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        <title type="main" level="a">La serbo-croatistica italiana: 1991-2021</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-0320-1230" type="ORCID">
            <forename>Maria Rita</forename>
            <surname>Leto</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Chieti-Pescara G. D'Annunzio, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.17</idno>
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        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of Serbocroatistics</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021;  Serbocroatistics</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.17<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.17" /></p>
      <div><head>La serbo-croatistica italiana: 1991-2021</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Maria Rita Leto</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tentativo di offrire un quadro della serbocroatistica italiana degli ultimi trent’anni non può prescindere dagli avvenimenti storici degli anni Novanta, caratterizzati dalle guerre e dalla conseguente dissoluzione della Jugoslavia. Questi avvenimenti hanno inevitabilmente comportato una ridefinizione del campo di studi, anche se ciò per la serbocroatistica italiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-021">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> non ha significato un ripensamento dei canoni letterari, né un radicale riposizionamento delle prospettive o dei paradigmi di riferimento, se non per quanto riguarda alcuni specifici strumenti di lavoro, quali grammatiche e storie letterarie. Una modifica che accomuna sia grammatiche sia storie letterarie è la separazione dei due termini identificativi: serbo e croato, senza che ciò abbia peraltro risolto, nel caso della lingua, l’annosa questione determinata dal fatto che la base dialettale, štokava, è la stessa per bosniaci, croati, montenegrini e serbi, nonostante una vera unitarietà non sia mai stata raggiunta e si sia sempre parlato di ‘varianti’. La problematica che ruota intorno alla lingua non nasce negli anni Novanta, ma – cartina di tornasole di irrisolte problematiche nazionali – ha attraversato le tre Jugoslavie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-020">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e, in un certo senso, sussiste ancora oggi negli stati nazionali attuali, sia pure con altre connotazioni. L’argomento in Italia è stato al centro dell’interesse di vari serbocroatisti e linguisti, come si può evincere dalla pubblicazione su </hi><hi rend="italic">Studi Slavistici</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei risultati di un forum sulla situazione linguistica attuale, al quale hanno partecipato studiosi italiani e stranieri (Morabito 2006), e dai vari saggi usciti in questi anni, tra i quali Leto (1998, 2019), Manzelli (1999, 2012), Trovesi (2009, 2012).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se negli stati sorti dalla dissoluzione del paese il nome della lingua è stato più o meno facilmente risolto bandendo il termine serbo-croato, nella slavistica italiana l’imbarazzo di non riuscire a trovare un nome per questa lingua in grado di mettere d’accordo tutti è evidente nell’oscillazione tra il termine ‘serbo-croato’ (o anche ‘serbo e croato’, o perfino ‘ex-serbo-croato’) e quello di ‘bosniaco-croato-montenegrino-serbo’, con i trattini, spesso usato in forma di acronimo BCMS</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-019">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il primo, adottato da molti atenei italiani, non è sufficientemente inclusivo, in quanto non dà conto di bosniaci e montenegrini, ma ha il vantaggio della riconoscibilità di una tradizione storica, il secondo, è una palese soluzione di compromesso, che peraltro può indurre all’errata conclusione che si tratti di quattro lingue diverse. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La nascita di stati nazionali ha tuttavia risolto uno degli ostacoli in cui ci si imbatteva nel compilare la grammatica di questa lingua, la cui non conseguita unitarietà creava non pochi intralci. Così, dopo che per decenni ci si è serviti della </hi><hi rend="italic">Grammatica della lingua serbo-croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Arturo Cronia ripubblicata e aggiornata numerose volte dal 1922 in poi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-018">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, nel corso degli ultimi trent’anni sono uscite ben quattro grammatiche di lingua croata, il </hi><hi rend="italic">Compendio di grammatica croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ines Olivari Venier (Trieste 1999), la</hi><hi rend="italic"> Grammatica della lingua croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marina Lipovac Gatti (Milano 1997), il </hi><hi rend="italic">Compendio di lingua croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Zdravka Krpina (Roma 2007) e, più recentemente, il </hi><hi rend="italic">Corso di lingua croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Vlatka Gott e Anna Morpurgo (Milano 2020). A queste si aggiungono una grammatica che prende in considerazione le tre varianti della lingua, </hi><hi rend="italic">Sretan put</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">manuale della lingua croata, bosniaca e serba</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ginevra Pugliese e Sanja Roić (Trieste 2004), e la </hi><hi rend="italic">Grammatica serba</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Gordana Grubač Allocco (Milano 2010). Alcune di queste grammatiche (Olivari, Pugliese-Roić, Grubač Allocco) hanno avuto più edizioni. Nessuna è immune da pecche, ma sono accomunate dall’esperienza sul campo, poiché compilate da insegnanti di lingua o lettori, consapevoli delle difficoltà che un discente italiano può incontrare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda la letteratura, nonostante l’etichetta di ‘serbo-croata’ fosse nell’uso comune, anche in passato non era possibile darne un quadro unitario. Infatti, a esclusione del breve periodo della NOB (</hi><hi rend="italic">Narodnooslobodilačka borba</hi><hi rend="CharOverride-1">, “Lotta di liberazione popolare”) tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni Cinquanta, quando si tentò di imporre dall’alto in tutto il paese una letteratura finalizzata alla creazione del nuovo stato, la letteratura veniva già distinta in croata, serba, bosniaca e spesso anche montenegrina. Dopo la </hi><hi rend="italic">Storia della letteratura serbo-croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cronia (Milano 1956), la </hi><hi rend="italic">Letteratura serbo-croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Maver (Milano 1960), la </hi><hi rend="italic">Letteratura serbo-croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Graciotti (Milano 1970) e </hi><hi rend="italic">Le letterature della Jugoslavia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Bruno Meriggi (Firenze 1970), tutte su posizioni tendenzialmente unitaristiche, con varie sfumature (sulla base della lingua comune, o per il dominio ottomano comune ai serbi e a una parte dei croati, o per gli sviluppi successivi al XVIII secolo), in Italia vengono pubblicate storie letterarie che riflettono le nuove realtà statuali che si sono formate. </hi><hi rend="italic">La storia della letteratura croata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Dubravko Jelčić, pubblicata a Zagabria nel 1997, esce in traduzione italiana a cura di Ruggero Cattaneo (Milano 2005), con prefazione di Ante Stamać e i contributi di Radoslav Katičić (sullo sviluppo della lingua letteraria croata) e Darko Žubrinić (sul glagolismo croato), non presenti nell’edizione originale; mentre, per quanto riguarda la letteratura serba, esce la </hi><hi rend="italic">Storia della cultura e della letteratura serba</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marija Mitrović e Bojan Mitrović (Lecce 2015), di cui particolarmente apprezzabile è l’alternanza di cenni storici a capitoli più propriamente letterari. