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        <title type="main" level="a">Considerazioni introduttive sulla storia della slavistica in Italia</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-7474-4083" type="ORCID">
            <forename>Giovanna</forename>
            <surname>Brogi Bercoff</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Milan, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Cento anni di slavistica a Padova</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0475-0</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.03</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Like in other European countries, the beginnings of Italian Slavic studies are rooted in the 19th century, but developed mainly after WW1 in connection with the creation of new national states. Different methodologies were applied by Italian scholars in all branches of Slavic studies, but the main guideline may be found in the idea that language and text are always strictly connected and may be best understood if analyzed in reciprocal connection. 
The study also highlights that Italian scholars (starting with those of the University of Padua, which was the cradle of these studies) always participated in discussions on the most current topics of international Slavic studies. Finally, some research topics missing in Slavic studies in Italy are identified which should be developed further.</p>
      </abstract>
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            <item>History of Slavistics</item>
            <item>Italian Slavic Studies</item>
            <item>Padua University Slavic Studies</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.03<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.03" /></p>
      <div><head>Considerazioni introduttive sulla storia della slavistica in Italia</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanna Brogi Bercoff </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sarebbe presuntuoso tentare di riproporre una sintesi della storia della slavistica in quella che deve essere una breve introduzione ai lavori del VII Congresso dell’Associazione italiana degli slavisti (AIS) che si è or ora aperto (per la precisione, alla sua prima sessione, dedicata ai </hi><hi rend="italic">Cento anni di slavistica a Padova</hi><hi rend="CharOverride-1">). Mi limiterò quindi a qualche considerazion</hi><hi rend="CharOverride-1">e, citando alcuni lavori fondamentali in questo campo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda i primi studi di sintesi e per la precisione quelli dedicati al periodo iniziale della slavistica italiana (1921-1940), ricordo gli studi di Giovanni Maver pubblicati fin dal 1931 (Maver 1931), gli articoli di Riccardo </hi><hi rend="CharOverride-1">Picchio e Sante Graciotti pubblicati fin dal 1954</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-005">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e i molti articoli e recenti libri di Gabriele Mazzitelli che sono una miniera di informazioni (tra questi: Mazzitelli 2016; Bottone, Mazzitelli 2020)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-004">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per il secondo periodo (1940-2021) sono ancora molto utili gli studi derivati dal Congresso di Seiano (Brogi Bercoff </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1994), il volume pubblicato dall’Accademia delle Scienze Austriaca (Brogi Bercoff </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2005) e i già citati</hi><hi rend="CharOverride-1"> scritti di Mazzitelli. Per gli ultimi due decenni resta molto da scrivere: alcune indicazioni si possono evincere dalle pubblicazioni dei contributi presentati ai Congressi Internazionali (Alberti</hi><hi rend="italic"> et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2008; Garzaniti</hi><hi rend="italic"> et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2013; Salmon </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2018) o a quelli nazionali dell’AIS (Bragone, Bidovec 2019), e anche dalle recensioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-003">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ecco alcune delle considerazioni, tuttora valide, di carattere generale, che si possono trarre dai lavori citati sopra. Innanzitutto in Italia, come negli altri paesi d’Europa, la slavistica si è formata in buona parte come differenziazione o dialettica continuazione con i primi studi sulle letterature e culture degli slavi </hi><hi rend="CharOverride-1">fatti nell’Ottocento, anche se in Italia e Francia la creazione di cattedre universitarie avvenne più tardi che in Germania e Austria, come era ovvio avvenisse, vista l’esistenza, in questi due ultimi paesi, di una più solida tradizione filologica e di più stretti legami con paesi slavi (comparabili in Italia solo con quelli con la Polonia).