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        <title type="main" level="a">Ucrainistica e bielorussistica</title>
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            <forename>Maria Grazia</forename>
            <surname>Bartolini</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Milan La Statale, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of Ukrainistics and Belarusistics</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021; Ukrainistics; Belarusistics</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.12" /></p>
      <div><head>Ucrainistica e bielorussistica</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Maria Grazia Bartolini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A conclusione del suo bilancio sugli studi ucrainistici e bielorussistici in Italia tra il 1920 e il 1970, Emanuela Sgambati scriveva che «sarebbe difficile parlare di una vera e propria ucrainistica, e tantomeno di una bielorussistica, in Italia» (Sgambati 1994, 262), riconducendo le ragioni di questa macroscopica lacuna innanzitutto alla non esistenza di Ucraina e Bielorussia come entità statali indipendenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-007">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A trent’anni di distanza da questa affermazione, è innegabile che un nuovo e determinante impulso agli studi di ucrainistica, intesi come indagine della lingua e della letteratura unitamente alla storia e alla cultura ucraine, si sia verificato in Italia in seguito alla nascita di un’Ucraina indipendente nel 1991</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-006">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La lunga e vivace attività scientifica della Diaspora ucraina in Nord America e in altri paesi occidentali ha inoltre contribuito a creare una rete di relazioni accademiche e un discorso scientifico internazionale in cui, dopo il 1991, molti ucrainisti italiani si sono inseriti a pieno titolo. Se si considerano oggi i contributi italiani sulla letteratura, la lingua, e la cultura ucraina, l’impressione è di una notevole dinamicità, di una significativa espansione dell’orizzonte disciplinare che ha incluso la storia, le scienze politiche e la culturologia, e anche di una certa originalità. Per la bielorussistica, che stenta ancora oggi a radicarsi nel panorama slavistico nazionale, la situazione resta invece indubbiamente più complessa, anche a causa dell’assenza di studiosi che abbiano saputo farsi promotori della crescita della disciplina, formando una nuova generazione di specialisti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste figure carismatiche non sono invece mancate all’ucrainistica, nel cui processo di lento ma stabile consolidamento hanno svolto un ruolo fondamentale Sante Graciotti, alla cui lungimiranza si deve l’introduzione dell’insegnamento dell’ucraino presso la cattedra di Filologia slava della Sapienza nel 1977 (Pachlovska 2008, 119), Gianfranco Giraudo, fondatore, nel 1993, dell’Associazione Italiana di Studi Ucraini (AISU) e suo presidente fino al 2001, e Giovanna Brogi, che oggi è indubbiamente la figura di riferimento per gli studi ucraini in Italia e una delle studiose più autorevoli a livello internazionale nell’ambito degli studi sull’</hi><hi rend="italic">early modern </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’area rutena. Da un punto di vista istituzionale, non è stato meno importante il contributo di Riccardo Picchio: già legato da rapporti di amicizia con i due fondatori dell’Istituto Ucraino di Harvard, l’orientalista Omeljan Pritsak e il bizantinista Ihor Ševčenko, nel 1989 Picchio è stato tra gli organizzatori di un pionieristico Congresso Internazionale di Studi Ucraini a Napoli-Ercolano (Pachlovska 2012, 305). È in questo contesto che fu fondata l’Associazione Internazionale degli Ucrainisti (MAU), che con la sua intensa attività scientifica e convegnistica ha aiutato a ridisegnare i contorni della disciplina in Europa occidentale. Dopo il 1989, per più di un decennio un ruolo di catalizzatore è stato svolto da Giraudo: i molti congressi da lui organizzati – il primo, del 1993, aveva un titolo significativo e provocatorio: </hi><hi rend="italic">Che cos’è l’Ucraina?</hi><hi rend="CharOverride-1"> – hanno avuto il merito di avvicinare all’ucrainistica alcuni giovani di talento, come Luca Calvi, ma anche specialisti di altre lingue e letterature slave (Calvi e Giraudo 1996 e 1998; Konstantynenko et al. 2000; Pavan et al. 2000). Scorrendo gli indici degli Atti di questi convegni, si incontrano i nomi di future ucrainiste a tempo pieno come Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska e Giovanna Siedina, ma anche di studiosi come Cesare De Michelis (De Michelis 1998, 2000), Giuseppe Dell’Agata (Dell’Agata 2000) e Marcello Garzaniti (Garzaniti 1998), i cui ambiti di ricerca non sono strettamente, o esclusivamente, associati all’Ucraina. Non meno importante è stata l’apertura, nel 2005, su iniziativa di Giovanna Brogi, di un insegnamento di Lingua e letteratura ucraina presso l’Università Statale di Milano, che insieme a quello di Roma Sapienza oggi rimane l’unico in Italia, e che ha contribuito a formare una nuova leva di giovani ucrainisti del cui contributo scientifico avremo modo di parlare più avanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-005">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><div><head><hi>1. Medioevo e prima età moderna</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se ci spostiamo ad osservare il contributo scientifico di questi padri (e madri) nobili dell’ucrainistica italiana post-1991, Brogi e Graciotti hanno analizzato il posto della letteratura ucraina premoderna nel contesto europeo, evidenziandone il ruolo di tramite tra Slavia ortodossa e Slavia latina, e cercando di individuare una tradizione ‘rutena’ diversa da quella moscovita. Questo orientamento ha animato anche quella seppur piccola porzione degli scritti di Picchio