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        <title type="main" level="a">La filologia slava in Italia: un trentennio di studi (1991-2021)</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-0770-2895" type="ORCID">
            <forename>Cristiano</forename>
            <surname>Diddi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.03</idno>
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        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of Slavic philology</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021; Slavic philology</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.03<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.03" /></p>
      <div><head>La filologia slava in Italia: un trentennio di studi (1991-2021)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Cristiano Diddi</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sullo statuto tutt’altro che definito e rigido della filologia slava e sul suo carattere pluridisciplinare non occorre insistere più di tanto a premessa di una rassegna degli studi: la questione è nota e il lettore troverà un sintetico quadro d’insieme nel bilancio storiografico presentato da Giuseppe Dell’Agata al primo Congresso degli slavisti italiani (Dell’Agata 1994). Da quelle pagine, riferite al periodo 1940-1990 ma attuali ancora oggi, emerge un’accezione di filologia che lungi dall’esaurirsi nello studio di manoscritti e testi si estende a una varietà di discipline comprendenti la linguistica storica e comparata, l’antropologia culturale, la storia delle letterature e delle culture slave, e molto altro ancora, tanto da ricordare la definizione di filologia slava proposta ancora all’inizio del secolo scorso da Vatroslav Jagić nella sua </hi><hi rend="italic">Istorija slavjanskoj filologii</hi><hi rend="CharOverride-1"> (S.-Peterburg 1910). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La varietà degli ambiti di ricerca risulta poi ulteriormente complicata da due ben noti e tra loro concorrenti paradigmi interpretativi del mondo slavo, da sempre oscillanti tra un modello sintetico-unitario, teso a esaltare le comuni radici etno-linguistiche e i rapporti di reciprocità interslavi, e le filologie nazionali, non incompatibili con lo schema unitario e però improntate a visioni che rimarcano piuttosto i tratti distintivi le singole tradizioni, senza troppo riguardo neppure per le letterature e culture premoderne, che oggi come ieri sono spesso fatte oggetto di anacronistiche appropriazioni in senso ‘nazionale’, in base a presupposti di continuità storica e culturale a dir poco opinabili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-034">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questi due paradigmi, radicati nella cultura romantica e variamente sostenuti dal volontarismo ideologico degli studiosi, hanno come noto innervato gli studi filologici per tutto l’Otto e il Novecento. E se nei paesi slavi hanno ispirato o sostenuto slavismi di vario conio, o in alternativa progetti nazionali tra loro in competizione, la loro influenza non ha mancato di riflettersi anche nella slavistica italiana, dove specie per l’età medievale testi e fenomeni culturali di area polacca, croata o slavo-orientale sono stati sì trattati nella dimensione locale, ma per lo più presupponendo uno sfondo unitario, o quanto meno una longeva rete di relazioni interslave quale premessa di sviluppo delle singole tradizioni regionali. Al perdurare di questa cornice concettuale insieme unitaria e plurale, sulla cui vitalità parla chiaro lo stesso bilancio di Dell’Agata (non a caso intitolato </hi><hi rend="italic">Filologia slava e slavistica</hi><hi rend="CharOverride-1">), ha contribuito fino a tempi recenti soprattutto l’impronta di due maestri come Riccardo Picchio e Sante Graciotti, custodi coerenti di un’idea di filologia integrale e di forte impianto comparativo che da Giovanni Maver, allievo della scuola viennese e loro maestro, attraversa tutto il secondo Novecento per approdare nelle linee fondamentali al XXI secolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È lecito però domandarsi se e quanto i profondi mutamenti di questi ultimi trent’anni abbiano inciso sul modo di intendere il mondo slavo come un corpo unitario, specie negli studiosi delle generazioni più giovani, formati o comunque operanti in un contesto storico e culturale molto diverso da quello dei più anziani maestri; e di riflesso se e quanto questi cambiamenti abbiano determinato un’evoluzione della disciplina e degli obiettivi di ricerca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In effetti la disaggregazione (e disgregazione) politica che ha terremotato l’ordine dell’Europa centro-orientale dopo l’Ottantanove ha rimesso in moto processi responsabili di una ridefinizione del paradigma unitario. Nel travagliato riassetto di equilibri delle società post-socialiste, alle prese con tensioni identitarie, nazionalismi, globalizzazione, il comune patrimonio etno-culturale e linguistico e l’assunto di una perdurante reciprocità interslava sono risultati non più sufficienti. A essere messa in discussione è stata la nozione stessa di </hi><hi rend="italic">Slavia</hi><hi rend="CharOverride-1"> ereditata dalla filologia ottocentesca, nozione che non perse di attualità neppure nell’Europa bipartita post-Jalta, complice l’omologazione ideologico-culturale nelle democrazie popolari, che a lungo favorì l’illusione, anche in campo occidentale, di un mondo unitario dietro la ‘cortina di ferro’. Oggi la Slavia come aggregato culturale, per non dire politico, non esiste semplicemente più e al massimo sopravvive nella ricostruzione linguistica o per alcuni tratti di lungo periodo riferiti soprattutto all’età premoderna. Nel complesso i paesi slavi e le loro opinioni pubbliche sono più spesso in contrasto tra loro e anche quando va bene i sentimenti di affinità non si fondano più sulla percezione di una comune eredità genetica, ma su categorie radicate nella contemporaneità e polarizzate in coppie antitetiche come democrazia / autocrazia, europeismo / sovranismo, atlantismo / antiatlantismo, russofilia / russofobia, e via dicendo. In altre parole, sono entrati in crisi i presupposti che facevano da sfondo alla filologia slava classica e a lungo resero possibile un discorso unitario sugli slavi. Tale situazione si riflette fatalmente nel campo degli studi, e in specie nei paesi slavi, dove dopo l’Ottantanove non di rado la filologia si è prestata a fornire supporto autorevole – ancorché non sempre commendevole – al recupero di una memoria ‘nazionale’ e alla elaborazione di nuovi canoni e nuovi progetti di </hi><hi rend="italic">nation building</hi><hi rend="CharOverride-1">, in un contesto peraltro influenzato da prospettive d’indagine provenienti anche da altri ambiti della ricerca (dai </hi><hi rend="italic">postcolonial studies</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai </hi><hi rend="italic">minority studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, ecc.).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli epocali smottamenti evocati si inquadrano del resto in un quadro di crisi più profonda, che nella post-modernità investe non solo gli studi slavi, ma tutte le discipline storico-filologiche e umanistiche. La progressiva perdita di senso della storia, insieme all’imporsi delle nuove tecnologie e di nuovi paradigmi culturali (rivoluzione digitale e pervasività del world wide web, proliferazione dei dati, strutturarsi delle conoscenze non più su base gerarchica e lineare ma orizzontale e reticolare, approdo al post-umanesimo e a un sempre più problematico rapporto uomo-macchina), apre a scenari epistemici fin qui inediti, con inevitabili ricadute anche su metodi e obiettivi della ricerca filologica, che pure dalla svolta informatica ha tratto indubbi benefici. Nell’epoca della post-verità e delle </hi><hi rend="italic">fake news</hi><hi rend="CharOverride-1"> è peraltro sempre più arduo distinguere il vero dal falso, tanto che l’accertamento dei fatti finisce spesso per cedere il passo alle opinioni, mentre la storia si fa narrazione </hi><hi rend="italic">prêt-à-porter</hi><hi rend="CharOverride-1"> grazie a diffuse tendenze relativistiche che, come vedremo, si insinuano fin nella prassi filologica. Proprio quando più necessaria la filologia in quanto scienza del dubbio e della verifica fattuale pare insomma divenire vieppiù marginale nel discorso pubblico, sostituita dalla sociologia, dai sondaggi d’opinione e da manipolazioni sempre più sofisticate (selezione tendenziosa e falsificazione delle fonti, riscrittura faziosa della storia: vd. le operazioni culturali che accompagnano i conflitti nei Balcani e in Ucraina), per non parlare delle nuove tecnologie, capaci di sovvertire la realtà in modi finora impensabili (vd. l’Intelligenza artificiale) e tali da porre interrogativi che vanno ben oltre i problemi specifici della ricerca filologica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente non è questa la sede per dibattere su questioni di tale portata, le cui cause lontane andranno comunque rintracciate non tanto nelle derive dell’ultimo trentennio, quanto nelle trasformazioni profonde che sono all’origine della modernità e che alimentano non da oggi la riflessione sul rapporto tra filologia e tempo presente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-033">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Torneremo brevemente su questo in chiusura per lasciare adesso spazio al bilancio degli studi, che comprensibilmente non potrà che essere molto schematico e parziale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già a un primo sguardo, l’ultimo trentennio ha visto gli studi slavi uniformarsi a una più generale tendenza alla specializzazione che ha portato, se non altro, a una più rigorosa definizione dell’oggetto d’indagine: contestualmente a una più marcata delimitazione della ricerca per segmenti cronologici o per aree geo-culturali, si ha il consolidarsi di filoni di studio sempre più autonomi e sorretti da un bagaglio di competenze che prevedono un lungo apprendistato, tanto che pare ormai tramontato il profilo del filologo factotum, capace di spaziare in ogni ambito della slavistica. Resiste tuttavia, forse più che negli studi romanzi e germanici, una figura di specialista che, in parallelo o anche in alternativa alla filologia testuale e allo studio delle letterature medievali, coltiva discipline come la linguistica slava, la storia del pensiero linguistico, la comparatistica letteraria, la storia culturale, la storia delle traduzioni, fino alla storia stessa della disciplina. Principali corifei di questa apertura disciplinare restano i già citati Picchio e Graciotti, che ancora in alcuni contributi tardi – una sorta di testamento scientifico e ideale – ribadiscono il proprio modo di intendere la filologia come ricerca integrale sul mondo slavo proiettandone al tempo stesso le possibili linee di sviluppo nel futuro (Picchio 2008, Graciotti 2008ab)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-032">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio in ragione di questa nozione larga della disciplina, e pur focalizzando sui suoi ambiti più peculiari – linguistica storica, critica delle fonti, ecdotica, esegesi testuale –, non rinunceremo ad accennare a filoni di studio più o meno contigui, in ciò indotti pure dal fatto che molti dei titolari dell’insegnamento di Filologia slava nelle nostre università (tra cui diversi studiosi stranieri, ai quali va riconosciuto il merito di aver contribuito all’apertura internazionale del settore) hanno continuato a muoversi all’interno di una cornice tematica e metodologica quanto mai ampia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-031">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da ultimo è appena il caso di osservare che limiti di spazio e necessità di una visione d’insieme imporranno di sacrificare la completezza bibliografica e un esame critico più stringente dei lavori citati.