic principles and non-stylistic historical-architectural theories, the relationship between architecture and political power is highlighted, demonstrating how buildings reflect the ideologies of their commissioners and contribute to the legitimization of public power. Furthermore, the historical-archaeological context of medieval Amiata is discussed, hypothesizing that the commissioning of such buildings may be associated with high-ranking political figures.</p>
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            <item>Light Archaeology</item>
            <item>Medieval Amiata</item>
            <item>Architectural Types</item>
            <item>Archaeology of Power</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.33<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0376-0.33" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" ><hi>Il tipo edilizio come fonte storica.</hi></p><p rend="h1_chapter" ><hi>Archeologia dell’edilizia pubblica di X-XII secolo <lb/>sul Monte Amiata in Toscana</hi></p><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Michele Nucciotti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-015">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi>: The contribution focuses on analyzing the material sources from the medieval period in the Mount Amiata area in Tuscany, examining the historical and ideological significance of the main architectural types associated with the exercise of public and publicistic power between the 10th and 12th centuries. Through the study of three architectural typologies – the rural palatium, the church with a two-tower facade, and the lordly tower – a methodological approach based on light archaeology is proposed to understand medieval political ideologies. By integrating stratigraphic principles and non-stylistic historical-architectural theories, the relationship between architecture and political power is highlighted, demonstrating how buildings reflect the ideologies of their commissioners and contribute to the legitimization of public power. Furthermore, the historical-archaeological context of medieval Amiata is discussed, hypothesizing that the commissioning of such buildings may be associated with high-ranking political figures.</hi></p><p rend="h2 ParaOverride-1" ><hi>1. Introduzione </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo contributo è dedicato a un aspetto specifico dell’interpretazione delle fonti materiali, archeologico-architettoniche, dell’Amiata medievale in Toscana, ovvero al significato storico e ideologico attribuibile alla comparsa dei principali tipi edilizi associati localmente all’esercizio dei più alti poteri pubblici (o pubblicistici), tra X e XII secolo. Il tema verrà affrontato attraverso la presentazione di tre tipi verso i quali si orientarono le scelte del ceto dirigente attivo a livello territoriale nel periodo considerato: il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> rurale, la chiesa con facciata a due torri e la torre signorile, con esempi tratti rispettivamente dalle fasi più antiche della rocca aldobrandesca di Arcidosso (Nucciotti 2010a), dalla ricostruzione monumentale della chiesa abbaziale di San Salvatore al Monte Amiata nell’XI secolo (Abbadia San Salvatore – Dallai 2003; Santioli 2012) e dalle torri maestre di XII secolo delle rocche aldobrandesche di Santa Fiora, Arcidosso (Nucciotti 2006, 171-72) e Selvena (Citter 2001) (Fig. 1).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da un punto di vista metodologico questo contributo vuole offrire una prospettiva di utilizzo dell’archeologia leggera (Nucciotti and Vannini 2019) per lo studio delle ideologie politiche medievali, attraverso l’analisi storico-archeologica delle architetture. In particolare, l’unità concettuale del ‘tipo edilizio’, tradizionalmente associata alle discipline storico-architettoniche e storico-artistiche, viene riletta, sia attraverso l’applicazione dei principi stratigrafici in architettura (Brogiolo e Cagnana 2012),</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="CharOverride-1">tipicamente italiana, archeologica e medievistica, sia alla luce di teorie storico-architettoniche e archeologico-antropologiche ‘non stilistiche’, basate sui lavori di Gunter Bandmann (1951 e 2005, quest’ultima con ampia revisione di Kendal Wallis) e, più limitatamente, sui paradigmi di </hi><hi rend="CharOverride-3">Great and Little Traditions</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="CharOverride-1">Redfield 1955; LaBianca 2007; Nucciotti and Pruno 2016). Si tratta di un approccio che la Cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze ha testato sia in contesti occidentali (Nucciotti 2010a; Fregoso 2020; Ricci 2022; Broccoli 2018), sia nel Levante (Nucciotti and Fragai 2019), con l’obiettivo di interpretare su basi storiche l’adozione di specifiche forme architettoniche, in funzione legittimante, da parte dei detentori dei poteri pubblici medievali. Tale prospettiva rappresenta un’alternativa rispetto al paradigma dell’evoluzione stilistica, caratterizzato dalla centralità della figura dell’artista-architetto nei processi produttivi dell’architettura pubblica (vedi Tab. 1). Il concetto di stile, infatti, per i suoi riferimenti naturalistico-evolutivi (Bandmann 2005) e per lo scarto con il metodo storico, si è difficilmente integrato con le ricostruzioni storiche-archeologiche ‘globali’ (in senso ‘mannoniano’) del passato. L’obiettivo di questo intervento è quindi quello di contribuire all’elaborazione di un concetto storico-archeologico di ‘tipo edilizio’, utilizzabile come fonte storica, piuttosto che storico-artistica, basato su analisi comparative subordinate alla stratigrafia. Se vogliamo nel solco di quanto già sperimentato, a partire dagli anni ’980, con il concetto di ‘tipo murario’ (Francovich Parenti 1988), divenuto, grazie all’approccio stratigrafico ‘leggero’ e antropologico, una fonte storica altamente informativa (Bianchi 2010; Nucciotti e Vannini 2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Amiata medievale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-014">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresenta un interessante caso studio per indagare l’interazione tra le forme di governo e i tipi dell’edilizia pubblica, grazie alla relativamente ampia disponibilità contestuale di fonti scritte (già dal secolo VIII – vedi CDA n. 1, a. 736) e fonti materiali (Nucciotti 2010b), entrambe da lungo tempo sondate dalla ricerca storica, archeologica e storico-artistica (vedi</hi><hi rend="CharOverride-3"> infra</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i dettagli). La montagna amiatina, inoltre, priva di centri amministrativi di rilievo durante l’Antichità, emergendo come </hi><hi rend="CharOverride-3">locus </hi><hi rend="CharOverride-1">politico di livello regionale dalla metà del secolo VIII, con la fondazione regia longobarda dell’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, consente di analizzare le modalità di formazione dei paesaggi (anche urbano-castrensi) tipiche del Medioevo rurale centro italiano (Wickham 1985 e 1989), in un ambiente privo di significative preesistenze antiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, alla luce di quanto finora noto, la fondazione del San Salvatore nell’VIII secolo, dette in effetti avvio a una vicenda politico insediativa territoriale che, progressivamente tra X e XII secolo, influenzò le scelte dell’aristocrazia laica del territorio. Sia la marca di Tuscia (secondo