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla comprensione del «paese più complicato del mondo» – come venne definita la Bosnia-Erzegovina da un ministro austriaco quando il paese passò sotto l’amministrazione dell’Austria-Ungheria nel 1878 – aiuta senz’altro il volume </hi><hi rend="italic">Scritti sulla pietra. Voci e immagini dalla Bosnia ed Erzegovina fra medioevo ed età moderna</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Alice Parmeggiani (Udine 2005), che ci dà un quadro appassionato e appassionante della sfaccettata cultura bosniaca attraverso una raccolta di traduzioni di testi poetici di provenienza bosniaca ed erzegovese, di epoca preottomana e ottomana, eterogenei e non ascrivibili a un’unica cultura (ci sono iscrizioni epigrafiche, così come poesie in lingue orientali e romanze sefardite, tradotte tramite il serbo-croato). Grazie agli apparati introduttivi della curatrice, il volume riesce a ricostruire l’affascinante mosaico linguistico e culturale bosniaco-erzegovese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le guerre degli anni Novanta hanno comportato inoltre una sorta di riscoperta di quest’area geografica e un rinnovato interesse del pubblico italiano verso i fenomeni culturali dell’altra sponda dell’Adriatico, incentivando una gran mole di articoli, saggi e anche volumi di divulgazione, talvolta scritti da giornalisti improvvisatisi esperti dell’area, e spesso in quello spirito che si potrebbe definire semi-orientalistico che ha caratterizzato tutto il decennio, in base al quale quel che stava accadendo veniva visto come una conferma del carattere ‘altro’ dei Balcani, in senso negativo, rispetto all’immagine del ‘civile’ Occidente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-017">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ovviamente, in questi anni, c’è stata anche divulgazione di buon livello (la rivista </hi><hi rend="italic">Limes</hi><hi rend="CharOverride-1">, per esempio) e sono stati pubblicati anche ottimi testi, come quelli del Centro per L’Europa centro-orientale e balcanica (Stefano Bianchini </hi><hi rend="italic">La questione jugoslava</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze 1996; Francesco Privitera </hi><hi rend="italic">La Jugoslavia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano 2007), della sezione italiana dell’Aisee/Associazione Italiana del sud-est europeo, o gli articoli e i volumi di Marco Dogo (</hi><hi rend="italic">Kosovo. Albanesi e Serbi: le radici del conflitto</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lungro di Cosenza 1992), Jože Pirjevec (</hi><hi rend="italic">Il giorno di San Vito. Jugoslavia 1918-1992. Storia di una tragedia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1993), Antonio d’Alessandri e Armando Pitassio (</hi><hi rend="italic">Dopo la pioggia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lecce 2011); Maria Bacchi e Melita Richter (</hi><hi rend="italic">Le guerre cominciano a primavera – soggetti e identità nel conflitto jugoslavo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Soveria Mannelli 2003); Guido Franzinetti (</hi><hi rend="italic">I Balcani: 1878-2001</hi><hi rend="CharOverride-1">, Roma 2001); Stefano Petrungaro (</hi><hi rend="italic">Balcani. Una storia di violenza?</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma 2012); Luca Rastello (</hi><hi rend="italic">La guerra in casa</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino 1998) e altri, che anche negli anni seguenti, si sono impegnati a cercare di comprendere cos’è successo in Jugoslavia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni Novanta assistiamo alla pubblicazione di un numero relativamente alto di traduzioni dal serbo-croato, fenomeno che peraltro non si è attenuato nei due decenni successivi, ma si è anzi intensificato. Alcuni editori, infatti, si specializzano in pubblicazioni dell’area serbo-croata, o comunque mostrano un particolare interesse verso autori provenienti dalla ex Jugoslavia: Hefti, che ha pubblicato per lo più scrittori croati, spesso nelle traduzioni di Silvio Ferrari; Studio Tesi di Pordenone, a cui si devono le prime traduzioni di Miroslav Krleža; Zandonai di Rovereto, che nei pochi anni di esistenza, dal 2007 al 2015, ha presentato al pubblico italiano un vasto elenco di scrittori serbi, croati, bosniaci contemporanei, molti dei quali tradotti da Parmeggiani (David Albahari, Dragan Velikić, Jelena Lengold e altri); Bottega Errante di Udine che, occupando lo spazio lasciato da Zandonai nel 2015, ha iniziato, continuandola tuttora, una ricca attività di traduzione di autori balcanici; Keller di Rovereto; Argo e Besa di Lecce; Stilo di Bari, per la quale Ljiljana Banjanin ha recentemente tradotto e curato la pubblicazione di </hi><hi rend="italic">Sabo si è fermato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Oto Horvat (2020) e ha scritto la prefazione a </hi><hi rend="italic">Rumore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Ranko Risojević (traduzione e cura di Danilo Capasso, 2019). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molti degli autori che si traducono dagli anni Novanta in poi sono già affermati e noti in Italia come, per esempio, Miloš Crnjanski, Aleksandar Tišma, Danilo Kiš, Borislav Pekić e, in particolare, Ivo Andrić con nuove versioni di opere già tradotte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-016">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la pubblicazione di agili raccolte di racconti e di testi meno noti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-015">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e la sua definitiva consacrazione nei Meridiani di Mondadori</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-014">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si traducono anche autori contemporanei, che in varia misura hanno vissuto sulla loro pelle la guerra, come Dževad Karahasan e il suo bellissimo </hi><hi rend="italic">Dnevnik selidbe</hi><hi rend="CharOverride-1">, tradotto in italiano come </hi><hi rend="italic">Il centro del mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 1995), Miljenko Jergović, Vladimir Arsenijević, così come Dubravka Ugrešić e Slavenka Drakulić, che osteggiate in Croazia, scelsero la via dell’esilio. In piena guerra, Nicole Janigro riuscì a riunire scrittori serbi, croati e bosniaci che rifuggivano dalle logiche nazionaliste in un’antologia dal titolo, quanto mai appropriato: </hi><hi rend="italic">Dizionario di un paese che scompare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roma 1994), tratto da un racconto di Velikić. Agli autori menzionati va aggiunto un numero considerevole di giovani della cosiddetta «generazione ingannata» che, ventenni al tempo, avendo partecipato in prima persona alla guerra, sentono il bisogno di elaborare quell’esperienza drammatica attraverso la scrittura (Vladimir Jokanović, Darko Tuševljaković, Faruk Šehić, Zoran Žmirić, di nuovo solo per citarne alcuni). Lo stesso bisogno è alla base di una produzione, anche questa considerevole, di romanzi, memorie, ricordi di scrittrici migranti, che, allora molto giovani, scrivono oggi ma in altre lingue della loro vita passata e del loro paese di origine (per esempio: Elvira Mujčić, che è anche un’attiva traduttrice in italiano, Marica Bodrožić, che scrive in tedesco).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ancora in merito alla traduzione si registra il progressivo affermarsi, anche nella serbocroatistica italiana, di studi teorici e sociologico-storico-culturali su di essa che hanno costituito una delle innovazioni più interessanti e fertili di questi ultimi anni, da cui si è generato un nuovo campo di studi. A partire da alcuni convegni organizzati da Ljiljana Avirović, non a caso presso la Scuola Superiore di Lingue per Interpreti e Traduttori (SSLMIT) di Trieste, incentrati sul rapporto tra autori e traduttori, traduttori ed editori, come “Editori e traduttori a confronto: In difesa dei traslocatori di parole”</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1991, questo filone di studi sulla traduzione nei suoi molteplici aspetti si è venuto affermando, come testimoniano una serie di recenti iniziative promosse presso l’Università di Venezia da Marija Bradaš, quali il convegno “Letterature minori nel contesto editoriale italiano” del 2020, nonché alcuni saggi sull’argomento (Badurina 2013 e 2014, Banjanin 2015, Vaglio 2016). Va inoltre sottolineato che spesso i traduttori sono serbocroatisti di professione, come Lionello Costantini, Alice Parmeggiani, Maria Rita Leto, Rosanna Morabito, Luca Vaglio, Ljiljana Avirović, la maggior parte dei quali ha tradotto oltre ai classici, anche autori contemporanei. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa cospicua quantità di traduzioni non solo ha portato il pubblico italiano a una maggiore conoscenza della passata e recente produzione letteraria di quest’area, ma ha probabilmente anche contribuito a un riposizionamento della serbocroatistica all’interno del campo letterario con un interesse visibilmente accresciuto delle nuove generazioni di serbocroatisti per autori moderni e contemporanei rispetto alla generazione precedente. Così Banjanin scrive sul post-modernismo serbo (2002) e su Albahari (2014); Persida Lazarević Di Giacomo su Goran Petrović (2001), Milosav Tešić (2016) e più volte su Borislav Pekić; Nicoletta Cabassi su </hi><hi rend="italic">Poslednja knjiga</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Zoran Živković (2012) e su </hi><hi rend="italic">Komo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Srđan Valjarević (2013); Rosanna Morabito è autrice di significativi saggi su Crnjanski e di una monografia (Alessandria 2020) sull’ultimo e poco esplorato romanzo di Meša Selimović, </hi><hi rend="italic">Ostrvo</hi><hi rend="CharOverride-1">, che inquadra nel contesto dell’opera dello scrittore e in relazione ai suoi due precedenti e più famosi romanzi, </hi><hi rend="italic">Il derviscio e la morte</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">La fortezza</hi><hi rend="CharOverride-1">; mentre Luca Vaglio, dopo aver curato la nuova edizione del romanzo </hi><hi rend="italic">Le primavere di Ivan Galeb</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">precedentemente tradotto da Giovanni Bensi (1970), affronta l’opera di questo complesso scrittore nella monografia </hi><hi rend="italic">Le stagioni del romanzo di Vladan Desnica. Genesi, forme, poetica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roma 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel dar conto degli studi italiani di serbocroatistica degli ultimi trent’anni una prima possibile distinzione è quella tra slavisti a tutto tondo, che si occupano o continuano a occuparsi più o meno sporadicamente anche di serbocroatistica, e serbocroatisti specialisti. Per quanto riguarda i primi, si tratta per lo più, con qualche eccezione, della generazione precedente, già attiva negli anni Settanta-Ottanta. Tra questi, particolare rilievo riveste la figura di Sante Graciotti (1923-2021), i cui studi sull’area adriatica occupano una cospicua parte della sua vasta e importante produzione scientifica. La sua visione della filologia di derivazione viennese, che gli arrivava attraverso il magistero di Giovanni Maver, come lui stesso amava ripetere, fa di lui «uno degli ultimi rappresentanti di una filologia intesa come studio delle lingue, delle letterature, dei testi e della storia delle idee abbracciante tutto il mondo slavo […] alla ricerca degli elementi che contribuiscono ad unire le varie aree della cultura europea» (Brogi Bercoff et al. 1990, VIII). Pubblicando nel 1957 un articolo, poi sviluppato in monografia, sulla figura del critico letterario croato, oltre che sacerdote, Jakša Čedomil, Graciotti «nasce alla slavistica come croatista» (Jerkov 2008, 89). Proseguendo su questa scia, anche negli ultimi trent’anni i suoi studi sul bacino Adriatico, declinati in varie direzioni, ma sempre nel tentativo di ritrovare nelle testimonianze delle popolazioni che si specchiano in questo mare forme di espressioni culturali che contribuiscano a unirle, hanno continuato a costituire un suo filone privilegiato di ricerca. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così, nel 1993</hi><hi rend="italic">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> durante un convegno tenutosi ad Ancona, dal cui porto proprio in quei giorni partivano gli aiuti umanitari per le popolazioni vittime della guerra sull’altra sponda, Graciotti proponeva la formulazione di </hi><hi rend="italic">Homo Adriaticus</hi><hi rend="CharOverride-1">, «inteso come comunanza di valori, per molti secoli operante nel passato» (Falaschini et al. 1998, 22) ed esprimeva il «sogno europeo e adriatico» che l’</hi><hi rend="italic">Homo Adriaticus</hi><hi rend="CharOverride-1">, «un ibrido» che in quanto tale «può essere un prototipo ripetibile e variabile all’infinito» (Falaschini et al. 1998, 11), potesse ridiventare una realtà nel futuro. Promotore di vari convegni, alcuni dei quali presso la Fondazione Cini di Venezia e l’Accademia dei Lincei di Roma, Graciotti ha curato varie miscellanee dedicate all’Adriatico in questi anni: </hi><hi rend="italic">Il libro nel bacino adriatico: secc. 15.-18</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Firenze 1992), </hi><hi rend="italic">Marche e Dalmazia tra Umanesimo e Barocco</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Reggio Emilia 1993), </hi><hi rend="italic">La Dalmazia e l’altra sponda: problemi di archaiologhía adriatica</hi><hi rend="CharOverride-1"> con Lorenzo Braccesi (Firenze 1999), </hi><hi rend="italic">Mito e antimito di Venezia nel bacino adriatico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roma 2001), il volume dedicato al petrarchista dalmata Paolo Paladini e il suo canzoniere del 1496 (Roma 2005), fino all’ultima ponderosa fatica del 2014, </hi><hi rend="italic">La Dalmazia e l’Adriatico dei Pellegrini “veneziani” in Terrasanta</hi><hi rend="CharOverride-1">: una silloge di testimonianze sulla Dalmazia (intesa in senso lato, comprendente l’Istria e i possedimenti veneti fino a Corfù, la «porta del Golfo di Venezia») e sull’Adriatico dei pellegrini che, partendo dalla città lagunare, si recarono in Terrasanta tra l’inizio del Trecento e la fine del Cinquecento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-013">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di cinquantatre scrittori provenienti da diverse parti dell’Europa occidentale, suddivisi, nell’ampio studio introduttivo, per nazionalità (tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, polacchi, cechi e italiani). Presentate in ordine cronologico in traduzione italiana con testo a fronte, queste testimonianze hanno lasciato alcune indimenticabili descrizioni del litorale e delle sue città, da Parenzo, Pola, Zara, Sebenico, Spalato all’ammirata e talvolta avversata Ragusa (i ragusei avari, superbi e «scimmie dei veneziani»). Va inoltre segnalato il contribuito di Graciotti ai tre volumi della </hi><hi rend="italic">Storia religiosa dei Balcani</hi><hi rend="CharOverride-1"> (curati da Luciano Vaccaro, Milano 2008), e la pubblicazione dell’edizione del Messale croato-raguseo della Biblioteca Vaticana (Giannelli, Graciotti 2003), la cui trascrizione, iniziata negli anni Trenta dal bizantinista ma anche esperto slavista Ciro Giannelli con il costante supporto di Milan Rešetar, era rimasta incompiuta per la prematura morte del curatore nel 1959. Si tratta di un importante manoscritto, tra l’altro unico testimone di messale volgare di tutta la letteratura medievale croata, sul quale ancora molto resta da indagare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-012">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e al quale Graciotti, tra i più esperti conoscitori di letteratura religiosa antico-croata, aveva già messo mano negli anni passati, presentandolo nel 1978 all’ottavo congresso internazionale degli slavisti di Zagabria-Lubiana. Da questo breve excursus si evince come la figura di Graciotti abbia rivestito una funzione molto significativa non solo nella slavistica italiana, ma anche, più in particolare, nella serbocroatistica, per la capacità di coniugare in maniera efficace e innovativa la sua formazione di impianto prettamente filologico con interessi di natura più ampiamente culturologica e comparatistica, come rivelano i suoi studi sulla storia che ruota attorno al bacino adriatico. In questo senso, come vedremo, il suo insegnamento ha indicato un cammino che altri poi hanno ripreso e continuato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il gruppo degli slavisti che si occupano anche di serbo e croato, annovera poi Sergio Bonazza (1938-2021), ordinario della prima cattedra di slovenistica istituita in Italia (a Udine nel 1987), e in seguito di Filologia slava a Verona fino al pensionamento nel 2010. Bonazza, dopo i suoi studi sul glagolitismo croato e sull’austroslavismo, ha continuato ad arricchire la bibliografia della serbocroatistica con alcuni saggi su Niccolò Tommaseo, sull’Archiv für slavische Philologie di Vatroslav Jagić (2002), sull’epistolario di Mušicki e Kopitar (2010) e altri. Anton Maria Raffo (1937-2018), che si era in passato occupato di Krleža, nel periodo in esame ha scritto su </hi><hi rend="italic">bugarštice</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">deseterci</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Raffo 1996) e ha tradotto in modo eccellente una decina di petrarchisti dalmati nel volume </hi><hi rend="italic">Petrarchismo raguseo-dalmata</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in “In forma di parole”.