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        <title type="main" level="a">La letteratura della Rus’ medievale:  stato dell’arte e problemi</title>
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            <forename>Barbara</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.07</idno>
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        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of Russian medieval literature</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021; Russian medieval literature</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.07" /></p>
      <div><head>La letteratura della Rus’ medievale: <lb/>stato dell’arte e problemi</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Barbara Lomagistro</hi></p><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">1. Il panorama degli studi sulla letteratura della Rus’ medievale nel periodo 1991-2021 è stato dominato dall’ampio lavoro di sintesi sull’argomento che costituisce la parte iniziale della monografia collettiva </hi><hi rend="italic">Storia della civiltà letteraria russa</hi><hi rend="CharOverride-1">, curata da Riccardo Picchio e Michele Colucci e pubblicata da Utet nel 1997: concetti, categorie interpretative e teorizzazioni di quest’opera sono stati ampiamente recepiti nelle ricerche di altri studiosi o comunque hanno definito una linea di indirizzo seguita ancora oggi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le due prime sezioni dell’opera, rispettivamente </hi><hi rend="italic">La letteratura della Rus’ medievale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vol. I, 3-135), che abbraccia il periodo dall’XI al XVI secolo, e </hi><hi rend="italic">La letteratura della Moscovia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vol. I, 139-222), dedicata alla letteratura della Rus’ di Mosca nei secoli XVI-XVII, sono state scritte per la gran parte da Riccardo Picchio (vd. </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi rend="CharOverride-1">): esse continuano e completano l’inquadramento e l’interpretazione di questa letteratura che lo studioso aveva elaborato fin dalla prima edizione della sua </hi><hi rend="italic">Storia della letteratura russa antica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 1959)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-019">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, benché la pluralità di autori riesca ad allentare i vincoli di una impostazione troppo fedelmente improntata ad una visione teorica già sperimentata. L’opera nel suo complesso, adottando la categoria ampia di civiltà letteraria si attiene ad una concezione della letteratura come</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«arte verbale condizionata dall’accettazione di specifiche convenzioni» (Picchio 1997, 3) e mira a presentare sia i dati acquisiti sia le questioni aperte, nella consapevolezza che nessuno schema storiografico è esaustivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come è noto, partendo nella sua </hi><hi rend="italic">Storia della letteratura russa antica</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’idea di letteratura come di un sistema retto da regole proprie, Picchio aveva cercato di leggere i fenomeni letterari pertinenti a varie tradizioni ‘locali’ nella più ampia cornice della cultura slavo-ortodossa per comprenderne lo sviluppo globale e coglierne gli elementi di continuità ad un livello sovranazionale, come un sistema coerente retto dai dettami della confessione religiosa cristiana comunemente, benché impropriamente, denominata ‘ortodossa’, e dallo slavo ecclesiastico come lingua di espressione. Tale posizione si opponeva a quella di Dmitrij Sergeevič Lichačev che, nel VI Congresso internazionale degli slavisti (Praga 1968), interpretava le letterature antico-slave come un sistema composto di diverse letterature ‘nazionali’, aventi un fondo comune di monumenti da lui chiamati letteratura-mediatrice (</hi><hi rend="italic">posrednica</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Picchio continuò a sviluppare la sua idea della peculiare letteratura prodotta nella Slavia ortodossa nel corso di vari anni e in molti saggi, le cui principali risultanze confluirono nella </hi><hi rend="italic">Letteratura della Slavia ortodossa</hi><hi rend="CharOverride-1">, che pubblicò nel 1991, pur consapevole di lasciare varie questioni ancora aperte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La categoria di Slavia ortodossa è quindi penetrata da un pezzo negli studi italiani sulla letteratura in slavo ecclesiastico in generale e sulla letteratura anticorussa, tanto che spesso viene data per assodata come se si trattasse di un elemento intrinseco a queste letterature e non di un loro modello interpretativo. Alla sua base vi era evidentemente la preoccupazione di Picchio di disinnescare tentazioni nazionali nell’interpretazione di una letteratura pre-nazionale o comunque sovra-nazionale; tuttavia nel suo funzionamento pratico in sede di analisi il suo modello finiva con l’attribuire alla Chiesa ortodossa un eccessivo determinismo nel condizionare ogni campo dell’espressione letteraria.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le reazioni suscitate dalla sua prima teorizzazione della letteratura del periodo iniziale della tradizione slava scritta, i nuovi orientamenti, successivamente delineatisi, nella definizione scientifica della materia o nella sua scansione spazio-temporale costituiscono motivo e stimolo per Picchio per affrontare in maniera sistematica all’inizio della </hi><hi rend="italic">Storia della civiltà letteraria russa </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic">Introduzione: tradizione russa antica e tradizione slava ortodossa</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> 1. Dati acquisiti e questioni aperte</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. I, 3-5) i nodi problematici del rapporto fra tradizione locale della Rus’ e tradizione slava ortodossa, a partire dalla definizione della letteratura della Rus’ dei secoli XI-XVII come ‘drevnjaja’ o ‘srednevekovnaja’. La questione è ben più che terminologica, investendo due differenti principi di periodizzazione: la concezione binaria endogena, russa, che vede un periodo ‘antico’ opposto a uno ‘nuovo’, in base a caratteristiche di forma, contenuto e lingua radicalmente diverse, e quella ternaria, esogena, che scandisce il tempo della storia (dell’Europa occidentale, fondamentalmente), </hi><hi rend="italic">grosso modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in tre fasi – evo antico, evo medio, evo moderno – e con ampia approssimazione vi aggancia anche il tempo della letteratura. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se si applica la scansione tripartita, la letteratura anticorussa deve essere riferita al periodo medievale, ma Picchio legittimamente osserva che in tal caso il medioevo russo si dilaterebbe fino alla fine del XVII secolo. Secondo lo studioso, in realtà, il XVII secolo, marcato dall’ascesa al trono moscovita dei Romanov, presenta molti elementi di novità a livello socio-politico così come ne presenta anche in letteratura, dato rilevato anche dalle ricerche più recenti. Mi sembra si ponga subito il problema di una commistione di criteri diversi nella periodizzazione dei fenomeni letterari, cosa che non è necessariamente negativa, ma che costituisce il limite di varie altre teorie costruite consequenzialmente alla risposta ad una questione di fondo, se cioè la letteratura della Rus’ debba essere periodizzata (quindi interpretata) secondo categorie endogene o esogene. Il nodo qui è costituito dal fatto che la rivendicazione di categorie endogene per la letteratura anticorussa sembra alimentare ulteriormente il senso di alterità di questa rispetto alle ‘letterature europee’ (mai singolarmente precisate ma assunte con larga approssimazione come un organismo uniforme), ma allo stesso risultato si arriva anche volendo rapportarla alle categorie esogene. In questa prospettiva si rischia di perdere di vista il fatto che la definizione di medioevo è questione assai ardua e dibattuta nella storiografia dell’Europa occidentale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio prende in considerazione anche la questione, più volte sollevata, se sia legittimo parlare di un’unica e monolitica tradizione letteraria russa dall’inizio del secondo millennio fino ad oggi o non si debba invece parlare di due specifiche civiltà letterarie, separate da una profonda cesura provocata dalle riforme di Pietro I. Il fulcro di tale questione è costituito dal fatto che la letteratura post-petrina utilizza una nuova lingua, ossia il russo, e lo fa per scrivere opere diverse da quelle che circolavano in precedenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alle considerazioni di ordine letterario contro la tesi di una sola e continua tra</hi><hi rend="CharOverride-1">dizione della letteratura russa si aggiungono gli argomenti sollevati da altre idee nazionali (ucraina e bielorussa), che cercano le sorgenti della diversità della propria tradizione attuale nel lungo e complesso periodo coperto dalla definizione di ‘anticorusso’. Picchio dichiara che, per scelta legittima ancorché arbitraria, nell’opera è privilegiato funzionalmente il punto di vista russo sul periodo ‘antico’: il concetto di letteratura ‘russa antica’ trova giustificazione nell’intento di risalire alle origini della tradizione che culmina nelle grandi opere della letteratura russa moderna. Ma naturalmente questo problema rimette in primo piano la questione, già postasi cinquant’anni prima, se la letteratura della comunità intesa da Picchio come Slavia ortodossa sia un sistema di diverse letterature pre-nazionali o un sistema letterario pre-nazionale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A tal proposito Picchio osserva che, così come schemi classificatori concepiti in periodi più recenti o in altri contesti si rivelano inadeguati se applicati a periodi più antichi della letteratura, la categoria di ‘letteratura nazionale’ non lo è da meno. Secondo lo studioso «la</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">‘nazionalità’ di una letteratura è determinata in base all’uso accettato di una lingua atta ad esprimere l’individualità etnico-culturale di una determinata comunità» (Picchio 1997, 5): se applicata in senso sincronico, tale definizione non creerebbe particolari problemi. Ma tocca constatare che tale concezione si definisce in età romantica e si applica in diacronia – volendo cioè dimostrare la continuità storica della data comunità –, postulando anche l’antichità e continuità storica della lingua della data comunità e dei fattori culturali a questa connessi. Lingua e fattori culturali vengono usati a loro volta per dimostrare l’antichità e continuità storica della comunità, creando così un autentico circolo vizioso. Picchio osserva che nel caso specifico della fase esordiale delle attività scrittorie nelle terre slave orientali il rapporto lingua-nazione si presenta diverso da quello teorizzato dai romantici come una costante naturale. Lo studioso rileva come in quest’area la lingua della scrittura non fosse quella usata nella comunicazione quotidiana, bensì uno strumento artificiale, i cui modelli di codificazione erano stati elaborati in altri luoghi e in altri tempi, sì da non poterla considerare lingua di una «comunità nazionale etnicamente compatta» ma quella di una comunità più ampia definita da vari altri parametri (politici, religiosi, militari) (Picchio 1997, 5).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A suo avviso, nella formazione politico-militare, storicamente nota come Rus’, la lingua di una già esistente comunità ‘scrivente’ slava (nel primo regno bulgaro per intenderci) sarebbe stata introdotta insieme alla cristianizzazione che, pur venuta da Bisanzio, non si sarebbe imposta attraverso la lingua greca, grecizzando anche la lingua della cultura scritta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma, attraverso meccanismi che non sono ancora ben chiari, avrebbe usato lo slavo come dialetto apostolico che si sarebbe imposto anche a livello di lingua liturgica. Sicché la nascente cristianità della Rus’ avrebbe usato una particolare codificazione dello slavo, ovviamente non coincidente con il registro parlato locale (Picchio 1997, 6).