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Grande impulso alla fondazione delle prime cattedre venne dall’interesse suscitato dalla creazione di nuovi stati indipendenti dopo il 1918. Fino a poco tempo fa, era comune a molti studiosi e docenti di slavistica in molti paesi europei e in Italia la compresenza di specifici interessi per le ‘filologie nazionali’ (ossia, lo studio di letteratura e cultura dei singoli paesi slavi) e di </hi><hi rend="CharOverride-1">ampie conoscenze di varie letterature e metodologie, di vari indirizzi di ricerca, di capacità di occuparsi di glottologia e linguistica assieme, ad esempio, a cultura e letteratura. Come osservava già Giuseppe Dell’Agata (Brogi Bercoff 1994: 11-17) lo spettro di significati del termine ‘filologia</hi><hi rend="CharOverride-1">’ è estremamente vasto e può riferirsi allo studio di qualsiasi lingua, letteratura e cultura ‘nazionale’ dei paesi slavi: è dunque sotto questo cappello che studiosi di settori anche molto diversi possono coltivare e insegnare qualsiasi epoca, metodo, letteratura o lingua nazionale, argomenti trasversali, comparatistica o altro. In fondo la filologia, oltre che (o più che?) una disciplina, è un metodo, e come tale può essere applicato ai contenuti più vari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vi è un’altra caratteristica che accomuna tutte le storie delle slavistiche, europee e non-europee, slave e non slave: più che per altri paesi e lingue, la storia degli studi slavi è strettamente legata alla storia della cultura del paese in cui tali studi si svolgono, alla società e, in buona misura, anche alla politica, come osserva con la consueta acutezza Picchio nell’introduzione agli atti di Seiano (Brogi Bercoff 1994: 1-10). </hi><hi rend="CharOverride-1">La politica ha esercitato un’ingerenza diretta in molti casi: basterà dire per esempio dell’ideologia e della censura di epoca sia zarista sia sovietica in Russia, dei forti condizionamenti ‘nazionali’ in vari paesi, dei finanziamenti dello stato americano per studiare l’URSS e l’Est-Europa</hi><hi rend="CharOverride-1"> durante la guerra fredda, delle guerre, di eventi come l’invasione della Cecoslovacchia subito dopo il Congresso degli slavisti del 1968, della polarizzazione della slavistica nelle due Germanie. La lista è veramente lunga! Si può però intendere la politica in senso più ampio, non necessariamente come ingerenza diretta di singoli poteri, stati o governi, ma come fisiologico sfondo storico-socio-culturale </hi><hi rend="CharOverride-1">da cui si sviluppano certi orientamenti, certe scelte di argomenti o di metodo, certe prese di posizione a volte etiche, a volte polemiche, a volte dettate da necessità di ‘sopravvivenza’, vuoi della disciplina, vuoi di sé stessi come intellettuali. Ben conscio di questo, Picchio soleva ripetere che nostro unico fine di studiosi e docenti deve essere la ricerca della verità, entro i limiti del possibile. E Graciotti amava precisare che, anche nei periodi di maggiore scontro politico, noi (studiosi e docenti) dobbiamo creare i ponti che la cultura ci permette</hi><hi rend="CharOverride-1"> di costruire. Ambedue avevano in mente sia le situazioni in cui si erano trovati a operare i ‘maestri’ del periodo interbellico, sia le a volte drammatiche situazioni della guerra fredda, sia il futuro delle nostre discipline che in parte debbono continuare (a volte subire) le scelte fatte dai padri e dai maestri.