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        <title type="main" level="a">Istruire le masse: sul mabiki negli scritti dei kokugakusha</title>
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            <forename>Mario</forename>
            <surname>Talamo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Il dono dell’airone</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0422-4</idno>) by </resp>
          <name>Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.33</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This article delves into the issue of mabiki (infanticide) in the late Edo period by analysing three texts authored by prominent scholars belonging to a circle of philologists and historians known as kokugakusha. 
During the first two centuries of the Edo period, mabiki and abortion were generally tolerated. However, as authorities began to recognise that these practices resulted in an unregulated depletion of valuable labour in the fields, they sought solutions that involved the active engagement of kokugakusha in propagating efforts to discourage these detrimental practices. 
This article sheds light on this historical context and the role of kokugakusha in addressing the problem of mabiki.</p>
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            <item>Kokugaku</item>
            <item>National Learning</item>
            <item>mabiki</item>
            <item>Infanticide</item>
            <item>Propaganda</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.33<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0422-4.33" /></p>
      
      <div><head>Istruire le masse: sul <hi rend="italic">mabiki</hi> negli scritti dei <hi rend="italic">kokugakusha</hi></head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Mario Talamo</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Abstract</hi>:<hi rend="CharOverride-2"> </hi>This article delves into the issue of <hi rend="italic">mabiki</hi> (infanticide) in the late Edo period by analysing three texts authored by prominent scholars belonging to a circle of philologists and historians known as <hi rend="italic">kokugakusha</hi>. During the first two centuries of the Edo period, <hi rend="italic">mabiki </hi>and abortion were generally tolerated. However, as authorities began to recognise that these practices resulted in an unregulated depletion of valuable labour in the fields, they sought solutions that involved the active engagement of <hi rend="italic">kokugakusha</hi> in propagating efforts to discourage these detrimental practices. This article sheds light on this historical context and the role of<hi rend="italic"> kokugakusha</hi> in addressing the problem of <hi rend="italic">mabiki</hi>.</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Keywords</hi>: Kokugaku, national learning, <hi rend="italic">mabiki,</hi> infanticide, propaganda</p><div><head><hi>1. Introduzione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con il termine </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> si indica la soppressione dei neonati allo scopo di ridurre il numero delle bocche da sfamare (</hi><hi rend="italic">kuchiberashi</hi><hi rend="CharOverride-1">), fenomeno, questo, che ebbe vasta diffusione non solo nel corso dei periodi Edo (1603-1867) e Meiji (1868-1912), ma anche in epoche più recenti. Una pratica votata al controllo delle nascite rientra in un campo di studi molto vasto in cui convergono temi cari alla storia demografica, alle tradizioni sociali, alle credenze religiose e popolari, come anche alla storia economica e sociale. Il lessema </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1">, in origine, era usato nella risicoltura per indicare l’opera di selezione dei germogli, che venivano recisi o estirpati per far sì che le altre piante potessero crescere forti e vigorose. Per estensione, il termine passò a indicare l’opera di selezione che ciascun capofamiglia, in condizioni di particolare necessità, era tenuto a operare nei riguardi della prole per garantire la sopravvivenza e il benessere del proprio nucleo familiare (Drixler 2013, 132).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Obiettivo del presente saggio è analizzare il fenomeno dell’infanticidio durante il tardo periodo Edo sulla base delle idee espresse da tre </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ideologi ed esperti negli studi nazionali) attivi tra l’epoca Tenpō (1830-1845) e la seconda metà del XIX secolo in diverse zone del Giappone, i cui interessi riguardavano i problemi sociali e il benessere della popolazione. Il </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> di opere che mi propongo di esaminare comprende il </hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Fondamenti per il benessere del Paese, 1831) di Miyahiro Sadao (1797-1858),</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-012">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> lo </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> (L’erba per la prosperità dei posteri, 1849) di Suzuki Shigetane (1812-1863)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-011">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, infine, il </hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Compendio per la salvezza dell’uomo, 1863) di Katsura Takashige (1817-1871).