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        <title type="main" level="a">Storia della slavistica (1991-2021)</title>
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            <forename>Stefano</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Gli studi slavistici in Italia nell’ultimo trentennio (1991-2021). Bilanci e prospettive</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0492-7</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Andrea Ceccherelli, Cristiano Diddi, Stefano Garzonio</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.20</idno>
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        <p>The article offers an overview of the scholarly publications by Italian Slavists that appeared during the period 1991-2021 on to the subject of the history of Slavic studies</p>
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            <item>Italian Slavic studies between 1991 and 2021; History of Slavic studies</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.20<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0492-7.20" /></p>
      <div><head>Storia della slavistica (1991-2021)</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Stefano Aloe</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Delimitare l’ambito degli studi che si possano definire come attinenti alla «storia della slavistica» comporta alcune difficoltà ed è passibile di oscillazioni. Questo per l’ampiezza e varietà delle aree di ricerca che ne risultano a diverso titolo coinvolte (talora soltanto sfiorate, ma con importanti implicazioni). Tradizionalmente, però, per storia della slavistica si intende la storia degli studi di filologia slava con le sue questioni classiche (cirillometodiana, priorità del glagolitico sul cirillico, edizione dei ‘monumenti’ letterari paleoslavi, ecc.). Il canone fu definito da Vatroslav Jagić all’inizio del Novecento con la monumentale </hi><hi rend="italic">Istorija slavjanskoj filologii</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1910), ricca di dettagliati riferimenti storici, ma anche di giudizi e valutazioni in grado di condizionare parecchie generazioni di slavisti. Oggetto di studio della disciplina sono perciò i percorsi di studio e le personalità di slavisti che vi diedero avvio nella seconda metà del Settecento e che la consolidarono nell’arco del secolo successivo, arrivando fino ai primi decenni del Novecento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una percezione della storia della slavistica così ‘pionieristica’, con tratti di ‘epopea’ e strette interconnessioni con la costruzione delle moderne identità nazionali slave, rimane affascinante e significativa, tuttavia risente in modo chiaro di una concezione che affonda le radici nel pensiero romantico, e che perciò oggi non può che essere obsoleta; a maggior ragione, considerando una storia che prosegue fra tante mutazioni, e non si arresta a una fase della disciplina che sempre più percepiamo come embrionale. La dinamica reale degli studi, e i tanti cambiamenti di prospettive, metodologie, visioni ideologiche e via dicendo hanno fatto sì che quella concezione venisse progressivamente superata. Infatti, questa è anche la storia della percezione degli studi slavistici e slavi in senso lato, in ogni loro accezione nelle società slave e non slave; la storia dei problemi, nodi, </hi><hi rend="italic">querelles</hi><hi rend="CharOverride-1">, polemiche, discussioni, falsi certi o ipotizzati (!), usi e abusi ideologici, concezioni culturali (ad es. </hi><hi rend="italic">obščina</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">sobornost’</hi><hi rend="CharOverride-1">), statali (autocrazia, Terza Roma, panslavismo, austroslavismo…), o anche sociali, artistiche, e così via. Ed è storia delle interrelazioni tra il mondo slavo – di cui Riccardo Picchio tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso ha canonizzato la suddivisione in </hi><hi rend="italic">Slavia Orthodoxa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Slavia Latina</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Garzaniti 2013) – e il resto dell’ecumene, in particolare in ambito europeo. In misura significativa, anche dei rapporti tra il mondo slavo e la penisola italiana, dal Medioevo ai giorni nostri. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo scarto consapevole, ovvero il coronamento di un processo assai paziente di emancipazione dai riflessi del canone romantico, è avvenuto nel periodo cui è dedicato questo volume, a cavallo di due millenni, non senza un influsso dei cambiamenti geopolitici che tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta hanno ridisegnato i confini dell’Europa e la mappa ideologico-mentale del mondo. Più nello specifico, la caduta dell’URSS e dei regimi socialisti nei paesi slavi scrollò via tutte le concezioni piuttosto conservatrici e assai canonizzanti degli studi slavistici che il Novecento aveva ingessato, aprendo la strada a numerosi ripensamenti sugli scopi e sulla natura di questa disciplina, e di conseguenza anche sui suoi ambiti di studio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono considerazioni generali, giacché riguardano tendenze negli studi storico-slavistici a livello internazionale; ma la vivacità con cui i cambiamenti di prospettiva si imposero in Italia fu notevole, con riflessi originali e un ampio spettro di nuove direzioni di indagine. Lo si percepiva già ai tempi in cui fu curata la miscellanea sugli studi slavistici (Brogi Bercoff et al. 1994), di cui questo volume è l’ideale prosecuzione: l’opera risultava permeata dall’esigenza di fare il punto su una situazione divenuta quanto mai dinamica e variegata. Chiaramente, la prospettiva storica permette a noi, a trent’anni di distanza, di dimensionare meglio alcuni di quei passaggi, soprattutto alla luce di quanto avvenuto successivamente negli studi slavistici del nostro Paese.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il periodo da cui parte la nostra ricognizione, per forza di cose sommaria, presenta alcune peculiarità abbastanza interessanti. Lo spartiacque del 1991 non pare arbitrario, purché non lo si legga in modo rigido, ed è legittimamente indicativo della chiara frattura tra due epoche – quella di un mondo slavo interamente inglobato nel blocco sovietico o, nel caso della Jugoslavia, ad esso affine, e quella post-socialista e ‘post-ideologica’ che si delinea con il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione di URSS, Jugoslavia e Patto di Varsavia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Preliminarmente va osservato che il volume sugli studi slavistici in Italia del 1994 fornisce indicazioni utili per comprendere il peso che la storia della slavistica rivestiva fino al suddetto spartiacque. Partiamo da alcune considerazioni forse un po’ paradossali: la storia della slavistica era un tema di riconosciuta autorevolezza nell’ambito degli studi slavistici, e lo testimoniano ricerche italiane anche importanti (quelle di Arturo Cronia tra gli anni Trenta e Cinquanta e quelle di Sergio Bonazza e Giuseppe Dell’Agata negli anni Settanta-Ottanta sono forse le più significative); ma il volume in questione non presenta un capitolo espressamente dedicato agli studi di storia della slavistica, e in effetti tali studi, per quanto in sé di valore, appaiono in quel panorama piuttosto episodici se si fa il confronto con la centralità strutturale che essi rivestivano per le accademie del mondo slavo e di quello germanico degli stessi decenni. Il che si spiega anche con la sostanziale marginalità della slavistica italiana fino ad almeno gli anni Venti del Novecento: nulla di comparabile con l’epopea ottocentesca dei grandi centri della Russia e della Mitteleuropa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non c’è perciò motivo di stupirsi se nel volume del 1994 manca un capitolo sulla storia della slavistica in Italia. Ma il paradosso che compensa ampiamente quella lacuna sta nel fatto che alla storia della slavistica italiana si fanno ampi cenni proprio nei due capitoli di apertura del volume, curati da Riccardo Picchio e Giuseppe Dell’Agata. È Picchio che, in particolare, in un breve profilo degli studi slavi in Italia enumera i contributi che per primi hanno messo a fuoco l’importanza di leggere in modalità metatematiche e diacroniche il panorama italiano (Brogi Bercoff et al. 1994, 1-9). Per l’occasione Picchio cita come capostipiti di una visione storica della disciplina i lavori classici di Giovanni Maver e Arturo Cronia (cui si sarebbero forse dovuti aggiungere i prospetti introduttivi di Enrico Damiani, in particolare il suo </hi><hi rend="italic">Avviamento agli studi slavistici in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> datato 1941). Nei decenni successivi, da una parte la riflessione sulle dinamiche di sviluppo della slavistica italiana e dall’altra l’approfondimento di episodi e protagonisti della storia della disciplina nella sua dimensione nazionale sono proseguiti con discreta intensità, segno di una diffusa consapevolezza del senso di legare le ricerche più attuali a radici che inanellano ormai diverse generazioni di studiosi. Ne sono testimonianza alcuni articoli volti a sintetizzare le principali direttive di sviluppo della storia della slavistica italiana, anche in una dimensione comparatistica e internazionale (Brogi Bercoff 2001 e 2005, Aloe 2019). Non è ancora, invece, maturata