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche di questo abbiamo parlato proprio qui a Padova nel 2018, in occasione della presentazione del libro di Mazzitelli sull’Istituto per l’Europa Orientale. Fu per me una grande soddisfazione sottolineare come, nonostante gli evidenti nessi con storia, cultura e vita politica del periodo interbellico, gli slavisti dell’epoca siano riusciti a pubblicare articoli e libri di buono, a volte eccellente livello scientifico, a evitare troppo pesanti condizionamenti politici, a fondare una vera e propria scuola di slavistica, a impegnarsi per la creazione di cattedre, biblioteche, istituti di ricerca, sedi editoriali – insomma </hi><hi rend="CharOverride-1">di tutto quel tessuto intellettuale e umano che è indispensabile per far nascere, maturare e sviluppare una sezione di studi così vasta e diversificata come quella della slavistica. Io sono quindi particolarmente grata a Rosanna Benacchio, al Presidente dell’AIS Cristiano Diddi e agli altri colleghi che hanno contribuito alla realizzazione di questo incontro, che ha subito dapprima intoppi causati dalla pandemia del 2020-2021, poi qualche difficoltà per gli eventi drammatici che stiamo vivendo negli ultimi mesi a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, ma che possiamo felicemente inaugurare questa mattina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Debbo dire che non si poteva trovare una sede più adatta che questa centenaria ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">prima sede della slavistica italiana’ dove i suoi docenti riuscirono a creare ex novo un centro di ricerca e di didattica che, nel giro di pochi lustri, portò all’attuazione di quella ‘massa critica’ che è necessaria per la sopravvivenza di ogni attività intellettuale collettiva. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certo, il termine collettivo può fare innalzare qualche sopracciglio. Chi non conosce esempi di eccessivo individualismo, di gelosie e competizioni, di meschinerie e inopportuni favoritismi? Ne sono pieni i nostri annali, tramandati in qualche lettera, nelle conversazioni o nelle carte ministeriali. Nonostante questo, lo spirito della collaborazione, spontanea o </hi><hi rend="italic">obtorto collo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ha alla fine sempre prevalso e possiamo essere fieri di aver avuto un ruolo centrale nello sviluppo degli studi slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> internazionali. Ne sono testimoni gli articoli e i libri che hanno privilegiato il confronto anche aspro con teorie e studiosi </hi><hi rend="italic">mainstream</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ogni periodo (penso alle polemiche tra Picchio e Lichačev, a certe posizioni di Graciotti sul Sei e Settecento polacco</hi><hi rend="CharOverride-1">, all’impegno di Angiolo Danti nella questione della critica del testo, a certi percorsi idiosincratici come il Gasparini del </hi><hi rend="italic">Matriarcato slavo</hi><hi rend="CharOverride-1"> o il Ripellino di </hi><hi rend="italic">Praga Magica</hi><hi rend="CharOverride-1">); penso alla capacità di creare allievi e ‘scuole’ anche da parte di personalità riservate che preferivano la biblioteca ai convegni (in realtà resta da fare un più preciso tracciamento delle scuole che hanno avuto rilievo internazionale o anche nazionale); penso al</hi><hi rend="CharOverride-1">le riviste che hanno pubblicato articoli dei massimi studiosi di ogni paese e fino a oggi sono spesso ambite sedi di pubblicazioni da parte di studiosi giovani e meno giovani di vari paesi; penso infine alla partecipazione ai grandi congressi internazionali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non dimentichiamo i nostri difetti: scarsa attenzione alla ‘alta divulgazione’ (si pensi a quella anglosassone!), insufficiente comunicazione tra gli studiosi (ognuno guarda molto al proprio campanile), improvvisazione (la parola programmazione sembra non esistere in italiano), sperpero di risorse (endemica caratteristica nazionale), </hi><hi rend="CharOverride-1">situazione a volte caotica delle biblioteche, soprattutto mancanza di coordinamento per la collaborazione in grandi progetti – è più facile collaborare con istituzioni e colleghi stranieri che nei nostri atenei. È vero che ciò avviene sull’onda della cosiddetta ‘internazionalizzazione’, la parola magica che, secondo i funzionari di oggi, dovrebbe risolvere tutti i problemi, e invece spesso ostacola una programmazione di ricerca seria. A mio parere in Italia c’è oggi poca attenzione per nuove edizioni critiche che potrebbero venire prodotte e, più in generale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> poco interesse per i periodi del passato (quello