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-010">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> I testi, tutti appartenenti alla fase storica caratterizzata dalla «svolta sociale» del movimento, che coincise grossomodo con l’epoca Tenpō, sono stati selezionati sulla base dei temi trattati; tra questi, lo </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Shigetane è interamente dedicato alla problematica del benessere delle generazioni future e all’infanticidio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Varie sono state le ricerche che hanno affrontato l’argomento da numerosi punti di vista: Fabian Drixler (2013), nel suo lavoro, ha offerto una approfondita analisi del fenomeno con particolare riferimento alla regione orientale del Giappone di epoca Edo; Saitō Osamu (1992) ha posto l’infanticidio in relazione con la stagnazione demografica e la bassa fertilità dell’epoca, mentre Carl Mosk (1978) ha trattato il problema come una conseguenza della scarsa quantità di cibo consumata. Takahashi Miyuki (2016) ha affrontato l’argomento da una prospettiva femminile, concentrandosi sul contributo che le donne erano tenute a offrire alle finanze di famiglia. Noto è anche il lavoro di Helen Hardacre (1997), in cui, malgrado il tema del </hi><hi rend="italic">mabiki </hi><hi rend="CharOverride-1">non venga trattato, viene offerta una panoramica completa sulla ritualizzazione della gravidanza e del parto in epoca Edo. La principale differenza tra i testi succitati e il presente lavoro risiede nella presentazione di brani provenienti da scritti di studiosi che avevano come fine ultimo la propaganda e l’educazione del popolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Due sezioni formano il presente studio: la prima, di carattere storico culturale, riporta una serie di dati sull’infanticidio e sulla situazione economica dei nuclei familiari in epoca Edo; la seconda presenta invece brani tratti da testi di </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> che illustrano come era inteso il fenomeno dell’infanticidio e quali fossero gli argomenti utilizzati per disincentivarlo.</hi></p></div><div><head><hi>2. Il periodo Edo e la vita degli infanti</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In epoca Edo non esistevano metodi di contraccezione efficaci. Presso la popolazione erano in uso alcuni farmaci che, se somministrati per via orale, si credeva fossero in grado di evitare gravidanze indesiderate. È inoltre noto l’impiego dei primi rudimentali profilattici – più simili a sacchetti in pelle – e di vari altri contraccettivi (soprattutto spirali) che tuttavia non offrivano garanzia alcuna.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-009">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> È chiaro dunque che le uniche alternative per il controllo delle nascite, in contesti sociali spesso caratterizzati dall’indigenza, restavano l’aborto e il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Toyojima 2016, 79). L’infanticidio non fu un fenomeno che riguardò la sola epoca Edo; anche durante il periodo Meiji e a seguire venivano praticate forme di controllo delle nascite in tutto il Giappone, al punto che, quando Yanagita Kunio (1875-1962), padre dell’etnologia giapponese, giunse a Nunokawa, nella prefettura di Ibaraki, nel ventesimo anno dell’era Meiji (1887), dichiarò con gran sorpresa che tutte le famiglie della zona applicavano il sistema dei due figli e che in ciascuna unità abitativa vivevano madre, padre, un figlio e una figlia (Toyojima 2016, 79).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Laurel Cornell ha dimostrato che le strategie per limitare la grandezza delle famiglie in epoca Edo erano principalmente due: </hi><hi rend="italic">stopping and spacing</hi><hi rend="CharOverride-1">. Vale a dire: evitare di avere altri figli quando il numero desiderato era stato raggiunto e posticipare le nascite. Le donne giapponesi infatti cominciavano e terminavano la loro attività riproduttiva in contemporanea con le coetanee di altri paesi, tuttavia il numero di figli partoriti era minore perché rispettavano un intervallo di tempo più lungo tra una nascita e la successiva (Cornell 1996, 34).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In condizioni di necessità, tutti, soprattutto i contadini, ricorrevano con grande libertà alla pratica del </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> durante l’intero periodo Edo, in particolar modo nei primi due secoli, al punto tale che veniva visto come uno strumento di pianificazione convenzionale della grandezza del nucleo familiare (Eng &amp; Smith 1977, 85). Ma perché era così diffuso? I motivi principali erano quattro: in primo luogo la povertà che caratterizzava le vite di quanti erano costretti a compiere una tale scelta; secondariamente, l’impatto che poteva avere una gravidanza sulla vita lavorativa delle donne, le quali si vedevano di colpo private della possibilità di contribuire al sostentamento del nucleo familiare (Takahashi 2016, </hi><hi rend="italic">passim</hi><hi rend="CharOverride-1">); citiamo poi lo scarso valore che veniva attribuito alle vite di feti e infanti e, infine, le spese che bisognava fronteggiare per allevare un figlio (Drixler 2013, 69).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-008">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> È lecito altresì domandarsi quale portata avesse tale pratica: studi demografici hanno dimostrato che, a seconda della regione del Giappone, da quattro a sei neonati su dieci incontravano la morte nel corso dei primi mesi di vita, e che circa la metà delle gravidanze si concludeva con la distruzione del feto o la soppressione dell’infante (Drixler 2013, 116). Tra il 1660 e il 1870, tra gli otto milioni e mezzo e i dieci milioni e mezzo di bambini vennero uccisi nella sola zona orientale del Giappone (Drixler 2013, 123).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda le convenzioni sociali che consentivano a una coppia di disfarsi senza troppe remore del feto, occorre entrare nel merito di un’altra questione: il valore limitato che all’epoca veniva attribuito al neonato. L’infanzia di un bambino veniva scandita dalle celebrazioni per il terzo, il quinto e il settimo anno di vita (</hi><hi rend="italic">shichigosan</hi><hi rend="CharOverride-1">); solo a seguito di quest’ultimo evento un figlio (o una figlia) acquisiva la dignità di essere umano. La nascita di un neonato non appariva agli occhi dei genitori né come l’inizio della vita né come l’acquisizione dello </hi><hi rend="italic">status</hi><hi rend="CharOverride-1"> di essere umano. Tali eventi venivano concepiti come sviluppi graduali caratterizzati dal superamento di una serie di tappe, la prima delle quali era rappresentata appunto dalla decisione dei genitori di tenere in vita il neonato (Hardacre 1997, 25).