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A tal proposito, vorrei rilevare che la mancanza di dati impedisce di ricostruire questo delicato passaggio che, nell’immaginario degli studiosi, sembra esser</hi><hi rend="CharOverride-1">si compiuto in maniera molto rapida e automatica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: probabilmente nella realtà la diffusione e il radicamento del paleoslavo codificato fu più lento di quanto si creda e il greco, come lingua dei testi scritti del cristianesimo, non fu completamente sconosciuto nella Rus’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’uso di una lingua codificata altrove non si inquadra nella formula lingua-nazione e anzi impone, secondo Picchio, di elaborare un diverso modello interpretativo: all’idea moderna di nazione lo studioso fa corrispondere quella di gruppo di popolazioni, accomunate da affinità linguistiche ma dotate di differenti tradizioni; in breve, una comunità etnico-linguistica chiamata Slavia – termine già usato dalla cultura romantica – ed ulteriormente suddivisa in orientale, occidentale, meridionale. Lo studioso utilizza il concetto di Slavia come uno strumento empirico di classificazione, consapevole del fatto che i processi di conversione al cristianesimo, avviati sotto l’egida di diverse Chiese madri, introdussero elementi di diversificazione già a quell’altezza. In relazione alla situazione della Rus’, Picchio sottolinea il peso dell’influenza bizantina, esercitata nel quadro della teoria del </hi><hi rend="italic">Commonwealth</hi><hi rend="CharOverride-1"> bizantino elaborata da Dimitri Obolensky, a mio avviso enfatizzandolo oltremodo quando afferma (Picchio 1997, 7) che dopo lo scisma d’Oriente del 1054 il Commonwealth si sarebbe staccato da Roma, elevando la propria ortodossia a dottrina politica, cosa che avrebbe reso definitiva la scissione tra la Slavia ortodossa e la Slavia romana. Mi pare che in questa affermazione vengano sovrapposti due livelli: quello dell’ideologia politica dell’Impero d’Oriente e quello della sua ricezione nelle regioni slave sottoposte alla giurisdizione ecclesiastica costantinopolitana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi sia consentita una precisazione relativa alla ideologia politica bizantina, di cui mi pare che negli studi italiani non si tenga sufficientemente conto: essa è dominata dall’idea dell’unicità e indivisibilità dell’impero, immagine terrestre del regno dei cieli, sicché il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa non viene mai posto. Come è statuito nell’introduzione alla sesta </hi><hi rend="italic">novella </hi><hi rend="CharOverride-1">di Giustiniano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, il sacerdozio (</hi><hi rend="italic">hierosyne</hi><hi rend="CharOverride-1">) e l’impero (</hi><hi rend="italic">basileia</hi><hi rend="CharOverride-1">) sono i massimi doni elargiti agli uomini dalla clemenza celeste (</hi><hi rend="italic">philanthropia</hi><hi rend="CharOverride-1">), l’uno per amministrare le cose divine, l’altro per governare la vita dell’uomo pur promanando da una sola e medesima origine; il loro armonico e irreprensibile funzionamento crea uno stato di concordia (</hi><hi rend="italic">symphonia</hi><hi rend="CharOverride-1">) in grado di provvedere alle esigenze del genere umano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic">symphonia</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi non è un principio o una prassi per governare un sistema di rapporti tra Stato e Chiesa, bensì è l’espressione dell’unità, idea ripresa da varie altre fonti giuridiche. In questa idea di unità l’imperatore ortodosso (in senso letterale) è al tempo stesso responsabile per volontà divina dell’unica, possibile immagine terrestre del regno di Dio (l’</hi><hi rend="italic">oikumene</hi><hi rend="CharOverride-1"> romana) nonché garante della Chiesa in generale, della sua amministrazione e della sua prosperità. Sicché per i bizantini Stato e Chiesa non sono istituzioni distinte, bensì due aspetti della stessa nozione, una e indivisibile, di impero cristiano (il regno di Dio sulla terra). Lo spazio dell’impero, concepito come universale, era costituito, almeno in teoria, dall’intero mondo abitato, l’</hi><hi rend="italic">oikumene</hi><hi rend="CharOverride-1">. Se per volontà divina o a causa della debolezza umana, l’universalità non era sempre o non ancora perfettamente realizzata e quindi l’impero era ancora circondato da un mondo estraneo se non addirittura nemico, ciò non significava che l’integrazione di quel mondo nell’</hi><hi rend="italic">oikumene</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘romana’ non fosse garantita dalla volontà divina. Inoltre, la coincidenza dell’incarnazione del Verbo divino e della fondazione dell’impero, secondo le profezie era un pegno della continuità dell’impero fino alla fine dei secoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Osservo, per inciso, che è proprio questo ultimo punto il fulcro dell’argomentazione di Filofej di Pskov (vd. </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi rend="CharOverride-1">) per determinare il ruolo della Rus’ nella salvaguardia dell’impero cristiano. Il contrasto con la sede patriarcale romana, il rifiuto di riconoscere la legittimità dell’impero proclamato da Carlo Magno e sostenuto da Roma originano direttamente da questi principi. E naturalmente gli slavi, a seconda dello spazio giurisdizionale in cui si collocarono e delle relazioni che avviarono con l’Impero d’Oriente (comunemente detto ‘bizantino’) dovettero con questi fare i conti. La Rus’, in particolare, integrandosi progressivamente in questa visione politica e religiosa, ad un certo punto della sua storia avrebbe cercato anche di coglierne i frutti sul piano pratico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo Picchio, invece, la Rus’ si sarebbe integrata nella comunità linguistico-confessionale della Slavia ortodossa, nella quale modi e contenuti dell’attività scrittoria venivano decisi dalle autorità ecclesiastiche, eventualmente in accordo con le più o meno autorevoli richieste del potere laico. Lo studioso allude a non meglio precisate autorità religiose che, durante i regni di Vladimir (978-1015) e di Jaroslav il Saggio (1019-1054), avrebbero posto le basi «di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">un’organizzazione ecclesiastica guidata dai monasteri» (Picchio 1997, 7), formulazione che mi sembra poco felice e può risultare fuorviante, perché la Chiesa si è data fin dalle origini una organizzazione diocesana-territoriale, sicché i monasteri al più possono godere di prestigio per svariati motivi ed esercitare un ruolo guida a livello spirituale. Lo studioso constata che non è documentato quando la Chiesa locale nella Rus’ ottenne una certa autonomia, ma ad ogni modo egli ritiene che la cristianizzazione bizantina imponesse di non derogare dalla norma politico-religiosa fissata da Costantinopoli. In un tale contesto emerge una specificità e cioè che i primi testi cristiani messi in circolazione nella Rus’ fossero scritti nella stessa lingua codificata e usata nello Stato e nella Chiesa di Bulgaria tra la fine del IX e gli inizi del X secolo: tali testi godevano di grande reputazione perché attribuiti all’attività di Cirillo e Metodio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’uso di questa lingua e la diffusione nella Rus’ di testi slavi prodotti nell’area balcanica secondo Picchio provano «l’esistenza, sin dalle origini, di una specifica solidarietà slava ortodossa nell’ambito del Commonwealth di ispirazione bizantina» (Picchio 1997, 8). L’interscambio linguistico-culturale tra le varie zone della Slavia ortodossa si sarebbe protratto per tutti i secoli in cui durò la ‘letteratura russa antica’. Picchio vede una linea di continuità tra la ricezione dell’eredità letteraria antico-bulgara nella Rus’ e da questa, dopo la conquista dei tatari, di nuovo verso i nuovi centri di cultura slava ortodossa nel secondo regno bulgaro e in Serbia. E dopo la conquista ottomana, sarebbero state le terre russe, fino a Novgorod e a Mosca, a raccogliere l’eredità di un patrimonio spirituale sentito sempre più comune dagli slavi ortodossi. Quando Mosca prende il sopravvento sulle altre terre russe e dà vita a una rinnovata versione imperiale della vecchia Rus’, i suoi capi politici e religiosi si sarebbero sentiti investiti di un potere pan-slavo-ortodosso. Questo complesso di interrelazioni, sullo sfondo di più vasti contrasti religiosi, politici e militari, avrebbe, secondo Picchio, caratterizzato il lungo medioevo della Slavia orientale (e di quella balcanica), in cui la letteratura avrebbe continuato a proporre contenuti e strutture formali modellati su esempi precedenti, innestandovi elementi e motivi che emergevano dalla contemporaneità ed erano più legati agli interessi di principi e clero locali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo studioso rileva come questo doppio livello della letteratura anticorussa, prodotto dall’incastro di esperienze locali in una più ampia e conservativa cornice di convenzioni scrittorie, diffuse in tutta la Slavia ortodossa, crei problemi agli esegeti moderni, sicché la comprensione del ‘capitolo’ antico russo di questa manifestazione letteraria richiede che esso non sia estrapolato dal suo più ampio contesto (Picchio 1997, 9). Propone quindi di affrontare in chiave comparativa lo studio di testi riconoscibili in determinati generi – agiografie, cronache e annali, testi giuridici – e finanche di esaminare in uno studio complessivo le tecniche di compilazione con cui venivano prodotte le sillogi che includono, nella fisica individualità di un solo libro, testi disparati, in modo da rappresentare un’unica offerta sul mercato dell’utenza letteraria. Questa prospettiva ampia implica che si scriva una storia complessiva della letteratura slava ortodossa invece di singole storie della letteratura (serba antica, bulgara antica, ecc.), ma Picchio intravvede la possibilità di descrivere la letteratura slava ortodossa come riferita ad una comunità di culture ‘nazionalmente’ unite dall’uso della stessa convenzione linguistica, facendo salva in questo modo la possibilità di studiare la connotazione ‘particolare’ di ciascuna comunità nel quadro di uno strumento espressivo comune. Con un paragone un po’ ardito lo si potrebbe vedere come una sorta di sistema di vasi comunicanti: lo stesso liquido versato in vasi di forma e altezza diverse ma comunicanti nel fondo, in situazione di equilibrio, raggiunge il medesimo livello, ovvero crea una superficie equipotenziale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo studioso ragiona quindi sulla lingua in relazione al suo uso in letteratura e osserva come in tale comunità si fossero affermati modi di scrivere che consentivano la circolazione di testi che non necessitavano di traduzione ma solo di parziali ritocchi da parte di copisti-editori. A questa lingua scritta, relativamente all’ambito russo, gli studiosi danno il nome di ‘russo antico’ e ‘slavo ecclesiastico’: il primo è in linea con uno schema di storiografia nazionale e sottende una concezione nazionalmente unitaria, mentre il secondo, in maniera più ampia e più vaga indica la lingua scritta di origine cirillometodiana in tutte le sue varianti, sia dal punto di vista sincronico che diacronico. Si tratta, secondo lo studioso, di una lingua codificata in maniera artificiale per gli scopi apostolico-sacrali della cristianizzazione, che dovette avere fin dall’inizio caratteristiche sovranazionali, il che implica che conservasse una propria individualità e compattezza funzionale per un tempo che viene valutato in maniera diversa dagli studiosi (Picchio 1997, 10). La varietà di valutazioni ha avuto delle conseguenze: una stretta aderenza allo schema di storiografia nazionale naturalmente tende a sminuire la dimensione sovranazionale per far emergere gli elementi prossimi alle singole lingue letterarie nazionali. Sicché, già operando una prima suddivisione nella lingua comune tra un periodo più antico (non oltre il XII secolo), contraddistinto da compattezza e vitalità, etichettato </hi><hi rend="italic">vario modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> come slavo ecclesiastico antico o slavo antico o paleoslavo, e uno più recente, caratterizzato da disgregazione e decadenza, generalmente etichettato come slavo ecclesiastico senza altre precisazioni e non precisamente definito nelle sue peculiarità, si evidenzia nel periodo più recente la possibilità di funzionamento di altri sistemi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tal modo il concetto di ‘russo antico’ – e simili formazioni in altre aree della Slavia ortodossa – indicherebbe un nuovo sistema linguistico fondato sull’uso indigeno ma capace di convogliare e ristrutturare elementi derivanti dallo slavo ecclesiastico, inteso come insieme di norme prevalentemente importate. Tale impostazione, cara alle scuole filologiche nazionali, si scontra con il dato empirico che nella realtà un sistema linguistico non si sostituisce a un altro in maniera ‘genealogica’ e netta, sicché rimangono da spiegare zone più o meno ampie di interferenza di un sistema sull’altro, e di conseguenza di ricezione nel russo antico di innovazioni dello slavo ecclesiastico prodottesi al di fuori della sua area di azione – Balcani, Monte Athos, Rutenia (Picchio 1997, 11).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla discussione accesasi intorno a tale questione, Picchio desume che né la nozione di ‘russo antico’ né quella di ‘slavo ecclesiastico’ possono essere usate in senso esclusivo. Il problema è di definire, sulla base di analisi testuali, non solo quali potessero essere le interrelazioni fra componenti indigene ed importate, ma anche fino a che punto un sistema linguistico di uso sovranazionale imponesse i propri modelli strutturali o si adeguasse alle mutevoli circostanze della pratica scrittoria. Lo studioso ripercorre rapidamente i vari modelli evocati per spiegare queste complesse interazioni, e ribadisce che il rapporto tra i due sistemi linguistici non deve essere concepito in termini di opposizione bensì in un quadro più ampio di inserimento dei fenomeni letterari locali nella comunità linguistica e culturale slava ecclesiastica (Picchio 1997, 12).