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        <title type="main" level="a">La parola giapponese per ‘penisola’, l’interpretazione di composti sconosciuti secondo Suzuki Takao, e il contenuto descrittivo dei nomi propri</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-2125-2779" type="ORCID">
            <forename>Simone</forename>
            <surname>dalla Chiesa</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Il dono dell’airone</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0422-4</idno>) by </resp>
          <name>Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.23</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>During his lifetime, Suzuki Takao, the well-known Japanese sociologist of language, developed a model for interpreting unfamiliar Japanese compounds by assigning a kun-reading to each constituent kanji.</p>
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            <item>Conceptual Combination</item>
            <item>Proper Names</item>
            <item>Toponyms</item>
            <item>Japanese</item>
            <item>Suzuki Takao</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.23<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.23" /></p>
      
      <div><head>La parola giapponese per ‘penisola’, l’interpretazione di composti sconosciuti secondo Suzuki Takao, e il contenuto descrittivo dei nomi propri</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Simone dalla Chiesa</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Abstract</hi><hi >:</hi><hi rend="CharOverride-2" > </hi><hi >During his lifetime, Suzuki Takao, the well-known Japanese sociologist of language, developed a model for interpreting unfamiliar Japanese compounds by assigning a </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi >-reading to each constituent </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi >. He proposed that by applying this model to compounds like </hi><hi rend="japan CharOverride-3" >多島海</hi><hi > (which signifies a type of sea and is also the archaic name for the Aegean Sea), readers could more easily </hi>«<hi >explain» the term’s </hi>«<hi >meaning.» When </hi><hi rend="japan CharOverride-3" >多島海</hi><hi > is used as a generic term for a class of topographical objects, the model is effective and accurately yields the interpretation “many-island sea”. However, if </hi><hi rend="japan CharOverride-3" >多島海</hi><hi > is employed as a pelagonym, the compound’s structure doesn’t aid the reader in determining its actual referent. The property of having many islands is too broad to identify any specific sea. This is because the distinctive meaning embedded in proper names is significant mainly to those who coined the term and initially used it. Over time, this significance diminishes. As a result, Suzuki’s approach has limited utility in ascertaining the referential aspect of proper nouns.</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Keywords</hi><hi >: </hi><hi rend="CharOverride-4" >conceptual combination, proper names, toponyms, Japanese, Suzuki Takao</hi></p><div><head><hi>1. Introduzione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La relazione tra significato lessicale e notazione in </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> è uno dei molti argomenti che il noto sociologo del linguaggio Suzuki Takao (1925-2021) affrontò durante la sua lunga carriera. Da partigiano del nazionalismo linguistico giapponese, Suzuki discusse dei </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> per dimostrare la superiorità del sistema di scrittura giapponese su quello dell’inglese. Nel far ciò, tuttavia, ebbe alcune brillanti intuizioni e toccò vari temi di grande interesse teorico. Uno di essi è la decodifica dei composti sconosciuti. Suzuki propose un loro modello interpretativo articolato in due operazioni: la glossatura di ogni costituente in </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la sua lettura giapponese </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">, e la combinazione dei concetti rappresentati dalle glosse in un nuovo concetto complesso. Per brevità, mi riferirò a questo modello con «</hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo contributo discuterò il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing per come Suzuki stesso lo applica all’interpretazione di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">, un termine che denota un particolare mare con molte isole e designa anche il Mar Egeo. Così facendo tratterò della relazione tra l’apparente comprensione di un nome proprio, cioè la descrizione ottenuta combinando i significati lessicali degli elementi costitutivi, e il suo riferimento, o estensione.</hi></p></div><div><head><hi>2. L’importanza del modello</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki sviluppò il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing in modo asistematico e nel corso di vari anni, specie in 1963, 1969, 1975, 1977, 1978, 1990, 2014, 2017. In questi testi, Suzuki applica il modello a 17 composti, analizzandoli a vari livelli di dettaglio; a proposito di altri 35 afferma esplicitamente che il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing serve a chiarire il significato, ma non spiega come; e infine, a sostegno della sua teoria, lista in varie tabelle 99 ulteriori composti, senza peraltro aggiungere alcun commento. Si tratta per la maggior parte di termini scientifici, i cui equivalenti sono composti neoclassici come </hi><hi rend="italic">poikilothermal</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2014, 210-11) o </hi><hi rend="italic">dolichocephalic</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1975, 189-90), che Suzuki disprezza come “highbrow scientific term[s]”, “formidable-looking tongue twister[s]” (190), “bombastic English words” (1977, 418). </hi><hi rend="italic">Tatōkai </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’equivalente letterale del neoclassico «Polinesia», è uno dei 17 termini discussi in dettaglio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea che le letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> possano essere usate come glosse semantiche dei loro </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> e combinate per inferire il significato di un composto sconosciuto non è certamente originale. Come Suzuki stesso ricorda (1963, 28), il termine </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha proprio il significato di ‘glossa’ sin dal </hi><hi rend="italic">kanbunkundoku</hi><hi rend="CharOverride-1">, il sistema di traduzione in linea dei testi cinesi. Inoltre, altri studiosi hanno espresso idee analoghe alle sue. Il più citato è Nomura (1978, 1979). In generale, poi, che il significato di un composto ignoto sia da ricostruire composizionalmente è abbastanza intuitivo. I giapponesi sono consci del fatto che un meccanismo come il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing è all’opera nella loro vita quotidiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, Suzuki è interessante perché cercò di dare un fondamento scientifico all’intuizione comune e, implicitamente, di fare del </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing un modello generale di concettualizzazione. Inoltre, la sua fama nel mondo accademico giapponese e tra il pubblico diede al modello un grande rilievo. Sono molti gli studiosi giapponesi che fanno riferimento alle posizioni di Suzuki sull’efficienza della codifica in </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ad es. Kageyama 2011; Namiki e Kageyama 2016), ne hanno espressamente condiviso il punto di vista (come Shibatani 1990, 147) o hanno tentato di confermarne il modello sperimentalmente (Hatano, Kuhara, Akiyama 1981). Uno sforzo significativo per integrare il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing in una teoria organica di ortografia e semiosi dei </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> è quello di Nagano e Shimada (2014). Infine, il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing implica che in giapponese l’accesso alla semantica avviene tramite codici fonetici, dato che le letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono espressioni del parlato. Nell’interpretazione dei composti sconosciuti, dunque, Suzuki ha posizioni ben diverse da quelle semiotiche tradizionali secondo cui i sinogrammi sarebbero tradotti in significato direttamente, senza attività fonologica. Su un punto, inoltre, è molto chiaro: le letture </hi><hi rend="italic">on</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">, di derivazione cinese, rappresentano suoni alieni e non codificano alcun significato (1963, 31-2; 1990, 130, 139, 145; v. anche Nagano e Shimada 2014, 355). La sua discussione dei composti, come pure la mia che segue, vertono pertanto esclusivamente sulla forma grafica dei lessemi e sulle glosse semantiche degli elementi che li costituiscono. Per questa ragione menzionerò i lessemi giapponesi nella loro realizzazione fonologica solo quando strettamente necessario, e analizzerò la parola grafica </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">, non la forma </hi><hi rend="italic">tatōkai</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. Struttura e problemi del modello</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nazionalismo linguistico giapponese tende a rivolgersi al grande pubblico, ammiccando però anche agli esperti del settore. Per questo, o forse perché il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing è considerato ovvio, oppure ancora perché esso sarebbe comprensibile solo ai giapponesi, Suzuki non fornisce alcuna ricostruzione della serie di operazioni concettuali che lo costituiscono. Si limita a proporre un composto sinogiapponese considerato sconosciuto, darne le letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei costituenti, e dichiararne il significato «letterale» (1963; 1975) o «approssimativo» (</hi><hi rend="italic">daitai no imi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1978, 8; </hi><hi rend="italic">ōyoso no imi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2014, 212) come balenerebbe nella mente di un ipotetico lettore giapponese. Per riempire le lacune del suo ragionamento ricostruirò qui il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing come un processo in tre fasi. Nelle sezioni che seguono illustrerò ciascuna fase ed evidenzierò i vari problemi che Suzuki ha lasciato irrisolti (v. dalla Chiesa 2023a; 2023b per una discussione dettagliata), poi applicherò il modello a </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>3.1. Assegnazione della lettura </hi><hi rend="italic">kun</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per definizione, il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing inizia assegnando una lettura </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> a ciascun </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un composto. Suzuki non discute di come gli interpreti giapponesi determinino la glossa. Per </hi><hi rend="japan" >被子植物</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘angiosperma’, ad es., Suzuki ignora il problema di come glossare </hi><hi rend="japan" >被</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2014, 211), un </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha varie letture verbali alternative. In generale, Suzuki sembra suggerire che i lettori leggano un </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la pronuncia </hi><hi rend="italic">kun </hi><hi rend="CharOverride-1">appresa a scuola (strategia del «significato principale») o in alternativa che stabiliscano un significato comune a tutte le pronunce </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> (strategia del «significato generale»). Nel caso di </hi><hi rend="japan" >被</hi><hi rend="CharOverride-1">, però, queste strategie non funzionano. La sola glossa efficace è il verbo </hi><hi rend="italic">ōu</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘coprire’, ‘avvolgere’ (strategia del «significato particolare»). Come arrivarvi, allora? Suzuki non lo dice. Sempre per interpretare correttamente </hi><hi rend="japan" >被子植物</hi><hi rend="CharOverride-1">, i lettori devono anche ignorare </hi><hi rend="italic">ko</hi><hi rend="CharOverride-1">, sola lettura scolastica di </hi><hi rend="japan" >子</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘figlio’, in favore della lettura non ufficiale </hi><hi rend="italic">tane</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘seme’, ma possono farlo solo se conoscono gli usi e i significati di </hi><hi rend="japan" >子</hi><hi rend="CharOverride-1"> in botanica. Questo effetto facilitativo è legato a frequenza e produttività dei morfemi e alla nozione di </hi><hi rend="italic">morphological family size</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Schreuder e Baayen 1997; Gagné 2011). Così, la conoscenza lessicale è un fattore importante nell’assegnazione delle glosse, ma Suzuki non la considera.