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-007">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Il feto abortito o il neonato soppresso non ricevevano funzioni religiose, contrariamente a quanto toccava in sorte agli animali, i quali venivano spesso celebrati in riti funebri perché i loro spiriti erano ritenuti capaci di vendicarsi dei torti subiti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fu la fine del XVIII secolo a marcare la fase di passaggio tra l’età in cui il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> veniva ancora tollerato e la nuova epoca. A partire dal 1790, infatti, l’infanticidio non fu più visto come un metodo incontestabile di controllo delle nascite. La nuova fase storica fu inaugurata dalla grande carestia di epoca Tenmei (1782-1787) e dalle eruzioni vulcaniche che ebbero luogo in successione, in seguito alle quali alcune regioni persero circa un terzo della forza lavoro registrata a inizio XVIII secolo, e in alcuni casi la produzione crollò anche dell’80%.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-006">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Alla ricerca di un miglioramento delle condizioni di vita, molti contadini scampati alle catastrofi si trasferirono a Edo e nelle grandi città, con il risultato che parte della manodopera indispensabile per coltivare i campi confluì tra le fila della classe mercantile, e anche la loro progenie fu libera di intraprendere la carriera imprenditoriale.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-005">8</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo il 1790 il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> cessò di rappresentare un atto imprescindibile di controllo delle nascite e si trasformò in una delle principali preoccupazioni pubbliche; numerose province tentarono di eradicarlo attraverso una strategia di incoraggiamento della maternità che prevedeva incentivi pubblici per le famiglie indigenti, l’obbligo per ciascuna donna di denunciare la gravidanza e, in ultimo, un numero sempre crescente di testi dottrinali all’interno dei quali i genitori che perpetravano l’assassinio dei figli venivano rappresentati con sembianze demoniache.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Conseguenza di una tale opera di proselitismo fu la fioritura di scritti didattici e di immagini (</hi><hi rend="italic">ema</hi><hi rend="CharOverride-1">) che immortalavano donne colte nell’atto di soffocare un neonato; nella prima sezione della raffigurazione, la donna conservava i suoi tratti umani, nella seconda, invece, essa veniva raffigurata con fattezze da </hi><hi rend="italic">oni</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vedi immagine allegata).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-004">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Fu a seguito di tali provvedimenti che il neonato vittima di </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1">, al pari del feto soppresso, acquisì contorni umani e si svilupparono le prime teorie fetocentriche; la propaganda governativa sottolineò come anche lo spirito dei bambini morti fosse in grado di vendicarsi sui genitori omicidi e fece notare che l’infanticidio non era compatibile con una giusta condotta di vita. Come già detto, le varie amministrazioni locali studiarono un piano di «sussidi di maternità», mentre alcuni funzionari si occupavano di sorvegliare le gravidanze: la coppia doveva infatti firmare un documento in cui indicava il mese in cui era previsto il parto, e venivano richiesti dossier dettagliati anche in caso di morte prematura del neonato (Drixler 2013, 169-73).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I risultati di questi provvedimenti non si fecero attendere, tuttavia, dopo una iniziale diminuzione dei tassi di mortalità infantile, al cospetto delle immutate condizioni finanziarie delle famiglie dei contadini, furono trovate numerose scappatoie per aggirare i controlli – prima tra tutte l’omissione della dichiarazione di gravidanza – e il numero dei crimini tornò a crescere.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-003">10</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la logica di selezione del sesso dei figli non rigettava necessariamente le bambine. I genitori erano infatti disposti ad allevare un neonato se il suo sesso non era sufficientemente rappresentato all’interno della loro progenie (Tsuya 2001, 234). Il numero e il sesso dei fratelli più anziani influiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> sulle scelte di padri e madri, che preferivano alternare: sulla base dello studio dei registri dei templi buddhisti, Eng e Smith hanno infatti rigettato il mito dell’infanticidio femminile e dimostrato che, in seguito alla morte di un neonato, il successivo figlio che una coppia registrava tendeva ad avere il sesso opposto (Eng e Smith 1977, 66).</hi></p></div><div><head><hi>3. Kokugaku e </hi><hi rend="italic">mabiki</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Parte della propaganda per scongiurare il ricorso all’infanticidio fu affidata a un gruppo di studiosi, letterati e filologi interessati al recupero e alla valorizzazione della tradizione nazionale, comunemente noto con il nome di Kokugaku. Dopo un primo periodo in cui il movimento si identificò nelle lotte xenofobe e di rivalutazione della produzione letteraria e della cultura autoctona, con l’arrivo di Hirata Atsutane (1776-1843) e l’inaugurazione della sua scuola – la Ibukiya – l’interesse dei singoli studiosi nei confronti delle tematiche sociali crebbe. Fu grazie a Hirata Atsutane che il movimento si trasformò in ciò che Harootunian definisce come «la panacea a tutti i mali del paese»: gli studiosi venivano spesso inviati in provincia in qualità di emissari del governo per sedare rivolte (</hi><hi rend="italic">yonaoshi</hi><hi rend="CharOverride-1">) e, cosa ancor più importante, per avviare opere di propaganda che scongiurassero eventuali insurrezioni (Harootunian 1988, 230).