un’opera monografica che tracci questa storia in maniera più articolata, come avvenuto in altri paesi europei, non soltanto slavi, nei quali la slavistica può contare su più antiche tradizioni accademiche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il trentennio che a noi interessa è quindi erede di una tradizione ormai consolidata, ma nella quale la storia della disciplina non veniva ancora tematizzata tra gli ambiti di ricerca. Tuttavia, proprio la generazione di slavisti italiani che aveva cominciato i propri studi negli anni Settanta e Ottanta arricchì notevolmente il quadro, sia prima che dopo lo spartiacque del 1991. Anzi, proprio dagli anni Novanta in poi il contributo italiano alla storia della slavistica (e non solo di quella nazionale) oltre che attivo è diventato propulsivo in ambito internazionale grazie al ruolo preminente avuto da Giovanna Brogi Bercoff e Sergio Bonazza all’interno della preposta Commissione per la storia della slavistica dell’MKS. Ricordiamo, infatti, che questa ‘diarchia’ è stata in carica, rispettivamente nei ruoli di Presidente e Segretario della Commissione, per un dinamico ventennio; e che Bonazza a sua volta l’ha presieduta ancora per qualche anno (fino al 2014). L’impronta dei due studiosi sull’attività della Commissione è tuttora assai evidente, ma nel periodo della loro gestione si manifestò in modo più marcato nell’organizzazione di una serie impressionante di convegni, tavole rotonde e pubblicazioni tematiche capaci di raccogliere i più importanti storici della slavistica d’Europa e di creare nuove prospettive di studio e di comprensione degli sviluppi della disciplina. Per enumerare soltanto i più significativi tra i contributi personali di Giovanna Brogi, ricorderemo che è grazie a lei che sono penetrate negli studi slavistici italiani tematiche oggi ragguardevoli come quella del Barocco nella Slavia orientale (Brogi Bercoff 1996) e degli studi storico-comparatistici e filologici di ambito ucrainistico, per i quali si rimanda ovviamente alla sezione corrispondente del presente volume. È cambiata l’impostazione degli obiettivi di studio della slavistica storica nei confronti delle tematiche della Slavia Orientale (ucrainistica e non solo) (Brogi Bercoff 1998, e Del Gaudio 2009). Meritano menzione, per la progettualità scientifica a cui alludono, i titoli dei convegni, regolarmente seguiti da Atti, organizzati da Brogi e Bonazza per la Commissione dell’MKS: </hi><hi rend="italic">L’idea dell’unità e della reciprocità slava e il suo ruolo nello sviluppo della slavistica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Urbino 1992 – Bonazza e Brogi Bercoff 1994); </hi><hi rend="italic">La genesi della slavistica </hi><hi rend="CharOverride-1">(Tavola rotonda al XII Congresso Internazionale degli slavisti, Cracovia 1998 – Bonazza 1998); un volume dedicato al contributo dei paesi non slavi alla storia della slavistica (</hi><hi rend="italic">Beiträge zur Geschichte der Slawistik in nichtslawischen Ländern –</hi><hi rend="CharOverride-1"> Brogi Bercoff 2005); </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo della slavistica negli imperi centrali </hi><hi rend="CharOverride-1">(Verona 2007 – Aloe 2008); </hi><hi rend="italic">Vývoj slavistiky v zrcadle epistulárního dědictví a jiných osobních dokumentů</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Brno 2011 – </hi><hi rend="CharOverride-1" >Pospíšil e </hi><hi rend="CharOverride-1">Bonazza 2012). Ad essi occorre poi accostare altri convegni e atti della Commissione dell’MKS non direttamente organizzati dai due studiosi, ma di riflesso connessi alla loro attività: quello slovacco di Stará Lesná del 1997 (Ivantyšynová 1998); quello ospitato nel 2001 al Centre d’études slaves di Parigi organizzato dalla slovenista Antonia Bernard (2003); e infine il convegno organizzato nel 2016 a Bratislava dall’attuale presidente della commissione, Ľubor Matejko (2017).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I convegni citati sono un vero cardine degli studi anche per la loro strutturale organicità all’ambiente slavistico internazionale, giacché, è importante ribadirlo, non sono studi ‘italiani’, ma anche di italiani in contesto più ampio dove ai nostri studiosi è stato riconosciuto un ruolo di primo piano. La storia delle istituzioni accademiche, il rapporto tra slavistica e modelli di Stato (imperi e nazioni), la riflessione storica su ideologie e filologia erano temi perlopiù nuovi, e l’approccio comparatistico garantiva uno scambio di esperienze che sarebbe stato impensabile nel periodo precedente, perché si sarebbe scontrato con il canone centralizzatore sovietico.