</hi></p><div><head><hi>1. Il codice genetico: etnologia, linguistica storica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La filologia slava in Italia si caratterizza fin da principio per un approccio in cui oggetto prevalente della ricerca non è l’ecdotica e l’analisi linguistica e storico-letteraria dei testi medievali, come accade per altre filologie moderne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-030">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ad essere praticata, peraltro da poche figure di spicco, è piuttosto una filologia delle origini incentrata sul patrimonio etnografico e linguistico della fase slavo-comune e sulle sue vestigia nelle tradizioni slave di epoca storica. Il cultore più eminente di questo indirizzo è uno dei discepoli diretti di Maver, Evel Gasparini (1900-1982), che con il suo </hi><hi rend="italic">Matriarcato slavo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Firenze 1973, 2010</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">) ha dato una delle sintesi più profonde e complete del Novecento sull’antropologia culturale dei protoslavi, degna di figurare accanto alle capitali monografie di Lubor Niederle e Kazimierz Moszyński</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-029">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A lui può accostarsi forse solo la poliedrica figura di Bruno Meriggi (1927-1970), anch’egli autore di contributi notevoli sulla religione e la mitologia degli antichi slavi, tutti orientati a una ricostruzione culturale complessiva e indagati per lo più in chiave linguistico-etimologica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-028">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per motivi diversi, né Gasparini né Meriggi hanno lasciato dietro di sé una scuola e ciò spiega perché dopo di loro questo tipo di ricerche non ha avuto un seguito significativo in Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-027">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. E infatti, sotto il profilo della ricostruzione etno-culturale gli ultimi decenni hanno visto l’opera isolata e purtroppo breve di un solo studioso, non a caso formatosi lontano dall’Italia, e cioè Nikolaj Michajlov, filologo e slovenista di vaglia (sua un’eccellente edizione di documenti letterari sloveni di età premoderna: Michajlov 1998), ma anche ottimo conoscitore di antichità balto-slave e autore tra gli anni Novanta e i Duemila di studi pregevoli sulla mitologia e la religione degli antichi slavi (Michajlov 1995, 2002)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-026">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella linea etnologica può in parte inquadrarsi anche l’opera solitaria di Remo Faccani, fin dai primi anni Ottanta dedito a un puntuale commento dell’antica corrispondenza di area novgorodiana su corteccia, da lui valorizzata non solo nella dimensione linguistica, con particolare riguardo all’aspetto pragmatico e all’interazione tra oralità e scrittura, ma appunto etno-culturale, secondo un approccio che richiama apertamente la lezione di Gasparini (cfr. Faccani 1995/2017)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-025">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche per quanto riguarda la linguistica protoslava, che pure in passato aveva fruttato lavori promettenti come i </hi><hi rend="italic">Lineamenti di fonologia slava</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Aldo Cantarini (Brescia 1979), la produzione degli ultimi decenni si presenta tutt’altro che rigogliosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-024">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Di assoluto rilievo per dottrina, rigore e continuità temporale è l’opera di Mario Enrietti, autorevole esponente di una linguistica storica e areale che fa capo alla scuola di indoeuropeisti come Vittore Pisani e Giuliano Bonfante (e prima ancora al magistero bartoliano): di questa impronta testimoniano i sondaggi sui contatti e l’evoluzione linguistica protoslava, per cui si vedano i numerosi lavori sulle isoglosse lessicali e sul vocalismo slavo in rapporto a iranico, baltico, germanico e proto-romeno, o ancora l’adesione dello studioso alla tesi, tuttora controversa, della glottogenesi slava da un ramo periferico del baltico, perciò definito appunto «slavo baltoide» (Enrietti 1993/2019a). Di notevole rilevanza in queste ricerche è inoltre lo studio del paleoslavo in quanto riflesso del tardo slavo comune e l’analisi di alcuni suoi tratti fonetici in ottica dialettologica, una prospettiva che gli stessi filologi farebbero bene a tenere presente nell’indagare la lingua e nel localizzare i codici paleoslavi (vd. la varia distribuzione dialettale dell’epentesi di /l’/, o la qualità timbrica delle nasali pure/impure, quale emerge nei manoscritti databili entro l’XI secolo: Enrietti 2006, 2009b). Ciò detto, l’opera di Enrietti rimane sostanzialmente isolata nel panorama della linguistica protoslava dell’ultimo trentennio e fatto salvo qualche altro contributo (Caldarelli 2008/2018) questo filone non ha prodotto studi sistematici, né continuatori tra le nuove generazioni, senza dubbio più orientate verso la linguistica sincronica (descrittiva, contrastiva, sociolinguistica, sperimentale-applicativa). Appaiono nondimeno rilevanti ancora alcuni studi di taglio linguistico, tra cui quelli di Rosanna Benacchio, che a più riprese ha trattato il contatto slavo-romanzo e la dialettologia senza trascurare la dimensione diacronica che è propria della filologia (vd. le ricerche sullo slavo-molisano, sul resiano e su altre parlate slovene di area friulana: Benacchio 2002, 2012). A una linguistica concepita in prospettiva storica e di contatto si riferiscono infine alcuni sporadici contributi di Andrea Trovesi, cui si deve tra l’altro una delle rarissime pubblicazioni in italiano, sia pure di taglio informativo, sulla storia linguistica e culturale dei serbo-lusaziani (Trovesi 2007).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Poco rappresentato risulta infine un altro filone, che in passato ha avuto tra i suoi cultori ancora Meriggi: quello che in testi relativamente tardi, di tradizione folclorica ma anche dotta slavo-ecclesiastica, indaga singoli aspetti formali o isolati relitti lessicali eventualmente risalenti a età più antiche (Raffo 1996, Diddi 2011, 2013)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-023">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Alla cosiddetta Slavia antica e alto-medievale (entro il VI-VII secolo) si riferisce da ultimo un eccellente quanto problematico contributo di sintesi che investe non tanto la prospettiva linguistica quanto quella storico-culturale del mondo slavo nei suoi tuttora controversi processi etnogenetici e nei contatti con le civiltà antiche, ovvero con il mondo iranico a oriente, l’area mediterranea greco-latina a sud e il blocco germanico nell’Europa continentale (Capaldo 2006a).</hi></p></div><div><head><hi>2. Filologia testuale</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diversamente dalla filologia delle origini nell’ultimo trentennio si è assistito a un significativo incremento di studi sul medioevo e la civiltà letteraria slava, con un vivace sviluppo della filologia testuale. Centrale resta in questo ambito la cosiddetta filologia cirillo-metodiana, definizione convenzionale e unitaria di un campo d’indagine in verità molto articolato, nel quale vengono ricompresi diversi ambiti di ricerca rivolti alla produzione scrittoria e alla lingua slavo-ecclesiastica antica e media (storia della tradizione manoscritta, analisi paleografica, ecdotica e esegesi testuale, tecniche di edizione, analisi e storia della lingua, e via dicendo).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come già accennato, l’approccio squisitamente critico-testuale si afferma negli studi slavi in Italia con una certa lentezza. Fatta eccezione per alcune prove di Carlo Verdiani risalenti agli anni Cinquanta, i primi integralmente dediti a una filologia del testo medievale sono, fra gli anni Sessanta e i Settanta, Natalino Radovich e soprattutto Angiolo Danti, entrambi figure di primo piano che in maniera diversa hanno fatto scuola con i propri studi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-022">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nei due decenni successivi una spinta decisiva alla filologia testuale è stata impressa da Mario Capaldo, il quale insieme a Radovich è pure tra i pochi a tentare in quel periodo un’applicazione della nascente scienza informatica agli studi filologici: Radovich con le sue analisi della lingua e dei testi paleoslavi su base statistica; Capaldo con il progetto di archivi digitali per la catalogazione e lo studio dei codici slavi giacenti nei fondi bibliotecari dell’Europa occidentale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-021">14</ref></hi></hi><hi rend="notes_number CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Infine a partire dagli anni Novanta si assiste a una fioritura di studi critico-testuali che vede impegnato un discreto numero di filologi attivi nel nostro paese, i quali a vario titolo si cimentano nell’analisi ecdotica e linguistica, in alcuni casi in funzione di edizioni critiche o commentate di opere di tradizione slavo-ecclesiastica e non solo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le edizioni apparse nel periodo in esame si segnalano quelle di alcuni importanti testi tradotti dal greco entro il X-XI secolo, come </hi><hi rend="italic">Egipetskij paterik</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Rimskij paterik</hi><hi rend="CharOverride-1">, rispettivamente versioni di un’antologia di testi ascetico-devozionali sul monachesimo orientale (tra cui la </hi><hi rend="italic">Historia monachorum in Aegypto</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">Historia Lausiaca</hi><hi rend="CharOverride-1">) e dei </hi><hi rend="italic">Dialogorum libri IV</hi><hi rend="CharOverride-1"> di papa Gregorio Magno (Caldarelli 1996, Diddi 2001), edizioni entrambe riconducibili a un filone di studi sui </hi><hi rend="italic">paterika</hi><hi rend="CharOverride-1"> slavi di traduzione che ha avuto una particolare fioritura nella slavistica internazionale degli anni Settanta-Ottanta e, almeno in Italia, un precedente nello studio di M. Capaldo sull’</hi><hi rend="italic">Azbučno-Ierusalimskij paterik</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1975). Fra i testi di età antico-bulgara va segnalato pure l’ambizioso progetto di edizione, dopo quella ottocentesca di A.S. Budilovič, delle </hi><hi