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro nodo problematico è costituito dalla trasmissione manoscritta delle opere russe antiche, che crea non pochi problemi nel ristabilire una cronologia affidabile su cui basare la storia dei fenomeni letterari. Picchio ritiene che nella cultura slava ortodossa, di cui la civiltà letteraria russa antica sarebbe stata espressione precipua, la pratica della scrittura fosse concepita come un servizio, quindi praticata prevalentemente in ambienti monastici, e senza attendersi da chi scriveva una qualche forma di espressione di idee personali. Di fronte a una funzione meramente utilitaristica, chi scriveva era un vero e proprio artigiano o al più un ‘redattore’ libero di utilizzare testi preesistenti, rielaborarli e farne un testo nuovo. Anche un copista di mestiere poteva essere un copista-redattore, benché i margini di intervento sui testi non fossero illimitati. Invero lo studioso ammette che non ci sono noti i criteri cui i redattori dovevano attenersi, ma dalle opere pervenute egli desume che fossero sottratti alla possibilità di intervento i testi sacri e il corpus patristico, nonché gli scritti di autori ritenuti ispirati mentre più esposti sarebbero stati gli scritti dei cronisti. Ritiene dunque che si possa ipotizzare una trasmissione fedele (almeno nelle intenzioni) per testi provvisti di sufficiente tradizione </hi><hi rend="italic">auctoris et auctoritatis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia una tradizione chiusa, e un trattamento più libero, ampiamente redazionale, per gli altri testi, ossia una tradizione aperta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio attribuisce a non poche opere russe antiche una tradizione aperta, la qual cosa pone una serie di problemi ardui, a partire dalla datazione stessa delle ‘opere’ rispetto ai ‘testi’ che ci sono pervenuti. Egli adotta queste denominazioni per indicare due livelli che possono rivelarsi, secondo il suo ragionamento, molto diversi fra di loro. Partendo da una definizione di ‘tradizione aperta’ come di «trasmissione parziale (ossia copiatura fedele solo di alcune porzioni dei testi) accompagnata da rielaborazioni redazionali, da alterazioni dell’ordine di esposizione e dall’inserimento di alcuni materiali testuali in un diverso contesto», egli di fatto postula nella trasmissione di una serie di ‘opere’ la genesi di «individualità testuali nuove, che tuttavia possono continuare funzionalmente la tradizione di un’opera originalmente scritta in maniera diversa» (Picchio 1997, 15). Enfatizzando l’incidenza della tradizione aperta, egli ne vede il riverbero sulla definizione stessa di testo, giungendo a conclusioni, mi pare, tendenti a un certo estremismo. Lo studioso infatti sostiene che, se per testo si intende un insieme sincronico di elementi interrelati, il mutamento di qualcuno degli elementi o della rete di interrelazioni cambia il testo in maniera significativa. Non appare chiaramente definita la natura o la consistenza del mutamento capace di alterare il testo di partenza, e se si ammette in maniera generalizzata che ogni mutamento cambia il testo in maniera significativa, le conseguenze sono di notevole portata. Lo sono altrettanto se la valutazione di un ‘indice di mutamento’ viene affidato allo </hi><hi rend="italic">iudicium</hi><hi rend="CharOverride-1"> del fruitore del testo (lettore o editore o storico della letteratura che sia). E se, in aggiunta, tale definizione di tradizione aperta viene applicata con larghezza, gli esiti possono essere sorprendenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E infatti, secondo Picchio, la tradizione aperta porta lo storico della letteratura a datare l’opera non all’epoca di una solo ipotizzabile prima stesura, ma a quella della/e redazione/i effettivamente nota/e. Se invece il testo viene concepito come un insieme più flessibile e non se ne esclude una dimensione diacronica, l’opera può anche essere datata al tempo delle sue ‘origini testuali’, essere cioè considerata come un’entità nata in un dato momento e capace di rimanere se stessa pur con le mutazioni sedimentatesi nella sua trasmissione storica. Da queste due concezioni originano schemi storiografici notevolmente diversi. Lo studioso prevede la ragionevole obiezione che dinamiche quasi mai lineari nella trasmissione dei testi non riguardano solo la tradizione anticorussa e slava ortodossa, ma la neutralizza, dicendosi convinto che in questi specifici ambiti la larga incidenza della tradizione aperta era conseguenza della concezione stessa dello scrivere che li animava: addirittura la sospetta con quasi certezza non solo quando i codici che tramandano una determinata opera sono tardi rispetto alla supposta origine testuale dell’opera, ma anche quando i manoscritti pervenutici «attestano la fedele trasmissione di un compatto materiale testuale»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Picchio 1997, 15).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In tali condizioni</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">la datazione diventa molto problematica, e ciò può minare alla base schemi di periodizzazione. Forse consapevole delle drastiche conseguenze implicite in siffatto ragionamento, lo studioso introduce la non meglio precisata categoria di «materiale testuale» che può essere ‘comune’ a diverse redazioni, e prospetta la possibilità di ricostruire la storia del testo con limiti sufficienti di plausibilità quando gli interventi redazionali si siano limitati alla veste linguistica (ad esempio nell’adattamento allo slavo ecclesiastico orientale di testi concepiti nella Slavia balcanica) o a «ritocchi di contenuto» (Picchio 1997, 16), una cui definizione univoca rimane altamente problematica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Picchio affronta poi la questione della «letterarietà» dei testi russi antichi, su cui sono stati avanzati non pochi dubbi, dal momento che essi appaiono essere stati scritti solo a fini pratici e devozionali, fra l’altro da scribi-redattori, epitomatori, chierici che rifuggivano, come si è detto, dal creare testi veramente nuovi e improntati a proprie personali opinioni o esperienze. Lo studioso osserva che, applicando il filtro dei criteri che fondano la letterarietà secondo il gusto moderno europeo, tale letterarietà non può essere individuata nei testi anticorussi. Balza agli occhi la totale mancanza della </hi><hi rend="italic">fictio</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una produzione scrittoria votata a parlare del ‘vero’ e dell’‘utile all’anima’, come anche la predilezione esclusiva per la prosa, a scapito della poesia (Picchio 1997, 17). A suo avviso, non ha facilitato la comprensione di questa letteratura la mancanza di opere teoriche che ne illustrassero la poetica. Ciononostante non è da pensare che essa non fosse governata da un proprio sistema di principi e modelli retorici, evidentemente da cercare negli stessi principi religiosi a cui si ispirava quella società. Lo studioso pensa di poterli appunto rintracciare negli insegnamenti della Scrittura e dei Padri, secondo l’ortodossa interpretazione fissata dalle autorità ecclesiastiche (Picchio 1997, 18). Mi sembra però che questa presunta interpretazione fissata da autorità esterne al processo creativo consolidi l’impressione di una produzione scrittoria imbrigliata in schemi prefissati, quasi censori, piuttosto che conformata a principi di poetica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’obiezione che nella Rus’ vi fu anche una cultura laica e secolare, Picchio ribatte che pure la occasionale presenza di motivi ‘mondani’ nella letteratura russa antica va inquadrata all’interno di questo specifico sistema referenziale suggerendo che, come nella pratica di esegesi scritturale, molti testi della Rus’ kieviana e moscovita debbano essere letti nella loro stratificazione e co-presenza di più livelli di significati: da quello spirituale (rappresentato nella semantica), cioè attinente al vero assoluto e rivelato, a quello storico, attinente alla sola realtà delle esperienze terrene (Picchio 1997, 19). Lo studioso ritiene che i testi stessi forniscano degli elementi per individuare la natura del messaggio che veicolano. Tali elementi, che egli chiama «chiavi tematiche», sarebbero costituiti da una citazione o un insieme di citazioni scritturali collocate in un punto marcato della composizione, in funzione di dispositivi retorico-concettuali finalizzati a orientare il lettore nell’identificazione dell’evento o della narrazione biblica a cui viene assimilato il contenuto narrato. La chiave tematica permetterebbe di leggere il doppio livello dell’opera, quello storico e quello spirituale, e questo contribuisce a conferire alle opere un particolare tipo di letterarietà (Picchio 1997, 20)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, la cultura cristiana della Slavia ortodossa, votata, come si è detto, a occuparsi solo del vero, si sarebbe limitata a registrare il reale accadere delle cose secondo la volontà della Provvidenza e quindi ad armonizzare il livello inferiore (storico) con quello superiore (spirituale), creando una </hi><hi rend="italic">sinsemia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò avrebbe permesso di vedere il reale in una diversa prospettiva e avrebbe creato un apparato di formule e unità lessicali usate in varie combinazioni per ottenere molti e diversi risultati. Sicché la letteratura russa antica sarebbe stata contraddistinta da una varietà di forme, plasmate sulla base di «schemi bizantini», mentre i contenuti sarebbero stati fin troppo limitati «dalla vigilanza tematica dei poteri politico-religiosi» (Picchio 1997, 21). Lo studioso ritiene che i modelli di strutture formali siano stati recepiti dagli scrittori per via propriamente letteraria, attraverso il calco o l’imitazione di formulazioni scritte, provenienti dai testi greci, cosa che deve portare a non trascurare il ruolo delle traduzioni nel formare una vasta gamma di convenzioni espressive usate poi anche nella letteratura originale (Picchio 1997, 22). Ciononostante non tutti gli aspetti dell’ornato anticorusso possono essere ricondotti a forme di assimilazione-imitazione: Picchio fa riferimento a strutture formali governate da regole proprie e ancora da decodificare. A questo proposito egli introduce la sua ipotesi circa l’esistenza di strutture isocoliche, ovvero di un modo di organizzare la frase suddividendola in segmenti logici prosodicamente marcati, in </hi><hi rend="italic">cola</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritmo-sintattici contrassegnati dallo stesso numero di accenti (Picchio 1997, 23-24).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla questione del passaggio dalla letteratura antica a quella moderna, se per una netta frattura o in presenza di linee di continuità, Picchio sottolinea la necessità di approfondire gli studi e si dice convinto del fatto che la penetrazione occidentale fosse già in atto attraverso numerosi varchi in epoca petrina. Rileva però che l’occidentalizzazione portata avanti dal sovrano si oppose tanto a questa prima penetrazione, ancora impregnata di una visione religiosa della letteratura benché mediata da altri modelli (cattolico-polacchi, ad esempio), quanto al retaggio slavo ortodosso, animata com’era da un netto e inappellabile rifiuto della dottrina tradizionale di ispirazione scritturale e decisa a fare proprie la retorica e la teoria della letteratura profana coltivate in Occidente (Picchio 1997, 24-26).