</hi><hi rend="italic"> Petrarca in Europa</hi><hi rend="CharOverride-1"> II/1, 2004). Janja Jerkov, che nel 2008, dopo il pensionamento di Predrag Matvijević (1932-2017), ha tenuto l’insegnamento di serbocroato alla Sapienza di Roma (oltre a quello di bulgaro), si è occupata di Marko Marulić, Marin Držić (2010) e Dositej Obradović (2009) ma anche di autori moderni quali Slavenka Drakulić e Milorad Pavić. Di Rosanna Benacchio va sicuramente menzionato il progetto di trascrizione e digitalizzazione, con Han Steenwijk e Nada Vajs Vinja, del </hi><hi rend="italic">Vocabolario di tre nobilissimi linguaggi, italiano, illirico, e latino</hi><hi rend="CharOverride-1"> redatto dal canonico zaratino Giovanni Tanzlingher Zanotti alla fine del sec. XVII (Benacchio et al. 2008), così come i suoi studi sugli slavi molisani (Benacchio 2009). A Mario Capaldo dobbiamo alcuni studi su manoscritti di area serba, in particolare sul panegirico di Mileševa e su un passo oscuro della commemorazione del principe Lazar (Capaldo 1989, 1993). Tra gli slavisti della generazione successiva, Cristiano Diddi, filologo, ha scritto su </hi><hi rend="italic">La letteratura di viaggio al tempo dell’Illirismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Diddi 2006) e ha curato e tradotto </hi><hi rend="italic">Sguardo in Bosnia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Matija Mažuranić (Lecce 2003), classico della letteratura odeporica croata. Stefano Aloe, prevalentemente russista, seguendo le tracce del maestro Bonazza, indaga i rapporti italo-serbi, occupandosi anche dei primi slavisti che visitarono le colonie slavomolisane e furono in corrispondenza con lo storico di Acquaviva Collecroce Giovanni De Rubertis (Aloe 2018). Inoltre, la sua produzione serbocroatistica vanta un articolo sulla dimensione odeporica dell’opera di Andrić (2019) e un confronto tra i reportage di guerra di Krleža e di Babel’. Il linguista Trovesi (1971-2021) è autore, oltre che di alcuni saggi di linguistica dell’area, anche di un articolo sulla </hi><hi rend="italic">jugonostalgija</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Trovesi 2006), così come lo storico Stefano Petrungaro (2009). Come emerge da questi brevi cenni, le figure di studiosi qui menzionate sono accomunate da interessi non sistematici per il campo di studi della serbocroatistica cui, in ogni caso, hanno fornito contributi di rilievo che, pur nella loro occasionalità, hanno arricchito in maniera determinante la disciplina, contribuendo a diffonderne la conoscenza e attirare giovani leve di studiosi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda invece i serbocroatisti veri e propri, i primi nomi da menzionare sono quelli di Lionello Costantini, Predrag Matvejević, Svetlana Stipčević, Fedora Ferluga, Francesco Saverio Perillo, Marija Mitrović, Aleksander Naumow, Sofia Zani, Ljiljana Avirović, Alice Parmeggiani, ossia studiosi che hanno insegnato serbo-croato e, già attivi dagli anni Novanta, sono oggi in pensione o, come nel caso dei primi quattro, sono purtroppo scomparsi. Serbocroatista in primo luogo, Costantini, come Graciotti allievo di Maver, ebbe una formazione da slavista, che gli permise di insegnare anche letteratura polacca e di scrivere su Dostoevskij e Berdajev. Ordinario della prima cattedra di serbo-croato alla Sapienza di Roma, è una figura liminare in questa rassegna, poiché è mancato prematuramente nel 1994. Dopo aver contribuito alla disciplina con rilevanti studi sulla storia della lingua serba di cui ha già trattato Perillo (1994, 408), negli ultimi anni della sua vita si è dedicato soprattutto alla traduzione intesa come riscrittura artistica di un’opera letteraria e nello stesso tempo affrontata come impegno etico nel favorire la conoscenza in Italia di quest’area per tanti versi ancora poco nota</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-011">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Considerevole è il numero di traduzioni dei maggiori scrittori delle letterature bosniaca, croata e serba da lui pubblicate tra il 1983 e il 1994</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-010">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sempre nell’ambito della traduzione va segnalata l’imponente e ottima attività di traduttrice di Alice Parmeggiani (premiata dal Centro P.E.N. Serbo nel 2014). Iniziata già durante gli anni di docenza presso l’Università di Udine, dove ha insegnato fino al 2007, Parmeggiani continua tutt’ora a tradurre molti dei maggiori scrittori contemporanei di quest’area, come già ricordato sopra. Un contributo alla traduzione dal croato in italiano e dall’italiano in croato viene anche da Ljiljana Avirović, docente presso la SSLMIT di Trieste fino al 2019, traduttrice tra gli altri di Miljenko Jergović in italiano e autrice di alcuni saggi sulla traduzione. Come Parmeggiani, all’Università di Udine ha insegnato anche Ferluga, scomparsa nel 2018, che ha cercato di coniugare i suoi interessi di filologa classica con quelli di slovenista e croatista. In ambito croatistico si è occupata in particolare del poeta dalmata precursore della Moderna croata Ante Tresić Pavičić (Trieste 1992), del drammaturgo Junije Palmotić, rappresentante del barocco raguseo, del quale ha indagato le fonti greche e latine (Rijeka 1999), ma soprattutto di Nikola Šop, poeta croato di Bosnia traduttore di Catullo e Properzio, sul quale ha organizzato convegni e pubblicato, tra monografie e atti di convegno, ben sette volumi, tra i quali </hi><hi rend="italic">Il mondo cosmico di Nikola Šop</hi><hi rend="CharOverride-1" > (Udine 2000).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa generazione appartiene anche Francesco Saverio Perillo, ordinario di serbo-croato all’Università di Bari, che dopo il Novanta ha scritto sulla letteratura barocca in Dalmazia e Croazia (1996), tornando anche a temi già esplorati in passato, come l’opera del francescano dalmata Andrija Kačić Miošić, quella di Vladimir Nazor e i rapporti tra la Puglia e l’altra sponda dell’Adriatico (2006). Passato alla cattedra di russo nel 1999, quella di serbo-croato fu ricoperta da Svetlana Stipčević, che tenne l’insegnamento fino alla morte avvenuta nel 2008. Specialista di barocco raguseo, Stipčević negli anni italiani ha continuato i suoi studi sull’argomento e pubblicato con Daniele Giancane il volume </hi><hi rend="italic">La poesia serba del Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Bari 2005). Le molteplici direttrici di ricerca perseguite dagli studiosi di questo periodo dell’Università di Bari non si sono coagulate in una scuola, ma testimoniano della vivacità della cattedra, che tuttavia ha visto recentemente un ridimensionamento del ruolo del serbo-croato nell’offerta formativa dell’ateneo, nonostante la presenza attuale di una studiosa di vaglia qual è Barbara Lomagistro, di cui dirò più avanti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altri tre studiosi stranieri sono stati, in questa fase storica, chiamati a ricoprire le cattedre di serbocroato di Trieste, Venezia e Roma. Marija Mitrović – ordinaria di sloveno a Belgrado e, a causa della guerra, a Trieste dal 1993, prima alla SSLIMIT e poi alla Facoltà di Lettere e Filosofia – ha condotto studi in prospettiva comparatistica, in particolare, di imagologia legati alla presenza della città giuliana nella letteratura serba. A Venezia, dove il primo insegnamento slavo attivato, nel lontano 1923, era stato proprio quello di serbocroato, non a caso, considerati gli storici legami della città lagunare con l’area adriatica (il russo fu attivato successivamente, nel 1930), è curioso che, dopo vari tentativi, si debbano attendere ottant’anni per avere finalmente un insegnamento stabile di questa lingua, con la chiamata per chiara fama di Aleksander Naumow nel 2003. Specialista di letterature e culture della Slavia ortodossa, Naumow ha insegnato all’Università di Venezia fino al pensionamento nel 2019. Nella sua vasta e significativa produzione scientifica, per lo più concentrata sul campo della letteratura slavo-ecclesiastica, vanno evidenziati i suoi studi sul medioevo serbo (Naumow 2007, 2011, 2017), così come il convegno promosso in occasione del centenario della morte di Josip Juraj Strossmayer con la cura, insieme a Marco Scarpa, dei relativi atti (</hi><hi rend="italic">Strossmayer e il dialogo ecumenico</hi><hi rend="CharOverride-1">, Venezia 2006). Lo scrittore e intellettuale di spicco Predrag Matvejević, dopo aver insegnato francese a Zagabria e Letterature slave comparate alla Sorbona di Parigi, va annoverato tra i serbocroatisti italiani per aver ricoperto la cattedra di serbo-croato alla Sapienza di Roma dal 1994 (anno della scomparsa di Costantini) fino al pensionamento nel 2007. Nei suoi anni romani Matvejević è stato un punto di riferimento per la cultura italiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-009">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e i suoi volumi, da </hi><hi rend="italic">Fra asilo ed esilio. Romanzo epistolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roma 1998) a </hi><hi rend="italic">Pane nostro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 2010), hanno avuto grande successo presso il pubblico italiano, contribuendo in modo determinante alla conoscenza del </hi><hi rend="italic">Mondo “ex”</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 1996). Padova è l’università italiana dalla più lunga e continuativa tradizione serbocroatistica, dal primo insegnamento di Cronia nel 1940, seguito da quello dell’allieva Jolanda Marchiori fino al 1989, poi da Zani, fino al 2013, anno del suo pensionamento, e continuato oggi da Monica Fin. Zani è autrice di alcuni saggi che spaziano dalla scoperta di un episodio minore ma significativo della biografia di Vuk Karadžić, ovvero la sua amicizia col medico piemontese Bartolomeo Cuniberti, letta attraverso la loro corrispondenza (Zani 1990), all’analisi del romanzo </hi><hi rend="italic">Migrazioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Miloš Crnjanski, al saggio su Luigi Salvini serbocroatista (Zani 2000).