medioevale, quello premoderno). È un peccato perché si rischia di perdere il meglio della tradizione italiana. Non cerco colpevoli; certamente la preferenza per il contemporaneo e la traduttologia dipendono anche dai cambiamenti radicali di storia, cultura e società. Da una parte il mondo contemporaneo, dopo i profondi cambiamenti seguiti al 1989 e i traumi del presente immediato, richiede di essere compreso, quindi studiato e analizzato. Dall’altra le traduzioni vanno certamente incoraggiate e si deve lottare per una migliore selezione di opere e preparazione dei traduttori. Lungi, quindi, dal voler ridurre l’importanza di tante discipline ‘contemporaneistiche’, mi auguro solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che alcuni filoni di ricerca non vengano dimenticati, ma vengano mantenuti cercando e trovando nuovi (e bravi) allievi per le magistrali e i dottorati. Come già detto, spesso scelte anodine dipendono non dai singoli ‘attori’ ma dalle circostanze ministeriali o comunque esterne. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche l’opportunità di occuparsi di Storia della slavistica ha faticato a farsi strada in Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-002">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il mio primo contatto con questa disciplina avvenne nel 1985 nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> castello di Smolenice vicino a Bratislava. In pieno inverno avevo traversato a piedi il confine dall’Austria alla Cecoslovacchia, faceva molto freddo e ricordo la meravigliosa doccia calda quando arrivai la sera: una specie di sauna, ci stetti un’ora. Mi aveva chiesto di andare in Slovacchia Sante Graciotti, che rappresentava l’Italia nella Commissione di storia della slavistica del MKS. Mi sentivo del tutto spaesata tra tutti quei venerabili slavisti assai maturi e ricchi di esperienza, ma anche ideologicamente molto marcati. Le cose che più mi piacquero furono il castello, le piacevoli e istruttive conversazioni col grande, battagliero Josip Hamm (che sarebbe morto un anno dopo), e alcuni canti popolari che per la prima volta ascoltavo eseguiti da una voce di professionista del folclore, quello reale e non quello sdolcinato dei cori sovietici o pseudo-cosacchi. Lì conobbi </hi><hi rend="CharOverride-1">anche il ‘grande capo’ sovietico Dmitrij F. Markov (che tutti temevano), Vladimir A. D’jakov, onesto e intelligente sovietico raccoglitore di dati (divenuto Presidente della Commissione dopo il 1990) e il grande </hi><hi rend="CharOverride-1">Slavomír Wolmann. Di quest’ultimo ricordo una frase che, polemicamente, suonava presso a poco così: «La storia delle slavistiche deve essere una storia delle idee, non una storia di nomi e di date». Per me fu una rivelazione. Illuminante, ancorché a volte discutibile, fu </hi><hi rend="CharOverride-1">anche l’articolo di Hamm, uscito nel volume programmatico della Commissione, che offre una sintesi della visione sovietica della storia della slavistica (Chamm 1978). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In quella mia prima esperienza a Bratislava capivo assai poco di ciò che veniva discusso tra i rappresentanti delle commissioni sovietica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli altri paesi slavi dell’area comunista da un lato, e quelli dei paesi occidentali dall’altro: sostanzialmente si dibatteva sull’opportunità di pubblicare contributi dedicati alla slavistica dei paesi non slavi, e quindi occidentali, ‘capitalisti’</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Hamm, </hi><hi rend="CharOverride-1" >Wytrzens</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1985). Il problema era che nei libri stampati in occidente si poteva parlare di argomenti come Solženicyn e la dissidenza, di cui nei libri preparati nei paesi slavi ovviamente non si poteva parlare! Questo dava molto fastidio a Markov. Solo negli anni a venire capii l’importanza della Commissione e ci lavorai con passione assieme a Sergio Bonazza (si veda p. es. Brogi Bercoff </hi><hi rend="italic">et al.