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        <title type="main" level="a">La fondazione della cattedra di Filologia slava a Padova: Giovanni Maver</title>
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          <resp>This is a section of <title>Cento anni di slavistica a Padova</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0475-0</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.04</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The first Italian Chair of Slavic Philology was founded in 1920/21 at the University of Padua, that at the time was the nearest academic centre to the Eastern European area. The Dalmatian Giovanni Maver (1891-1970), who had graduated in Romance Philology at the University of Vienna, was appointed as the first Head of the Chair. In Padua, Maver founded a school where different Slavic disciplines where taught; he created a specialized library and established a network of international relations. Gradually, Maver shifted his focus of interest to various research subjects within Polish Studies. Later on he got transferred to the University of Rome, where, since November 1st 1929, the first Italian Chair of Polish language and literature was established.</p>
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            <item>History of Slavic Studies</item>
            <item>Giovanni Maver</item>
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            <item>University of Padua</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.04" /></p>
      <div><head>La fondazione della cattedra di Filologia slava a Padova: Giovanni Maver<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-013">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Maria Cecilia Ghetti</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo insegnamento italiano di Filologia slava – per la cattedra vera e propria bisognò attendere il 1926 – fu assegnato, nel 1920-21, all’Università di Padova.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Ateneo vantava una consolidata tradizione di rapporti con i paesi dell’Europa orientale. La sponda opposta del mare Adriatico aveva per secoli conosciuto la dominazione veneziana, assorbendone la lingua e la cultura, come testimoniato da studenti e docenti da lì giunti in epoche diverse. Ma anche da zone più lontane erano costantemente affluiti, soprattutto in età moderna, giovani desiderosi di una formazione che li avrebbe poi proiettati ai vertici della </hi><hi rend="italic">nomenklatura </hi><hi rend="CharOverride-1">dei paesi di origine. Il caso polacco – di recente ricostruito con finezza e competenza da Marcello Piacentini – è certamente paradigmatico: tra Cinque e Seicento gran parte dell’</hi><hi rend="italic">intelligencija p</hi><hi rend="CharOverride-1">olacca si incontrò a Padova, studiando, intrecciando rapporti, aprendosi a una cultura che in patria avrebbe dato poi risultati brillanti, recuperando «un </hi><hi rend="italic">humus p</hi><hi rend="CharOverride-1">reparato a recepire, sviluppare e adattare, non a subire passivamente, istanze e modelli che irradiavano dal moderno umanesimo rinascimentale italiano» (Piacentini 2021, 143). Ma anche dalle aree russe, o piuttosto rutene, arrivarono a Padova studenti proiettati, loro sì, in un mondo assolutamente diverso rispetto alla terra di origine. E così dalla Boemia, dalla Slovenia, dalla Croazia, sino ai Balcani meridionali e alla Grecia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di queste presenze volle dare prova anche visiva, agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso, l’allora rettore Carlo Anti, nazionalista della prima ora, ma anche valido archeologo e artefice – nel corso del suo ventennale rettorato – di una ristrutturazione architettonica dell’Ateneo, i cui risultati sono ancor oggi visibili e apprezzati. Tra le varie iniziative artistiche assunte, Anti commissionò al pittore Giacomo Dal Forno i ritratti a tempera di quaranta studenti stranieri, che dal 1942 adornano la sala detta appunto dei Quaranta, contigua all’Aula magna. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diversi i nomi di allievi provenienti dalla già menzionata Polonia (Jan Kochanowski e Klemens Janicki), ma anche dalla Russia (Petr Postnikov, tradizionalmente considerato il primo russo a laurearsi, nel 1695, in medicina) e dall’attuale Bielorussia (il ruteno Francisk Skorina, il Gutenberg slavo, giunto povero – come recitano i documenti – dalla lontana Polock, addottoratosi in arti e medicina e passato alla storia per avere diffuso nelle terre dell’Europa orientale l’arte della stampa). E poi, dall’area ceca, Jan Krtitel Bohac e Protasius di Czernahora, il medico sloveno Marko Gerbec, il drammaturgo croato Dimitrije Demeter, il bosniaco Juraj Dragišić, fuggito nel secondo Quattrocento dalla minaccia turca e riparato a Padova (Nezzo, Piovan, 2022). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo per dire che Padova, vuoi per una certa contiguità territoriale, vuoi invece per il prestigio del suo Ateneo, ben conosceva e altrettanto bene era conosciuta nel mondo slavo. E anche se a inizi Novecento altre strutture erano interessate a una cattedra di slavistica, Padova vantava però una sorta di ‘diritto’, che le derivava dalla sua storia più recente e, in particolare, dal ruolo esercitato – a livello di città, così come di Università – nel corso del primo conflitto mondiale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Grande guerra aveva richiesto l’impegno – sul piano umano, ma anche su quello scientifico e tecnologico – di tutti gli Atenei italiani. Non pochi settori di studio e di ricerca avevano ricevuto notevole impulso dalla necessità di realizzare strumenti bellici in grado di competere con quelli ideati dal nemico. Lo sforzo in questo senso era stato notevole, ma non tutte le strutture erano state coinvolte in egual misura in un conflitto che era sì nazionale, ma che si era però prevalentemente giocato nella parte nordorientale del paese. Padova costituiva l’avamposto universitario più esposto a est della penisola e, come tale, «più di ogni altra incarnava il patriottismo militante» (Del Negro 2001, 104). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i vari meriti di guerra, l’Ateneo patavino vantava un esperimento unico, quello della cosiddetta Università castrense. In pratica, per sopperire alle drammatiche carenze del servizio sanitario militare, tra il 1916 e il 1917 furono istituiti in Friuli, a San Giorgio di Nogaro, corsi accelerati di Medicina e Chirurgia, obbligatori per il quinto e facoltativi per il sesto anno: destinati agli studenti di medicina di tutta Italia, videro la partecipazione di 809 allievi. Una sorta di </hi><hi rend="italic">full immersion, </hi><hi rend="CharOverride-1">con lezioni tenute da docenti della Facoltà padovana, che licenziavano giovani medici da inviare al fronte o nelle immediate retrovie. Dal 1917 la gestione fu affidata all’Università di Padova: i corsi accelerati si tennero nella città veneta e riguardarono 1332 studenti, iscritti dal terzo al sesto anno, provenienti da tutte le università del Regno e riuniti nel cosiddetto Battaglione universitario. 150 furono i caduti in guerra tra i giovani medici così formati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sotto la giurisdizione del Comando supremo, Padova divenne la protagonista – come è stato scritto di recente– di una straordinaria attività didattica e rappresentò il primo modello di «università nazionale italiana» (Balbo, Ruoppolo 2020, 133). Padova ‘capitale al fronte’, che aveva patito la ritirata di Caporetto, accogliendo nelle sue strutture ospedaliere migliaia di feriti, e che, come appena ricordato, aveva laureato in tempi assai veloci quasi duemila medici destinati ai luoghi di combattimento, vantava quindi meriti moral-patriottici che giocarono un ruolo nella decisione governativa di attribuirle l’insegnamento di slavistica. A ciò veniva ad aggiungersi la prospettiva dei festeggiamenti – da tenersi nel 1922 – per i settecento anni dell’Ateneo: un evento che si preannunciava particolarmente solenne e che, alla presenza del sovrano, avrebbe dovuto sancire la ritrovata unità nazionale di un paese che era peraltro riuscito – pur partendo da premesse assai diverse – a entrare nel consesso dei vincitori e a ricavarne discreti benefici territoriali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da tempo si parlava, a Padova, di una ‘rivoluzione’ degli studi filologici. Il verbale della Facoltà di Lettere del 6 dicembre 1919 (Verbali 1912-1922) consente di ricostruire diversi passaggi:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università di Padova, richiamandosi ad una proposta ormai antica e tradizionale, prima fatta nel 1902, poi ripetuta in una relazione intesa a promuovere in essa Facoltà un Istituto vero e proprio di Filologia moderna, e ripresentata anche di più recente; tenuto conto dell’opportunità, anzi necessità nuova, aggiunta dagli avvenimenti politici e militari, che, dilatando il confine della patria, inclusero in essa genti slave tanto più numerose, e resero inevitabili e indispensabili assidui contatti e rapporti italo-slavi, </hi><hi rend="italic">ripropone l</hi><hi rend="CharOverride-1">’istituzione di una cattedra di Filologia Slava, rievocando il suo titolo storico solenne all’accogliere in sé così fatto insegnamento opportunissimo in essa per ovvie ragioni d’ordine geografico.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A portare avanti la richiesta era soprattutto il provenzalista Vincenzo Crescini – tra i membri più autorevoli della Facoltà di Lettere e, all’epoca, forse il massimo rappresentante degli studi romanistici in Italia – da tempo convinto dell’opportunità di attivare a Padova un insegnamento dedicato alle lingue slave, che già avevano cominciato ad affacciarsi sulla scena didattica europea, soprattutto in ambito austro-tedesco. In alcuni paesi – la Francia, che, come noto, nel 1840 aveva istituito una cattedra apposita al Collège de France affidandola ad Adam Mickiewicz, ma anche l’Italia, con Giuseppe Mazzini fautore della visione degli slavi come popoli oppressi da riscattare per costruire l’Europa delle nazioni – l’interesse per lo studio delle lingue e delle culture del mondo slavo aveva assunto connotazioni politiche, ma era indubbio il valore scientifico del tema ed era ad esso che Crescini si richiamava. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione assunse peso e valenza politica ancor più rilevanti all’indomani della conclusione della Prima guerra mondiale, allorquando la disgregazione dei grandi imperi, unitamente – come scrive Marco Palla introducendo il bel volume di Stefano Santoro </hi><hi rend="italic">L’Italia e l’Europa orientale. Diplomazia </hi><hi rend="italic">culturale e propaganda 1918-1943 (</hi><hi rend="CharOverride-1">Santoro 2005) – alla «pace punitiva e ‘cartaginese’ imposta alla Germania e al ‘cordone sanitario’ edificato ad arginare il possibile contagio bolscevico crearono al centro e all’Est una costellazione di paesi che l’Occidente vincitore volle includere nella sua sfera di controllo e di influenza» (Palla 2005, 13). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Paesi che andavano ora gradatamente conosciuti attraverso strumenti diversi, dando così vita a una diplomazia culturale non meno importante di quella tradizionalmente riconosciuta a livello istituzionale e politico. Fu quindi la nuova situazione post-bellica </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">a creare le condizioni adatte – come ha scritto Riccardo Picchio – per l’affermarsi e in parte l’istituzionalizzarsi della slavistica come scienza autonoma. A ben vedere non vi fu allora una vera svolta nelle iniziative della nostra dirigenza politico-culturale per aiutare il ceto intellettuale ad orientarsi in quell’altra parte d’Europa che improvvisamente si rivelava composta, nella stragrande maggioranza, di popoli slavi […] di cui nulla, praticamente, si trovava nei manuali in uso nelle nostre scuole (Picchio 1994, 3).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A livello extra-accademico e prevalentemente divulgativo, un certo ‘fascino slavo’ si era da tempo imposto in campo letterario, regalando appassionati lettori soprattutto all’ambito russo. Assumeva quindi ulteriore importanza la creazione di un insegnamento stabile dedicato a queste realtà linguistiche e culturali, come peraltro previsto anche dai trattati di pace e conteso, con argomentazioni e titoli diversi, principalmente da due Atenei, Padova e l’Orientale di Napoli, sede quest’ultima – dipendente dal Ministero delle Colonie – che già ospitava corsi di russo. La vittoria dell’Università veneta derivò da fattori diversi: quelli da noi già indicati, ma anche quelli finemente analizzati a metà degli anni Novanta del secolo scorso nel bel lavoro dedicato da Jan Ślaski a Giovanni Maver e agli inizi della slavistica universitaria a Padova (Ślaski 1996).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si ricava dalla documentazione disponibile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-012">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, l’assegnazione della cattedra a Padova fu il risultato di un incrocio tra merito e caso. Merito, perché certamente la già menzionata azione di Crescini, del giurista padovano Vittorio Polacco e di altri colleghi, unitamente al </hi><hi rend="italic">pressing d</hi><hi rend="CharOverride-1">el Ministro degli Esteri Carlo Sforza, si imposero a livello nazionale; caso, perché la disponibilità </hi><hi rend="italic">in loco di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una figura come Giovanni Maver ebbe certamente il suo peso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Maver (1891-1970), dalmata di Curzola, nato cittadino austro-ungarico e divenuto poi, per scelta, italiano, si era formato – con soggiorni di studio anche a Parigi e a Firenze –, prevalentemente a Vienna, alla scuola dello svizzero Wilhelm Meyer-Lübke, romanista di fama europea, concludendo il percorso accademico nel 1914 con una tesi di filologia romanza, scelta che è stata successivamente letta come «un’affermazione della propria nazionalità» (Picchio 1970, 3011), ovvero di italianità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla fine della prima guerra mondiale Maver – che vantava una voce tenorile ottimamente educata, come ricorda ancora Picchio, e che era stato fugacemente attratto dall’idea di calcare le scene – si era trasferito in Italia, svolgendo vari incarichi, sino all’assunzione come funzionario dell’Ufficio centrale per le nuove province, istituito presso la Presidenza del Consiglio nel 1919 per affrontare le molte questioni relative all’acquisizione, da parte italiana, delle cosiddette terre ‘redente’ e per avviare alla normalizzazione civile i territori adriatici e trentini che, non ancora ufficialmente annessi allo Stato italiano, rimanevano soggetti al regime armistiziale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel frattempo, Maver aveva fatto in modo di incontrare Vincenzo Crescini e aveva favorevolmente impressionato il ‘grande vecchio’ della filologia padovana con le sue indubbie, ancorché ancor giovani, doti scientifiche. «Insomma – scrive Ślaski, basandosi su quanto a sua volta trasmessogli da Riccardo Picchio – sarebbe stato Crescini, stando al racconto di Maver, a garantire della competenza del giovane Maver in fatto di filologia: che si trattasse di filologia slava o romanza, il sostantivo valeva dunque più dell’aggettivo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-011">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In pratica, agli occhi di Crescini, un filologo in grado di affrontare un determinato ambito linguistico aveva certamente gli strumenti per spaziare e abbracciare lingue e culture diverse rispetto a quelle che aveva privilegiato nei corsi universitari. Molti anni più tardi, commemorando il maestro, Sante Graciotti volle «cominciare dal concetto di filologia che aveva Maver. Maver non lo definì mai; e fece bene, perché il lavoro filologico è un lavoro artigianale, è un vestito di sartoria fatto su misura del cliente, ma con la mano e il temperamento dell’artigiano». Riconosceva comunque in pieno l’influenza dei maestri, dal già ricordato Meyer-Lübke a Vatroslav Jagić (Graciotti 1991, 6). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Maver – di padre italiano e madre tedesca – parlava diverse lingue (francese, serbo-croato, polacco, come attesta il foglio matricolare del Ministero dell’Istruzione), oltre a un eccellente tedesco, che insegnò a lungo come lettore: non aveva al suo attivo nessuna pubblicazione di argomento slavistico, ma ciononostante l’Ateneo padovano decise di conferirgli – rimaneva però in busta paga presso l’Ufficio per le nuove province – l’incarico di Filologia slava a partire dal 1920-21. Al giovane filologo dalmata, privo di altre prospettive accademiche – in verità aveva presentato domanda anche a Napoli –, ma ritenuto dalla Facoltà «particolarmente preparato all’insegnamento che s’invoca per l’abitudine metodica della sua mente di filologico comparatore e per la notoria conoscenza delle favelle e letterature slave», non rimase che accettare (Verbali 1912-1922, 293: seduta 17 marzo 1920). Un po’ di perplessità tra i funzionari del Ministero degli Esteri («sarebbe preferibile un italiano di lingua e sentimenti invece che un qualche jugoslavo», così il Sottosegretario agli Esteri), qualche attacco calunnioso dalla stampa di Lubiana, che lo accusava di scarsa o nulla conoscenza della materia che avrebbe dovuto insegnare: nonostante tutto, però, il corso debuttò (Cetteo Cipriani 1997, 55 e 70-72).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 29 novembre 1920 il direttore amministrativo dell’Università di Padova annotava nella sua cronaca: «Prelezione del prof. Giovanni Maver incaricato dell’insegnamento di Letteratura slava [in realtà Filologia slava], cattedra di nuova istituzione. Trattò il seguente tema: ‘Occidente ed oriente: fattori di progresso e stasi nelle letterature slave»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-010">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Notizia ne venne data da un giovane ed entusiasta Ettore Lo Gatto nel primo numero della rivista </hi><hi rend="italic">Russia, </hi><hi rend="CharOverride-1">sottolineando i meriti del «dalmata italiano» che ne diveniva titolare e aggiungendo «al plauso […] venuto da studenti e professori […] il nostro caldo e sincero»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-009">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> (Lo Gatto Maver 1996, 3).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo primo atto ufficiale di Maver, che coincideva con l’altrettanto ufficiale nascita della slavistica in Italia, non viene considerato, dagli addetti ai lavori, tra le sue prove migliori e probabilmente non a caso l’autore aveva conservato il testo senza procedere alla pubblicazione, avvenuta solamente nel 1996 ad opera di Riccardo Picchio. Come rimarca lo stesso Picchio, l’elaborato è ben lontano dalla misurata ed elegante sobrietà, tipica della produzione di Maver, e adotta invece una «intonazione celebrativa e, a tratti, accesamente polemica», configurando così l’autore come un «patriota ‘culturale’ sin quasi ai limiti del nazionalismo, un Maver che iperbolizza la superiorità dell’occidente e della Latinità (classica e cattolica) rispetto ad un preteso primitivismo culturale dell’Oriente cristiano, greco-bizantino ed ortodosso» (Picchio 1996, 314).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Può forse essere utile, per inquadrare meglio la persona e i fatti, ricostruire, pur se per accenni, l’ambiente universitario in cui venne a trovarsi il giovane filologo, giunto ‒ </hi><hi rend="CharOverride-1">scrive ancora Picchio ‒ «con un alone di internazionalismo super partes conferitogli dalla provenienza accademica viennese» (Picchio 1996, 315).