sull’Ucraina, in cui egli ha visto uno stimolo alla «prima occidentalizzazione della civiltà letteraria russa sullo sfondo del Barocco seicentesco» (Colucci e Picchio 1997, 187). Per Graciotti, che amplia e approfondisce alcune idee già elaborate da Dmytro Čyževs’kyj sul Barocco come chiave di volta per la comprensione dell’intera parabola culturale ucraina (Čyževs’kyj 2003), è fondamentale l’idea che il Barocco ucraino rappresenta una «sintesi paneuropea» e che il Seicento è «il secolo della massima europeicità della cultura ucraina» (Graciotti 1996, 17, 28). È durante questo periodo estremamente ricco dal punto di vista delle sollecitazioni culturali, in cui elementi del patrimonio classico e rinascimentale si intrecciano al tradizionale sostrato bizantino-slavo che caratterizzava questi territori fin dai tempi della Rus’ di Kyjiv, che la cultura ucraina subisce una rapida evoluzione che ne cambia profondamente la fisionomia, coinvolgendo in questo processo anche larga parte del mondo slavo ortodosso. Proprio al Seicento e al suo complesso sfondo plurilingue e pluriconfessionale – al suo «pluralismo pacifico» (Graciotti 1996, 28) – Graciotti ha dedicato un importante convegno, svoltosi a Venezia a settembre del 1994, i cui atti sono comparsi in stampa nel 1996 con il significativo titolo </hi><hi rend="italic">L’Ucraina del XVII secolo tra Occidente e Oriente d’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla lezione di Graciotti prende le mosse Giovanna Brogi, che elabora il concetto, ormai consolidato negli studi ucrainistici internazionali, del «polimorfismo culturale» delle terre ucraine durante la prima età moderna (Brogi 2003, 351)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-004">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nei suoi numerosi contributi sul barocco ucraino, Brogi evidenzia la funzione di tramite della letteratura ucraina cinque-seicentesca fra paradigmi culturali sincronici (la Roma controriformista; Vilnius e Cracovia; Mosca) e diacronici (Costantinopoli; la tradizione ascetica dell’Athos) e la natura congenita di fenomeni come quelli del pluralismo linguistico in questi territori (Brogi Bercoff 1990b, 1996a, 1996c, 1999, 2003, 2017, 2020). Negli studi di Brogi le terre rutene emergono come «periferia del Barocco europeo», ma anche come parte integrante dell’«intertraffico della mente» – per usare una felice espressione di Cornelis W. Schoneveld (1983) – dell’Europa moderna. I volumi da lei curati sulla ricezione del Medioevo nell’epoca del Barocco in Polonia, Ucraina e Russia (Brogi Bercoff 1990a), sul Barocco nei paesi slavi (Brogi Bercoff 1996d) e sui problemi di traduzione negli stessi paesi e nello stesso periodo (Brogi Bercoff et al. 1999) hanno avuto un’indubbia funzione di ‘preparazione’, avvicinando al tema dell’Ucraina come frontiera culturale – e alla sua «traumatica diversità» rispetto alla Russia (Brogi Bercoff 1990b, 23) – studiosi di varia provenienza. A Giovanna Brogi va inoltre il merito di avere riesaminato personalità dalla complessa «definizione etnica» come quelle di Dmytro Tuptalo/Dimitrij Rostovskij (1651-1709) e Stefan Javors’kyj (1658-1722), di cui la studiosa ha messo in evidenza il ruolo determinante dell’educazione kyjiviana – con la sua peculiare sintesi tra cultura umanistica latino-polacca e il patrimonio spirituale della </hi><hi rend="italic">Slavia orthodoxa</hi><hi rend="CharOverride-1"> – per una corretta interpretazione della loro successiva carriera in terra russa (Brogi 1993, 1996b, 1998, 2000, 2002, 2004, 2005, 2006). Culmine di questo interesse per la personalità di Javors’kyj è il progetto italo-polono-ucraino, da lei diretto insieme a Jakub Niedźwiedź, per la pubblicazione delle opere omiletiche e panegiriche prodotte da Javors’kyj durante il periodo polacco-ucraino della sua attività letteraria ed ecclesiastica (1689-1700), che vedranno a breve la luce per i tipi di Brill.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’inizio del Seicento si pongono le basi per la formazione di una moderna identità ucraina, un processo in cui gli scontri confessionali e l’occidentalizzazione dell’Ortodossia avviata dal metropolita di Kyjiv Petro Mohyla (1596-1647) hanno svolto un ruolo fondamentale. L’interpretazione delle riforme ecclesiastiche di Petro Mohyla nel contesto della «confessionalizzazione» della vita politica e culturale del Seicento europeo è al centro degli studi di Bartolini, che ha inquadrato le profonde trasformazioni attraversate dalla Chiesa ortodossa kyjiviana attraverso la lente delle teorie sul «disciplinamento sociale» elaborate dagli storici della Riforma Wolfgang Reinhard e Heinz Schilling (Bartolini 2016, 2018, 2020a). Allo stesso modo, i suoi studi sul ruolo delle immagini librarie prodotte a Kyjiv, inserite nel più ampio contesto delle pratiche di memoria e meditazione in uso tra gli intellettuali europei della prima età moderna, confermano la centralità del progetto mohyliano di creazione di una società uniformemente ortodossa, di cui anche l’immagine incisa diventa strumento di propaganda e consolidamento, attraverso gli strumenti retorici del </hi><hi rend="italic">docere</hi><hi rend="CharOverride-1">, del </hi><hi rend="italic">delectare</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del </hi><hi rend="italic">movere</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bartolini 2017a, 2020b, 2020c, 2021). Alla polemica confessionale nelle terre rutene tra Cinque e Seicento sono dedicati molti dei lavori di Viviana Nosilia (Nosilia 2014, 2015, 2016, 2017). Prima di lei Giraudo si è occupato della Chiesa Uniate e, più in generale, dell’intreccio di culture e religioni in Ucraina (Giraudo 1993, 1995, 1996).