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-002">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> A partire dal 1790, un nutrito gruppo di intellettuali mise in relazione la crisi domestica e le crescenti minacce internazionali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4" ><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-001">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> con il declino della popolazione, a sua volta causato dall’infanticidio. Le numerose tesi sul </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei vari studiosi convergono tutte su un unico punto: se la popolazione cresce, la produzione aumenta e il paese è più prospero. La soppressione degli infanti e l’aborto cominciarono pertanto a essere visti come forme di sabotaggio sociale (Drixler 2013, 183-84).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche i </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposero di istituire un sistema di riconoscimenti e premi per le famiglie numerose: un gran numero di figli veniva visto come un’opera meritoria (</hi><hi rend="italic">kitoku</hi><hi rend="CharOverride-1">) e ai contadini che per il bene del paese accettavano di tenere in vita tutti i figli era permesso di indossare le vesti tipiche degli esponenti dei ranghi più elevati. Gli studiosi nazionali rigettavano gli elementi della cultura cinese nella lingua e nel pensiero giapponese e sostenevano che l’epoca storica in cui vivevano fosse problematica per via della perdita dell’armonia primordiale del Giappone, a causa dei lunghi secoli di influenza continentale. Al contempo, gli studi alla riscoperta della tradizione arcaica li condussero all’esaltazione della fecondità, vista come peculiarità del Giappone antico. Nei discorsi propagandistici degli studiosi i bambini venivano concepiti come un dono del cielo; i </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> tentarono dunque di sottrarre all’ambito delle scelte personali la riproduzione e la decisione di tenere in vita i figli, e per fare ciò caricarono di valenze divine la figura dell’infante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i testi selezionati, il </hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Miyahiro Sadao presenta il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un atto di insubordinazione al volere degli Dei, che conduce a sua volta alla rovina personale e della propria stirpe. Per Sadao, l’origine di un’azione tanto lontana dalla grazia degli Dei è da ricercarsi nelle tradizioni continentali che furono importate in Giappone:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[In] Cina […] uccidono i figli, vero tesoro ereditato dagli Dei […]. Queste sono azioni contrarie agli insegnamenti delle divinità. A causa loro, le benedizioni divine sono svanite e potremmo intendere le carestie di questi anni, insieme con le pestilenze che a loro volta hanno causato la scomparsa di molti uomini e la dilapidazione dei nostri averi, come eventi nati dal biasimo delle divinità.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] la cosa più importante è nutrire i nostri figli in virtù del fatto che, se gli uomini scarseggiano, anche le ricchezze spariscono e diventa impossibile coltivare la terra. Gli Dei del cielo e della terra, avendo a cuore ogni tipo di produzione, donano agli uomini numerosi figli. Il fatto che tutte le genti ignorino una tale verità e pensino che procreare sia un’attività che riguarda esclusivamente marito e moglie accade perché, probabilmente, costoro non sanno che anche i bambini sono un dono degli Dei. Anteporre i nostri desideri e pensare che avere tanti figli sia solo un’inutile spesa per la famiglia è un grande errore. L’idea secondo la quale bastano un paio di figli e, se ne nascono degli altri, si possono sopprimere è pura crudeltà.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] Se ci abbandoniamo alla soppressione dei figli, non potremo sopperire alla mancanza di uomini nel paese.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] Ritengo dunque che si debba vietare l’infanticidio come atto che annulla qualsiasi benevolenza divina. Non importa quanti figli facciamo, bisogna crescerli tutti. Questa è la via dell’uomo. Se non sterminiamo cavalli e buoi perché non bastano al paese, allora è giusto che non si sterminino nemmeno gli esseri umani, che pure sono pochi (</hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 292-93).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Successivamente Sadao passa in rassegna gli aspetti positivi che deriverebbero da una popolazione numerosa: tante nascite costituiscono maggiore forza lavoro, le deiezioni prodotte diventerebbero fertilizzante per le risaie e porterebbero all’aumento della produttività, dato anche dalle opere di bonifica dei suoli incolti (</hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 294). In conclusione, Sadao critica la scelta di numerose famiglie di inviare i propri figli in conventi buddhisti per intraprendere la carriera ecclesiastica (</hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 294). Il monaco, sostiene lo studioso, non rappresenta una risorsa per il paese (</hi><hi rend="italic">kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">arazu</hi><hi rend="CharOverride-1">). Sadao ammonisce i genitori affinché non inviino i figli ai templi nella speranza che abbraccino la religione, per poter così avere salve le anime dei propri discendenti fino alla settima generazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il secondo testo esaminato nel presente studio è lo </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Suzuki Shigetane, il quale affronta il tema della prosperità delle generazioni future e dunque anche il discorso sull’infanticidio, che, secondo lo studioso, avrebbe dirette ripercussioni sul problema della difesa dei confini nazionali dalle invasioni straniere e trarrebbe origine da tradizioni continentali barbare.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] ci sono delle coppie di genitori che pensano che la procreazione e la trasmissione degli insegnamenti a figli e nipoti non siano un loro compito, come governare il proprio paese o lasciare che la pace regni in terra. La prosperità del paese e la resistenza delle sue difese militari dipende dal numero delle persone.