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. Considerata la pregnanza delle questioni toccate, l’</hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> si configura in realtà come una </hi><hi rend="italic">summa </hi><hi rend="CharOverride-1">del pensiero di Picchio sulla letteratura della Rus’: le soluzioni ai problemi passati in rassegna, i criteri di analisi e le chiavi di lettura esposti sono poi utilizzati nei tre capitoli seguenti per illustrare: nel primo, a firma congiunta di Riccardo Picchio e Michele Colucci, la codificazione dei tipi letterari nella Rus’ kieviana nei secoli XI-XII; nel secondo, parimenti scritto da Picchio e Colucci, la letteratura della Rus’ divisa e invasa (secolo XII-XIV); nel terzo, affidato a Harvey Goldblatt, la rinascita slava ortodossa del periodo compreso tra fine XIV e inizio XVI secolo. Nel primo viene rimarcato il ruolo formante esercitato dalla letteratura fiorita in Bulgaria su quella della Rus’, tanto che quest’ultima si potrebbe descrivere nei termini di un processo di imitazione-assimilazione della seconda (Picchio 1997, 33). Si insiste su una tradizionalmente asserita esclusività della produzione in prosa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È inoltre rimarcato il ruolo egemone della Chiesa nel dettare forme e contenuti della letteratura, mantenuto attraverso uno stretto controllo dei copisti, quasi esclusivamente chierici educati nei monasteri e, all’occorrenza, con una vera e propria attività censoria (Picchio 1997, 30-31), dopodiché sono presentati testi e autori del periodo kieviano. Nel secondo capitolo, gli autori insistono sul fatto che il monopolio della Chiesa appare ancora più evidente nel periodo tra il XII e la fine del XIV secolo, contraddistinto dal dominio politico tataro e da lotte interne fra vari principati, che non consentono di individuare durature aree di sviluppo culturale. Ma si parla diffusamente anche dello </hi><hi rend="italic">Slovo o polku Igoreve</hi><hi rend="CharOverride-1">, e dell’ampia problematica ad esso legata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel capitolo successivo, Harvey Goldblatt descrive il processo di rinascita di una attività letteraria creativa, avviatosi alla fine del XIV secolo e protrattosi fino all’inizio del XVI secolo: ne evidenzia gli elementi di opposizione alla stagnazione culturale del periodo precedente, sottolinenado tuttavia che esso non si può in alcun modo assimilare al Rinascimento sviluppatosi in Europa occidentale. Si tratta di un processo lento, che si realizza quando ancora lo scenario politico è dominato dai tatari, ma che avrebbe subito una accelerazione dopo la definitiva caduta dell’Impero bizantino nelle mani degli Ottomani, suggellata dalla presa di Costantinopoli nel 1453, a seguito della quale si sarebbero innescate nuove situazioni nei rapporti tra le Chiese ortodosse. In particolare, la metropolia russa avrebbe di fatto ottenuto l’indipendenza – i prodromi della quale si erano già manifestati qualche anno prima a seguito del rifiuto dell’unione di Firenze –, e si sarebbe avviata a sostenere i piani di creazione di uno stato centralizzato da parte dei principi di Mosca. Il capitolo espone nella sua complessità la questione dell’esicasmo e della scuola di Eutimio di Tărnovo e della loro ricezione in area russa, intesa non nei termini tradizionali di (seconda) influenza slavo-meridionale, bensì come diffusione di idee e tecniche letterarie da una regione all’altra della stessa comunità culturale (Picchio 1997, 104). Viene descritta l’attività degli intellettuali provenienti dai Balcani (Kiprian, Grigorij Camblak, Pachomij Serb) e di quelli locali (Epifanij Premudryj), i cicli epici e storici collegati alla lotta contro i tatari e lo sviluppo di motivi legati all’eredità imperiale di Mosca dopo la caduta di Bisanzio. Questa prima sezione si conclude con un capitolo scritto da Cesare G. De Michelis e dedicato ai movimenti ereticali (o presunti tali) nelle terre russe tra l’XI e il XVI secolo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda sezione è dedicata, come si è detto, alla letteratura della Rus’ di Mosca nei secoli XVI-XVII. Questa scansione risponde evidentemente ad un’idea di periodizzazione della letteratura pre-petrina che individua come utile punto di riferimento la situazione politica delle terre in cui questa letteratura viene prodotta: nel primo periodo essa fu contrassegnata da una sorta di confederazione di principati sotto il controllo del gran principe di Kiev, nel secondo dallo sviluppo di uno stato centralizzato sotto la guida del gran principe di Mosca, due modelli di statalità che si impongono e interagiscono con un contesto internazionale diverso. Questa scansione è di per sé una risposta alla questione della presunta compattezza di tutto il periodo antico della letteratura russa; è invece questione più sottile far emergere la rete di interconnessioni tra la situazione socio-politica e i fenomeni letterari. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo capitolo, scritto da Giovanna Brogi Bercoff, esamina le entità protagoniste della nuova fase storica – la Chiesa, la formazione dello Stato centralizzato, i mutamenti nella società. In tale contesto sono analizzate le figure di Maksim Grek e del metropolita Makarij, lo sviluppo dell’epistolografia e il particolare caso del rapporto epistolare tra Ivan IV e Andrej Kurbskij e vari altri autori e opere che si muovono su questo scenario. Il secondo capitolo, scritto da Alda Giambelluca Kossova, è dedicato alla letteratura dell’epoca dei Torbidi (1598-1613), fase storica che avrebbe interrotto la naturale evoluzione della cultura russa nel XVI secolo portando a nuovi esiti nell’agiografia. Nel terzo capitolo, significativamente intitolato </hi><hi rend="italic">Verso la formazione di un nuovo sistema letterario</hi><hi rend="CharOverride-1">, Picchio approfondisce, in maniera sistematica e dettagliata, alcuni temi già accennati nell’</hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> in merito al passaggio dal sistema letterario antico al nuovo e al ruolo dell’occidentalizzazione. Rileva come, benché alcuni aspetti della vita politica, religiosa e culturale della Russia secentesca appaiano come una sorta di restaurazione della tradizione slava ortodossa, la realtà sociale, economica e politica dello stato centralizzato sia in realtà proiettata verso profondi mutamenti che inevitabilmente si riverberano sui fenomeni letterari. La più ampia alfabetizzazione di vari ceti sociali, ad esempio di quello mercantile, avrebbe cominciato a intaccare il monopolio culturale dei chierici, insieme ai contatti sempre più frequenti con altri Paesi, tanto verso Occidente quanto verso Oriente. Ciò avrebbe non solo scalfito il potere di controllo della produzione letteraria da parte della Chiesa, elemento più volte sottolineato per il periodo precedente, ma avrebbe anche lasciato penetrare nuovi modelli letterari, e in ultima analisi una visione radicalmente nuova della letteratura. Le nuove concezioni estetiche sono esaminate in relazione a vari testi in prosa e soprattutto all’opera poetica di Simeon Polockij.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ampio spazio è dedicato alle relazioni con la Polonia e gli slavi ortodossi della Rzeczpospolita polacco-lituana. Picchio rileva come questi avessero ormai maturato una propria cultura, una propria tradizione linguistica ed anche un proprio modo di concepire la loro identità etnico-confessionale, oltre che una propria letteratura basata su modelli polacchi. Questa nuova tradizione nazionale e gli eventi politico-militari del XVII secolo avrebbero portato all’evidenza la ‘questione rutena’ (l’aggettivo ruteno è la resa umanistica latina del termine</hi><hi rend="italic"> rus’skyj</hi><hi rend="CharOverride-1">), con gli sviluppi che ne sarebbero seguiti nei termini della definizione della tradizione ucraina e di quella bielorussa. Conclude il capitolo un paragrafo specificamente dedicato ai vecchi credenti e alla figura dell’arciprete Avvakum.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Come si vede, l’impostazione di Picchio è fondamentalmente imperniata su due cardini: l’ortodossia come ‘sistema’ di pensiero sottostante alla letteratura anticorussa, la quale è perciò partecipe con altre tradizioni letterarie, esprimentesi in slavo ecclesiastico, di un sistema letterario sovranazionale definito come letteratura della Slavia ortodossa e, inoltre, il legame senza soluzione di continuità con la tradizione bizantina (nella sua parte ecclesiastica, evidentemente, ma questo non è mai chiaramente esplicitato), un concetto – quest’ultimo – che si richiama all’idea di </hi><hi rend="italic">commonwealth</hi><hi rend="CharOverride-1"> bizantino, formulata da D. Obolensky. In questo modo lo studioso cerca, da un lato, di evitare le insidiose secche di una lettura ‘nazionale’ dei fenomeni letterari, insistendo su elementi comuni che vanno al di là delle contingenze di usi linguistici locali, e, dall’altro, di individuare una ‘letterarietà’ plasmata sul modello bizantino difficile da intravvedere se si usano i criteri delle letterature medievali dell’Europa occidentale. Sulla questione della teorizzazione di una </hi><hi rend="italic">Slavia ortodossa</hi><hi rend="CharOverride-1"> opposta a una </hi><hi rend="italic">Slavia latina</hi><hi rend="CharOverride-1">, o romana, molto è stato scritto e non è questa la sede per entrare nel dibattito. Vorrei tuttavia fare qualche osservazione sulla concezione avanzata da Picchio circa la comunità degli ‘scriventi’ nel medioevo slavo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima riguarda il fatto che il modello interpretativo ‘Slavia ortodossa’ non poggia su un sistema, vero o presunto, di idee e postulati tipici dell’ortodossia (cioè della dottrina), quanto su una serie di prassi e di veti attribuiti alla ‘Chiesa ortodossa’, cioè a un organismo che avrebbe agito di concerto con il potere politico. La differenza tra le due cose non è trascurabile. Mi sembra che tale costruzione rifletta molto di più la rigidità di situazioni storico-politiche verificatesi nel Novecento europeo piuttosto che nel lungo periodo di società di antico regime in cui in tutta Europa l’elemento cristiano era </hi><hi rend="italic">vario modo </hi><hi rend="CharOverride-1">predominante nella vita culturale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda riguarda il fatto che le tradizioni letterarie delle società di antico regime nell’epoca precedente all’invenzione e diffusione della stampa si sviluppano nell’alveo di ‘culture manoscritte’, in cui gli aspetti materiali della trasmissione dei testi influiscono in maniera rilevante sull’allestimento di </hi><hi rend="italic">corpora</hi><hi rend="CharOverride-1"> e libri contenenti i testi stessi e non da ultimo sullo stesso assetto testuale delle opere. Occorre quindi elaborare metodi e strategie di indagine che tengano conto di queste caratteristiche al fine di sciogliere molti degli interrogativi legittimamente sollevati da Picchio sulla problematicità di datazione di opere trasmesse da testimoni tardi, e di guardare da una nuova angolatura la consistenza librario-manoscritta in ragione dei diversi ambiti cui essa appartiene (cultura monastica, cultura delle curie ecclesiastiche e delle corti, ambito secolare).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, mi sembra che il ricorso sistematico alla categoria del </hi><hi rend="italic">commonwealth</hi><hi rend="CharOverride-1"> bizantino – idea che è stata a ragione criticata in ambito bizantinistico (Browning 1972) ma che, invece, viene usata ancora oggi come una categoria di indagine della tradizione anticorussa, e slavo ecclesiastica in generale –, renda molto angusta la visuale su questi fenomeni, producendo il frequente (e improprio) uso della definizione di ‘bizantino-slavo’, applicata a testi, prodotti artistici, movimenti di pensiero ecc., che appiattisce i fatti in esame deformandoli secondo un’etichetta al tempo stesso troppo generica per collocarli con esattezza e coglierne il significato e troppo specifica per essere reale. Per non dire del fatto che, pur non esplicitamente, queste immagini proiettano le ombre cupe di un controllo ecclesiastico anche sulla cultura e letteratura bizantina, contribuendo a diffonderne un giudizio non positivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A fronte di analisi della tradizione anticorussa, per così dire negazioniste</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, il tentativo di Picchio di comprenderne la natura nella sua complessità cercando di evitare e superare criteri nazionali ed estetici anacronistici per quel tempo merita apprezzamento, ma necessita di essere approfondito e migliorato nei suoi punti deboli, soprattutto dopo che studi di ampio respiro come quelli di Viktor Markovič Živov hanno chiarito molti punti sulle modalità di ricezione della cultura bizantina nella Rus’.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. In Italia la visione di Picchio è stata largamente recepita, e i suoi concetti chiave, come la categoria di ‘bizantino-slavo’ o la tendenza a ricondurre i fenomeni nel quadro della Slavia ortodossa, continuano ad essere applicati, spesso in maniera generalizzata e aprioristica, il che, come si è osservato, non giova ad un miglioramento dello strumentario di analisi dei testi e della tradizione manoscritta. Il problema della periodizzazione continua ad attirare l’attenzione degli studiosi, ulteriormente sollecitato in questi anni dalla questione dei rapporti della tradizione anticorussa con quella rutena.