l’ipotesi in Nucciotti 2010a), sia i conti Aldobrandeschi, infatti, fondarono in quei secoli sull’Amiata importanti centri di governo, facendo della montagna un luogo topico della politica medievale rurale toscana. </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. X secolo: il </hi><hi rend="CharOverride-5">Palatium </hi><hi>di Arcidosso</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il cosiddetto </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-013">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> è una costruzione in pietra di due piani a pianta quadrata (m 12 × 12 alla base, per m 9 di altezza), dotata di un accesso principale collocato al piano elevato, ed è l’edificio più antico inglobato nel complesso architettonico bassomedievale della rocca aldobrandesca di Arcidosso. Il </hi><hi rend="CharOverride-3">castrum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Arcidosso, attestato positivamente come tale dal 1121 (CDA n. 333) e successivamente ampliato da borghi che si estesero tra Duecento e Trecento su tutta la collina dominata dalla rocca, costituisce un bellissimo esempio di </hi><hi rend="CharOverride-3">urbanisme villageois</hi><hi rend="CharOverride-1"> m</hi><hi rend="CharOverride-1">edievale giunto fino a noi. Con il suo </hi><hi rend="CharOverride-3">skyline </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi triangolare e i prospetti degli edifici perfettamente visibili dall’esterno del paese, Arcidosso è infatti una delle icone paesaggistiche del Monte Amiata e della Toscana ‘feudale’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-012">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il centro storico domina il sistema insediativo della valle dell’Ente (sul fianco occidentale della montagna) che, tra lo stesso Arcidosso, Castel del Piano, Montegiovi, Montelaterone e la pieve di Lamula, racchiude uno dei ‘paesaggi medievali’ meglio conservati della Toscana rurale. Tuttavia nel X secolo, all’epoca di edificazione del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1">, la situazione era molto diversa. Ad esempio la popolazione viveva in case rurali e in villaggi localizzati in aree oggi non più insediate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-011">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La collina di Arcidosso non era urbanizzata, almeno a giudicare dai documenti a nostra disposizione e, più in generale, gli insediamenti coevi della zona per cui disponiamo di attestazioni scritte (ovvero quelli legati a o fondati da San Salvatore) non risultano fortificati (Farinelli 2007, par. 3.5). Inoltre, i recenti scavi archeologici nel sito di Castel Vaiolo (Arcidosso), mostrano orizzonti di X-XI secolo privi di architetture in pietra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-010">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, confermando in sostanza il quadro interpretativo basato sulle fonti scritte. In tale contesto quindi il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1">, un edificio fortificato di due piani, realizzato in pietra e collocato sul punto più alto della valle, opportunamente in corrispondenza dell’incrocio di molte vie pubbliche, doveva attirare su di sé gli sguardi ammirati dei viaggiatori e degli abitanti dei villaggi e delle fattorie circostanti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il palazzo è stato datato alla seconda metà del X secolo sulla base della stratigrafia della Rocca di Arcidosso, dei confronti tipologici delle tecniche murarie e della tecnologia degli elementi strutturali (archeggiature) disponibili per la Toscana e il nord Italia (la discussione in Nucciotti 2010a). Per quanto riguarda il committente (o </hi><hi rend="CharOverride-3">Bauherr</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella terminologia di Bandmann – 2005, 1-14), la peculiarità tipologica dell’edificio, non altrimenti attestata nei coevi contesti castrensi toscani indagati archeologicamente, sebbene simile al torrione identificato nel </hi><hi rend="CharOverride-3">central place</hi><hi rend="CharOverride-1"> medievale di Vetricella (Scarlino-Gr – vedi Bianchi 2022, 15-34 e </hi><hi rend="CharOverride-3">infra</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i confronti architettonici), unita al non comune uso della pietra sbozzata e sommariamente squadrata (per le angolate) sembravano indicare un committente insolito per la società rurale amiatina. Si trattava sicuramente di un detentore di poteri pubblici, in grado di mobilitare maestranze altamente specializzate per l’epoca (il contesto produttivo regionale in Bianchi 2008) e di avviare la coltivazione di cave di peperino (litotipo di origine eruttiva caratteristico dell’edificio vulcanico amiatino) in siti distanti da 2 a 5 chilometri dal cantiere del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-009">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il committente dimostra inoltre la preoccupazione per il controllo del nodo stradale di vie pubbliche, attestate tra IX e XII secolo (Nucciotti 2006, 180-85), confluenti su Arcidosso dalla valle dell’Ente, dalla Francigena (via Castiglion d’Orcia), dalla val di Chiana (via San Salvatore e Santa Fiora), dalla Clodia e dalla valle dell’Albegna (via Triana) oltre che dalla bassa valle dell’Ombrone (via Monticello Amiata). Il legame tra </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> e controllo della viabilità è inoltre materialmente evidenziato dalla scelta del peperino come pietra da costruzione, non estratto </hi><hi rend="CharOverride-3">in situ</hi><hi rend="CharOverride-1"> e pertanto ivi trasportato attraverso la stessa rete viaria. Lo studio del contesto storico (Collavini 1998, 85-104; Kurze 2004), inoltre, suggeriva di escludere San Salvatore, i conti di Chiusi e gli Aldobrandeschi dal novero dei possibili committenti dell’opera, dato che nessuno di essi controllava l’Amiata occidentale in quel periodo. L’ipotesi più plausibile sulla base di una reinterpretazione critica delle fonti storiche edite è parsa, quindi, l’attribuzione dell’opera alla committenza di Ugo di Tuscia, marchese di Toscana dal 970 al 1001 (Puglia 2003), particolarmente attivo in area maremmana e amiatina negli anni ’90 del X secolo, quando Ugo controllava, come duca imperiale, anche Spoleto e Camerino. L’ipotesi di una committenza di altissimo livello è d’altronde confortata dai caratteri materiali del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> e particolarmente dalla realizzazione di un edificio i cui riferimenti tipologici risultano condivisi sia dalla maggiore aristocrazia rurale toscana del tempo (Bianchi 2022, 96-7), sia dal grande funzionariato pubblico imperiale dall’età carolingia a quella ottoniana (in Francia anche all’aristocrazia capetingia). Palazzi simili a quello di Arcidosso, da un punto di vista tipologico, sono attestati ad esempio per i conti di Barcellona, per i conti del Maine (Mayenne) e per il re delle Asturie Ramiro I (Naranco) nel IX secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, e archetipi di VIII secolo sono noti per la Germania (Lorsch). Il tipo edilizio, caratterizzato sostanzialmente dalla sovrapposizione di una sala alta principale con accesso elevato, su una sala bassa, fortificata e ‘subordinata’, è inoltre occasionalmente attestato in Italia nell’XI secolo, in città in relazione a committenze vescovili politicamente vicine all’Impero (così a Genova e a Pistoia ad esempio)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-008">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> mentre in campagna è associato a committenze comitali (così a Fucecchio-Fi – per i Cadolingi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-007">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">). (Fig. 2). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel quadro del contesto tipologico e della datazione stratigrafica archeologica, quindi, il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Arcidosso sembrerebbe indicare che Ugo di Tuscia, alla fine del X secolo, abbia fatto uso di un tipo edilizio di ascendenza carolingia che, nel linguaggio architettonico continentale del tempo, era direttamente associato al più alto funzionariato dello Stato. Una delle finalità del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovrebbe quindi esser stata quella di evidenziare architettonicamente il controllo esercitato dalla Marca di Tuscia sull’Amiata occidentale, attraverso un edificio che esprimesse morfologicamente un diretto collegamento del </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherr </hi><hi rend="CharOverride-1">con l’esercizio dei più alti poteri pubblici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-006">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da questo punto di vista il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium </hi><hi rend="CharOverride-1">amiatino può essere quindi contestualizzato nell’ambito del discorso pubblico legittimante dell’istituzione marchionale.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. XI secolo: la chiesa abbaziale di San Salvatore al monte Amiata</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ‘nuova’ chiesa abbaziale di San Salvatore, costruita nella prima metà dell’XI secolo sul lato orientale della montagna rispetto ad Arcidosso, oltre che a ridosso della Francigena, è anch’essa a suo modo un edificio straordinario nel panorama edilizio toscano e italiano. Edificata attorno al 1035 (data della consacrazione) dall’abate Winizo, uno dei principali fautori della politica signorile dell’abbazia imperiale amiatina, la sua realizzazione si colloca ancora nell’alveo culturale della Marca di Tuscia (del marchese Ranieri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-005">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> durante il periodo di raccolta dei fondi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-004">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e di Bonifacio di Canossa tra 1027 e 1035), di cui San Salvatore costituiva formalmente, sotto il profilo giuridico-istituzionale, una articolazione. La chiesa mostra alcune soluzioni icnografiche molto particolari, che furono colte già all’inizio del XX secolo da Thummler (Moretti 1990a, 78-81), il primo a notare la inusuale associazione di una facciata a due torri, reminiscente del </hi><hi rend="CharOverride-3">westbau</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottoniano e salico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-003">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con un’aula a navata unica. Le coeve architetture transalpine, infatti, e specialmente quelle tedesche, presentano aule con tre o cinque navate nelle chiese dotate di </hi><hi rend="CharOverride-3">westwerke </hi><hi rend="CharOverride-1">(l’unico esemplare interamente conservato è quello della</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">chiesa abbaziale dei Santi Stefano e Vito a Corvey, iniziato nell’873). Sebbene la critica più recente abbia teso a diversificare la facciata a due torri di San Salvatore dai ‘</hi><hi rend="CharOverride-3">castella</hi><hi rend="CharOverride-1">’ o ‘</hi><hi rend="CharOverride-3">palatia</hi><hi rend="CharOverride-1">’ occidentali delle chiese nord europee (i </hi><hi rend="CharOverride-3">westwerke</hi><hi rend="CharOverride-1">), l’evidente analogia tra le due soluzioni non è stata messa in discussione (Giubbolini 1988). Analizzando la questione tipologica attraverso il punto di vista di Bandmann (Tab. 1) l’edificio pare evidenziare materialmente la relazione politica tra il cenobio amiatino e l’Impero (anche attraverso la mediazione della Marca di Tuscia), con la ripresa di un tipo edilizio tradizionalmente ‘imperiale’ (facciata a due torri/</hi><hi rend="CharOverride-3">westwerk</hi><hi rend="CharOverride-1">), oltre che attraverso la riproposizione di tecniche murarie (dal punto di vista dei tipi murari) direttamente ispirate ai monumenti antichi della Roma imperiale. La muratura con cui venne edificata la chiesa abbaziale, infatti, mostra per la prima volta in area amiatina l’uso di grandi conci squadrati e spianati (a punta e ad ascia) di peperino, messi in opera a imitazione del </hi><hi rend="CharOverride-3">grand appareil quadrangulaire </hi><hi rend="CharOverride-1">romano di IV-VI secolo (Adam 1984, fig. 246 B1). Nella realizzazione delle pareti i blocchi furono, infatti, collocati sia di fascia, sia di testa, producendo l’effetto di una irregolare alternanza di ortostati e diatoni-semidiatoni, reminiscente della classicità monumentale (Fig. 3).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un certo senso, quindi, l’architettura del San Salvatore pare recepire </hi><hi rend="CharOverride-3">in operam </hi><hi rend="CharOverride-1">quelle aspirazioni ideologiche alla </hi><hi rend="CharOverride-3">renovatio Imperii</hi><hi rend="CharOverride-1"> che Ottone III e Silvestro II avevano propugnato, fino al 1002 (D’Acunto 2002), vagheggiando un </hi><hi rend="CharOverride-3">Imperium</hi><hi rend="CharOverride-1"> cristiano in cui venisse programmaticamente ricercata la fusione delle due eredità romane, quella di tradizione germanico-imperiale (riassunta a San Salvatore nel richiamo della facciata al </hi><hi rend="CharOverride-3">westwerk</hi><hi rend="CharOverride-1">) e quella romana-imperiale (richiamata dalla </hi><hi rend="CharOverride-3">romanitas </hi><hi rend="CharOverride-1">e dalla monumentalità della muratura dell’aula). Argomentazioni che potremmo supporre aver convinto ed esser state condivise da un colto </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherr </hi><hi rend="CharOverride-1">come l’abate Winizo. La ripresa di modelli architettonici romani e imperiali nel San Salvatore metterebbe quindi in luce la continuità con cui la Marca di Tuscia, tra X e XI secolo, sia stata in grado di trasmettere, agli enti ‘territoriali’ ad essa associati e subordinati (attraverso</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">la comunità culturale dei </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherren</hi><hi rend="CharOverride-1">), tipi edilizi funzionali alla diffusione dell’ideologia politica dell’Impero. Si noti, d’altra parte, come anche per l’edilizia pubblica laica di XI secolo, l’attestazione di </hi><hi rend="CharOverride-3">palatia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul tipo del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Arcidosso a Fucecchio (in Toscana) o a Genova (palazzo vescovile di San Silvestro) si verifichi durante l’ultimo periodo in cui l’istituzione imperiale abbia goduto di un’autorevolezza pressoché universale in tema di ideologia politica. Situazione destinata a mutare durante e dopo la cosiddetta lotta per le investiture, quando dall’Impero si passerà alla </hi><hi rend="CharOverride-3">pars Imperii</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’accezione deteriore di schieramento politico.