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] la storia parla di quella famiglia che, in ristrettezze economiche, seppellì i figli,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-000">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e ci tramanda anche altri cattivi costumi che circolano numerosi in Cina. Se tali abitudini dovessero diffondersi anche qui da noi in un vicino futuro, le persone povere che lavorano nelle province di campagna – poco importa quanto limitato sia il loro numero – sentendo cosa succede [in Cina], in caso di gravidanza indesiderata, potrebbero usare la medicina che causa l’aborto e poi seppellire di nascosto il cadavere del feto. […] Tale pratica prende il nome di </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il solo fatto che sia causa di vergogna dovrebbe bastare a scoraggiare gli stupidi – purtroppo tutti indigenti – dal perseguirla. Io ritengo che i genitori che uccidono i loro figli, dandoli in pasto ai lupi e ai cani o seppellendoli nelle pance dei pesci, commettano la peggiore delle azioni, una mancanza di compassione e di benevolenza (</hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 236-37).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle parole di Shigetane si legge anche una critica allo stile di vita della società dell’epoca, preoccupata solo di vivere nel lusso (</hi><hi rend="italic">shashi</hi><hi rend="CharOverride-1">). Lo studioso sostiene che in natura nessuno abbia mai patito la fame e il freddo, perché gli Dei forniscono agli uomini e agli animali tutti gli strumenti necessari per prendersi cura di loro stessi e dei propri figli.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] poiché l’uomo tende a dimenticare le regole e le suddivisioni [in classi], tende a indossare abiti di ottima fattura mentre dovrebbe solo preoccuparsi di trovare riparo al caldo, e ama il buon cibo mentre dovrebbe solo preoccuparsi di non morire di fame e di non aver la pancia vuota. […] Gli abiti, il cibo e le case non corrispondono alle nostre reali condizioni di vita, per questo motivo ritengo che usare tutto il denaro che ci viene dato come compenso per il lavoro, impoverendosi, sia un grave errore. Uccidere e disfarsi del corpo di una creatura che non ha colpe, senza cercare di comprendere la gravità delle nostre azioni, illudendosi che in questo modo vivremo nell’abbondanza, è davvero un’azione aberrante (</hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 237-38).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche secondo Shigetane, dunque, i figli rappresentano un dono degli Dei e l’uomo dovrebbe prendersi cura di loro. L’ultimo testo oggetto di studio, il </hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Katsura Takashige, nasce dal nobile intento di spiegare la succitata opera di Suzuki Shigetane – forse troppo complessa – ai meno colti. Il testo è suddiviso in due </hi><hi rend="italic">maki</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ogni sezione affronta tematiche specifiche: la dottrina e i suoi capisaldi, i fondamenti della morale umana, il sistema di mutuo controllo, l’impegno nelle attività lavorative e la rinuncia al lusso. Nella sezione riguardante i fondamenti dell’etica umana leggiamo i seguenti passaggi:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] poiché provengono dagli Dei, i nostri figli non devono essere trattati come una nostra proprietà; essendoci stati donati dagli Dei e dall’imperatore, i genitori devono crescere i figli al loro posto […]; se l’educazione impartita dai genitori è cattiva, capita spesso che, una volta divenuti adulti, anche i figli diventino malvagi.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">[…] In principio, negli altri paesi non c’era una vera Via e pareva non ci fosse nemmeno un vero insegnamento da trasmettere. […] Anche in Cina, tra i </hi><hi rend="italic">Ventiquattro esempi di pietà filiale</hi><hi rend="CharOverride-1">, si racconta di un tale di nome Kakukyo che seppellì i figli. Le nostre creature appartengono agli Dei e agli imperatori e una cosa del genere va intesa come mancanza di conoscenza della vera Via del Cielo. […] In un paese grande come quello delle quattrocento province [la Cina] non sono riusciti a trovare nemmeno ventiquattro esempi di pietà filiale, mentre, al contrario, in un Paese piccolo come il nostro pare che gli uomini empi non arrivino a ventiquattro. […] Persone prive di benevolenza e di compassione, che seppelliscono vivo il proprio figlio, come Kakukyo, non esistono nel nostro Paese, il quale proprio per questo motivo è un Paese degno di rispetto e dalla lunga tradizione imperiale. Ma pensate davvero che, se non apprendiamo la vera Via, i nostri costumi alla fine non degenereranno? (</hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 257-59)</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La pratica della rinuncia alla prole, dunque, anche secondo Takashige era di origine continentale. In seguito, lo studioso introduce il discorso sull’aborto e sulle leggi che vennero emanate in Cina per impedirne la diffusione. In base a quanto sostiene Takashige, le leggi vengono create solo quando i costumi sono corrotti e i crimini commessi molteplici. Nei paesi in cui le persone sono oneste, non ci sarebbe bisogno di istituire nuove leggi per fermare pratiche perniciose. Takashige ammette che, talvolta, le condizioni disperate potrebbero offrire come unica alternativa la vendita dei figli, tuttavia, anche in questo caso è indispensabile tenersi lontani dai cattivi esempi continentali, perché «fenomeni del genere accadono quando si smarrisce la retta Via a causa dei cattivi costumi stranieri che infestano il nostro paese. Capiamo dunque quanto sia importante apprendere la Via» (</hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 260).