<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Ripensare la continuità: la periodizzazione del dopoguerra nel dibattito storiografico giapponese</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-6351-527X" type="ORCID">
            <forename>Noemi</forename>
            <surname>Lanna</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Naples L'Orientale, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Il dono dell’airone</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0422-4</idno>) by </resp>
          <name>Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.29</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>In the early 1970s some Japanese historians embarked on a critical examination of the overwhelmingly positive evaluation of the reforms, most notably Land reform, implemented by the Allied Forces during the Occupation period (1945-52) which had hitherto been predominant. This marked the initial step towards reevaluating the impact of the Occupation on Japanese institutions and, on a broader scale, prompted a reexamination of the discontinuity between the prewar and postwar period. What was at stake in this long-lasting debate was the very definition of “postwar”. 
This essay delves into the pivotal phases of this debate, aiming to shed light on how the concept of continuity evolved into an essential reference point within the historical debate and how this impacted on the peculiar application of the category of “postwar” to Japanese contemporary history.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Postwar</item>
            <item>Japanese Historiography</item>
            <item>Contemporary History of Japan</item>
            <item>Occupation</item>
            <item>Cold War</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.29<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.29" /></p>
      
      <div><head>Ripensare la continuità: la periodizzazione del dopoguerra nel dibattito storiografico giapponese</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Noemi Lanna</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Abstract</hi>:<hi rend="CharOverride-2"> </hi>In the early 1970s some Japanese historians embarked on a critical examination of the overwhelmingly positive evaluation of the reforms, most notably Land reform, implemented by the Allied Forces during the Occupation period (1945-52) which had hitherto been predominant. This marked the initial step towards reevaluating the impact of the Occupation on Japanese institutions and, on a broader scale, prompted a reexamination of the discontinuity between the prewar and postwar periods. What was at stake in this long-lasting debate was the very definition of «postwar». This essay delves into the pivotal phases of this debate, aiming to shed light on how the concept of continuity evolved into an essential reference point within the historical debate and how this impacted on the peculiar application of the category of «postwar» to Japanese contemporary history.</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Keywords</hi>:postwar, Japanese historiography, contemporary history of Japan, Occupation, Cold war</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bisogna davvero fare a fette la storia? Questa domanda provocatoria dà il titolo a un saggio di Jacques Le Goff (Le Goff 2014), ponendo una questione importante, eppure molte volte elusa. Nonostante la partizione in periodi sia una componente essenziale della produzione storiografica, nonché una competenza imprescindibile del mestiere di storico, come essa debba avvenire è tutt’altro che pacifico. Periodizzare, ricorda lo storico Maier, significa in ultima analisi chiedersi cosa è importante, individuando un nesso tra un «prima» e un «dopo». Il concetto di periodo sottende infatti quello di unitarietà, cioè di una coesione che rende possibile – e anzi, evidente– una differenziazione tra ciò che precede un insieme di anni e ciò che li segue. Tuttavia, questa definizione che sembra individuare un affidabile criterio per tagliare a fette la storia è messa in discussione dalla realtà. Nel concreto dipanarsi degli eventi, i mutamenti non sempre avvengono in modo lineare, o quanto meno in modo univocamente intellegibile. Inoltre, non necessariamente il cambiamento è decisivo al punto da poter esser considerato «periodizzante». In base a quale criterio, dunque, decidiamo che alcuni cambiamenti sono così significativi da segnare il passaggio ad un altro periodo? (Maier 1999, 715). Ad esempio, dove alcuni ravvisano i caratteri inequivocabili di una nuova epoca, il Rinascimento, altri vedono le persistenze di un lungo Medioevo che continua a dispiegare i suoi effetti nel tempo (Le Goff 2014, 97-132). Le fratture, lungi dall’essere oggettive, sono il prodotto di scelte dello storico che rispondono ad una preliminare individuazione di criteri. Molto spesso essi sono riconducibili al contesto internazionale, assunto come punto implicito di riferimento della narrazione storica, nella convinzione – fallace secondo alcuni</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, che «tutto nella società si riorganizzi obbedientemente seguendo la cronologia della geopolitica» (Gluck 1997, 2). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storia del Giappone non è esente dai rischi associati alla periodizzazione. Come tutte le altre storie è oggetto di una suddivisione che sottende criteri e interpretazioni diverse e, al tempo stesso, è lacerata dalla difficoltà di conciliare il tempo storico globale con le scansioni della storia nazionale. Se si eccettua la convergenza su eventi che hanno segnato una svolta profonda – come la Restaurazione Meiji (1868) unanimemente ritenuta l’inizio della storia moderna del Giappone, seppur all’interno di schemi interpretativi diversi –, tutte le altre epoche non sono state risparmiate dalle controversie sull’individuazione di termini </hi><hi rend="italic">a quo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">ad quem</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Asao 1995, 99-103). Di particolare interesse appare il dibattito sulla periodizzazione della storia contemporanea. In primo luogo, si tratta di una questione che chiama in causa una categoria trasversale come «dopoguerra». Apparentemente neutro e cronologicamente riferito agli anni successivi ad un conflitto (in particolare, la Seconda guerra mondiale), il termine è stato utilizzato con modalità varie in riferimento a diverse esperienze storiche e con differenti implicazioni in termini di classificazione