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. XII secolo: le torri maestre dei castelli amiatini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il XII secolo segna, in Toscana, la crisi definitiva dell’ordinamento pubblico carolingio. Non solo svaniscono importanti istituzioni, come la Marca (formalmente alla fine del secolo), ma l’emergere contemporaneo delle grandi signorie rurali e dei comuni urbani ridefinisce completamente la geografia politica della regione. Le antiche circoscrizioni pubbliche, i </hi><hi rend="CharOverride-3">comitati</hi><hi rend="CharOverride-1">, si riducono quasi esclusivamente, in campagna, a riferimenti topografici. La nuova realtà politica rurale, prodotta dalle ‘sperimentazioni del potere’ condotte dapprima dalle dinastie di rango comitale (Aldobrandeschi su tutti) nel secolo XI, è infatti un mosaico di signorie di ogni possibile dimensione (talune davvero minuscole) variamente coordinate dai grandi ‘principi’ toscani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-002">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e dai comuni urbani. Nel XII secolo il monte Amiata viene integrato stabilmente nell’area di egemonia politico-economica aldobrandesca. Famiglia di rango comitale di antica origine lucchese, gli Aldobrandeschi detengono dal IX secolo il titolo di </hi><hi rend="CharOverride-3">comites</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei territori di Roselle, Populonia e Sovana (Collavini 1998). I Conti si contraddistinguono precocemente per lo sviluppo di una politica marcatamente principesca. Già nel X secolo controllano molti centri localizzati al di fuori dei tre comitati ‘originari’. Una carta del 973 (CDA II </hi><hi rend="CharOverride-3">ad annum</hi><hi rend="CharOverride-1">) documenta ad esempio l’espansione del patrimonio familiare nel comitato di Chiusi, di cui faceva parte l’Amiata. Nel corso dell’XI secolo, anche grazie all’iniziale appoggio del marchese Ranieri (e dell’Impero), gli Aldobrandeschi riescono a imporsi su San Salvatore, inserendo l’abbazia imperiale nel sistema di potere che la </hi><hi rend="CharOverride-3">Domus Ildibrandischa</hi><hi rend="CharOverride-1"> stava progressivamente mettendo a punto. Un processo che si può dire completo verso la metà del XII secolo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal punto di vista insediativo, il XII secolo inaugura sull’Amiata la stagione dei grandi villaggi fortificati (Wickham 1989, 106-12). È, infatti, a cavallo del 1100 che si formano i nuclei castrensi (la maggior parte dei quali di proprietà degli Aldobrandeschi e/o di San Salvatore) di quelli che nel Duecento e nel Trecento diventeranno significativi centri amministrativi (e demografici) della Montagna e della contea aldobrandesca. La dislocazione dei </hi><hi rend="CharOverride-3">castra</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questo periodo si concentra attorno alla cosiddetta ‘linea delle sorgenti’ del monte Amiata, una fascia montana compresa tra i 600 e gli 800 metri slm di interfaccia geologica tra le permeabili rocce vulcaniche delle quote più elevate (la vetta dell’Amiata si trova a 1738 metri slm) e gli strati argillosi pre-vulcanici. Dal posizionamento e dai riscontri documentari è quindi evidente che i maggiori </hi><hi rend="CharOverride-3">castra</hi><hi rend="CharOverride-1"> amiatini (tra cui Castel di Badia, Santa Fiora, Arcidosso, Castel del Piano e più tardi Piancastagnaio), dal XII secolo in avanti, vengano realizzati in prossimità di grandi sorgenti, probabilmente per sfruttarne l’energia idraulica attraverso la meccanizzazione di cicli produttivi, quali quelli del frumento, del ferro e della lana (Farinelli 1996).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le maggiori realizzazioni architettoniche non religiose di questo periodo, escludendo le cinte murarie che fanno la loro prima comparsa nei </hi><hi rend="CharOverride-3">castra</hi><hi rend="CharOverride-1"> toscani tra il IX e il X secolo (cfr. Bianchi 2008 per Donoratico e Citter 2001 per Selvena), sono le torri signorili. Si tratta di edifici in cui lo sviluppo verticale è decisamente esasperato, tanto che ciclicamente, e con ragione, se ne mette in dubbio l’adeguatezza a svolgere funzioni propriamente residenziali (vedi sulla questione Gabbrielli 2010, 21 e Cagnana, Gardini e Vignola 2010). Sull’Amiata i maggiori costruttori di torri signorili furono gli Aldobrandeschi e San Salvatore. Sfortunatamente non ci sono giunte torri di proprietà dell’abbazia amiatina (con la possibile eccezione della torre campanaria di Santa Maria di Piancastagnaio), la cui esistenza è tuttavia attestata dalle fonti scritte. Per quanto riguarda gli Aldobrandeschi, invece, possediamo un piccolo nucleo di edifici che consente di documentare l’attività dei Conti in questo campo. Si tratta delle due torri frammentarie di Selvena (Citter 2001), di cui si conservano i basamenti inglobati nelle strutture del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> due-trecentesco, e le torri maestre dei castelli di Arcidosso e Santa Fiora, bellissimi esemplari conservati quasi integralmente (Nucciotti e Vannini 2002). Le torri maestre di Santa Fiora e Arcidosso sono edifici modulari, a base quadrata e con un’altezza molto simile (attorno ai 20 metri), mostrano inoltre un’analoga tecnica di lavorazione dei conci (perfettamente squadrati e spianati ad ascettino) e risultano infine accuratamente orientate (ad Arcidosso sugli spigoli e a Santa Fiora sui lati) (Fig. 4). L’ambiente dei costruttori parrebbe ricollegabile, sulla base delle tecnologie di lavorazione e di muratura, al grande cantiere benedettino di Sant’Antimo in Val di Starcia, che entra in crisi nello stesso periodo in cui vengono verosimilmente edificate le due torri (ovvero nei decenni centrali del XII secolo). Un collegamento tra Sant’Antimo e le torri aldobrandesche è evidenziato da un importante testimone materiale, questa volta religioso: la pieve monastica di Santa Maria di Lamula (comune di Arcidosso-Gr). Dipendente da San Salvatore, Lamula presenta, infatti, sia analogie stilistico-formali direttamente ricollegabili con Sant’Antimo (Moretti 1990b, 199), sia analogie tecnologiche con le torri di Santa Fiora e Arcidosso (identica lavorazione, finitura e messa in opera). Anche l’inusuale e preciso orientamento delle torri aldobrandesche potrebbe, infine, alludere all’attività di maestranze abituate a operare in cantieri religiosi. Inoltre, nello stesso XII secolo, si registra la contestuale comparsa di murature simili a quelle della pieve di Lamula e delle torri di Santa Fiora e Arcidosso nell’edilizia amiatina riferibile all’episcopato chiusino (es. l’abside della ‘pieve’ vescovile di Santa Mustiola presso Arcidosso). Tale quadro pare evidenziare un’ampia e capillare circolazione dei saperi tecnici (e probabilmente delle maestranze) nell’intera area montana. L’apparente frammentazione delle giurisdizioni signorili amiatine nel XII secolo non sembra cioè aver ostacolato la mobilità dei maestri costruttori che lavorarono per gli Aldobrandeschi, San Salvatore o per il vescovo di Chiusi. Sotto questo profilo l’evidenza archeologica conforterebbe quindi l’ipotesi (basata sulle fonti scritte) di una ricomposizione dello spazio politico e giurisdizionale della montagna sotto la signoria eminente di Ildebrandino VII Aldobrandeschi, entro cui i signori locali (e San Salvatore su tutti) sarebbero stati collocati. Quello di XII secolo è quindi sull’Amiata un vero e proprio ‘paesaggio aldobrandesco’ connotato dalla selezione del tipo edilizio ‘torre’ come marcatore dell’autorità pubblica/pubblicistica e dalla costruzione di uno spazio politico-economico comune tra i Conti e San Salvatore, evidenziato anche dalla gestione congiunta del mercato sabatino di Lamula (Nucciotti 2006, 104). Resta, tuttavia, da chiarire sotto il profilo ideologico e formale la motivazione che condusse gli Aldobrandeschi, con tutta la grande e media aristocrazia toscana del periodo, laica e religiosa, urbana e rurale, a preferire la torre al </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> come edificio-manifesto della </hi><hi rend="CharOverride-3">Potestas</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nonostante il grande successo riscosso presso l’intera aristocrazia toscana, e più in generale italiana, dalla torre, la motivazione storica sottesa alla predilezione per questo tipo edilizio nei secoli XI-XII resta ancora sfuggente. Gli immediati antecedenti tipologici toscani della ‘torre signorile’, ovvero strutture autoportanti connotate da un’esasperata verticalizzazione della costruzione e da un’accessibilità che non necessariamente si coniugava all’abitabilità (come avviene invece con la coeva ‘casa torre’, che compare tra XII e XIII secolo, ad esempio, sia a Siena – Gabbrielli 2010, 23 sgg. – sia in campagna, come a Donoratico-Livorno), allo stato delle ricerche, sarebbero un nucleo di campanili databili tra il X e l’XI secolo, tra cui si segnalano quelli a pianta circolare e poligonale della Badia Fiorentina e della Badia di San Salvatore a Settimo, databili al X secolo (Uetz 2003), e quello a pianta circolare dell’abbazia di San Rabano ad Alberese-Gr, databile alla prima metà dell’XI secolo e attribuibile proprio agli Aldobrandeschi (Broccoli 2015). Per il X secolo, quindi, mentre sono positivamente attestate torri campanarie, mancano attestazioni archeologiche positive, quantomeno in Toscana, di torri pubbliche o signorili. Nonostante la questione della possibile dipendenza morfologica della torre signorile di XI-XII secolo dal campanile (ipotizzata recentemente anche per l’area di Roma e del Lazio – Carocci e Giannini 2021) non possa essere affrontata in questa sede, è comunque possibile affermare che il generale mutamento del gusto nell’architettura pubblica toscana (ovvero il cambiamento degli archetipi di riferimento della classe dirigente della ex Marca) occorso nel XII secolo, caratterizzato dalla diffusione di torri slanciate, non sempre abitabili, fosse stato anticipato almeno dal X secolo (in Toscana) dalla comparsa di imponenti torri campanarie.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Oltre l’Amiata e oltre il Medioevo: i tipi edilizi, il senso storico e noi </hi></p><p rend="quotation_a ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre che per le sue terre fertili, Brač è nota per le sue pietre, impiegate nella costruzione di importanti edifici in tutto il mondo. Ad esempio sia il palazzo di Diocleziano a Spalato, sia la Casa Bianca a Washington (secondo una tradizione </hi><hi rend="CharOverride-3">orale </hi><hi rend="CharOverride-1">non confermata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-001">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), sono stati costruiti con la pietra di questa isola </hi><hi rend="CharOverride-3">della Croazia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-000">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non so precisamente perché gli autori del sito </hi><hi rend="CharOverride-3">web</hi><hi rend="CharOverride-1"> turistico di Brač abbiano voluto mettere in relazione il palazzo di Spalato e la Casa Bianca, suppongo per dare lustro alla propria isola reclamandole un posto nella storia culturale della civiltà occidentale, dall’età romana fino a oggi; tuttavia ciò che mi colpisce è che i due edifici citati, separati da millecinquecento anni di storia oltre che dall’Atlantico, condividano in effetti, più che i materiali costruttivi, una certa somiglianza formale dovuta alla dipendenza di entrambi dall’abbreviazione architettonica (per usare il lessico di Bandmann) dello stesso tipo edilizio: il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium </hi><hi rend="CharOverride-1">imperiale romano. Il tipo si caratterizza essenzialmente per la riproposizione di una facciata contraddistinta da un portico o pronao colonnato con frontone e timpano triangolare, a formare un atrio di ingresso, collocato al centro di una facciata rettangolare, possibilmente dotata di una o due logge colonnate sovrapposte. Alcuni tra gli archetipi storici più illustri sono, appunto, il peristilio del palazzo edificato da Diocleziano a Spalato (293-305) e, soprattutto, il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Teodorico a Ravenna (Cirelli 2008, 78-85), così come venne raffigurato nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo nel VI secolo (Bougard 1996). Molti edifici storici sede di alti poteri pubblici citano il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> imperiale attraverso la ripresa degli elementi caratteristici della facciata, tanto che appare talvolta possibile tracciare ‘genealogie’ tipologiche che legano agli archetipi antichi anche realizzazioni notevolmente più recenti. Riprendendo l’esempio della Casa Bianca, edificata tra il 1792 e il 1800 dall’architetto irlandese James Hoban, è nota la sua derivazione architettonica dalla Leinster House di Dublino (1745-1748), il palazzo comitale e poi ducale del conte di Kildare progettato da Richard Cassels, importante architetto di origine franco-tedesca che si pose in evidenza tra i principali fautori dello stile palladiano nel XVIII secolo. Andrea Palladio (1508-1580), a sua volta può essere considerato uno dei personaggi più influenti nella formazione del gusto in architettura di tutti i tempi. Con il suo lavoro e con la sua opera teorica Palladio innestò compiutamente una selezione di temi architettonici ripresi dall’antichità classica romana, originariamente di carattere aulico e di matrice pubblica, nel contesto della cinquecentesca Repubblica di Venezia, legittimando anche da un punto di vista teorico l’uso di forme architettoniche imperiali nell’architettura privata di committenza ‘magnatizia’, aristocratica e borghese. Questa sorta di ‘democratizzazione’ dell’uso di marcatori e riferimenti aulici nell’architettura (privata) viene esplicitata e motivata nel proemio ai </hi><hi rend="CharOverride-3">Quattro Libri</hi><hi rend="CharOverride-1">, con il ruolo di «Venetia, ove tutte le buone arti fioriscono et che sola n’è come esempio rimasa della grandezza et magnificenza de’ Romani» (Palladio 1570); con cui ci si ricollega esplicitamente, attualizzandola nel contesto socio economico e politico dell’Europa moderna, all’ideologia della missione storica e civilizzatrice dell’antica Roma. In un certo senso, quindi, un cruciale esito della riflessione di Palladio fu costituito dalla comparsa di </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherren</hi><hi rend="CharOverride-1"> locali in grado di selezionare dalle forme architettoniche classiche quelle più adatte a legittimare le proprie aspirazioni egemoniche, politicamente ed economicamente, sul piano sociale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, molto più delle aristocrazie urbane, furono gli eredi (legittimi o sedicenti) dei detentori dei poteri universali di epoca medievale a ricorrere quasi sistematicamente all’abbreviazione del tipo del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Teodorico