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        <title type="main" level="a">La letteratura russa dell’Ottocento</title>
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            <forename>Damiano</forename>
            <surname>Rebecchini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.09</idno>
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        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of Russian 19th-century literature</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021; Russian 19th-century literature</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.09" /></p>
      <div><head>La letteratura russa dell’Ottocento </head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Damiano Rebecchini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel tracciare un bilancio degli studi italiani sulla letteratura russa dell’Ottocento mi soffermerò soprattutto sulle monografie uscite negli ultimi trent’anni e sui lavori degli studiosi che si sono dedicati in modo continuativo a un medesimo autore o tema ottocentesco. Questo naturalmente non vuol dire che singoli articoli non possano avere avuto una grande rilevanza scientifica, ma ciò che qui più mi interessa è tentare di delineare le dinamiche culturali che hanno spinto i russisti italiani a dedicarsi con costanza allo studio di certi autori russi dell’Ottocento. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni Ottanta del secolo scorso l’Ottocento russo sembrava aver perso un po’ del suo lustro agli occhi di molti russisti italiani. Nel 1994 Danilo Cavaion, nel suo bilancio sugli studi italiani di letteratura russa dell’Ottocento fra il 1940 e il 1990, faceva notare che si stava assistendo da almeno un decennio «a un lento, ma continuo calo d’interesse per la letteratura russa del secolo scorso [</hi><hi rend="italic">ovvero dell’Ottocento – DR</hi><hi rend="CharOverride-1">], effetto di un immotivato senso di </hi><hi rend="italic">déja vu</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma più ancora conseguenza di un […] accentuarsi dell’attenzione degli studiosi per altri periodi prima disattesi, soprattutto per il Seicento e Settecento» (Cavaion 1994, 191). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Effettivamente fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, come ha notato Laura Rossi in questo volume, si andava formando una generazione di giovani slavisti che ha iniziato a dedicarsi con impegno e dedizione allo studio di una fase letteraria fino ad allora poco indagata, il Sei e Settecento russo. Per questo, negli anni Novanta del Novecento sono stati soprattutto gli studiosi della generazione precedente, quelli che per molti di noi sono stati dei maestri, a produrre una serie d’importanti opere monografiche sui grandi autori dell’Ottocento: Antonella d’Amelia, Rita Giuliani, Luigi Magarotto, Fausto Malcovati, Carla Solivetti, Serena Vitale. Questi studiosi, dopo essersi dedicati per lo più nei decenni precedenti ad autori del Novecento russo, in particolare del primo Novecento, negli anni Novanta riscoprono in un cammino </hi><hi rend="italic">à rebours</hi><hi rend="CharOverride-1"> la letteratura dell’Ottocento. Per questo non di rado il loro Ottocento russo è interpretato mediante una sensibilità critica ‘primonovecentesca’, a volte letto con una lente simbolista o avanguardistica. Accanto alla ricostruzione biografica, nei loro lavori conquista sempre più spazio l’analisi formale e lo studio della poetica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella prima metà degli anni Novanta, fra il 1992 e il 1995, escono </hi><hi rend="italic">Introduzione a Dostoevskij</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Fausto Malcovati e </hi><hi rend="italic">Introduzione a Gogol’</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Antonella d’Amelia. Quei pregevoli libretti azzurri di una fortunata collana di Laterza erano qualcosa di più di una semplice introduzione, erano densi lavori di sintesi segnati dal felice incontro fra la prosa dei grandi autori ottocenteschi e lo stile critico dei nostri studiosi. In quei lavori erano ben evidenti due diversi approcci all’opera letteraria coesistenti in quel periodo.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Leggere Dostoevskij è incamminarsi per una via che dal ‘delitto’ ci conduce lentamente, faticosamente, al ‘castigo’ e alla rigenerazione. Leggere Dostoevskij è capire che di ogni nostro atto, dai più piccoli ai più grandi, dobbiamo assumerci fino in fondo la responsabilità, capire fino in fondo la motivazione. Se non lo facciamo, sprechiamo la nostra vita, andiamo alla deriva, perdiamo la sola occasione per diventare uomini (Malcovati 1992, 3-4).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Tutta l’opera di Gogol’ è segnata da un particolare rapporto con la visione, l’occhio è per lui strumento primo di conoscenza […] La vista gogoliana include la brama insaziabile di possedere, di capire la Russia […]: Gogol’ è come sedotto e punito al tempo stesso da una vista onnipotente che vorrebbe abbracciare tutto insieme, ‘d’un colpo’, nei dettagli e in ‘unico quadro’ (d’Amelia 1995, 5).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per Malcovati l’opera di Dostoevskij è soprattutto un problema etico, una domanda diretta e bruciante che mette in causa in prima persona il lettore contemporaneo. Per d’Amelia, invece, l’opera di Gogol’ è in primo luogo un problema estetico, un enigma che ruota attorno all’originale bellezza disarmonica della prosa gogoliana. I due diversi approcci sono certamente legati al tipo di opera letteraria che i critici analizzano, ma anche la tradizione critica alle loro spalle ha avuto un peso. Mentre il libro di Malcovati aveva alle spalle soprattutto una lunga tradizione di studi filosofici italiani o occidentali, da Cantoni e Pareyson a Berdjaev, il libro di d’Amelia era in assoluto la prima monografia italiana dedicata a Gogol’, un autore prima indagato in profondità da critici russi come Belyj, Gippius, Tynjanov. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni Novanta del Novecento inizia a riflettersi nei saggi dei russisti italiani un lavoro d’archivio che prima era raro trovare nei lavori sull’Ottocento russo. Nei decenni precedenti le monografie dedicate ad autori ottocenteschi erano soprattutto opere di taglio biografico-interpretativo, fondate per lo più sulle fonti a stampa disponibili nelle biblioteche italiane e dedicate quasi esclusivamente ai grandi classici russi. Ora, invece, il lavoro degli studiosi italiani inizia a fondarsi su una base di fonti assai più ampia, che non di rado include anche quelle manoscritte. Questo aspetto rende i loro studi più rilevanti anche per la comunità scientifica internazionale e a volte li spinge a rendere accessibili le loro ricerche anche in lingua russa o inglese. Le ricerche degli anni Novanta di Serena Vitale e di Rita Giuliani ne sono un modello. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1995 esce </hi><hi rend="italic">Il bottone di Puškin</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vitale (Vitale 1995). In quest’opera la biografia degli ultimi anni del poeta viene ricostruita attraverso un meticoloso lavoro d’archivio che ruota soprattutto attorno alla figura del barone Heckereen, giovandosi di nuove fonti capaci di gettar luce su quel cruciale e studiatissimo periodo. Il lavoro d’archivio rimane però nascosto, relegato in appendice: la narrazione è un sapiente montaggio di voci e punti di vista sul mondo di Puškin e della corte, un montaggio quasi avanguardistico, che ricorda la tecnica di alcune opere di Viktor Šklovskij o di Vikentij Veresaev. Come risultato, quel libro è una delle poche opere degli slavisti italiani che, anche grazie alla sua narrazione dinamica e avvincente, ha raggiunto un ampio pubblico di lettori non specialisti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non meno ampio e scrupoloso è il lavoro d’archivio svolto in questi anni da Rita Giuliani attorno e dentro al mondo di Gogol’. Nel 1995 esce il suo </hi><hi rend="italic">Vittoria Caldoni Lapčenko</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui la studiosa indaga la vita di una modella di Albano ammirata da pittori e scrittori russi presenti a Roma fra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento (Giuliani 1995). Giuliani coglie i riflessi dell’ispirazione suscitata da quella celebre modella nelle opere di Lapčenko, Ivanov, Gogol’. Inizia qui un percorso d’indagine del mondo romano di Gogol’ che nei lavori di Giuliani va approfondendosi sempre più fino a raggiungere una forma armonica in </hi><hi rend="italic">La ‘meravigliosa’ Roma di Gogol’</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Giuliani 2002). La meticolosa ricostruzione delle frequentazioni e influenze artistiche vissute da Gogol’ a Roma non ha qui un valore meramente biografico, ma è sempre finalizzata a un’analisi della poetica delle opere letterarie scritte nel periodo romano, dalla seconda redazione de </hi><hi rend="italic">Il ritratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> al racconto incompiuto </hi><hi rend="italic">Roma</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla fase iniziale dello sviluppo creativo di Gogol’ è invece dedicato il lavoro di Giacoma Strano </hi><hi rend="italic">Gogol’: ironia, polemica, parodia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Strano 2004). Qui le opere gogoliane uscite fra il 1830 e il 1836 sono analizzate soprattutto nei loro innumerevoli rapporti intertestuali con i testi di alcuni giornalisti e letterati pietroburghesi, come Faddej Bulgarin e Osip Senkovskij, con cui lo scrittore ha polemizzato utilizzando procedimenti retorici diversi, dall’ironia alla parodia. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’inizio degli anni Duemila inizia a dedicarsi allo studio dell’opera gogoliana un’altra studiosa formatasi alla scuola del Novecento russo, Carla Solivetti, che si avvicina alla poetica gogoliana dopo decenni di studi dedicati all’avanguardia teatrale novecentesca (Miklaševskij, Chlebnikov e Kručenych). La sensibilità linguistica, affinata attraverso letture che vanno dalla critica simbolista di Belyj sino alla linguistica contemporanea di George Lakoff e Mark Johnson, permette alla studiosa di arrivare a risultati originali e stimolanti, come testimoniato ad esempio dal suo saggio su </hi><hi rend="italic">Vij</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le sue ricerche confluiscono in un volume intitolato </hi><hi rend="italic">Strategie narrative in Gogol’</hi><hi rend="CharOverride-1">, uscito nel 2015, in cui il valore di ogni singolo saggio viene accentuato dalle connessioni e rifrazioni interne che si creano fra i differenti studi (Solivetti 2015). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra studiosa che ha dedicato una parte importante della sua ricerca a Gogol’ è Cinzia De Lotto, che dell’autore ha studiato aspetti poco indagati, dalle sue competenze linguistiche (in italiano e in altre lingue straniere) fino alle </hi><hi rend="italic">ėkranizacii</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei testi gogoliani nel cinema italiano (De Lotto 2002, 2003). Questo non significa che la studiosa abbia evitato i grandi temi della critica gogoliana. A lei si devono interventi importanti su temi come la morte in Gogol’ o la ricezione dell’autore dei</hi><hi rend="italic"> Racconti di Pietroburgo</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra i simbolisti russi (De Lotto 2010, 2011). Infine, grazie al suo lavoro traduttivo, i nostri studenti hanno il privilegio di poter leggere in italiano un’opera fondamentale della critica gogoliana, </hi><hi rend="italic">La poetica di Gogol’</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Jurij Mann. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è difficile notare come la schiera dei </hi><hi rend="italic">gogolovedy</hi><hi rend="CharOverride-1"> appaia in questa fase più nutrita di quella dei puškinisti (Mazzitelli 2010), fra i quali, oltre a Vitale, dobbiamo ricordare Cesare G. De Michelis, che nel 1990 ha pubblicato un’opera inedita del poeta, </hi><hi rend="italic">L’ombra di Barkov</hi><hi rend="CharOverride-1">, e successivamente ha continuato ad occuparsi delle sue opere licenziose. Oltre a questi lavori a Puškin sono stati dedicati anche singoli contributi composti, fra gli altri, da d’Amelia, Stefano Garzonio</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ivan Verč, Raffaella Faggionato e Laura Rossi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un russista che all’autore dell’Onegin ha dedicato una serie di corposi saggi è Luigi Magarotto. Lo studioso ha affrontato in particolare il tema caucasico nell’opera di Puškin prima in un volume scritto insieme a Danilo Cavaion, </hi><hi rend="italic">Il mito del Caucaso nella letteratura russa</hi><hi rend="CharOverride-1">, poi, in modo più approfondito, in </hi><hi rend="italic">La conquista del Caucaso, Puškin, Lermontov, Tolstoj</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Cavaion e Magarotto 1992, Magarotto 2015). Magarotto si sofferma in particolare sui poemi dell’esilio meridionale, sul </hi><hi rend="italic">Viaggio di Arzrum</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sul </hi><hi rend="italic">Boris Godunov</hi><hi rend="CharOverride-1">. La sua analisi, che nasce da una profonda conoscenza del contesto storico-culturale caucasico e da un attento studio delle fonti, è tesa a mettere in luce la matrice ideologica imperialistica sottesa alle forme letterarie degli autori studiati. Dal punto di vista metodologico, i saggi di Magarotto paiono ben inserirsi nel filone dei </hi><hi rend="italic">postcolonial studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, un filone critico che negli anni Novanta con il risveglio dei nazionalismi post-sovietici sembra aver avuto una notevole vitalità sia in Russia che in Occidente. Di quel filone i saggi di Magarotto rappresentano a mio avviso un buon modello per ricchezza d’analisi ed equilibrio di giudizio. Puškin appare a Magarotto come una delle voci poetiche del tempo che ha contribuito a naturalizzare, e a tratti quasi a esaltare, l’ideologia imperialistica zarista.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, come si diceva, la schiera italiana degli studiosi di Gogol’ negli ultimi trent’anni appare più nutrita e più prolifica di quella dei puškinisti, che invece hanno prodotto più lavori fra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Negli ultimi trent’anni non è uscita una sola monografia dedicata all’analisi dell’opera puškiniana. Non credo che questo sia legato solo ad una sorta di ‘timore reverenziale’ rispetto alla puškinistica russa. Piuttosto, mi sembra che la predilezione dei russisti italiani per Gogol’ nasca da una maggior consonanza dell’opera di quell’autore con la tradizione letteraria novecentesca sia russa che italiana che quegli studiosi avevano assimilato durante i loro studi, una peculiarità che ha permesso loro di rinvenire qualcosa di familiare e attraente nelle pagine dello scrittore di Soročincy. Proprio l’identità culturale ibrida dell’opera gogoliana, al tempo stesso barocca e moderna, ucraina e russa insieme, è parsa offrire agli studiosi italiani un più ampio spazio di indagine rispetto alla più classica e indagata opera puškiniana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un campo di ricerca particolarmente fertile in questo periodo è quello che studia le relazioni fra la letteratura russa ottocentesca e le altre arti. Mentre Rita Giuliani analizza negli anni Novanta l’intersezione fra letteratura e arti figurative nell’opera gogoliana, in </hi><hi rend="italic">Paesaggio con figure.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Letteratura e arte nella Russia moderna </hi><hi rend="CharOverride-1">Antonella d’Amelia porta avanti un’indagine ad ampio raggio su diversi autori ottocenteschi, Puškin, Gogol’ e Dostoevskij </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui studia «le relazioni della scrittura con il tratto pittorico, l’architettura, il disegno» (d’Amelia 2009, 12). Un esempio ne è il saggio </hi><hi rend="italic">Parola e disegno nei manoscritti e negli album degli scrittori</hi><hi rend="CharOverride-1"> che riprende e sviluppa in modo originale l’approccio analitico elaborato da Konstantin Baršt. In generale, la studiosa tende ad interpretare la cultura letteraria ottocentesca più in chiave sincronica che diacronica, intendendola come un unitario spazio artistico, un «paesaggio con figure appunto», di cui indaga la composizione, i legami interni, i punti focali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Contemporaneamente, Ugo Persi analizza il problema della rappresentazione della musica e dei musicisti nella letteratura russa del primo Ottocento. La sua ricerca si conclude con un lavoro di ampio respiro, assai unitario e coerente, intitolato </hi><hi rend="italic">I suoni incrociati. Poeti e musicisti nella Russia romantica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Persi 1999). Grazie ad una notevole competenza nella storia della musica e del gusto musicale in Russia, Persi mette in luce come la rappresentazione della figura del musicista nella letteratura russa dell’Ottocento sia contraddistinta da due modelli base, uno tedesco e uno russo. Analizzando opere di Del’vig, Venevitinov, Puškin, Odoevskij, Lermontov, Gogol’, Vladimir Sollogub, Ivan Turgenev, lo studioso fa emergere il legame di quei testi con le concezioni estetiche e musicali del tempo nonché le implicazioni socioculturali sottese alla rappresentazione della musica e del musicista presenti in quelle opere. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al rapporto fra letteratura, geografia e imagologia sono dedicati numerosi studi che dimostrano l’importanza che hanno avuto nella russistica italiana alcuni concetti come lo spazio semiotico e il testo culturale, elaborati da studiosi quali Jurij M. Lotman e Vladimir N. Toporov. Fra di essi le monografie di Patrizia Deotto e Donatella Di Leo (</hi><hi rend="italic">In viaggio per realizzare un sogno. L’Italia e il testo italiano nella cultura russa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2002;</hi><hi rend="italic"> Anime felici e terra paradisiaca. L’immagine russa di Napoli</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2017). Numerose sono le miscellanee dedicate al rapporto fra letteratura e spazio architettonico o urbano, reale e immaginario: </hi><hi rend="italic">Testo letterario e immaginario architettonico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Casari 1996); </hi><hi rend="italic">Il mondo delle usad’by</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Dodero 2007); </hi><hi rend="italic">Dalla provincia remota </hi><hi rend="CharOverride-1">(Discacciati e Scandura 2016); </hi><hi rend="italic">Obraz Rima v russkoj literature</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Džuliani e Nemcev 2001); </hi><hi rend="italic">Capri: mito e realtà nelle culture dell’Europa centrale e orientale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Böhmig 2005);</hi><hi rend="italic"> Bergamo nella cultura russa e dei paesi slavi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Persi 2016).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Due studiosi che hanno pubblicato volumi in cui ampio spazio viene dedicato ai grandi autori ottocenteschi sono Stefano Garzonio e Ivan Verč. Il loro approccio critico è molto diverso, più filologico quello del primo, più ermeneutico quello del secondo. In </hi><hi rend="italic">Gli orizzonti della creazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> Garzonio tratta un’ampia serie di autori ottocenteschi – Žukovskij, Puškin, Boratynskij, Kozlov, Ivan Turgenev, Dostoevskij – con sguardo attento in particolare a far emergere la fitta trama di legami intertestuali che unisce la loro opera ad altri testi della letteratura russa o della letteratura europea (Garzonio 1992). In questo l’autore dimostra una rara sensibilità nel mostrare la rete di rimandi impressi nella memoria di quei testi letterari, identificando riferimenti e allusioni che solo un accorto ed erudito filologo saprebbe portare alla luce.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Verč dedica numerosi studi all’Ottocento letterario russo, lavori oggi raccolti nell’imponente opera intitolata </hi><hi rend="italic">Verifiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Verč 2016)</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Si sofferma su Dostoevskij, sui rapporti fra Puškin e Platonov, sullo studio di alcuni morfemi lessicali nell’</hi><hi rend="italic">Eugenio Onegin</hi><hi rend="CharOverride-1">, su alcune opere di Turgenev. Anziché andare alla ricerca di riferimenti intertestuali, come fa Garzonio, lo studioso, partendo da un’attenta analisi del testo, si sofferma soprattutto sul modo in cui si configurano concetti come ‘realismo’ o ‘letteratura della differenza’ all’interno dell’opera degli autori da lui studiati in un’inesausta ricerca di senso. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non ci soffermeremo qui sulle numerosissime monografie (almeno quindici) dedicate a Dostoevskij dai russisti italiani negli ultimi trent’anni. Vorremmo invece volgere lo sguardo a Tolstoj. Al riguardo è interessante osservare come i non moltissimi lavori dedicati allo scrittore di Jasnaja Poljana usciti in questo periodo si concentrino soprattutto sulla sua opera matura, dagli anni Ottanta dell’Ottocento alla morte. È soprattutto in questo ‘altro Tolstoj’ che alcuni studiosi italiani hanno trovato un nuovo spazio di ricerca. Pier Cesare Bori con i suoi lavori sembra aver fatto scuola fra i russisti delle ultime generazioni. Nel 1991 era uscito il suo </hi><hi rend="italic">Tolstoj oltre la letteratura</hi><hi rend="CharOverride-1">, qualche anno dopo viene pubblicato </hi><hi rend="italic">L’altro Tolstoj</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bori 1991, 1995). Non possiamo che essere grati a questo studioso che, in modo umile, quasi schivo, ha messo a disposizione la sua straordinaria competenza nel campo della filosofia morale e della storia delle dottrine religiose per ricostruire con rigore, chiarezza e sintesi alcuni momenti poco noti della vita e del pensiero di Tolstoj, spesso deformati da interpretazioni univoche e riduttive. Uno dei tanti meriti di </hi><hi rend="italic">L’altro Tolstoj</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato il mostrare come, a differenza di quanto si pensava, la riflessione etico-religiosa e quella letteraria del grande autore russo nei suoi ultimi decenni di vita non fossero affatto scisse, ma strettamente connesse. I libri di Bori hanno aperto la strada nei decenni successivi ad una serie di lavori importanti: dalle ricerche di Antonella Salomoni su </hi><hi rend="italic">Il pensiero religioso e politico di Tolstoj in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">(1886-1910)</hi><hi rend="CharOverride-1"> allo studio della stessa autrice sui rapporti fra il contadino Bondarev e Tolstoj del 2001 (Salomoni 1996, 2001); agli articoli di Raffaella Vassena sul problematico rapporto del Tolstoj maturo con i media del suo tempo (Vassena 2016, 2020). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto a una così ricca mole di lavori sugli ultimi anni di Tolstoj, fanno eccezione due importanti monografie di Maria Zalambani e di Raffaella Faggionato che indagano anche l’opera più giovanile del grande scrittore. I due studi, entrambi del 2015, sono dedicati rispettivamente alla rappresentazione dell’istituzione matrimoniale nell’opera tolstojana e ai riflessi del pensiero e delle pratiche massoniche in </hi><hi rend="italic">Guerra e pace</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il lavoro di Zalambani analizza con acutezza tre opere di Tolstoj, </hi><hi rend="italic">Felicità familiare, Anna Karenina </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic">La Sonata a Kreutzer</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una prospettiva che diremmo storico-sociologica (Zalambani 2015). L’autrice indaga l’evoluzione della rappresentazione dell’istituzione matrimoniale nell’opera tolstojana in relazione ai cambiamenti che avvengono nella società russa con l’imporsi di una visione del matrimonio di tipo borghese. L’analisi è svolta secondo una duplice direzione, soffermandosi sia sui riflessi che il cambiamento sociale e di costume ha avuto nella forma romanzesca tolstojana sia, viceversa, sull’influenza che i testi di Tolstoj hanno avuto sulla società russa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un approccio diverso è quello adottato da Raffaella Faggionato in </hi><hi rend="italic">L’alambicco di Tolstoj</hi><hi rend="CharOverride-1">, che parte dal testo di </hi><hi rend="italic">Guerra e pace</hi><hi rend="CharOverride-1"> per osservarvi l’evoluzione dell’atteggiamento tolstojano verso il fenomeno della massoneria nell’epoca di Alessandro I (Faggionato 2015). L’approccio di Faggionato oscilla fra la filologia d’autore e la critica genetica: al centro della sua attenzione vi è soprattutto la storia del testo nella sua complessa e continua evoluzione. Grazie a una rara competenza sulla cultura massonica e ad un attento lavoro d’archivio su fonti manoscritte e sull’intero avantesto tolstoiano, l’autrice analizza il ruolo del tema massonico nella genesi e nei vari stadi evolutivi di </hi><hi rend="italic">Guerra e pace</hi><hi rend="CharOverride-1">. Osserva il graduale venir meno del tema della massoneria redazione dopo redazione, attraverso un’evoluzione testuale che lascia poche ma significative tracce di motivi massonici, ma anche una serie di stranezze testuali spesso male interpretate dalla critica tolstojana (Faggionato 2015, 16). In generale, il lavoro di Faggionato propone ipotesi interpretative nuove e originali sul capolavoro tolstojano. Dispiace, dunque, che il suo studio, pubblicato in italiano, non possa essere apprezzato e suffragato dalla comunità scientifica internazionale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra gli studiosi che hanno analizzato in profondità il secondo Ottocento russo vi è certamente Giuseppe Ghini, autore di </hi><hi rend="italic">Anime russe. Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij. L’uomo nell’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ghini 2014). Ghini arriva all’analisi dei tre grandi classici dell’Ottocento russo attraverso un percorso di ricerca originale. Anziché partire dal Novecento, come hanno fatto molti studiosi della sua generazione, esordisce con lo studio della letteratura russo-antica per poi avvicinarsi all’Ottocento. Una prima prova è un saggio che indaga le tracce della letteratura sapienziale nella tarda opera di Gogol’, in particolare nei </hi><hi rend="italic">Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ghini 1999). In </hi><hi rend="italic">Anime russe </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò che interessa maggiormente lo studioso è cogliere l’immagine dell’uomo che prende forma nell’opera dei tre grandi romanzieri. Vi si avvicina con l’aiuto di una serie di pensatori antichi e moderni, dai Padri della chiesa a Sant’Agostino, dal fenomenologo cattolico Max Scheler allo psicologo Ludwig Binswanger, con risultati di indubbio interesse, espressi con grande chiarezza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più trascurato dagli studiosi italiani è invece un altro dei grandi classici del tardo Ottocento, Anton Čechov. In questi ultimi trent’anni, a quanto mi risulta, esce una sola monografia sul grande autore, un lavoro di Fausto Malcovati dal taglio biografico e dal titolo eccentrico: </hi><hi rend="italic">Il medico, la moglie, l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Malcovati 2015). Nonostante siano usciti atti di convegno (Buongirolami 2005) e numerosi articoli di notevole interesse di Gian Piero Piretto, Giuseppe Ghini, Guido Carpi, Raissa Raskina, Giulia Marcucci, l’opera čechoviana non è stata recentemente oggetto di approfonditi lavori monografici e potrà certamente stimolare nuove ricerche nel prossimo futuro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, anche prendendo in considerazione solo le monografie uscite dagli anni Duemila ad oggi, si nota subito un ampliamento del ‘canone’ ottocentesco della russistica italiana. Al centro dell’attenzione è comparsa tutta una serie di autori un tempo considerati ‘minori’, oggetto di studi monografici importanti. Ritengo che questa trasformazione del nostro campo di ricerca sia da una parte il risultato di un indebolirsi, fino a scomparire, dell’influenza della concezione estetica di Benedetto Croce, che aveva condizionato non poco