e organizzazione della memoria nazionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In secondo luogo, si tratta di un tema che evidenzia in modo interessante le caratteristiche del dibattito storiografico giapponese. Molti autori hanno richiamato l’attenzione sul peculiare utilizzo che è stato fatto della categoria di «dopoguerra» (</hi><hi rend="italic">sengo</hi><hi rend="CharOverride-1">) in Giappone. In particolare, l’attenzione si è concentrata sulla lunga durata del dopoguerra e sul modo in cui la sua fine è stata dibattuta. La storica Gluck, ad esempio, ha evidenziato come in Giappone sia stata esasperata l’ossessione per le «fini», predominante in molti Paesi negli anni Novanta dello scorso secolo. Nell’arcipelago, i dibattiti sulla fine della Guerra fredda, del moderno e sulla «fine della storia», hegelianamente intesa e teorizzata da Francis Fukuyama nel suo celebre </hi><hi rend="italic">The End of History and Last Man</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono stati più intensi che altrove, anche come conseguenza di un’altra significativa fine, quella dell’era Shōwa (1926-89), che ha letteralmente chiuso un’epoca. Paradossalmente, a questa parossistica discussione sulle varie fini e sulle loro implicazioni non è corrisposta la fine effettiva del periodo postbellico. I «molteplici dopoguerra» (</hi><hi rend="italic">multiple postwars</hi><hi rend="CharOverride-1">) nei quali secondo Gluck si è manifestato il dopoguerra </hi><hi rend="CharOverride-1">in Giappone dopo il 1945, hanno goduto di una longevità che in molti casi è andata oltre i limiti definiti dalla fine della modernità e della Guerra fredda (Gluck 1997, 14-23). Il dopoguerra, come ha evidenziato Harootunian, è stato trasformato in un «potente tropo che condensa la temporalità di una durata in un presente e in un panorama spaziale senza fine». Rinvigorito da questa «spazializzazione» e ben radicato nel «rifiuto della temporalità», </hi><hi rend="italic">sengo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha acquisito in Giappone una persistenza anomala. Per questo motivo, è arduo trovare un Paese in cui così a lungo e con così tanta nostalgia si è indugiato sul dopoguerra (Harootunian 2000, 714-21).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo saggio analizzeremo il dibattito sulla periodizzazione della storia contemporanea in Giappone, con particolare riferimento alla questione della continuità tra anteguerra e dopoguerra. I confronti che hanno impegnato gli storici giapponesi negli anni Settanta e Novanta saranno il punto di partenza per una riflessione sui tempi e sui modi attraverso i quali il principio della discontinuità tra il prima e il dopo il 1945 è stato progressivamente messo in discussione, sollecitando un ripensamento della categoria di «dopoguerra». </hi></p><div><head><hi>1. Il dibattito sul termine </hi><hi rend="italic">a quo</hi><hi>: continuità o discontinuità?</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La riflessione sulla storia postbellica è stata assai precoce in Giappone. Risale ai primi anni Cinquanta la pubblicazione di opere che analizzano quanto accaduto dopo il 1945, come testimoniato dai volumi: </hi><hi rend="italic">Gendai Nihon no rekishi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">La storia contemporanea del Giappone</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1952) di Inoue Kiyoshi, Suzuki Masashi, Okonogi Shinzaburō e </hi><hi rend="italic">Gendaihen </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">L’età contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1951-1953)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Inoue Kiyoshi, parte di un’imponente collana sulla storia del Giappone (Inoue, Suzuki; Okonogi 1952; Inoue 1951-1953). La memoria del recente e tragico conflitto e gli stimoli a riflettere criticamente sul passato –</hi><hi rend="CharOverride-1"> indirettamente sollecitati anche dai provvedimenti delle Forze alleate – contribuiscono ad alimentare un interesse per la storia cospicuo, che trova negli storici una valida sponda e nei giapponesi una consistente porzione di lettori, nonostante le ostative condizioni materiali nelle quali versava gran parte della popolazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni Settanta iniziano ad essere dibattuti alcuni aspetti che riguardano le modalità di periodizzazione del dopoguerra. Uno dei temi che occupa gli storici è la questione della discontinuità rispetto al periodo «prebellico» (</hi><hi rend="italic">senzen</hi><hi rend="CharOverride-1">). La storiografia giapponese, seppur divisa negli esiti interpretativi, non aveva sino ad allora messo in discussione la cesura tra l’anteguerra e il dopoguerra. Il 15 agosto 1945, data dello storico discorso dell’imperatore Shōwa trasmesso via radio alla nazione, era unanimemente ritenuto l’inizio del periodo postbellico. Di fatto, non solo un inizio, ma anche un vero e proprio spartiacque che separava due periodi dei quali si evidenziava la natura antitetica: all’anteguerra totalitaristico, militaristico e liberticida veniva contrapposto il dopoguerra democratico, pacifista e ispirato all’ideale dello stato di diritto. Corollario di questa interpretazione era una valutazione sostanzialmente positiva delle riforme portate avanti negli anni dell’Occupazione che ne sottolineava la natura migliorativa, se non rivoluzionaria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il dibattito sulla discontinuità tra il periodo prebellico e quello postbellico prende le mosse nel settore della storia economica, dove sono oggetto di una riconsiderazione critica le tesi dell’economista Yamada Moritarō (1897-1980), sino ad allora ritenute un punto di riferimento imprescindibile. Yamada era un autorevole esponente della Kōza-ha, la scuola che si era imposta nel dibattito sul capitalismo giapponese degli anni Venti e Trenta, interpretando la transizione dal feudalesimo al capitalismo come una mancata rivoluzione democratico-borghese. Secondo gli studiosi della Kōza-ha, il fatto che la Restaurazione Meiji avesse lasciato intatto l’istituto del </hi><hi rend="italic">tennō</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la assolutistica struttura di potere incentrata su di esso (</hi><hi rend="italic">tennōsei</hi><hi rend="CharOverride-1">) aveva creato le premesse per una </hi><hi rend="italic">escalation</hi><hi rend="CharOverride-1"> nazionalistica (la guerra sino-giapponese, il conflitto nippo-russo, l’annessione della Corea, l’incidente mancese ecc.) culminata nel «fascismo tennoistico» e nella Guerra del Pacifico.