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki menziona ma lascia irrisolta anche la questione di come trattare gli omofoni eterografi, cioè quelle letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> condivise da più </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad esempio, se il significato particolare del termine </hi><hi rend="italic">moto</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse da decidere in base al carattere che lo rappresenta graficamente (14 scelte), ciò negherebbe del tutto la logica stessa del </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing. In questo e altri casi simili, la soluzione sembra essere l’estrazione di un significato generale da tutti i possibili usi di una forma.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’ultima questione riguarda i suffissi. Di fronte a </hi><hi rend="japan" >草食性</hi><hi rend="CharOverride-1"> «erbivoria» (Suzuki 1990, 131), i lettori giapponesi assegnano veramente a </hi><hi rend="japan" >性</hi><hi rend="CharOverride-1"> la desueta lettura </hi><hi rend="italic">saga</hi><hi rend="CharOverride-1"> disposizione naturale’? Forse sì, ma in composti come </hi><hi rend="japan" >生産性</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘produttività’ ciò non aiuta, e il solo approccio valido è individuare la funzione di </hi><hi rend="japan" >性</hi><hi rend="CharOverride-1"> come suffisso desemantizzato a livello lessicale, quindi pre-concettuale, e interpretare il composto senza glossare il </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3.2. Combinazione concettuale</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki ignora anche il processo di combinazione dei concetti recuperati con l’assegnazione delle letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad es., in </hi><hi rend="japan" >草食</hi><hi rend="CharOverride-1">, glossabile </hi><hi rend="italic">kusa</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">taberu</hi><hi rend="CharOverride-1"> «erba-mangiare», </hi><hi rend="japan" >食</hi><hi rend="CharOverride-1"> è la testa verbale, e il costituente di sinistra, </hi><hi rend="japan" >草</hi><hi rend="CharOverride-1">, ne è l’argomento interno, nella normale sintassi dei sintagmi verbali giapponesi. In </hi><hi rend="japan" >被子</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ōu</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">tane</hi><hi rend="CharOverride-1"> «avvolgere-seme», invece, l’ordine dei costituenti è invertito, come avviene in molti composti verbali derivati dal cinese (Kageyama 2011, 513; Namiki e Kageyama 2016, 210, con rif. ad altri autori). Le due sintassi richiedono processi di decodifica diversi, in cui possono avere un ruolo anche le teste dei composti, cioè rispettivamente </hi><hi rend="japan" >性</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘disposizione naturale’ e </hi><hi rend="japan" >植物</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘pianta’. L’esito, però, non può essere errato, perché vi è solo un modo plausibile per combinare i due elementi verbali con entità inanimate come ‘erba’ e ‘seme’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="japan" >葉緑素</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ha</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">midori</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">moto</hi><hi rend="CharOverride-1"> «foglia-verde-sostanza» = ‘clorofilla’ (Suzuki 2014, 212-13), il processo associativo per combinare </hi><hi rend="japan" >素</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘sostanza’ al resto del composto è molto complesso. Il lettore non deve interpretare </hi><hi rend="japan" >葉緑</hi><hi rend="japan" >素</hi><hi rend="CharOverride-1"> come ‘sostanza verde-foglia’, perché questa descrizione non soddisfa la comprensione del concetto di ‘clorofilla’. Deve invece capire che </hi><hi rend="japan" >素</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">moto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘sostanza’ è una causa, ‘verde’ è la condizione risultato della causazione, e ‘foglia’ è l’oggetto affetto che diventa verde, ottenendo ‘sostanza che rende verdi le foglie’. La chiave per inferire tale complessa relazione è anzitutto individuare il significato di </hi><hi rend="japan" >素</hi><hi rend="CharOverride-1"> come suffissoide, e identificarne il ruolo tematico. Ciò nulla ha a che fare col termine </hi><hi rend="italic">moto</hi><hi rend="CharOverride-1">, e infatti Suzuki ignora la questione.</hi></p></div><div><head><hi>3.3. Validazione enciclopedica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ultima fase, l’interprete consulta le sue conoscenze del mondo per trovare un’entità le cui proprietà soddisfino la descrizione costruita con la combinazione concettuale. Se non la trova, deve creare una nuova voce enciclopedica mentale avente come lemma il composto prima sconosciuto. Se invece ha un concetto corrispondente archiviato sotto un’etichetta temporanea e (scopre ora) errata, basta che lo rinomini. Così, se sa che gli animali possono essere classificati in due ampi gruppi, quelli che mangiano carne e quelli che non lo fanno, ma non ha un nome per quest’ultimo comportamento, decodificando </hi><hi rend="japan" >草食性</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘erbivoria’ otterrà il termine corretto. Ma se non ha cognizione di un </hi><hi rend="italic">taxon</hi><hi rend="CharOverride-1"> intermedio tra grandi scimmie e umani, potrebbe erroneamente credere che </hi><hi rend="japan" >猿人</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">saru</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">hito</hi><hi rend="CharOverride-1"> «scimmia-uomo» (Suzuki 2014, 208-10), cioè ‘Pitecantropo’, denoti persone pelose dalle braccia lunghe. Questa complessa interazione di inferenza e enciclopedia è ignorata da Suzuki, che si limita a dire che i giapponesi «arrivano vicini a capire» solo «facendo funzionare la testa» (</hi><hi rend="italic">atama o megurase, seikai (ni chikai mono) ni tōtatsu dekiru</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2014, 210).