nelle loro maggiori realizzazioni architettoniche. Tutte ricollegabili al </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> i</hi><hi rend="CharOverride-1">mperiale, non tanto su base stilistico-formale, quanto piuttosto sul piano ideologico-tipologico, poiché dovute alla selezione da parte delle </hi><hi rend="CharOverride-3">élites </hi><hi rend="CharOverride-1">occidentali di una forma consacrata, nella </hi><hi rend="CharOverride-3">Great Tradition</hi><hi rend="CharOverride-1"> romana, come </hi><hi rend="CharOverride-3">proxy </hi><hi rend="CharOverride-1">architettonico del potere sovrano. E come tale riproposta, con intento legittimante, come elemento del discorso pubblico rivolto ai soggetti e ai competitori; al pari se vogliamo di altri simboli sovrani quali la monetazione o la titolatura latina antica, e si potrebbe continuare. Tra le più celebri ‘copie’ del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> romano si possono ricordare, ad esempio, la facciata della basilica di San Pietro a Roma (Carlo Maderno 1607-1614), il municipio/palazzo reale di Amsterdam (1648), la reggia borbonica di Caserta (1752-1815), la facciata di Buckingham palace a Londra (1842) o il Reichstag di Berlino (1894). In sintesi il valore ideologico di tale composizione architettonica evidenzia un fenomeno che non può essere ricondotto unicamente o principalmente alla teoria dell’evoluzione stilistica, tanto che, se, per assurdo, Teodorico potesse visitare oggi l’Europa o gli Stati Uniti, sarebbe facilmente in grado di individuare un gran numero di sedi governative facendo ricorso a conoscenze vecchie di oltre millecinquecento anni (Fig. 5).</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Concludendo, il tipo edilizio sembra emergere come uno strumento capace di veicolare contenuti non materiali in modo efficiente attraverso lo spazio e il tempo. Il suo utilizzo come fonte storica ha quindi il potenziale di informare su aspetti ideologici della manifestazione del potere non sempre e non dovunque tramandati dalle fonti scritte o iconografiche. Questione particolarmente rilevante per i contesti medievali rurali. Dal punto di vista operativo tuttavia sono necessarie alcune cautele. Il tipo edilizio deve essere identificato, contestualizzato e datato attraverso un’analisi basata sull’archeologia storica e sulla stratigrafia, in modo da svincolarne l’interpretazione dal solo paradigma stilistico-formale. I casi studio presentati, per l’Amiata medievale e più in generale per l’Europa medievale e moderna, mostrano infatti come i tipi dell’architettura pubblica siano giustificati non tanto dall’invenzione artistica quanto piuttosto dalla selezione ‘informata’, da parte dei </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherren</hi><hi rend="CharOverride-1">, di archetipi di riferimento il cui valore ideologico viene trasferito alle nuove realizzazioni. Il processo produttivo dell’edilizia pubblica viene quindi ad arricchirsi di una fase di progettazione ideologica al cui centro emerge la figura del committente colto, in funzione di </hi><hi rend="CharOverride-3">bauherr</hi><hi rend="CharOverride-1">, che co-produce assieme all’architetto-capomastro, a cui è sovraordinato, il manufatto architettonico.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Adam, J. 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Siena.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Moretti, I., a cura di. 1990b. </hi><hi rend="CharOverride-3">Romanico nell’Amiata. Architettura religiosa dall’XI al XIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Siena: Salimbeni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nucciotti, M. 2005. </hi><hi rend="CharOverride-3">Le pietre del potere. Una storia archeologica dell’Amiata occidentale nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Tesi dottorale, XV ciclo, Università di L’Aquila.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nucciotti, M. 2006. “L’Amiata nel Medioevo. Modi tempi e luoghi della formazione di un paesaggio storico.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">Il parco minerario dell’Amiata. Il territorio e la sua storia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Z. Ciuffoletti, 161-97. 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Die abteikirche von Florenz, 969-1310, Die kirche Santa Maria Assunta nella badia fiorentina und ihr glockenturm. Ein beitrag zur klärung der älteren baugeschichte von kirche und campanile der benediktinerabtei von Florenz</hi><hi rend="CharOverride-1">, dissertazione dottorale, Fakultät für geschichts- und geo-wissenschaften Der Otto-Friedrich-Universität Bamberg (D).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Vannini, G., a cura di. 2007. </hi><hi rend="CharOverride-3">Il progetto Shawbak. Archeologia dell’insediamento crociato-ayyubide in Transgiordania</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: All’insegna del Giglio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Wickham, C. 1985. </hi><hi rend="CharOverride-3">Il problema dell’incastellamento nell’Italia centrale. L’esempio di San Vincenzo al Volturno</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: All’Insegna del Giglio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Wickham, C. 1989. “Paesaggi sepolti: insediamento e incastellamento sull’Amiata, 750-1250.” In </hi><hi rend="CharOverride-3">L’Amiata nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno internazionale (Abbadia San Salvatore-Si, 29 maggio-1 giugno 1986), a cura di M. Ascheri, e W. Kurze, 101-38. Roma: Viella.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-015-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Con illustrazioni di Elisa Broccoli</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-014-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una introduzione generale alle interpretazioni basate sulle fonti storiche si veda Ascheri e Kurze 1989; per la dinamica dei quadri insediativi medievali tra IX e XIII secolo si vedano Wickham 1989 e Nucciotti 2006 (quest’ultimo con riferimenti all’interpretazione delle fonti materiali).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-013-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’uso del termine </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium </hi><hi rend="CharOverride-1" >è </hi><hi rend="CharOverride-1">stato recentemente criticato da Giovanna Bianchi (2022, 96) in riferimento alla struttura di Arcidosso, per cui si è proposta in sostituzione la definizione di </hi><hi rend="CharOverride-1" >«</hi><hi rend="CharOverride-1">torrione</hi><hi rend="CharOverride-1" >»</hi><hi rend="CharOverride-1">. La questione appare per certi versi nominalistica, si preferisce qui ribadire l’utilizzo del termine </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia perché è così che l’edificio compare nelle fonti basso e post-medievali, sia in quanto, dal punto di vista tecnico, si ritiene che l’edificio in questione, in quanto sede di un’autorità pubblica, svolgesse localmente già nel X secolo la funzione politico-amministrativa del </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tradizione carolingio-ottoniana.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-012-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tale caratteristica, dovuta all’evoluzione storica medievale dell’insediamento, è stata ulteriormente enfatizzata dal restauro storicista in forme neo-romaniche della chiesa parrocchiale di San Niccolò negli anni 1934-43 (Prezzolini 1990, 172-74). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-011-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’insediamento amiatino prima dell’incastellamento, vedi Wickham 1989.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-010-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Le strutture di X-XI secolo sono caratterizzate da architetture in legno relative ad ambienti di servizio dedicati alla trasformazione e immagazzinamento di prodotti agricoli; l’unica struttura in muratura compare nell’area 2000 non prima del XII secolo (Nucciotti 2007).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-009-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle attività estrattive amiatine in età medievale si veda Pruno 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-008-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un’altra tipologia sviluppata su due piani di committenza tipicamente vescovile è quella della Doppelkapelle (Bandmann 1958), cappella palatina episcopale ispirata alla Cappella Palatina di Carlo Magno ad Aquisgrana. Un esempio è la chiesa di San Claudio al Chienti dove convivono due tipi edilizi che rimandano all’edilizia di rappresentanza imperiale, il </hi><hi rend="CharOverride-3">Westwerk</hi><hi rend="CharOverride-1"> e appunto la </hi><hi rend="CharOverride-3">Doppelkapelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Broccoli 2018). La chiesa è stata datata infatti all’XI secolo e attribuita al filoimperiale vescovo di Fermo (Sahler 1998) forse Uldarico (1057-1074) di probabili origini germaniche (Piva 2012).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-007-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per i riferimenti a Mayenne, Lorsch e Naranco vedi Nucciotti 2010a, per Fucecchio vedi Santi 2015.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-006-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Dal punto di vista delle fonti scritte, sebbene in un atto tramandato esclusivamente da una copia di XVIII secolo, si apprende come nel 993 il marchese Ugo di Toscana compaia come autore di una donazione al monastero del Santo Sepolcro di Acquapendente (VT) a cui assiste come testimone un </hi><hi rend="CharOverride-1" >«</hi><hi rend="CharOverride-3">Venerandus vicecomes de Monte Amiato</hi><hi rend="CharOverride-1" >»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Nucciotti 2005, 150, da Martene et Durand, I, col. 349).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-005-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ranieri di Toscana fu il personaggio che meglio seppe interpretare, ricalibrandola secondo le necessità dei tempi, l’eredità di Ugo di Tuscia. Sotto il suo governo, attestato tra il 1014 e il 1027, la Marca riuscì a imporre un coordinamento politico su scala regionale, anche se il baricentro della sua azione si spostò verso est e sud, rispetto ai tempi di Ugo. Membro di un’importante famiglia di funzionari insediata ad Arezzo (città di cui Ranieri era </hi><hi rend="CharOverride-3">comes</hi><hi rend="CharOverride-1">), il marchese fu l’oppositore più convinto ed efficace del partito arduinico in Toscana nella lotta di successione al trono imperiale, apertasi alla morte prematura di Ottone III nel 1002, tra Arduino d’Ivrea ed Enrico II. Il teatro Toscano in cui si svolse il confronto tra i due ‘partiti’ fu caratterizzato da una forte influenza dell’elemento politico locale nella definizione degli schieramenti. Arduino venne appoggiato dai marchesi Obertenghi, che sotto gli Ottoni erano stati reintegrati nella marca della Liguria orientale a discapito degli Aldobrandeschi (Collavini 1998, 100), forti degli appoggi nell’aristocrazia lucchese cementati al tempo di Ugo di Tuscia (Puglia 2003). Contro questa prospettiva prese posizione Ranieri che, assicurandosi l’appoggio dei potenti Aldobrandeschi (tradizionalmente avversi agli Obertenghi), riuscì a imporre il partito enriciano e sé stesso come capisaldi politici nella regione, ricevendo attorno al 1014 la nomina a marchese di Tuscia, da Enrico II.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-004-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra l’anno 1000 e il 1025 si registra infatti un picco di donazioni e compravendite nel fondo archivistico di San Salvatore, riguardanti l’abbazia (vedi grafico in Kurze 1990, 26).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-003-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il </hi><hi rend="CharOverride-3">westbau </hi><hi rend="CharOverride-1">ottoniano</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >è </hi><hi rend="CharOverride-1">l’evoluzione del </hi><hi rend="CharOverride-3">westwerk</hi><hi rend="CharOverride-1"> carolingio. Rispetto a quest’ultimo si ha una semplificazione planimetrica e una ridotta imponenza, oltre che una contrazione della sua importanza liturgica. Numerosi sono gli esempi di </hi><hi rend="CharOverride-3">westbau</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottoniano tra cui quello della Collegiata di Essen (X secolo) con torre circolari o quello della cattedrale di Santa Maria Assunta a Hildesheim ricostruito dopo la seconda guerra mondiale su modello di quello del duomo di Minden (metà X secolo).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-002-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In particolare dai lignaggi principeschi di rango comitale quali Aldobrandeschi, Guidi, Alberti, Gherardeschi e dai marchesi di Santa Maria.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-001-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La pietra utilizzata proveniva, infatti, dalla Virginia, anche se la questione rimane per certi versi dibattuta.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="CharOverride-6"><ref target="OP08975_xml_35_441-460.html#footnote-000-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	&lt;http://www.viabalkans.com/en/summer-resorts/islands/brac-island%E2%80%99s-stones-build-in-the-white-house/&gt;, corsivi aggiunti, consultato gen-2021.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Michele Nucciotti, University of Florence, Italy, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>michele.nucciotti@unifi.it</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0003-4633-1211</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Michele Nucciotti, </hi><hi rend="italic">Il tipo edilizio come fonte storica. Archeologia dell’edilizia pubblica di X-XII secolo sul Monte Amiata in Toscana</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY 4.0</hi></ref><hi>, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/979-12-215-0376-0.</hi></ref><hi>33, in Michele Nucciotti, Elisa Pruno (edited by), </hi><hi rend="CharOverride-5">Florentia. Studi di archeologia. Vol. 5 - Numero speciale - Studi in onore di Guido Vannini</hi><hi>, pp. -459, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0376-0, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>DOI 10.36253/</hi></ref><hi>979-12-215-0376-0</hi></p><p rend="caption_table" ><hi rend="CharOverride-1">Tabella 1 – Confronto tra il modello di evoluzione stilistica, la teoria di G. Bandmann e il modello </hi><hi rend="CharOverride-3">Great and Little Traditions</hi><hi rend="CharOverride-1"> in relazione alla filiera produttiva dell’edilizia pubblica.</hi></p><table rend="Nessuno-stile-tabella TableOverride-1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
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				<!--</colgroup>-->
				