le scelte delle prime generazioni di russisti italiani; dall’altra, l’effetto di un’assimilazione profonda della visione storico-letteraria dei formalisti russi, in primo luogo del Tynjanov de </hi><hi rend="italic">L’evoluzione letteraria</hi><hi rend="CharOverride-1">, che ha influenzato non solo i metodi di analisi del testo, ma anche la scelta dei temi, mostrando in modo evidente l’importanza evolutiva dei cosiddetti autori minori. Ricordiamo qui il libro di Gabriella Imposti dedicato al poeta e metricista Aleksandr Vostokov, che è in assoluto la prima monografia mai dedicata a questo importante sperimentatore e teorico del verso russo (Imposti 2000). Di particolare rilievo in questo lavoro è l’analisi di uno dei trattati metrici più importanti di inizio Ottocento, </hi><hi rend="italic">Saggio sulla versificazione russa </hi><hi rend="CharOverride-1">(1812-1817), che viene qui ripubblicato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di stampo decisamente tynjanoviano è anche la scelta di Stefano Aloe di dedicare la sua tesi di dottorato allo studio dell’opera poetica di un altro sperimentatore come Vil’gel’m Kjuchel’beker, un lavoro poi rielaborato in un’ampia monografia critica dal titolo </hi><hi rend="italic">Libertà, inventiva, originalità. V.K. Kjuchel’beker nel contesto romantico russo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Aloe 2008). Nella sua meticolosa ricerca, che analizza la figura e la produzione del poeta in modo complessivo, Aloe è attento in modo particolare all’analisi degli insuccessi letterari del poeta di cui ben sottolinea il valore innovativo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 2012 esce un lavoro di Maurizia Calusio dedicato a Evgenij Boratynskij, </hi><hi rend="italic">La musa imperfetta. Tre capitoli sulla poesia di E.A. Boratynskij</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Calusio 2012). La studiosa si sofferma con acutezza su tre momenti della carriera del grande poeta - gli esordi, </hi><hi rend="italic">Finlandija</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la raccolta finale </hi><hi rend="italic">Sumerki</hi><hi rend="CharOverride-1"> - in un’analisi che coniuga competenza filologica e sensibiltà poetica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, mi sembra che questi lavori monografici su poeti prima considerati minori testimonino da una parte la vitalità dell’interesse nutrito dalla nostra comunità scientifica per il linguaggio poetico, dall’altra, grazie anche al magistero di maestri come Michele Colucci e Stefano Garzonio, la familiarità con un solido approccio filologico, scevro da influenze di indirizzi critici alla moda o da interpretazioni schematiche e riduttive. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una certa attenzione viene rivolta dai russisti italiani anche ai prosatori ‘minori’ del primo Ottocento. Nel 1998 Giacoma Strano pubblica la prima monografia italiana dedicata a Faddej Bulgarin, un ricco profilo della vita e dell’opera del celebre giornalista di inizio Ottocento, del quale la studiosa indaga soprattutto l’interessante produzione letteraria (Strano 1998). Nel 2006 Alessandra Tosi pubblica un lavoro sulla prosa russa dei primi decenni del secolo intitolata </hi><hi rend="italic">Waiting for Puškin. Russian Fiction in the Reign of Alexander I</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui studia le opere di una gran quantità di autori poco noti o poco studiati (Gnedič, Izmailov, Brusilov, Benitskij, Kropotov), mettendo bene in luce la varietà di sottogeneri romanzeschi presenti nel campo letterario del tempo (Tosi 2006). Alcuni autori ‘minori’ come Pogorel’skij, Odoevskij, Vel’tman, vengono studiati nel lavoro di Paola Buoncristiano dedicato al tema dell’immagine della bambola e dell’automa meccanico nella letteratura e cultura russa ottocentesca (Buoncristiano 2011). Vladimir Odoevskij e il genere letterario della </hi><hi rend="italic">svetskaja povest’ </hi><hi rend="CharOverride-1">è al centro di una monografia e di una serie di articoli di Adalgisa Mingati (Mingati 2010). L’opera di Sergej Aksakov è studiata in un lavoro di Nadia Caprioglio (Caprioglio 2019). Alcuni romanzi storici di autori poco studiati (Zagoskin, Bulgarin, Zotov, Kuzmičev) sono analizzati in un lavoro dedicato ai romanzi sul 1812 usciti trent’anni dopo l’invasione napoleonica (Rebecchini 2016). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come per la poesia, anche per la prosa è soprattutto la prima metà del secolo ad attrarre maggiormente l’attenzione degli studiosi italiani. Decisamente inferiore, invece, è l’interesse per i ‘minori’ del secondo Ottocento, un periodo forse troppo condizionato dagli schemi ideologici della critica sovietica per ispirare nuove ricerche ed approfondimenti. Ad eccezione di alcuni articoli di Michaela Böhmig su Gončarov, di Danilo Cavaion e Roberta De Giorgi su Leskov, di Rosanna Casari su Mel’nikov Pečerskij, fra gli studiosi italiani il canone della letteratura russa del secondo Ottocento risulta decisamente più limitato e polarizzato dai due grandi classici del secondo Ottocento (Böhmig 1993 e 1994, Cavaion 1995 e 1997, Casari 2000). Anche l’opera di Ivan Turgenev, ad eccezione di alcuni singoli saggi che vi hanno dedicato Claudia Criveller, Garzonio e Persi, tende a rimanere in ombra. E ancora più ristretto è il nostro canone della poesia russa del secondo Ottocento, rappresentato solo, a quanto mi risulta, da alcuni lavori su Tjutčev e Fet di Garzonio e Niero (Garzonio 2001, Niero 2012 e 2019). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come la rassegna proposta testimonia, diversi studi segnalano una ripresa d’interesse per la letteratura ottocentesca anche fra le ultime generazioni di russisti italiani. Da metà degli anni Novanta, alcuni studiosi – Aloe, Calusio, Carpi, De Giorgi, Rebecchini, Tosi – nelle loro tesi di dottorato hanno iniziato a dedicarsi allo studio della letteratura ottocentesca. Ci si può chiedere in che misura il fenomeno sia stato influenzato dalla precedente tradizione accademica italiana, con i suoi interessi e idiosincrasie, e in che misura, invece, esso sia stato avviato da stimoli trovati al di fuori dell’università italiana, in istituti di ricerca russi o europei. Mi sembra che spesso abbia funzionato una sorta di meccanismo oppositivo rispetto alla situazione dominante nel campo della russistica italiana più affermata e che molti stimoli siano arrivati proprio dal mondo scientifico russo. In parte era già successo con la precedente generazione di russisti, che grazie alle borse annuali di studio erogate dal Ministero degli Esteri, era entrata in contatto con eminenti studiosi sovietici, ma è certo che la maggior facilità di contatti con università e istituti di ricerca russi e europei realizzatasi a partire dagli anni Novanta ha permesso ai più giovani studiosi italiani una più ampia autonomia scientifica. Per la Russia gli anni Novanta sono stati indubbiamente anni di povertà e di violenza, i celebri </hi><hi rend="italic">lichie devjanostye</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche di libertà e di speranza, in particolare nel campo delle scienze umane, dove si avvertiva in modo quasi palpabile un grande fermento culturale e un interesse vivissimo per nuovi temi e approcci. Alcuni centri di ricerca, come il Rossijskij Gosudarstvennyj Gumanitarnyj Universitet, dove lavoravano studiosi davvero fuori dal comune, come Eleazar Meletinskij, Vladimir Toporov, Jurij Mann, Michail Gasparov, alcuni dei quali legati alla scuola semiotica di Tartu-Mosca, hanno svolto un ruolo importante nell’incoraggiare studi su temi prima poco indagati e nello stimolare nuovi metodi di analisi. È in questo periodo, ad esempio, che grazie ai saggi di Gasparov nel campo della filologia quantitativa si avvia in Italia la riscoperta di Jarcho e studiosi di grande talento come Michail Šapir e Igor’ Pil’ščikov iniziano a raggiungere risultati importanti che saranno di ispirazione per diversi studiosi italiani.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un importante centro di formazione di Ottocentisti russi è stata indubbiamente l’Università di Pisa, dove la presenza di due studiosi come Garzonio e Carpi ha lasciato il segno. Alessandra Carbone, Lorenzo Cioni, Cinzia Cadamagnani sono tutti giovani russisti che, provenendo da quella università, hanno deciso di dedicarsi allo studio della letteratura russa dell’Ottocento. Nel 2012 Cioni conclude la sua tesi di dottorato dedicata al drammaturgo A. Šachovskoj (Cioni 2012). Nel 2017 esce la monografia di Carbone dedicata all’influenza della letteratura libertina francese sull’opera in prosa di Lermontov (Carbone 2017). Alla prima drammaturgia musicale dell’Ottocento dedica la propria tesi di dottorato anche Giuseppina Giuliano, dell’università di Salerno, che ha poi rielaborato il suo lavoro in una monografia dal titolo </hi><hi rend="italic">L’unione tra le muse. Musica e teatro in Russia nel primo trentennio del XIX secolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Giuliano 2013). Non possiamo che augurarci che la lista di giovani ottocentisti italiani continui ad allungarsi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In conclusione, nei trent’anni passati i russisti italiani hanno trovato nella letteratura russa dell’Ottocento un campo di lavoro vasto e fertile. Il ‘canone’ ottocentesco della russistica italiana si è indubbiamente ampliato, includendo autori e tematiche prima trascurate. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal punto di vista metodologico, invece, mi pare che la russistica italiana sia stata in generale piuttosto impermeabile rispetto ad alcune nuove tendenze critiche provenienti da oltre oceano: </hi><hi rend="italic">cultural studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">gender studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">postcolonial studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">ecocriticism</hi><hi rend="CharOverride-1"> hanno trovato uno spazio limitato fra i libri dei russisti italiani di cui abbiamo parlato, anche se non è escluso che abbiano trovato una più puntuale applicazione all’interno di singoli articoli. In questa sede mi fa piacere ricordare il ruolo pionieristico che ha avuto Gian Piero Piretto nell’applicare negli anni Novanta la metodologia dei </hi><hi rend="italic">cultural studies</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla cultura sovietica. Per l’Ottocento il suo esempio mi pare sia stato sviluppato in modo originale da Emilio Mari nel libro </hi><hi rend="italic">Fra il rurale e l’urbano. Paesaggio e cultura popolare a Pietroburgo. 1830-1917 </hi><hi rend="CharOverride-1">(Mari 2018). Sempre dal punto di vista metodologico, innovativo è a mio avviso il tentativo fatto da Guido Carpi, prima in </hi><hi rend="italic">Verso Raskol’nikov </hi><hi rend="CharOverride-1">e poi in </hi><hi rend="italic">Dostoevskij ėkonomist</hi><hi rend="CharOverride-1">, di indagare il rapporto esistente fra il pensiero economico dello scrittore e la sua rappresentazione letteraria nei romanzi dostoevskiani, un approccio che anche all’estero sta avendo un certo seguito (Carpi 2012). Infine, come dicevo, considero un buon modello di </hi><hi rend="italic">postcolonial studies</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro fatto da Magarotto sulle opere ‘caucasiche’ di Puškin, Lermontov e Tolstoj. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 2015 Magarotto scriveva: «Il nazionalismo e il patriottismo tendenti alla creazione di un impero rappresentano nella storia russa […] un drammatico aggregante sociale capace di unire popolo, nobiltà e intelligencija in un blocco a difesa della politica estera espansiva portata avanti prima dagli zar, successivamente dal regime socialista e oggi dalla cosiddetta democrazia autoritaria» (Magarotto 2015, 10-11) Visto il drammatico contesto politico attuale, con il perdurare della guerra russo-ucraina, credo che in futuro sarà importante continuare ad applicare in modo sobrio ed equilibrato l’approccio dei </hi><hi rend="italic">postcolonial studies</hi><hi rend="CharOverride-1"> non solo alle opere ottocentesche che rappresentano la conquista del Caucaso, dell’Ucraina o di altri spazi etnicamente non russi dell’Impero zarista, ma più in generale a tutte le grandi opere della letteratura russa ottocentesca. È giusto chiedersi, infatti, se e in che misura la letteratura russa dell’Ottocento abbia contribuito agli stati d’animo e alle ideologie che dominano la società russa di oggi; in che modo le opere di autori come Puškin, Gogol’, Tjutčev, Dostoevskij, Tolstoj possano o meno aver avuto un ruolo nell’alimentare le aspirazioni aggressive e le spinte autodistruttive che caratterizzano, almeno in parte, la Russia di oggi. Al tempo stesso, occorre interrogarsi se quelle stimolino un rapporto più critico e meno ideologizzato nei confronti dell’eredità culturale del passato. Non dimentichiamoci, infatti, che quegli autori rappresentano ancora oggi la base del canone scolastico dei cittadini russi. Non vogliamo qui certo incoraggiare un anacronistico processo agli scrittori russi dell’Ottocento, come a volte si sta facendo, ma aprire una riflessione quanto più lucida possibile sulle potenzialità dell’opera letteraria ottocentesca di stimolare un autonomo pensiero critico nei lettori contemporanei o, al contrario, di rafforzare atteggiamenti ideologici aggressivi nel contesto politico attuale. Il presente ci chiede di leggere in modo nuovo le grandi opere della letteratura russa dell’Ottocento, di analizzarle non più solo come stimoli a una riflessione autonoma e consapevole sull’uomo e sul mondo, come ci ha insegnato una lunga tradizione che va da Belinskij a Bachtin, ma anche come possibili strumenti di diffusione di una visione ideologica di tipo imperialistico, nazionalistico, o magari misogino, che attraverso quelle forme letterarie si naturalizza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa luce, mi sembra che il problema dell’attualità dell’Ottocento russo possa essere indagato da una duplice prospettiva: sia studiando meglio i testi realmente circolanti fra il pubblico di oggi (sia quello russo che quello italiano); sia analizzando con attenzione le reazioni dei loro lettori. Occorre condurre un’attenta analisi dei meccanismi di trasformazione dei testi mediante le nuove forme editoriali e digitali che la letteratura ottocentesca oggi assume. Bisogna studiare le deformazioni ideologiche ed estetiche che quei testi subiscono in formati editoriali e media diversi: nelle traduzioni, nei manuali scolastici, nelle antologie, negli audiolibri, nei serial televisivi, nei film cinematografici, in siti dedicati ai grandi classici, nelle rielaborazioni della </hi><hi rend="italic">fanfiction</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il rapporto del pubblico con un testo letterario non è mai, infatti, un rapporto ‘puro’ e diretto, ma è sempre introdotto e mediato da una serie di forme materiali che ne orientano la ricezione e la costruzione di senso da parte del lettore.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Al tempo stesso, occorre studiare con più attenzione il pubblico dei lettori contemporanei nel loro incontro con i testi letterari ottocenteschi e imparare a riconoscere i condizionamenti che chi legge i classici della letteratura russa subisce da istituzioni come la scuola, i giornali, la televisione, i social networks. Solo attraverso questa duplice attenzione, rivolta tanto alla materialità dei testi circolanti quanto ai loro lettori, mi pare che in futuro si potrà ricostruire in tutta la sua complessità e problematicità il valore estetico, etico e conoscitivo che riveste per noi la letteratura russa dell’Ottocento.</hi></p><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aloe, Stefano. 2008. </hi><hi rend="italic">Libertà, inventiva, originalità: V.K. Kjuchel’beker nel contesto romantico russo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: The Coffee House.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Böhmig, Michaela. 1993. “Il Sogno di Oblomov, apologia dell’orizzontalità.” </hi><hi rend="italic">Europa Orientalis</hi><hi rend="CharOverride-1" > 12, 1: 33-48.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Böhmig, Michaela. 1994. “Gončarovs Realismuskonzeption im Spiegel seiner Betrachtungen über bildende Kunst.” In </hi><hi rend="italic">Ivan A. Gončarov: Leben, Werk, Wirkung</hi><hi rend="CharOverride-1" >, hrsg. von Peter Thiergen, 1-13. Köln, Weimar, Wien: Böhlau Verlag.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Böhmig, Michaela, a cura di. 2005. </hi><hi rend="italic">Capri: mito e realtà nelle culture dell’Europa centrale e orientale</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Giorgi, Roberta. 2002. “Lo Stundismo nell’opera di Leskov.” </hi><hi rend="italic">Russica Romana</hi><hi rend="CharOverride-1"> 9: 15-26. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Lotto, Cinzia. 2002. “‘Poučenie’ Agapita v ital’janskom perevode N.V. Gogolja.” In </hi><hi rend="italic">Archivio russo-italiano, II = Russko-ital’janskij archiv, II</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Daniela Rizzi, e Andrej Šiškin, 79-88. 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