</hi></p></div><div><head><hi>3.4. Il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi>-glossing e i nomi propri</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro punto che riguarda il ruolo della conoscenza del mondo nel processo interpretativo è attinente al riferimento dei nomi propri. La combinazione concettuale del </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing restituisce una piccola quantità di informazioni in forma di semplice descrizione. La ricerca enciclopedica che segue tenta di trovarne una corrispondenza con la descrizione di un oggetto conservata nella memoria. Quando il termine di partenza è un nome comune, la descrizione circoscrive una classe intensionale di più entità particolari. Così, </hi><hi rend="japan" >葉緑</hi><hi rend="japan" >素</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘clorofilla’ denota molecole che condividono certe proprietà essenziali e hanno lo stesso effetto colorante sui tessuti vegetali; mentre </hi><hi rend="japan" >被子植物</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘angiosperma’ delimita una classe di piante che proteggono i semi con un involucro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cosa accade invece se il composto descrittivo è un nome proprio? I nomi non hanno intensione e non denotano – non dovrebbero avere contenuto semantico. Tuttavia, i </hi><hi rend="italic">proper names</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono per definizione sintagmi nominali (mentre i </hi><hi rend="italic">proper nouns</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono monoparola) (Cumming 2019, 1-2). Si pensi ad es. a ‘Mar Egeo’, a ‘Mar Mediterraneo’, al suo calco giapponese </hi><hi rend="japan" >地中海</hi><hi rend="CharOverride-1"> Chichūkai «terra-centro-mare», a toponimi giapponesi come </hi><hi rend="japan" >霞ヶ浦</hi><hi rend="CharOverride-1"> Kasumigaura «foschia-</hi><hi rend="CharOverride-5">genitivo</hi><hi rend="CharOverride-1">-baia», a composti neoclassici multiradice come ‘Polinesia’. Tutti contengono elementi associati in modo tale da codificare una descrizione. Queste descrizioni predicano anche proprietà essenziali dei loro referenti, così da determinare, o almeno circoscrivere, l’estensione dei termini? (Cumming 2019, 5-6). La descrizione ottenuta glossando un toponimo giapponese facilità in qualche modo il recupero del concetto singolare che esso rappresenta? La questione va oltre il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">glossing</hi><hi rend="CharOverride-1">, il giapponese, e i toponimi, ma è ben illustrata da </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">, il caso studiato in questo saggio.</hi></p></div></div><div><head><hi>4. </hi><hi rend="italic">Tatōkai</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1" >Suzuki discute della parola grafica </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1" > in un articolo in inglese del 1975, “On the twofold phonetic realization of basic concepts: In defence of Chinese characters in Japanese”. Così scrive:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Consider, for instance, a place name like </hi><hi rend="italic">Polynesia</hi><hi rend="CharOverride-1">. There must be a lot of people who know where Polynesia is. But if one asks them what the name exactly means, </hi><hi rend="CharOverride-1">very few, I am afraid; would be able to give a precise answer. To know the meaning </hi><hi rend="CharOverride-1">of the word, one has to have at least a small knowledge, however fragmental it may be, of Greek. </hi><hi rend="italic">Poly</hi><hi rend="CharOverride-1"> means “many”and </hi><hi rend="italic">nesia</hi><hi rend="CharOverride-1"> derives from Greek νῆσος for island. This knowledge naturally is out of the reach of the man in the street. He cannot, therefore, look into the ingredients of “big </hi><hi rend="CharOverride-1">words.”</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Such is not the case with the Japanese. In Japanese the Aegean Sea is written </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> and pronounced as ta-tō-kai. Even those who have never set an eye on this term before, to say nothing of knowing where it is, can easily explain the meaning of it, for they can automatically paraphrase the tem with the </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> reading of the characters as shima-ōii-umi [</hi><hi rend="italic">sic</hi><hi rend="CharOverride-1">], meaning “sea of many island(s)” (Suzuki 1975, 189).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui di seguito ricostruirò il processo necessario per arrivare al risultato rivendicato da Suzuki al termine della sua breve analisi.</hi></p><div><head><hi>4.1. Assegnazione della lettura </hi><hi rend="italic">kun</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli attori delle situazioni interpretative inscenate da Suzuki sono persone </hi><hi rend="CharOverride-1">«ordinarie» (1975, 190), prototipicamente rappresentate da studenti della scuola </hi><hi rend="CharOverride-1">media inferiore (2014, 208). Dovendo scegliere la glossa di un </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">, questi interpreti sceglieranno una delle sue letture </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> apprese a scuola. I tre caratteri di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono insegnati in seconda e terza elementare (Monbukagakushō 2009; Bunkachō 2010) e hanno ciascuno un unico </hi><hi rend="italic">kun’yomi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ufficiale (v. Tōdō ed. 1980; Matsumura ed. 1988; e le voci estratte da </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://kotobank.jp</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-002">1</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1">, esso