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione complessiva della periodizzazione delle letterature slave è stata affrontata dal Secondo Congresso Italiano di Slavistica, svoltosi a Bologna il 12-14 febbraio del 1998, e dai contributi raccolti in un volume pubblicato nell’anno successivo (Brogi Bercoff 1999): pur mancando un intervento specificamente dedicato alla letteratura anticorussa, la questione fu tangenzialmente affrontata dalla relazione di Garzonio, dedicata alla periodizzazione della letteratura russa moderna, che, nel riprendere le posizioni più recenti di vari studiosi russi e non, evidenzia come la tradizionale bipartizione della letteratura russa in due periodi (antico dall’XI al XVII secolo, moderno dal XVIII in poi) sia stata messa in discussione in quanto nessuno dei due risulta essere monolitico. Per quel che riguarda il periodo antico, lo studioso nota come il XVII secolo, con tutta una serie di innovazioni, mal si inquadri in una divisione così netta ed invita a «rileggere l’esperienza culturale secentesca anche nel suo definirsi spazio-temporale» (Garzonio 1999, 24). Egli rammenta inoltre l’osservazione di Jurij Lotman secondo la quale l’uso di categorie stadiali porta ad una eccessiva semplificazione dei fenomeni culturali che non consente di comprenderne la complessità e l’intima articolazione, con il rischio di non cogliere la portata di tendenze che rimangono in ombra rispetto a quelle evidentemente prevalenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La fondata cautela di Lotman si lega all’invito di V. M. Živov ad accantonare l’idea della lingua russa prepetrina come di un’opposizione binaria ‘russo’ e ‘slavo ecclesiastico’, mirando invece ad individuarvi i vari registri, l’intreccio dei quali conferisce ai fenomeni letterari un ben più vivace dinamismo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nello stesso volume, l’articolo di Vittorio S. Tomelleri (1999) si occupa della letteratura dell’antica Novgorod come di un fenomeno ben individualizzato nel panorama della letteratura di traduzione nell’antica Rus’ (vd. </hi><hi rend="italic">infra</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Seguendo il filo dei dubbi sollevati da Živov (1996) circa la fondatezza della bipartizione cronologica della letteratura russa, di cui riconosce il legame con una certa interpretazione della storia russa, anche Marcello Garzaniti (2012) si sofferma su alcune questioni della periodizzazione della ‘letteratura russa antica’. Egli rileva che, pur sussistendo nell’epoca medievale (della quale però non vengono più precisamente indicati i limiti temporali) un’unica produzione letteraria che si diffonde nella Slavia orientale come un germoglio dell’eredità cirillo-metodiana già fiorita nei Balcani, connotazioni linguistiche e contenutistiche locali non avrebbero tardato a manifestarsi, dando vita a tradizioni letterarie con specifiche caratteristiche, ad esempio nei centri urbani fortificati (Novgorod, Vladimir, Suzdal’ e dell’area della Galizia e della Volinia). Inoltre, i cambiamenti intervenuti nel corso del XV secolo, seppure non paragonabili con le trasformazioni del mondo occidentale e delle sue civiltà letterarie, costituirebbero una indubitabile cesura nella produzione letteraria fra XV e XVI secolo, benché non in termini di definitiva rottura con l’epoca precedente. Secondo lo studioso, letterati e iconografi provenienti dai Balcani ebbero un ruolo significativo nel processo di rinascita culturale che avrebbe rinsaldato le relazioni con la tradizione bizantina. Non è chiaro a quale tratto concreto della ‘tradizione bizantina’ egli si riferisca, o se non abbia in mente la tradizione monastica, soprattutto atonita, il che però sarebbe un’altra cosa. In sostanza Garzaniti ritiene che il mondo russo si sarebbe ripensato radicalmente alla luce di una serie di eventi verificatisi intorno alla metà del XV secolo, ossia il concilio di Firenze, la caduta di Costantinopoli, l’affermazione dell’autocefalia della chiesa russa, ma che i nuovi fermenti e tendenze si sarebbero esauriti nel XVII secolo in concomitanza con il processo di progressiva laicizzazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo studioso individua nella «letteratura di ispirazione moscovita» (Garzaniti (2012, 13) una serie di cambiamenti che metterebbero sotto una nuova luce la letteratura cinquecentesca: in particolare, l’emergere di nuove tematiche da porre in relazione con l’Occidente, fra cui la polemica antilatina, di matrice bizantina, ma rintuzzata e rielaborata dietro lo stimolo del rifiuto dell’unione di Firenze. In questa cornice la cultura russa si sarebbe confrontata con l’idea di Roma – su cui l’Occidente aveva costruito la sua idea di universalità –, facendone una delle sue questioni chiave, a cominciare dalla lettera di Filofej di Pskov, considerata il manifesto della traslazione dell’idea imperiale a Mosca. Garzaniti suggerisce che la genesi dell’idea di autocrazia non discenda solo dalla tradizione bizantina, ma rappresenti una risposta alla concezione occidentale di impero romano e a quella di </hi><hi rend="italic">respublica</hi><hi rend="CharOverride-1"> aristocratica che eleggeva i suoi re come, ad esempio, quella polacca. Il carteggio fra Ivan IV e il principe Kurbskij, le opere di Peresvetov sarebbero frutti della riflessione sull’assolutismo che agitava l’Occidente: pur avvalendosi di argomenti e forme tradizionali derivanti dalla tradizione bizantina (non meglio precisata in termini di testi concreti), le risposte moscovite alle nuove questioni che caratterizzavano l’Europa moderna indicherebbero un mutamento di sensibilità culturale e letteraria.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa cornice lo studioso colloca anche la figura di Maksim Grek, nei cui scritti si presenterebbe un mutamento radicale nell’uso delle citazioni bibliche: nella letteratura medievale della Rus’ esse figurerebbero come chiavi biblico-liturgiche traguardate all’edificazione spirituale, in Maksim sarebbero invece finalizzate ad offrire un fondamento autorevole all’argomentazione. Tuttavia l’assenza di alcuni elementi tipici delle letterature occidentali, quali l’uso del volgare, la tematica amorosa e la funzione estetica, avvalorerebbe la tesi del perdurare del medioevo nella letteratura russa. Anche nella Moscovia perdura la figura del monaco scrittore e copista, la cui produzione letteraria in slavo ecclesiastico è ancora legata all’ambiente religioso, in continuità con la realtà medievale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Garzaniti afferma che la rivalutazione del barocco ha permesso di comprendere come possa esistere una cultura letteraria di carattere confessionale o politico, priva di finalità estetica, ma comunque molto elaborata a livello formale. A differenza degli anni in cui la tendenza antireligiosa e ateista nella critica russa portava a trascurare l’apporto letterario di testi a tematica religiosa, lo studioso ritiene che oggi si possa superare il pregiudizio verso la produzione letteraria a sfondo religioso, o che comunque non pone la finalità estetica al primo posto. Esorta, tuttavia, a guardarsi da una ideologizzazione in chiave religiosa, pronta a sostenere che il mondo slavo orientale e russo sino alle riforme petrine costituisse una società confessionale. Complessivamente, lo studioso suggerisce una periodizzazione della civiltà letteraria russa che gli pare più coerente nel contesto slavo-orientale, o più generalmente slavo, in cui distingue una fase comune slavo-orientale corrispondente al medioevo, che si sviluppa in stretto rapporto con il mondo balcanico; una fase moderna che prepara la formazione della letteratura nazionale russa nel panorama delle letterature europee e che racchiude diverse fasi di passaggio ‘graduali’ ed ‘esplosive’ (Garzaniti 2012, 15-16). Purtroppo non esplicita i termini entro i quali intende il medioevo né descrive le diverse ‘fasi di passaggio’, che sono evidentemente fasi-chiave per intendere se vi fu continuità o meno dalla letteratura antica alla nuova, né, infine, indica gli elementi ritenuti distintivi, se formali, di contenuto o di altra natura.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sull’argomento si segnala anche l’intervento di Silvia Toscano (2020) che parte da una rassegna critica per arrivare a formulare una propria proposta di periodizzazione. In apertura la studiosa evidenzia le questioni principali: quale limite cronologico assumere convenzionalmente a conclusione del periodo ‘antico’ – un limite fissato da alcuni all’epoca petrina, da altri posto al primo terzo del XVIII secolo (A. N. Užankov), da altri ancora al periodo dei Torbidi e alla successiva riforma ecclesiastica (V. M. Živov); se considerare l’intero periodo come un ‘lungo medioevo’ o se invece potervi individuare dei sotto-periodi assimilabili a quelli individuati nelle letterature occidentali, ovvero stabilire se la letteratura anticorussa possa essere scandita secondo categorie storiografiche e critiche (medioevo, umanesimo, rinascimento, ecc.) approntate per le letterature occidentali; se l’uso dell’aggettivo «antico» (per il quale rimanda a Picchio 1997, 5) – e dell’aggettivo «russo», che dovrebbe essere riferito a tutti gli slavi orientali, anche se dal XVI secolo in poi la situazione si diversifica, possa essere ritenuto legittimo. Poiché la periodizzazione della letteratura implica una selezione di criteri possibili e quindi un certo orientamento nella valutazione stessa dei fenomeni letterari, la studiosa rammenta che nel caso specifico si devono considerare le seguenti peculiarità: a) la prevalenza, fino al XVII secolo, della fedeltà alla tradizione, che vede lo scrittore come </hi><hi rend="italic">scriba Dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la letteratura come un’arte mirata «all’utilità dell’anima» e non riconosce il principio d’autore; b) una certa qual fissità dei generi; c) la oggettiva difficoltà di datazione di numerose opere, tramandate da testimoni di molto posteriori e spesso rimaneggiate; d) l’esistenza di redazioni plurime dello stesso testo; e) la significativa incidenza di traduzioni nella complessiva produzione letteraria, via via rielaborate. Gli ultimi due punti in particolare non aiutano a individuare elementi periodizzanti (Toscano 2020, 2). A ciò si collega il problema di definire il grado di letterarietà che un testo deve possedere.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La studiosa presenta sinteticamente le principali periodizzazioni proposte dalla storiografia russa, in generale basate sul criterio cronologico, e i tentativi di isolare altri criteri. Discute poi quella proposta da Picchio (1997), rilevandone una certa incoerenza nella scelta dei criteri di riferimento, dal momento che quello della prima sezione (il medioevo) è cronologico e quello della seconda (la Moscovia) è geo-politico. Soppesati pregi e difetti delle periodizzazioni esistenti, Toscano auspica che si ricostruisca una visione diacronica di insieme della cultura russa, che permetta non solo di considerare molta parte della produzione scrittoria di solito esclusa perché non strettamente letteraria, come i testi giuridici e scientifici, gli </hi><hi rend="italic">sborniki</hi><hi rend="CharOverride-1"> di carattere teologico-filosofico, l’innografia liturgica (solitamente poco considerata perché funzionale ad un ambito limitato ma in realtà importante filone della produzione poetica antica) ma anche di dare risalto a momenti significativi come la reviviscenza filologico-letteraria del XIV secolo, il circolo del vescovo di Novgorod, Gennadij, i movimenti ereticali, l’opera di Maksim Grek, il pensiero politico-religioso del Cinquecento, la nascita del patriarcato, la riforma di Nikon. In una tale prospettiva anche la letteratura di traduzione assumerebbe nuovo valore. Sulla scorta di queste considerazioni, la studiosa propone una periodizzazione che dia un quadro immediato dei grandi momenti di cambiamento, delle più significative fratture culturali e quindi letterarie, utilizzando un sistema ‘misto’, in parte storico, in parte cronologico, in parte storico-culturale, ed evitando etichette utilizzate in altri contesti (medioevo, rinascimento, barocco). Individua quindi i seguenti blocchi: 1) la Rus’ di Kiev. Dalle origini alla conquista mongola; 2) la rinascita spirituale (fine XIV-metà XV secolo); 3) l’età di Ivan III; 4) la Moscovia nel XVI secolo; 5) il Seicento, delineandone brevemente le caratteristiche, donde effettivamente appare il carattere piuttosto composito dei criteri applicati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra questione, intimamente connessa alla periodizzazione e parimenti assai frequentata in Italia, è stata quella della presenza di Umanesimo e Rinascimento nella letteratura russa. Il dibattito è stato avviato dal saggio del 1958 in cui Picchio metteva in discussione la tesi presentata nello stesso anno da Lichačev al IV Congresso internazionale degli slavisti relativa all’interpretazione del mutamento di stile, lingua e forme intervenuto nella letteratura anticorussa tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo e generalmente etichettato come frutto di una «seconda influenza slava meridionale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La polemica è ben nota e le ricerche effettuate in Italia negli anni successivi hanno evidenziato l’assenza nella letteratura anticorussa di elementi da potersi ricondurre a Umanesimo e Rinascimento così come questi si sono articolati nelle letterature dell’Europa occidentale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel trentennio in esame sono specificamente tornati sull’argomento Toscano (2012) e Garzaniti (2019a). La prima ripercorre la polemica fra Picchio e Lichačev e rileva come essa, investendo profondamente la comprensione della cultura slava medievale, nel suo sviluppo specifico e nelle sue relazioni con le altre culture europee, abbia apportato molti fermenti all’indagine, coinvolgendo studiosi di vaglia (come Sante Graciotti). Toscano accetta il punto di vista di Picchio, pur notando che la definizione terminologica della teorizzata «rinascita slava ortodossa» andrebbe migliorata con una formula che ne faccia intendere meglio la portata. Anche Garzaniti ripercorre la polemica tra Picchio e Lichačev, e riconosce a quest’ultimo il merito di aver intuito le radici medievali della differenziazione dei processi culturali europei, differenziazione che oggi la critica individua nella diversa ricezione della filosofia antica, marcatamente orientata verso l’aristotelismo nell’Occidente medievale, e verso il platonismo e il neoplatonismo nella cultura bizantina, e bizantino-slava.