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-002">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Sul piano economico, gli esiti di questo processo erano individuabili nella «distorsione» del capitalismo giapponese, qualificato da Yamada come «militare e semi-servile». L’immissione coercitiva nel sistema capitalistico mondiale aveva costretto il Giappone ad una massimizzazione del potere economico e militare finalizzata ad evitare la colonizzazione, accentuando in questo modo ancor più la divergenza rispetto ai modelli capitalistici di sviluppo delle potenze occidentali (Mazzei 1979, 21-22). Questo sistema capitalistico era terminato per effetto della Riforma agraria varata dalle forze di occupazione che aveva creato le premesse per la nascita di un nuovo e diverso tipo di capitalismo (Yamada 1950; Mori 2002, 640). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il principale contributo alla decostruzione delle tesi di Yamada viene da Ōuchi Tsutomu (1918-2009). Muovendo da assunti teorici diversi rispetto a quelli di Yamada – una rilettura delle tesi della Rōnō-ha mediata dall’esegesi di Uno Kōzō (1897-1977) – Ōuchi giunge alla conclusione che non esiste una specificità del caso giapponese valutabile in termini distorsivi, ma piuttosto un suo «ritardo» (</hi><hi rend="italic">kōshinsei</hi><hi rend="CharOverride-1">) rispetto agli stadi di sviluppo del capitalismo così come definiti dal materialismo storico. L’esito di questo ritardo è un capitalismo monopolistico di stato, nato per effetto della Grande depressione e non scalfito dalla postbellica Riforma agraria che non solo non ha realizzato quella «rivoluzione democratica» salutata con compiacimento da Yamada, ma ha avuto anche effetti di segno opposto a quelli auspicati, come lo spopolamento delle campagne (Ōuchi 1975; Mori 2002, 641). Inizialmente confinato nel settore della storia economica, il dibattito coinvolge presto anche altre discipline, ponendo inediti interrogativi sulla natura delle riforme durante gli anni dell’Occupazione. Inizia a farsi strada un’interpretazione meno trionfalistica dei provvedimenti adottati dalle Forze alleate, ben rappresentata dai volumi di Ōe Shinobu (Ōe 1976) e dell’Istituto delle Scienze sociali dell’Università di Tokyo (Tokyo Daigaku shakai kagaku kenkyūjo 1975-1976), che non a caso vengono anch’essi pubblicati negli anni Settanta. Come evidenziato da Mori Takemarō, si passa dalla definizione di «rivoluzione» (</hi><hi rend="italic">kakumei</hi><hi rend="CharOverride-1">) a quella più sobria di «trasformazione» (</hi><hi rend="italic">henkaku</hi><hi rend="CharOverride-1">) per poi approdare al più neutro «riforma» (</hi><hi rend="italic">kaikaku</hi><hi rend="CharOverride-1">), accompagnando questa rettifica dei nomi non solo con una visione meno celebrativa, ma anche con uno stemperamento della linea di divisione tra il prima e il dopo 1945 (Mori 2002, 643). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mentre negli anni Ottanta si assiste ad una riflessione su alcuni aspetti specifici dell’Occupazione alleata, in particolare, sul Processo di Tokyo,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-001">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> negli anni Novanta il tema della continuità si impone di nuovo all’attenzione degli storici. Questa volta, tuttavia, i due termini cronologici di riferimento non sono «prebellico» (</hi><hi rend="italic">senzen</hi><hi rend="CharOverride-1">) e «postbellico» (</hi><hi rend="italic">sengo</hi><hi rend="CharOverride-1">), ma «periodo bellico» (</hi><hi rend="italic">senji</hi><hi rend="CharOverride-1">) e «postbellico» (</hi><hi rend="italic">sengo</hi><hi rend="CharOverride-1">). L’attenzione è spostata sul tempo di guerra, concepito non più come semplice eccezione rispetto ad uno stato di normalità che è destinato ad essere ripristinato al termine del conflitto, ma come una fase capace di incidere profondamente sugli equilibri interni di un Paese, al punto da favorire la nascita di nuovi assetti sociali destinati a diventare un’eredità permanente dopo la cessazione delle ostilità. Un denso articolo pubblicato dallo storico dell’economia Yamanouchi Yasushi sul mensile </hi><hi rend="italic">Sekai</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1988 dà il la al dibattito. Nel saggio, l’autore individua un filo rosso che unisce la diffusione della «produzione flessibile» – per la quale il Giappone era considerato un modello al quale guardare, all’epoca della pubblicazione dell’articolo – alle profonde trasformazioni della società e dell’economia giapponese avvenute per effetto della mobilitazione totale. Evidenziando la fallacia di una premessa fondamentale della storiografia postbellica, segnatamente la convinzione che il modello di democrazia prodotto dal New Deal si associ al progresso o comunque ad un’organizzazione del capitale e del lavoro antitetica rispetto a quella prodotta dal fascismo, Yamanouchi, sostiene che è vero il contrario: il New Deal ha generato una centralizzazione del potere e un tipo di controllo così efficace da poter essere considerato come una forma di «neo-corporativismo» (Yamanouchi 1988). Queste tesi vengono ulteriormente sviluppate nel volume di Yamanouchi, Victor Koschmann e Narita Ryūichi </hi><hi rend="italic">Sōryokusen to gendaika </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">Guerra totale e modernizzazione; </hi><hi rend="CharOverride-1">Yamanouchi, Victor Koschmann e Narita Ryūichi 1995), poi pubblicato in inglese nel 1998, con il titolo </hi><hi rend="italic">Total war and modernization</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">La raccolta di saggi contenuta nel volume propone una nuova ipotesi interpretativa, «revisionistica» nell’accezione migliore del termine come precisa Koschmann. Gli autori non solo dimostrano l’esistenza di analogie tra processi storici sino ad allora ritenuti antitetici – segnatamente, quello americano (</hi><hi rend="italic">New-deal type</hi><hi rend="CharOverride-1">) e quelli «fascisti» (Italia, Germania, Giappone) – ma suggeriscono anche l’esistenza di una sostanziale continuità tra la «democrazia postbellica» e il periodo bellico. In quest’ultimo, secondo gli autori, sono state gettate le fondamenta per la nascita di «system societies», caratterizzate da mobilitazione, razionalizzazione e alti livelli di controllo e integrazione totale (Yamanouchi, Victor Koschmann e Narita Ryūichi, 1998). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa nuova e più recente fase del dibattito sulla continuità, gli anni compresi tra il 1930 e il 1970 vengono descritti come un </hi><hi rend="italic">continuum</hi><hi rend="CharOverride-1">. A ben vedere, si tratta di un’ipotesi che era stata già avanzata all’inizio degli anni Ottanta, seppur sotto altra forma. Nel 1982, nel suo celebre </hi><hi rend="italic">MITI and the Japanese Miracle</hi><hi rend="CharOverride-1">, Chalmers Johnson aveva ridimensionato la portata della cesura del 1945, introducendo la categoria di «capitalist developmental state». Nell’interpretazione dello studioso americano, lo stato sviluppista era garante di una continuità che aveva guidato la crescita economica del Paese dalla fine degli anni Venti sino agli anni Settanta dello scorso secolo (Johnson 1982). Tuttavia, negli anni Novanta, la riflessione sugli elementi di continuità raggiunge un nuovo livello di maturità, stimolando una feconda rilettura della storia moderna e contemporanea, come dimostrato da un altro importante dibattito che si sviluppa in questi anni, quello sul «sistema del 1940». Peculiare del Giappone fino al punto da configurare l’esistenza di un «modello giapponese» (</hi><hi rend="italic">Nihongata</hi><hi rend="CharOverride-1">) e caratterizzato da una particolare sinergia tra settore pubblico e privato fondata su relazioni complementari di lungo periodo tra gli attori del sistema economico, il «sistema del 1940» ha sostituito quello predominante fino agli anni Trenta fondato su un capitalismo di matrice anglosassone. La guerra aveva di fatto imposto questo cambiamento, esigendo forme di controllo e di pianificazione dell’economia incompatibili con il vecchio modello. I suoi teorizzatori, tra i quali spiccano Okazaki Tetsuji, Okuno Masahiro e Noguchi Yukio, sostengono con diversi livelli di intensità che il «sistema del 1940» sia in parte sopravvissuto alle riforme radicali degli anni dell’Occupazione anche per effetto degli alti costi associati ad un cambiamento istituzionale radicale. Secondo Okazaki e Okuno, ciò ha consentito un «atterraggio morbido» del Giappone nell’economia di mercato (Okazaki, Okuno 1993). Secondo Noguchi, la continuità è stata ancora più sostanziale protraendosi nei decenni della Guerra fredda (Noguchi 1995). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante le critiche e le confutazioni (Mori 2002, 646-51), la teorizzazione del «sistema del 1940» contribuisce a consolidare ulteriormente il fronte dei continuisti. Si fa strada una nuova sensibilità nei confronti del concetto di «dopoguerra» che coinvolge anche altri settori disciplinari. Gli elementi di continuità tra l’anteguerra e il dopoguerra vengono ad esempio evidenziati anche sul terreno politico, con monografie, come quella di Tanaka Akira (Tanaka 1999), che evidenziano la continuità tra il liberalismo politico del dopoguerra e la democrazia Taishō e, prima ancora, il Movimento per la libertà e i diritti del popolo (Jiyū minken undō). A questi approcci corrispondono anche proposte diverse di periodizzazione del dopoguerra. Segnaliamo quella che ci sembra più emblematica di questo nuovo clima, avanzata da Amemiya Shōichi nel suo </hi><hi rend="italic">Senji sengo taiseiron</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Dissertazione sul sistema del periodo bellico e postbellico</hi><hi rend="CharOverride-1">; Amemiya 1997), nel quale l’avvicendarsi dei periodi è così concepito: al «sistema liberale» (</hi><hi rend="italic">jiyūshugi taisei</hi><hi rend="CharOverride-1">) degli anni Venti succede il «sistema della guerra totale» (</hi><hi rend="italic">sōryokusen taisei</hi><hi rend="CharOverride-1">) degli anni Trenta e Quaranta. Il «sistema postbellico» (</hi><hi rend="italic">sengo taisei</hi><hi rend="CharOverride-1">) entra in scena non nel 1945, ma negli anni Cinquanta. Amemiya sottolinea l’importanza delle implicazioni della «rapida crescita economica», individuando nel </hi><hi rend="italic">boom</hi><hi rend="CharOverride-1"> economico la vera cesura tra l’anteguerra e il dopoguerra. Si tratta di una scelta innovativa che, tra l’altro, sottolinea la necessità di riflettere sulla collocazione degli anni Cinquanta nella periodizzazione della storia postbellica. Di fatto, nelle periodizzazioni sino ad allora predominanti, gli anni Cinquanta non avevano una loro fisionomia distinta, essendo presentati ora come fase successiva all’occupazione, ora come preludio delle proteste contro il rinnovo del Trattato di sicurezza nippo-statunitense, considerate invece il vero spartiacque. Significativamente, nella concettualizzazione di Amemiya, gli anni Cinquanta diventano decisivi per la definizione del dopoguerra. </hi></p></div><div><head><hi>2. Il dopoguerra tra storiografia e agenda politica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione della continuità tra il periodo prebellico e postbellico può essere meglio compresa alla luce della riflessione sulla fine del dopoguerra che, oltre a chiamare in causa l’ineludibile relazione esistente tra le diverse parti del discorso storico, evidenzia – in modo ancora più esplicito di quanto non faccia il dibattito sul termine </hi><hi rend="italic">a quo</hi><hi rend="CharOverride-1"> – la connotazione specifica che la categoria di dopoguerra ha assunto in Giappone. Ai molteplici inizi dei quali abbiamo dato conto nel paragrafo precedente corrispondono infatti molteplici fini che ripropongono con forza non solo le questioni relative alla continuità e alle cesure, ma anche interrogativi legati alla definizione stessa di dopoguerra. Annunciata già nel 1956 dal Libro bianco sull’economia che trionfalmente dichiarava «Non siamo più nel dopoguerra» (</hi><hi rend="italic">mohaya sengo dewa nai</hi><hi rend="CharOverride-1">), la fine del dopoguerra fu poi nuovamente proclamata dal Primo ministro Satō Eisaku, in occasione della restituzione di Okinawa al Giappone nel 1972. Dopo il 1989, come anticipato nell’introduzione, il tema della fine tornò al centro dell’attenzione. La fine della Guerra fredda, che nella percezione europea era stata di fatto assimilata al dopoguerra, stimolò una rinnovata riflessione anche in Giappone: poteva dirsi davvero finito il periodo postbellico? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul piano storico, avverte Yoshimi Shun’ya, di fatto le risposte possibili sono molte. Il dopoguerra è finito nel 1952, quando terminata l’Occupazione alleata il Giappone ha riacquistato la sua sovranità, chiudendo una fase che era diretta conseguenza della Guerra del Pacifico e della sconfitta. Tuttavia, lo si potrebbe considerare concluso anche alla fine degli anni Cinquanta, quando la «rapida crescita economica» ha collocato il Giappone in una nuova dimensione non solo economica, ma anche sociale e politica. Ancora, dal punto di vista della percezione comune, il dopoguerra termina nella seconda metà degli anni Settanta. In questo periodo, infatti, finisce quello che Yoshimi, sulla scorta di Mita Munosuke, chiama periodo del «sogno» (</hi><hi rend="italic">yume</hi><hi rend="CharOverride-1">) o dello «ideale» (</hi><hi rend="italic">risō</hi><hi rend="CharOverride-1">), una fase in cui ci si dedica con fiducia alla realizzazione di un ideale, inteso a seconda dei casi come socialismo o come prosperità materiale in stile americano. Mentre le contraddizioni della realtà mettono in crisi l’inseguimento dei sogni, nasce un altro Giappone, del quale la «finzione» (</hi><hi rend="italic">kyokō</hi><hi rend="CharOverride-1">) può essere considerata la nuova cifra. È una fase che inizia a dispiegare i suoi effetti negli anni Ottanta, come ben esemplifica l’inaugurazione di Tokyo Disneyland (1983), in cui l’imperativo non è più la realizzazione del sogno, ma l’inseguimento della finzione (Yoshimi 2022, iv-vi). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il «dopo-dopoguerra» (</hi><hi rend="italic">posuto sengo</hi><hi rend="CharOverride-1">) in cui si sostanzia il periodo che inizia nella seconda metà degli anni Settanta deve essere concepito più come una fine che non come un inizio. Finisce il sistema dello stato sociale, introdotto durante il periodo di guerra. Se la sua crisi inizia insieme alla fase della «finzione», il colpo di grazia viene inferto dal neoliberalismo e dalla globalizzazione negli anni successivi. L’era delle privatizzazioni e della deregolamentazione, inaugurata dal primo ministro Nakasone e proseguita da Koizumi, fanno da complemento a questa fine che porta con sé un ampliamento del divario economico e sociale. Finisce un modo distruttivo di intendere la relazione con l’ambiente, culminato nei grandi casi di inquinamento degli anni Sessanta e Settanta, e nasce una nuova coscienza ambientale destinata ad affinarsi ulteriormente per effetto del diffondersi della riflessione ecologica su scala globale. Fa da contraltare a questa trasformazione la conversione ad un sistema produttivo che privilegia l’economia della conoscenza e il settore dei servizi, a scapito della più energivora industria pesante e chimica. L’imperativo non è più orientarsi verso ciò che è «pesante, spesso, lungo, grande» (</hi><hi rend="italic">jūkōchōdai</hi><hi rend="CharOverride-1">), ma ciò che è «leggero, sottile, corto, piccolo» (</hi><hi rend="italic">keihakutanshō</hi><hi rend="CharOverride-1">). Finisce, infine, la comunità come base della vita collettiva, mentre si assiste ad un progressivo calo delle nascite accompagnato dall’invecchiamento della popolazione (Yoshimi 2022, viii-x). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come esemplificato da questa modalità di periodizzazione, non necessariamente il dopoguerra coincide con la fase del bipolarismo. Gli anni della Guerra fredda sono stati per l’Europa occidentale gli anni dell’assenza di guerra, decenni di pace accompagnati da un fecondo processo di integrazione regionale e da crescenti livelli di prosperità. Al contrario, per l’Asia orientale, si è trattato di anni di divisioni e contrapposizioni, insanguinati da faticosi processi di decolonizzazione e da due grandi conflitti: la Guerra di Corea (1950-1953) e la Guerra del Vietnam (1954-1975). D’altro canto, nel caso specifico del Giappone, questi conflitti sono coincisi con quella crescita economica e quel consolidamento della relazione speciale con gli Stati Uniti – sia in ambito economico sia in ambito securitario – che possono essere considerati l’essenza stessa del dopoguerra (Yoshimi 2022, iii). Insomma, è quanto meno problematico dare per scontata nel caso del Giappone quella identificazione con la Guerra fredda che in altri contesti storici, segnatamente quello europeo, appare più appropriata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, in Giappone altre variabili contribuiscono a rendere peculiare la periodizzazione della storia contemporanea e la concettualizzazione della categoria di «dopoguerra». È il caso del sistema </hi><hi rend="italic">nengō</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-000">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> in base al quale un’era corrisponde agli anni di regno di un imperatore (</hi><hi rend="italic">issei ichigen</hi><hi rend="CharOverride-1">). Introdotta nella sua forma attuale nel 1868 e rimasta in uso anche nel dopoguerra, questa modalità di periodizzazione incide in modo non marginale sulla consapevolezza storica. Proponendo una sequenza cronologica esclusivamente legata all’avvicendarsi degli imperatori, il sistema </hi><hi rend="italic">nengō</hi><hi rend="CharOverride-1"> taglia a fette la storia in un modo che non necessariamente coincide con quello dettato dalle dinamiche trasformative della storia. Così, dove possono essere individuate cesure più o meno significative, il 15 agosto 1945, il sistema </hi><hi rend="italic">nengō</hi><hi rend="CharOverride-1"> vede una continuità ininterrotta nel nome dell’era Shōwa che si protrae fino alla fine degli anni Ottanta. Se è opportuno non sovrastimare l’impatto di questa cronologia sulla percezione comune e sul dibattito storiografico, d’altro canto è anche vero che si tratta di un sistema radicato quanto basta a lasciare segni tangibili nelle interpretazioni storiche. È significativo, ad esempio, che ci siano casi in cui gli storici hanno accolto il sistema </hi><hi rend="italic">nengō</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella nomenclatura delle loro opere, pur contestando fortemente il principio periodizzante che è alla sua base. Esemplare, da questo punto di vista, il controverso </hi><hi rend="italic">Shōwa-shi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Storia dell’era Shōwa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1955) che incorporava già nel titolo la periodizzazione basata sul sistema </hi><hi rend="italic">nengō</hi><hi rend="CharOverride-1">, salvo denunciarne i limiti in tutto il volume, in quanto espressione di un nefasto sistema di potere (Tōyama, Imai, Fujiwara 1955). Del resto, non è un caso se il senso della fine del dopoguerra è stato più intensamente avvertito e dibattuto in Giappone, anche per effetto del decesso dell’imperatore Shōwa, come già anticipato nell’introduzione. Simbolo per eccellenza dell’ambivalente continuità