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro settore che per la sua rilevanza all’interno della cultura ucraina premoderna non può essere trascurato è quello della letteratura neolatina, su cui ha scritto estesamente Siedina, proseguendo e ampliando il lavoro di studiosi ucraini come Vitalij Masliuk (1983). Di particolare importanza sono i volumi collettanei da lei curati sull’impatto della </hi><hi rend="italic">latinitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> sullo sviluppo della cultura e delle identità nei territori della confederazione polacco-lituana (Siedina 2014, 2020) e la sua monografia in inglese (Siedina 2017) sulla ricezione di Orazio in Ucraina, basata sull’analisi di un vasto numero di manuali di poetica prodotti a Kyjiv tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. Siedina ha dimostrato che il processo di insegnamento e assimilazione dei classici da parte degli intellettuali ucraini ortodossi non si discostava dal modo in cui la cultura greco-latina veniva integrata nel pensiero cristiano nel resto dell’Europa occidentale, tornando così a confermare quella europeicità della cultura ucraina seicentesca su cui aveva riflettuto con lungimiranza Graciotti. Ad un’altra forma di contatto culturale tra Ucraina ed Europa, quella dei rapporti con la tradizione patristica latina e greco-bizantina, sono invece dedicati gli studi di Bartolini su una delle più importanti figure del Settecento ucraino, il filosofo, poeta e scrittore spirituale Hryhorij Skovoroda (1722-1794), di cui viene evidenziata l’eclettica sintesi di umanesimo e teologia bizantina (Bartolini 2010, 2014, 2017b).</hi></p></div><div><head><hi>2. Ottocento</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante la sua importanza per la formazione di una moderna identità nazionale ucraina, l’Ottocento risulta poco rappresentato negli studi italiani. È quasi ovvio l’interesse per la figura di Taras Ševčenko, poeta ‘vate’, profeta e mito della nazione ucraina. Sul tema è intervenuta a più riprese Brogi con un’analisi dei </hi><hi rend="italic">Salmi</hi><hi rend="CharOverride-1">, del </hi><hi rend="italic">Poslanije</hi><hi rend="CharOverride-1">, e del poema </hi><hi rend="italic">Oj, čoho ty počornilo</hi><hi rend="CharOverride-1">, che la studiosa ha collocato sullo sfondo della tradizione romantica del frammento (Brogi 2007, 2011a, 2012a, 2012b, 2014), ma mancano, al momento, studi di più ampio respiro, anche monografico, che possano confrontarsi con quanto viene prodotto in Germania e negli Stati Uniti. Va poi citato il blocco tematico che la rivista </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha dedicato a Ševčenko nel 2015 e che raccoglie, oltre ai contributi di importanti slavisti di area germanofona come Michael Moser, Alois Woldan e Stefan Simonek, anche i lavori di Giulia Lami sulla ricezione di Ševčenko in Francia (Lami 2015), di Liana Goletiani sulla funzione della parola-chiave «fratellanza» nella poetica ševčenkiana (Goletiani 2015a) e di Alessandro Achilli (Achilli 2015) sulla profonda comunanza poetica ed esistenziale tra Ševčenko e il poeta e dissidente ucraino Vasyl’ Stus (1938-1985). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Siedina, che a Ševčenko ha dedicato un saggio traduttologico (Siedina 2001b), si è poi occupata dell’opera di un altro grande del romanticismo ucraino, Pantelejmon Kuliš (Siedina 2004), mentre tra gli studi di carattere storico vanno ricordati le monografie di Giulia Lami sulla questione ucraina nell’Otto-Novecento (Lami 2005) e di Andrea Franco su uno dei massimi esponenti del movimento nazionale ucraino ottocentesco, Nikolaj-Mykola Kostomarov (Franco 2016).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se su un altro importante nome del pantheon letterario ucraino, Lesja Ukrajinka (1871-1913), fino a poco tempo fa esistevano solo due esili studi di Marina Moretti sui rapporti tra la poetessa e Sanremo (Moretti 1991, 1995)</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="CharOverride-1">e un lavoro di Emanuela Sgambati (Sgambati 2005), il centocinquantesimo anniversario della sua nascita ha stimolato la comparsa di nuove traduzioni (Ukrajinca [sic!] 2021) e pubblicazioni scientifiche. Particolarmente significativo è il blocco tematico ospitato nel 2021 all’interno della rivista </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la partecipazione di noti specialisti americani, ucraini, australiani e italiani (Achilli 2021). Curato da Bartolini, Brogi e Siedina, il blocco ha privilegiato l’indagine di indirizzi tematici e metodologici ancora poco frequentati negli studi dedicati alla scrittrice, tra cui il post-orientalismo (nella formulazione di Hamid Dabashi, che sottopone a profonda revisione le posizioni di Edward Said), l’ecofemminismo e l’intermedialità (cfr. Hundorova 2021).</hi></p></div><div><head><hi>3. Novecento ed età contemporanea</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un settore in cui gli studi italiani sembrano essersi mossi con profitto è quello della letteratura del Novecento, e in particolare della poesia. In questo campo il nome che va citato per primo è senza dubbio quello di Achilli, per la quantità e l’originalità dei suoi contributi (Achilli 2019, 2020a, 2020b, 2020c). Tra i molti pregevoli lavori di questo studioso, spicca per profondità e ampiezza la sua poderosa monografia su un autore la cui importanza non è stata ancora del tutto colta fuori dall’Ucraina, il già citato poeta e dissidente Vasyl’ Stus, morto in tragiche circostanze in un campo di prigionia sovietico (Achilli 2018). Achilli si concentra sul tema dell’intertestualità nella lirica di questo poeta «profondamente intellettuale e sorprendentemente </hi><hi rend="italic">inattuale</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Achilli 2018, xi; corsivo dell’autore) e sul suo rapporto con la modernità letteraria, proseguendo, così, il fruttuoso campo di indagine che cerca di collocare l’Ucraina sullo sfondo di più vasti processi ‘paneuropei’. Se la critica ucraina vede in Stus un martire e un eroe del pantheon letterario nazionale la cui biografia si sovrappone ai suoi testi, Achilli si propone di leggere Stus innanzitutto come </hi><hi rend="italic">testo </hi><hi rend="CharOverride-1">– per parafrasare il titolo di una celebre raccolta di saggi dedicata al poeta e curata da Marko Pavlyshyn (1992) – ricostruendo la rete di autori della letteratura russa (Cvetaeva e Pasternak), tedesca (Goethe e Rilke) e ucraina (Ševčenko e Skovoroda) che compongono gli anelli della catena di riferimenti intertestuali che più spesso ricorrono nella lirica, nella saggistica e nella corrispondenza epistolare del poeta. Particolarmente innovativa, anche alla luce delle tragiche circostanze attuali, è la sua ricostruzione del rapporto di Stus con la letteratura e la lingua russa: il russo era per Stus uno spazio sospeso tra identità e alterità, «stranier[o] e vicin[o] allo stesso tempo» (Achilli 2018, xii).