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’insegnamento di serbo-croato oggi è attivo in modo stabile in alcune università (Torino, Udine, Venezia, Padova, Roma, Pescara, Napoli, Bari), che sono più o meno le stesse di trent’anni fa, ma la contrazione che c’è stata negli insegnamenti è purtroppo significativa di una preoccupante tendenza generale. A Milano, Genova, Teramo e Urbino, per esempio, il serbo-croato non compare più neanche come materia a contratto (com’è stato invece per alcuni anni: a Genova tenuto da Silvio Ferrari, alla Cattolica di Milano da Marina Lipovac Gatti, a Teramo da Stevka Šmitran</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-008">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e a Urbino da Barbara Lomagistro), mentre il lettorato storico di Firenze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-007">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> non si è mai sviluppato in un insegnamento stabile, ma è tutt’oggi rimasto un lettorato, così come altri insegnamenti a contratto (a Parma e a Forlì, per esempio) non presentano al momento segnali di ulteriore sviluppo. La situazione più preoccupante e indicativa è tuttavia quella di Trieste, dove, a fronte di una ragguardevole affluenza di studenti italiani e anche istriani, dopo il pensionamento di Mitrović e Avirović, non si è bandito un nuovo posto, ma l’insegnamento viene mantenuto già da alcuni anni da Sanja Roić in qualità di docente a contratto. Conosciuta nella slavistica italiana, benché ordinaria di Letteratura italiana a Zagabria, Roić vanta una vasta e importante bibliografia di comparatista e studiosa di rapporti italo-croati, tra cui vanno ricordati almeno i volumi </hi><hi rend="italic">Stranci. </hi><hi rend="italic">Portreti s margine, granice i periferije</hi><hi rend="CharOverride-1" > (Zagreb 2006) e</hi><hi rend="italic"> Istočno i zapadno od Trsta</hi><hi rend="CharOverride-1" > (Zagreb 2013). </hi><hi rend="CharOverride-1">Rispetto a trent’anni fa, quando Perillo vedeva come criticità il fatto che alcune cattedre non venissero assegnate o affidate a docenti di materie affini per mancanza di giovani leve di serbocroatisti (1994, 411), il problema oggi sembra inverso: ci sono studiosi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-006">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma la possibilità che si aprano nuovi insegnamenti in una lingua considerata ‘minore’ vanno via via diminuendo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Passando infine ai serbocroatisti attivi oggi e incardinati in un ruolo universitario, partendo dal nord, all’Università di Torino, dove fino al 2003, anno del suo pensionamento, la disciplina è stata tenuta come incaricata da Sonia Bellan Falletti, dal 2005 insegna Ljiljana Banjanin, i cui interessi vertono in particolare sui rapporti tra la cultura italiana e quella serba (</hi><hi rend="italic">Incontri italo-serbi fra Ottocento e Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alessandria 2012), sulla letteratura odeporica (con la sua collaborazione costante ai volumi pubblicati dal Centro Interuniversitario di Ricerche sul viaggio in Italia/C.I.R.V.I, e la pubblicazione del volume </hi><hi rend="italic">Alla scoperta dell’Italia. Viaggiatrici serbe fra Ottocento e Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alessandria 2020), sugli scrittori contemporanei; presso la stessa sede svolge la sua attività di ricerca anche Olja Perišić Arsić, che si occupa di didattica del serbo e ha tradotto D. Ugrešić in italiano. All’Università di Udine l’insegnamento è tenuto oggi da Natka Badurina, autrice di studi sul genere, sulle teorie della traduzione, sugli studi post-coloniali applicati ai Balcani, sul discorso autobiografico legato al trauma. Alle tragedie storiche croate del XIX sec., analizzate dal punto di vista del genere, Badurina dedica il volume </hi><hi rend="italic">Utvara kletve</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Zagreb 2014), nel quale indagando sul rapporto tra letteratura, politica e ideologia, fornisce un’innovativa chiave di lettura dell’eredità ideologica ottocentesca. Sul genere autobiografico nella letteratura serba e croata hanno scritto anche Monica Fin e Luca Vaglio. Fin, professoressa all’Università di Padova, si occupa in particolare della cultura dei serbi d’Ungheria fra XVIII e XIX secolo e della storia confessionale della Dalmazia veneta (secc. XV-XVIII). Marija Bradaš, ricercatrice all’Università di Venezia, ha scritto sulla ricezione italiana delle poesie popolari serbo-croate e, più in generale, sulle relazioni culturali tra l’Italia e la Serbia. Vaglio, che insegna alla Sapienza di Roma, accompagna i suoi studi sul romanzo, sul sonetto, sulla storia della traduzione letteraria con una cospicua attività traduttiva dei maggiori scrittori dell’area. I rapporti tra Serbia e Italia sono uno dei filoni di interesse anche di Persida Lazarević Di Giacomo, ordinaria all’Università di Chieti-Pescara</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-005">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui vasta bibliografia spazia dal Settecento serbo e croato agli autori serbi contemporanei. Presso la stessa università insegna anche Maria Rita Leto dal 1998, quando venne istituita la cattedra, dopo che nei decenni precedenti si erano alternati vari docenti per supplenza o a contratto (tra i quali Liliana Missoni negli anni Settanta e Stevka Šmitran successivamente). Leto si occupa di Illuminismo serbo, storia delle traduzioni dal serbo-croato e di autori contemporanei serbi e croati e bosniaci. All’Orientale di Napoli, dopo il pensionamento di Liliana Missoni, dal 2001 serbo-croato è insegnato da Rosanna Morabito, che ha pubblicato saggi sulle problematiche relative alla lingua, sul Rinascimento dalmata, e anche su autori moderni. A Bari, dal 2008 l’insegnamento è tenuto da Barbara Lomagistro, slavomeridionalista di formazione, autrice di vari studi che vanno dalla paleografia cirillica e glagolitica allo studio di testi slavi medievali, a problematiche culturologiche relative ai Balcani, tra i quali va segnalata la sua monografia </hi><hi rend="italic">Jefimija monaca: storia di donna nella Serbia medievale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 2002, che attraverso lo studio delle fonti si propone di ricostruire il contesto e, per quanto possibile, la biografia della prima poetessa della letteratura serba, figura tanto celebrata quanto evanescente. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La serbocroatistica attuale vanta dunque una certa varietà di interessi, ma alcuni nuclei tematici hanno catalizzato l’attenzione di buona parte degli studiosi italiani. Alcuni anniversari, per esempio, hanno costituito l’occasione per fare il punto su specifici argomenti di ampio interesse attraverso convegni dedicati che hanno visto la presenza di numerosi serbocroatisti italiani. Nel 2001, in occasione dei cinquecento anni della composizione della </hi><hi rend="italic">Judita</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Marko Marulić, primo poema epico croato pubblicato a Venezia, si sono tenute una serie di iniziative, tra le quali l’organizzazione da parte di Sofia Zani e Luciana Borsetto di una giornata di studi a Padova, volta a indagare i legami dell’umanista croato con la città e più in generale con l’Italia. Gli atti contenenti saggi di studiosi croati e italiani sono stati curati dall’italianista Luciana Borsetto (</hi><hi rend="italic">Italia-Slavia tra Quattro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Cinquecento. L’umanista croato Marko Marulić nel contesto storico-letterario dell’Italia e di Padova</hi><hi rend="CharOverride-1">, Alessandria 2004), che ha anche dato alle stampe per Hefti la traduzione del poema con testo a fronte (Milano 2001), organizzando anche altre iniziative nel nome dell’umanista spalatino. Analogamente, nel 2008 il cinquecentesimo anniversario della nascita di Marin Držić è stato celebrato in Italia da ben due convegni, uno a Firenze e uno a Roma, a testimonianza dell’interesse per questo autore e della lontananza ideologica e critica della nuova serbocroatistica italiana da Cronia e dalla cosiddetta ‘scuola di Cronia’, che aveva negato ogni originalità e valore all’opera del commediografo raguseo. Entrambi i convegni sono stati seguiti dalla pubblicazione dei relativi atti: </hi><hi rend="italic">Firenze e Dubrovnik all’epoca di Marino Darsa </hi><hi rend="CharOverride-1">(Firenze 2010) e </hi><hi rend="italic">Marino Darsa e il suo tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Venezia 2010). Nella prima miscellanea, curata da Paola Pinelli, studiosa dei rapporti economici tra Ragusa (Dubrovnik) e