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        <title type="main" level="a">La filologia di Natalino Radovich</title>
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          <resp>This is a section of <title>Cento anni di slavistica a Padova</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0475-0</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.10</idno>
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        <p>This essay presents a comprehensive profile of Natalino Radovich, both personal and scientific. Radovich succeeded Evel Gasparini in the Chair of Slavic Philology at Padua, having initiated his career at the I.U.O. in Naples. As a scholar, he successfully integrated linguistics (specifically historical-comparative) and ecdotics into his scientific work. His approach aligns with the traditions of European Universities originating from Vienna, including Ljubljana, where Radovich commenced his university education. His contributions, which embrace the most innovative aspects of linguistic research of his era, ranging from structuralism to computational linguistics, affirm the high quality of Slavic studies in Padua and their significant role within the Italian academic landscape.</p>
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            <item>Natalino Radovich</item>
            <item>History of Italian Slavic Studies</item>
            <item>The University of Padua</item>
            <item>The University of Naples “L’Orientale”</item>
            <item>The University of Ljubljana</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0475-0.10" /></p>
      <div><head>La filologia di Natalino Radovich<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-007">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Rosanna Benacchio</hi></p><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">1. Quando, organizzando, assieme agli altri membri del Comitato scientifico, questo Congresso e soprattutto la sessione d’apertura, è emersa l’idea di includere Natalino Radovich nel percorso storico-celebrativo che ricostruisce la storia della Filologia slava padovana, ho aderito subito con entusiasmo. Convenivo infatti che</hi><hi rend="CharOverride-1"> il profilo di studioso di Radovich non è abbastanza noto nell’ambiente slavistico italiano, soprattutto tra le giovani generazioni, e che questa sarebbe stata l’occasione giusta per mettere meglio in luce la sua figura, il ruolo da lui avuto nello sviluppo della disciplina</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1996 avevo già tracciato un profilo di Natalino Radovich, ospitato nella raccolta di studi in suo onore, curata assieme a Luigi Magarotto, donatagli in occasione del suo pensionamento. Pur riprendendo in molti momenti, soprattutto nell’illustrare le singole opere, le considerazioni fatte in quell’occasione, qui punterò piuttosto a </hi><hi rend="CharOverride-1">focalizzare alcuni punti essenziali che caratterizzano la sua storia personale e di studioso, cercando di definire meglio la sua collocazione all’interno della storia slavistica italiana. Per approfondimenti riguardo a singole opere e per la bibliografia completa, corredata delle relative recensioni, si rimanda direttamente a quella sede.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Natalino Radovich è nato il 3</hi><hi rend="CharOverride-1"> dicembre 1927 ad Aurisina nel Carso triestino. La sua infanzia e giovinezza devono essere stati senza dubbio difficili, come del resto per l’intera comunità slovena di Trieste e dei comuni del Carso, a causa delle ben note misure della politica dell’Italia fascista. Si pensi al divieto di usare la propria lingua in tutti i luoghi pubblici, all’italianizzazione dei cognomi (nei documenti amministrativi di Trieste rilasciati in quel periodo, Radovich viene chiamato Radoni</hi><hi rend="CharOverride-1">), ecc. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Uno dei ricordi più vivi e dolorosi nella memoria di Radovich era stato un attentato incendiario alla sinagoga di Trieste nel luglio 1942, a cui egli assistette da studente del ginnasio, assieme ai suoi compagni di classe. Nel raccontare, in seguito, </hi><hi rend="CharOverride-1">questo episodio, Radovich riviveva l’ingiusta violenza che l’aveva accompagnato, e aggiungeva che il suo interesse per il mondo ebraico (un interesse che continuò a coltivare durante tutta la sua vita) era nato proprio in quel momento. Nei non meno facili anni del dopoguerra, Radovich trascorse un periodo di lavoro in miniera, ma dovette presto smettere per una sopravvenuta malattia polmonare che lo costrinse al ricovero</hi><hi rend="CharOverride-1"> in un sanatorio a Sondrio. Qui, nel 1946, riuscì a ottenere il diploma delle scuole superiori alle Magistrali. Di questo periodo (e in particolare del lavoro in miniera) Radovich non parlava volentieri, ma talvolta si lasciava andare, ricordando con profondo rispetto il lavoro ‘vero’, faticoso che aveva lì conosciuto, con un implicito riferimento al </hi><hi rend="CharOverride-1">suo lavoro ‘facile’, privilegiato di studioso, quasi si scusasse per quel privilegio che gli era toccato. Questa acuta sensibilità per la sofferenza e l’ingiustizia, ereditata sicuramente dalle esperienze vissute nella sua infanzia e giovinezza, erano un tratto peculiare di Radovich, che si esprimeva anche nel suo atteggiamento schivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">volutamente isolato all’interno del mondo accademico. L’impressione era che non riuscisse ad ‘aderire’ pienamente al proprio status di studioso di slavistica, ad identificarsi con esso,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quasi non ‘ci credesse’ davvero del tutto. Nei confronti di questo status egli manteneva una qualche ‘riserva’, uno spazio interno tutto suo, ricco di dolore ed umanità, dove era difficile penetrare. Un episodio</hi><hi rend="CharOverride-1"> può illustrare bene quanto detto. Negli anni successivi alla fine del conflitto mondiale, forte del suo diploma magistrale da poco conseguito, egli lavorò per un certo periodo coi bambini traumatizzati dalla guerra in una struttura organizzata probabilmente dalla Croce rossa o da altre associazioni di volontariato nel Libero Territorio di Trieste controllato dagli americani. Qui gli fu affidato, tra gli altri, un bambino che era considerato un caso ‘impossibile’</hi><hi rend="CharOverride-1">: non parlava con nessuno, non collaborava. Radovich, dopo aver cercato di comunicare con lui contando (</hi><hi rend="italic">uno, due, tre</hi><hi rend="CharOverride-1">) degli animaletti-giocattolo, ebbe l’idea di provare in sloveno (</hi><hi rend="italic">en, dva, tri</hi><hi rend="CharOverride-1">): il bambino si illuminò in viso, continuò a contare … e uscì dal suo mutismo. Nei giorni successivi gli raccontò di essere l’unico sopravvissuto della famiglia, messa al muro durante un rastrellamento delle forze armate tedesche, probabilmente in unione con quelle italiane, di cui ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">rifiutava’ di conoscere la lingua. Era rimasto vivo perché troppo piccolo di statura per essere raggiunto dalla raffica mortale. Radovich mi raccontò due volte, a distanza di anni, questo episodio, ogni volta commosso e ogni volta aggiungendo che quello sarebbe stato il lavoro che avrebbe veramente voluto fare nella vita e che rimpiangeva di non avere fatto (si spiega così la sua iscrizione alla Facoltà di Psicologia e Pedagogia a Lubiana, quando nel 1962 riprese lì, per breve tempo, gli studi). Ricordo che la seconda volta mi disse «</hi><hi rend="CharOverride-1">Io non avrei voluto fare lo slavista!». Rimasi annichilita. Aggiunse «… ma l’educatore!». Il destino volle diversamente: per nostra fortuna, egli finirà per fare lo slavista e lo farà con tutta l’intelligenza, il talento, la serietà, l’onestà intellettuale e la laboriosità che lo hanno sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">contraddistinto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal 1950 al 1963 Radovich insegnò nelle scuole di Trieste, prima alle elementari, poi alle medie e alle medie superiori. Nel 1952 si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Lubiana, dove studiò per un anno, sostenendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> con voti brillanti tutti gli esami previsti. Dopo il primo anno a Lubiana (dove probabilmente era richiesta la frequenza obbligatoria che Radovich, che si manteneva con l’insegnamento a Trieste, non poteva garantire) egli compì un periodo di studi alla Bocconi per poi concludere gli studi a Napoli nel 1956, con una tesi su </hi><hi rend="italic">I monumenti di Frisinga</hi><hi rend="CharOverride-1">. La tesi fu discussa con Leone Pacini Savoj, con cui, come del resto con tutto l’ambiente slavistico napoletano, si instaurarono subito rapporti di sincera stima ed amicizia. Fu però </hi><hi rend="CharOverride-1">Nullo Minissi che, avendo riconosciuto in lui la tempra dello studioso, lo prese ‘sotto la sua ala’ indirizzandolo nelle sue scelte successive, innanzitutto adoperandosi per fargli ottenere varie borse di studio, che gli permisero, dopo la laurea, di specializzarsi all’estero, presso </hi><hi rend="CharOverride-1">prestigiosi centri di ricerca del mondo slavo: a Sofia, Praga, Varsavia, Mosca e soprattutto a Zagabria, presso lo Staroslavenski Institut Svetozar Ritig.