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nelle pagine del </hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene presentato il tema dell’emulazione da parte dei contadini dei cattivi costumi delle classi più agiate, tuttavia essa non porterebbe direttamente all’infanticidio e alla vendita dei figli, ma piuttosto alla dilapidazione dei beni di famiglia, terreni inclusi, per l’acquisto di prodotti di lusso (</hi><hi rend="italic">Saisei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1">, NST 51, 270).</hi></p></div><div><head><hi>5. Conclusioni</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulla base dei brevi passaggi tratti dai testi di alcuni ideologi ed esperti negli studi nazionali, comprendiamo meglio la visione dell’infanticidio e l’opera di mediazione che venne svolta da questo gruppo di intellettuali al fine di scongiurare una pratica lesiva degli interessi nazionali. Nei tre testi, il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’aborto, ma anche la vendita dei figli, appaiono come pratiche estranee alla tradizione autoctona, giunte in Giappone tramite i manuali confuciani che descrivevano esempi discutibili di pietà filiale. Come già detto, tutti gli scritti citati fanno leva sulla relazione tra la progenie e i doni divini, per evitare che i genitori potessero decidere della vita di creature che, in base alle tesi dei </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1">, non erano proprietà esclusiva di chi le generava. Infine, il diffondersi di una piaga sociale come l’emulazione degli stili di vita altrui, alla continua ricerca del lusso, per molti studiosi si porrebbe alla base dell’improvvida scelta di liberarsi dei figli.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Cornell, Laurel L. 1996. “Infanticide in Early Modern Japan? Demography, Culture, and Population Growth.” </hi><hi rend="italic">The Journal of Asian Studies</hi><hi rend="CharOverride-1" > 55: 22-50.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Drixler, Fabian. 2013. Mabiki: </hi><hi rend="italic">Infanticide and Population Growth in Eastern Japan, 1660-1950</hi><hi rend="CharOverride-1" >. University of California Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Eng, Robert Y., Smith, Thomas C. 1977. </hi><hi rend="italic">Nakahara Farming and Population in a Japanese Village, 1717-1830</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Stanford University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Hardacre, Helen. 1997. </hi><hi rend="italic">Marketing the Menacing Fetus in Japan</hi><hi rend="CharOverride-1" >. University of California Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Harootunian, Harry D. 1988. </hi><hi rend="italic">Things Seen and Unseen: Discourse and Ideology in Tokugawa Nativism</hi><hi rend="CharOverride-1" >. University of Chicago Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Hashikawa, Bunzō. 1971. “Bakumatsu kokugaku no inshō.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In Haga, Noboru, Matsumoto, Sannosuke (a cura di). </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51. Tokyo: Iwanami shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Jolivet, Muriel. 2004. “Derrière les représentations de l’infanticide ou </hi><hi rend="italic">mabiki ema</hi><hi rend="CharOverride-1" >.” </hi><hi rend="italic">Ebisu</hi><hi rend="CharOverride-1"> 33: 99-130.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Katsura, Takashige. 1863. </hi><hi rend="italic">Saisei yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1">. In Haga, Noboru, Matsumoto, Sannosuke (a cura di). </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51. Tokyo: Iwanami shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Kitagawa, Toyoie, Ansart, Olivier (trad. fr.). 1994. “Contribution à l’histoire de la famille au Japon: une recherche sur la famille nucléaire pendant l’époque d’Edo et la méthode des Annales.” </hi><hi rend="italic">Ebisu</hi><hi rend="CharOverride-1" > 4: 7-32.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Kudō, Kyōkichi. 1994. </hi><hi rend="italic">Bakumatsu no shakaishi</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Tokyo: Kinokuniya shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Matsumoto, Sannosuke. </hi><hi rend="CharOverride-1">1971. “Bakumatsu kokugaku no shisōshiteki igi.” In Haga, Noboru, Matsumoto, Sannosuke (a cura di). </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51. Tokyo: Iwanami shoten, 633-61.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Miyahiro, Sadao. 1831. </hi><hi rend="italic">Kokueki honron.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In Haga, Noboru, Matsumoto, Sannosuke (a cura di). </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51. Tokyo: Iwanami shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Mosk, Carl. 1978. “Fecundity, Infanticide, and Food Consumption in Japan.” </hi><hi rend="italic">Exploration in Economic History</hi><hi rend="CharOverride-1" > 15: 269-89.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Ninomiya, Hiroyuki, Souyri, Pierre (trad. fr.). </hi><hi rend="CharOverride-1" >2017. </hi><hi rend="italic">Le Japon Pré-moderne: 1573-1867</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Parigi: CNRS.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Saitō, Osamu. 1992. “Infanticide, Fertility and ‘Population Stagnation’: The State of Tokugawa Historical Demography.” </hi><hi rend="italic">Japan Forum</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4: 369-81.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Suzuki, Shigetane. 1850. </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1">. In Haga, Noboru, Matsumoto, Sannosuke. </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei</hi><hi rend="CharOverride-1"> 51. Tokyo: Iwanami shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Takahashi, Miyuki. 2016. “Edojidai ni okeru josei no rōdō to shussan.” </hi><hi rend="italic">Keizai gakkihō</hi><hi rend="CharOverride-1"> 65: 177-90.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toyojima, Yoshie. 2016. “Edojidai kōki no datai – mabiki ni tsuite no jitsujō to kodomokan (seimeikan).” </hi><hi rend="italic">The Bulletin of Ryōtokuji University</hi><hi rend="CharOverride-1"> 10: 77-86.