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche e non solo in virtù di queste esperienze internazionali, la storia della slavistica negli ultimi trenta-quarant’anni ha potenziato la propria presa negli studi slavistici italiani, fino ad integrarvisi strutturalmente e liberarsi dagli iniziali tratti di episodicità. Sono entrate nell’orbita delle ricerche figure e istituzioni di primo e di secondo piano delle relazioni scientifiche e culturali italo-slave. La slavistica italiana del Novecento diviene essa stessa un ricco bacino di interesse non solo storico-archivistico, intrecciandosi con gli studi sulla ricezione delle letterature e sulla storia delle loro traduzioni, sulle comunità artistiche, sugli interscambi scientifici, politici, socio-culturali, ecc. Lo dimostrano progetti di studio seminali come l’Archivio italo-russo, che per molti anni ha coinvolto decine di slavisti italiani con risultati notevolissimi, setacciando gli archivi d’Italia ed elaborando metodi di analisi che hanno forgiato molti russisti delle generazioni attive oggigiorno. Le pubblicazioni della collana “Archivio italo-russo” sono troppo numerose perché le si possa enumerare in questa sede. Molte di esse sono legate al grande progetto di ricerca “Russi in Italia”, che ha impegnato decine di studiosi in corrispondenza di tre bandi PRIN (2005, 2007 e 2009, e anche successivamente), e per la cui bibliografia esaustiva si rimanda al portale dedicato (</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">http://www.russinitalia.it/pubblicazioni.php</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">). Tra gli esiti ulteriori di quegli studi va menzionata la recentissima enciclopedia dedicata alla presenza russa nell’Italia della prima metà del Novecento (d’Amelia, Rizzi 2019). Possiamo dire che oggi disponiamo di una visione d’insieme tutto sommato esaustiva dei rapporti italo-russi, in particolare dell’immigrazione russa in Italia, grazie al contributo di molti specialisti tra i quali ci limitiamo a menzionare alcune personalità ‘costitutive’ come Antonella d’Amelia, Daniela Rizzi, Elda Garetto e Stefano Garzonio, iniziatori e infaticabili promotori del progetto, al quale hanno dato i contributi più consistenti Bianca Sulpasso, Andrej Šiškin (curatore del “Centro Studi Vjačeslav Ivanov” a Roma) e Giuseppina Giuliano. Agnese Accattoli ha dedicato una monografia ai dossier riguardanti i russi negli archivi del Ministero degli Esteri italiano, rivelando nuovi aspetti di quelli che non sono stati soltanto legami culturali e scientifici (Accattoli 2013). Temi importanti di una ricerca che rimane viva e ricca di prospettive sono stati epistolari e carteggi, scritti inediti, riviste, (Dell’Agata 2008, Boschiero 2008, Garzonio e Sulpasso 2015), collane slavistiche e rapporti con le case editrici (Béghin 2007, Sorina 2008-2009, Mazzitelli 2016a), fondi librari (Mazzitelli 2018).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche grazie a questo interesse collettivo e ramificato per gli archivi novecenteschi sono entrati stabilmente nel repertorio degli studi i profili bio-bibliografici e scientifici dei pionieri della slavistica accademica italiana. Fra tutti, Ettore Lo Gatto è stato senz’altro lo slavista più studiato. Andando ben oltre la mera celebrazione di uno dei padri della disciplina, sono divenuti oggetto di riflessione la complessità dei suoi rapporti con il fascismo e con la sua politica culturale (si veda in particolare Ghini 2008); l’impatto delle sue iniziative accademico-scientifiche e giornalistico-editoriali (Mazzitelli 2016a); la rilevanza delle sue traduzioni per la popolarizzazione della letteratura russa; si sono messi in luce molteplici carteggi fra Lo Gatto e letterati e slavisti di spicco, in ambito tanto italiano che internazionale (fra gli altri si vedano: Lo Gatto Maver 1996; Š</hi><hi rend="CharOverride-1" >iškin </hi><hi rend="CharOverride-1">e Sulpasso 2010, Mazzitelli 2016b, Baselica 2019, Bottone e Mazzitelli 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intensa, ma più ridotta nel tempo, è stata la focalizzazione sull’altro ‘padre fondatore’ della slavistica italiana, Giovanni Maver (Picchio 1993 e 1996, Lo Gatto Maver 1996, Ślaski 1996, Maver Lo Gatto 2001). Legate alla sua figura sono anche le indagini sulla storia della cattedra di filologia slava dell’università di Padova, la prima in Italia (a.a. 1920/21), della quale si è celebrato recentemente il centenario (si veda anche: Ghetti 2011). Altre figure eminenti dell’ateneo patavino hanno meritato studi e pubblicazioni di rilievo: quella originalissima del letterato ed etnografo Evel Gasparini (Maver Lo Gatto 2001, Faccani 2007, Caldarelli 2016, Pellegrino 2018, Pizzolato, D’Amico e Rizzi 2018) e quella notevole e controversa di Arturo Cronia, cui