è l’aggettivo </hi><hi rend="italic">ōi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘numeroso’, ‘frequente’, ‘comune’. Per </hi><hi rend="japan" >島</hi><hi rend="CharOverride-1"> è </hi><hi rend="italic">shima</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘isola’, termine definito come un’entità geografica interamente circondata dall’acqua. Presumo che un interprete giapponese considererà </hi><hi rend="italic">shima</hi><hi rend="CharOverride-1"> in questo senso, ignorando il senso metaforico di ‘area circoscritta e isolata’. Quanto a </hi><hi rend="japan" >海</hi><hi rend="CharOverride-1">, infine, il suo solo </hi><hi rend="italic">kun’yomi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di uso comune è </hi><hi rend="italic">umi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘mare’ o metaforicamente ‘ampio specchio d’acqua’. La stringa di tre caratteri sarà dunque glossata </hi><hi rend="italic">ōi-shima-umi</hi><hi rend="CharOverride-1"> «molti-isola-mare».</hi></p></div><div><head><hi>4.2. Combinazione concettuale</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La maggior parte dei composti giapponesi è scritta con due </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">. I termini di tre caratteri occorrono molto di rado come collocazioni lineari (un esempio è </hi><hi rend="italic">shichōson</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="japan" >市町村</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘amministrazione comunale’),</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-001">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e hanno invece una struttura subordinativa interna. In essi, uno dei </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> distali può essere un affisso. La funzione di testa morfologica e semantica è svolta dall’elemento di destra se esso rappresenta un’entità di primo ordine (un’entità fisica, o sostanza) (sugli ordini delle entità e dei nominali che le rappresentano, Lyons 1977, 442-46).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-000">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> In tal caso, l’elemento bicarattere a sinistra funge da modificatore (Kobayashi, Yamashita e Kageyama 2016, 96, 107-13).</hi></p><div><head><hi>4.2.1. </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi><hi> come composto coordinato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così, se </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘molti’ è un prefisso quantificativo, l’elemento di destra </hi><hi rend="japan" >島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> dev’essere la base onomasiologica e formare un lessema indipendente. Se tale costituente complesso fosse di per sé un composto coordinato (Wälchli 2005; Bauer 2008; 2017, 82-88) di tipo co-referenziale, denoterebbe l’insieme di due membri «mare e isola» (Kageyama 1982, 235; Namiki e Kageyama 2016, 213). Se di tipo ibrido, denoterebbe invece un oggetto che non è isola né mare ma ha proprietà di entrambi (Wälchli 2005, 162; Kageyama 2011, 514). Che il lessico non abbia un lemma dalla forma grafica &lt;</hi><hi rend="japan" >島海</hi><hi rend="CharOverride-1">&gt; o fonologica /shimaumi/ è irrilevante, perché si suppone che gli interpreti ignorino tale fatto e inizino il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing proprio per tale ragione. Secondo queste due interpretazioni, </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> quantificherebbe il nome di testa e l’intero composto denoterebbe una pluralità di insiemi o di oggetti ibridi formati da mari e isole.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’interpretazione come ibrido è concettualmente incoerente, perché i due elementi non hanno il livello appropriato di somiglianza (Wisniewski 1996, 445; Wälchli 2005, 5). Perciò. si può legittimamente presumere che i lettori non la considereranno. Circa l’interpretazione co-referenziale, l’ipotetico insieme ottenuto non soddisfa alcuna conoscenza, ma l’interprete non può escludere che in qualche oscuro campo del sapere insiemi formati da mari e isole siano salienti tanto da giustificare l’esistenza di un lessema che li denota. L’interpretazione co-referenziale è perciò plausibile per un lettore ordinario. Questo è un problema per il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo mio lavoro, però, si concentra su altro, e non discuterò oltre del problema.</hi></p></div><div><head><hi>4.2.2. </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi><hi> come composto subordinato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda strategia consiste nel costruire il nome di primo ordine </hi><hi rend="japan" >海</hi><hi rend="CharOverride-1"> «mare» come testa. Il termine </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> denoterebbe un mare, distinto da altri mari in base alla proprietà specificata dal costituente </hi><hi rend="japan" >多島</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per prima cosa occorre analizzare </hi><hi rend="japan" >多島</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ōi-shima</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’ordine dei costituenti corrisponde alla sintassi modificatore-testa dei SN giapponesi. La sola interpretazione è ‘molte isole’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo concetto va quindi connesso con ‘mare’. Essendo </hi><hi rend="italic">umi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">shima</hi><hi rend="CharOverride-1"> nomi, il composto è subordinato (Bisetto e Scalise 2005): i due costituenti ricevono cioè</hi><hi rend="CharOverride-1"> un ruolo semantico e sono associati in una relazione tematica come gli argomenti governati da un verbo. Qui, però, il verbo che realizza apertamente tale relazione manca, così che essa è solo inferibile abduttivamente (</hi><hi rend="italic">relation-linking strategy</hi><hi rend="CharOverride-1">, Gagné e Shoben 1997, da Cohen e Murphy 1984). Considerando come possano interagire i concetti di ‘mare’ e ‘isola’, l’interprete concettualizzerà i mari come specchi d’acqua parzialmente delimitati, e le isole come oggetti geografici interamente circondati dalle loro acque. Le relazioni tematiche che possono unire mari e isole sono perciò quelle locativa, con i due elementi nei ruoli semantici di luogo e tema, e mereologico-possessiva, con i ruoli di tutto e parte o possessore e posseduto. È così che, alla fine, assegnazione della lettura </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1"> e combinazione concettuale catturano il concetto complesso ‘mare con molte isole’ proprio come predetto da Suzuki.