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tsuya, Noriko. 2001. “Kinsei Nihon no shusshō rejimu: Ōshū Futamatsumoto han nōson no jinbetsu kaichō deta no ibento-history-bunseki.” </hi><hi rend="italic">Rekishi Jinkōgaku no furontia</hi><hi rend="CharOverride-1" > 11.</hi></p><p><graphic url="OP08929_int_stampa_40_345-356-web-resources/image/Immagine1_3.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Figura 1 – “Mabiki ema del Kōseiin di Chiba (1847)”.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-012-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Originario dell’odierna prefettura di Chiba, Miyahiro Sadao era il figlio maggiore di Miyahiro Sagoemon Sadatada, ricco possidente di Matsusawa, nella circoscrizione di Katori. Dopo una vita sregolata che gli valse l’allontanamento dal proprio nucleo familiare, Sadao decise di dedicarsi al lavoro nei campi. A partire dal nono anno dell’era Bunsei (1826) entrò tra gli allievi di Hirata Atsutane e divenne un punto di riferimento per i suoi scritti sull’agricoltura. Decise in seguito di trasferirsi a Edo e di dedicarsi esclusivamente allo studio. Il </hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1"> è l’appendice di un testo più ampio, intitolato </hi><hi rend="italic">Minka</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōjutsu</hi><hi rend="CharOverride-1">, composto da quindici </hi><hi rend="italic">maki</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguardanti la vita e le consuetudini del popolo (i riti, il matrimonio, le nascite, ecc.). Tutti i brani degli scritti dei </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> citati nel presente saggio provengono da Haga Noboru e Matsumoto Sannosuke (a cura di). </hi><hi rend="italic">Kokugaku undō no shisō</hi><hi rend="CharOverride-1">. In </hi><hi rend="italic">Nihon shisō taikei </hi><hi rend="CharOverride-1">(NST nel ricorrente), 51. Tokyo: Iwanami shoten, 1971.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-011-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Figlio di un esperto in studi cinesi e giapponesi, mosse i primi passi verso la carriera di letterato. Poco dopo la morte del padre, sopraggiunta quando aveva circa quattordici anni, si trasferì a Ōsaka per lavorare come apprendista di un commerciante fino all’ingresso tra i discepoli di Hirata, avvenuto nel terzo anno dell’era Tenpō (1832), all’età di venti anni. Dopo aver successivamente accolto Katsura Takashige tra i suoi seguaci, Suzuki Shigetane si stabilì a Edo per dedicarsi agli studi. Nel corso del secondo anno Kaei (1849) pubblicò lo </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, a partire dal sesto anno del medesimo periodo, lavorò al </hi><hi rend="italic">Nihonshoki-den</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le sue opere sono numerose e riguardano sia l’ambito letterario che filosofico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-010-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nativo di Echigo, ricevette le redini del casato alla morte del padre. Nel quattordicesimo anno dell’era Tenpō (1843) entrò tra i discepoli di Hirata; in seguito, mosso da ammirazione per Suzuki Shigetane, divenne il primo dei suoi seguaci. Si interessò principalmente di questioni economiche e fu tra i principali contributori del </hi><hi rend="italic">Nihonshoki-den</hi><hi rend="CharOverride-1"> del maestro Suzuki. Il </hi><hi rend="italic">Seisai</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">yōryaku</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresenta un tentativo di rendere lo </hi><hi rend="italic">Yotsugigusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> comprensibile anche ai meno colti: compilato in una duplice versione, da tre e da due tomi, fu scritto in risposta alle proteste che scoppiarono nella regione di Echigo con il preciso intento di contribuire al ripristino dell’ordine pubblico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-009-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Muriel Jolivet parla anche di decotti a base di erbe capaci di provocare emorragie. In altri casi si preferiva introdurre nell’utero della donna radici di </hi><hi rend="italic">physalis</hi><hi rend="CharOverride-1"> o bardana, aghi per agopuntura o rami affilati di mandarino selvatico, di gelso, e steli di bambù nano (Jolivet 2004, 103).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-008-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’elenco delle motivazioni potrebbe allungarsi ulteriormente: in base alle tesi di Hanley e Smith, le famiglie nel Giappone di epoca Edo limitavano volontariamente il numero dei figli per mantenere standard di vita accettabili, seguendo il principio secondo cui c’era più sofferenza in un’esistenza fatta di stenti che in una morte violenta. Secondo Mosk, invece, erano i bassi tassi di fecondità, dovuti in particolare alla pratica migratoria del </hi><hi rend="italic">dekasegi</hi><hi rend="CharOverride-1"> – la consuetudine di spostarsi da una provincia all’altra alla ricerca di lavoro – e le scarse possibilità di sopravvivenza del feto a obbligare i genitori a compiere una selezione (Mosk 1978, 286).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-007-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Solitamente il neonato veniva soppresso entro la prima primavera dalla nascita o per strangolamento o per asfissia. Le genti ritenevano che il bambino, fino al settimo anno di vita, appartenesse agli Dei (</hi><hi rend="italic">nanasai</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">made</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">kami</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">no</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">uchi</hi><hi rend="CharOverride-1">) e che tramite il </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo si potesse restituire loro e concludere anzitempo il suo ciclo biologico (Toyojima 2016, 84). Si parlava a tal proposito di </hi><hi rend="italic">higaeri</hi><hi rend="CharOverride-1">, di restituzione dopo un solo giorno dalla nascita. La levatrice, dopo aver aiutato la madre a partorire, chiedeva puntuale: «</hi><hi rend="italic">oku</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ka</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">okanai</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">ka</hi><hi rend="CharOverride-1">», «lo tieni o no?» (Hardacre 1996, 25). In altri casi si chiedeva: «</hi><hi rend="italic">otoko nara oku to ka</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">danjo izuredemo okanai to ka</hi><hi rend="CharOverride-1">?», «se è un uomo lo tieni o rinunci al bambino a prescindere dal sesso?» (Jolivet 2004, 115).