rend="italic">Orazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gregorio di Nazianzo, accompagnato da una serie di validi contributi linguistico-filologici che hanno portato a un significativo progresso nelle conoscenze di questo corpus testuale in area slava antica (Bruni 2004, 2010, 2021a). Riferito al periodo paleoslavo è infine il progetto di edizione critica dell’opera-cardine di tutta la filologia cirillo-metodiana, la </hi><hi rend="italic">Vita estesa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Costantino-Cirillo, che in poco meno di un decennio, nella serie dei </hi><hi rend="italic">Materiali e ricerche per l’edizione di VC</hi><hi rend="CharOverride-1"> usciti su </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, ha dato alla luce cinque edizioni critiche secondo i principali raggruppamenti della tradizione manoscritta (Capaldo 2005, Diddi 2004-2013). A margine delle indagini sulla tradizione testuale di questa fonte è inoltre cresciuto un vivace dibattito che negli anni ha coinvolto diversi specialisti (Capaldo 1992a, 1993, 1996, Picchio 1993; Ziffer 1992/2013a, Diddi 2012b/2019). La discussione, che per molti aspetti assume un valore paradigmatico su metodologie e obiettivi della filologia cirillo-metodiana, ha tra l’altro confermato la posizione di rilievo della slavistica italiana nel contesto internazionale, posizione certo imputabile a un interesse per l’argomento che parte da lontano e fa data almeno dagli anni Sessanta, considerando i lavori di Picchio sulla composizione delle </hi><hi rend="italic">Vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cirillo e Metodio e di Ivan Dujčev su aspetti più generali relativi alla questione della lingua e alla civiltà scrittoria slavo-ecclesiastica, per non parlare dei contributi sulle </hi><hi rend="italic">Vite</hi><hi rend="CharOverride-1"> paleoslave a firma di N. Radovich, A. Danti, M. Capaldo, K. Stančev, A. Naumow. A margine di questa attività editoriale è infine degna di nota la partecipazione di slavisti italiani a progetti internazionali, tra i quali spicca la pubblicazione dei menei liturgici coordinata da Hans Rothe per la serie “Patristica Slavica” (cfr. Tomelleri 2006-2011, 2015).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul testo biblico in area slavo-ecclesiastica si è poi consolidato tutto un filone di ricerca incentrato su una varietà di questioni. Al Vangelo paleoslavo e a versioni di singoli libri veterotestamentari sono dedicati lavori che spaziano dalla storia degli studi (Garzaniti 2001) a problemi di carattere linguistico e testuale (Alberti 2016/2018, Alberti e Garzaniti 2017, Bruni 2019, 2021b, Garzaniti 2006, 2013a), con aperture in ottica comparata anche ad altre tradizioni dell’Oriente cristiano, come quella georgiana (Bruni)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-020">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Contributi di vario tenore si registrano inoltre sulla tradizione apocrifa di Antico e Nuovo Testamento, che pure non era sfuggita agli slavisti del periodo precedente (vd. Radovich sul Protoevangelo di Giacomo): tra i lavori più rilevanti va ricordata l’edizione della </hi><hi rend="italic">Visio Isaiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> e degli </hi><hi rend="italic">Acta fabulosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> di s. Pietro in versione slavo-ecclesiastica (Kossova 1995, Capaldo 2002; sugli </hi><hi rend="italic">Acta Petri</hi><hi rend="CharOverride-1"> vd. pure Toscano 2001, 2003), la versione italiana di </hi><hi rend="italic">Apocalisse di Abramo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Scala di Giacobbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Enrietti 1999) e infine alcuni sondaggi sulla tradizione e la lingua del </hi><hi rend="italic">Vangelo di Nicodemo</hi><hi rend="CharOverride-1">, versione che secondo un’ipotesi suggestiva ma tuttora aperta si vorrebbe originata in una non meglio precisata area di contatto slavo-germanica (Ziffer 2006, 2010). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda la tradizione più squisitamente liturgica va segnalato invece un significativo incremento di studi sull’innografia, genere oggi considerato centrale nel sistema slavo-ecclesiastico (anche per l’influenza sulla composizione di vari generi letterari) dopo essere stato a lungo negletto dagli specialisti, soprattutto a causa dei pregiudizi di epoca sovietica verso questo tipo di letteratura religiosa (cfr. Stančev e Jovčeva 2003, Velkovska 2006, Tomelleri 2015 e 2016a, Živova 2021). In questo ambito, sebbene relativa a una tradizione manoscritta più tarda e ormai in volgare, di grande momento è pure l’edizione del Messale croato-raguseo (Neofiti 55) della Biblioteca Apostolica Vaticana, condotta a termine dopo oltre mezzo secolo di gestazione da Sante Graciotti (Giannelli e Graciotti 2003)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-019">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, studioso cui pure si devono raffinate analisi testuali di tradizione polacca e croata quali il </hi><hi rend="italic">Lament Swiętokrzyski</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i frammenti glagolitici di Monteprandone (Graciotti 1991, 1995)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-018">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sempre relativamente al filone liturgico, ed eccentrica rispetto al resto, si segnala infine la riproposizione dei versetti slavi del </hi><hi rend="italic">Prolog Stišnoj</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Sinassario versificato, XIV sec.) tradotti a corredo dei distici e monostici greci di Cristoforo di Mitilene, con uno studio comparato greco-slavo affatto preliminare sulla tecnica di traduzione (Cresci, Skomorochova 1999).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sullo sfondo di queste ricerche, incentrate su opere tradotte e tramandate – come gran parte della produzione medievale – in forma anonima, non mancano contributi su singoli autori del periodo bulgaro antico: sul monaco Hrabăr, il cui trattato </hi><hi rend="italic">Sulle lettere</hi><hi rend="CharOverride-1"> è preso in esame in rapporto alle sottostanti fonti greche e alla datazione dell’alfabeto slavo (Ziffer 1993 e 1995, Lomagistro 2002), sull’omiletica di Giovanni l’Esarca (Capaldo 1995, che prosegue studi del decennio precedente), su Costantino di Preslav e il suo </hi><hi rend="italic">Vangelo didattico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Gallucci 2001), e infine su Clemente di Ocrida (Tomelleri 2016b, Diddi 2017, Stančev 2018), autore cui è pure dedicato un volume speciale (Stančev, Calusio 2017). Contributi di taglio critico-testuale si rivolgono inoltre a testi di area slavo-orientale (vd. Ziffer 2011b, 2013b su </hi><hi rend="italic">Slovo o zakone i blagodati</hi><hi rend="CharOverride-1">), non necessariamente di tradizione chiesastica, come nel caso di </hi><hi rend="italic">Slovo o polku Igoreve</hi><hi rend="CharOverride-1">, sul cui progetto di edizione critica, annunciata a suo tempo con Angiolo Danti e mai realizzata, è ritornato in anni non lontani Riccardo Picchio (Picchio e Goldblatt 1995, 2008). Altri lavori si orientano sulla ricezione del filone latino nella Rus’ di età più tarda, focalizzando in particolare su versioni e adattamenti di testi grammaticali e del pensiero linguistico fra Quattro e Cinquecento (Tomelleri) o su singole figure di autori e traduttori, come Dmitrij Gerasimov e Maksim Grek (Tomelleri 2017ab, Garzaniti 2019, Romoli 2019). Una menzione a parte meritano infine alcune imprese lessicografiche risultanti da ricerche più ampie sull’idea della </hi><hi rend="italic">translatio imperii</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della ‘Terza Roma’</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-017">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, tra cui i repertori sulla terminologia politico-giuridica moscovita del XVI secolo e sul lessico di </hi><hi rend="italic">Stoglav</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Giraudo e Maniscalco Basile 1994, Maniscalco Basile et al. 2015).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se l’indagine filologica si risolve, nella sua </hi><hi rend="italic">facies</hi><hi rend="CharOverride-1"> più tecnica, nell’ecdotica e nell’edizione dei testi, meno frequentata rimane la cosiddetta filologia materiale, che prende a oggetto d’indagine i vari aspetti concernenti la pratica scrittoria e il manoscritto in quanto tale. Anche in questo ambito non mancano tuttavia studiosi con competenze di paleografia e codicologia, dediti ora a un’esplorazione sistematica di fondi archivistici (Stančev e Džurova 1997, Stančev 2010, Ferraccioli 1995, 2017; Naumow et al. 2004a), ora alla disamina di singole tradizioni manoscritte (Scarpa 2012, Bruni 2016) e a questioni di storia degli alfabeti (Lomagistro 2003, 2020), ora infine alla cultura scrittoria di periodi e singole aree culturali: a quest’ultimo proposito corre obbligo segnalare l’esemplare saggio di Maria Di Salvo rivolto alla storia della punteggiatura nelle tradizioni slave di età premoderna, un tema tuttora inesplorato, non solo in Italia, e in attesa di trovare degna collocazione negli studi filologici (Di Salvo 2008)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-016">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto attiene invece all’aspetto più metodologico della critica testuale, l’impronta di scuola neolachmanniana ha preservato la filologia slava italiana dalle derive decostruzioniste della </hi><hi rend="italic">new philology</hi><hi rend="CharOverride-1">, diversamente da quanto accaduto in area anglosassone e francese, dove in diverse filologie moderne questa tendenza, tra uso disinvolto delle varianti e regressione di fatto alle edizioni diplomatiche (l’uno e l’altra conseguenze di un bédierismo spinto agli eccessi), ha guadagnato non pochi adepti. La fedeltà a un’impostazione più tradizionale, sia pure aggiornata al dibattito odierno e in dialogo con approcci alternativi (ad es. la </hi><hi rend="italic">tekstologija</hi><hi rend="CharOverride-1"> russa), resta dunque prevalente: di ciò testimonia la discussione sulla tradizione manoscritta di </hi><hi rend="italic">VC</hi><hi rend="CharOverride-1"> evocata sopra così come su altre tradizioni testuali (Piacentini 2020), ma anche alcuni confronti di taglio più teorico (vd. l’ampia recensione di Capaldo [1992b] all’importante lavoro di R. Marti, </hi><hi rend="italic">Handschrift - Text -Textgruppe - Literatur</hi><hi rend="CharOverride-1">), e da ultimo l’interesse verso ambiti che trascendono ormai i confini della slavistica, come illustra la rinnovata versione italiana di un classico della stemmatica qual è la </hi><hi rend="italic">Textkritik</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Paul Maas (Ziffer 2017). Naturalmente, pure all’interno di un orizzonte metodologico a grandi linee condiviso, non mancano motivi di disaccordo. Basti pensare al vario atteggiamento di fronte al fenomeno della contaminazione, nozione che i maestri invitano a adoprare con prudenza ma che càpita di vedere talvolta intesa in modo alquanto estensivo, se non preconcetto, per spiegare i perturbamenti delle tradizioni manoscritte (il dibattito intorno a </hi><hi rend="italic">VC</hi><hi rend="CharOverride-1"> si