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo studioso constata che l’idea di Lichačev, che vede il prerinascimento come un ritorno alla propria antichità, è giustificata dalla ripresa della circolazione della letteratura cirillo-metodiana e dal rinnovamento della tradizione manoscritta sulla base dei codici antichi, mentre appare più complesso il periodo della storia culturale russa tra il XV e il XVI secolo, durante il quale Mosca non solo affermò il proprio dominio politico e religioso, ma seppe sviluppare una civiltà letteraria in grado di assimilare le diverse eredità culturali locali, proponendosi come erede di Vladimir e di Kiev. Secondo lo studioso le trasformazioni che accompagnarono questi processi dovrebbero essere studiate nell’ottica di un più ampio fenomeno di ricomposizione culturale conseguente ai nuovi equilibri creatisi nell’Europa orientale alla fine del medioevo. Tale indagine oggi si compirebbe più facilmente in un orizzonte storico-culturale libero dalle ideologie del passato (non escluso un rigido formalismo letterario o filologico). Per quanto affascinante, l’esposizione manca di riferimenti concreti ai meccanismi culturali evocati (manoscritti, opere, concrete tracce dei processi di assimilazione teorizzati) e la personificazione di entità complesse quali ‘Mosca’ o ‘Kiev’, rende difficile afferrare il reale svolgimento degli eventi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tomelleri (2013) cerca di ripercorrere i contatti tra la Rus’ moscovita e le idee umanistiche – </hi><hi rend="italic">motu proprio</hi><hi rend="CharOverride-1">, attraverso la mediazione rutena o attraverso Novgorod – e spiega che questi non produssero una reale ricezione di idee umanistiche nella Rus’: tali idee non furono effettivamente assimilate dagli intellettuali della Moscovia, né trasformate in un lievito attivo per ulteriori elaborazioni. Rileva che buona parte della critica ha negato recisamente la presenza di qualunque elemento umanistico o rinascimentale nella Russia pre-petrina mentre da parte russa sono stati sopravvalutati sia l’impatto degli elementi umanistici a Novgorod sia la portata delle sue risultanze. Lo studioso rimarca che il periodo novgorodiano della letteratura anticorussa di traduzione fra il XIV e la fine del XV secolo fu caratterizzato, in Occidente e in Russia, da mutamenti radicali nella teoria e nella pratica dell’attività intellettuale, indotti principalmente dalla necessità di riportare la lingua (latina o slava ecclesiastica) alla sua forma originaria. Al contempo accetta l’idea già espressa da Picchio e Graciotti del «Rinascimento come spartiacque storico-culturale fra Occidente europeo ed Europa bizantino-greca» (Tomelleri 2013, 93) e imputa – come vari altri studiosi prima – l’assenza di Umanesimo e Rinascimento nella Slavia ortodossa al fatto che di tutta la tradizione letteraria greco-bizantina gli slavi avessero recepito solo il filone di testi cristiani. Tra l’orientamento ascetico, indifferente se non ostile al pensiero pagano, e l’attenzione all’eredità classica, atteggiamenti coesistenti nell’ambiente culturale bizantino, gli slavi avrebbero accolto e sviluppato solo il primo. Non sarebbero state tradotte neppure opere di teologia dogmatica (Tomelleri 2013, 96)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quindi lo studioso ridimensiona la connotazione umanistica molto liberalmente attribuita a Novgorod, in opposizione a Mosca, passandone in rassegna tutti gli elementi (con riferimenti a suoi saggi precedenti in materia) e auspicando ulteriori approfondimenti.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. La questione della periodizzazione viene toccata, in maniera più o meno tangente, anche da altri studiosi e in ambiti più specifici, quale, ad esempio, quello ecdotico, espressamente volto a studiare la tradizione manoscritta dei testi e ad approntare edizioni affidabili per poterne studiare genesi, contenuti, dinamiche di diffusione/ricezione e così via. La penuria di tali edizioni viene evidenziata in varie occasioni da Giorgio Ziffer, che rileva anche come, per scelta più o meno consapevole degli editori, il più delle volte le edizioni esistenti siano improntate ad evidente bédierismo, limitandosi a riprodurre il testo di un manoscritto di base e a dotarlo di apparato di varianti desunte dal resto della tradizione (Ziffer 1997, 11). Ziffer riconduce questa tendenza a scarso interesse per le questioni critico-testuali, a cui si somma la carenza di indagini sulla storia della tradizione manoscritta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si ricorderà come in un periodo precedente a quello qui esaminato, il ramo ecdotico della filologia aveva visto studiosi italiani, come R. Picchio, A. Danti, M. Colucci, intervenire nel dibattito scientifico internazionale per sostenere la necessità e possibilità di applicare ai testi anticorussi i principi di critica del testo finalizzati alla restituzione di un testo quanto più possibile prossimo all’originale, o quanto meno archetipale dei testimoni pervenuti, contro il punto di vista della scuola filologica russa, che rifiutava il meccanicismo del procedimento ‘stemmatico’ per privilegiare uno studio esegetico delle varianti prodottesi nella trasmissione del dato testo. La storia è nota e gli elementi sul tappeto anche, ma ad un certo punto il confronto teorico si è arrestato. In questo ambito di straordinaria vastità e densità, Ziffer si è occupato a più riprese dello studio dei testimoni dello </hi><hi rend="italic">Slovo o zakone i blagodati</hi><hi rend="CharOverride-1"> del metropolita Ilarion di Kiev (Ziffer 2007, 2010, 2013), presentando varie riflessioni stemmatiche, ma non (ancora) proposte ecdotiche compiutamente definite per una edizione del testo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra i punti salienti di tali riflessioni mi limito a ricordare quella relativa alla questione, spesso sollevata, della cronologia di opere tramandate da copie tarde, e la sua incidenza sui tentativi di stabilire quali testi circolassero effettivamente nella Rus’ fino alla soglia del XV secolo, marcata dalla cosiddetta seconda influenza slava meridionale. Lo studioso rileva che le ragioni dello scarto, talora notevole, tra la cronologia ricostruita delle opere e i testimoni tardi delle stesse, potrebbero non trovarsi solo in eventi congiunturali (usura, distruzioni), bensì nella peculiare fisionomia della tradizione scrittoria slava orientale, caratterizzata dall’improvviso e impetuoso ingrossamento registrato all’inizio del XV secolo (Ziffer 1997, 15). Da un suo sondaggio effettuato sui materiali citati dal primo volume dello </hi><hi rend="italic">Slovar’ knižnikov i knižnosti Drevnej Rusi</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">X-pervaja polovina XIV v.</hi><hi rend="CharOverride-1"> (vol. I, 1987), emerge che la maggior parte delle opere è tramandata da un basso numero di manoscritti, che si incrementa a partire dal XV secolo, a riprova di un’idea già espressa da A. D. Sedel’nikov, secondo la quale i testi che non erano destinati alla celebrazione liturgica sarebbero di norma trasmessi nella tradizione manoscritta slava orientale a partire appunto dal XV secolo. Lo studioso osserva che si dovrebbe disporre di dati più precisi, studiare il ruolo dei maggiori </hi><hi rend="italic">scriptoria</hi><hi rend="CharOverride-1">, precisare aree geografiche e cronologia (ma non esplicita come) e spiegare le ragioni che determinarono l’aumento della produzione libraria a partire dal XV secolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intanto però egli ritiene possibile statuire che la documentazione manoscritta di un’opera antica non liturgica successiva al XV secolo non debba essere etichettata come tarda perché questa è la norma, mentre dovrebbero essere considerate arcaiche le testimonianze più antiche. Parimenti, mette in guardia dall’esprimere giudizi a priori sul carattere più o meno innovativo o conservativo di tale tradizione manoscritta, senza prima aver condotto uno studio critico-testuale, perché manoscritti del XV secolo e oltre possono essere fedeli, così come possono essere infedeli manoscritti più antichi. Dalla scarsezza di testimonianze anteriori al XV secolo non si può automaticamente dedurre la scarsa diffusione di un testo in secoli precedenti. Ziffer nutre fiducia che, una volta definiti i rapporti genealogici che legano i manoscritti superstiti, si possa stabilire con buon grado di certezza un numero minimo di copie esistite di sicuro prima del Quattrocento, anche se per le normali vicende di trasmissione della civiltà letteraria slava orientale esse non ci sono pervenute. Ci si dovrebbe quindi astenere dal postulare automaticamente che l’affiorare delle prime testimonianze manoscritte di determinate opere a partire dal XV secolo sia frutto del desiderio di copisti di recuperare un testo dell’antico patrimonio kieviano, suscitato dalla congiuntura politica dell’ascesa di Mosca e della ‘riunificazione delle terre russe’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le indicazioni formulate dallo studioso in direzione di un approfondimento della tradizione manoscritta quattrocentesca non hanno ancora sortito risultati definitivi, ma il suo invito ad attenersi ai testi, restringendo al minimo le congetture a priori, è pienamente condivisibile. Mi pare tuttavia il caso di notare che l’analisi filologico-testuale, se disgiunta dallo studio della materialità dei testi pervenutici, è zoppa. Pur non condividendo gli eccessi teorici e applicativi della </hi><hi rend="italic">new philology</hi><hi rend="CharOverride-1">, vorrei ricordare che le premesse dalle quali questa si è sviluppata erano scaturite da proficue riflessioni sulle dinamiche oggettive della tradizione manoscritta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che non sarebbe male avere presenti quando si studiano i testi della tradizione anticorussa, e slavo-ecclesiastica in generale. La questione è che la materialità dei libri manoscritti e i meccanismi della loro trasmissione e diffusione devono essere considerati elementi distintivi della tradizione scrittoria cui appartengono. In altri termini, la trasmissione dei testi che si affida a tecniche artigianali e non seriali soggiace a grande variabilità e adattamenti di vario tipo, indipendentemente da atteggiamenti censori, veri o presunti, di chi è preposto a realizzarla.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi limito a fare un solo esempio: la nostra rappresentazione mentale dei libri manoscritti medievali coincide con la forma nella quale ci sono pervenuti (più o meno voluminosi, rilegati, apparentemente omogenei nella loro struttura materiale). Sostanzialmente li immaginiamo come oggetti definiti e statici, la cui staticità viene proiettata anche sul contenuto. È bene invece ricordare che i libri circolavano anche (e forse soprattutto, in determinate epoche) in forma di </hi><hi rend="italic">codices disligati</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia di gruppi di fascicoli, recanti una determinata opera, o parti di opere di particolare interesse per l’utente-lettore, che potevano poi confluire in associazione con altre unità codicologiche in forme rilegate più stabili – ma che non per questo erano destinate a rimanere tali. La sopravvivenza di codici slavi (segnatamente di area russa) non rilegati ma custoditi in borse di cuoio, attestata anche nelle tradizioni manoscritte latine e greche, è una testimonianza (ma se ne potrebbero citare altre) della variabilità delle forme di trasmissione. Queste forme influiscono sulla confezione del libro e sui processi di lettura e fruizione del libro stesso. Sicché sarebbe auspicabile, prima di elaborare modelli esegetici della letteratura russa antica (e slavo-ecclesiastica in generale), predisporre indagini più approfondite di quelle finora realizzate sulle modalità di produzione e circolazione di libri manoscritti e quindi sulla trasmissione dei testi: se non altro si potrebbe giungere ad evidenziare punti di contatto con altre tradizioni europee al momento insospettati.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">6. La consapevolezza delle profonde ed essenziali connessioni fra l’assetto del testo e il suo veicolo deve evidentemente ancora maturare, e non solo nella slavistica italiana. Di fronte a testi come le cronache, il cui assetto è fondamentale per ricostruire le circostanze della loro genesi e per la fondatezza del quadro storiografico che si può elaborare sulla base dei loro dati, non destano meraviglia i vari tentativi esperiti per ricostruire le relazioni tra le redazioni attestate e appurare la fedeltà della tradizione del nucleo più antico in testimoni ben più tardivi. In un contributo dedicato alla </hi><hi rend="italic">Povest’ vremennych let</hi><hi rend="CharOverride-1">, Silvia Toscano (2007) rileva come non ne esista uno </hi><hi rend="italic">stemma codicum</hi><hi rend="CharOverride-1"> ritenuto soddisfacente da tutti gli specialisti, e come si nutrano dubbi sulla possibilità di arrivare per un’opera di questo tipo a una </hi><hi rend="italic">constitutio textus</hi><hi rend="CharOverride-1">. La studiosa passa poi a commentare alcune delle recenti intraprese editoriali, quali la ricostruzione-traduzione tedesca di Ludolf Müller (2001), che costituisce la quarta parte del suo </hi><hi rend="italic">Handbuch zur Nestorchronik</hi><hi rend="CharOverride-1">, e la particolare edizione di Donald Ostrowski (2003) realizzata presso l’Harvard Ukrainian Research Institute, nonché lavori di H. Lunt, A. Gippius e altri studiosi che hanno messo in discussione svariati dati acquisiti nel passato, contribuendo </hi><hi rend="italic">vario modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’avanzamento degli studi della tradizione testuale della </hi><hi rend="italic">Povest’</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per contro, nel saggio introduttivo premesso alla sua traduzione italiana della </hi><hi rend="italic">Povest’</hi><hi rend="CharOverride-1">, Giambelluca Kossova (2005) dichiara di attenersi fedelmente e unicamente agli studi di A. A. Šachmatov, e attribuisce senza ombra di dubbio il testo a Nestore l’Annalista, senza accennare alle ricerche secondo le quali la menzione del nome di Nestore in uno dei testimoni sarebbe da ritenersi un’interpolazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto ad altri testi e generi letterari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non sono mancati studi su questioni di retorica e stilistica (Diddi 2014ab), agiografia (Ferro 2004 e 2007, Revelli 1993, Skomorochova Venturini 2003ab), omiletica e letteratura didattico-moraleggiante (Romoli 2009, 2015), odeporica (Garzaniti 2000c, 2008d), e trattati di una certa complessità, quali la traduzione slava della </hi><hi rend="italic">Topographia christiana</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cosma Indicopleuste (Romoli 2012) che non a caso, credo, conosce grande diffusione nella Rus’ fra Quattrocento e Seicento quando la circolazione di temi relativi alla teorizzazione dell’impero provvidenziale, temi che appunto la </hi><hi rend="italic">Topographia</hi><hi rend="CharOverride-1"> elabora ampiamente, si intensifica.