</hi></p></div></div><div><head><hi>4.3. Validazione enciclopedica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La validazione enciclopedica serve a identificare l’estensione del nuovo concetto complesso. Qui si osserva un secondo tipo di problema, attinente ad usi e referenzialità di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>4.3.1. </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi><hi> come nome comune</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’uso di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> come nome comune è il primo listato nei dizionari. Il termine denota un mare cosparso (</hi><hi rend="italic">tenzai</hi><hi rend="CharOverride-1">) di gruppi di isole formatisi per cause sismiche ed elevazione dei mari. È questa proprietà storica che delimita la classe </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il prototipo di tale tipo di mare è il Mar Egeo. Nel Medioevo, secondo i dizionari (ad es. Battisti e Alessio 1950; Klein 1967; Barnhart e Steinmetz 1988; de Mauro e Mancini 2000), e </hi><hi rend="italic">Wikipedia</hi><hi rend="CharOverride-1">, questo mare divenne noto come ‘Archipelagus’ e, durante il processo di trasformazione del termine singolare nel nome comune per ‘gruppo di isole’, la lingua giapponese adottò </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> per denominare sia l’Egeo (ora indicato con ‘Ēgekai’ sulle carte) sia i mari con la stessa origine. Sono istanze di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche la baia di Matsushima, il Mare interno di Seto e lo specchio d’acqua attorno all’estremità sud-occidentale della penisola coreana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un problema è che il senso di </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ōi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘molti’ implica il superamento di una certa quantità arbitraria (Kokuritsu kokugo kenkyūjo 1972, 330). Così, il costituente </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la sua glossa </hi><hi rend="italic">ōi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono in relazione solo con il numero di isole, che è una mera proprietà secondaria del tipo di mare denotato da </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò però rileva solo in produzione, quando i parlanti devono stabilire se l’uso di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia referenzialmente appropriato. Nel processo interpretativo, conoscere la storia del composto e il senso di </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> è indifferente. Perciò considererò </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> come termine non specialistico, con il limite quantitativo implicato da </hi><hi rend="japan" >多</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, in ogni istanza interpretativa, è riconosciuto come indeterminabile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tali termini, individuare un mare che soddisfi le condizioni poste dalla descrizione non è un problema. Molti, forse tutti i mari del mondo hanno molte isole. L’Egeo appartiene di certo a tale classe, così come il Pacifico Centrale e Meridionale. Si può giustamente discutere che un termine dall’intensione così ampia sia troppo vago da giustificare una presenza nel lessico. Quanto salienti sono i mari con molte isole? La parola-concetto per ‘mare senza isole’ avrebbe molta più forza distintiva e utilità. Ma il lessema </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> esiste, e la sua interpretazione con il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing restituisce proprio la descrizione suggerita da Suzuki, anche se questi non ha mai trattato di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> come nome comune.</hi></p></div><div><head><hi>4.3.2. </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi><hi> come nome proprio</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infatti, Suzuki considera </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo come nome proprio. Come possono fare i lettori a determinare lo stato del termine? Fuori contesto, l’inferenza più immediata è che la parola sia un nome comune, dato che, come già fatto notare da Locke (1690, III, 3), ci relazioniamo col mondo in termini di categorie, non lo popoliamo di un’infinità di individui da denominare singolarmente con identificatori unici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki non invoca il contesto, ma se </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse un nome proprio il contesto lo renderebbe chiaro. Il contesto assume qui due forme. Una è il discorso. Un termine singolare designante un mare specifico si troverebbe in un testo in cui il riferimento è trattato come un individuo. Tale individualità sarebbe resa chiara dalle varie informazioni fornite su di esso. La seconda forma, correlata, consiste in indizi grammaticali. Essendo definito, un nome proprio comprende spesso un determinatore. In italiano e in inglese questo elemento è l’articolo determinativo (Cumming 2019, 3). Il Giapponese non ha articolo ma analoga funzione vi è svolta dalla tematizzazione. Così, se </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> fosse un pelagonimo e avesse il ruolo grammaticale di soggetto, si troverebbe alla periferia sinistra della frase e sarebbe solitamente marcato con </hi><hi rend="japan" >は</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche alla sua prima istanziazione, nel presupposto che gli interpreti debbano essere familiari con il referente come parte della loro conoscenza del mondo (von Heusinger 2013, 357). Questa ipotesi è naturalmente da verificare nei corpora.