rivela ancora una volta esemplare). E tra i nodi problematici si consideri pure un certo ricorso indiscriminato al concetto di ‘tradizione aperta’, basato su presupposti non sempre chiari e che di fatto all’idea di un testo definito e sufficientemente stabile (dunque passibile di restituzione mediante un rigoroso accertamento filologico) sostituisce quella di redazioni plurime, effetto di una prolungata rifusione di materiali testuali non meglio precisati: con il risultato di insinuare un allarmante ‘sospetto’ sull’integrità stessa delle singole opere (specie se tràdite in copie tarde), e di conseguenza il dubbio sulla possibilità di una loro datazione e contestualizzazione nel processo letterario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-015">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con poche eccezioni i nostri studi filologici, essenzialmente di ambito medievale, restano infine estranei alle questioni teorico-pratiche della filologia moderna. Affatto trascurabile è dunque la filologia dei testi a stampa, benché non manchino pubblicazioni dedicate a incunaboli e prime edizioni (vd. sopra) e studi sull’attività di singoli centri dell’arte tipografica (Graciotti 1992, Pelusi 2015, 2018), talvolta originati anche da convegni tematici (Bradaš et al. 2020). Sostanzialmente assente è pure la variantistica e la filologia d’autore, che in effetti si applica con maggior profitto ai testi della modernità, assai meno a quelli medievali, a basso gradiente di autorialità e sostanzialmente privi di copie autografe. Infine, neppure la filologia digitale (edizioni elettroniche, archivi, corpora), si può dire abbia finora ricevuto adeguato sviluppo in Italia, nonostante le premesse degli anni Settanta cui si accennava, e diversamente da quanto avviene nei paesi slavi e in alcune slavistiche occidentali, che vedono una crescita più robusta delle </hi><hi rend="italic">digital humanities</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-014">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. Esegesi, critica, comparatistica letteraria</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un ambito di pertinenza della filologia slava resta l’esegesi testuale, che se da un lato è complemento ineludibile di qualunque operazione ecdotica, dall’altro rappresenta lo strumento principe di ogni filologia rivolta allo studio delle letterature medievali. Il rapporto tra filologia e critica è notoriamente complesso, con intersezioni che collegano l’analisi del testo e delle sue forme compositive alla stilistica e alla traduttologia. Al centro dell’attenzione rimangono alcuni generi portanti del sistema letterario slavo-ecclesiastico: a dominare sono dunque gli studi su agiografia e omiletica, che risultano indagate in rapporto all’uso liturgico e devozionale, ma anche per il loro valore di fonti storiche e come indicatore dei rapporti culturali fra tradizioni locali, come illustra l’irradiazione transregionale di testi e culti (Stančev 1997, Naumow 2004c, Diddi 2006, Romoli 2009). Minore attenzione viene invece tuttora riservata alla critica stilistica, essenziale tra l’altro per l’attribuzione dei testi a uno specifico autore o tendenza di scuola, un fatto che si spiega con l’implicita svalutazione della qualità estetica di questo genere di letteratura, che invece fin dal periodo degli esordi offre prove di un uso già maturo e pienamente consapevole della strumentazione retorico-stilistica (come illustra ad es. l’elaborata prosa panegirica di Clemente di Ocrida e della sua cerchia)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-013">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Oggetto di interesse crescente rispetto al passato, anche sulla scia di studi internazionali di grande impatto a partire dagli anni Ottanta (vd. ad es. le ricerche di Georgi Popov in Bulgaria), è al contrario il genere innografico e le modalità del suo funzionamento nel sistema cultuale e letterario (Naumow 2004b, Stančev 2006). Parallelamente si registrano analisi e commenti a tutta una serie di testi riconducibili al genere erotapocritico, didattico, esegetico, odeporico, fino alla letteratura medica e astrologica (Toscano 1999, Garzaniti 2017, Lomagistro 2000, 2004, 2017).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra filologia e esegesi si muovono poi diverse indagini riferite a aspetti retorico-compositivi in area slavo-ecclesiastica (uno sguardo d’insieme in Stančev 1995</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2012, Naumow 2004b). Un particolare filone di studi analizza la funzione delle citazioni bibliche nella tradizione agiografico-omiletica, e più specificamente in rapporto al corpus testuale che accompagna la liturgia (Garzaniti 2014, Romoli 2016, 2018), con ciò proseguendo nel solco di ricerche avviate già da R. Picchio sulle cosiddette ‘chiavi tematiche bibliche’ e ancor più da A. Naumow in un’importante monografia sul funzionamento della Bibbia nel sistema slavo-ecclesiastico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-012">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa minuziosa opera di specificazione rappresenta un momento di verifica senza dubbio opportuna rispetto alle suggestive proposte avanzate da Picchio e accettate peraltro non senza riserve</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-011">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. D’altro canto, la constatazione stessa della pervasiva presenza del testo biblico, fatto tutt’altro che sorprendente in una letteratura come quella slavo-ecclesiastica, non impedisce di affrontare oggi la questione in una cornice più ampia e problematica rispetto al passato. L’avere infatti a lungo trattato le citazioni bibliche come un artificio pressoché esclusivo del codice letterario slavo-ecclesiastico ha precluso la possibilità di considerare questo procedimento retorico nella prospettiva di una più diffusa poetica della citazione, che in effetti risulta nota a molte letterature classiche e medievali, dove largo è l’uso allusivo di testi-modello (‘arte allusiva’ la chiama appunto Giorgio Pasquali) all’interno di sempre mutevoli codici all’insegna dell’intertestualità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diversamente dalle citazioni bibliche, altre proposte interpretative pure in passato avanzate da Picchio, come l’isocolismo e altre presunte invarianti stilistiche o ‘isonorme’ del sistema slavo-ecclesiastico, sono passate nel frattempo alla periferia del dibattito. In questo ha certamente pesato l’esaurirsi del fervore strutturalista e l’insorgere di una certa stanchezza verso modelli interpretativi integrali, come pure alcune revisioni critiche, che rispetto a ipotesi di lavoro non sufficientemente verificate sui testi invitano alla cautela. Esemplare al riguardo è proprio il caso della presunta organizzazione isocolica dei testi in prosa slavi medievali, ipotesi suggestiva quanto audace che, pure al netto dei seri rilievi formali sollevati in passato (cfr. Capaldo 1990, con rimandi ad altre obiezioni di accentologi: U. Hinrichs, D. Birnbaum), sembra da inquadrarsi anch’essa in una più articolata rete di rapporti, se non altro tipologici, con la tradizione europea ancora tutta da esplorare: si pensi in proposito, per limitarsi a pochi esempi, alla distinzione suggerita da M. Gasparov tra ‘testo detto’ e ‘testo cantato’, o anche al </hi><hi rend="italic">cursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e al sistema delle clausole vigente in area greca e latina (su ciò si vedano alcune osservazioni preliminari in Garzonio 2012).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Analogamente non hanno avuto un seguito significativo neppure gli studi sulla ‘questione della lingua’, che pure si erano guadagnati una posizione preminente nel dibattito filologico degli anni Settanta-Ottanta, ancora su impulso di Picchio. A ritornare sul tema, a parte qualche eccezione (Lomagistro 1998), è stato non a caso uno dei protagonisti di quella stagione, Sante Graciotti, cui si deve un’ampia sintesi sulle dinamiche di sviluppo delle lingue letterarie nella Slavia medievale e protomoderna, frutto di una riflessione da lui condotta muovendo dalla genesi dei volgari in area croata e polacca (Graciotti 2006b)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-010">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A compensare in parte lo stallo delle ricerche sulla questione della lingua è la riflessione sul pensiero grammaticale, che in una forma più tecnica rispetto al passato ha prodotto talvolta edizioni e commenti di pregio (Tomelleri 2002, Bragone 2008). Sempre a questa linea possono ricondursi indagini di carattere lessicografico che trovano lontani modelli in alcuni pionieristici studi di Arturo Cronia: si ricordino in proposito i lavori, non per caso prodotti della scuola padovana, sui vocabolari di area dalmato-croata tra Cinque e Settecento, particolarmente apprezzabili poiché abbinati a progetti di digitalizzazione che rendono questi materiali fruibili a un largo pubblico sul web, com’è nel caso del noto </hi><hi rend="italic">Vocabolario di tre nobilissimi linguaggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Tanzlingher Zanotti (Benacchio e Steenwijk 2008, Steenwijk 2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A una filologia intesa come studio delle fonti sullo sfondo dei secolari processi di scambio fra diverse tradizioni culturali si ricollegano infine alcuni lavori di taglio comparatistico, che nel loro impianto tradiscono una lontana fonte di ispirazione nella filologia veselovskiana. In chiave di poetica storica viene indagato ad es. il ruolo della mediazione greco-bizantina nella migrazione di motivi e intrecci tra oriente a occidente, la c.d. </hi><hi rend="italic">leggenda cristiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Capaldo 1999), o anche i possibili punti di contatto tra saghe germaniche (</hi><hi rend="italic">Thidrekssaga</hi><hi rend="CharOverride-1">) epos bylinico e annalistica slavo-orientale (Diddi 2008, Capaldo 2014), passando per la ricezione di testi e motivi di ascendenza romanza nello spazio bielorusso (Graciotti 1993, 2015). Iscrivibili nella prospettiva comparatistica, ma sempre ancorati a un rigoroso metodo filologico, sono pure alcuni esemplari contributi di Marija Pljuchanova sulla tradizione del culto delle icone taumaturgiche della Madre di Dio, indagate alla luce dei correlati materiali leggendari e dei testi liturgici slavo-orientali, da cui emergono significative convergenze – per la mediazione atonita, costantinopolitana, gerosolimitana – fra le tradizioni del mondo ortodosso e cattolico (vd. ad es. i paralleli tra il culto delle icone nella Rus’ e in Italia, considerati nel contesto del ‘Rinascimento mariano’ del XIV secolo: Pljuchanova 2016). Si noterà che questo filone, ispirato come si è detto alla lezione di A.N. Veselovskij (la cui ricezione in Italia è stata ricostruita in una puntuale rassegna degli studi: Mazzanti 2013), non risponde solo al rinnovato interesse per il grande comparatista registrato in questi anni in Russia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-009">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma ha in Italia un genuino e precoce cultore in Graciotti: oltre a un suo saggio precedente, che tradisce già nel titolo il suo modello (</hi><hi rend="italic">Odin iz motivov legendy o Salomone i Kitovrase v mire greko-latinskoj klassičeskoj drevnosti</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1988), questo disegno è infatti sviluppato da alcuni suoi allievi in lavori sul </hi><hi rend="italic">Romanzo di Troia</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’</hi><hi rend="italic">Alessandreide</hi><hi rend="CharOverride-1"> serba, il </hi><hi rend="italic">Tristano bielorusso</hi><hi rend="CharOverride-1"> e le </hi><hi rend="italic">Facezie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di area polacca, come già ricordato da Dell’Agata (1994, 15).