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">7. Il XVI secolo ha attirato l’attenzione degli studiosi italiani in particolare in riferimento alla tematica storico-giuridico-politica della formazione dello stato russo centralizzato e della traslazione a Mosca dell’idea imperiale dopo la conquista dell’Impero bizantino da parte degli ottomani. L’interesse verso questi argomenti è stato con ogni evidenza catturato e amplificato dalla tradizione dei seminari annuali organizzati a Roma, in occasione del Natale dell’Urbe a partire dal 21 aprile 1981, sul tema “Da Roma alla terza Roma”, nata in ambito storico-giuridico, con il coinvolgimento di varie istituzioni e università e naturalmente di vari russisti. In questa cornice si collocano le indagini sul lessico giuridico e politico russo di Gianfranco Giraudo e Giovanni Maniscalco Basile (1994).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I prodromi dei mutamenti politici del XVI secolo sono stati individuati nel secolo precedente a partire dai tentativi di unione delle Chiese che portarono al concilio di Firenze. In questo tempestoso periodo si inserisce la figura di Michele Trivolis, noto anche come Maksim Grek, un personaggio che complesse vicende di vita portarono dalla natia Arta a Corfù, dove fu alla scuola di Giovanni Mosco, all’Italia, dove conobbe il Savonarola e si avvicinò all’ordine domenicano, al ritiro nel monastero di Vatopedi all’Athos e in seguito in Moscovia con l’incarico di supervisionare le traduzioni di testi sacri dal greco allo slavo ecclesiastico. Lo svolgimento di tale incarico non fu semplice e il rapporto con le autorità lo fu ancor meno: Maksim si trovò, fra l’altro, ad affrontare varie accuse e processi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A Maksim Grek ha dedicato vari studi M. Garzaniti, con il proposito di indagare l’influsso della formazione umanistica acquisita in Italia sul lavoro di traduttore e di mediatore di nuove idee nel mondo russo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo stesso studioso ha organizzato, insieme a Francesca Romoli e altri più giovani colleghi, convegni e forum sull’attività letteraria e traduttiva di Maksim (Garzaniti e Romoli 2010), mettendo al centro della rivalutazione del personaggio gli anni del suo soggiorno fiorentino e quanto della cultura rinascimentale qui assorbita sia transitata nelle opere della maturità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto al concilio di Ferrara-Firenze, Garzaniti (2005) presenta alcune riflessioni preliminari sullo sviluppo dell’idea della ‘santa Russia’, radicatasi nella cultura russa fra il XIX e il XX secolo, come reazione all’unione. Il saggio tratteggia la figura del metropolita di Kiev, Isidoro, e la vicenda della sua partecipazione al concilio, fino alla sua deposizione dal soglio metropolitico dopo il ritorno a Mosca, dove l’unione non fu accettata, con qualche accenno anche ai personaggi che lo accompagnarono a Firenze e alle testimonianze lasciate da alcuni di loro. Ad uno di questi testi, il </hi><hi rend="italic">Choždenie na Florentijskij sobor</hi><hi rend="CharOverride-1">, è dedicato il saggio di Skomorochova (2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come è noto, il ripudio dell’unione sancita a Firenze aprì una nuova pagina nella storia ecclesiastica della Rus’ moscovita: non volendo ricevere un nuovo metropolita da Costantinopoli poiché il patriarca aveva accettato l’unione, il sinodo dei vescovi locali, che aveva deposto Isidoro, innalzò a metropolita il vescovo Iona. Si crearono così le premesse per l’autonomia dalla Chiesa madre costantinopolitana, poi trasformatasi in autocefalia di fatto, ma la divisione provocata dall’accettazione dell’unione e i provvedimenti che i patriarchi uniti di Costantinopoli presero rispetto alle diocesi rutene influirono pesantemente sui destini di quella che era ancora la metropolia di Kiev, anche nei secoli seguenti. Del resto, l’unione con Roma non servì a fermare i turchi e la percezione della caduta di Costantinopoli come conseguenza dell’ira divina concorse alla teorizzazione di una </hi><hi rend="italic">traslatio</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’impero da Costantinopoli a Mosca, aprendo un nuovo capitolo non solo nell’azione politica dei principi moscoviti ma anche nella pubblicistica in cui fu man mano definito il ruolo della Rus’, sempre più spesso chiamata alla greca </hi><hi rend="italic">Rossija</hi><hi rend="CharOverride-1"> (da </hi><hi rend="italic">Rhōsia</hi><hi rend="CharOverride-1">), nella salvaguardia dell’impero cristiano, secondo i principi giuridico-canonici citati sopra. Un riflesso della nuova situazione politica ed ecclesiastica, visibile nella istituzione di alcune feste di icone della Madre di Dio è trattato da Marija Pljuchanova (2005); la stessa studiosa analizza alcuni testi in cui viene sviluppata la nuova concezione politico-sacrale del XV secolo (Pljuchanova 2010, 2014). Una panoramica degli studi relativi agli sviluppi cinquecenteschi nella Moscovia dei concetti di </hi><hi rend="italic">imperium</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">sacerdotium</hi><hi rend="CharOverride-1"> è tratteggiata da Garzaniti (2021).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">8. I cambiamenti che così cominciarono a prodursi, nella società, nella politica e nella letteratura costituirono i prodromi della situazione più varia e articolata che si realizzò nel Seicento. È il secolo problematicamente indicato come termine della letteratura anticorussa, nella consapevolezza che esso si configura come un vero e proprio crogiolo di nuovi orientamenti e di più intense relazioni culturali con la Rus’ sud-occidentale inglobata nel Regno polacco-lituano. La pista per una nuova e più dinamica interpretazione dei fenomeni letterari di questo periodo è stata aperta dagli studi di G. Brogi Bercoff sul Barocco nell’Europa centro-orientale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nell’ultimo trentennio tali studi sono continuati privilegiando una dimensione comparativa e hanno affrontato via via tematiche più specifiche legate alla letteratura barocca delle terre rutene. Brogi ha ribadito che l’area slava ortodossa risulta caratterizzata dalla continuità del medioevo nel Seicento in assenza della fase rinascimentale (Brogi Bercoff 1990, 27), sicché la letteratura della Rus’ fino al Seicento si presenta come un </hi><hi rend="italic">continuum</hi><hi rend="CharOverride-1"> contraddistinto da motivi ideologici e formali assai omogenei e sostanzialmente unitari (Brogi Bercoff 1996, 237). Il Barocco vi avrebbe portato «un complesso di nozioni, tecniche, categorie logiche e letterarie» (Brogi Bercoff 1996, 251) di ascendenza rinascimentale, che, benché alterate rispetto alla loro formulazione iniziale, avrebbero innescato uno scardinamento del pensiero religioso tradizionale, consentendo il nascere di una nuova concezione della parola e, quindi, una maggiore attenzione alla retorica e alla poetica elaborate in Occidente. Questo nuovo atteggiamento avrebbe contribuito a rimuovere il pregiudizio che vedeva nell’antichità la roccaforte del paganesimo e a conciliarla con la tradizione cristiana. Questa sintesi naturalmente ebbe modalità e intensità diverse nei diversi autori, ma complessivamente l’avvicinamento al classicismo contribuì in maniera sostanziale alla creazione di un nuovo sistema di generi letterari e ad una specifica sensibilità verso la poesia e i metri e quindi allo sforzo di modellare la lingua per creare una nuova espressività.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I nuovi fermenti posero in primo piano le questioni legate allo strumento linguistico, lo slavo ecclesiastico, e a una sua codificazione secondo il modello del greco e del latino, cosa che costituisce una dimensione molto interessante della percezione della lingua, degli usi di diversi registri nonché del suo stesso insegnamento. Di tali questioni si è specificamente occupata Maria Cristina Bragone (2008), mentre un quadro chiaro dei complessi rapporti linguistico-confessionali-culturali nell’area rutena secentesca, che aiuta a mettere a fuoco le intricate problematiche di plurilinguismo nell’area e in quelle contigue, è delineato da Naumow e Nosilia (2010). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rinnovamento degli studi sul Seicento russo è stato profondo anche fuori dall’Italia: Paola Cotta Ramusino (2004) traccia lo </hi><hi rend="italic">status quaestionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> evidenziando gli elementi di novità e invitando a continuare lo studio delle fonti per ricostruire i percorsi, non sempre lineari e facili da individuare, lungo i quali il patrimonio culturale occidentale è approdato nella cultura russa e ne è divenuto parte, con i naturali adattamenti. La studiosa ribadisce, tuttavia, la necessità di studiare la cultura russa come tradizione a sé stante, tesa ad esplorare strumenti stilistici ed espressivi più raffinati rispetto a quelli aviti, sulla scorta di quanto giungeva da Occidente, e ad adeguarli alle proprie esigenze ma, al tempo stesso, osserva che sulla produzione secentesca continua ad aleggiare il pregiudizio (ben radicato per la letteratura più antica, come si è visto) che non si tratti di ‘letteratura’ e che quindi essa non si presti ad essere analizzata con gli strumenti critici propri della scienza letteraria. Cotta Ramusino sottolinea invece la necessità che l’approccio scientifico alla questione lasci da canto qualsiasi valutazione che non poggi solidamente sui testi.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">9. Le tematiche di indagine sulla letteratura anticorussa hanno privilegiato le opere ‘originali’ da essa prodotte, benché il ruolo formante delle traduzioni non sia mai stato misconosciuto. Un affinamento delle ricerche in questa direzione contribuirebbe in maniera significativa a chiarire i meccanismi della ricezione nella Rus’ della letteratura greca di vari periodi, che hanno presieduto alla genesi di una tradizione autoctona, contribuendo a dissipare le nebbie di definizioni vaghe e inadeguate come civiltà bizantino-slava o letteratura bizantino-slava, nella quale si relegano in realtà testi ritenuti portatori di scarsi o nulli valori letterari. Un lavoro più capillare sul ruolo delle traduzioni è stato fatto per i testi latini tradotti a Novgorod: Tomelleri (2006) dà una presentazione complessiva dei testi e dei problemi, richiamando suoi lavori precedenti; su tali questioni lo studioso è tornato anche in lavori successivi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un interessante sondaggio ‘inverso’, per così dire, ossia sulle traduzioni di testi anticorussi in italiano è stato fatto da Diddi (2021). A fronte di un lavoro di capillare ricerca bibliografica, il saggio cerca di leggere in un’ottica sistemica i moventi, le scelte di testi, le modalità di traduzione di un repertorio particolare quale è quello anticorusso, o almeno di spiegare le ragioni di una presenza frammentaria e occasionale di questi testi in Italia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un indubbio merito nel rendere accessibile in traduzione italiana una sezione della tradizione scrittoria della Rus’, ossia quella dei testi trasmessi su tavolette di betulla e che costituiscono uno spaccato di vita quotidiana e un’attestazione di prim’ordine della cosiddetta ‘letteratura pragmatica’ dell’area di Novgorod, appartiene a Remo Faccani (1995) e a vari saggi pubblicati dallo studioso sull’argomento negli anni successivi. Questo corpus di testi è tanto più importante in quanto consente di recuperare informazioni su tipologie testuali documentarie altrimenti non attestate, oltre che su quelle vivaci interazioni fra lingua parlata e lingua della scrittura che è più difficile apprezzare in testi il cui registro ‘letterario’ è più controllato.