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il complesso rapporto identitario tra la cultura ucraina sovietica e quella russa è uno degli aspetti al centro di un’altra importante monografia, quella dello storico Simone Attilio Bellezza, che in </hi><hi rend="italic">The Shore of Expectations</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bellezza 2019) ha ricostruito la storia culturale degli </hi><hi rend="italic">šistdesjatnyky</hi><hi rend="CharOverride-1">, la generazione degli anni Sessanta protagonista di un primo compatto movimento di protesta contro il regime sovietico. Avvalendosi di numerose fonti d’archivio rimaste inedite e di interviste con i protagonisti dell’epoca, Bellezza ha saputo tratteggiare un ritratto innovativo di questo «gruppo di amici» tramutatosi in «movimento politico» (Bellezza 2019, xix) e della sua complessa definizione identitaria, in cui da un lato egli legge una tappa fondamentale nella creazione dell’Ucraina come nazione moderna e dall’altra un fenomeno tipicamente sovietico. Impegnati a creare nuove forme di socialità (</hi><hi rend="italic">hromads’kist’</hi><hi rend="CharOverride-1">) che ridefinissero i rapporti tra sfera pubblica e privata, gli </hi><hi rend="italic">šistdesjatnyky</hi><hi rend="CharOverride-1">, lungi dall’essere dei semplici ‘dissidenti’, si consideravano tra i migliori prodotti del sistema educativo sovietico. Pertanto, la loro riscoperta delle tradizioni ucraine non implicava necessariamente anche un rifiuto della lingua e della cultura russa o dell’ideologia socialista, in cui ambivano a ristabilire il principio leninista dell’autonomia delle varie nazionalità che componevano l’Unione (Bellezza 2019, xviii). La consapevolezza della duplice appartenenza identitaria – ucraina </hi><hi rend="italic">e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sovietica – di molti degli intellettuali attivi in Ucraina a partire dagli anni ‘20 del secolo scorso domina anche altri recenti lavori maturati nell’ambito dell’ucrainistica anglosassone, tra cui l’eccellente monografia di Mayhill C. Fowler sul teatro ucraino degli anni Venti (Fowler 2017). Sebbene necessariamente controversa – e inevitabilmente sgradita ai fautori del semplicistico binomio lingua-nazione – la strada tracciata da questi studi meriterebbe di essere percorsa con maggiore sistematicità anche in Italia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di un altro tema non meno controverso, quello del ruolo del russo e della cultura russofona nell’Ucraina post-sovietica, si è occupato con coraggio e dedizione Marco Puleri, i cui lavori esaminano la cultura russofona ucraina attraverso il filtro interpretativo degli studi postcoloniali. In una monografia pubblicata prima in italiano (Puleri 2016) e poi in una versione riveduta e ampliata in inglese (Puleri 2020), Puleri dimostra che, almeno prima del 2014, gli autori ucraini russofoni operavano nei mercati letterari di entrambi i paesi (Ucraina e Russia) e ne assimilavano e rielaboravano le tradizioni culturali, facendo uso di un linguaggio eminentemente ‘locale’ in cui riverbera una tradizione di ibridismo culturale che ha i suoi più illustri precedenti in Gogol’ e Ševčenko. In particolare, Puleri applica con felici risultati il concetto di «letteratura minore» elaborato da Gilles Deleuze e Félix Guattari all’analisi del contesto linguistico e letterario ucraino, mostrando che i testi di autori ucraini russofoni come Aleksej Nikitin, Andrej Kurkov e Volodymyr Rafjejenko possono ritenersi parte di una «letteratura minore» che prende forma in uno «spazio intermedio» collocato sul più vasto sfondo della letteratura russa e ucraina tradizionalmente intese (Puleri 2020, 38). Pur muovendosi in un campo apparentemente lontano dagli studi sulla letteratura ucraina antica, Puleri applica al contesto contemporaneo, e a ciò che egli definisce come la sua «enunciazione collettiva» (Puleri 2020, 38), quei paradigmi interpretativi sull’Ucraina come territorio di frontiera linguistico e culturale che in Italia si sono affinati proprio nell’ambito delle ricerche sulla prima modernità.</hi></p></div><div><head><hi>4. Storie letterarie e antologie</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il settore ad oggi si presenta ampiamente lacunoso e necessiterebbe di nuovi contributi ed integrazioni, sebbene la situazione non appaia più rosea nemmeno a livello internazionale; a distanza di quasi cinquant’anni dalla </hi><hi rend="italic">History of Ukrainian Literature</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Dmytro Čyževs’kyj, non sono infatti apparse nuove sintesi di ampio respiro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-003">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al monumentale manuale di Oxana Pachlovska pubblicato da Carocci nel 1998 (Pachlovska 1998a) va il merito di avere riempito uno spazio altrimenti vuoto e di restare l’unico e migliore punto di riferimento in Italia per un inquadramento iniziale della letteratura ucraina dal punto di vista storico, culturale ed estetico. Tuttavia, esso andrebbe certamente riveduto alla luce della critica più moderna degli ultimi due decenni, in particolar modo tenendo conto dei guadagni teorici degli studi su postmodernismo e postcoloniale. Fra le antologie di testi letterari ucraini vanno ricordate quelle di Brogi e Pachlovska sulla poesia di Ševčenko (Brogi, Pachlovska 2015) e quella di Lorenzo Pompeo dedicata alla prosa femminile contemporanea (Pompeo 2021).