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella zona di confluenza tra filologia e critica si pone anche il filone traduttologico, rivolto in particolare alla storia e critica delle traduzioni. Fin dalle origini e per gran parte della fase premoderna quelle slave sono per lo più letterature di traduzione o adattamento di modelli stranieri, e ciò ha sollecitato innumerevoli indagini in ottica storico-culturale ma anche linguistico-filologica al fine di saggiare le influenze e il grado di integrazione del sistema letterario slavo all’interno di quello euro-mediterraneo. Abbiamo così ricerche di taglio teorico, volte a inquadrare le traduzioni su un piano macro-strutturale e in chiave di polisistema (Diddi 2013b), alternate ad analisi sulla tecnica traduttiva e sul rapporto con le fonti primarie, che sono per lo più greche ma anche latine, come illustrano le indagini su versioni slave anche di età più tarda, tra cui quella del </hi><hi rend="italic">Salterio commentato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bruno di Würzburg (Tomelleri 2004/2021), la </hi><hi rend="italic">Rozmowa Mistrza Polikarpa ze śmiercią</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra tradizione latina, polono-rutena e tedesca (Nosilia 2019), o la complessa vicenda della </hi><hi rend="italic">Historia trium regum</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Johannes da Hildesheim in area rutena (Piacentini 2021). Significativi in fatto di studi sulle traduzioni sono pure alcuni convegni incentrati sulla ricezione della patristica greco-latina (Pesenti e Stantchev 2010, Braschi e Di Salvo 2011, Diddi e Nosilia 2017).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molte ricerche confermano inoltre l’apporto che la traduttologia può dare alla critica del testo, anche sul piano metodologico: esulando dalla tradizione slavo-ecclesiastica e dalla medievistica in senso stretto, valga come unico esempio un recente saggio sull’</hi><hi rend="italic">Adone</hi><hi rend="CharOverride-1"> a firma di L. Marinelli, il quale avvalendosi della sua precedente esperienza editoriale del Marino in polacco incrocia utilmente l’analisi traduttologica con la critica testuale offrendo interessanti spunti di riflessione anche ai filologi medievisti (Marinelli 2021, 1993). Dopodiché, l’esercizio della traduzione vero e proprio e il corpo a corpo con le fonti rimane un momento integrante della critica del testo e una delle vie privilegiate, se non la via maestra, all’esegesi testuale. Da ricordare in proposito il caso delle versioni di </hi><hi rend="italic">Slovo o polku Igoreve</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Kronika turecka</hi><hi rend="CharOverride-1"> (o </hi><hi rend="italic">Pamiętniki janczara</hi><hi rend="CharOverride-1">) di A. Danti, uscite postume in anni non lontani, che sono parte essenziale dalle indagini filologiche dello studioso e indicatori preziosi del lavoro critico da lui lasciato purtroppo incompiuto (Danti 1996, 2001). Un altro caso di rilievo può considerarsi la versione italiana di </hi><hi rend="italic">Vita Constantini</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo uno dei rami della tradizione manoscritta (Capaldo 2005): versione che è anch’essa momento esegetico complementare a quello ecdotico, a conferma che qualunque versione di un testo, specialmente medievale, resta un’operazione con finalità tutt’al più divulgative se concepita al di fuori di un progetto d’indagine filologica integrale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-008">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>4. Filologia come storia culturale</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storia e l’interpretazione dei testi si alterna infine a sintesi complessive sui contesti, con l’obiettivo di definire le modalità di circolazione della produzione scrittoria sullo sfondo dei rapporti tra mondo slavo e aree culturali confinanti (greco-bizantina e latino-romanzo-germanica). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Diversi contributi vertono sui processi di acculturazione e sui contesti missionari (Naumow 2006, Garzaniti 2016), e ancora intorno alle due aree culturali della </hi><hi rend="italic">Slavia orthodoxa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Slavia romana</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">latina</hi><hi rend="CharOverride-1">, su cui ha continuato a svilupparsi una riflessione di vario tenore. Nel complesso il modello interpretativo delle due Slavie – su cui si segnalano due importanti interventi di Graciotti, contenenti tra l’altro precisazioni non trascurabili al modello dicotomico introdotto da Picchio (Graciotti 1999, 2006a; vd. pure Picchio 1998, Picchio e Goldblatt 2008a e da ultimo Garzaniti 2007, Ziffer 2014) – ha continuato a essere il punto di riferimento negli studi, anche se diversi aspetti specifici relativi a entrambe le aree e ai loro rapporti con i centri di cultura esterni attendono di essere approfonditi nello specifico della ricerca filologica, indipendentemente da criteri di partizione più spesso individuati su base confessionale o su assunti ideologici più o meno fondati sul piano storico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-007">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La stessa nozione di </hi><hi rend="italic">Slavia orthodoxa</hi><hi rend="CharOverride-1">, ad esempio, in qualunque senso la si voglia intendere, rientra in pieno nella vicenda storica, ecclesiastica, culturale, linguistica e artistico-letteraria dell’impero bizantino (che secondo l’ordine provvidenziale è uno, indivisibile e universale): un presupposto, questo, senza il quale qualunque tipo di periodizzazione o valutazione di merito rischia di non cogliere nel segno ed essere parziale, se non fuorviante. A tal proposito, e restando nello specifico della filologia, cioè la lingua, vale la pena di ricordare la tesi che, in modo eterodosso rispetto alla prevalente visione slavocentrica degli slavisti, qualifica lo stesso paleoslavo per quel che in effetti è, ovvero un «grecoslavo» (Enrietti 2018b, 2019b), data la marcata impronta greca su ogni aspetto di questa lingua libresca e artificiale (ordine sintattico, proliferazione di subordinate e costrutti participiali, calchi morfologici e semantici, prestiti lessicali), lingua non a torto definita anche «ein in slavische Morpheme travestiertes Griechisch» (A. Isačenko). E il discorso potrebbe naturalmente estendersi dal piano linguistico a quello istituzionale, giuridico, filosofico, artistico, letterario</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-006">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni studi, non sempre filologici in senso stretto, anzi più spesso di taglio storico-culturale, si concentrano su regioni più circoscritte e interne alle due Slavie cogliendone con esse continuità e differenze, come l’area croata e serba (Lomagistro 2009), la Bulgaria degli Asenidi (Alberti 2010), la Moscovia di Ivan Groznyj (Marcialis 2009) e ancora lo spazio ruteno-ucraino, che oltre a studiosi di lungo corso (S. Graciotti, G. Brogi, G. Giraudo) ha attratto in anni recenti nuovi cultori impegnati ad approfondire le specificità di questa fascia mediana tra occidente e oriente europeo, con il risultato di spostare fino alle soglie dell’età moderna il limite cronologico più tradizionale della filologia slava, cioè il medioevo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un cenno a parte si deve da ultimo riservare alla storia della filologia slava, un filone di studi praticato principalmente da filologi e che soprattutto negli ultimi decenni ha assunto a tutti gli effetti lo status di disciplina autonoma. Il lettore di questo volume può contare su una ricognizione </hi><hi rend="italic">ad hoc</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul tema, e ciò ci esime dal dover entrare in troppi dettagli. Fra i molti filologi che si sono cimentati in questo tipo di ricerche non si possono tacere tuttavia almeno i nomi di Sergio Bonazza e Giuseppe Dell’Agata, autori di una lunga serie di studi incentrati su figure di slavisti eminenti (da Križanić a Dobrovský, da Kopitar a Vostokov, da Miklošič a Jagić, a Trubeckoj) e su importanti aspetti di storia del pensiero linguistico e filologico, ancora oggi di grande attualità e sempre utili per tornare a riflettere su questioni fondamentali della disciplina.</hi></p></div><div><head><hi>5. Strumenti didattici</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il trentennio appena trascorso ha segnato una sostanziale continuità con il passato anche per quanto riguarda la manualistica universitaria, che riflettendo i diversi modi di intendere e praticare la disciplina risulta equamente divisa tra il modello della sintesi generalista, a lungo affidata a traduzioni di testi stranieri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-005">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e quello dell’avviamento allo studio del paleoslavo e delle sue fonti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella prima tipologia si inquadra il volume di un collettivo guidato da M. Garzaniti su </hi><hi rend="italic">Gli slavi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Garzaniti 2013b), un’introduzione di taglio storico-culturale vòlta a fornire competenze ritenute ‘di base’, non priva tuttavia di un certo afflato enciclopedico, come mostra l’arco temporale preso in esame (dalle antichità protoslave al mondo d’oggi) e come conferma pure la grande varietà dei temi, spesso trattati con l’ausilio di schede di ragguaglio che vanno dall’accento nelle lingue slave ai Fratelli boemi, dai riti funebri alla scuola di Tărnovo, dal concilio di Firenze alla Primavera di Praga, dalle iscrizioni su corteccia ai premi Nobel per la letteratura: solo una scelta di voci, fra le tante del volume, bastevoli tuttavia a dare l’idea di (insegnamento della) filologia sottesa a questa opera, dove non sembra mancare praticamente nulla. Sempre di taglio generale, ma di ambizioni più contenute, è l’agile manualetto d’avviamento di E. Saronne e A. Alberti (Saronne e Alberti 2002), incentrato su nozioni etnografiche e storico-culturali che non valicano comunque il confine del IX-X secolo, fatta salva l’appendice su ortodossia e Chiese di rito orientale in età moderna.