</hi></p></div><div><head><hi>4.3.3. Il riferimento di </hi><hi rend="CharOverride-6">多島海</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ultimo compito dell’interprete è ora di accertare il riferimento del termine. Per farlo, deve cercare nella propria memoria un’entità che corrisponda al referente. Nel caso di un nome proprio, come è </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> per Suzuki, la corrispondenza è relazionale e consiste nell’identità del nome in questione con un nome mentale che già intesta una voce enciclopedica. È chiaro che se tale corrispondenza fosse accertabile il composto sarebbe in realtà noto, e non vi sarebbe ragione di sottoporlo a </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing. Il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing serve quando il lemma manca e il riferimento diretto è impossibile, e permette di tentare di inferire l’estensione di un nome proprio come si fa con i nomi comuni, cioè soddisfando condizioni semantiche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ciò i toponimi hanno un grande vantaggio rispetto ad altri tipi di nome, perché spesso hanno un componente generico (Kadmon ed. 2002, 12) che codifica il tipo di oggetto naturale del referente. In giapponese ciò avviene senza eccezioni che io abbia potuto accertare. Così, gli insulonimi sono isomorfi nella testa </hi><hi rend="japan" >島</hi><hi rend="CharOverride-1">, glossabile </hi><hi rend="italic">shima</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘isola’; i nomi di penisola lo sono in </hi><hi rend="japan" >半島</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">nakaba-shima</hi><hi rend="CharOverride-1"> «mezza-isola» (termine analizzato da Suzuki in 1975, 189 per la cui interpretazione concettuale v. dalla Chiesa 2023b); i pelagonimi hanno testa </hi><hi rend="japan" >海</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecc. Ciò da un vantaggio non triviale all’interprete, specie con toponimi fuori contesto. La necessità e la funzione di questo principio compositivo o </hi><hi rend="italic">rule-scheme</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella creazione, uso e interpretazione dei nomi sono discusse in Carroll (1985). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La trasparenza, però si esaurisce nella semplice informazione fornita dall’elemento generico. Quello specifico (Kadmon ed. 2002, 24) di tipo descrittivo è importante solo al battesimo, quando aiuta a fissare il riferimento a sostegno o persino in sostituzione di un atto ostensivo. In seguito, il contenuto semantico di un nome proprio diventa irrilevante (Carroll 1985). Infatti, non solo la proprietà espressa dall’elemento specifico ha spesso perso salienza o è interamente scomparsa, ma tale elemento, per quanto complesso, è fatto solo da una breve stringa di elementi significanti. La poca informazione che contiene non basta a identificare il referente con certezza, anche qualora ne codifichi una proprietà essenziale. La descrittività dei nomi propri ha la funzione di distinguerli più facilmente e di comunicare la significatività dei referenti (Jeshion 2009, 388-400). Ma una volta trasferito il pensiero singolare, un nome proprio è conservato, compreso e usato come un identificativo arbitrario (Recanati 1993, 297-98).</hi></p></div><div><head><hi>4.3.4. Polinesia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per sostenere le sue argomentazioni nazionalistiche, Suzuki paragona l’interpretazione di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> a quella di ‘Polynesia’. Davanti alla parola grafica </hi><hi rend="CharOverride-1">&lt;</hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">&gt;</hi><hi rend="CharOverride-1">, ragiona, il lettore giapponese deriva facilmente ‘mare dalle molte isole’ perché conosce il significato dei tre simboli che formano la parola. Lo “educated but not learned English speaker” (1975, 189), invece, non ricava nulla da &lt;Polynesia&gt;, perché non conosce il significato delle radici greche che costituiscono il termine (188-89; v. anche l’omologo trattamento di ‘Pithecanthrope’ in 2014, 208-10, discusso in dalla Chiesa 2023a).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo è un passo pericoloso. Se l’interprete giapponese dovesse conoscere il nome inglese ‘Polynesia’ e il suo significato descrittivo, molto vicino a quello di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">, potrebbe erroneamente inferire che i due toponimi abbiano identico riferimento, e generare una falsa credenza. Sembra che Suzuki fosse conscio del rischio, perché un punto importante della sua discussione (v. citazione sopra) è che l’interprete non è tenuto a sapere dell’esistenza del referente, anche se in pratica, di solito, ne è al corrente. Suzuki implica che il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing di un nome proprio sia indipendente da, o non richieda, validazione enciclopedica, e che il significato letterale che restituisce sia irrilevante per identificare l’estensione.</hi></p></div></div></div><div><head><hi>5. Conclusioni</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così, le conclusioni mie e di Suzuki coincidono. Quando </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> è usato come generico, </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing e validazione enciclopedica permettono di inferirne correttamente la comprensione. Benché Suzuki non discuta di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> come nome comune, egli rivendica la potenza euristica del </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing per l’interpretazione di più di 50 altri nomi comuni composti e, come ho appena mostrato, il suo modello funziona anche per </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma alla luce di quanto detto ci si deve chiedere quale sia la ragione di applicare il </hi><hi rend="italic">kun</hi><hi rend="CharOverride-1">-glossing al </hi><hi rend="italic">toponimo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1"> e così “explain the meaning of it” (1975, 189) come fa Suzuki. Per Suzuki, la possibilità di estrarre senso da una stringa di caratteri alieni dimostra la maggiore trasparenza della scrittura in </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto ai sistemi di scrittura Occidentali. In Occidente, le radici aliene dei composti neoclassici, omologhi dei composti in </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi rend="CharOverride-1">, restano difficili da capire anche per i lettori più colti: “Big words are indeed Greek to them” (1975, 189).