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2005)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-001">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">So che questa ‘disciplina’ riscuote poco successo da parte dei giovani: è naturale, essi preferiscono la ricerca ‘vera’, ‘pura’, originale. Invece, poi, molte cose si capiscono quando si leggono dal punto di vista della loro storia, dell’evoluzione delle idee e degli indirizzi di ricerca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ritengo quindi che non sarà futile soffermarsi oggi su alcuni personaggi chiave che, da un secolo a questa parte,</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno segnato il percorso della slavistica a Padova, e poi a Roma e nelle altre città italiane. Avremo modo di imparare molte cose e conoscere personaggi di cui abbiamo notizie sparse e vaghe o su cui a volte non riflettiamo. Risulterà evidente come dai primi maestri di questo Ateneo si formarono i primi ‘allievi’ e, grazie a questi, </hi><hi rend="CharOverride-1">le discipline slavistiche si diffusero poi rapidamente in molte città italiane che divennero importanti centri di irradiazione della conoscenza del mondo slavo in Italia: da Padova a Roma, Napoli, Milano, Torino e altre, ognuna con il suo specifico centro di eccellenza, dalla paleoslavistica e linguistica (o glottologia), alla russistica, alle lingue ‘minori’</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla polonistica e via dicendo. Padova è stata davvero fortunata ad avere dei nomi così importanti e, soprattutto, nomi che rappresentavano discipline così diversificate. Questo è stato sicuramente un elemento determinante nella creazione dei tanti indirizzi di ricerca e ‘scuole’ in tutta Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (sia detto per inciso, ricerche sistematiche sui vari indirizzi e le scuole derivate dai ‘maestri’ sono ancora da fare; sarebbe utile riflettere su questo argomento). Dopo la creazione della prima cattedra di Filologia slava, i primi, già allora diversificati, indirizzi di ricerca nati e portati avanti a Padova</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-000">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, si sono ben presto </hi><hi rend="CharOverride-1">moltiplicati con lo spostamento dei docenti a Roma, e successivamente anche in altre città, formando così una slavistica non più solo padovana e romana, ma italiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante le differenze spesso abissali di interessi di ricerca e di personalità intellettuale e umana, la slavistica italiana ha finito con l’assumere un carattere individuale abbastanza marcato e sostanzialmente omogeneo in alcuni tratti fondamentali: importanza della ‘parola’ nel </hi><hi rend="CharOverride-1">‘testo’, eleganza dell’esposizione, capacità di cogliere i legami degli slavi con gli altri popoli, sensibilità estetica nei giudizi. A volte, va detto, il linguaggio resta fumoso, la tradizione retorica appesantisce l’esposizione, ma nel complesso la ricerca è solida, orientata su argomenti di rilevanza internazionale, innovativa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fondamentale, lo ripetiamo, è stato il ruolo degli allievi diretti dei ‘padri’ che verranno oggi ricordati. Sappiamo quanto Maver abbia contribuito alla creazione di una scuola che si può dire abbia dato alla slavistica italiana la sua impronta fondamentale: la filologia come analisi del testo in cui lingua, pensiero e storia siano tutti connessi nell’approccio a qualsiasi opera. Egli ha anche aperto alcune delle questioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che restano fondamentali ancor oggi, amate dagli studiosi italiani e stranieri: la dialettica tra unità slava e singole lingue e letterature, le interferenze linguistiche tra tedesco, italiano, croato e altro, i rapporti italo-polacchi. L’erudizione colossale di Lo Gatto ha fatto conoscere a migliaia di studenti e lettori non solo la letteratura, il teatro, l’arte e l’architettura russi, ma anche la letteratura ceca e persino quella ucraina. Gasparini ha riunito una quantità infinita di conoscenze e osservazioni non consuete per creare un monumento di antropologia culturale che ancor oggi affascina e ha creato una tradizione non ricchissima, ma vivace di studi sul folclore (tra i pochi ricordiamo Meriggi). Di Cronia si è scritto molto, spesso in chiave polemica, eppure non c’è specialista di letterature balcaniche </hi><hi rend="CharOverride-1">o di rapporti italo-slavi che non cominci da lui e che non apra la </hi><hi rend="italic">Conoscenza del mondo slavo in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Benacchio 2019). Dell’importanza di Radovich credo che molte cose restino ancora da scoprire: gli studi pionieristici sulle pericopi glagolitiche, le sintesi di lessico e grammatica del paleoslavo credo vadano rivisitate alla luce di idee allora (anni 1970-80) avveniristiche, e anche alla luce delle moderne tecnologie (allora appena intuite): di questo potranno dire di più gli odierni allievi padovani di Radovich.