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Università di Padova di inizio anni Venti era un Ateneo di grande tradizione, profondamente segnato dalla recente esperienza bellica e desideroso di ritrovare unità e concordia nelle già menzionate celebrazioni, programmate per il settecentenario del 1922. Era anche un Ateneo attraversato da vivaci fermenti nazionalistici, che trovavano alimento proprio nella sua identità di università di confine: furono infatti diversi suoi esponenti (presenti anche all’interno della Facoltà di Lettere, dallo stesso Crescini al filosofo e politico Emilio Bodrero) «a intaccare – come ha scritto Giulia Simone – la tradizione liberale dell’Ateneo e a traghettare tale istituzione – senza traumi significativi – fino alla confluenza nel fascismo» (Simone-Mansi 2021, 86). In questo quadro, le parole utilizzate da Maver nella prolusione aderivano perfettamente a un ambiente che, come il giovane filologo aveva ben compreso, nell’esaltazione dell’italianità delle terre ‘liberate’ e nella proiezione, più tardi anche ‘fisica’, verso Oriente, già abbracciava alcuni elementi cardine della politica estera del fascismo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il Giovanni Maver che approdava all’Università di Padova non aveva ancora trent’anni, ma ben conosceva i problemi della vita quotidiana, particolarmente pesanti nel difficile dopoguerra. I primi anni di attività furono contraddistinti da un intenso impegno di studio, ma anche dalla necessità – a volte pressante e addirittura, per sua stessa definizione, umiliante – di garantire adeguato sostentamento alla propria famiglia. Nel 1917 aveva sposato a Vienna l’insegnante istriana Ernesta Legat, da cui ebbe due figli, Bruno – nato a Trieste nel 1919 – e Glauco, nato invece a Padova nel 1923. Dal carteggio tra Maver e quello che divenne poi l’amico di una vita, oltre che per un periodo suo successore a Padova, Ettore Lo Gatto – carteggio di cui si sono conservate solamente le lettere inviate da quest’ultimo – si ricavano frequenti allusioni a difficoltà materiali, che peraltro affliggevano entrambi i corrispondenti. Sino al 1926 Maver tenne, oltre a quello universitario, l’insegnamento di lingua serbo-croata alla Scuola superiore di Economia e Commercio di Trieste, unitamente al già ricordato lettorato di lingua tedesca presso l’Ateneo padovano: quest’ultimo avrebbe dovuto garantirgli un’entrata di 4000 lire annue, sempre ritardata e mai certa, tanto da indurlo a sollecitare il Rettore – siamo nel 1923 e c’erano due figli da mantenere – ventilando la necessità di ricorrere «a delle misure che, come sono oltremodo umilianti per me, così non corrispondono certamente alla dignità e al decoro della mia professione» (AGA, Fascicolo Maver. Lettera di Giovanni Maver al Rettore dell’Università di Padova, 16 aprile 1923).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante le difficoltà, Maver affrontò i nuovi incarichi con decisione e competenza. Come già ricordato, pur non essendo un filologo slavo, era comunque un filologo di formazione, in grado di applicare il metodo appreso alla scuola considerata all’epoca migliore, quella viennese, a un ambito disciplinare al cui interno poteva comunque muoversi – per estrazione geografica e linguistica – con sufficiente padronanza. Debuttò con un corso di lingua serbo-croata e uno di letteratura russa, che dedicò a Dostoevskij, di cui si celebrava il centenario della nascita. Ai nuovi colleghi della Facoltà di Lettere – a volte perplessi nei confronti di studi rivolti a popoli non di rado considerati con sufficienza, perché ritenuti lontani dalla grandezza latina cui si venivano allora associando miti di rinnovata potenza – si aggiungevano incontri diversi: sincera fu l’amicizia con un altro ‘ex-asburgico’, Vittorio Benussi, formatosi a Graz prima di diventare cittadino italiano in seguito all’annessione della natia Trieste, titolare dal 1919 della neo-istituita cattedra di psicologia sperimentale. Geniale e rigoroso, Benussi ebbe tra i suoi allievi Cesare Musatti ed Evel Gasparini, che ne fu profondamente influenzato, mentre Maver e altri colleghi (Concetto Marchesi, Manara Valgimigli, Diego Valeri) gli furono legati da stima e amicizia fino alla morte, avvenuta per suicidio nel 1927.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Aria di Mitteleuropa, se vogliamo usare questo termine, si respirava anche tra una parte degli studenti, quelli che Lino Lazzarini – nato agli albori del Novecento e a lungo docente di letteratura italiana a Padova – ricordava (e Ślaski lo riporta) affluire «da Trieste, dall’Istria, dalla Dalmazia, bene addestrati in quelle scuole di stampo tedesco […] L’aspetto di questi studenti, che si presentavano ai professori in abito nero e non con la familiare dimestichezza italiana, li distingueva nelle aule universitarie</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Lazzarini 1992, 555). Circa 490, secondo le stime presentate dal rettore Luigi Lucatello all’inaugurazione dell’anno accademico 1920-21, gli studenti provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Venezia tridentina, da Fiume e dalla Dalmazia: un bel salto rispetto al centinaio prebellico, un piccolo contingente che richiedeva risposte didattiche e logistiche immediate e che ulteriormente ‘giustificava’ la presenza a Padova di una cattedra di slavistica (Lucatello, 5).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’impegno didattico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-008">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> Maver – cui, non va dimenticato, fino al 1926 venne rinnovato annualmente sia l’incarico di Filologia slava, sia il lettorato di tedesco – affiancò attività di carattere più divulgativo, dall’organizzazione di conferenze alla presentazione di libri e alla partecipazione – con il frequente coinvolgimento degli studenti – a viaggi di studio, pur nei limiti imposti da un regime politico via via più coercitivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sempre i risultati erano pari alle aspettative, come rivela la già ricordata e puntuale cronaca del direttore amministrativo l’11 giugno 1926: «Alle ore 18, presentato dal prof. Giovanni Maver all’uditorio, il poeta polacco Józef Wittlin tiene in aula B una conferenza sulla poesia polacca contemporanea […]. Discreto è il concorso degli studenti stranieri. Nessuno dei professori, eccetto il professor Maver, è presente!» (Wittlin, che di lì a un decennio fu costretto ad emigrare negli Stati Uniti perché ebreo e che rimase sempre all’indice anche nella Polonia comunista, è stato di recente riscoperto e ripubblicato). Val la pena ricordare che nel 1922, fresco quindi di incarico, Maver tenne una conferenza dedicata a «Il pensiero russo, l’Europa e la situazione attuale degli intellettuali russi», iniziativa patrocinata dal Comitato italiano per i soccorsi agli intellettuali russi, attivato dal meridionalista e filantropo Umberto Zanotti Bianco. Non va infine trascurata la collaborazione di Maver alla rivista </hi><hi rend="italic">I libri del giorno, </hi><hi rend="CharOverride-1">agile mensile di taglio bibliografico, edito da Treves dal 1918 al 1929. Una collaborazione, indagata da Cristiano Diddi nel 2008, che presupponeva un taglio divulgativo poco congeniale a un filologo di formazione viennese, ma certamente motivato dalla già ricordata contingenza economica. In ogni caso, pur nell’adozione di un registro per lui nuovo, Maver riuscì a produrre pagine – come rileva Diddi – </hi><hi rend="CharOverride-1">«non banali, rivelando anzi un filo di continuità con le coeve e più impegnative ricerche del giovane slavista […] o ancora, di lì a poco, con quei piccoli capolavori – a metà fra sintesi erudita ed elegante divulgazione – che sono le voci della Grande Enciclopedia italiana Treccani», alle quali si dedicherà con particolare intensità per circa un ventennio, a partire dagli anni Trenta (Diddi 2008, 223).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Impegnativa era anche l’attività per il nascente Istituto padovano di Filologia Slava, sorto dal nulla e bisognoso soprattutto di una adeguata biblioteca. Da Vienna Maver ottenne copie di volumi all’epoca introvabili in Italia; donazioni arrivarono, nel corso degli anni, dai paesi ‘amici’ (Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia) e molto acquistò, nel corso dei viaggi, lo stesso Maver: si raggiunsero così, in un arco di tempo relativamente breve, diverse migliaia di testi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-007">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I contatti di Maver con colleghi e intellettuali polacchi aumentavano di pari passo con la sua propensione per gli studi polonistici: una scelta probabilmente influenzata sia dalla tradizione storica dell’Ateneo nel quale operava, sia dall’amicizia instauratasi con Stanisław Kot, storico e politico di fama chiamato a far parte, in qualità di membro estero, dell’appena fondato (1922) Istituto per la storia dell’Università di Padova. Secondo Ślaski, proprio a Kot – che nel 1925 trascorse a Padova un periodo di studio per raccogliere materiali archivistici relativi alla </hi><hi rend="italic">Natio polona –</hi><hi rend="CharOverride-1"> Maver doveva la ‘conversione’ alla polonistica (Ślaski 1996, 321 e Dimke-Kamola, Domaradzka, Rabenda, 2013, 442-443). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già ricordato, nel 1922 l’Ateneo patavino festeggiò solennemente i suoi primi sette secoli: in quell’occasione, l’Accademia polacca delle scienze fece dono di un volume miscellaneo, dedicato ai rapporti tra Padova e la Polonia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-006">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, cui collaborarono studiosi di alto livello (tra loro, Stanisław Windakiewicz). Maver ricambiò, l’anno successivo, pubblicando ne </hi><hi rend="italic">L’Europa Orientale i</hi><hi rend="CharOverride-1">l suo primo articolo dedicato alla Polonia (</hi><hi rend="italic">I polacchi all’Università di Padova)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-005">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da lì una serie di contributi, legati prevalentemente al XIX secolo, che scandirono la permanenza padovana di Maver, costruendo quel profilo di fine polonista che lo candiderà, a fine decennio, alla cattedra romana – anche questa prima in Italia – di polacco.