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal 1963 Radovich iniziò ad insegnare nella stessa Napoli (come lettore e poi come incaricato) Lingua e letteratura slovena, Lingua e</hi><hi rend="CharOverride-1"> letteratura serbo-croata e, soprattutto, Letteratura slavo ecclesiatica. Tenne questi insegnamenti fino al suo passaggio a Padova, avvenuto, come vedremo, nel 1970.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Continuava nel frattempo la sua specializzazione all’estero trascorrendo, tra l’altro, nel 1965</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lungo periodo di studi in Israele, presso l’International Hebrew Study Center di Netanyah, ricevendo alla fine un diploma di specializzazione in lingua e cultura ebraica. Si consolidò così l’interesse di Radovich per le fonti più antiche della tradizione slavo-ecclesiastica, al di là e prima di quelle greco-bizantine, interesse che lo accompagnò per tutto l’arco della sua ricerca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1966 Radovich conseguì la </hi><hi rend="CharOverride-1">libera docenza in Filologia slava, con una brillante prova, sostenuta in un ottimo polacco, che suscitò l’ammirazione dei commissari Arturo Cronia, Giovanni Maver e Nullo Minissi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1970 si trasferì a Padova in qualità di professore incaricato dell’insegnamento di Filologia slava, vacante dopo il collocamento fuori ruolo di Evel Gasparini. Qui, nel 1972, vinse il concorso a </hi><hi rend="CharOverride-1">cattedra bandito l’anno prima dall’Università di Padova divenendo professore straordinario di Filologia slava e, dal 1975, ordinario. Come per la libera docenza, anche qui la Commissione (composta ora </hi><hi rend="CharOverride-1">da Sante Graciotti, Carlo Alberto Mastrelli, Nullo Minissi, Giovanni Battista Pellegrini e Carlo Verdiani) espresse all’unanimità un giudizio entusiastico, che lo pose nettamente in testa alla serie dei candidati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Padova</hi><hi rend="CharOverride-1"> Radovich insegnò Filologia slava (e per alcuni anni anche Lingua e letteratura slovena) fino al suo pensionamento avvenuto nel 1996.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Due i tratti principali del profilo di studioso di Natalino Radovich, intimamente connessi con la sua biografia. Innanzitutto, è importante sottolineare come egli sia stato uno slavista nato in Italia sì, ma appartenente alla comunità slovena (tra l’altro, </hi><hi rend="CharOverride-1">in famiglia si parla tuttora sloveno). Questo ha determinato in parte anche il suo percorso, soprattutto agli inizi, il che non è poco. Per i suoi studi universitari infatti Radovich scelse inizialmente Lubiana. Qui egli</hi><hi rend="CharOverride-1"> fece in tempo ad avere come maestro di slavo ecclesiastico antico Rajko Nahtigal, che vi compiva il suo ultimo anno di insegnamento. Nahtigal aveva studiato a Vienna con Vatroslav Jagić e Vaclav Vondrák. Indirettamente quindi, le radici di Radovich affondano</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel paradigma romantico della grande filologia delle origini, dove si seguiva con la stessa attenzione lo studio dei più antichi monumenti letterari, come pure dei fenomeni linguistici che interessavano l’intera area slava (Benacchio 2019, 271). Si tratta, tra l’altro, delle stesse radici dei suoi predecessori padovani</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giovanni Maver innanzitutto, ma anche Cronia, che si era formato tra Graz e Praga (Benacchio, Ghetti 2022). Questa formazione iniziale, questa sorta di </hi><hi rend="italic">imprinting</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha fornito alla sua produzione </hi><hi rend="CharOverride-1">scientifica un taglio inconfondibile che lo ha contraddistinto all’interno della slavistica italiana, per sua tradizione interessata a studi filologici di tipo testuale piuttosto che linguistici. In Radovich infatti convivevano interessi linguistici (storico-comparati) e filologici (ecdotici</hi><hi rend="CharOverride-1">), portati avanti assieme, senza cesure, quasi l’unione (o la non contraddizione) tra le due aree fosse scontata, e quasi fosse scontato il passaggio dall’una all’altra, senza alcun bisogno di trovare una giustificazione ‘ancillare’ per la ricerca linguistica.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2.1.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Nel primo filone, quello degli studi linguistici storico-comparati, si inserisce il suo </hi><hi rend="italic">Profilo di linguistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">slava</hi><hi rend="CharOverride-1"> uscito a Napoli nel 1969. Si tratta di un trattato in tre volumi che costituisce il primo, tuttora non superato qui da noi, completo manuale di slavistica. Come scrive l’Autore nell’Avvertenza iniziale, l’opera è concepita con finalità didattiche, come </hi><hi rend="CharOverride-1">uno strumento fuori commercio destinato «gli studenti iscritti al III anno della Sezione slava dell’I.U.O. di Napoli». Naturalmente l’opera rappresenta ben più di una dispensa o di un manuale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-006">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e solo l’innata, schiva modestia dell’autore poteva definirla tale. Purtroppo</hi><hi rend="CharOverride-1">, come del resto avvenuto per la maggior parte dei lavori di Radovich, concepiti per lo più come manuali didattici, caratterizzati da una veste tipografica ‘dimessa’ e, soprattutto, estranei ai circuiti commerciali, anche questo importante, originale contributo non ricevette un’adeguata diffusione </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle nostre Università e rimase un po’ in ombra, poco conosciuto. A maggior ragione è apparso ammirevole lo sforzo compiuto qualche anno fa da parte dell’AIS per mettere online, nel sito dell’Associazione, la scansione del primo volume. Attualmente, a seguito della recente ristrutturazione del sito, quest’opera non appare, ma confidiamo in un suo imminente ripristino, magari completato anche dalle altre due parti che compongono l’opera.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ognuno dei tre volumi merita un discorso a parte. Il primo (</hi><hi rend="italic">Grammatica comparativa delle lingue slave</hi><hi rend="CharOverride-1">) è la prima grammatica comparata slava uscita in Italia e presenta un</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">evidente legame con l’opera </hi><hi rend="italic">Slovanski jeziki</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Rajko Nahtigal, uscita a Lubiana in prima edizione nel 1938 e successivamente, riveduta e ampliata, nel 1952. </hi><hi rend="CharOverride-1">Su questa edizione, allora appena uscita, probabilmente Radovich studiò appena iscritto all’Università di Lubiana. La </hi><hi rend="italic">Grammatica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Radovich è un’esposizione limpida, stringata ed esaustiva al contempo, delle peculiarità linguistiche delle singole lingue letterarie slave moderne, viste nella loro evoluzione. L’esposizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> avviene in chiave strutturalista: si illustrano via via i diversi sistemi (sia fonologici che morfologici) che si sono andati evolvendo a partire dal quadro unitario protoslavo per arrivare alle lingue slave attualmente parlate, sistemi che vengono alla fine presentati tramite tavole sinottiche. L’opera è arricchita, argomento per argomento, da dense rassegne bibliografiche che occupano una parte considerevole dell’intero volume</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vengono prodotti circa 500 titoli tratti, tra l’altro, da più di 60 riviste specialistiche). Arricchisce e completa il tutto un capitolo finale dedicato alle lingue letterarie slave moderne, per ognuna delle quali l’A. illustra, tra l’altro, le principali tappe della loro formazione in quanto lingua letteraria, ossia con riferimento alla norma linguistica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il secondo volume</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">Cartine</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">contiene una</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">serie di carte che illustrano i riflessi, nelle varie lingue slave moderne, delle principali trasformazioni verificatesi a partire dal protoslavo a livello di fonologia e di morfologia. Una sorta di atlante linguistico slavo, il primo – e finora l’unico – che sia uscito in Italia, che integra il quadro diacronico-comparato trattato nel I volume.