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’altra tipologia di manuale rimanda l’</hi><hi rend="italic">Introduzione alla lingua paleoslava</hi><hi rend="CharOverride-1"> di N. Marcialis (2007), che insieme a un profilo linguistico presenta al lettore il contesto storico-culturale che fa da sfondo alla missione cirillo-metodiana e alla nascita della prima lingua letteraria degli slavi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-004">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ancorato a un modello che ha le sue radici nella tradizione del secolo scorso, e come tale forse persino sovradimensionato rispetto alle esigenze di un’università molto semplificata come quella odierna, si tratta di uno strumento comunque utile, tanto più a fronte di una manualistica universitaria a diffusione limitata (Radovich) o ormai invecchiata (Verdiani), sebbene per la parte linguistica non sostituisca del tutto opere di riferimento come le grammatiche di van Wijk, Vaillant, Seliščev, Lunt, né tanto meno strumenti più recenti come gli esemplari manuali di Leszek Moszyński (1978, 2006</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">) e Alexander Schenker (1995).</hi></p></div><div><head><hi>6. In luogo di una conclusione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il quadro che emerge da questa rassegna restituisce, pur nella sua parzialità, la notevole articolazione degli studi di filologia slava, studi che oggi, a differenza di trent’anni fa, possono pure contare su diverse sedi editoriali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-003">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e spazi di confronto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-002">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche il passaggio generazionale può dirsi nel frattempo compiuto grazie a un certo numero di studiosi formatisi fra gli anni Ottanta e Novanta che ha affiancato e man mano sostituito i più anziani, ora proseguendo nel solco di ricerche già avviate, ora prendendo strade in proprio. Ciò potrebbe indurre a concludere il bilancio con una nota di moderato ottimismo, se non fosse per le criticità a cui si è accennato in apertura e che per la verità interessano un po’ tutte le filologie. Su questo vorremmo prendere congedo dal lettore riportando lo sguardo al contesto generale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei nuovi ordinamenti didattici la filologia (non solo slava) ha perso la centralità e il prestigio di cui godeva in passato in quanto disciplina di raccordo tra vari insegnamenti ed è ormai in una posizione di subalternità rispetto alle lingue e letterature. Ciò nonostante, essa resta materia prevista nei corsi di studio (ancorché in molte sedi vacante e senza docenti titolari) e se ancora vuole svolgere un ruolo di qualche rilievo non potrà sottrarsi al confronto con il presente. Premesso che non è più il tempo dell’eclettismo, è ragionevole pensare che la strada da percorrere non sia neppure quella di un elitismo erudito fine a sé stesso, prospettiva forse seducente per il singolo studioso (peraltro distratto da compiti sempre più estranei allo studio e all’insegnamento), ma poco praticabile nell’università odierna, specie sul fronte della didattica, dove l’impossibilità di formare gli studenti al metodo critico-testuale, alla conoscenza delle lingue classiche e a uno studio profondo delle culture medievali rappresenta un serio ostacolo alla trasmissione delle competenze filologiche. Ciò non significa rifuggire l’inevitabile specializzazione disciplinare. Pur continuando a privilegiare l’indagine della lingua e dei testi, cioè il </hi><hi rend="italic">proprio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della filologia, si tratterà di mantenere vivi gli orizzonti comparatistici di una tradizione di studi che sempre ha avuto confini non troppo definiti, ma forse proprio per questo fin qui capace di inquadrare il mondo slavo in una prospettiva d’insieme e di lunga durata, coniugando il passato col presente, l’interpretazione unitaria con le filologie nazionali. Le quali, salvo impostazioni metodologicamente scorrette e ricostruzioni tendenziose o false – per cui l’apporto della filologia serve oggi più che mai – non andranno considerate di per sé un male rispetto ai modelli unitaristi cui si accennava in apertura. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non meno auspicabile per il futuro sviluppo degli studi appare poi il confronto con le altre filologie (in primo luogo quella romanza e germanica) che solleciti un ampliamento degli orizzonti di ricerca ai più diversi aspetti della testualità e delle tradizioni letterarie, e non solo di età medievale, se è vero che la filologia non si applica a un campo o a un’epoca sola, ma è piuttosto un metodo e uno stile di pensiero. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo confronto è auspicabile non solo in prospettiva metodologica, ma su un piano che investe un senso più profondo di praticare la filologia: la quale, lungi dall’esaurirsi in scienza antiquaria ripiegata su sé stessa, per sua natura e tradizione scava nel passato ma sempre partecipando al proprio tempo. A tale proposito non sarà vano ricordare la grande filologia di maestri del passato quali Erich Auerbach o Ernst R. Curtius, le cui capitali opere di sintesi (pensiamo ovviamente a </hi><hi rend="italic">Mimesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> e a </hi><hi rend="italic">Europäische Literatur</hi><hi rend="CharOverride-1">) continuano a ispirarci non solo in quanto formidabili repertori di dati organizzati in un potente discorso critico, ma poiché incarnano appunto il mandato, per così dire, civile e politico della filologia: che al tempo loro era quello di salvare il salvabile di una civiltà dell’umanesimo ormai al tramonto, travolta dalla modernità e dalla ‘ribellione delle masse’ (Ortega y Gasset); e al tempo stesso quello di conservare la memoria dell’unità culturale europea, da cui un giorno potesse rinascere – dopo le lacerazioni dei nazionalismi e della guerra – il dialogo fra le nazioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-001">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Oggi la svolta tecnologico-informatica, il rapporto profondamente mutato con la tradizione e una rinnovata ribellione delle masse (che nel nuovo strutturarsi delle conoscenze tutte le gerarchie di valore travolge e annulla) rende il salvataggio di quella memoria ancora più arduo, per non dire disperato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-000">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Eppure proprio per questo, e benché forse destinata a una battaglia di retroguardia, la filologia resta più che mai necessaria, specie se intesa nel senso della </hi><hi rend="italic">Philologie der Weltliteratur</hi><hi rend="CharOverride-1"> vagheggiata da Auerbach, cioè come una storia comparata e integrata delle lingue e letterature. Quanto agli slavisti resta il compito non meno arduo di riuscire a integrare e rendere pienamente familiare in questo quadro la componente slava, non a caso completamente dimenticata nell’Europa greco-romanzo-germanica di Auerbach e Curtius e mai del tutto metabolizzata nell’autocoscienza dell’occidente cosiddetto: quella componente slava che il papa polacco chiamava il ‘secondo polmone’ d’Europa e che, dopotutto, accanto a s. Benedetto ha dato come compatroni del continente i ss. Cirillo e Metodio.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alberti, Alberto. 2010. </hi><hi rend="italic">Ivan Aleksandăr (1331-1371). 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München: Böhlau.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio S. 2004. </hi><hi rend="italic">Il Salterio commentato di Brunone di Würzburg in area slavo-orientale. Fra traduzione e tradizione (Con un’appendice di testi)</hi><hi rend="CharOverride-1">. München: Sagner.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tomelleri, Vittorio S. 2006-2011. </hi><hi rend="italic">Gottesdienstmenäum für den Monat Februar-April</hi><hi rend="CharOverride-1" > […], Besorgt u. kommentiert von H. Rothe et al. </hi><hi rend="CharOverride-1">Paderborn: Schöningh.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio S. 2015. “Il canone comune per Cirillo e Metodio. Questioni di studio e problemi di edizione.” </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 12: 7-39.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio. </hi><hi rend="CharOverride-1" >2016a. “Zu den Theotokia im Wenzelskanon.” </hi><hi rend="italic">Slověne</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 7-69.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio. 2016b. “Cerkovnoslavjanskie perekrëstki. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Kliment Ochridski na styke zapadnogo i vostočnogo slavjanstva.” In </hi><hi rend="italic">Slavische Geisteskultur: Ethnolinguistische und philologische Forschungen</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Teil 2. Zum 90. Geburtstag von N. I. Tolstoj, herausgegeben von Anna Kretschmer et al., 243-66. Frankfurt a.M.: Peter Lang.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Tomelleri, Vittorio S. 2017a. “Apostol’skij simvol very (Symbolum apostolorum) v cerkovnoslavjanskom perevode Dm. Gerasimova. Vvedenie. Interlinearnoe izdanie.” </hi><hi rend="italic">Vestnik Volgogradskogo Gosudarstvennogo Universiteta</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Serija 2: </hi><hi rend="italic">Jazykoznanie</hi><hi rend="CharOverride-1" > 16/4: 6-40.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio S. 2017b. “Molitva Gospodnja s tolkovanijami Brunona v perevode Dmitrija Gerasimova. Interlinearnoe izdanie teksta.” In </hi><hi rend="italic">Slavjanskaja Biblija v ėpochu rannego knigopečatanija. </hi><hi rend="italic">K 510-letiju sozdanija Biblejskogo sbornika Matfeja Desjatogo</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Otvetstvennyj redaktor Anatolij A. Alekseev, 82-96. </hi><hi rend="CharOverride-1">S.-Peterburg: Puškinskij Dom.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri, Vittorio S. 2021. “La traduzione slava delle ‘Etimologie’ latine nel Salterio di Brunone.” </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis</hi><hi rend="CharOverride-1"> 40, 1: 345-61.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toscano, Silvia. 1999. “I trattati di medicina in Russia nei secoli XVI e XVII e i modelli stranieri utilizzati.” In </hi><hi rend="italic">Plurilinguismo letterario in Ucraina, Polonia e Russia tra XVI e XVIII secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Marina Ciccarini ed al., 101-16. Varsavia, Roma: Accademia Polacca delle Scienze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toscano, Silvia. 2001. “San Pietro nella tradizione apocrifa slava medievale.” In </hi><hi rend="italic">La figura di san Pietro nelle fonti del medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Loredana Lazzari e Anna Maria Valente Bacci, </hi><hi rend="italic">Textes et Etudes du Μoyen Âge</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. 17, 364-91. Turnhout: Brepols.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toscano, Silvia. 2003. “</hi><hi rend="italic">Acta Petri Slavica</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo il ms. N. 684 (74) della Biblioteca Nazionale di Sofia.” In </hi><hi rend="italic">Studi in onore di Riccardo Picchio</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Rosanna Morabito, 71-94. Napoli: D’Auria editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trovesi, Andrea, a cura di. 2007. </hi><hi rend="italic">I serbo-lusaziani. Storia, letteratura, lingua</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: The Coffee House.