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda gli studenti di Filologia slava, il loro numero fu, soprattutto all’inizio, assai contenuto. Già si è menzionato Evel Gasparini, destinato poi a una brillante carriera accademica, che seguì i corsi di Maver e con lui si laureò, nel 1923, rimanendogli poi legato da intensa amicizia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-004">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non mancava, tra gli allievi, una donna, Nelly Nucci, che avrebbe poi giocato un ruolo di rilievo nella diffusione della cultura italiana in Polonia. Della ‘tempra’ della Nucci fa fede un episodio: nel 1922 fu l’unica studentessa chiamata a tenere un intervento – dedicato a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo proprio a Padova – nell’ambito delle celebrazioni per il settimo centenario dell’Ateneo. Nelly Nucci, che si era laureata con Maver discutendo una tesi su Zygmunt Krasiński, fu tra il 1926 e il 1936 docente di italiano a Cracovia: pubblicò diversi lavori e collaborò attivamente con le sedi polacche della Società Dante Alighieri. Giovane e determinata rappresentante dello stile patriottico-nazionalista allora in auge, mantenne contatti costanti con l’Italia e, in particolare, con Giovanni Maver, che l’aveva introdotta negli ambienti intellettuali polacchi e con il quale collaborò anche dopo il trasferimento del docente a Roma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-003">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nucci figurava tra i giovani slavisti italiani (presenti anche Enrico Damiani e Antonio Stefanini, altro allievo padovano di Maver) che nel settembre 1928 furono invitati da Roman Pollak – </hi><hi rend="CharOverride-1">studioso e diplomatico, di cui si tratterà estesamente in seguito – in Polonia, a Zakopane, per seguire, insieme ad altri colleghi polacchi, un ciclo di tre settimane di conferenze. Parte di tali lezioni fu tenuta dallo stesso Maver, che guidava la delegazione italiana e la cui presenza era stata messa in forse dalla burocrazia ministeriale, che aveva rilasciato il sospirato assenso – come testimonia la docum</hi><hi rend="CharOverride-1">entazione d’archivio –</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo a patto che non di pericolose conferenze si trattasse, ma di semplici lezioni private</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-002">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Riprendendo il tema degli allievi padovani, un posto di rilievo fu occupato dallo zaratino Arturo Cronia, che con Maver si laureò nel 1921 e che dal 1937 tenne a Padova la prima cattedra italiana di lingua e letteratura serbo-croata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altri viaggi di studio coinvolsero, sempre nel periodo padovano, Giovanni Maver, costretto ogni volta a sottostare a una minuziosa ‘inquisizione’ per ottenere il sospirato visto di uscita. A ogni partenza doveva corrispondere il placet del Ministero della pubblica istruzione, «benché beninteso – così la risposta ministeriale dell’11 gennaio 1928, relativa a un viaggio a Praga – codesto r. Ministero possa rispondere della sua condotta politica e dei suoi sentimenti nazionali» (AGA, Fascicolo Maver), requisiti che venivano di volta in volta confermati, in risposte riservate, dal rettore. Le tappe più importanti furono: Belgrado, per il Congresso di studi bizantini, nel 1927; Praga e Zagabria, per ricerche di biblioteca, nel 1928; Cracovia e Varsavia nel 1929 e, nell’ottobre, Praga per il primo Congresso di Filologia slava; Cracovia (nel giugno 1930, Maver si è già trasferito a Roma) per il convegno storico-filologico in onore di Jan Kochanowski.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Anno cruciale nell’attività di Maver – scrive Ettore Lo Gatto nel ricordo che ne fece ai Lincei – fu il 1925» (Lo Gatto 1974, 4). Fu allora che la Facoltà di Lettere e Filosofia mise a concorso una cattedra di filologia slava </hi><hi rend="CharOverride-1">«per la funzione speciale dell’Università di Padova nei riguardi della cultura e delle relazioni con le prossime genti di lingua slava» (AGA, Fascicolo Maver: Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia, Padova, 29 maggio 1925): dal 1 marzo, con relativo giuramento il 20, Maver ne divenne titolare, sia pure, come da prassi, ‘non stabile’ per un triennio. Fu anche l’anno in cui Maver, sempre ripercorrendo le parole di Lo Gatto, affrontò in maniera decisa e matura il passaggio dalla conoscenza delle lingue alla pratica della letteratura, mantenendo comunque chiara la necessità di una stretta collaborazione fra aspetto filologico e aspetto linguistico:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un Maver quindi ormai non più soltanto cultore di filologia slava e di letteratura serbo-croata, ma storico e critico letterario, il cui orizzonte si era ampliato alle letterature ceca e polacca, alle quali si aggiunse presto anche la letteratura russa. Un ampliamento – prosegue Lo Gatto – che ebbe per Maver un duplice fine: uno pratico: il passaggio cioè a titolare della cattedra occupata fino ad allora come incaricato, ed uno, più importante, teorico, di dare con la propria attività un fondamento a quella che era chiaramente la sua concezione della filologia slava nell’accezione più ampia del termine come slavistica (Lo Gatto 1974, 5).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Maver dunque veniva a imporsi, superata l’incertezza dei primi anni, con l’autorità di un maestro in un ambito in cui – fu lui stesso a scriverlo, a dieci anni dal debutto ufficiale della slavistica italiana –</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">cattedra, riviste ed istituto [chiaro il riferimento a Lo Gatto e all’Istituto per l’Europa Orientale/IpEO] sorg</hi><hi rend="italic">evano n</hi><hi rend="CharOverride-1">on già per sanzionare ufficialmente una disciplina esistente e nemmeno tanto per coordinare un interessamento già diffuso, ma per creare l’uno e l’altra, inserendo contemporaneamente, e quasi improvvisamente, la slavistica nel nostro organismo universitario e nella nostra vita culturale (Maver 1931, 5-6).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nuovo status accademico dava maggiore autorevolezza alle iniziative e alle richieste del docente, che si spingeva così a candidarsi a partecipare al già nominato primo congresso dei filologi slavi, che si sarebbe tenuto a Praga nell’ottobre 1929, proprio in virtù del fatto che «l’esistenza della cattedra padovana di Filologia slava è nota ormai a tutti gli slavisti» e, di conseguenza, il suo titolare avrebbe avuto «</hi><hi rend="CharOverride-1">l’onore di rappresentare l’Università di Padova» (AGA, Fascicolo Maver: lettera di Giovanni Maver al rettore, Padova 30 giugno 1929). Non mancavano comunque le consuete difficoltà finanziarie, come si ricava da una lettera – a dire il vero piuttosto sconsolata – inviata da Praga al rettore il 25 gennaio 1928. C’era stato un disguido nella comunicazione dell’itinerario e Maver lo chiariva:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">andrò certamente a Cracovia e a Varsavia, ma se poi si renderà necessario anche un breve soggiorno, supponiamo a Leopoli – questo non lo so e non posso saperlo. D’altro lato io intendevo andare in Jugoslavia e in primo luogo a Zagabria. Ma ho paura che per questo giro mancheranno il tempo e i mezzi […] Ecco la ragione del mio telegramma un po’ laconico. E laconico anche, perché per soli telegrammi ho speso sinora circa 100 lire … (AGA, Fascicolo Maver, lettera al rettore, 25 gennaio 1928).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche in questo caso, la richiesta era preliminarmente giustificata con «lo scopo di compiere delle ricerche intorno alla diffusione della cultura italiana nei paesi slavi»: un’obbligata esportazione di latinità cui, nel caso di Maver (che nel giugno 1929 era stato nominato socio dell’Istituto Slavo di Praga ed aveva ricevuto dal Presidente della Repubblica cecoslovacca l’ordine del Leon Bianco di quarta classe), corrispondeva un autentico interesse per la cultura del paese che incontrava, unita al desiderio di una collaborazione reciprocamente proficua.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel marzo 1929 Maver si sottopose alla valutazione per il passaggio al ruolo di ‘stabile’, proposto all’unanimità dalla Facoltà di Lettere padovana con una relazione in cui si elogiavano le competenze del candidato, ma soprattutto si rilevava</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">con compiacimento la maestria con cui il Maver riesce a superare le difficoltà del suo insegnamento trovandosi a dover iniziare gli studenti a lingue e letterature loro per solito sconosciute e senza cadere per questo in un insegnamento elementare. Anzi […] il Maver è in grado di trasmettere ai suoi allievi non solo nozioni, ma una viva immagine dello spirito slavo. Nel giro di tre anni egli ha fondato a Padova una vera e propria scuola (AGA, Fascicolo Maver: seduta della Facoltà di Lettere e Filosofia, 4 febbraio 1929).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Della commissione facevano parte, in qualità di membri effettivi, Matteo Giulio Bartoli (docente di glottologia a Torino e, come il Maver, allievo a Vienna di Meyer-Lübke), Pier Giorgio Goidanich (glottologo a Bologna) e Paolo Emilio Pavolini (professore di sanscrito a Firenze e padre del gerarca Alessandro). Due i supplenti: Enrico Damiani, allora bibliotecario alla Camera dei Deputati e Carlo Alfonso Nallino, arabista alla Sapienza. La relazione conclusiva sottolineava, nell’esame dei titoli, l’attenzione del Maver per la Polonia e la predilezione per il romanticismo (Sinkiewicz, Slowacki e Macha), indagato anche in chiave russa nello studio su Lermontov. Con favore veniva valutata l’attività di boemista, «sempre rivelando grande familiarità con una delle più difficili tra le lingue slave». Si confermava quindi il giudizio favorevole espresso tre anni prima e si «</hi><hi rend="italic">giustificavano</hi><hi rend="italic"> l</hi><hi rend="CharOverride-1">e speranze allora concepite di lui come attivo, acuto ed erudito slavista»: la qualifica di stabile, e i relativi emolumenti, decorrevano dal 1 marzo 1929 (ACS, Fascicolo Maver: relazione della commissione giudicatrice, 16 marzo 1929).