tra periodo prebellico e postbellico, l’imperatore Hirohito è stato oggetto di un dibattito che riconosceva implicitamente valore periodizzante al già menzionato principio </hi><hi rend="italic">issei ichigen</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, è opportuno ricordare che il sistema </hi><hi rend="italic">nengō </hi><hi rend="CharOverride-1">è stato anche al centro di un dibattito politico e non solo storiografico. Nonostante sia stato ininterrottamente usato dal 1868, le basi giuridiche che ne suffragavano l’uso erano venute meno per effetto delle riforme varate negli anni dell’Occupazione. Ristabilire le condizioni formali per il suo utilizzo è stata una delle priorità dell’agenda del Partito Liberal Democratico (PLD) che ha raggiunto il suo obiettivo nel 1979, con l’approvazione della «Legge sul gengō». Dal punto di vista del partito conservatore, si trattava di ripristinare quanto ingiustamente eliminato dalle Forze alleate. Era una battaglia simile, nei toni e negli argomenti, a quelle per la reintroduzione della festività della «Fondazione della nazione» (avvenuta nel 1966), per la revisione delle norme sulla separazione tra stato e religione e a quella non ancora apertamente proclamata (almeno, non negli anni della Guerra fredda) per la revisione della Costituzione «imposta» (</hi><hi rend="italic">oshitsuketa</hi><hi rend="CharOverride-1">) dagli Occupanti. Il filo rosso che univa questi elementi era il legame con gli anni dell’Occupazione, percepiti come la quintessenza del «dopoguerra». Un dopoguerra di segno opposto rispetto a quello descritto dal fronte progressista. Se per i progressisti la cifra di </hi><hi rend="italic">sengo </hi><hi rend="CharOverride-1">era nel pacifismo e nella democrazia, per il fronte conservatore, essa era da ricercare nella distorsione introdotta da questi due obiettivi che avevano creato una indebita divergenza del Giappone dalla sua tradizione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È questo dopoguerra, cioè il prodotto del settennio dell’Occupazione, che gli esponenti del PLD hanno reiteratamente invocato con lo scopo di condannarlo. È il caso di Nakasone Yasuhiro, Primo ministro dal 1982 al 1987, che ha auspicato una «liquidazione totale della politica postbellica» (</hi><hi rend="italic">sengo seiji sōkessan</hi><hi rend="CharOverride-1">), o più recentemente di Abe Shinzō che, con lo slogan «sbarazziamoci del regime postbellico» (</hi><hi rend="italic">sengo rejimu kara no dakkyaku</hi><hi rend="CharOverride-1">), ha proposto una rottamazione dell’eredità lasciata dagli anni successivi alla sconfitta. È un dopoguerra fortemente connotato in senso normativo – come del resto il suo corrispettivo progressista, seppur con contenuti opposti – e largamente a-storico, ipotecato come è dall’appropriazione da parte degli opposti schieramenti politici. Eppure, è al tempo stesso un simbolo capace di influenzare il contesto all’interno del quale il dibattito storiografico si è svolto. In ultima analisi, il concetto stesso di dopoguerra come cesura catartica che segna un prima e un poi rispetto all’anteguerra ha reso più difficile – e quasi sovversivo – immaginare delle continuità. Non è un caso se le due fasi salienti del dibattito sul termine </hi><hi rend="italic">a quo</hi><hi rend="CharOverride-1"> si hanno negli anni Settanta e Novanta, decenni in cui, come è stato evidenziato, le istituzioni sociali, economiche e politiche del dopoguerra giapponese vengono progressivamente riconfigurate. </hi></p></div><div><head><hi>3. Conclusioni</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’analisi condotta in questo contributo si è concentrata sulla questione della continuità tra periodo prebellico e postbellico, inquadrandola all’interno del più ampio dibattito sulla periodizzazione della storia contemporanea in Giappone. Per quanto limitata ai principali temi storiografici per motivi di spazio, la disamina consente di evidenziare alcuni aspetti significativi. Innanzitutto, risalta la diversa rilevanza che la categoria di dopoguerra ha assunto in Giappone. La differenza riguarda soprattutto le esperienze storiche dei paesi dell’Europa occidentale, dove sovente l’arco temporale successivo alla Seconda guerra mondiale è stato esteso fino a presupporre una quasi totale sovrapposizione alla cronologia della Guerra fredda. Come è stato evidenziato, si tratta di un modo di procedere quanto meno problematico nel caso della storia postbellica del Giappone. È indubbio che il bipolarismo e il conseguente allineamento con gli Stati Uniti hanno plasmato in modo decisivo il contesto all’interno del quale il dopoguerra giapponese ha assunto una forma concreta e caratteristica. Senza questa cornice, sarebbe stata impensabile l’egemonia ininterrotta del PLD con i suoi corollari: un sistema politico caratterizzato dalla centralità della burocrazia e dall’esistenza di un’opposizione debole, ma talvolta assai influente (come in occasione delle proteste contro il rinnovo del Trattato di sicurezza nippo-statunitense nel 1960); un modello di crescita economica complementare alla Pax americana, associato ad un mercato del lavoro e ad un’organizzazione aziendale con tratti peculiari; una struttura sociale imperniata sulla famiglia nucleare, funzionale alle esigenze produttive della performante economia giapponese (</hi><hi rend="italic">kigyō shakai</hi><hi rend="CharOverride-1">). Tuttavia, è anche vero che questi sviluppi sono maturati all’interno di un quadro regionale in cui l’assenza di guerra – assunto fondante della definizione di dopoguerra, ma anche di Guerra fredda – non era un dato di fatto. A differenza dell’Europa occidentale che fino allo scoppio del conflitto nella ex-Yugoslavia ha sperimentato la tensione derivante dalla deterrenza nucleare senza tuttavia pagare sostanziali tributi di sangue, l’Asia orientale è stata insanguinata da conflitti i cui effetti si sono riverberati sul Giappone, anche per effetto della sua relazione speciale con gli Stati Uniti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste differenze invitano alla cautela nell’identificare la Guerra fredda e il dopoguerra e, più in generale, nel dare per scontate analogie con l’esperienza europea. Il rischio, come avvenuto in altre questioni legate alla periodizzazione – segnatamente, il dibattito sull’utilizzo della categoria di feudalesimo e le divergenti interpretazioni sulla transizione Tokugawa-Meiji – è di immaginare un tempo storico globale tanto suggestivo quanto fallace perché fondato su una convergenza inesistente. Peraltro, ed è