Padova nel 2017 ha dedicato un convegno (Longo 2006, Vallery 2007, Benacchio e Fin 2019, Leto 2019, Lomagistro 2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le preziose ricerche archivistiche e biblioteconomiche di Gabriele Mazzitelli vanno annoverati alcuni contributi su un altro grande slavista della prima generazione, Enrico Damiani (Mazzitelli 1996, 2019). Non meno ricca è la messe di studi sugli slavisti italiani della seconda generazione: qui si possono ricordare, tra gli altri, i contributi dedicati a Bruno Meriggi (Dell’Agata 1997, Enrietti 1997, Faccani 1997, Graciotti 1997), Luigi Salvini (Dell’Agata 2000, 2012), Leone Pacini Savoj (Sulpasso 2011), Pietro Zveteremich (Parysiewicz 2009), nonché allo storico Franco Venturi (Venturi 2006). Sono ricerche solitamente corredate da ricchi epistolari, </hi><hi rend="italic">raria</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed inediti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di recente pubblicazione sono ricerche e profili dedicati ai protagonisti della storia della slavistica italiana di anni più prossimi a noi, che, oltre a dare alla disciplina contributi scientifici significativi, vengono sentiti come dei maestri per le generazioni attualmente attive. È il caso di Angelo Maria Ripellino, ricordato nelle sue qualità di boemista, russista e traduttore, oltre che di poeta (tra gli altri: Ripellino 2004, Giuliani 2017, Cosentino 2018); ma soprattutto è il caso dei due maestri più longevi, fatti oggetto di studio ancora in vita, Riccardo Picchio (Picchio 2012, Ziffer 2018) e Sante Graciotti (Jerkov 2008, Marchesani 2008, Pachlovska 2008, Marinelli 2017). Stupisce che ancora non vi siano da aggiungere a questa bibliografia contributi su un altro grande slavista di profilo internazionale scomparso di recente, Vittorio Strada. Grazie all’iniziativa di Rosanna Benacchio sono invece attesi nuovi lavori sul filologo Natalino Radovich, cui ha dedicato uno studio l’allieva di anni ormai distanti (Benacchio 1996). Vanno poi menzionati contributi su Michele Colucci (Picchio 2001, Giuliani 2007), a Marzio Marzaduri (Pagani Cesa e Obuchova 2002), al ‘russista solitario’ Giorgio Maria Nicolai (Giuliani 2014), all’avvocato-slavista Piero Cazzola (Baselica 2019), allo slavista germanofilo Sergio Bonazza (Aloe 2021) e a Nina Kauchtschischwili, fondatrice a Bergamo di una prolifica scuola slavistica che nel 2019 le ha dedicato una giornata di studi (Persi e Polonskiy 2021).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Grazie alla rete sempre più fitta di studi storici italo-slavi è aumentata la sensibilità anche per figure minori o marginali della slavistica, in particolare con indagini sui proto-slavisti del Settecento e dell’Ottocento: fra questi il dalmata Matteo Karaman (Lomagistro 1996), Francesco Maria Appendini (Bonazza 2004), Giovanni De Rubertis (Aloe 2018), Angelo De Gubernatis (Aloe 2000), Domenico Ciampoli (Leto 2016) e Giacomo Lignana (Cifariello 2020) sono solo alcune delle personalità di cui ci si è occupati, spesso con il rinvenimento di materiali manoscritti che attestano, già in epoche embrionali per la slavistica italiana, felici intuizioni e interrelazioni internazionali non sempre di seconda mano, pure in un contesto non ancora maturo per dare corso a sviluppi non episodici della disciplina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa legittima attenzione per aspetti e personaggi meno noti della slavistica italiana non ha ostacolato gli studi sui capisaldi della storia della slavistica internazionale. Il più assiduo su questo versante è stato Sergio Bonazza, probabilmente massimo specialista degli archivi di Jernej Kopitar, ma che ha toccato un gran numero di tematiche inerenti i rapporti della slavistica ottocentesca con il mondo germanico e con la cultura italiana. Fra gli slavisti di cui si è occupato nel trentennio appena trascorso si possono citare Dobrovský, Kollár, Miklošič, Ossoliński, Jagić, Oblak e Murko (per dettagli bibliografici si rimanda a: Aloe 2021).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non meno intensa nelle ricerche storiche sulla slavistica internazionale è stata ed è l’attività di Giuseppe Dell’Agata. Tra decine di lavori, meritano segnalazione quelli dedicati allo </hi><hi rend="italic">status </hi><hi rend="CharOverride-1">dello slavo-ecclesiastico secondo Juraj Križanić e Aleksandr Vostokov (Dell’Agata 1999), allo storico e slavista Michail Pogodin (Dell’Agata 2002), alle posizioni di Nikolaj Trubeckoj sulla lingua ucraina (Dell’Agata 1998).