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trovesi, Andrea. 2021. “Regolarità e irregolarità morfosintattiche del vocativo nei manoscritti paleoslavi </hi><hi rend="italic">Codex Marianus</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Codex Zographensis</hi><hi rend="CharOverride-1">.” In </hi><hi rend="italic">Le lingue slave: sviluppi teorici e prospettive applicative. Atti dell’VIII incontro di linguistica slava</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Ettore Gherbezza et al., 27-45. Roma: Aracne.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Velkovska, Elena. 2006. “La liturgia presso gli Slavi ortodossi.” In </hi><hi rend="italic">Lo spazio letterario del Medioevo. 3. Le culture circostanti. III: le culture slave</hi><hi rend="CharOverride-1">, direzione di Mario Capaldo, 405-437. Roma: Salerno editrice.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 1992. “La tradizione russa sud-occidentale della Vita Constantini.” In </hi><hi rend="italic">Studi slavistici offerti a A. Ivanov nel suo 70° compleanno</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Marialuisa Ferrazzi, 370-397. Udine: Istituto di Lingue e letterature dell’Europa Orientale.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 1993. “Sul testo e la tradizione dell’</hi><hi rend="italic">Apologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Chrabr.” </hi><hi rend="italic">AION-Slavistica</hi><hi rend="CharOverride-1" > 1: 65-95.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Ziffer, Giorgio. 1995. “Zur Komposizion des Traktats </hi><hi rend="italic">Über die Buchstaben</hi><hi rend="CharOverride-1" > des Mönchs Chrabr.” </hi><hi rend="italic">Die Welt der Slaven</hi><hi rend="CharOverride-1"> 40: 58-75.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 1996. “Un nuovo gruppo di testimoni (frammentari) della </hi><hi rend="italic">Vita Constantini</hi><hi rend="CharOverride-1">.” </hi><hi rend="italic">Slovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 44-46: 7-25.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2006. “Per lo studio del lessico del ‘Vangelo di Nicodemo’ paleoslavo.” </hi><hi rend="CharOverride-1" >In </hi><hi rend="italic">Iter philologicum. Festschrift für Helmut Keipert</hi><hi rend="CharOverride-1" >, herausgegeben von Daniel Bunčić und Nikolaos Trunte, 263-75. </hi><hi rend="CharOverride-1">München: Sagner.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2010. “Appunti sul ‘Vangelo di Nicodemo’ paleoslavo.” </hi><hi rend="italic">Slovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 60: 867-75.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2011a. “La verità intorno a Barda. Un caso di contaminazione extrastemmatica nella tradizione slava ecclesiastica della </hi><hi rend="italic">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Costantino.” </hi><hi rend="italic">Filologia italiana</hi><hi rend="CharOverride-1" > 8: 9-16.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Ziffer, Giorgio. 2011b. “The Shadow and the Truth: On the Textual Tradition of the </hi><hi rend="italic">Sermon on Law and Grace</hi><hi rend="CharOverride-1" > Attributed to Metropolitan Hilarion.” </hi><hi rend="italic">Harvard Ukrainian Studies</hi><hi rend="CharOverride-1"> 29: 19-30.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2013a. “Intorno al subarchetipo β della ‘Vita Constantini’.” In </hi><hi rend="italic">Contributi italiani al XV Congresso Internazionale degli Slavisti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Minsk, 20-27 agosto 2013), a cura di Marcello Garzaniti et al., 11-22. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2013b. “Jazyk i stil’ slova </hi><hi rend="italic">O zakone i blagodati</hi><hi rend="CharOverride-1">.” </hi><hi rend="italic">Učenye zapiski Kazanskogo universiteta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 155, 5: 7-16.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio. 2014. “Slavia orthodoxa und Slavia romana.” </hi><hi rend="CharOverride-1" >In </hi><hi rend="italic">Die slavischen Sprachen. Ein internationales Handbuch zu ihrer Struktur, ihrer Geschichte und ihrer Erforschung</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Bd. 2. herausgegeben von Karl Gutschmidt et al., 1308-19. </hi><hi rend="CharOverride-1">Berlin, New York: de Gruyter.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ziffer, Giorgio, a cura di. 2017 (2021</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">). Paul Maas, </hi><hi rend="italic">La critica del testo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Edizioni di storia e letteratura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Živova, Margarita. 2021. </hi><hi rend="italic">Unikal’naja martovskaja Mineja pervoj poloviny XVI v. Rukopis’ 541 sobranija Troice-Sergievoj lavry</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Issledovanie i izdanie tekstov. Moskva: Indrik.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-034-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Valga a titolo di esempio l’enfasi ‘continuistica’ che ancora oggi in diverse scuole storiografiche (da quella ceca e slovacca alla bulgara) salda l’eredità cirillo-metodiana alle singole tradizioni locali, o ancora l’appropriazione indebita del patrimonio culturale della Rus’ premongolica nella più recente storiografia e manualistica russa, bielorussa e ucraina.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-033-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sulle questioni qui solo accennate si vedano ad es. alcuni dei contributi nel volume a cura di De Giorgi et al. (2007). Per una riflessione più strutturata e ampia si rimanda al dibattito sviluppatosi in questi anni in particolare nella romanistica, per cui cfr. almeno </hi><hi rend="italic">Lo statuto metodologico di una filologia della contemporaneità</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di P. Maninchedda et al., </hi><hi rend="italic">Critica del testo</hi><hi rend="CharOverride-1"> 23, 3, 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-032-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’opera e il legato dei due maggiori maestri della slavistica italiana del secondo Novecento un primo consuntivo è disponibile nei volumi monografici di </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2008 e 2012.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-031-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Oltre a Picchio e Graciotti (e a coloro che verranno più spesso menzionati nelle pagine seguenti), tra quanti in questi anni hanno insegnato la filologia slava si ricordino i nomi di R. Benacchio, S. Bonazza, M.C. Bragone, G. Brogi, G. Dell’Agata, M. Di Salvo, G. Giraudo, A. Kossova, A. Kreisberg, T. Lekova, N. Marcialis, F. Perillo, M. Pljuchanova, A.M. Raffo, E. Saronne, A. Trovesi, A. Wilkoń, le cui aree di interesse comprendono linguistica tipologica e di contatto, lessicografia, storia del pensiero linguistico, storia delle lingue, letterature e culture, comparatistica letteraria, traduzioni, storia della slavistica e via dicendo, con una estensione cronologica che si spinge ben oltre le soglie dell’età medievale. Per i rimandi bibliografici a ciascuno dei nomi citati si veda più estesamente la </hi><hi rend="italic">Bibliografia della Slavistica Italiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cura di G. Mazzitelli, ora disponibile anche sul sito web dell’AIS.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-030-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Basti pensare in proposito agli studi romanzi, dove fin dalla scuola storica di D’Ancona, Crescini e Rajna, passando per la stilistica di Contini, la prospettiva semiotico-strutturale (Segre, Avalle) e infine l’approccio filologico-letterario (Roncaglia, Stussi, Varvaro) l’analisi dei testi medievali resta centrale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-029-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L. Niederle, </hi><hi rend="italic">Slovanské starožitnosti</hi><hi rend="CharOverride-1">. I-IV. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Praha 1901-1924; K. Moszyński, </hi><hi rend="italic">Kultura ludowa Słowian</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Cz. 1-2. Warszawa 1929-1939 (II ed. 1967-1968).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-028-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su Meriggi linguista e studioso di antichità slave si vedano i contributi di M. Enrietti e R. Faccani in </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> 44 (1997): 219-33.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-027-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Espliciti indizi dell’influenza di Meriggi, rimasta tuttavia allo stadio embrionale, si notano nella tesi di laurea di un suo studente, A.M. Raffo (</hi><hi rend="italic">Il paganesimo slavo e la Rus’ primitiva</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 1971, rel. C. Verdiani), cui si deve pure un’ampia recensione del </hi><hi rend="italic">Matriacato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gasparini, uscita su </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> 20-21 (1973-74): 381-93.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-026-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per una panoramica della ricca produzione dell’A., che fu anche co-fondatore di riviste tematiche come </hi><hi rend="italic">Studia Mythologica Slavica</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Res Balticae</hi><hi rend="CharOverride-1">, cfr. la bibliografia in </hi><hi rend="italic">Res Balticae</hi><hi rend="CharOverride-1"> 12 (2013): 193-211.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-025-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Del discepolato gaspariniano di Faccani testimonia pure l’approfondito profilo scientifico del maestro, con una particolare attenzione rivolta ai suoi studi etnologici (Faccani 2007).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-024-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A Cantarini si deve pure una breve sintesi sulle lingue slave, inserita in un volume dei primi anni Novanta dedicato alle lingue d’Europa (Cantarini 1993).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-023-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Saggi sull’origine e la semantica di singoli vocaboli in testi di tradizione slava ecclesiastica sono offerti anche in Lekova 2011, 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-022-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul lento affermarsi di un approccio tecnico ai testi si vedano le chiare parole di R. Picchio riferite proprio a Danti, suo allievo, che vale la pena citare qui per esteso: “[…] Non nascondevamo le nostre incertezze e difficoltà. Ambivamo allora ad assicurare alla filologia slava un adeguato prestigio accademico nel nostro paese, ma spesso ci sentivamo solo dei principianti. […] ‘Filologia’ era parola emblematica, che in quegli anni significava ritorno all’oggettivo, al verificabile, al concreto storico, </hi><hi rend="italic">ad fontes</hi><hi rend="CharOverride-1"> […]. Angiolo Danti fece sua questa impostazione dei problemi, che per noi era stata una tormentata (e, in verità, un po’ confusa) scoperta negli anni Cinquanta […]. Ciò gli permise di mirare diritto alla filologia, senza più perdersi – come avevamo fatto noi, suoi più vecchi insegnanti – nella ricerca di componenti eterogenee nella zona di confluenza della linguistica e della storia e della critica letteraria, dello studio dei documenti e dei loro sfondi ambientali” (Picchio in Danti 1993, 34-35).