Firenze, tra gli altri interventi abbiamo il saggio di Morabito che rilegge la commedia l’</hi><hi rend="italic">Avaro</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’interno del percorso artistico, intellettuale e politico dell’autore. A quest’opera, Morabito torna nel 2009, traducendola con Suzana Glavaš, e introducendola con un accurato ed esaustivo saggio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-004">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel far ciò, Morabito rende anche omaggio a Liliana Missoni, che l’aveva preceduta nell’insegnamento all’Orientale di Napoli e che aveva tradotto </hi><hi rend="italic">Zio Maroje</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 1989). Nel secondo volume, curato dalla storica Rita Tolomeo, Jerkov espone alcune considerazioni sul testo darsiano in relazione alla nascita del teatro moderno nella Ragusa del Cinquecento, mentre Vaglio evidenzia gli italianismi nell’opera dello scrittore raguseo e in particolare nella </hi><hi rend="italic">Novela od Stanca</hi><hi rend="CharOverride-1">, mentre Leto, alla luce dell’ipotesi da lei stessa avanzata che la commedia recitata a Siena (che costò una severa punizione a Marino Darsa, allora Rettore della casa della Sapienza) possa essere l’</hi><hi rend="italic">Aurelia</hi><hi rend="CharOverride-1">, testo anonimo rintracciato a Città del Capo nel 1938, propone una nuova lettura dell’immagine dello scrittore raguseo. Di Darsa si occupa anche Sanja Roić che, con Valnea Delbianco, dedica un saggio alle traduzioni italiane dello </hi><hi rend="italic">Zio Maroje</hi><hi rend="CharOverride-1">, o meglio ai suoi rifacimenti (nel caso di </hi><hi rend="italic">Nobili ragusei</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Carpinteri e Faraguna), nel quale vengono evidenziati i problemi traduttivi che un’opera rinascimentale pone (Delbianco e Roić 2014), mentre Ferluga studia la </hi><hi rend="italic">Hekuba</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Darsa in relazione alle sue fonti (Ferluga 2009).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Adriatico, di cui tanto ha scritto Graciotti – l’Adriatico inteso come «forma mentis e paradigma all’insegna dell’apertura culturale» (Ivetic 2019, 7) – è ancora oggi al centro degli interessi di vari slavisti, storici e serbocroatisti italiani, sia come tentativo di contribuire a riallacciare gli antichi rapporti, sia come testimonianza di quell’osmosi che nei secoli ha caratterizzato le due sponde del «mare dell’intimità» (Matvejević 1993, 23). In particolare, vanno menzionati gli studi di Egidio Ivetic, che hanno trovato il loro coronamento nella coinvolgente </hi><hi rend="italic">Storia dell’Adriatico</hi><hi rend="CharOverride-1">, concepita dall’autore ancora negli anni Ottanta, quando, come marinaio di leva, si trovava a bordo del </hi><hi rend="italic">Galeb</hi><hi rend="CharOverride-1">, la famosa nave che era stata di Tito. Si tratta di una considerevole sintesi storica, dall’antichità a oggi, dell’Adriatico in quanto «</hi><hi rend="italic">mare regione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">regione storica </hi><hi rend="CharOverride-1">del Mediterraneo e d’Europa» (Ivetic 2019, 20), in quanto spazio geografico e spazio di civiltà, secondo la concezione storiografica di Fernand Braudel, che costituisce, insieme ad altri autori che hanno affrontato il tema dell’Adriatico, un punto di partenza e di confronto dello storico dell’Università di Padova. Quel che ne esce è una visione dell’Adriatico quale realtà storica, come scrive l’autore, relativamente autonoma tanto rispetto alla storia d’Italia, quanto a quella dell’Europa sudorientale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Venezia, punto di riferimento di tutta l’area adriatica che dall’influenza politica, culturale, artistica della città lagunare è stata segnata per secoli, ricorre in molte bibliografie dei serbocroatisti italiani. Al libro nel bacino adriatico e al ruolo di Venezia nella diffusione del libro a stampa nei Balcani dedicano i loro studi Marcella Ferraccioli, Gianfranco Giraudo (1994-1995) e Simonetta Pelusi (2000). Naumow celebra con un convegno e una miscellanea di studi, da lui curata insieme a Dragiša Bojović, i cinquecento anni dalla fondazione della stamperia veneziana del montenegrino Božidar Vuković, o Dionisio della Vecchia, nome assunto una volta arrivato a Venezia, la cui attività ventennale, proseguita dal figlio, segnò uno dei momenti più fecondi per la stampa di libri cirillici veneziani (“Božidar Vuković i srpska knjiga u Veneciji.” </hi><hi rend="italic">Crkvene knjige</hi><hi rend="CharOverride-1"> 15, 2018). Anche Monica Fin nel volume </hi><hi rend="italic">Centri srpske kulture XVIII </hi><hi rend="CharOverride-1">veka (Novi Sad 2015) analizza sulla base di documenti dell’Archivio di Stato di Venezia il ruolo della città lagunare, insieme a quello di Buda e di Kiev, nel processo di sviluppo della cultura serba del XVIII secolo. Proprio i documenti d’archivio chiariscono la vicenda della stamperia di Teodosio nella Venezia del Settecento (altro momento fecondo per la diffusione dei libri serbi), la cui apertura fu voluta dalla Serenissima non per fini politici (ossia per favorire l’uniatizzazione dei serbi di Dalmazia, come la storiografia soprattutto serba ha ritenuto per molto tempo), ma esclusivamente economici. Matvejević ha dedicato agli slavi dell’Adriatico e al loro rapporto con la Serenissima il volume </hi><hi rend="italic">Golfo di Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Venezia 1997), continuando a scrivere della città lagunare anche in seguito: </hi><hi rend="italic">Druga Venecija</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2002</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-003">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, volume collegato tematicamente al suo famoso </hi><hi rend="italic">Breviario mediterraneo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Milano 1987). Sull’immagine di Venezia nell’opera di Njegoš alla luce dei suoi viaggi nella città e dei rapporti che la Serenissima manteneva con il Montenegro, Zani pubblica un saggio nella miscellanea in onore di Marialuisa Ferrazzi (Trento 2011). Lo stesso tema, Njegoš e/a Venezia, lo ritroviamo anche nelle miscellanee </hi><hi rend="italic">Venecija i slovenske</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">književnosti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Belgrado 2011) e </hi><hi rend="italic">L’Adriatico tra sogno e realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">(Alessandria 2019) curate entrambe da P. Lazarević Di Giacomo, insieme a Dejan Ajdačić la prima, e a M.R. Leto la seconda. Sulla questione della genesi del documento pubblico in area adriatica, con particolare riferimento ad alcuni documenti della cancelleria di Ragusa, così come sull’impegno del conte bolognese Luigi Ferdinando Marsili nel raccogliere e mettere in salvo i manoscritti e i libri stampati ‘in lingua illirica’ tra le due sponde dell’Adriatico, si concentrano due saggi di Lomagistro, rispettivamente del 2009 e del 2011.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli ultimi anni, l’attenzione di vari serbocroatisti si è concentrata anche sulla città di Trieste, sorta di ponte che collega la cultura italiana a quella serba o più in generale slavomeridionale. Si è esplorato da una parte il ruolo culturale della comunità serba nella città e all’interno della letteratura serba, dall’altra l’immagine che della città viene resa da parte degli scrittori serbi che vi hanno soggiornato più o meno a lungo. Marija Mitrović ha curato un’antologia di traduzioni di brani di autori serbi sulla città (</hi><hi rend="italic">Sul mare brillavano vasti silenzi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Trieste 2004), così come un volume collettaneo, cui hanno partecipato, tra gli altri, Lazarević Di Giacomo e Andolfo: </hi><hi rend="italic">La cultura serba</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">a Trieste</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Lecce 2009). Lazarević Di Giacomo se n’è occupata in relazione all’opera dell’illuminista serbo Pavle Solarić (2020) e all’attività dei collaboratori de </hi><hi rend="italic">La Favilla</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Francesco Dall’Ongaro, Pacifico Valussi e altri), rivista che, a metà dell’Ottocento, pubblicò costantemente articoli su temi illirici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, un autore appare oggi ineludibile nella serbocroatistica italiana: Dositej Obradović. Trascurato fino agli anni Novanta dello scorso secolo, quando la sua figura veniva in larga misura appiattita su quella di Vuk Karadžić e la sua opera relegata a una mera funzione ‘precorritrice’, negli ultimi trent’anni è stato progressivamente rivalutato dalla critica anche grazie al ribaltamento epistemologico che ha