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di Vostokov si è occupata anche Gabriella Imposti, che gli ha dedicato un’importante monografia (Imposti 2000), e una certa attenzione ha ricevuto Kopitar, oggetto degli studi, oltre che del menzionato Bonazza, anche di altri slavisti italiani (Ziffer 2003, Mitrović 2019). Tra i rappresentanti della slavistica ‘classica’ presi in considerazione in questi anni si trovano inoltre Vatroslav Jagić (Bonazza 2002, Leto 2005 e 2007), Milan Rešetar (Leto 2005), Jan Baudoin de Courtenay (Spinozzi Monai 1994, Steenwijk 2013), Marin Drinov e Vikentij Makušev (Aloe 2018). In particolare, nel caso di Baudoin de Courtenay e degli ultimi due si è toccata la storia della ricezione linguistica e culturale delle minoranze slave d’Italia da parte della slavistica internazionale; alla minoranza ‘slavo-molisana’ nella slavistica ottocentesca ha dedicato un saggio anche Barbara Lomagistro (Lomagistro 2005). Aleksander Naumow e Marco Scarpa nel 2005 hanno consacrato un convegno cafoscarino al ruolo di Josip Juraj Strossmayer nella cultura del suo tempo (Naumow, Scarpa 2006), e la rilevanza di Strossmayer anche per la storia della slavistica è stata ulteriormente rimarcata in un saggio più recente (Cifariello 2019b). Sempre in ambito slavo-meridionale sono da menzionare gli studi di Persida Lazarević Di Giacomo sulle teorie di Pavle Solarić in merito all’etnogenesi degli slavi (Lazarević Di Giacomo 2020 e altri saggi). Vittorio Tomelleri ha invece approfondito il tema della storia della linguistica russo-sovietica con contributi di grande rilievo, in particolare su Marr e Polivanov a cavallo tra filologia slava e caucasologia (Tomelleri 2016 e 2020). La diacronia linguistica è stata oggetto anche di un saggio del compianto Andrea Trovesi sulla codificazione della lingua montenegrina (Trovesi 2009).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche in quest’ultimo trentennio la slavistica italiana si è confermata vitale – e a momenti spigolosa, come testimoniano le polemiche tra Mario Capaldo e Riccardo Picchio – sul versante della filologia e delle sue questioni storiche più rilevanti, a partire da quelle legate ai monumenti paleoslavi e al grande filone della cirillometodiana. Oltre ai due maestri menzionati, sono stati e restano assidui a questi temi diversi filologi italiani, tra i quali andranno menzionati in primo luogo Giorgio Ziffer e Cristiano Diddi; ma agli studi di filologia slava è dedicato un capitolo specifico del presente volume, mentre qui ci limiteremo a richiamare alcuni contributi alla storia della disciplina. Sul versante cirillometodiano si segnala l’articolo di Cristiano Diddi (2019) dedicato allo stato dell’arte per l’edizione critica della </hi><hi rend="italic">Vita Constantini</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, nel delineare problemi e prospettive di un lavoro </hi><hi rend="italic">in fieri</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra ecdotica ed ermeneutica, analizza lo specifico ruolo avuto dalla slavistica italiana nel delineare un approccio metodologicamente credibile a questa impresa (Diddi 2019). Rilevante per la storia della cirillometodiana è poi la monografia di Silvia Toscano sulla lettura della missione slava dei fratelli ‘apostoli degli slavi’ da parte del religioso e letterato slovacco Ján Hollý (Toscano 2020). Due articoli hanno poi toccato il tema della storia delle ricerche sugli alfabeti slavi (Ziffer 1996, Naumow 2015). Sempre nel contesto cirillometodiano si segnala la monografia che una medievalista italiana ha dedicato alla Grande Moravia sulla base di una lettura approfondita della documentazione vaticana e che si inserisce autorevolemente nel dibattito sulla natura e collocazione del primo principato slavo che ha fatto seguito alle ipotesi di Imre Boba e Martin Eggers; è un contributo prezioso, seppure, purtroppo, risenta dell’inadeguata formazione slavistica dell’autrice (Betti 2014).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non sono mancate riflessioni a cavallo tra storia e attualità della slavistica, in particolare sulla decadenza della filologia slava nelle politiche accademiche del nuovo millennio (Garzaniti 2007) e sul cambio di valori e prospettive nel passaggio storico-generazionale (Graciotti 2008), e ancora sul contributo italiano alla definizione del mondo slavo nel contesto storico-culturale europeo, con particolare riferimento alla discussione del paradigma di </hi><hi rend="italic">Slavia Orthodoxa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Slavia Romana</hi><hi rend="CharOverride-1"> proposto a suo tempo con successo da Riccardo Picchio (all’interno di un vivo panorama storiografico si veda: Garzaniti 2013).