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inutile sarebbe dilungarsi ulteriormente sull’evoluzione di questi (e altri) indirizzi di studio e ricerca che ancora oggi portano evidenti l’impronta di quei maestri. Di questo parleranno i singoli relatori. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non mi resta che lasciare loro la parola e ringraziare chi si è sobbarcato l’onere di organizzare questo denso e articolato evento.</hi></p><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alberti, Alberto, et al, a cura di. 2008. </hi><hi rend="italic">Contributi italiani al XIV Congresso Internazionale degli Slavisti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ohrid 10-16 settembre 2008). Firenze: Firenze University Press</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Benacchio, Rosanna. 2019. “Arturo Cronia Maestro a Padova. A mo’ di Prefazione.” In </hi><hi rend="italic">L’eredità di un maestro a cinquant’anni dalla scomparsa</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del Convegno di Studi (Padova, 20-21 novembre 2017), a cura di Rosanna Benacchio, e Monica Fin, 9-32. Padova: Esedra editrice.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Benacchio, Rosanna, e Cecilia Ghetti. 2022. </hi><hi rend="italic">“Slavistica.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> In </hi><hi rend="italic">La Facoltà di Lettere e Filosofia, Duecento anno di studi umanistici all’Università di Padova</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Vincenzo Milanesi, 277-90. Padova: Il Poligrafo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bottone Valeria, e Gabriele Mazzitelli, a cura di. 2020. </hi><hi rend="italic">Sono contento di averti continuato. Lettere a Ettore Lo Gatto conservate alla Biblioteca nazionale centrale di Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma: Biblioteca nazionale centrale di Roma.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bragone, Cristina, e Maria Bidovec, a cura di. 2019. </hi><hi rend="italic">Il mondo slavo e l’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">. Contributi presentati al VI Congresso italiano di Slavistica (Torino, 20-30 settembre 2013). Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Brogi Bercoff, Giovanna et al, a cura di. 1994. </hi><hi rend="italic">La slavistica in Italia. Cinquant’anni di studi (1940-1990)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma: Ministero per i Beni culturali e ambientali. Divisione Editoria.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Brogi </hi><hi rend="CharOverride-1">Bercoff, Giovanna. 2005. “Die Slawistik in Italien in den Jahren 1920 bis 2000.” In </hi><hi rend="italic">Contributions à l’histoire de la slavistique</hi><hi rend="italic"> dans les pays non slaves – Beiträge zur Geschichte der Slawistik in den nichtslawischen</hi><hi rend="italic"> Ländern – K istorii slavistiki v neslavjanskix stranax. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Hrsg</hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Giovanna Brogi Bercoff, et al.</hi><hi rend="CharOverride-1" > Wien: </hi><hi rend="CharOverride-1">Österreichische Akademie der Wissenschaften</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="italic">Travaux Publiés par l’Institut d’études slaves</hi><hi rend="CharOverride-1" > XLVI.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Chamm [Hamm], Josip. </hi><hi rend="CharOverride-1">1978. “O specifike razvitija slavistiki</hi><hi rend="CharOverride-1"> v neslavjanskich stranach.” In </hi><hi rend="italic">Metodologičeskie problemy istorii slavistiki</hi><hi rend="CharOverride-1">, 119-45. Moskva: Nauka</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Garzaniti et al, a cura di. 2013. </hi><hi rend="italic">Contributi italiani al XV Congresso Internazionale degli Slavisti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Minsk 20-27 agosto 2013). Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Graciotti, Sante. 