</hi></p></div><div><head><hi>5. Traduzioni</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo il 1991 anche nell’ambito delle traduzioni si è fatto più intenso l’interesse per l’Ucraina, favorendo la comparsa di un numero limitato ma significativo di traduzioni della letteratura otto-novecentesca (Sevcenko [sic!] 2000, Kocjubyns’kyj 1994, Chvyl’ovyj 1996) e soprattutto contemporanea. All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso Pachlovska ha tradotto alcune tra le massime voci della poesia ucraina della seconda metà del Novecento, tra cui Lina Kostenko, Vasyl’ Stus, Vasyl’ Holoborod’ko, Jurij Andruchovyč, Oleh Lyšeha e Ihor Rymaruk, raccogliendone i versi in un’antologia apparsa su una rivista lombarda di moderata diffusione (Pachlovska 1993). È invece grazie agli sforzi di Lorenzo Pompeo e alla coraggiosa iniziativa di una piccola casa editrice meridionale, la leccese Besa, che durante il primo decennio di questo secolo il lettore italiano ha avuto modo di conoscere i tre prosatori ucraini contemporanei più noti a livello internazionale, Jurij Andruchovyč (2003, 2006), Oksana Zabužko (2008) e Serhij Žadan (2009). Di Žadan, ex </hi><hi rend="italic">enfant terrible </hi><hi rend="CharOverride-1">che ad oggi rappresenta la più celebre ed autorevole voce letteraria dell’Ucraina contemporanea, è apparsa di recente, nella traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovych, anche la cosiddetta «trilogia del Donbas» (Žadan 2016, 2018, 2019), un ciclo di tre romanzi i cui personaggi si muovono in quei territori di confine tra Ucraina e Russia che gli eventi bellici iniziati nel 2014 hanno ormai reso tragicamente familiari al pubblico occidentale. Grazie all’attento e appassionato lavoro di Alessandro Achilli hanno invece visto la luce un classico della letteratura sullo Holodomor come </hi><hi rend="italic">Il principe giallo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vasyl’ Barka (2016), di cui, prima dell’uscita in italiano, esisteva solo una traduzione francese risalente al 1981, e il romanzo di Markijan Kamyš </hi><hi rend="italic">Una passeggiata nella zona</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Kamyš 2019). In netta opposizione al sofferto lirismo di Barka, il giovane Kamyš (n. 1988) getta uno sguardo dissacrante e a tratti disperatamente cinico su un’altra tragedia della storia ucraina del secolo scorso, il disastro nucleare di Čornobyl’. In generale, la situazione editoriale delle traduzioni appare abbastanza caotica: a contraddistinguerla è l’assenza di una pianificazione, aggravata dalla scarsità di traduttori dalle lingue cosiddette ‘minori’. Come osserva Brogi, per un certo periodo le traduzioni di letteratura ucraina in Italia si sono decise sulla base di quelle fatte in ambito germanofono, poiché sono proprio alcune grandi case editrici tedesche, austriache e svizzere a detenere i diritti d’autore per i più importanti scrittori ucraini contemporanei (Brogi Bercoff 2011b, 236). È paradigmatico il caso di Andrej Kurkov, scrittore ucraino russofono pubblicato da Garzanti anche sull’onda delle ottime recensioni ricevute sui quotidiani tedeschi, e oggi edito dalla trentina Keller (Kurkov 2014a, 2014b, 2016, 2017). Come era prevedibile, l’aumentato interesse per l’Ucraina in seguito all’invasione su larga scala iniziata il 24 febbraio 2022 ha trovato un riscontro anche in ambito editoriale, con la comparsa di antologie che non rientrano però nella cornice cronologica di questa rassegna.</hi></p></div><div><head><hi>6. Grammatiche. Studi sulla lingua e la linguistica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo settore il panorama dei contributi si presenta ancora modesto ma in crescita. Va qui ricordato che la prima grammatica della lingua ucraina fu pubblicata a Napoli da Eugen Onatskyj nel 1937. A causa degli eventi bellici, il suo dizionario bilingue fu invece pubblicato in due tempi: la prima parte, Ucraino-Italiano, uscì nel 1941; la seconda, Italiano-ucraino, vide la luce solo nel 1977 (cfr. Sgambati 1994, 255). Dopo un lungo silenzio, in tempi recenti sono uscite due nuove grammatiche pratiche della lingua ucraina (Krychkovska 2017, Rumyantsev 2017) e due dizionari, uno ucraino-italiano (Ponomareva 2020) e uno ucraino-italiano/italiano-ucraino (Prokopovych 2021). Segni di vitalità in ambito linguistico si riscontrano nell’ultimo decennio anche con gli studi di Goletiani sul linguaggio giuridico (Goletiani 2011, 2015b, 2020), di Laura Orazi sulle politiche linguistiche nell’Ucraina sovietica (Orazi 2018, 2019, 2020) e di Salvatore Del Gaudio sulla dialettologia (Del Gaudio 2017) e sul </hi><hi rend="italic">suržyk</hi><hi rend="CharOverride-1">, il «socioletto ibrido» ucraino-russo parlato nelle regioni centro-orientali del paese (Del Gaudio 2014, 2015).</hi></p></div><div><head><hi>7. Bielorussistica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se per l’ucrainistica non si può dunque più parlare di «scarsità» delle opere (Sgambati 1994, 249), la bielorussistica continua ad essere relegata in una posizione marginale. Nonostante una delle prime storie della letteratura bielorussa sia apparsa proprio in Italia nel 1952 ad opera di Giuseppe Messina ed esistano alcuni più recenti contributi di studiosi italiani a riguardo (Galvani 1994, Raffo 2013, Sabbatini 2013, Poutsileva 2020), la bielorussistica resta pressoché assente come settore autonomo della slavistica italiana, dove, a differenza di Germania e Polonia, la rivolta del 2020 non sembra avere stimolato una riscoperta della storia e della cultura del paese. Costituisce un’eccezione e una promettente inversione di rotta il numero tematico di </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Nuova Serie) dedicato proprio alla Belarus’, che vogliamo segnalare benché