</hi></p><div><head><hi>Conclusioni</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pur con i limiti imposti dalla necessità di presentare una sintesi dello stato degli studi relativi alla letteratura della Rus’ medievale in Italia, nella rassegna si è cercato di cogliere le principali direttrici sia della ricerca che degli orientamenti metodologici, soprattutto al fine di individuare eventuali punti deboli e carenze, sui quali avviare un dibattito costruttivo. Complessivamente si evince che le ricerche hanno privilegiato il lavoro di esegesi e commento dei testi orientato a illustrarne le caratteristiche letterarie e culturali piuttosto che il lavoro di esegesi mirato all’edizione dei testi stessi. Mi pare che tale orientamento possa essere stato determinato anche, se non soprattutto, da vari fattori contingenti: dalla difficoltà oggettiva di lavorare per lunghi periodi direttamente sulle fonti manoscritte – lavoro che presuppone una durevole possibilità di accesso alle strutture preposte alla loro conservazione e impone costi molto raramente finanziati in maniera consona (il più delle volte non finanziati affatto) –, ma anche dalla mancanza di una formazione completa e adeguata per poterlo fare: dalla mancanza, cioè, di una formazione specifica nelle questioni di ecdotica, e/o di una formazione specifica in paleografia utile a cogliere le varie sfaccettature di una ‘cultura manoscritta’. Altrettanto importante mi sembra la mancanza o carenza di una adeguata conoscenza della letteratura greca e bizantina e dei registri linguistici in cui si è espressa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta di carenze legate al funzionamento dei corsi universitari riformati dal 1999 che la buona volontà dei singoli (docenti, ricercatori, studenti) non basta a superare. Ma a questo punto si impongono delle riflessioni complessive sul problema, ormai pienamente evidente, di come la struttura dei nuovi corsi non consenta in tempi ragionevoli – e senza ricorrere a un sostanziale apporto di volontariato – la formazione del filologo medievista che padroneggi anche le lingue di più culture medievali fra loro in contatto. L’auspicio è che si possa presto giungere ad una franca e approfondita disamina del problema mirata ad individuare qualche, almeno parziale, correttivo. Gli effetti della riduzione del bagaglio culturale e dello strumentario di nozioni teoriche necessarie per affrontare la ricerca filologico-letteraria in senso ampio si avvertono anche nell’ambito dell’esegesi dei testi. In particolare, l’insufficiente conoscenza della storia tutta dell’Europa medievale, Impero bizantino incluso, nonché delle specificità dell’età medievale – che, evidentemente, a seconda dei luoghi e delle società, è ben più che un vago e indistinto ‘periodo di mezzo’ –, non permettono né di approfondire e migliorare schemi interpretativi confezionati in altre fasi storiche, né di superare pregiudizi subdoli che riescono a perpetuarsi anche quando li si ritiene depotenziati da un mutato contesto.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bragone, Maria Cristina. 2008. </hi><hi rend="italic">Alfavita radi učenija malych detej. Un abbecedario nella Russia del Seicento</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Udine, Forum. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toscano, Silvia. 2012. “Ancora sul (pre)rinascimento russo.” </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> 19 (56): 289-303.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Toscano, Silvia. 2020. “Sulla periodizzazione della letteratura russa antica. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-019-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Una versione riveduta dell’opera uscì nel 1968 presso la casa editrice Sansoni di Firenze ed ebbe molte ristampe, in virtù della straordinaria fortuna dell’opera come manuale per gli studenti universitari italiani.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Le due diverse visioni sono chiaramente e compendiosamente esposte da Stančev (2002a, 5-8), nella introduzione alla traduzione russa della</hi><hi rend="italic"> Storia della letteratura russa antica</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Questa pubblicazione è stata commentata nel precedente bilancio (Brogi Bercoff 1994).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Diversamente da quanto avvenuto nelle varie tribù germaniche e slave stabilitesi ad occidente della Rus’ con il latino, che ne aveva latinizzato anche la cultura scritta.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">L’idea di una traslazione in blocco di testi e lingua dalla Bulgaria alla Rus’ si è affermata nella storiografia, talvolta asserita in maniera veemente (ad esempio da Giambelluca Kossova 2001, 2002).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. </hi><hi rend="italic">Novellae</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Corpus iuris civilis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed. R. Schöll e G. Kroll, vol. III, Berlin 1908-1912: 35-36.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">La bibliografia in materia è comprensibilmente ampia, per un inquadramento complessivo rimando a Iōannēs Karagiannopoulos, </hi><hi rend="italic">Hē politikē theōria tōn Byzantinōn</hi><hi rend="CharOverride-1">. Salonikē: Banias, 1988.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">L’uso del concetto di ‘chiave tematica’ come di un vero e proprio artificio retorico, che Picchio aveva introdotto già anni prima, si è diffuso ampiamente tra gli specialisti italiani, nonostante le perplessità e critiche espresse da alcuni (Diddi 2013, Garzaniti 2008a, Garzaniti-Romoli 2013, Garzaniti 2016).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Contro la tradizionale negazione dell’esistenza di forme poetiche nella letteratura medievale Stantchev (2002b) argomenta che nella letteratura in slavo ecclesiastico la poesia liturgica aveva un proprio ruolo, che cominciò ad essere riconosciuto e studiato soprattutto ad opera di R. Jakobson, a partire dai tardi anni Cinquanta. Successivamente, mentre in area balcanica l’interesse per l’innografia cresceva, scoprendo l’esistenza, nelle tradizioni anticobulgara e anticoserba, di composizioni innografiche originali dotate di acrostici proprio come nella poesia bizantina, la critica russa rimaneva al riguardo molto tiepida, sostanzialmente negando la presenza di forme poetiche nell’ambito letterario anticorusso. Ricerche più recenti hanno mostrato come il genere fosse stato recepito anche nella Rus’ kieviana e via via sviluppato secondo nuovi indirizzi, a cominciare dalla formazione di raccolte innografiche e dall’introduzione della notazione musicale. Stantchev reputa necessario proseguire gli studi nell’area moscovita e rutena, tenendo conto dei cambiamenti nell’ordinamento liturgico – e anche nei generi e nello stile – avvenuti nel periodo della seconda influenza slavo-meridionale e del ruolo del metropolita Kiprian e dell’innografo Pachomij Serb nel rinnovamento del corpus innografico presso gli slavi orientali.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si pensi a Rothe (</hi><hi rend="italic">Was ist “altrussische Literatur”?</hi><hi rend="CharOverride-1"> Wiesbaden: Westdeutscher Verlag,  2000) per il quale sotto la definizione di “letteratura anticorussa” si deve intendere niente altro che lo sviluppo in alcuni centri religiosi di una tradizione scrittoria, che in determinate eparchie (all’inizio a Novgorod e Kiev, e più tardi in Galizia, a Smolensk e nel principato di Vladimir-Suzdal’) avrebbe forgiato una particolare cultura scrittoria. Si sarebbe trattato semplicemente della cornice di sviluppo della comune lingua di culto, che non si usava nel Paese come lingua parlata, ma aveva assunto la sua forma grammaticale e spirituale presso gli slavi meridionali, plasmata secondo il modello bizantino. Questa lingua conferiva una certa sacralità ai testi ma allo stesso tempo era estranea e talvolta incomprensibile. Sicché, secondo lo studioso, sarebbe impropria la definizione di “russo” perché si sarebbe trattato di slavo-ecclesiastico invero gradualmente ‘slavo-orientalizzato’, così come sarebbe impropria la definizione di “antico”, perché questa tradizione scrittoria si sviluppa in contemporanea con Umanesimo e inizio dell’età moderna in Europa e presso gli slavi occidentali. Altrettanto improprio infine sarebbe definirla letteratura, poiché si tratta unicamente di testi di uso strumentale per la religione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Pur non entrando nella questione teorica dell’opposizione continuità/rottura nella cultura letteraria russa, Ghini 1999 esperisce un tentativo di rintracciare una costante di peso nella costruzione del testo letterario nell’uso della tipologia biblica, di cui evidentemente il medioevo russo si era nutrito e che anche la letteratura post-petrina ha mostrato di non disdegnare.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">La specificità della cultura novgorodiana e della letteratura lì prodotta è stata oggetto anche delle due monografie Sbriziolo 2000 e 2006, la prima più orientata alle questioni storiche narrate dai testi coevi, la seconda più specificamente all’analisi dei testi agiografici prodotti nel milieu novgorodiano.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">D. S. Lichačev 1958, “Nekotorye zadači izučenija vtorogo južnoslavjanskogo vlijanija v Rossii.” In </hi><hi rend="italic">IV Meždunarodnyj s”ezd slavistov. Doklady</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3-67. Moskva: AN SSSR, 1958.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano Graciotti (2006), con i riferimenti alla bibliografia precedente, e Graciotti (2007) in cui lo studioso richiama gli elementi che lo portano a concludere che la diffusione dell’Umanesimo in Europa abbia seguito la linea di confine confessionale, entrando nell’esperienza letteraria degli slavi occidentali cattolici ma rimanendo fuori da quella degli slavi ortodossi.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Non è chiaro alla mancanza di quali opere lo studioso si riferisca, dal momento che i temi cristologici, trinitari, ecclesiologici, soteriologici, antropologici – ossia i dogmi della dottrina cristiana – sono trama e ordito dei testi dei Padri, dai Padri apostolici ai Cappadoci fino a Massimo Confessore, che opera una sistematizzazione definitiva del pensiero teologico orientale chiudendo l’età patristica e tutto il periodo creativo. Benché le traduzioni slave di questi testi possano non essere state integrali e sistematiche non si può dire che la teologia dogmatica non circolasse nella cosiddetta Slavia ortodossa. Invero, è un compito filologico tutt’altro che assolto quello di effettuare una approfondita e sistematica ricognizione delle traduzioni di testi patristici, soprattutto attraverso la letteratura scoliastica e dei commentari, e possibilmente approntarne indici e repertori.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ritengo che il riferimento a Stephen G. Nichols, “Introduction: Philology in a Manuscript Culture.” </hi><hi rend="italic">Speculum</hi><hi rend="CharOverride-1"> 65 (1990): 1-10, sia sufficiente oltre che d’obbligo se si rimane sull’impostazione generale del problema.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente non è possibile offrire il panorama completo e debitamente commentato di quanto pubblicato, pur a malincuore si è scelto di privilegiare gli orientamenti degli studi fatti in Italia relativi a problematiche di grande respiro anche in relazione agli orientamenti della slavistica internazionale, piuttosto che illustrare singoli contributi su singole questioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per una organica presentazione di problemi e obiettivi mi limito a rimandare a Garzaniti 2008b, rammentando che vari temi ivi presentati sono poi stati sviluppati in successivi contributi, pur mantenendo la stessa impostazione di fondo, ossia la rivalutazione della figura di Maksim come latore di una organica sintesi di elementi bizantini, italiani (umanistici) e russi, specificamente presentata in Garzaniti 2019b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">In tale direttrice di ricerca si collocano Romoli 2010 e Romoli 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_9_97-128.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Mi limito a citare Brogi Bercoff (1990), che si colloca cronologicamente all’inizio del trentennio qui esaminato, e richiama le risultanze di lavori precedenti.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Barbara Lomagistro, University of Florence, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">barbara.lomagistro@unifi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-1250-5634</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Barbara Lomagistro, <hi rend="italic">La letteratura della Rus’ medievale: stato dell’arte e problemi,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7.07</ref>, in Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio (edited by), <hi rend="italic">Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume II</hi>, pp. -33, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0492-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7</ref></p></div></div>
      
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