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Concludendo il suo lavoro sulla prima cattedra di slavistica italiana, Jan Ślaski si interrogava sul perché Maver si fosse avvicinato alla polonistica, sino a farne la propria disciplina d’elezione, e sulle ragioni che lo spinsero a lasciare Padova per Roma. La pubblicazione – posteriore sia al già citato lavoro di Ślaski, sia a un altro, dello stesso autore, ma pubblicato in Polonia (Ślaski 1971) – del carteggio tra lo stesso Maver e Roman Pollak ha fornito diverse risposte (Dimke-Kamola, Domaradzka, Rabenda 2013).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’amicizia tra il ‘polacco romano’, come Maver chiamava Pollak, e il professore padovano aveva avuto concreto avvio nel 1924, quando per la prima volta i due si erano incontrati a una riunione romana dell’IpEO. Roman Pollak era nato nella Galizia austriaca nel 1886; aveva studiato a Cracovia con il già citato Stanisław Windakiewicz</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-001">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, storico della letteratura ed esperto di rapporti culturali italo-polacchi, per poi indirizzarsi verso la comparatistica, seguendo anche corsi di italiano. Dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, dal 1919 aveva prestato servizio presso la neonata Università di Poznan, acquisendo in breve tempo la libera docenza</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">presso l’Università Jagellonica di Cracovia. All’attività di ricerca – fu specialista di Torquato Tasso – Pollak abbinò quella politica e in questa veste fu inviato in Italia come addetto alle relazioni scientifiche, incaricato di porre le basi di nuovi contatti culturali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come ha scritto qualche anno fa Andrzej Zieliński in un volume dedicato alla presenza polacca in Italia tra le due guerre,</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">l’azione in favore della Polonia […] acquistò anche carattere istituzionale, appoggiandosi alle associazioni di amicizia italo-polacca che venivano a quell’epoca nascendo […] Tale cooperazione richiedeva tuttavia una certa discrezione, in quanto a entrambe le parti non era ignoto l’atteggiamento di diffidenza delle autorità italiane verso qualunque tipo di propaganda estera condotta dagli stranieri nel loro territorio (Zieliński 2018, 31-32).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bisognava procedere, come scrisse lo stesso Pollak, «seguendo la via della massima resistenza» (Pollak 1932, 7), ovvero lavorando dietro le quinte per non urtare suscettibilità assai diffuse.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il dettame di fare propaganda alla Polonia indipendente – scrive ancora Zieliński – rientrava […] nei compiti principali del servizio diplomatico polacco all’estero. Nel periodo iniziale, allorché il mondo incominciava appena ad abituarsi all’esistenza dello stato indipendente, per diffonderne la conoscenza si approfittava di ogni genere di occasioni … </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">cercando soprattutto di superare il </hi><hi rend="italic">gap c</hi><hi rend="CharOverride-1">on la cultura russa, che tanto entusiasmo suscitava tra le file dell’</hi><hi rend="italic">intelligencija i</hi><hi rend="CharOverride-1">taliana. Consolati, cattedre universitarie, circoli culturali e filologici, tutto veniva utilizzato, quando possibile, per diffondere in Italia la conoscenza della cultura polacca e per «accattivarsi amicizie in ampie cerchie degli intellettuali italiani» (Zieliński 2018, 27).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inevitabile quindi che si pensasse a una cattedra universitaria: il progetto, ‘partorito’ dal filologo Tadeusz Zieliński – all’epoca a Roma –, e che prevedeva la successiva istituzione di una cattedra di italianistica a Cracovia, fu accolto con grande interesse dall’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile e da Nicola Festa, filologo classico, decano della Facoltà di Lettere romana e piuttosto vicino all’IpEO. Nel 1923 fu avviato il corso di letteratura polacca, conferito per incarico al Pollak, che il 1 gennaio 1924 tenne la prolusione inaugurale. Gli aspetti economici – cattedre analoghe erano state aperte a Parigi, Bruxelles e Londra – erano di competenza del Ministero dell’Istruzione pubblica di Varsavia. Numerosi gli allievi romani, tra cui la prima laureata in polacco in Italia, Maria Antonietta Kulczycka: agli aspiranti filologi e linguisti si aggiungevano anche studenti delle facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche (Zieliński 2018, 22-23). Maver seguiva con interesse le sorti del nuovo insegnamento e sempre più orientava in chiave polonistica la sua attività di ricerca, con il passaggio a studi più mirati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una lettera ‘personale’, datata Roma 27 aprile 1928, l’ambasciatore polacco in Italia, Roman Knoll, rivolgendosi a una non meglio precisata ‘Eccellenza’ [con ogni probabilità il Ministro degli Esteri italiano], ricordava che </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il Ministro degli Esteri di Polonia signor Zeleski [si tratta di August Zeleski] durante la sua permanenza a Roma ebbe a comunicarmi che il Primo Ministro d’Italia S. E. Mussolini aveva stabilito di sostituire prossimamente nella r. Università di Roma l’incarico dell’insegnamento di letteratura polacca con una cattedra ordinaria da affidarsi all’illustre slavista italiano prof. Giovanni Maver della r. Università di Padova. Tale decisione appresi con la soddisfazione più viva e son certo, manifestandola, di rendermi interprete anche del sentimento comune dei polacchi, ai quali sarei lieto che la notizia pervenisse con una comunicazione ufficiale dell’E.V. o anche con una intervista ch’Ella volesse eventualmente accordare ad un giornale polacco che noi potremmo designare. La soddisfazione dei miei connazionali per la istituzione di questa cattedra in Roma, se da una parte sarà bene giustificata dall’importanza ch’essa assume per il centro di cultura mondiale in cui essa risiederà, coronando in pari tempo tutta una secolare tradizione di rapporti intellettuali fra le due Nazioni, servirà d’altra parte pure al riconoscimento di quanto la Polonia fa in questo campo dal giorno della sua liberazione instituendo l’insegnamento della lingua e letteratura italiana in ogni sua Università, insegnamento che va assumendo ogni anno maggiore importanza sia per intensità di studi che per frequenza di alunni (ACS, Fascicolo Maver, parte seconda). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Maver era pienamente partecipe della situazione: da tempo aveva avviato contatti con le autorità polacche, sino alla redazione di uno schema di contratto di cui dava notizia al Ministero dell’Istruzione pubblica italiano l’11 marzo 1928, chiedendo di essere autorizzato – trattandosi di rapporti con uno stato estero – alla firma del documento (ACS, Fascicolo Maver, parte prima). A sua volta, il Ministero degli Affari Esteri trasmetteva e confermava quanto stabilito dall’ambasciata italiana a Varsavia:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il prof. Maver, in occasione del suo ultimo soggiorno in Polonia, aveva già informato la r. Legazione delle trattative da lui avviate col Governo polacco per addivenire al contratto di cui ora egli chiede l’approvazione. Mi sembra che gli impegni che il prof. Maver assumerebbe col detto contratto non sarebbero incompatibili con quelli che egli ha con il Governo italiano nella sua qualità di professore universitario, e che quindi egli potrebbe essere autorizzato a sottoscriverli (ACS, Fascicolo Maver, parte prima, che contiene anche – ove non indicato diversamente – la restante documentazione citata)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che cosa prevedeva il contratto, articolato in sette punti? A Maver veniva richiesto: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">di contribuire attivamente alla diffusione in Italia degli studi scientifici riguardanti la lingua, la letteratura e la cultura polacca; di curarsene costantemente e di coordinarli; di agevolare […] ai Polacchi, dimoranti in Italia per ragioni di studio, il lavoro scientifico, le ricerche nelle biblioteche, musei e archivi; di fungere da intermediario per l’ottenimento di copie di documenti, riproduzioni fotografiche, notizie bibliografiche ecc.; di fungere da intermediario […] in tutte le altre questioni concernenti i rapporti scientifico-culturali tra la Polonia e l’Italia; di informare il Ministero intorno a tutte le questioni sopra menzionate. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In cambio, egli avrebbe ricevuto dal Ministero dei Culti e dell’istruzione pubblica polacco un compenso fisso di lire 1500 mensili (lo stipendio di professore ordinario ammontava a 17800 annue, cui se ne aggiungevano 5500 di servizio attivo). Era previsto anche un indennizzo in zloty (1400 annui) per viaggi di studio in Polonia. Il contratto – e qui sta il motivo di principale interesse – sarebbe entrato in vigore nel momento in cui Maver fosse diventato titolare della cattedra romana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 4 maggio 1928 il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele così rispondeva all’ambasciatore: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">in relazione alla promessa fatta da S. E. il Capo del Governo a S. E. Il Ministro degli Affari Esteri della Polonia, durante la recente visita del sig. Zaleski alla capitale italiana, mi pregio comunicarLe che sono state già avviate le necessarie pratiche per la istituzione della cattedra di Lingua e letteratura polacca presso la r. Università di Roma ed io confido che possa, quanto prima, comunicargli il relativo provvedimento.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da parte del Ministero delle Finanze nessuna preclusione al nuovo insegnamento, come scriveva al collega della Pubblica Istruzione, in data 8 maggio 1928, il ministro Giovanni Volpi di Misurata, a patto però che, come prescritto dalle direttive vigenti per l’assunzione di nuovo personale, si esaminasse </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">con particolare attenzione la possibilità di sopprimere nel contempo altra cattedra o presso la r. Università di Roma o presso altra Università o Istituto equiparato, in modo che, compensandosi l’accennata istituzione di una nuova cattedra, venga ad evitarsi l’aumento di un posto di professore.