questo il secondo punto che è necessario evidenziare, il dibattito sulla questione della continuità dimostra quanto meno la necessità di riconsiderare criticamente il termine convenzionalmente assunto come punto di partenza nella periodizzazione della storia contemporanea giapponese. Le ricerche storiche condotte nell’ultimo trentennio obbligano a rivedere la lettura che presuppone una marcata cesura tra il periodo prebellico e quello postbellico. Come abbiamo illustrato nel paragrafo precedente, questa lettura attingeva ad una interpretazione largamente positiva delle riforme portate avanti negli anni dell’Occupazione alleata. Le ricerche più recenti, pur riconoscendo la trasformazione decisiva prodotta dalla sostituzione del regime militarista e totalitario con uno stato democratico e pacifista, hanno ridimensionato la nettezza della transizione, mettendo in luce la natura composita dell’azione delle Forze alleate: innovativa e radicale in alcuni settori, meno incisiva in altri. La separazione tra il prima e il dopo il 1945 è stata inoltre rafforzata dalla sorte che nell’arena politica è stata riservata al concetto di</hi><hi rend="italic"> sengo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Investito di significati e connotazioni normative che trascendono le dinamiche storiche e spesso prescindono da esse, il dopoguerra così concepito è diventato uno spartiacque: limite invalicabile a tutela dei valori di pace e democrazia per i progressisti; soglia oltre la quale andare per ritrovare lo spirito perduto del Giappone secondo i conservatori. </hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Amemiya, Shōichi. 1997. </hi><hi rend="italic">Senji sengo taiseiron</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Iwanami shoten. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Asao, Naohiro. 1995. “Jidai kubunron.” In </hi><hi rend="italic">Iwanami Kōza Nihontsūshi bekken 1 (Rekishi ishiki no genzai</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi><hi rend="CharOverride-1" >Iwanami shoten, 97-122. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Gluck, Carol. 1997. “The ‘End</hi><hi rend="CharOverride-1" >’ of the Postwar: Japan at the Turn of the Millennium.” </hi><hi rend="italic">Public Culture</hi><hi rend="CharOverride-1" > 10 (1), 1-23.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Harootunian, Harry. 2000. “Japan’s Long postwar: The Trick of Memory and the Ruse of History.” </hi><hi rend="italic">South Atlantic Quaterly</hi><hi rend="CharOverride-1" >, 99 (4), 715-39.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Inoue Kiyoshi, Okonogi Shinzaburō, Suzuki Masashi. 1952. </hi><hi rend="italic">Gendai Nihon no rekishi</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Tokyo: Aoki shoten. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Inoue, Kiyoshi. a cura di. 1951-1953. “Gendaihen.” In Matsushima Eiichi, Tōyama Shigeki et alii, </hi><hi rend="italic">Nihon rekishi kōza</hi><hi rend="CharOverride-1" >, vol. 7. Tokyo: Kawade shobō.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Johnson, Chalmers. 1982. </hi><hi rend="italic">MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Standford University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Le Goff, Jacques. 2014. </hi><hi rend="italic">Il tempo continuo della storia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza, trad. David Scaffei. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maier, Charles. 1999. “I paradossi del ‘prima’ e del ‘poi’. Periodizzazioni e rotture nella storia.” </hi><hi rend="italic">Contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, 4: 715-22. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mazzei, Franco. 1979. </hi><hi rend="italic">Il capitalismo giapponese. I suoi stadi di sviluppo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Liguori. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mori, Takemaro. 2002. “Senzen to sengo no danzetsu to renzoku: Nihon kindaishi kenkyū no kadai.” </hi><hi rend="italic">Hitotsubashi Ronsō</hi><hi rend="CharOverride-1">. 127 (6), 639-54.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Narita, Ryūichi. 2012. </hi><hi rend="italic">Kingendai Nihonshi to rekishigaku. Kakikaerarete kita kako</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Chūōkōron.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nihonshi kenkyūkai. a cura di. 1957. “Sengo jūnen shi.” In </hi><hi rend="italic">Nihon rekishi kōza</hi><hi rend="CharOverride-1">. vol. 7. Tokyo daigaku shuppankai. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Noguchi, Yukio. 1995. </hi><hi rend="italic">1940nen taisei</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Saraba ‘senji keizai’</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Tōyō keizai shinpōsha.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Okazaki Tetsuji, Okuno Masahiro. 1993. </hi><hi rend="italic">Gendai Nihon keizai shisutemu no genryū</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Nihon keizai shinbunsha. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ōuchi, Tsutomu. 1975. “Nōchi kaikakugo no nōgyō no hatten.” In Tokyo Daigaku shakai kagaku kenkyūjo (a cura di), </hi><hi rend="italic">Sengo kaikaku 6 (Nōchi kaikaku). </hi><hi rend="CharOverride-1">Tokyo Daigaku shuppankai, 365-416. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ōe, Shinobu. 1976. “Sengo kaikaku.” In </hi><hi rend="italic">Nihon no rekishi</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. 31. Tokyo: Shōgakukan. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rekishigaku kenkyūkai. 1961. a cura di. </hi><hi rend="italic">Sengo Nihonshi</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5 voll. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Tokyo: Aoki shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tanaka, Akira. 1999. </hi><hi rend="italic">Shōkokushugi</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Tokyo: Iwanami shinsho. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tokyo Daigaku shakai kagaku kenkyūjo. a cura di. 1975-1976. </hi><hi rend="italic">Sengo kaikaku</hi><hi rend="CharOverride-1" >, 8 voll. Tokyo Daigaku shuppankai.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tōyama, Shigeki, Imai, Kiyoshi, Fujiwara, Akira. 1955. </hi><hi rend="italic">Shōwa-shi</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Tokyo: Iwanami shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Yamada, Moritarō. 1950. “Nōchi kaikaku to rekishi ishiki.” In </hi><hi rend="italic">Nōgyō sōgō kenkyū</hi><hi rend="CharOverride-1" >. 