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il terzo volume (</hi><hi rend="italic">Testi</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">è una</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">ricca</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">raccolta di riproduzioni fotografiche di ottima qualità che Radovich si era procurato grazie ai contatti stabiliti con le principali biblioteche e istituzioni del mondo slavo nei suoi anni di specializzazione all’estero, che vengono ringraziate in apertura del volume. Le riproduzioni riguardano </hi><hi rend="CharOverride-1">due brani, rispettivamente del Nuovo (Luca, 15,1-32) e Vecchio Testamento (Genesi, I-III), secondo il loro farsi e trasformarsi linguistico-testuale nelle varie lingue slave. Più precisamente, per quanto riguarda il brano tratto dal Vangelo di Luca, esso viene proposto dapprima nella versione greca curata da C. Tischendorf; successivamente, secondo un testo normalizzato sulla base dei codici </hi><hi rend="italic">Marianus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Zographensis</hi><hi rend="CharOverride-1">; poi ancora, così come appare nel </hi><hi rend="italic">Codex Marianus</hi><hi rend="CharOverride-1">, nello </hi><hi rend="italic">Zographensis</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’</hi><hi rend="italic">Evangeliarium Assemani</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’edizione di quest’ultimo in caratteri glagolitici curata da F. Rački, nel manoscritto del </hi><hi rend="italic">Liber Sabbae</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella relativa edizione curata da V.N. Ščepkin</hi><hi rend="CharOverride-1">, nell’edizione fotolitografica (1883) dell’</hi><hi rend="italic">Ostromirovo Evangelie</hi><hi rend="CharOverride-1">, e così via nei vari manoscritti di redazione nazionale (</hi><hi rend="italic">Miroslavljevo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">jevanđelje</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Dobrej</hi><hi rend="italic">š</hi><hi rend="italic">ovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">evangelie</hi><hi rend="CharOverride-1">, ecc.) e nelle principali pubblicazioni a stampa del sec. XVI: la Bibbia di Ostrog, il Vangelo croato uscito nella stamperia protestante di Tubinga (proposto sia nella sua veste glagolitica che cirillica), la Bibbia slovena di Ju. Dalmatin, quella ceca di Kralice, via via fino alle varie versioni moderne, senza dimenticare le traduzioni settecentesche della Bibbia in sorabo inferiore e superiore nonché, ovviamente, quella serba di Dj. Daničić e Vuk Karadžić. In modo analogo, Radovich procede per il secondo brano, tratto dalla Genesi. Il lavoro, come si vede, è enorme. Esso si ricollega al contenuto del primo volume mantenendo la medesima impostazione diacronico-comparata, realizzando una sintesi che non esiteremmo a definire unica tra momento linguistico e momento filologico-testuale, sintesi che, come s’è detto fin dall’inizio, riflette il profilo scientifico di Radovich stesso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si inserisce in questo filone di studi </hi><hi rend="CharOverride-1">anche il saggio </hi><hi rend="italic">L’articolazione linguistica del mondo slavo</hi><hi rend="CharOverride-1"> uscito un anno dopo, nel 1970, quando Radovich era appena giunto a Padova in qualità di incaricato di Filologia slava. Qui il materiale inerente alle </hi><hi rend="CharOverride-1">sue ricerche di linguistica comparata di questi anni (e, in particolare, quello presentato nel secondo volume del suo </hi><hi rend="italic">Profilo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicato alle</hi><hi rend="italic"> Cartine</hi><hi rend="CharOverride-1">), viene rielaborato allo scopo di portare un contributo oggettivo, basato su principi statistici, al problema della validità о meno della tradizionale classificazione tripartita delle lingue slave introdotta da V. Jagić. Radovich </hi><hi rend="CharOverride-1">amplia notevolmente – rispetto a quanto veniva comunemente fatto fino ad allora in analoghe indagini, in cui si era soliti limitarsi a una decina di tratti linguistici – il numero delle divergenze (ed affinità) tra le lingue slave attuali, e prende in esame ben novanta tratti, di cui oltre la metà riguardano la fonetica, mentre i rimanenti riguardano le varianti morfematiche e le categorie grammaticali. Applicando il «metodo delle distanze», e cioè traducendo i risultati ottenuti in termini di indici numerici di affinità, e questi ultimi in termini di distanze geometriche proporzionali, Radovich arriva non solo a confermare su più solide basi quantitative la validità della tradizionale classificazione tripartita, ma anche a stabilire in termini molto più precisi e raffinati, il grado di omogeneità che caratterizza ogni singolo gruppo, il grado di affinità reciproca che esiste tra i tre gruppi e tra le singole lingue che li compongono.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro è importante perché mostra un’altra caratteristica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Radovich, che diventerà ancora più evidente nei lavori successivi, ossia la sua apertura agli stimoli più recenti della ricerca, nella fattispecie la sua propensione per analisi di tipo quantitativo e numerico che, attuali proprio in quegli anni (il metodo delle distanze era stato sperimentato in ambito romanzo qualche anno prima da Žarko Muljačić e, in quegli stessi anni, proprio a Padova da Giovanni Battista Pellegrini), evolveranno poi negli studi dialettometrici.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2.2. Risultati di primo piano, forse più noti alla comunità slavistica italiana, Radovich li raggiunse anche nell’altro filone di ricerca da lui perseguito: quello degli studi ecdotici. Nato anche questo</hi><hi rend="CharOverride-1">, come s’è detto sopra, nel solco della tradizione lubianese, esso si rinforzò grazie alla lunga e proficua collaborazione con lo Staroslavenski Institut Svetozar Ritig</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Zagabria, dove Radovich si era specializzato in paleografia cirillica e glagolitica sotto la guida di Vjekoslav Štefanić, collaborando con studiosi quali Marija Pantelić, Anica Nazor, Biserka Grabar e Josip Tandarić.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I lavori che vedremo in questo campo (praticamente coevi di quelli ‘linguistici’ visti finora), sono stati preceduti da alcuni manuali didattici dello slavo ecclesiastico antico, che pure vale la pena ricordare qui prima di procedere con l’illustrazione dei veri e propri studi sui testi. Si tratta innanzitutto di due c</hi><hi rend="CharOverride-1">restomazie, uscite entrambe nel 1964 a Napoli. Come già visto per il </hi><hi rend="italic">Profilo di linguistica slava</hi><hi rend="CharOverride-1">, anch’esse hanno un dichiarato scopo didattico e si presentano con la caratteristica veste tipografica dimessa, come dispense</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-005">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche in questo caso però,</hi><hi rend="CharOverride-1"> esse hanno ben poco del ‘classico’ manuale e presentano acute ed originali riflessioni. La prima delle due, </hi><hi rend="italic">Testi del Vangelo in slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">, una raccolta di brani tratti dai più antichi codici neotestamentari slavi, concepita in modo da facilitare la loro comparazione con gli originali greci, affronta nell’Introduzione il problema dell’identificazione dell’originale greco della versione cirillo-metodiana. La seconda,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Crestomazia slavo-ecclesiastica</hi><hi rend="CharOverride-1">, presenta testi diversi per contenuto ed epoca di stesura, concepiti per uno studio dei documenti slavo-ecclesiastici anche sotto l’aspetto paleografico. Inoltre, per alcuni testi, essa presenta diverse edizioni via via più curate e progredite nel metodo ecdotico, il cui confronto doveva servire agli studenti per conoscere ‘dal vivo’ il progredire della critica testuale slava.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo le due Crestomazie, ecco uscire, nell’anno successivo (1965), sempre a Napoli, la grammatica intitolata </hi><hi rend="italic">Slavo ecclesiastico antico. Grammatica e Bibliografia</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se si considera che il </hi><hi rend="italic">Manuale di slavo antico</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Carlo Verdiani (uscito esattamente nove anni prima) era fino a quel momento l’unica grammatica del genere scritta in italiano, si capisce l’importanza di questo lavoro di Radovich, anche se ancora una volta ci si rammarica che sia apparso sotto forma di dispense, come «edizione fuori commercio», esattamente come era stato per le due precedenti crestomazie, fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha comportato una sua scarsa diffusione nelle biblioteche e negli ambienti scientifici. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i numerosi pregi di questa nuova Grammatica va ricordato innanzitutto il rigoroso impianto strutturalistico che la caratterizza e che vede trattati, in capitoli distinti, </hi><hi rend="italic">I segni grafici</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> I grafemi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> Grafemi e fonemi</hi><hi rend="CharOverride-1">, le </hi><hi rend="italic">Alternanze morfofonematiche</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> I morfemi</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">le</hi><hi rend="italic"> Funzioni dei morfemi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e, infine, </hi><hi rend="italic">L’Enunciato. </hi><hi rend="CharOverride-1">Essa è inoltre ampiamente documentata sullo stato delle ricerche del momento: come già nel primo volume del </hi><hi rend="italic">Profilo</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche qui le rassegne bibliografiche, proposte argomento per argomento, occupano una parte c</hi><hi rend="CharOverride-1">onsiderevole dell’intero volume. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche se uscito appena nel 1971, possiamo annoverare tra questi lavori in quanto anch’esso strumento propedeutico allo studio del paleoslavo, il </hi><hi rend="italic">Glossario morfematico dello slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-004">4</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Come dice una Premessa al testo (</hi><hi rend="CharOverride-1">che però non è stata pubblicata ma è stata semplicemente inserita nel volume come foglio aggiunto), l’opera era stata concepita per permettere di individuare i vari elementi del ricco sistema morfematico dello slavo ecclesiastico antico. Vi compaiono, elencati in ordine alfabetico, tutti i morfemi affissali di questa lingua, con l’indicazione dei loro diversi valori grammaticali, elencati sia in ordine alfabetico sia in ordine inverso. Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Glossario</hi><hi rend="CharOverride-1"> può costituire uno strumento di eccezionale valore didattico anche grazie alla sapiente sistemazione del materiale morfematico in una serie di paradigmi che sintetizzano l’intera morfologia di questa lingua. Anche quest’opera meriterebbe, a mio avviso, di essere messa a disposizione di studenti e studiosi, caricata sul sito dell’Associazione Italiana Slavisti assieme al già nominato </hi><hi rend="italic">Profilo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Arrivando ai veri e propri studi di critica testuale, ricorderemo </hi><hi rend="CharOverride-1">innanzitutto </hi><hi rend="italic">Le pericopi glagolitiche della “Vita Constantini” e la tradizione manoscritta cirillica</hi><hi rend="CharOverride-1">, uscito a Napoli nel 1968. Frutto maturo della collaborazione con lo Staroslavenski Institut Svetozar Ritig, il volume porta un contributo alla questione della tradizione testuale della VC tramite l’analisi di alcune pericopi glagolitiche presenti nei breviari glagolitici croati. Si tratta di un lavoro ben noto all’ambiente scientifico italiano, oltre che internazionale, anche grazie alle numerose recensioni in varie riviste straniere che seguirono la pubblicazione dell’opera</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Kyas 1969; Štefanić 1970; Danti 1970; Páclová 1971). Tra queste segnaliamo in particolare la recensione di Angiolo Danti che ne comprese subito l’importanza anche e soprattutto per il suo apporto al dibattito metodologico che caratterizzava in quegli anni gli studi di ecdotica. Riportiamo qui un passo tratto dalla sua recensione: «Ora il lavoro di Radovich giunge a proposito per mostrare praticamente su un testo noto e caro a tutti gli slavisti che il metodo degli errori comuni è, almeno in certi casi, utile anzi insostituibile e che l’edizione di un testo col metodo tradizionale non è solo, come qualcuno crede, una questione meccanica, ma coinvolge tutte le facoltà intellettuali dell’editore. È, insomma, un discorso nuovo che inizia col lavoro di Radovich» (Danti 1970</hi><hi rend="CharOverride-1">, 283).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ultimo ma non meno importante pregio dell’opera, sono le riproduzioni delle pericopi glagolitiche (fino ad allora note solo in traslitterazioni cirilliche non sempre attendibili) caratterizzate da una qualità non comune, come già si era</hi><hi rend="CharOverride-1"> notato a proposito del terzo volume del </hi><hi rend="italic">Profilo, </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicato ai</hi><hi rend="italic"> Testi. </hi><hi rend="CharOverride-1">Anche qui, nell’Introduzione, Radovich ringrazia esplicitamente varie biblioteche e istituzioni del mondo slavo per l’aiuto fornitogli nella raccolta del materiale fotografico, in primis, ovviamente, lo Staroslavenski Institut di Zagabria. Mi soffermo per la seconda volta su questo punto perché mette in luce un </hi><hi rend="CharOverride-1">altro momento importante dell’attività di Radovich a Napoli: l’istituzione, sostenuta e incoraggiata da Minissi, presso l’Istituto di Filologia Slava dell’I.U.O., di una microfilmoteca dei manoscritti medievali slavi, sparsi nelle principali biblioteche e archivi del mondo slavo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-003">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo progetto non può non far pensare a un altro, a questo complementare, avviato a Salerno circa dieci anni dopo da Mario Capaldo in collaborazione con William R. Veder, che mirava alla catalogazione dei manoscritti slavi presenti nelle biblioteche dell’Europa occidentale e che ha avuto come organo di diffusione la rivista </hi><hi rend="italic">Polata knigopisnaja</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vedi nota 8)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’altra, importante, opera di Radovich nel campo della critica testuale è dedicata al frammento glagolitico conservato alla Biblioteca di Stato di Lubiana (Cod. glag. Lub. С 163 а/2 П) che tramanda il </hi><hi rend="italic">Protovangelo di Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Mi riferisco al volume, uscito a Napoli nel 1969, intitolato </hi><hi rend="italic">Un frammento slavo del Protovangelo di Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Forse meno noto rispetto al precedente per l’argomento affrontato (quello dei vangeli apocrifi) che occupa un posto </hi><hi rend="CharOverride-1">meno ‘centrale’ all’interno degli studi slavistici, anche questo studio lascia ammirati di fronte alla preparazione filologica dell’autore, alla sicurezza con cui egli si accosta al problema e lo coglie nella sua essenza, trovando soluzioni convincenti ed originali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come nel lavoro precedente, anche qui il materiale testuale della tradizione glagolitica viene usato per stabilire, tramite un confronto con quello della tradizione cirillica, la storia della tradizione del testo. Anche in questo caso vengono fornite ottime riproduzioni fotografiche del Codice lubianese nei suoi caratteri originali (prima di allora pubblicate solo in trascrizione cirillica), seguite </hi><hi rend="CharOverride-1">dal testo stesso in traslitterazione latina. Qui però lo studio non si limita al confronto col materiale della tradizione cirillica e alla definizione delle relazioni di parentela tra i testimoni slavi, ma si allarga alla tradizione manoscritta greca: nella seconda parte del lavoro il testo slavo viene confrontato sinotticamente col testo greco del Codice Bodmer V (Biblioteca di Cologny), che era stato scoperto da poco. Il risultato dell’analisi di Radovich è che il frammento glagolitico conservato a Lubiana «presenta delle lezioni a volte migliori di quello dello stesso papiro Bodmer, più antico di un millennio […] e può pertanto affiancarsi degnamente agli altri testimoni di quest’importante monumento della letteratura paleocristiana». In altre parole, Radovich dopo aver lamentato, nel capitolo introduttivo, la generale tendenza degli studiosi di letteratura paleocristiana ad ignorare le varianti presentate dalle traduzioni slave, dimostra come invece proprio questo tipo di studio possa portare a risultati inaspettati. Tale impostazione – che apre gli studi slavistici ad orizzonti più vasti e al contempo suggerisce ai non slavisti l’importanza degli studi slavistici stessi – ha trovato in questa ricerca di Radovich una delle più chiare e convincenti formulazioni. Essa verrà, come vedremo, ripresa e portata avanti con risultati altrettanto significativi, anche in studi successivi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va ricordato qui per l’attinenza scientifica un altro significativo lavoro di Radovich, uscito qualche anno dopo, nel 1974, noto forse più tra gli studiosi di giudaismo ellenistico che tra gli slavisti. Si tratta della traduzione italiana della versione russo-antica della </hi><hi rend="italic">Guerra giudaica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> limitatamente a quei passi che sono assenti nella tradizione greca, ossia i </hi><hi rend="CharOverride-1">cosiddetti «passi cristiani», che costituirebbero la più antica testimonianza d’ambiente ebraico intorno al Messia. La traduzione è preceduta da un sapiente commento introduttivo di carattere testuale (che nulla ha da invidiare a quelli che accompagnano </hi><hi rend="italic">Le pericopi glagolitiche della “Vita Constantini” </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic">Un frammento slavo del protovangelo di Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">, visti sopra), che reimposta in termini più corretti la questione relativa ai rapporti tra tradizione greca e versione russo-antica di quest’opera, inserendola all’interno della problematica più vasta inerente le fonti del </hi><hi rend="italic">Cronografo giudaico </hi><hi rend="CharOverride-1">russo.