esuli dal limite </hi><hi rend="italic">ad quem</hi><hi rend="CharOverride-1"> previsto per la rassegna</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-002">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come scrive una delle curatrici, l’ambizioso intento del volume è contribuire alla creazione di una bielorussistica che non sia una «casuale propaggine di russistica, polonistica o ucrainistica» (Pachlovska 2021, 30). Tra i contributi degli slavisti italiani ricordiamo quelli di Puleri sull’identità bielorussa durante il trentennio post-sovietico (Puleri 2021) e di Giulia De Florio su una delle voci più note della poesia bielorussa contemporanea in lingua russa, Dmitrii Strocev (De Florio 2021). Pur prendendo le mosse da ambiti disciplinari apparentemente distanti, entrambi gli studi mettono in evidenza la natura pluridimensionale della cultura bielorussa contemporanea, dove «memoria storica, lingua e autonomia politica» non rappresentano fattori unificanti ed esclusivi (Puleri 2021, 99) e, come dimostra De Florio, la scena letteraria bielorussa non è limitata alla sola letteratura in lingua bielorussa. Se da un lato i curatori della rivista hanno mostrato notevole attenzione all’attualità socioculturale e politica bielorussa e ai rapporti culturali ebraico-bielorussi, è tuttavia del tutto assente la letteratura bielorussa antica (dal medioevo al Settecento), che resta, insieme al problema della pluralità religiosa nel paese durante la prima età moderna e della cultura di confine bielorusso-polacca durante l’Ottocento, un tema in attesa di futuri approfondimenti.</hi></p></div><div><head><hi>8. Bilancio conclusivo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo sviluppo dell’ucrainistica italiana dopo il 1991 è stato reso possibile dall’impulso datole da Graciotti, Giraudo e Brogi, che con pionieristica tenacia hanno creato una ‘scuola’ in cui gli orientamenti tematici e metodologici dei maestri riverberano in molti degli studi prodotti nell’ultimo trentennio, anche in campi diversi da quello della letteratura ucraina antica. Sotto questo aspetto, lo studio delle specificità dell’area ucraina in un ampio contesto slavo-orientale ed europeo è probabilmente l’elemento che meglio caratterizza l’ucrainistica italiana oggi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Emanuela Sgambati (1994, 248) notava che nei suoi primi settant’anni di vita l’ucrainistica italiana era fatta spesso da ucraini inseritisi nel contesto socioculturale e nelle istituzioni accademiche italiane (ma un’osservazione analoga può essere fatta anche per l’ucrainistica in Francia, Germania e Nord America durante lo stesso periodo), oggi l’ucrainistica è fatta principalmente da italiani formatisi in Italia. Si tratta di studiosi che, in molti casi, fanno gli ucrainisti a tempo pieno e si accostano all’Ucraina con una sensibilità e un bagaglio culturale necessariamente diversi da quelli degli ucraini. Per riprendere le parole pronunciate quasi trent’anni fa da Pachlovska, l’ucrainistica non vive più di «appunti sparsi in margine alla Russistica e alla Polonistica» (Pachlovska 1998b, 128), sebbene di ucrainistica continuino ad occuparsi anche studiosi che nel loro campo di ricerca includono varie lingue e letterature slave. Parallelamente, l’ucrainistica degli ultimi trent’anni ha conosciuto il fenomeno della specializzazione, con lo sviluppo di distinti campi di indagine. In particolare, va sottolineato come nelle discipline storiche negli ultimi decenni si sia registrato un aumento degli studiosi che includono l’Ucraina nel campo delle loro ricerche: storici dell’Europa centro-orientale come Bellezza, Lami e Graziosi hanno indubbiamente consolidato l’ucrainistica italiana. Di Bellezza ho già citato l’importante contributo sugli </hi><hi rend="italic">šistdesjatnyky</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma vale la pena ricordare anche la sua monografia d’esordio, </hi><hi rend="italic">Il tridente e la svastica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bellezza 2010), in cui aveva affrontato il tema del collaborazionismo nell’Ucraina occupata dai nazisti, dimostrando che i collaboratori non vennero dalle fila di coloro che avevano maturato sentimenti di disaffezione nei confronti dello stalinismo, ma da quei quadri dirigenti che con il regime sovietico avevano fatto carriera e che, dopo l’estate del 1941, nel nazismo avevano intravisto una possibilità di salvaguardare i propri privilegi. Non hanno forse bisogno di presentazioni gli studi di Andrea Graziosi sullo </hi><hi rend="italic">Holodomor</hi><hi rend="CharOverride-1">, fondamentali per la conoscenza, non solo in Italia, di questa tragedia usata deliberatamente dal regime staliniano per rimodellare l’Ucraina sovietica (Graziosi 1991, 2001, 2005a, 2005b, 2007).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A conclusione del suo bilancio, Sgambati parlava della necessità che i nostri studiosi «prendano in mano gli autori e le opere di letteratura ucraina e bielorussa e comincino a studiarle» facendo ricorso all’arsenale critico e metodologico che fin a quel momento era stato applicato con successo ad altre lingue e letterature slave (Sgambati 1994, 264). Possiamo dire che l’ucrainistica italiana degli ultimi trent’anni si è misurata con i testi sul piano ermeneutico ed ecdotico più di quanto non abbia fatto nel settantennio precedente. Sono stati acquisiti nuovi territori, come il filone degli studi post-coloniali e sul </hi><hi rend="italic">nation building</hi><hi rend="CharOverride-1">, e vi sono alcuni settori in cui si può considerare rilevante l’apporto degli studi italiani nell’ambito dell’ucrainistica – ma anche della slavistica – internazionale: innanzitutto quello degli studi sulla prima modernità, ma una crescita qualitativa si è registrata anche per le ricerche sulla letteratura contemporanea e del Novecento. Fanno fede la pubblicazione in inglese e ucraino di molti di questi contributi e il conferimento di alcuni