4: 225-41. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Yamanouchi, Yasushi. 1988. “Senji dōin taisei no hikakushiteki kōsatsu. Kyō no Nihon o rikai suru tame ni.” </hi><hi rend="italic">Sekai</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4, 81-100.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Yamanouchi, Yasushi, Koschmann, Victor, Narita Ryūichi. a cura di. 1995. </hi><hi rend="italic">Sōryokusen to gendaika</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tokyo: Kawashima shobō. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Yamanouchi, Yasushi, Koschmann, Victor, Narita Ryūichi. a cura di. 1998. </hi><hi rend="italic">Total War and Modernization</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Cornell University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Yoshimi, Shunya. 2022. </hi><hi rend="italic">Posuto-sengo shakai</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tokyo: Iwanami shoten. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La Kōza-ha, così denominata dal titolo di una pubblicazione collettiva («Lezioni di storia dello sviluppo del capitalismo giapponese»), fu protagonista insieme alla Rōnō-ha (letteralmente «Scuola degli operai e contadini») della «Controversia sul capitalismo giapponese» (</hi><hi rend="italic">Nihon shihonshugi ronsō</hi><hi rend="CharOverride-1">) tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del XX secolo (Mazzei 1979, 21-23). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Stimolato da un convegno sul tema, tenutosi nel 1983 e dall’uscita nelle sale del film del regista Kobayashi Masaki «Il processo di Tokyo», basato su filmati originali del Dipartimento della Difesa statunitense, il dibattito vide la contrapposizione di studiosi che lo descrivevano come una manifestazione di civiltà e progresso ed altri che sottolineavano l’intrinseca fallacia dei suoi presupposti fondati sull’idea di «giustizia dei vincitori» (Narita 2012, 257-60).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="OP08929_int_stampa_35_297-308.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	O </hi><hi rend="italic">gengō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Noemi Lanna, University of Naples L’Orientale, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">nlanna@unior.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-6351-527X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Noemi Lanna, <hi rend="italic">Ripensare la continuità: la periodizzazione del dopoguerra nel dibattito storiografico giapponese</hi>, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4.29</ref>, in Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Il dono dell’airone. Scritti in onore di Ikuko Sagiyama</hi>, pp. -13, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0422-4, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="162644">Amemiya, Shōichi. 1997. Senji sengo taiseiron. Tokyo: Iwanami shoten.</bibl>
          <bibl n="162306">Asao, Naohiro. 1995. “Jidai kubunron.” In Iwanami Kōza Nihontsūshi bekken 1 (Rekishi ishiki no genzai). Iwanami shoten, 97-122.</bibl>
          <bibl n="162400">Gluck, Carol. 1997. “The ‘End’ of the Postwar: Japan at the Turn of the Millennium.” Public Culture 10 (1), 1-23.</bibl>
          <bibl n="162275">Harootunian, Harry. 2000. “Japan’s Long postwar: The Trick of Memory and the Ruse of History.” South Atlantic Quaterly, 99 (4), 715-39.</bibl>
          <bibl n="162452">Inoue Kiyoshi, Okonogi Shinzaburō, Suzuki Masashi. 1952. Gendai Nihon no rekishi. Tokyo: Aoki shoten.</bibl>
          <bibl n="162238">Inoue Kiyoshi. a cura di. 1951-1953. “Gendaihen.” In Matsushima Eiichi, Tōyama Shigeki et alii, Nihon rekishi kōza, vol. 7. Tokyo: Kawade shobō.</bibl>
          <bibl n="162379">Johnson, Chalmers. 1982. MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy. Standford University Press.</bibl>
          <bibl n="162483">Le Goff, Jacques. 2014. Il tempo continuo della storia. Roma-Bari: Laterza, trad. David Scaffei.</bibl>
          <bibl n="162315">Maier, Charles. 1999. “I paradossi del ‘prima’ e del ‘poi’. Periodizzazioni e rotture nella storia.” Contemporanea, 4: 715-22.</bibl>
          <bibl n="162510">Mazzei, Franco. 1979. Il capitalismo giapponese. I suoi stadi di sviluppo. Napoli: Liguori.</bibl>
          <bibl n="162283">Mori, Takemaro. 2002. “Senzen to sengo no danzetsu to renzoku: Nihon kindaishi kenkyū no kadai.” Hitotsubashi Ronsō. 127 (6), 639-54.</bibl>
          <bibl n="162463">Narita, Ryūichi. 2012. Kingendai Nihonshi to rekishigaku. Kakikaerarete kita kako. Tokyo: Chūōkōron.</bibl>
          <bibl n="162401">Nihonshi kenkyūkai. a cura di. 1957. “Sengo jūnen shi.” In Nihon rekishi kōza. vol. 7. Tokyo daigaku shuppankai.</bibl>
          <bibl n="162529">Noguchi, Yukio. 1995. 1940nen taisei. Saraba ‘senji keizai’. Tokyo: Tōyō keizai shinpōsha.</bibl>
          <bibl n="162408">Okazaki Tetsuji, Okuno Masahiro. 1993. Gendai Nihon keizai shisutemu no genryū. Tokyo: Nihon keizai shinbunsha.</bibl>
          <bibl n="162159">Ōuchi, Tsutomu. 1975. “Nōchi kaikakugo no nōgyō no hatten.” In Tokyo Daigaku shakai kagaku kenkyūjo (a cura di), Sengo kaikaku 6 (Nōchi kaikaku). Tokyo Daigaku shuppankai, 365-416.</bibl>
          <bibl n="162566">Ōe, Shinobu. 1976. “Sengo kaikaku.” In Nihon no rekishi, vol. 31. Tokyo: Shōgakukan.</bibl>
          <bibl n="162578">Rekishigaku kenkyūkai. 1961. a cura di. Sengo Nihonshi. 5 voll. Tokyo: Aoki shoten.</bibl>
          <bibl n="162684">Tanaka Akira. 1999. Shōkokushugi. Tokyo: Iwanami shinsho.</bibl>
          <bibl n="162428">Tokyo Daigaku shakai kagaku kenkyūjo. a cura di. 1975-1976. Sengo kaikaku, 8 voll. Tokyo Daigaku shuppankai.</bibl>
          <bibl n="162540">Tōyama, Shigeki, Imai, Kiyoshi, Fujiwara, Akira. 1955. Shōwa-shi. Tokyo: Iwanami shoten.</bibl>
          <bibl n="162511">Yamada, Moritarō. 1950. “Nōchi kaikaku to rekishi ishiki.” In Nōgyō sōgō kenkyū. 4: 225-41.</bibl>
          <bibl n="162344">Yamanouchi Yasushi. 1988. “Senji dōin taisei no hikakushiteki kōsatsu. Kyō no Nihon o rikai suru tame ni.” Sekai 4, 81-100.</bibl>
          <bibl n="162352">Yamanouchi, Yasushi, Koschmann, Victor, Narita Ryūichi. a cura di. 1995. Sōryokusen to gendaika. Tokyo: Kawashima shobō.</bibl>
          <bibl n="162307">Yamanouchi, Yasushi, Koschmann, Victor, Narita Ryūichi. a cura di. 1998. Total war and Modernization. Cornell University Press.</bibl>
          <bibl n="162654">Yoshimi, Shunya. 2022. Posuto-sengo shakai. Tokyo: Iwanami shoten.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>