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negativa la risposta del ministro dell’Istruzione: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">non ho assolutamente speranza di compensare l’istituzione del nuovo posto con la soppressione di altra cattedra universitaria, giacché i posti di ruolo attualmente esistenti non possono neppure dirsi sufficienti alle maggiori esigenze delle varie Facoltà e scuole […]. Confido che V. E. vorrà rispondermi con cortese urgenza, in maniera che giusta gli intenti di S. E. il Capo del Governo, io possa presentare il provvedimento all’esame del Consiglio dei Ministri nella prossima sessione di lavoro.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Non insisto nella richiesta di far luogo all’accennata compensazione – ribatteva allora, in data 16 maggio, il Ministro delle Finanze – e resto in attesa dello schema di provvedimento, diretto ad istituire l’indicata cattedra».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 1 agosto si inseriva nel dibattito anche la voce di Maver, all’epoca in vacanza sull’altopiano del Renon, in provincia di Bolzano, che così scriveva al direttore generale della Pubblica Istruzione, Ugo Frascherelli:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">appena ieri ho ricevuto la lettera del Ministro dell’Istruzione di Varsavia concernente il sussidio che è disposto ad accordarmi. L’offerta però è fatta in modo che io non ho potuto accettarla. Può darsi che il governo polacco accolga ancora tutte le richieste da me avanzate a tutela del decoro dell’ufficio che ricopro e della mia indipendenza personale, ma mi pare oramai escluso che si possa fare a tempo per quest’anno, tenendo conto anche del trasferimento di mia moglie che dovrebbe avvenire il 16 settembre p.v. [Ernestina Legat Maver, insegnante di tedesco, aveva chiesto e ottenuto di essere assegnata nella capitale, segno questo che da tempo la famiglia Maver progettava il passaggio a Roma]. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tono di Maver era dignitoso, ma realistico:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">siccome non posso prescindere dalla questione economica e non vedo il modo di trovare un’occupazione che mi permetta di colmare la lacuna del bilancio cui andrò incontro trasferendomi a Roma, debbo informarla che almeno per ora </hi><hi rend="CharOverride-1">non potrei accettare la cattedra [sottolineato nel testo] che così gentilmente mi è stata offerta.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per il polonista italiano, che già ne aveva discusso con il ministro dell’Istruzione, l’unica possibilità consisteva nel rinviare di un anno il trasferimento nella capitale: «va da sé – concludeva lo slavista – che ho già fatto e che ancora farò sapere in Polonia che questo eventuale rinvio non dipende in alcuna maniera dal Ministero dell’Istruzione, ma è imputabile esclusivamente a me». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il veloce trasferimento della Legat-Maver al Quinto liceo di Roma aveva infatti sorpreso, come tempistica, lo stesso Maver, che ne scriveva in questi termini, il 16 agosto, al Frascherelli:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">per quanto mi rincresca di dare dei fastidi al Ministero, debbo fare il possibile per ottenere il ri-trasferimento di mia moglie a Padova. Ciò naturalmente, data la difficoltà di ottenere una cattedra di tedesco a Roma, può avere per conseguenza la rinuncia definitiva, da parte mia, di andare a Roma. Se però al Ministero si desidera ‒ ecco la stoccatina ‒ che io nel 1929/30 passi alla cattedra di Filologia polacca, sarà bene che mi sia lasciata qualche possibilità per ottenere, l’anno prossimo, un nuovo trasferimento a Roma di mia moglie […]. Per conto mio – concludeva Maver – io resto volentieri anche a Padova, pur essendo sempre disposto, in condizioni economiche e morali corrispondenti ai miei bisogni e al mio ufficio, di venire a Roma – e aggiungeva, diplomaticamente –: debbo aggiungere infine che, a quanto mi risulta, a Varsavia si ha l’intenzione di venire incontro ai miei desideri: ma va da sé che io non intendo menomamente decampare dalla mia linea di condotta e che per conseguenza non ritengo molto probabile una soluzione favorevole.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La travagliata vicenda si concluse con l’accoglimento, da parte del Ministero, delle richieste di Maver, con lo slittamento dell’assegnazione alla cattedra romana all’anno accademico 1929-30 e con una delibera del Ministero della Pubblica Istruzione che, in base ad una normativa ‘eccezionale’, decretava il trasferimento a Roma del polonista di Curzola – che accettava in data 14 ottobre 1929 – a partire dal primo novembre dello stesso anno. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’incarico, già del Pollak, diventava così cattedra ordinaria, precedendo di gran lunga quelle delle lingue e letterature di altri paesi di regimi alleati del governo italiano (ungherese, romeno e bulgaro). Costretto a scegliere tra il mantenimento dell’insegnamento romano, subordinato però all’obbligo di optare per la cittadinanza italiana, e il rientro in patria, Pollak decise di ritornare a Poznan, pur continuando a frequentare assiduamente l’Italia. La sostituzione, unitamente alla creazione di una cattedra ordinaria, fu dunque proposta a Maver, che il 24 ottobre 1929 scriveva da Padova al ministro dell’Educazione nazionale «di accettare il trasferimento alla cattedra di Lingua e Letteratura polacca presso la r. Università di Roma» (AGA, Fascicolo Maver). Gli furono rimborsati le spese di viaggio e il trasporto di 40 quintali di mobilio, per una somma complessiva di lire 1853 e 20 centesimi, come autorizzato dal M</hi><hi rend="CharOverride-1">inistero in data 29 novembre 1929, e già il 20 gennaio successivo il nuovo titolare teneva a Roma la prolusione “Carattere patriottico e tendenze universali nella letteratura polacca”. La già menzionata cronaca del direttore amministrativo padovano riporta, in data 4 novembre 1929, che «il professor Giovanni Maver, stabile di Filologia slava di questo ateneo, è trasferito con decreto 24 ottobre 1929 alla cattedra di lingua e letteratura polacca presso la regia Università di Roma a decorrere dal 1 novembre 1929». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storia della cattedra romana – cui si aggiunsero ben presto due validi collaboratori, Enrico Damiani e Wolfango (Wolf) Giusti, oltre a un lettore di lingua – esula dai limiti del nostro discorso: va comunque rilevato che il passaggio a Roma segnò per Giovanni Maver la possibilità di dare vita a una scuola di qualità e prestigio probabilmente superiori rispetto a quanto avrebbe potuto fare rimanendo nella ‘provincia’ padovana. Con una breve interruzione nel 1935, all’indomani dell’aggressione fascista all’Etiopia, quando la Polonia – membro della Società delle Nazioni – votò a favore di sanzioni economiche e finanziarie ai danni dell’Italia (prontamente revocate l’anno successivo), dagli anni Trenta i rapporti italo-polacchi conobbero un intenso sviluppo, del quale beneficiò anche la cattedra romana del Maver. Quest’ultimo ritornò ufficialmente a Padova nel 1937 in occasione della donazione all’Università, da parte delle autorità polacche, di un busto di Jan Zamoyski, rettore e cancelliere cinquecentesco, probabilmente il più ‘padovano’ dei polacchi studenti nella città veneta, al quale l’ex-titolare della cattedra di filologia slava patavina dedicò una lezione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diversa la situazione venutasi a creare dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando gli equilibri territoriali e politici europei vennero rimessi in discussione. In una nota datata Roma 28 giugno 1941 si legge che Maver</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">titolare della cattedra di Filosofia (sic!), presidente degli Istituti di Cultura italiana della ex-Jugoslavia, quindi anche quello di Zagabria, recatosi nella capitale croata per l’inaugurazione dell’Istituto stesso, veniva invitato dalle Autorità croate a lasciare immediatamente la Croazia. Sembra che tale provvedimento sia da attribuirsi al fatto che il detto professore, di origine dalmata, è uno dei firmatari del manifesto per la Dalmazia, totalmente italiana, lanciato qualche giorno prima della costituzione dello Stato croato (ACS, Divisione polizia politica, b. 811).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla fine degli anni Trenta, Maver era stato chiamato a dirigere l’Istituto di cultura italiana di Belgrado e a presiedere quelli di Zagabria e di Lubjana. Nella ricostruzione della carriera (conservata nel fascicolo relativo al processo di epurazione cui, come la gran parte dei docenti universitari italiani, nel dopoguerra anche Maver fu sottoposto e che si risolse senza conseguenze) si legge che «nel 1939 ebbe altre missioni dal Governo italiano, ai fini delle relazioni intellettuali italo‒iugoslave, e accettando di dirigere l’erigendo Istituto di Cultura a Belgrado. Altra missione ebbe nel 1941 a Lubiana», per poi concludere: «nulla risulta peraltro dagli atti di opera particolarmente favorevole al fascismo» (ACS, Professori universitari epurati (1944-1946), b. 21).