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-006-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La carestia di epoca Tenmei condusse alla morte un gran numero di persone. Tutto ebbe inizio nell’estate del 1782, quando le piogge rovinarono parte del raccolto. L’anno successivo la produzione di riso fu in parte persa a causa di un brusco calo delle temperature, a cui fece seguito l’eruzione del vulcano Asama, che durò diversi mesi. Gli effetti nefasti delle basse temperature e dell’umidità portarono raccolti scarsi per vari anni (Ninomiya 2017, 164-166).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-005-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In precedenza, il primo figlio di un contadino ereditava l’appezzamento di terra del padre e gli altri fratelli, spesso etichettati in tono dispregiativo come </hi><hi rend="italic">hiyameshigui</hi><hi rend="CharOverride-1"> (i mangiatori di riso freddo </hi><hi rend="italic">ergo</hi><hi rend="CharOverride-1"> coloro che dovevano accontentarsi di ciò che avanzava dei possedimenti tramandati al primogenito), venivano spediti in città per lavorare come servitori (Kitagawa 1994, 14).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-004-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È il caso di un </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1">-</hi><hi rend="italic">ema</hi><hi rend="CharOverride-1"> stampato nel quarto anno dell’epoca Kōka (1847) dal Kōseiin di Chiba (Toyojima 2016, 82). Anche alcune sette buddhiste autorizzarono i monaci a girare nei villaggi per predicare l’inutilità del </hi><hi rend="italic">mabiki</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-003-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra gli studiosi dell’epoca ci fu anche chi, come Satō Nobuhiro, sostenne che la pratica migliore fosse vendere i propri figli alle famiglie benestanti oppure abbandonarli affinché queste ultime potessero sfamarli e usarli come manodopera nei campi (Drixler 2013, 188). Altri studiosi ritenevano che la povertà non potesse essere superata con incentivi da parte del governo. Solo la crescita economica e infrastrutturale poteva infatti aiutare la popolazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-002-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sadao nel </hi><hi rend="italic">Kokueki</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">honron</hi><hi rend="CharOverride-1"> afferma: «la vera ricchezza per un paese è insegnare a tutte le genti la Via e coltivare il seme dell’umanità. Non c’è cosa più importante» (Matsumoto 1971, 634). A partire dal periodo Tenpō numerosi adepti della scuola di Hirata abbandonarono le sedi cittadine per trasferirsi in campagna e sposare definitivamente la causa contadina. A tal proposito, Hashikawa Bunzō propone di sostituire il termine </hi><hi rend="italic">kokugakusha</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la diversa denominazione di «studiosi residenti nelle zone di campagna» (Hashikawa 1971, 3).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-001-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Altra fonte di tensione per il Bakufu furono i tentativi di invasione da parte delle potenze straniere, che avvennero a più riprese a cominciare dalla fine del XVIII secolo. Dapprima fecero la loro comparsa gli inglesi, alla fine del secolo, poi i russi, all’inizio dell’era Bunka (1804-18), fino ad arrivare alle baleniere americane degli anni Venti del XIX secolo. Tali avvenimenti condussero il Bakufu a imporre, nell’ottavo anno dell’era Bunsei (1825), la pena di morte per tutti gli stranieri che avessero messo piede in Giappone (Kudō, 1994, 169-77). Al cospetto delle grandi navi corazzate occidentali, la popolazione tutta, percepì le difese del paese come insufficienti e chiese a gran voce che si procedesse verso la riforma delle forze armate, anche attraverso l’istituzione di contatti con l’Occidente per poter così apprendere le sue tecnologie avanzate.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="OP08929_int_stampa_40_345-356.html#footnote-000-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Viene citato uno dei </hi><hi rend="italic">Ventiquattro esempi di pietà filiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’epoca degli Han Posteriori, la storia di Kakukyo, che, per non privare la madre della sua razione di cibo giornaliera, seppellì i suoi figli condannandoli a morte certa e fu in seguito ricompensato dalle divinità con dell’oro.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Mario Talamo, University of Catania, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">talamoma@unict.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-5032-0139</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Mario Talamo, <hi rend="italic">Istruire le masse: sul </hi>mabiki<hi rend="italic"> negli scritti dei </hi>kokugakusha, © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4.33</ref>, in Luca Capponcelli, Diego Cucinelli, Chiara Ghidini, Matilde Mastrangelo, Rolando Minuti (edited by), <hi rend="CharOverride-5">Il dono dell’airone. Scritti in onore di Ikuko Sagiyama</hi>, pp. -13, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0422-4, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0422-4</ref></p></div></div>
      
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