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-021-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sull’attività di Radovich si veda il contributo di R. Benacchio nel volume per il centenario della slavistica padovana. Quanto invece al progetto di Capaldo, che richiama la microfilmoteca istituita alcuni anni prima dallo stesso Radovich all’Istituto Orientale di Napoli con la regia di Nullo Minissi, il lettore potrà consultare i primi numeri del periodico </hi><hi rend="italic">Polata kъnigopisьnaja</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-020-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A quest’ultimo si deve pure una serie di rassegne sulla tradizione testuale e lo stato dell’arte degli studi paleoslavistici sull’Antico Testamento, nell’opera collettanea </hi><hi rend="italic">Textual History of the Bible</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. A Lange et al. Brill: Leiden 2017-2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-019-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un’altra edizione del NT di area slavo-meridionale, ma in facsimile, in Pelusi 1991.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-018-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sempre a Graciotti si deve l’edizione filologica di testi ormai lontani dall’ambiente ecclesiastico, come il </hi><hi rend="italic">Canzoniere</hi><hi rend="CharOverride-1"> del petrarchista dalmata Paolo Palladini (Graciotti 2005).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-017-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il riferimento è naturalmente ai seminari “Da Roma alla Terza Roma”, promossi a partire dal 1981 dalle cattedre di Diritto romano (P. Catalano) e di Storia del cristianesimo (P. Siniscalco) della Sapienza di Roma, ai quali negli anni hanno partecipato numerosi slavisti filologi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-016-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Al manoscritto come oggetto d’indagine è dedicato infine il periodico </hi><hi rend="italic">Polata k</hi><hi rend="CharOverride-1">ъ</hi><hi rend="italic">nigopis</hi><hi rend="CharOverride-1">ь</hi><hi rend="italic">naja</hi><hi rend="CharOverride-1">, già edito da W.R. Veder e M. Capaldo (dal 1978) e uscito in forma discontinua con nuovi editori fino al 2010.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-015-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un possibile spunto di riflessione sul tema, che meriterebbe (e tuttora attende) una discussione più approfondita, è offerto da uno scritto postumo di R. Picchio, il quale, pur considerando la ‘tradizione aperta’ come peculiare di gran parte della letteratura slava medievale, non sfugge ad alcuni dei punti critici della sua proposta (cfr. Picchio 2012).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-014-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	 Va notato che in generale lo sviluppo della filologia digitale è in parte indotto anche dalle moderne politiche dei finanziamenti alla ricerca, che a progetti di edizioni critiche tradizionali condotte in solitaria privilegiano ormai quelli orientati al digitale e gestiti per lo più in </hi><hi rend="italic">équipe</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò comporta però il rischio di incoraggiare una filologia non sempre sorretta da una chiara consapevolezza delle proprie finalità e che soprattutto appare votata più alla conservazione (digitalizzazione, archiviazione, allestimento di banche dati) che non all’ecdotica e alla ricostruzione dei testi nella loro dimensione storica e culturale. Si tratta di un tema di capitale rilevanza per gli sviluppi della disciplina che non è possibile affrontare in questa sede, ma per cui si veda in via preliminare almeno L. Leonardi, “Filologia elettronica tra conservazione e ricostruzione.” In </hi><hi rend="italic">Digital Philology and Medieval Texts</hi><hi rend="CharOverride-1">, 65-75. Pisa: Pacini 2007.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-013-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Proprio su testi clementini e pseudo-clementini vertono alcuni studi recenti che propongono un saggio di critica stilistica applicato alla tradizione slavo-ecclesiastica (vd. sopra).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-012-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >A. Naumow, </hi><hi rend="italic">Biblia w strukturze artystycznej utworów cerkiewnosłowiańskich</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">Kraków 1983.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-011-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sul carattere problematico della definizione di “chiave tematica”, intesa come artificio che introduce alla duplice prospettiva di lettura (letterale e spirituale) di un testo alla luce del referente biblico, si veda Diddi 2012a: 175 sgg.; Capaldo 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-010-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A ciò si devono aggiungere alcuni contributi sulla questione della lingua slavo-ecclesiastica, già usciti in precedenza e riuniti in volume dallo stesso Picchio (Picchio 1991), e poi riproposti anche in versione bulgara, polacca, russa (Picchio 1993, 1999, 2003).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-009-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. l’edizione di ben otto volumi di testi veselovskiani solo nella collana “Rossijskie Propilei” (2006-2016), oltre ai numerosi lavori di studiosi di vaglia come A.E. Machov, I.O. Šajtanov, A.L. Toporkov, V.I. Tjupa e altri.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-008-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ciò vale del resto per qualunque letteratura, non solo medievale. Per citare solo un altro caso, attinto di nuovo dalla letteratura polacca, non è forse fuori luogo rammentare l’istruttiva discussione di Pietro Marchesani sulle versioni italiane di Witold Gombrowicz e il suo severo monito a non disgiungere mai l’atto traduttivo da un approccio filologico al testo (Marchesani 1992).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-007-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Una revisione parziale di questa prospettiva si intravede nell’affermarsi di categorie storiografiche alternative come </hi><hi rend="italic">Slavia christiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavia cirillo-metodiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Slavia slavo-ecclesiastica</hi><hi rend="CharOverride-1">, variamente adoprate negli studi internazionali come in Italia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-006-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per quanto riguarda la sola letteratura, si veda l’ambiziosa sintesi collettiva che inserisce appunto la civiltà letteraria slava nella fitta rete dei rapporti euro-mediterranei di età premoderna (Capaldo 2006b).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-005-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Vd. ad es. le traduzioni italiane di sintesi generali, che nulla hanno a che fare con la filologia, come quelle di R. Portal (</hi><hi rend="italic">Gli Slavi: popoli e nazioni dall’VIII al XX secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 1975) e F. Conte (</hi><hi rend="italic">Gli Slavi: le civiltà dell’Europa centrale e orientale</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1991).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-004-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di taglio più squisitamente grammaticale è invece il manuale di Skomorochova (2000).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-003-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Della decina di riviste di settore oggi attive in Italia (caso unico nella slavistica occidentale) almeno la metà ospita più o meno stabilmente contributi ricompresi nei filoni di studio qui trattati. Una novità rispetto al passato è poi l’esistenza di varie edizioni seriali e collane, ciascuna delle quali ospitante pubblicazioni a carattere filologico (“Biblioteca di Studi Slavistici”, “Collana di Europa Orientalis”, “Slavica”, “Slavica Ambrosiana”).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-002-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra questi si vedano il citato Seminario interdisciplinare “Da Roma alla Terza Roma” con le sue pubblicazioni seriali, il Circolo Slavistico Romano all’Università di Roma Tre, la Classe di Slavistica dell’Accademia Ambrosiana di Milano, e infine gli annuali Kirillo-Mefodievskie Čtenija promossi da diversi atenei italiani in collaborazione con l’Università di Mosca Lomonosov (a partire dal 2011).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-001-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Mimesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> esce infatti nel 1946, </hi><hi rend="italic">Europäische Literatur</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1948; nel medesimo orizzonte si muove pure la </hi><hi rend="italic">Philologie der Weltliteratur</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello stesso Auerbach, uscita nel 1952. A illustrare la natura militante della filologia (fatto peraltro noto fin dai tempi di Lorenzo Valla) valga ricordare da ultimo un lavoro a noi più vicino, non strettamente slavistico eppure dovuto alle competenze di uno slavista, e cioè l’opera di demistificazione dei Protocolli dei Savi di Sion (De Michelis 1998).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_4_11-40.html#footnote-000-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche perché insieme alla ribellione delle masse si è consumata una contestuale rivolta, o meglio secessione, delle élites (nel senso di Christopher Lasch, </hi><hi rend="italic">The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1996): due fenomeni questi tra loro correlati, che insieme al prevalere di forme sempre più demagogiche di costruzione del consenso segnano forse anche il tramonto (ma questo è un altro discorso) delle moderne democrazie liberali e dell’occidente come lo abbiamo conosciuto.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Cristiano Diddi, Sapienza University of Rome, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">cristiano.diddi@uniroma1.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-0770-2895</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Cristiano Diddi, <hi rend="italic">La filologia slava in Italia: un trentennio di studi (1991-2021),</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7.03</ref>, in Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio (edited by), <hi rend="italic">Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume II</hi>, pp. -31, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0492-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7</ref></p></div></div>
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