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E tuttavia, in situazioni reali, decodificare il significato descrittivo di un toponimo non ha alcuna utilità. Così come i lettori di madrelingua inglese non ricavano alcun vantaggio dal sapere che ‘Polynesia’ dà il nome a un’area con molte isole di cui peraltro ignorano l’effettiva collocazione, quelli giapponesi non ottengono migliore comprensione testuale, vantaggi concettuali, o un arricchimento delle proprie conoscenze geografiche dall’assemblare i componenti semantici di </hi><hi rend="japan" >多島海</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Barnhart, Robert K., e Sol Steinmetz. a cura di. 1988. </hi><hi rend="italic">The Barnhart Dictionary of Etymology</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Claremont: H.W. Wilson.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Battisti, Carlo, e Giovanni Alessio. 1950. </hi><hi rend="italic">Dizionario etimologico italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Firenze: G. 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Tokyo: University of Tokyo Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Suzuki, Takao. 1977. “Writing Is Not Language, or Is It?.” </hi><hi rend="italic">Journal of Pragmatics</hi><hi rend="CharOverride-1" > 1: 407-22.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Suzuki, Takao. </hi><hi rend="CharOverride-1">1978. “Kango wa gairaigo ka.” </hi><hi rend="italic">Gekkan gengo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 7(2): 2-8.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Suzuki, Takao. 1990. </hi><hi rend="italic">Nihongo to gaikokugo</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tokyo: Iwanami.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki, Takao. 2014. </hi><hi rend="italic">Nihon no kansei ga sekai o kaeru. Gengoseitaigaku bunmeiron</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Shinchōsha.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki, Takao. 2017. </hi><hi rend="italic">Tozasareta gengo. Nihongo no sekai</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Shinchōsha.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tōdō, Akiyasu. a cura di. 1980. </hi><hi rend="italic">Gakken kanwadaijiten</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Gakushū kenkyūsha.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >von Heusinger, Klaus. 2013. “The Salience Theory of Definiteness.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic">Perspectives on Linguistic Pragmatics</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Alessandro Capone, Franco Lo Piparo e Marco Carapezza, 349-74. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Cham: Springer.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Yokosawa, Kazuhiko, e Michio Umeda. 1988. “Processes in Human Kanji-Word Recognition.” </hi><hi rend="italic">Proceedings of the 1988 IEEE International Conference on Systems, Man, and Cybernetics</hi><hi rend="CharOverride-1" > (Beijing, Shenyang, 8-12 Agosto): 377-80.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Wälchli, Bernhard. 2005. </hi><hi rend="italic">Co-Compounds and Natural Coordination</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Oxford: Oxford University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Wisniewski, Edward J. 1996. “Construal and Similarity in Conceptual Combination.” </hi><hi rend="italic">Journal of Memory and Language</hi><hi rend="CharOverride-1" > 35(3): 434-53.</hi></p><p rend="bib_indx_bib_tit" ><hi>Sitografia </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">Kotobank</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://kotobank.jp/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1" > (28/09/2023)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Wikipedia contributors:</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">“Ēgekai” </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://ja.wikipedia.org/wiki/%E3%82%A8%E3%83%BC%E3%82%B2%E6%B5%B7</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >(28/09/2023)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">“Tatōkai” </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://ja.wikipedia.org/wiki/%E5%A4%9A%E5%B3%B6%E6%B5%B7</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >(28/09/2023)</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-7"><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Queste sono le uniche fonti usate in questo saggio. Quando riferirò gli esiti di una ricerca sul dizionario non le citerò nuovamente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-7"><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È questa conoscenza comune ma raramente quantificata. Per Yokosawa e Umeda (1988, 377), i composti bicarattere formano il 70% del lessico giapponese; più del 50% secondo Kess e Miyamoto (2000, 68).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-7"><ref target="OP08929_int_stampa_28_237-249.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per semplicità non considererò qui la struttura affisso-base-affisso.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Simone dalla Chiesa, University of Milan, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">simone.dallachiesa@unimi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-2125-2779</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Simone dalla Chiesa, <hi rend="italic">La parola giapponese per ‘penisola’, l’interpretazione di composti sconosciuti secondo Suzuki Takao, e il contenuto descrittivo dei nomi propri</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4.23</ref>, in Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti (edited by), <hi rend="CharOverride-8">Il dono dell’airone. Scritti in onore di Ikuko Sagiyama</hi>, pp. -14, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0422-4, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4</ref></p></div></div>
      
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