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda Padova – dove a Maver era subentrato Ettore Lo Gatto, che aveva sin dall’inizio privilegiato studi e ricerche di ambito russo – può essere interessante rilevare come, in parallelo, andasse affermandosi la tendenza a orientare gli studi linguistici relativi all’Europa orientale in chiave sempre più balcanica. Nel maggio 1941 il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Aldo Ferrabino, così accompagnava il progetto per la costituzione di un centro di studi balcanici all’Università di Padova:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">i recenti avvenimenti politici, che hanno portato l’Italia a predominare in un vasto campo d’azione del Sud-est europeo, impongono a questa Università nuovi e alti doveri, ai quali non possiamo né vogliamo rifiutarci. Per la positura geografica, per l’attrezzamento degli studi, testé rinnovato in larga misura, per le tradizioni secolari e il nome universalmente celebre, Padova è di necessità chiamata ad essere il più illustre centro culturale dell’Europa sud-orientale, emulando Vienna con ogni suo potere (AGA, Atti Rettorato, Varie)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Per emulare l’iniziativa tedesca che tende</hi><hi rend="italic">va a </hi><hi rend="CharOverride-1">fare dell’università di Vienna un grande centro di studi balcanici, secondando la penetrazione politica ed economica del Reich nei Balcani», la Facoltà patavina predispose un proprio progetto, incentrato prevalentemente sulla figura di Carlo Tagliavini, noto glottologo e titolare di cattedra. Per quanto riguardava l’Istituto di Filologia slava, si ipotizzava di dotarlo «mediante chiamata, di provetti lettori di bulgaro, serbo-croato, sloveno». Mondo slavo o Balcani, poco cambiava: le parole del regime – già provato dalla guerra, ma certo non ridimensionato nelle sue velleità espansionistiche – prospettavano nuovi orizzonti di conquista, anche e non ultimo culturale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Padova è legato anche un episodio, noto perché riportato nel diario di Carlo Anti. L’ex-rettore, </hi><hi rend="CharOverride-1">appena ‘assolto’ nella procedura di epurazione che lo aveva coinvolto per i suoi precedenti fascisti, e Maver si incontrarono il 4 dicembre 1946 a Roma, alla Biblioteca Vittorio Emanuele. Anti avverte, da parte dello slavista, una freddezza ostile e intransigente (Anti 2011, 328), ma i due ex-colleghi di Facoltà poco hanno ormai da dirsi in un mondo profondamente trasformato dalla tragedia della guerra, da poco conclusa, che aveva nuovamente ribaltato le sorti e i destini dell’Europa e, in particolare, di quella fascia orientale cui Maver aveva dedicato anni di studio e di ricerca. Studio e ricerca destinati comunque a proseguire nell’indagine di una Slavia non più estranea alla cultura occidentale, testimonianza invece – come ha scritto Riccardo Picchio – «di un più maturo universalismo della nostra cultura» (Picchio 1970: 3025). «Poche discipline come la slavistica italiana – chiudiamo infine c</hi><hi rend="CharOverride-1">on le parole di Aldo Cantarini –</hi><hi rend="CharOverride-1"> devono il loro sorgere e la loro crescita ad una singola e specifica personalità. Giovanni Maver, quanto pochi altri, è veramente il fondatore della sua disciplina» (Cantarini 1994, 48).</hi></p><div><head><hi>Materiali d’archivio</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Verbali: Padova, Archivio Generale di Ateneo = AGA, Archivio del Novecento, Facoltà di Lettere e Filosofia, </hi><hi rend="italic">Verbali del Consiglio di Facoltà (1912-1922) e (1922-1926)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">AG</hi><hi rend="CharOverride-1">A, Atti Rettorato, Varie: Padova, Archivio Generale di Ateneo, Atti Rettorato, Varie, pos. 14/A, “Centro di Studi balcanici”.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">AGA, Fascicolo Maver: Padova, Archivio Generale di Ateneo, Archivio del Novecento, Professori cessati, fasc. 71, n. 4, “Giovanni Maver”.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ACS, Fascicolo Maver parte prima e parte seconda: Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione generale Istruzione superiore, Divisione I. Fascicoli personali dei professori ordinari, terzo versamento (1940-1970), b. 307 (Mau-Mav). Maver Giovanni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ACS, Divisione polizia politica, b. 811: Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno 1814-1986, Direzione generale pubblica sicurezza 1861-1981, Divisione polizia politica (1926-1945), Fascicoli personali 1926-1944, b. 811.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">ACS, Professori universitari epurati (1944-1946), b. 21: Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione generale istruzione superiore, Divisione prima (1900-1954), Professori universitari, epurazione 1945-1947, b. 21.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Anti, Carlo. 2011. </hi><hi rend="italic">I diari di Carlo Anti Rettore dell’Università di Padova e Direttore generale delle arti della Repubblica Sociale Italiana, </hi><hi rend="CharOverride-1">trascrizione integrale a cura di Girolamo Zampieri. Verona: Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Balbo, Ilaria, e Giuseppe Ruoppolo. 2020. “Gli studenti dei corsi accelerati di Medicina e Chirurgia in zona di guerra (1916-1917).” In </hi><hi rend="italic">Università e Grande Guerra in Europa. Medicina, scienze, diritto</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Filiberto Agostini, 132-52. Milano: Franco Angeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Benacchio, Rosanna, e Maria Cecilia Ghetti. 2022. “Slavistica.” In </hi><hi rend="italic">La Facoltà di Lettere e Filosofia. Duecento anni di studi umanistici all’Università di Padova, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Vincenzo Milanesi, 277-90. Padova: Il Poligrafo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bernardini, Luca. 2014. “Alcune osservazioni su Giovanni Maver studioso di letteratura polacca.” In </hi><hi rend="italic">Maestri della polonistica italiana. Atti del convegno dei polonisti italiani 17-18 ottobre 2013, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Marina Ciccarini, e Piotr Salwa, 49-59. Roma: Accademia polacca.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cantarini, Aldo. 1994. “Linguistica slava in Italia: risultati e prospettive.” In </hi><hi rend="italic">La slavistica in Italia. Cinquant’anni di studi (1940-1990)</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Giovanna Brogi Bercoff, Giuseppe Dell’Agata, Pietro Marchesani, e Riccardo Picchio, 43-61. Roma: Ministero per i beni culturali e ambientali.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cetteo Cipriani, Carlo. 1997. “Giovanni Maver e la prima cattedra di filologia slava in Italia.” </hi><hi rend="italic">Atti e memorie della Società dalmata di storia patria 2</hi><hi rend="CharOverride-1">0: 51-72.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Del Negro, Piero. 2001. “Dal 1866 al 2000.” In </hi><hi rend="italic">L’Università di Padova. Otto secoli di storia, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Piero Del Negro, 91-135. Padova: Signum.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Diddi, Cristiano. 2008. “La slavistica italiana del primo dopoguerra nella rivista ‘I libri del giorno’” (1918-1929).” </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis 2</hi><hi rend="CharOverride-1">7: 209-34.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dimke-Kamola, Joanna, Agnieszka Domaradzka, and Marcin Rabenda. 2013. “Il carteggio di Roman Pollak con Giovanni Maver (anni 1925-1939).” </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche 1</hi><hi rend="CharOverride-1">1/57: 427-64.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ghetti, Maria Cecilia. 2011. “La cattedra padovana di Filologia Slava: i primi cinquant’anni (1920-1970).” In </hi><hi rend="italic">Uomini, opere e idee tra Occidente europeo e mondo slavo. Scritti offerti a Marialuisa Ferrazzi, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Adalgisa Mingati, Danilo Cavaion, e Claudia Criveller, 277-306. Trento: Università degli studi di Trento. Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Graciotti, Sante. 1991. “Ricordo di Giovanni Maver.”</hi><hi rend="italic"> Ricerche Slavistiche X</hi><hi rend="CharOverride-1">XXVIII: 5-11.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lazzarini, Lino. 1992. “Un mio ricordo della Facoltà di Filosofia e Lettere a Padova dalla fine dell’Ottocento al primo trentennio del Novecento</hi><hi rend="italic">.” </hi><hi rend="italic">Quaderni per la storia dell’Università di Padova 2</hi><hi rend="CharOverride-1">5: 549-65.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lo Gatto, Ettore. 1974. </hi><hi rend="italic">Giovanni Maver. Discorso commemorativo pronunciato dal linceo Ettore Lo Gatto nella seduta ordinaria del 9 febbraio 1974. </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia Nazionale dei Lincei.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lo Gatto Maver Anna.1996. “Lettere di Ettore Lo Gatto a Giovanni Maver (1920-1928).” </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis 1</hi><hi rend="CharOverride-1">5 (2): 2-66.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lucatello, Luigi. 1920. “Relazione letta nell’Aula Magna addì 15 Novembre 1920 dal Rettore Luigi Lucatello.” In </hi><hi rend="italic">Annuario della r. Università degli studi di Padova per l’anno accademico 1920-1921 (DCXCIX dalla fondazione)</hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Padova: La Litotipo – editrice universitaria.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maver, Giovanni. 1931. “La slavistica italiana nel decennio passato e i suoi compiti futuri.” </hi><hi rend="italic">Rivista di letterature slave, </hi><hi rend="CharOverride-1">6: 5-16.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maver Lo Gatto, Anna. 2001. “Le lettere di Evel Gasparini a Giovanni Maver”</hi><hi rend="italic">, Europa Orientalis 2</hi><hi rend="CharOverride-1">0 (1): 211-398.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nezzo, Marta, e Francesco Piovan. 2022. </hi><hi rend="italic">La Sala dei Quaranta. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Franco Angeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">Omaggio dell’Accademia polacca di scienze e lettere all’Università di Padova nel settimo centenario della sua fondazione. </hi><hi rend="CharOverride-1">1922. Cracovia: Tipografia dell’Università.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Palla, Marco. 