importanti premi internazionali a studiosi italiani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-001">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il saldo di questi trent’anni di ucrainistica italiana non si chiude dunque in negativo, sebbene rimangano alcuni macroscopici problemi. In modo negativo ha influito e influisce la scarsità di cattedre di ucrainistica. Oggi l’insegnamento di lingua e letteratura ucraina esiste solo a Roma e a Milano, mentre le cattedre di Napoli e Venezia – quest’ultima promotrice di un’intensa stagione di iniziative ucrainistiche nel ventennio a cavallo tra i due secoli – non sono attive da più di un decennio. Il numero delle forze è esiguo e al momento appare lento e difficoltoso il processo di formazione di nuove leve di studiosi. Ciò si riflette in una produzione scientifica che si sviluppa seguendo il tracciato degli interessi dei singoli e non ha ancora assunto carattere di sistematicità e organicità. Da queste carenze di natura oggettiva derivano una serie di spazi bianchi che in futuro si spera di colmare. Si è già detto della scarsa attenzione all’Ottocento. Sulla prosa degli anni Venti del Novecento, un altro importante momento formativo per l’identità ucraina moderna di cui in Italia non si hanno specialisti, è al momento in preparazione una tesi di dottorato presso l’Università di Milano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-000">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Infine, nonostante la fruttuosa tradizione dello studio del Barocco ucraino in Italia, rimane solo in parte esplorato il legame della cultura ucraina con l’eredità della Rus’ (Garzaniti 1998 e 1999, De Rosa e Lo Mastro 2003, Giraudo 2008) che, secondo uno schema interpretativo dominante nella slavistica occidentale e solo di recente messo in discussione da studiosi del calibro di Serhii Plokhy (2010), viene solitamente ascritta alla sola storia e letteratura russa, con cui essa viene identificata anche attraverso l’uso indiscriminato dell’aggettivo ‘russo’ per descrivere regioni dell’area slava orientale dotate di una loro distinta autonomia culturale rispetto alla Moscovia. Ancora oggi quella dell’eredità della Rus’ di Kyjiv rimane una questione irrisolta, che Picchio aveva a suo tempo in parte affrontato scrivendo che tra la Rus’ e i suoi eredi slavo-orientali non bisogna «porre diaframmi esclusivi», ma senza pronunciarsi in maniera definitiva (Picchio 1968, 29; cfr. Pachlovska 2012, 310). Vista sullo sfondo di una guerra atroce che sta mettendo in discussione la stessa sopravvivenza dell’Ucraina come nazione indipendente, e che prende le mosse proprio da una serie di palesi falsificazioni storiche, la questione dell’eredità della Rus’ assume una risonanza che valica i confini del mero dibattito scientifico. A noi studiosi delle lingue e delle culture slave spetta il dovere innanzitutto morale di guardare allo spazio geografico e culturale slavo orientale con occhi nuovi, da un lato evitando di sussumere tutto sotto una presunta – e in larga parte immaginaria – identità ‘granderussa’, e dall’altro restituendo a Ucraina e Belarus’ un’autonomia linguistica, culturale, politica e confessionale che i drammatici rivolgimenti della storia si ostinano a voler cancellare.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Achilli, Alessandro. 2015. “Taras Ševčenko in the Prose and Poetry of Vasyl’ Stus.” </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 12: 317-31.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Achilli, Alessandro. 2018. </hi><hi rend="italic">La lirica di Vasyl’ Stus. Modernismo e intertestualità poetica nell’Ucraina del secondo Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Achilli, Alessandro. 2019. “Neomodernist Trends in Russian and Ukrainian Poetry of the Second Half of the 20th Century: Theoretical Problems and the European Context.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic">Il mondo slavo e L’Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Maria Cristina Bragone e Maria Bidovec, 95-103. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Achilli, Alessandro. 2020a. “Individual, yet Collective Voices: Polyphonic Poetic Memories in Contemporary Ukrainian Literature.” </hi><hi rend="italic">Canadian Slavonic Papers</hi><hi rend="CharOverride-1" > 62, 1: 4-26. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Achilli, Alessandro. 2020b. “Towards a New Postcolonial Ukrainian Literature: Ievheniia Kononenko’s ‘A Russian Story’.” In </hi><hi rend="italic">Cossacks in Jamaica, Ukraine at the Antipodes: Essays in Honor of Marko Pavlyshyn</hi><hi rend="CharOverride-1" >, edited by Alessandro Achilli, Serhiy Yekelchyk, Dmytro Yesypenko, 604-17. Boston: Academic Studies Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Achilli, Alessandro. 2020c. “Writers, the Nation, and War: Literature Between Civic Engagement, Trauma, and Aesthetic Freedom in Contemporary Ukraine.” </hi><hi rend="italic">Modern Language Review</hi><hi rend="CharOverride-1" > 116, 3: 872-90.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Achilli, Alessandro. 2021. “Beauty, Truth, and Sincerity. Lesja Ukrajinka and the Responsibility of Art Between Aestheticism and the Pursuit of Authenticity.” </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18, 2: 209-23.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Andruchovyč, Jurij. 2003. </hi><hi rend="italic">Moscoviade</hi><hi rend="CharOverride-1">. Traduzione di Lorenzo Pompeo. Nardò: Besa.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Andruchovyč, Jurij. 2016. </hi><hi rend="italic">I dodici cerchi</hi><hi rend="CharOverride-1">. Traduzione di Lorenzo Pompeo. Roma: Del Vecchio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Barka, Vasyl’. 2016. </hi><hi rend="italic">Il principe giallo: lo sterminio per fame dei contadini in Ucraina</hi><hi rend="CharOverride-1">. Traduzione di Alessandro Achilli. Savona: Pentagora.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bartolini, Maria Grazia. 