1964-1965. “Filologia slava e unità slava.” </hi><hi rend="italic">Annuario dell’Università Cattolica del S. Cuore per l’a.a. 1964-1965</hi><hi rend="CharOverride-1">, 283-303.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Hamm, Josip, e Günther Wytrzens, hrsg.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >1985.</hi><hi rend="italic"> Beiträge zur Geschichte der Slawistik in nichtslawischen Ländern</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Wien: </hi><hi rend="CharOverride-1">Österreichische Akademie der Wissenschaften (Schriften der Balkankommission, Linguistische Abteilung, XXX).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maver, Giovanni. 1931. “La slavistica italiana nel decennio passato e i suoi compiti futuri.” </hi><hi rend="italic">Rivista di Letterature Slave</hi><hi rend="CharOverride-1"> VI, 5-16.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mazzitelli, Gabriele. 2016. </hi><hi rend="italic">Le pubblicazioni dell’Istituto per l’Europa orientale. Catalogo storico (1921-1944)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio, Riccardo. 1962. “Quaranta anni di slavistica italiana nell’opera di E. Lo Gatto e di G. Maver.” In</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">Studi in onore di Ettore Lo Gatto e Giovanni Maver</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1-21. Firenze: Sansoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Salmon</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">et al,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di. 2018. </hi><hi rend="italic">Contributi italiani al XVI Congresso Internazionale degli Slavisti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Belgrado, 20-27 agosto 2018). Firenze: Firenze University Press.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-005-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ci riferiamo all’articolo anonimo dedicato a “Enrico Damiani (1892-1953)”</hi><hi rend="italic"> Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> III (1954): III-XII. Si può supporre che sia stato scritto da R. Picchio. Per gli altri studi ci riferiamo a Picchio 1962) e Graciotti 1964-65.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-004-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sarebbe troppo lungo citare i numerosissimi articoli di G. Mazzitelli. Un elenco accurato è facilmente accessibile in rete.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sarebbe impossibile dare notizia delle recensioni uscite nelle varie riviste: oltre a </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> si vedano anche </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavia</hi><hi rend="CharOverride-1"> [Roma], </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Per gli atti dei Congressi italiani di slavistica si rimanda al sito dell’AIS: </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">https://associazioneslavisti.com/contenuti/congressi-ais/46</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Va detto, tuttavia, che già nel 1955, in </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> Vol. IV (In memoriam Enrico Damiani), 1955-1956: 234-37, veniva data notizia del convegno tenutosi a Roma per l’inserimento della slavistica italiana nella Commission Internationale des Etudes Slaves, presieduta da André Mazon, e del Convegno degli slavisti a Belgrado in vista dell’organizzazione del IV Congresso di slavistica da tenere a Mosca nel 1958.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In questo volume c’è una bella foto del Primo Congresso della Commissione, del 1960. Sulla storia della Commissione cf. anche il sito </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">https://slavicorumhistoria.com</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (ultimo accesso 05/10/2024), dove sono presenti i nomi e le foto degli attuali componenti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_4_17-23.html#footnote-000-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questo punto si veda anche il recente saggio di Benacchio, Ghetti 2022.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Giovanna Brogi Bercoff, University of Milan, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">giovanna.brogi@gmail.com</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-7474-4083</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Giovanna Brogi Bercoff, <hi rend="italic">Considerazioni introduttive sulla storia della slavistica in Italia,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0.03</ref>, in Rosanna Benacchio (edited by), <hi rend="italic">Cento anni di slavistica a Padova. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume I</hi>, pp. -8, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0475-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0</ref></p></div></div>
      