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. L’altro, fondamentale, tratto peculiare</hi><hi rend="CharOverride-1"> del profilo di Radovich studioso, anche questo intimamente connesso con la sua biografia, ha origine nell’ambiente scientifico dell’Istituto Orientale di Napoli, dove egli si era laureato e dove aveva iniziato il suo percorso accademico.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si è trattato di un periodo straordinariamente prolifico e felice nella vita di Radovich, che egli continuerà a ricordare a lungo con acuta nostalgia (Benacchio 1996, XVI).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È all’Orientale che Radovich scrive e pubblica tutti i lavori fin qui illustrati e altri di nuovi. Bisogna dire che presso</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’I.U.O. di quegli anni (gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso), diretto da Nullo Minissi che vi imprimeva la sua geniale, vulcanica, coinvolgente personalità dai molteplici interessi scientifici, vi era un grande fervore di idee e programmi. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si coglievano e si elaboravano le istanze più nuove e stimolanti della linguistica postsaussuriana, in primis il paradigma strutturalista che caratterizzava, per esempio, gli studi di fonologia di Walter Belardi, oltre che dello stesso Minissi, e che abbiamo visto, non a caso, contraddistinguere anche i</hi><hi rend="CharOverride-1"> primi lavori di Radovich qui presentati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’apertura intellettuale riguardava anche altre aree, come quella della fonetica sperimentale e della teoria dell’informazione, entrambe praticate da Nullo Minissi. A</hi><hi rend="CharOverride-1"> Napoli, per esempio, presso il CNR, era attivo in quegli anni un Centro di cibernetica frutto dei contatti tra l’I.U.O</hi><hi rend="CharOverride-1">. e Nullo Minissi da un lato, e il CNUCE (</hi><hi rend="CharOverride-3">Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) </hi><hi rend="CharOverride-1">di Pisa, con la sua Divisione Linguistica fondata e diretta da Antonio Zampolli dall’altro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-002">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È a Napoli infatti che Radovich inizia ad interessarsi alla teoria dell’informazione, alla statistica linguistica e al linguaggio delle macchine come strumento per gli studi testuali, la datazione dei manoscritti, la loro interrelazione. T</hi><hi rend="CharOverride-1">ale interesse, partito dallo studio dei sistemi grafici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-001">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e poi passato a quelli lessicali, compare già in</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">uno dei primi articoli pubblicati da Radovich, </hi><hi rend="italic">I sistemi grafici sloveni del Cinquecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, uscito nel 1964 </hi><hi rend="CharOverride-1">negli </hi><hi rend="italic">Annali dell’Istituto Universitario Orientale</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove l’approccio strutturalistico comunemente adottato per gli studi fonologici viene applicato all’analisi dei diversi sistemi grafici usati dagli scrittori protestanti sloveni (per la precisione, da Trubar, Krelj e Dalmatin). Si può dire che già in questo lavoro si intravvedono </hi><hi rend="italic">in nuce</hi><hi rend="CharOverride-1"> metodologie e linee di ricerca che caratterizzeranno anche la produzione degli anni successivi: la consapevolezza dell’utilità di un’analisi a livello grafematico di un testo (o di vari testi a confronto), sorretta da considerazioni di carattere statistico. Qui Radovich si mantiene su un piano ancora tradizionale: parla di frequenza, ma non riporta le cifre; sostiene che è indispensabile capire la maggiore o minore frequenza dell’uso di un grafema (o di un segno grafico come l’accento</hi><hi rend="CharOverride-1">), ma non specifica i numeri. Tuttavia la tendenza che si profila davanti è quella sopra descritta. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il discorso viene portato avanti nell’articolo </hi><hi rend="italic">Teoria dell’informazione e Filologia slava</hi><hi rend="CharOverride-1"> uscito nel 1967 nella miscellanea offerta ad Arturo Cronia e dedicato ai</hi><hi rend="CharOverride-1"> sistemi grafematici dei manoscritti slavo-ecclesiastici. Qui Radovich mostra come un’opportuna applicazione dei metodi della teoria dell’informazione all’analisi dei sistemi grafematici che caratterizzano i diversi manoscritti slavo-ecclesiastici, possa condurre a risultati più soddisfacenti per la datazione e la classificazione dei manoscritti stessi di quelli ottenuti con i metodi filologici tradizionali. Da questo lavoro veniamo anche a sapere che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’Istituto di Filologia slava dell’I.U.O., in collaborazione con il Centro nazionale universitario di Calcolo elettronico di Pisa (C.N.U.C.E.), stava preparando un programma di ricerche che avrebbe dovuto culminare nella classificazione su basi statistiche di tutti i manoscritti slavi medievali custoditi nelle Biblioteche italiane (Radovich 1967,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 455).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Questa programma, che conferma ancora una volta quanto detto sopra sulla proficua collaborazione in corso in questi anni tra Napoli e Pisa, verrà portato avanti, come vedremo, dallo stesso Radovich a Padova nei primi anni che seguirono il suo arrivo in questa sede. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">Teoria dell’informazione e Filologia slava</hi><hi rend="CharOverride-1">, che aveva valore programmatico, fu seguito, alcuni anni dopo, nel 1974, da un altro importante studio di carattere statistico, sempre condotto sui sistemi grafici. Si tratta de </hi><hi rend="italic">La codificazione del Canon missae in quattro manoscritti glagolitici</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’A. applica qui il metodo matematico-statistico per stabilire l’epoca di stesura di due messali glagolitici croati di datazione incerta: il manoscritto Borgiano Illirico 4 della Biblioteca Vaticana e il manoscritto Canon, lit. 172 della Biblioteca Bodleiana. Più precisamente, i sistemi grafici (in particolare, i diversi tipi di abbreviazioni e di legature) presenti nel </hi><hi rend="italic">Canon Missae</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei due suddetti manoscritti vengono confrontati con quelli presenti in altri due messali glagolitici di sicura datazione: il codice Slavo 8 della Biblioteca Nazionale di Vienna ed il codice Borgiano Illirico 8 della Biblioteca Vaticana. Sulla base di tale comparazio</hi><hi rend="CharOverride-1">ne Radovich arriva a concludere che il Codice della Biblioteca Vaticana sarebbe cronologicamente anteriore rispetto a quello della Bodleiana, e costituirebbe quindi l’esemplare più antico del Messale glagolitico croato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questi anni (Radovich si è ormai stabilito a Padova) si nota un progressivo spostamento delle ricerche statistiche di Radovich verso il lessico, come testimonia un breve lavoro apparso in forma di dispense già nel 1972: il </hi><hi rend="italic">Lessico fondamentale del russo moderno. Frequenza e diffusione</hi><hi rend="CharOverride-1">. V</hi><hi rend="CharOverride-1">isto a posteriori, lo studio sembra quasi concepito come una sorta di esercizio in vista di altre, più complesse, analisi statistiche in campo lessicale. Esso contiene materiale proveniente dai principali lessici di frequenza del russo moderno, basati su testi tematicamente e stilisticamente molto vari. Elaborando opportunamente tale materiale mediante un procedimento che verrà utilizzato in seguito per l’</hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Radovich individua gruppi (egli preferisce non usare ancora il termine «insiemi») di lemmi contraddistinti da un sempre maggiore grado di diffusione, fino ad arrivare all’identificazione del nucleo lessicale e grammaticale della lingua russa, e al suo ordinamento in base a statistiche di frequenza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cogliamo anche qui interessanti ed inequivocabili paralleli tra il percorso scientifico di Radovich e l’ambiente che lo circondava. Sembra quasi che, trasferendosi a Padova, venendo a più stretto in contatto con la linguistica che veniva qui praticata, che vedeva sempre Zampolli (tra l’altro, come s’è visto, di ascendenza patavina) al centro delle ricerche, ma che era focalizzata piuttosto sulla lessicografia, </hi><hi rend="CharOverride-1">Radovich avesse sentito il bisogno di avvicinarsi al nuovo ambiente, cimentandosi anche lui in questo ambito di ricerca. Sembra infatti esserci qualcosa di più di un’assonanza tra il </hi><hi rend="italic">Lessico fondamentale del russo moderno. Frequenza e diffusione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Radovich e il sopra citato</hi><hi rend="italic"> Lessico di frequenza della lingua italiana contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">di Bortolini, Tagliavini, Zampolli, uscito appena un anno prima (vedi nota 6). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il risultato più importante di queste ricerche statistiche sul lessico esce comunque due anni dopo, nel 1974. Si tratta dell’</hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico </hi><hi rend="CharOverride-1">(AELP-1), uno studio di straordinaria importanza per quel momento, che trovò subito una larga eco nelle </hi><hi rend="CharOverride-1">riviste scientifiche internazionali (Tandarić 1976, Comrie 1975, Páclová 1977, König 1977, Smjadovski 1979)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-000">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esso doveva segnare l’inizio di una serie di pubblicazioni (chiamate dall’Autore «Bollettini») elaborate sulla base dei dati dell’Archivio elettronico del lessico paleoslavo (AELP). Creato da Radovich, appena giunto a Padova, in collaborazione col Centro di calcolo dell’Università (in particolare con l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ing. Sebastiano Melis), l’AELP era costituito da una serie di nastri magnetici su cui erano stati registrati dati relativi alle unità lessicali presenti nei manoscritti paleoslavi. Ideato soprattutto – come scrive l’Autore – per «agevolare le ricerche di lessicologia storica slava» e per «contribuire alla soluzione di quei problemi di critica testuale slava che presentano aspetti lessicologici, mettendo a disposizione degli studiosi un elemento complementare rispetto ai repertori lessicografici tradizionali, ma più agile e più duttile di questi» (Radovich 1974: II), l’AELP-1 rappresenta la prima fase dell’indagine, non a caso </hi><hi rend="CharOverride-1">definita dall’Autore «a carattere preliminare». Essa si basa sul lessico contenuto nell’</hi><hi rend="italic">Handwörterbuch zu den altkirchenslavischen Texten </hi><hi rend="CharOverride-1">di Linda Sadnik e Rudolf Aitzetmüller, opportunamente trasferito su nastro magnetico ed elaborato ai fini di un’analisi di tipo insiemistico. Per la precisione, Radovich delimita il sottoinsieme dei lemmi presenti in tutti i testi di maggior estensione, quelli costituiti da lemmi che appaiono solo in determinati gruppi di manoscritti, о addirittura solo in singoli manoscritti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa indagine</hi><hi rend="CharOverride-1"> avrebbe dovuto seguirne altre, sempre di tipo insiemistico ma sottese da implicazioni di ordine stilistico, volte ad individuare la presenza e la distribuzione dei singoli lemmi in relazione ai diversi generi letterari (agiografico, omiletico, ecc.) e, ancora, in relazione ai centri scrittori (Ohrid, Preslav, ecc.), a determinate correnti religiose (p. es. all’esicasmo), ad alcune spiccate individualità (p. es. a quella di Epifanij Premudryj). Purtroppo quello sopra riportato è rimasto l’unico Bollettino dell’AELP ad avere visto la luce. Strumento all’avanguardia per quei tempi, sapientemente impostato ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> aperto a svariate applicazioni, ardito, oltre che arduo, tanto più se affrontato da una persona sola, esso potrebbe forse essere ancora di una qualche utilità se non altro per ispirare, incoraggiare analoghe ricerche da parte delle giovani generazioni, ricerche rese nel frattempo più semplici dai più recenti strumenti informatici. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1980 appare un altro studio di Radovich nel campo della lessicologia slava: il </hi><hi rend="italic">Glossario greco-slavo ecclesiastico antico dei Vangeli</hi><hi rend="CharOverride-1">, un’opera che si prefigurava di eccezionale importanza ed interesse, ma che purtroppo è rimasta ferma al primo fascicolo (ἀλφα-γάμμα).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Essa si proponeva di portare un contributo ad una migliore conoscenza della traduzione slavo-ecclesiastica antica dei Vangeli canonici sotto l’aspetto lessicale. Come spiega bene l’A. nell’Introduzione, il presupposto di questa ricerca era che «l’opera di Cirillo e Metodio, esponenti bilingui dell’alta cultura bizantina, può essere considerata […] come il riflesso immediato della interpretazione di un testo greco da parte dei greci»; un approfondito studio del lessico della tradu</hi><hi rend="CharOverride-1">zione slava in relazione a quello dell’originale greco poteva quindi portare un contributo prezioso non solo allo studio dello slavo ecclesiastico, ma anche all’esegesi neotestamentaria bizantina, ed essere rilevante addirittura per la filologia neotestamentaria moderna, soprattutto per l’interpretazione degli </hi><hi rend="italic">apax legomena</hi><hi rend="CharOverride-1">. A ben vedere, alla base del lavoro sta la stessa idea, dimostrata egregiamente nello studio sul Protovangelo di Giacomo visto più sopra, che lo studio della tradizione slavo-ecclesiastica non sia utile solo per uno studio </hi><hi rend="CharOverride-1">‘interno’ all’area slava, ma che possa portare notevoli contributi allo studio di aree culturali ‘vicine’ con cui la storia ha intrecciato il suo destino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel </hi><hi rend="italic">Glossario</hi><hi rend="CharOverride-1">, limitatamente, è ovvio, alla parte trattata, ossia ai lemmi ’Ααρων-γωνια, Radovich, oltre a proporre un confronto tra i termini greci e i loro corrispondenti slavo-ecclesiastici, riporta anche – al solo scopo, come egli stesso avverte, di individuare più agevolmente delle «aree semantiche» – anche i corrispondenti termini latini (secondo la Volgata), italiani (secondo l’edizione ufficiale della Bibbia CEI), nonché – laddove i termini greci risultino attestati, oltre che nei Vangeli, anche nei LXX – ebraici ed aramaici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni che precedono il suo collocamento fuori ruolo, Radovich pubblica due lavori che si ricollegano, in qualche modo, alle sue prime pubblicazioni destinate ad uso didattico, realizzate ancora in ambiente napoletano. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ci riferiamo innanzitutto alla </hi><hi rend="italic">Grammatica dello slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (uscita a Padova nel 1982 e poi ristampata nel 1988), che riprende, aggiorna e soprattutto sintetizza (una sintesi che a volte risulta un po’ criptica) i dati presenti nella già menzionata </hi><hi rend="italic">Grammatica</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1965. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il secondo lavoro cui ci riferiamo sono le </hi><hi rend="italic">Pericopi del Vangelo in slavo ecclesiastico antico, </hi><hi rend="CharOverride-1">uscite nel 1983. Articolate in tre volumetti, esse costituiscono un’altra </hi><hi rend="CharOverride-1">crestomazia di brani destinati alla lettura con gli studenti. Le varie pericopi, tratte dai Codici </hi><hi rend="italic">Marianus</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Zographensis</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Assemani</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dalla </hi><hi rend="italic">Savvina kniga</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono seguite dai paralleli greci e latini. L’opera è corredata da alcuni preziosi glossari contenenti </hi><hi rend="CharOverride-1">elenchi di lemmi in ordine di frequenza, o gruppi di lemmi con la stessa radice, con gli stessi suffissi derivazionali, ecc.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo periodo, agli inizi degli anni Ottanta, si manifestò la malattia di Radovich, una malattia pronosticata come incurabile. Dopo un’operazione e una lunga convalescenza egli però, contro ogni aspettativa, si riprese e ritornò alla sua vita di docente e studioso. Ma non ritrovò più lo slancio di prima: il suo carattere si fece ancora più schivo e riservato, e ancor più crebbe il suo isolamento dalla comunità scientifica degli slavisti. Continuava</hi><hi rend="CharOverride-1"> però (e continuò ancora a lungo dopo la pensione, pur non pubblicando più) a lavorare con passione studiando e approfondendo la letteratura slavo-ecclesiastica, ma ancor più la cultura greco-ellenistica e quella ebraico-semitica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Testimonia </hi><hi rend="CharOverride-1">questo periodo un interessante resoconto stilato da Radovich nell’agosto 1992 al termine di un soggiorno di studio in Palestina compiuto poco prima della sua collocazione fuori ruolo. Si tratta di un dattiloscritto con firma autografa conservato presso l’Archivio storico dell’Università di Padova che abbiamo ritenuto opportuno pubblicare in questa sede (vedi Immagine 1 (a), (b) e (c) in calce all’articolo). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre a dare un’idea concreta degli interessi dell’ultimo Radovich, del suo modo di procedere con la ricerca e lo studio dei manoscritti slavi, esso potrebbe anche rivelarsi utile per le informazioni che contiene e, forse, suggerire a qualche giovane studioso di continuare, qualora non sia già stato fatto, qualcuno degli itinerari scientifici lì indicati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Arrivati a questo punto, c</hi><hi rend="CharOverride-1">i auguriamo che questo articolo sia riuscito a fare conoscere di più uno studioso che, nella sua vita, in un arco di tempo non ampio, ha saputo raccogliere il filo della ‘grande filologia delle origini’ di matrice romantica – coniugando il suo paradigma linguistico </hi><hi rend="CharOverride-1">storico-comparato con quello testuale – per arrivare alla teoria dell’informazione e all’informatica umanistica, lasciando in ognuno dei campi in cui si è cimentato, quasi sempre precorrendo i tempi, un segno tangibile, un’eredità che forse può ancora produrre dei frutti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ci auguriamo inoltre che questo studio abbia portato qualche elemento nuovo anche per quanto riguarda la storia della slavistica (e in particolare della filologia) i</hi><hi rend="CharOverride-1">n Italia, oltre che a Padova. Mi riferisco per esempio all’importanza che in questa storia hanno avuto Napoli e in particolare Minissi. Mi riferisco anche a numerosi altri momenti in cui singoli studiosi (con le loro scuole)</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno interagito (come nel caso della progettata collaborazione didattica tra Napoli a Roma, tra Minissi e Picchio) o hanno raccolto istanze che già erano state sollevate, verisimilmente lasciando delle tracce; ad esempio, come già osservato sopra, il progetto di Capaldo e Veder di catalogazione dei manoscritti slavi del mondo europeo mostra profonde analogie con quello della creazione della microfilmoteca da parte di Radovich a Napoli e in qualche modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo continua. Mi riferisco infine ai contatti nel campo dell’informatica tra Minissi e Radovich a Napoli e Zampolli a Pisa e tra lo stesso Zampolli, Tagliavini e più tardi </hi><hi rend="CharOverride-1">Radovich a Padova. L’avere cercato di portare alla luce questi intrecci, questi snodi (che vedono sempre Radovich coinvolto, più o meno direttamente), ci sembra sia stato particolarmente opportuno in un’occasione come questa in cui si festeggia il primo centenario degli studi slavistici a Padova e in Italia.</hi></p><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Agosti, Maristella. 2022. “L’Informatica nella Facoltà di Lettere e Filosofia a Padova.” In </hi><hi rend="italic">La facoltà di Lettere e Filosofia. Duecento anni di studi umanistici all’Università di Padova</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di Vincenzo Milanesi</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">458-62. Padova: Il Poligrafo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Benacchio, Rosanna. 1996. “Natalino Radovich: un profilo bio-bibliografico.” In </hi><hi rend="italic">Studi slavistici in onore di N. 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Padova: Il Poligrafo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bartolini, Umberta, Tagliavini, Carlo, e Antonio Zampolli. 1971. </hi><hi rend="italic">Lessico di frequenza della lingua italiana contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Milano: IBM Italia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Capaldo, Mario. 1978. “Les manuscrits slaves et leur étude en Italie.” </hi><hi rend="italic">Polata knigopisnaja</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 15-33.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Comrie, Bernard. 1975. rec. Radovich, Natalino. </hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Archivio elettronico del lessico paleoslavo 1. 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Natalino Radovich, </hi><hi rend="italic">Le pericopie glagolitiche della Vita Constantini e la tradizione manoscritta cirillica</hi><hi rend="CharOverride-1">, Testi e studi pubblicati dal Seminario di Filologia Slava dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli 1, Napoli Edizioni Cymba, 1968. </hi><hi rend="italic">Byzantinoslavica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 32: 357.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Páclová, Ilona. 1977. </hi><hi rend="CharOverride-1">rec. N. Radovich. </hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. [Archivio elettronico del lessico paleoslavo 1]. Istituto di Filologia slava, Università di Padova, 1974. </hi><hi rend="italic">Slavia</hi><hi rend="CharOverride-1">, 46: 318-19.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1964. “I sistemi grafici sloveni del Cinquecento.” </hi><hi rend="italic">Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Sezione Slava </hi><hi rend="CharOverride-1">VII: 137-85.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1964. </hi><hi rend="italic">Testi del Vangelo in slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Istituto Universitario Orientale. Istituto di Filologia Slava.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1964. </hi><hi rend="italic">Crestomazia slavo-ecclesiastica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Istituto Universitario Orientale. Istituto di Filologia Slava.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1965. </hi><hi rend="italic">Slavo ecclesiastico antico (Grammatica e bibliografia)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Istituto Universitario Orientale. Istituto di Filologia Slava.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1967. “Teoria dell’informazione e filologia slava.” In </hi><hi rend="italic">Studi in onore di Arturo Cronia</hi><hi rend="CharOverride-1">, 433-55. Padova: Centro di studi sull’Europa orientale.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1968. </hi><hi rend="italic">Le pericopi glagolitiche della «Vita Constantini» e la tradizione manoscritta cirillica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Cymba (Bibliotheca Enrico Damiani diretta da Nullo Minissi, 1).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1969. </hi><hi rend="italic">Un frammento slavo del protovangelo di Giacomo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Cymba (Bibliotheca Enrico Damiani diretta da Nullo Minissi, 2).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1969. </hi><hi rend="italic">Profilo di linguistica slava</hi><hi rend="CharOverride-1">. I</hi><hi rend="italic"> (Grammatica comparativa delle lingue slave. </hi><hi rend="CharOverride-1">II</hi><hi rend="italic"> (Cartine. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ш</hi><hi rend="italic"> (Testi)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Cymba.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1970. “L’articolazione linguistica del mondo slavo</hi><hi rend="italic">.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Il mondo slavo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2: 157-81.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1971. </hi><hi rend="italic">Glossario morfematico dello slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Napoli: Cymba (Enchiridion. Collana di manuali e testi diretta da Nullo Minissi, 1).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1972, </hi><hi rend="italic">Lessico fondamentale del russo moderno. Frequenza e diffusione</hi><hi rend="CharOverride-1">, I. Padova: Università di Padova. Istituto di Filologia Slava.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1973-74. “La codificazione del Canon Missae in quattro manoscritti glagolitici</hi><hi rend="italic">.”</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Euroasiatica», Folia philologica, AION-SI</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Suppleta a Nullo Minissi edita</hi><hi rend="CharOverride-1"> II: 1-25.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1974. “Il testo russo antico della </hi><hi rend="italic">Guerra giudaica</hi><hi rend="CharOverride-1">.” In </hi><hi rend="italic">Flavio Giuseppe,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">La guerra giudaica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Giovanni Vitucci, II: 621-70. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1974. </hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Padova: Istituto di Filologia Slava, Università di Padova. (Archivio elettronico del lessico paleoslavo -1). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1980. </hi><hi rend="italic">Glossario greco-slavo ecclesiastico antico dei vangeli</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1. Padova</hi><hi rend="CharOverride-1">: Istituto di Filologia slava, Università di Padova, Centro Stampa di Palazzo Maldura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1982. </hi><hi rend="italic">Grammatica dello slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Padova: Istituto di Filologia slava, Università di Padova, Centro Stampa di Palazzo Maldura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Radovich, Natalino. 1981-83. </hi><hi rend="italic">Pericopi dei Vangeli dello slavo ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">, I-Ш.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Padova: Istituto di Filologia slava, Università di Padova, Centro Stampa di Palazzo Maldura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smjadovski, Stefan. 1979. rec. N. Radovich. </hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Archivio elettronico del lessico paleoslavo. Padova. Università di Padova, Istituto di Filologia slava, 1974. </hi><hi rend="italic">Săpastavitelno ezikoznanie</hi><hi rend="CharOverride-1">, 4: 73-76.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Štefanić, Vjekoslav. 1970. rec. Natalino Radovich, </hi><hi rend="italic">Le pericopie glagolitiche della Vita Constantini e la tradizione manoscritta cirillica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bibliotheca Enrico Damiani diretta da Nullo Minissi. Testi e studi pubblicati dal Seminario di Filologia Slava dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli 1, Ed. Cymba, Napoli 1968. </hi><hi rend="italic">Slovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 20: 115-17.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tandarić, Josip. 1976. rec. Natalino Radovich. </hi><hi rend="italic">Analisi insiemistica del lessico slavo-ecclesiastico antico. </hi><hi rend="CharOverride-1">Archivio elettronico del lessico paleoslavo 1. Istituto di Filologia slava, Università di Padova, 1974. </hi><hi rend="italic">Slovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 25-26: 428-31.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Warchoł, Stefan. 1974. rec. </hi><hi rend="italic">Sprawy polskie i ogólnometodologiczne w podręczniku N. Radovicha Profilo di linguistica slava, I. Gram[m]atica comparativa delle lingue slave, II. Cartine, III Testi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Ed. Cymba, Napoli 1969. </hi><hi rend="italic">Poradnik jęzikowy</hi><hi rend="CharOverride-1"> 9: 496-98. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Desidero qui esprimere i miei ringraziamenti alle colleghe Loredana Serafini Stary (per avermi fornito preziose notizie ‘di prima mano’ sull’ambiente scientifico dell’Istituto Orientale di Napoli negli anni qui trattati) e Maristella Agosti per aver condiviso con me le sue conoscenze </hi><hi rend="CharOverride-1">sui primi anni di vita dell’informatica umanistica a Padova e non solo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lo sottolinea anche la recensione entusiasta uscita qualche anno dopo in </hi><hi rend="italic">Poradnik jęzikowy</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Warchoł 1974).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Qui, nel colophon, troviamo la dicitura «Esemplare fuori commercio riservato agli studenti dell’Istituto di Filologia Slava dell’Istituto Orientale di Napoli e dell’Istituto di Filologia Slava della Facoltà di Lettere di Roma». La stessa dicitura è riportata alla fine della grammatica di cui si parla subito sotto. È un particolare importante per la ricostruzione della storia della slavistica italiana, in quanto testimonia di un periodo in cui Nullo Minissi e Riccardo Picchio progettavano una collaborazione tra Napoli e Roma che prevedeva anche forme di complementarità tra le due biblioteche nonché la coproduzione – e l’utilizzazione nelle due sedi – di nuovi, aggiornati, sussidi didattici.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Va ricordato che la pubblicazione inaugura la collana di manuali e testi “Enchiridion”, fondata e diretta da Nullo Minissi in quegli anni a Napoli. Anche le due pubblicazioni successive, sulla “Vita Constantini” e sul “Protovangelo di Giacomo”, costituiscono, rispettivamente, il primo e il secondo numero di un’altra collana, la “Biblioteca Enrico Damiani”, pure fondata e diretta allora da Nullo Minissi. Questo conferma quanto detto più sopra sulla stima di cui Radovich godette presso l’Istituto napoletano diretto e animato da Minissi mostrando anche, al contempo, il ruolo fondamentale da lui avuto in quell’ambiente.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A questa microfilmoteca Radovich accenna esplicitamente in uno studio successivo, di cui si parlerà più sotto: </hi><hi rend="italic">La codificazione del Canon missae in quattro manoscritti glagolitici </hi><hi rend="CharOverride-1">(Radovich 1974, 9)</hi><hi rend="italic">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Molti di questi microfilm, probabilmente delle copie di quelli napoletani, sono giunti a Padova e sono ancora conservati presso la Biblioteca del Polo Umanistico di Via Beato Pellegrino, in cui è confluita l’ex biblioteca di Filologia slava, accompagnati da un preciso elenco stilato da Radovich stesso. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Zampolli, che si era laureato a Padova nel 1960 con Carlo Tagliavini con una tesi dal titolo </hi><hi rend="italic">Studi di statistica linguistica eseguiti con impianti IBM</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ricerca che nasceva nel solco delle ricerche pioneristiche di padre Roberto Busa) teneva in quegli anni a Pisa, in qualità di professore ordinario, il primo insegnamento di Linguistica computazionale in Italia (Agosti 2022, 458-62). Importante ricordare qui che la collaborazione tra Zampolli e la scuola linguistica padovana diede importanti frutti anche negli anni successivi. Si pensi in particolare al </hi><hi rend="italic">Lessico di frequenza della lingua italiana contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di U. Bortolini, C. Tagliavini e A. Zampolli, uscito a Milano nel 1971, opera che pure, come vedremo presto, entrerà in quel dialogo collaborativo tra Napoli, Pisa e Padova, di cui, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, Radovich è stato una delle voci</hi><hi rend="CharOverride-1"> protagoniste.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-001-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche questo punto di partenza può essere visto come l’ennesimo segno dell’influsso di Minissi sulla ricerca del giovane Radovich. Basti pensare al volume </hi><hi rend="italic">La trascrizione e la traslitterazione (La scrittura fonetica e i suoi presupposti articolatori. La traslitterazione e le sue convenzioni fisse)</hi><hi rend="CharOverride-3"> che Minissi pubblicò </hi><hi rend="CharOverride-1">appena nel 1973, ma che rappresenta il punto d’arrivo di ricerche portate avanti e dibattute presso l’I.U.O. già in anni precedenti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08859_xml_16_113-132.html#footnote-000-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ricordiamo qui anche che Mario Capaldo menziona l’AELP nel primo numero della rivista </hi><hi rend="italic">Polata knigopisnaja</hi><hi rend="CharOverride-1">, all’interno del suo articolo </hi><hi rend="italic">Les manuscrits slaves et leur étude en Italie</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Capaldo 1978). </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Rosanna Benacchio, University of Padua, IT, <ref target="https://www.fupress.com">rosanna.benacchio@unipd.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-6940-9344</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Rosanna Benacchio, <hi rend="italic">La filologia di Natalino Radovich,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0.10</ref>, in Rosanna Benacchio (edited by), <hi rend="italic">Cento anni di slavistica a Padova. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume I</hi>, pp. -21, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0475-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0475-0</ref></p><p><graphic url="OP08859_xml_16_113-132-web-resources/image/Benacchio_Radovich_Immagine_1a_MOD.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Immagine 1 (a) – Documento del 24 agosto 1992 in cui Natalino Radovich relaziona su un suo soggiorno di studio in Palestina. </hi><hi rend="italic">Archivio generale dell’Università degli Studi di Padova (AGAPD), Archivio del personale docente, busta 234 «Radovich Natalino».</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Immagine 1 (b).</hi></p><p rend="caption_figure" ><hi rend="CharOverride-1">Immagine 1 (c).</hi></p><p><graphic url="OP08859_xml_16_113-132-web-resources/image/Benacchio_Radovich_Immagine_1b_MOD.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p><graphic url="OP08859_xml_16_113-132-web-resources/image/Benacchio_Radovich_Immagine_1c_MOD.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p></div></div>
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
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