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-7">Stylistic Evolution Model</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-7">performed tasks</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Intellectual State Elites</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-8">Bauherren</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Sponsor of Public Architecture</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Sponsor of Public Architecture</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Selection of meaningful architectural forms from past (imperial) traditions by </hi><hi rend="CharOverride-8" >Bauherren</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Sponsor of Public Architecture</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Selection of own Little Traditions to be Universalized</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >[optional]</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Selection of acceptable past imperial traditions</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-8">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base _idGenCellOverride-4">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Architects/Artists</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base _idGenCellOverride-4">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Selection of forms from the past by Architects/Artists</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Elaboration of new forms</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Creation Public/Publicistic Architecture</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base _idGenCellOverride-4">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Reception of selected forms from the Past from State Elites</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Creation of new Public/Publicistic Architecture</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base _idGenCellOverride-4">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Reception of selected Little Traditions to universalize from State Elites</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >[optional]</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Selection of past imperial traditions</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Creation of new Public Architecture</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-9">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-3"/>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4"/>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4">
							<p rend="Normal ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-9">⇓</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4">
							<p rend="Normal ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-9">⇓</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4">
							<p rend="Normal ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-9">⇓</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-10">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4"/>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Results</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Public/Publicistic Architecture reflects stages of elaboration of stylistic forms carried-out by Architects/Artists</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Public/Publicistic Architecture reflects </hi><hi rend="CharOverride-8">Bauherren</hi><hi rend="CharOverride-7"> ideology-inspired selection of architectural types </hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Public/Publicistic Architecture reflects State Elites universalized little traditions vested and entangled in long established imperial forms</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-11">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella CellOverride-4"/>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7">Implications</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-10" >Artistic creation</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Architectural types appear and change due to a progressive elaboration of forms over time by the artists.</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Public Architecture mainly expresses artistic values</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line _idGenCellOverride-1" >
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-10" >Political-artistic co-creation</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Architectural types perform a readable political-ideological function with regards to subjects, peers and overlords. </hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >The appearance of forms is strongly triggered by the ideologization of State Elites’ self representation.</hi></p>
							<p rend="table" ><hi rend="CharOverride-7" >Public Architecture mainly expresses State Elites’ political values</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – La viabilità pubblica sul Monte Amiata attorno al X secolo con indicazione dei principali siti citati (Nucciotti 2010).</hi></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 2 – Il </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium</hi><hi rend="CharOverride-1"> rurale di Arcidosso nel suo contesto tipologico. </hi><hi rend="CharOverride-3">Palatium </hi><hi rend="CharOverride-1">castri di San Silvestro a Genova, ricostruzione assonometrica della prima fase (Cagnana 1997); Santa Maria di Naranco e </hi><hi rend="CharOverride-3">palatium </hi><hi rend="CharOverride-1">di Mayenne, rilievi ricostruttivi (Nucciotti 2010); torrione di Vetricella, ricostruzione grafica Francesco Sala (Bianchi 2022).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_35_441-460-web-resources/image/Figura_01.png" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/png"/></p><p><graphic url="OP08975_xml_35_441-460-web-resources/image/Figura_02.png" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/png"/></p><p rend="caption_figure ParaOverride-5" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 3 – La chiesa abbaziale di San Salvatore al Monte Amiata e le evidenze materiali ‘imperiali’. Planimetria: in evidenza la navata unica e le torri in facciata (rielaborazione rilievo di Franz J. Much); campioni di muratura della chiesa abbaziale (Nucciotti 2005); il </hi><hi rend="CharOverride-3">westwerk</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’abbazia di Corvey; il </hi><hi rend="CharOverride-3">westbau </hi><hi rend="CharOverride-1">della cattedrale di San Michele a Hildesheim.</hi></p><p rend="caption_figure ParaOverride-5" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 4 – Le torri signorili di Santa Fiora e Arcidosso. Torre di Santa Fiora, planimetria (Nucciotti 2005) e rilievo fotogrammetrico; torre di Arcidosso, planimetria (Nucciotti 2010) e rilievo fotogrammetrico (</hi><hi rend="CharOverride-3">Global Digital Heritage</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_35_441-460-web-resources/image/Figura_03.png" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/png"/></p><p><graphic url="OP08975_xml_35_441-460-web-resources/image/Figura_04.png" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/png"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 5 – Il palatium di Teodorico e le sue ‘copie’ nel tempo.</hi></p><p><graphic url="OP08975_xml_35_441-460-web-resources/image/Figura_05.png" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/png"/></p>
      
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