contrassegnato l’interpretazione della sua opera. I percorsi di Dositej e Vuk non sono più letti in una continuità cronologica e ideologica in base alla quale i progetti del primo sarebbero stati realizzati dal secondo. Piuttosto, vengono interpretati come due forme differenti di approccio alla modernità, per molti aspetti alternative tra loro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-002">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Le due strade simboliche aperte da questi autori hanno avuto un significato che va molto al di là dell’ambito letterario e culturale, per coinvolgere in pieno anche quello storico e politico. In una schematizzazione che inevitabilmente trascende i due personaggi e il loro significato (che andrebbe sempre contestualizzato nell’epoca in cui vissero), Dositej è venuto a rappresentare la parte occidentalizzante, europeista, cosmopolita, cittadina, mentre al nome di Vuk si richiama la Serbia più rurale e nazionalista, che si batte per il mantenimento (o in alcuni casi il ripristino o persino l’invenzione) delle tradizioni popolari, così come dell’uso del cirillico. Alla luce degli avvenimenti degli anni Novanta, del riemergere del nazionalismo e del dibattito sul futuro assetto della Serbia, il nome di Dositej acquisisce una rinnovata attualità e si pone al centro di un dibattito culturale e ideologico, che lo vedono come «un punto obbligato per ogni tentativo di rappresentazione o autorappresentazione nazionale» (Jerkov 2009, 25), come testimoniato anche da un convegno sullo scrittore dal significativo titolo: </hi><hi rend="italic">Identità europea della Serbia: il futuro del passato</hi><hi rend="CharOverride-1">, organizzato da Jerkov e altri alla Sapienza nel 2009. Non stupisce quindi che di Dositej si sia scritto molto negli ultimi anni in Italia, come stanno a indicare ben tre monografie: quella di Cabassi, </hi><hi rend="italic">Ezopova basna kod Dositeja Obradovića</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Beograd 2017), sulle favole di Dositej studiate nell’ottica di una rivisitazione illuministica del genere; quella di Leto, </hi><hi rend="italic">Il capolavoro imperfetto. Forme narrative e percorsi culturali in </hi><hi rend="CharOverride-1">Vita e avventure</hi><hi rend="italic"> di Dositej Obradović</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Napoli 2011, tradotta e ampliata in serbo tre anni dopo), in cui viene analizzata </hi><hi rend="italic">Vita e avventure</hi><hi rend="CharOverride-1"> da un punto di vista del genere e individuato nel soggiorno a Londra, la città al tempo più moderna e vivace culturalmente, il momento culminante del viaggio di Dositej; e quella di Lazarević Di Giacomo, </hi><hi rend="italic">U Dositejevom krugu</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Beograd 2015), nella quale si esplorano i rapporti di Dositej con i rappresentanti dell’Illuminismo scozzese con i quali egli era venuto in contatto durante il suo soggiorno a Londra. Inoltre, viene pubblicata, sempre a cura di Leto, la prima traduzione italiana integrale di </hi><hi rend="italic">Vita e Avventure</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Lecce 2007), dopo quella americana del 1953 e quella francese del 1991. Di Dositej non solo si scrive molto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-001">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma anche in modo diverso: la sua opera viene indagata non più solo quale pietra miliare che segna l’uscita della Serbia dal medioevo o quale anticipatrice dell’opera di Vuk, ma diventa oggetto di un’attenzione più specifica che mira a indagarne le peculiarità e nello stesso tempo a inserirla nel contesto della cultura europea del tempo. In quest’ottica Lomagistro studia </hi><hi rend="italic">Vita e avventure</hi><hi rend="CharOverride-1"> in relazione alla scrittura autobiografica coeva e antica (1998); Vaglio (2010) la rilegge alla luce delle nuove teorie sull’autobiografia, Sanela Mušija (2009) la indaga in rapporto con la forma epistolare. Inoltre, la questione della lingua dositejana si arricchisce di nuove coordinate una volta inserita nel dibattito sulla lingua che si svolse nell’Italia del Settecento (Bonazza 1990) o più in generale all’interno dell’Illuminismo europeo (Morabito 2009). Monica Fin inoltre inquadra il soggiorno in Dalmazia di Dositej nella polemica confessionale tra i serbi ortodossi e il clero cattolico (2015), mentre Dogo (2000) e Mitrović (2008) evidenziano da una parte il contributo culturale di Dositej alla città di Trieste, dall’altra gli stimoli generati dall’ambiente borghese della città giuliana sullo scrittore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questi ultimi trent’anni, quindi, gli studi della serbocroatistica italiana hanno mostrato una rilevante vivacità di interessi: i filoni prevalenti sono costituiti dalla comparatistica (i rapporti con la cultura italiana, con particolare attenzione alla produzione odeporica, al Rinascimento, al Barocco); dalle intersezioni adriatiche, dagli studi sull’Illuminismo serbo e sul Rinascimento dalmata-raguseo (o, se preferiamo, croato), dalla riflessione sulla lingua nei suoi molteplici aspetti, dal filone filologico-letterario, che comprende anche gli studi delle letterature medievali, e da quello della letteratura dell’emigrazione. Di pari passo, si è assistito al moltiplicarsi di approcci e metodologie di analisi, seguendo un’analoga tendenza che ha caratterizzato le </hi><hi rend="italic">Humanities</hi><hi rend="CharOverride-1"> in generale. E tuttavia l’impianto filologico che aveva contrassegnato le origini della disciplina e della slavistica in generale, è tuttora ancora ben radicato negli studi su quest’area, seppure in forma aggiornata e rivista. Infine, è opportuno anche segnalare che un contributo importante è stato fornito anche da numerosi autori e critici contemporanei dell’area che hanno scritto e scrivono all’estero, spesso in esilio a seguito delle guerre degli anni Novanta (ad esempio Albahari, Ugrešić, Vladimir Pištalo). Anche grazie ad essi si è assistito a un significativo rinnovamento di tematiche, di prospettive e di percorsi critico-teorici, sia pure scontando l’alto prezzo causato dalla dissoluzione del paese che fino agli anni Novanta aveva costituito il baricentro degli studi di quest’area. </hi></p><div><head><hi>Bibliografia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aloe, Stefano. 2018. “Il viaggio in Molise di Marin Drinov e Vikentij Makušev nelle lettere di Giovanni De Rubertis.” In </hi><hi rend="italic">Tabula 15</hi><hi rend="CharOverride-1">, uredili Blaženka Martinović i Daniel Mikulaco, 5-19. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-021-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Ho deciso di scegliere i termini serbocroatistica / serbocroatisti (senza trattino): pur consapevole dell’imprecisione della definizione, la maggior parte degli studiosi italiani sono infatti sia croatisti sia serbisti. Per quanto riguarda invece il nome della disciplina e della lingua utilizzerò il trattino (serbo-croato), consapevole anche in questo caso che si tratta di una soluzione imperfetta.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-020-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Pensiamo solo al </hi><hi rend="italic">Novosadski književni dogovor</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1954, quando linguisti e scrittori serbi, croati e bosniaci si riunirono a Novi Sad nel tentativo di trovare una soluzione alla questione della lingua e del suo nome, oppure alla </hi><hi rend="italic">Deklaracija o nazivu i položaju hrvatskog književnog jezika</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1967 che, firmata da intellettuali e istituzioni croate, affermava l’autonomia della lingua croata e, vista come una manifestazione di nazionalismo, comportò serie conseguenze per i promotori.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-019-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nella declaratoria del Settore Concorsuale 10/M2 abbiamo la definizione di ‘serbo-croato [bcms]’, mentre nella declaratoria del settore scientifico disciplinare L-LIN/21 si parla di ‘croato e serbo e bosniaco e montenegrino’.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-018-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Fino al 1966 la grammatica uscì con le revisioni di Cronia. L’ultima edizione, a quanto mi risulta, è del 1975. Nel 1959, alla settima edizione, era stata ampliata con una </hi><hi rend="italic">Chiave. Ossia traduzione degli esercizi della grammatica della lingua serbo-croata</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-017-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Maria Todorova illustra in modo esemplare i meccanismi della costruzione dell’immagine stereotipata dei Balcani nel suo </hi><hi rend="italic">Immaginando i Balcani</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1997, tradotto in italiano per Argo (Lecce 2002).