2005. “Presentazione.” In Santoro, Stefano, </hi><hi rend="italic">L’Italia e l’Europa orientale. Diplomazia culturale e propaganda 1918-1943. Presentazione di Marco Palla, </hi><hi rend="CharOverride-1">9-15. Milano: Franco Angeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Palmarini, Luca. 2014. “Una padovana a Cracovia: il ricordo di Nelly Nucci (1901-1940) nell’insegnamento e nella diffusione della lingua italiana presso l’Università Jagellonica.” </hi><hi rend="italic">Romanica Cracoviensia 1</hi><hi rend="CharOverride-1">4: 214-33.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Piacentini, Marcello. 2021. “Il Cinquecento. Umanisti e filologi polacchi.” In </hi><hi rend="italic">Intellettuali e uomini di corte. Padova e lo spazio europeo fra Cinque e Seicento, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Ester Pietrobon, 143-56. Roma-Padova: Donzelli-Padova University press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio, Riccardo. 1970. “Ettore Lo Gatto e Giovanni Maver.” In </hi><hi rend="italic">Letteratura italiana. I critici. Per la storia della filologia e della critica moderna in Italia. </hi><hi rend="CharOverride-1">4, 3005-25. Milano: Marzorati.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio, Riccardo. 1994. “La slavistica italiana negli anni dell’Europa bipartita.” In </hi><hi rend="italic">La slavistica in Italia. Cinquant’anni di studi (1940-1990), </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Giovanna Brogi Bercoff, Giuseppe Dell’Agata, Pietro Marchesani, e Riccardo Picchio, 1-10. Roma: Ministero per i beni culturali e ambientali. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio, Riccardo. 1996. “La prolusione padovana di Giovanni Maver al primo corso ufficiale di Filologia Slava.” </hi><hi rend="italic">AION-Slavistica 4</hi><hi rend="CharOverride-1">: 313-18.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Pollak, Roman. 1932. “Włochy</hi><hi rend="CharOverride-1">.” </hi><hi rend="italic">Oświata i Wychowanie, </hi><hi rend="CharOverride-1">7.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Santoro, Stefano. 2005. </hi><hi rend="italic">L’Italia e l’Europa orientale. Diplomazia culturale e propaganda 1918-1943. </hi><hi rend="CharOverride-1">Presentazione di Marco Palla. Milano, Franco Angeli. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Simone, Giulia, e Adriano Mansi. 2021. </hi><hi rend="italic">Alla prova della contemporaneità. Intellettuali e politica dall’Ottocento a oggi, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Carlo Fumian. Roma-Padova: Donzelli-Padova University press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ślaski, Jan. 1971. “Giovanni Maver (1891-1970).” </hi><hi rend="italic">Miesi</hi><hi rend="italic">ȩ</hi><hi rend="italic">cznik Literacki 8</hi><hi rend="CharOverride-1">/60: 59-71.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ślaski, Jan. 1996. “Giovanni Maver e gli inizi della slavistica universitaria italiana a Padova” In </hi><hi rend="italic">Studi slavistici in onore di Natalino Radovich, </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Rosanna Benacchio, e Luigi Magarotto, 307-329. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Padova, CLEUP.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Soroka, Wacław W. 1976. “Professor Stanisław Kot: scholar.” </hi><hi rend="italic">The Polish Review, </hi><hi rend="CharOverride-1" >21: 93-112.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zieliński, Andrzej. 2018. </hi><hi rend="italic">Presenza polacca a Padova nell’Italia dell’entre-deux-guerres. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano, Franco Angeli.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-013-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Desidero ringraziare Giovanni Focardi, che con grande pazienza ha individuato e riprodotto – nel difficile periodo del Covid, che tanto ha limitato l’accesso ad archivi e biblioteche – i diversi materiali riguardanti Giovanni Maver, presenti presso l’Archivio Centrale dello Stato (ACS) a Roma. Si è trattato di un apporto fondamentale per la completezza del lavoro, offerto con grande generosità e del quale sono autenticamente grata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-012-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sono stati consultati – come indicato nell’elenco delle fonti archivistiche che precede la bibliografia – materiali custoditi presso l’Archivio generale di Ateneo dell’Università di Padova (= AGA) e presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma (=ACS). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-011-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il testo è tratto da una lettera scritta da Riccardo Picchio a Jan Ślaski nel 1995 (Ślaski 1996, 311).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-010-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La Cronaca consta di due volumi manoscritti, privi di segnatura archivistica e non ancora cartulati, conservati nella biblioteca del Centro per la storia dell’Università di Padova. L’autore è probabilmente il cav. Giuseppe Sarpi, direttore di segreteria.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-009-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	La citazione è tratta dalla nota alla lettera inviata da Ettore Lo Gatto a Giovanni Maver il 9 novembre 1920, pubblicata in Anna Lo Gatto Maver, “Lettere di Ettore Lo Gatto a Giovanni Maver (1920-1928)” </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis</hi><hi rend="CharOverride-1"> 15, 2 (1996): 2-66 (Lo Gatto Maver, 1996).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-008-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al corso su Dostoevskij subentrarono poi quelli su Gogol’, Tolstoj, Lermontov e Puškin, senza trascurare l’aspetto filologico e linguistico in ambito serbo-croato e in quello che Lo Gatto definì ‘slavo-dalmata’.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-007-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sugli inizi dell’Istituto di Filologia slava e per un generale panorama della disciplina a Padova rinvio a Ghetti 2011 e a Ghetti, Benacchio 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-006-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Omaggio dell’Accademia polacca di scienze e lettere all’Università di Padova nel settimo centenario della sua fondazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cracovia: Tipografia dell’Università, 1922.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-005-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	G. Maver, “I polacchi all’Università di Padova” </hi><hi rend="italic">L’Europa Orientale</hi><hi rend="CharOverride-1"> III, 5 (1923): 286-94.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-004-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Del loro rapporto fa fede la corrispondenza pubblicata in Maver Lo Gatto 2001.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-003-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulla figura e le attività di Nelly Nucci si rinvia a Palmarini 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-002-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’esperienza di Zakopane, Maver, nel rapporto presentato agli organi accademici italiani, sottolineava come «i Polacchi stessi hanno rilevato spontaneamente, ed a parecchie riprese, che non sarebbe stato possibile trovare, negli altri paesi occidentali, un simile gruppo di persone, già iniziati agli studi polacchi” (AGA, Fascicolo Maver, s.d.). Sul permesso di viaggio per Zakopane vedi ACS, Fascicolo Maver: comunicazione del rettore Emanuele Soler al Ministero della Pubblica Istruzione, Padova, 9 luglio 1928. Il 6 luglio Maver aveva dato assicurazione al rettore sulla ‘qualità’ del suo insegnamento in Polonia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-001-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Windakiewicz entrò a far parte nel 1886 della cosiddetta </hi><hi rend="italic">Expeditio Romana</hi><hi rend="CharOverride-1">, «ossia un gruppo di ricercatori inviati dall’Accademia delle Scienze di Cracovia per raccogliere negli Archivi Vaticani i documenti per la storia della Polonia […] Nel ventennio tra le due guerre il ruolo di promotore dei rapporti italo-polacchi svolto da Windakiewicz è confermato dal fatto che proprio dalla sua penna uscì l’introduzione al volume collettaneo </hi><hi rend="italic">Omaggio dell’Accademia Polacca di Scienze e Lettere all’Università di Padova nel settimo centenario della sua fondazione</hi><hi rend="CharOverride-1">” (Dimke-Kamola, Domaradzka, Rabenda 2013, 430).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_6_25-45.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il centro padovano traeva ispirazione proprio dal Seminar für Romanische Sprachen viennese, che Maver aveva frequentato sotto la guida di Meyer-Lübke, specialista – oltre che di rumeno – anche di albanese e di filologia balcanica comparata. Per quanto riguardava gli studi più propriamente balcanici, il primo e a lungo unico esempio era stato rappresentato dall’Istituto di Filologia balcanica, aperto nel 1893 a Lipsia e diretto da Gustav Weigand. Alla morte di quest’ultimo, agli inizi degli anni Trenta, la direzione fu offerta a Carlo Tagliavini, che però – dovendo in caso di accettazione optare per la cittadinanza tedesca – rifiutò. Nel 1935 sorse a Belgrado l’Institut balkanique, che pubblicava la </hi><hi rend="italic">Revue des etudes balkaniques</hi><hi rend="CharOverride-1">: l’Italia rimaneva quindi ‘scoperta’.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Maria Cecilia Ghetti, University of Padua, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">mariacecilia.ghetti@unipd.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0009-0002-5578-8416</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Maria Cecilia Ghetti, <hi rend="italic">La fondazione della cattedra di Filologia slava a Padova: Giovanni Maver,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0.04</ref>, in Rosanna Benacchio (edited by), <hi rend="italic">Cento anni di slavistica a Padova. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume I</hi>, pp. -22, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0475-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0</ref></p></div></div>
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