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esigenza di storicizzazione delle esperienze di ricerca del passato ha riguardato non soltanto la slavistica nel suo complesso e nelle sue questioni ‘classiche’, ma anche singoli segmenti linguistico-nazionali. Agli studi sulla ricezione della cultura e letteratura russa in Italia si è già fatto ampio riferimento (si potrebbero aggiungere i nomi di Sergia Adamo, Paola Buoncristiano, Marco Caratozzolo, Stefania Pavan, Francesca Romoli, Lucia Tonini e Raffaella Vassena). Un discorso a parte merita Michail Talalaj per le sue ricerche sulle necropoli russe in Italia. Senza entrare in approfondimenti, ricordiamo gli studi sulla ricezione in Italia del pensiero filosofico russo (in particolare si vedano i lavori di Daniela Steila e Roberto Valle) e dei grandi teorici russi della letteratura, in particolare di Bachtin (Maria Di Salvo, Giuseppina Larocca, Cinzia Cadamagnani e altri).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di notevole rilievo per gli sviluppi della slavistica italiana contemporanea è stata la crescita di importanza e prestigio, interno e internazionale, dell’ucrainistica (e in minor misura, della bielorussistica). Un primo saggio di storicizzazione degli studi ucrainistici in Italia appartiene a Salvatore Del Gaudio (Del Gaudio 2009) ma, trascorsi ormai quasi quindici intensi anni, il quadro andrebbe aggiornato. Una monografia ucrainistica di preciso significato per la storia della slavistica è quella di Andrea Franco sul pensiero di Mykola Kostomarov (Franco 2016). Tra i contributi individuali vanno rammentati un profilo di Sante Graciotti come studioso di tematiche ucraine (Pachlovska 2008) e il saggio già citato di Giuseppe Dell’Agata sulla storia della lingua ucraina in relazione all’atteggiamento negazionista di Nikolaj Trubeckoj (Dell’Agata 1998). In territorio affine a quello ucrainistico, Oleg Rumyantsev ha invece fatto alcune incursioni nella storia dell’identità russina (Rumyantsev 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La branca più dinamica della slavistica italiana nel portare avanti una riflessione metadisciplinare è probabilmente quella polonistica, che annovera convegni e pubblicazioni speciali dedicati ai propri maestri e centri di studio. Sulla grande tradizione torinese si è soffermata Krystyna Jaworska (Jaworska 1998), mentre una mostra e un volume a cura di Alessandra Mura hanno celebrato i 90 anni di studi polacchi alla Sapienza (Mura 2019). A tutto raggio sono le miscellanee dedicate ai maestri della polonistica italiana (Ciccarini e Salwa 2014) e alla storia e prospettive della disciplina nell’ambito accademico italiano (Ceccherelli et al. 2020). In buona parte collegato alla polonistica è anche uno studio che evidenzia il contributo della slavistica italiana agli studi ebraici (Quercioli Mincer 2009).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più episodica la produzione di studi riguardanti la storia della boemistica e della slovacchistica italiane. Si possono registrare interventi su singoli studiosi, in particolare su Bruno Meriggi (Dell’Agata 1997) e Angelo Maria Ripellino (Ripellino 2004, Cosentino 2018), ma non ricerche complessive sugli sviluppi italiani della disciplina. Sono peraltro di grande interesse i numerosi contributi di Alessandro Catalano sulla storia culturale ceca e cecoslovacca; tra questi, propriamente inerenti alla storia della slavistica sono i suoi saggi sui falsi manoscritti di Dvůr Kralové e Zelená Hora (Catalano 2014).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Assai vivace sotto il profilo della consapevolezza storica è l’area slavo-meridionale della slavistica italiana. Forte di una tradizione che risale a Enrico Damiani (Mazzitelli 1996), Luigi Salvini (Dell’Agata 2000) e Riccardo Picchio (2012), la bulgaristica italiana ha una storia di tutto rispetto che è stata oggetto di alcune riflessioni riassuntive a cui si rimanda (Dell’Agata 2001, Stančev 2005).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non meno dinamica la serbocroatistica, che grazie alla contiguità veneto-dalmata e istriana vanta forse le radici più antiche di studi slavistici di ambito italiano e/o italofono. Negli ultimi trent’anni sono stati numerosi i contributi significativi alla storia di questi contatti. Alla fortuna dell’epica popolare serba e croata ha dedicato due fondamentali articoli Maria Rita Leto (1992, 1995), e in anni più recenti Marija Bradaš ha ripreso gli studi sul filone, con particolare riferimento alle traduzioni italiane dei canti serbi ad opera del Tommaseo e di Giovanni Nikolić (Bradaš 2017). Manca qui lo spazio per menzionare tutti gli studi italiani che hanno toccato le tematiche slavistiche del Tommaseo e la sua rilevanza per la formazione dell’idea risorgimentale dei rapporti italo-slavi. Tra i numerosi lavori dedicati alla storia della lingua serba risaltano quelli su Dositej Obradović, e in particolare i recenti contributi di Rosanna Morabito e Persida Lazarević Di Giacomo (Morabito 2014, Lazarević Di Giacomo 2015). Di Dositej si è presa in considerazione anche la ‘fortuna’ italiana (Leto 2013). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Significativi, ma meno numerosi, i contributi sulla storia della slovenistica italiana, tra i quali, oltre a diversi lavori di Sergio Bonazza sui rapporti italo-sloveni e di Marija Bidovec sulla ricezione della letteratura slovena in Italia, si segnala una miscellanea dedicata ai 90 anni dell’insegnamento dello sloveno all’università Orientale di Napoli (Žabjek e Scuteri 2011) e un profilo di Sergio Bonazza, a suo tempo titolare a Udine della prima cattedra di slovenistica fuori dal territorio sloveno (Aloe 2021).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’attenzione per la nascita e lo sviluppo degli insegnamenti slavistici nelle università italiane si è acuita in corrispondenza con l’avvicinarsi dei primi centenari: di quello ormai trascorso della cattedra di filologia slava di Giovanni Maver a Padova si è già detto, così come di altri percorsi storici di studi universitari più o meno antichi. A questi vanno aggiunti un profilo storico sugli studi slavi a Ca’ Foscari (Pizzolato et al. 2018), una ricerca sugli esordi della didattica del russo alla Statale di Milano (Paracchini 2018) e un lavoro che riassume le tappe storiche dell’insegnamento delle lingue slave nelle università italiane (Cifariello 2019a).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un ambito di ricerca innovativo e caratterizzante per la slavistica italiana del nuovo millennio è legato all’accresciuta consapevolezza del ruolo imprescindibile delle traduzioni per la storia delle idee e dei contatti interculturali. Negli ultimi trent’anni si è prestata parecchia attenzione ai traduttori, visti sia sotto il profilo dell’evoluzione dei principi e delle tecniche della traduzione che sotto quello della mediazione culturale. Di traduttori e traduzioni si parla diffusamente in molti degli studi già citati, specialmente nell’ambito della russistica. Peraltro, è un fatto caratteristico che nel novero dei traduttori della prima metà del Novecento ci siano quasi tutti i pionieri della slavistica italiana (Béghin 2007, Garzonio e Sulpasso 2015, d’Amelia e Rizzi 2019; e altri; si veda anche Mazzucchelli 2006 e altri). Per un’impostazione metodologica innovativa degli studi storici sulle traduzioni nel contesto slavistico italiano si è espresso di recente Cristiano Diddi a latere di un suo catalogo ragionato delle traduzioni italiane di opere della </hi><hi rend="italic">pis’mennost’</hi><hi rend="CharOverride-1"> antico-russa (Diddi 2021).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per ricapitolare: gli anni Novanta del Novecento hanno aperto una fase nuova e carica di incertezze nella slavistica internazionale, con ovvi riflessi su quella italiana. La disciplina è andata in crisi in molti paesi di assodata tradizione, persino nello stesso mondo slavo, ma non in Italia, dove i cambiamenti di prospettive e la maggiore libertà di approcci sono stati accolti dalla comunità scientifica senza difficoltà. Non sono mancate, né mancano, criticità, soprattutto in corrispondenza con un ruolo assai depotenziato delle letterature negli assetti universitari e con la minaccia di estinzione che sta subendo la filologia in un’accademia sempre meno umanistica; tuttavia, a livello di ricerca la slavistica italiana non si è lasciata intimidire da queste prospettive negative e si è mantenuta decisamente vitale, a livello nazionale e internazionale. L’ampia e variegata fioritura degli studi che in maniera diretta o indiretta fanno afferenza alle tematiche della storia della slavistica ne è una chiara testimonianza. Le prospettive future lasciano presagire un’ulteriore crescita in questo senso, si vedrà se con prevalenza di iniziative individuali o di coordinamento tra studiosi: la compresenza delle due tendenze nel trentennio trascorso è stata di sicuro benefica, in un sano equilibrio tra libertà della ricerca ed efficacia dei suoi esiti, tra spazialità e completezza.</hi></p><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Accattoli, Agnese. 2013. </hi><hi rend="italic">Rivoluzionari, intellettuali, spie: i russi nei documenti del Ministero degli Esteri italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">. Salerno: Collana di Europa Orientalis.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aloe, Stefano. 2000. </hi><hi rend="italic">Angelo De Gubernatis e il mondo slavo</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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