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-016-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lionello Costantini nel 1990 ha ritradotto </hi><hi rend="italic">I tempi di Anika</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui prima traduzione, di Bruno Meriggi, risaliva al 1966, e nel 1992 </hi><hi rend="italic">la Corte del diavolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui prima traduzione, di Jolanda Marchiori del 1962, si manteneva nel titolo (</hi><hi rend="italic">Il cortile maledetto/Prokleta avlija</hi><hi rend="CharOverride-1">), più fedele all’originale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-015-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Come </hi><hi rend="italic">I Racconti di Bosnia</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1995 nell’edizione della Biblioteca Economica Newton, o </hi><hi rend="italic">I racconti di Sarajevo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">città assurta alle cronache per l’assedio medievale alla quale fu sottoposta per 1425 giorni (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996), pubblicati nei Tascabili Economici Newton nel 1993. Tra le traduzioni di testi meno noti, si vedano, ad esempio, quelle di Parmeggiani: </hi><hi rend="italic">La storia maledetta e altri racconti triestini</hi><hi rend="CharOverride-1"> (a cura di M. Mitrović, Milano: Mondadori, 2007); </hi><hi rend="italic">Litigando con il mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (a cura di B. Stanišić, Rovereto: Zandonai, 2012); </hi><hi rend="italic">La vita di Isidor Katanić</hi><hi rend="CharOverride-1"> (a cura di B. Stanišić, Udine: Bottega Errante Edizioni, 2020); la cura e la traduzione di Luca Vaglio di </hi><hi rend="italic">I racconti</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">francescani</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Roma: Castelvecchi, 2017) e quella di Elisa Copetti, ancora a cura di Stanišić,</hi><hi rend="italic"> In volo sopra il mare e altre storie di viaggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Udine: Bottega Errante Edizioni, 2017).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-014-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	I</hi><hi rend="italic"> Romanzi e racconti</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Andrić nei Meridiani Mondadori sono stati pubblicati a cura di Predrag Matvejević nelle traduzioni di Dunja Badnjević nel 2001. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-013-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Sempre su questo argomento, a cura di Graciotti, erano usciti anche gli atti di un convegno tenutosi all’Accademia dei Lincei nel 2007: </hi><hi rend="italic">La Dalmazia nelle relazioni di viaggiatori e pellegrini da Venezia tra Quattro e Seicento</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Roma: La Musa Talìa, 2009.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-012-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Diddi 2004.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-011-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. Graciotti 1994, 5-6.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-010-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Alle traduzioni segnalate da Perillo vanno aggiunte quelle di </hi><hi rend="italic">I serbi nel Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Sima Ćirković (Milano: Jaca Book, 1992), </hi><hi rend="italic">Piccolo mondo perduto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Slobodan Novak (Milano: Hefti, 1992) e </hi><hi rend="italic">Dolori precoci</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Danilo Kiš (Milano: Adelphi, 1993).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-009-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Anche per la politica, poiché fu nominato consulente per il Mediterraneo nella Commissione europea di Romano Prodi e nel 2000 nell’Alto Commissariato dell’Onu per i territori dell’ex-Jugoslavia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-008-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Lipovac Gatti ha tradotto vari poeti croati contemporanei (Slavko Mihalić, Branko Maleš, Ivan Golub), ha curato per Hefti </hi><hi rend="italic">Antologia della poesia croata contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1">, in edizione bilingue con prefazione di Grzytko Mascioni (Milano 1999) e per Lint </hi><hi rend="italic">Via Lattea: antologia della poesia femminile croata contemporanea</hi><hi rend="CharOverride-1"> (S. Dorligo della Valle 2004). Ferrari ha tradotto molti autori dell’area, tra i quali Krleža, Abdulah Sidran, Matvejević. Šmitran si è occupata di poesia popolare e di autori contemporanei, in particolare poeti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-007-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A Firenze sono stati lettori di scambio studiosi del calibro di Ivan Klajn, Mate Zorić, Rafo Bogišić, Ivo Frangeš e, come ultimo negli anni Novanta prima delle sanzioni alla Serbia, lo scrittore Milisav Savić. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-006-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tra questi citerò, ma l’elenco non sarà completo e me ne scuso, Sanela Mušija, autrice di interessanti saggi su autori moderni (Veljko Petrović e Ivo Andrić) e su Matija Divković; Alessandra Andolfo, che si occupa di autori serbi e croati dell’emigrazione e ha tradotto </hi><hi rend="italic">Il romanzo di Londra</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Miloš Crnjanski (Milano-Udine 2019); Alessandra Mladenović, che ha scritto sulla questione della lingua e su scrittori serbi contemporanei; Božidar Stanišić, infaticabile promotore dei grandi autori dell’area.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-005-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. il suo volume</hi><hi rend="italic"> Komparativne studije</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Italijansko-srpska poetska prožimanja u XX veku</hi><hi rend="CharOverride-1">, Beograd: Institut za književnost i umetnost, 2012.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-004-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Marino Darsa Raguseo, </hi><hi rend="italic">L’avaro</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Morabito, Lecce: Argo, 2009.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-003-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Tradotto in italiano da Giacomo Scotti, con prefazione di Raffaele La Capria: </hi><hi rend="italic">L’altra Venezia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano: Garzanti 2003.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-002-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Di questo si era già reso conto Cronia, che pur non riconoscendo a Dositej il ruolo di padre della letteratura serba moderna, che secondo lui spetta a Vuk, è il primo a non collocarlo su una linea di continuità con l’opera di Vuk. Presentandolo in radicale alternativa rispetto a quest’ultimo, per la sua totale indifferenza nei confronti della poesia popolare, Cronia anticipa un tema sul quale si è tornati più volte a interrogarsi negli ultimi anni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-001-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	L’interesse dei serbocroatisti italiani verso l’opera di Dositej è testimoniato anche dalla loro consistente presenza al convegno organizzato a Belgrado in occasione del bicentenario della morte dello scrittore nel 2011 (</hi><hi rend="italic">Dositej u srpskoj istoriji i kulturi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Beograd 2019). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10193_xml_2024_21_313-332.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Per ragioni di spazio, la bibliografia è limitata a poche indicazioni per ogni autore. Altre indicazioni bibliografiche, in particolare delle traduzioni, sono date nel testo o in nota.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Maria Rita Leto, University of Chieti-Pescara G. D’Annunzio, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">mariarita.leto@unich.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-0320-1230</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Maria Rita Leto, <hi rend="italic">La serbo-croatistica italiana: 1991-2021,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7.17</ref>, in Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio (edited by), <hi rend="italic">Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive. Contributi presentati al VII Congresso Italiano di Slavistica. Volume II</hi>, pp. -21, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0492-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0492-7</ref></p></div></div>
      
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