      <div>
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          <head>References</head>
          <bibl n="164897">Alberti, Alberto, et al., a cura di. 2008. Contributi italiani al XIV Congresso Internazionale degli Slavisti (Ohrid 10-16 settembre 2008). Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="164828">Benacchio, Rosanna. 2019. “Arturo Cronia Maestro a Padova. A mo’ di Prefazione”. In L’eredit&amp;#224; di un maestro a cinquant’anni dalla scomparsa. Atti del Convegno di Studi (Padova, 20-21 novembre 2017), a cura di Rosanna Benacchio, e Monica Fin, 9-32. Padova: Esedra editrice.</bibl>
          <bibl n="164854">Benacchio, Rosanna, e Cecilia Ghetti. 2022. “Slavistica”. In La Facolt&amp;#224; di Lettere e Filosofia, Duecento anno di studi umanistici all’Universit&amp;#224; di Padova, a cura di Vincenzo Milanesi, 277-290. Padova: Il Poligrafo.</bibl>
          <bibl n="164849">Bottone, Valeria, e Gabriele Mazzitelli, a cura di. 2020. Sono contento di averti continuato. Lettere a Ettore Lo Gatto conservate alla Biblioteca nazionale centrale di Roma. Roma: Biblioteca nazionale centrale di Roma.</bibl>
          <bibl n="164862">Bragone, Cristina, e Maria Bidovec, a cura di. 2019. Il mondo slavo e l’Europa. Contributi presentati al VI Congresso italiano di Slavistica (Torino, 20-30 settembre 2013). Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="164890">Brogi Bercoff, Giovanna et al., a cura di. 1994. La slavistica in Italia. Cinquant’anni di studi (1940-1990). Roma: Ministero per i Beni culturali e ambientali. Divisione Editoria.</bibl>
          <bibl n="164808">Brogi Bercoff, Giovanna. 2005. “Die Slawistik in Italien in den Jahren 1920 bis 2000”. In Contributions &amp;#224; l’histoire de la slavistique dans les pays non slaves – Beitr&amp;#228;ge zur Geschichte der Slawistik in den nichtslawischen L&amp;#228;ndern – K istorii slavistiki v neslavjanskix stranax. Hrsg. Giovanna Brogi Bercoff, et al. Wien: &amp;#214;sterreichische Akademie der Wissenschaften. Travaux Publi&amp;#233;s par l’Institut d’&amp;#233;tudes slaves XLVI.</bibl>
          <bibl n="164909">Chamm [Hamm], Josip.   1978. “O specifike razvitija slavistiki v neslavjanskich stranach”. In Metodologičeskie problemy istorii slavistiki, 119-145. Moskva: Nauka.</bibl>
          <bibl n="164899">Garzaniti, Marcello, et al., a cura di. 2013. Contributi italiani al XV Congresso Internazionale degli Slavisti (Minsk 20-27 agosto 2013). Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="164946">Graciotti, Sante. 1964-1965. “Filologia slava e unit&amp;#224; slava”. Annuario dell’Universit&amp;#224; Cattolica del S. Cuore per l’a.a. 1964-1965: 283-303.</bibl>
          <bibl n="164844">Hamm, Josip, e G&amp;#252;nther Wytrzens, hrsg. 1985. Beitr&amp;#228;ge zur Geschichte der Slawistik in nichtslawischen L&amp;#228;ndern. Wien: &amp;#214;sterreichische Akademie der Wissenschaften (Schriften der Balkankommission, Linguistische Abteilung, XXX).</bibl>
          <bibl n="164953">Maver, Giovanni. 1931. “La slavistica italiana nel decennio passato e i suoi compiti futuri”. Rivista di Letterature Slave VI: 5-16.</bibl>
          <bibl n="164931">Mazzitelli, Gabriele. 2016. Le pubblicazioni dell&amp;#39;Istituto per l&amp;#39;Europa orientale. Catalogo storico (1921-1944). Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="164885">Picchio, Riccardo. 1962. “Quaranta anni di slavistica italiana nell’opera di E. Lo Gatto e di G. Maver”. In Studi in onore di Ettore Lo Gatto e Giovanni Maver, 1-21. Firenze: Sansoni.</bibl>
          <bibl n="164901">Salmon, Laura, et al., a cura di. 2018. Contributi italiani al XVI Congresso Internazionale degli Slavisti (Belgrado, 20-27 agosto 2018). Firenze: Firenze University Press.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
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