2010. </hi><hi rend="italic">“Introspice intus mare pectoris tui”. Ascendenze neoplatoniche nella produzione dialogica di H.S. Skovoroda (1722-1794)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bartolini, Maria Grazia. 2014. “Il testo skovorodiano ‘Ubuždešsja, viděša slavu ego’: un trattato catechetico-liturgico sulla festa della Trasfigurazione?” </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1" > 11: 7-22.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bartolini, Maria Grazia. 2016. “The Discourse of Martyrdom in Late 17th-century Ukraine. 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Memory, Meditation, and Visual Imagery in Seventeenth-Century Ukrainian Preaching.”</hi><hi rend="italic"> Canadian Slavonic Papers</hi><hi rend="CharOverride-1" > 62, 2: 154-81.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bartolini, Maria Grazia. 2020c. “Visible Rituals: Theology and Church Authority in the Iconography of the Seven Sacraments in Peter Mohyla’s Trebnyk (1646).”</hi><hi rend="italic"> Slavonic and East European Review</hi><hi rend="CharOverride-1" > 98, 1: 60-105.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bartolini, Maria Grazia. 2021. “‘A sight never seen even in Roman amphitheaters.’ The Spectacle of the Passion, Visual Meditation, and the Shaping of Religious Emotions in Early Modern Ukraine.” </hi><hi rend="italic">Zeitschrift für Slavische Philologie</hi><hi rend="CharOverride-1"> 77, 2: 239-81.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bellezza, Simone Attilio. 2010. </hi><hi rend="italic">Il tridente e la svastica: L’occupazione nazista nell’Ucraina centro-orientale</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Milano: Franco Angeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bellezza, Simone Attilio. 2019. </hi><hi rend="italic">The Shore of Expectations. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Oltre alla rassegna ragionata di Sgambati, bilanci, seppur parziali, sullo stato dell’ucrainistica in Italia negli ultimi decenni si possono leggere in Siedina 2001a e Nosilia 2006.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questa accezione del termine si veda Sgambati (1994, 248), a cui mi rifaccio per delimitare l’area della mia indagine in questo studio.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A partire dal 2022, laboratori e lettorati di lingua e letteratura ucraina sono stati introdotti presso vari atenei italiani, tra cui Bologna, Padova, Torino e l’Università per Stranieri di Siena.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Una conferenza svoltasi a settembre 2022 presso l’Università di Cambridge recava come titolo “Polymorphic Commonwealth. Cultural Transfers in Early Modern Poland-Lithuania”, la cui formulazione, per ammissione degli stessi organizzatori, è ispirata proprio agli studi di Giovanna Brogi, cfr. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.mmll.cam.ac.uk/news/polymorphic-commonwealth-cultural-transfers-early-modern-poland-lithuania</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (01/10/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È in preparazione una nuova </hi><hi rend="italic">Storia della letteratura ucraina </hi><hi rend="CharOverride-1">in tedesco coordinata da Ulrich Schmid dell’Università di Sankt Gallen, che dovrebbe vedere la luce alla fine del 2024, e a cui partecipano anche Achilli, Bartolini e Brogi. Gli stessi autori partecipano a un progetto analogo, più ampio, coordinato da George G. Grabowicz (Harvard University), che probabilmente giungerà a compimento più tardi. Cfr. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.uaregio.org/en/about/stage-5/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (01/10/2024).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	In linea con la scelta dei curatori del numero monografico di </hi><hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, e con quanto avviene nei paesi di lingua inglese e tedesca, anche in questo contributo scegliamo di usare il toponimo bielorusso Belarus’ invece di Bielorussia, entrato in italiano come derivato della vecchia denominazione del paese in lingua russa. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-001-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Bellezza 2019 è stato insignito dell’Omeljan Pritsak Book Prize in Ukrainian Studies (cfr. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://aseees.org/citation/simone-attilio-bellezza-2020/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> [10/05/2024]) e Bartolini 2017a, 2020a del Publication Prize della Early Slavic Studies Association; cfr. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.earlyslavicstudies.org/2023/11/24/2020-essa-publication-prize-winners/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (01/10/2024). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_15_203-222.html#footnote-000-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si tratta del lavoro di Rossella Carìa, “</hi><hi rend="italic">Ucraina polytropa</hi><hi rend="CharOverride-1">: la letteratura del periodo 1917-1934 alla ricerca di un orientamento tra spinte anticoloniali e tendenze postcoloniali”.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Maria Grazia Bartolini, University of Milan La Statale, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">maria.bartolini@unimi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-8181-5364</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Maria Grazia Bartolini, <hi rend="italic">Ucrainistica e bielorussistica,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7.12</ref>, in Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio (edited by), <hi rend="italic">Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume II</hi>, pp. -21, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0492-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7</ref></p></div></div>
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