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        <title type="main" level="a">6. Beni librari e biblioteche di Enti locali (1971)</title>
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          <resp>This is a section of <title>Scritti di biblioteconomia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0488-0</idno>) by </resp>
          <name>Luigi Balsamo, Alberto Salarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.11</idno>
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        <p>In seguito al trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni in materia di biblioteche di enti locali, in questo intervento l'autore si interroga sulle modalità operative e organizzative che le Regioni dovranno assumere per poter consentire ai Comuni l'istituzione di biblioteche pubbliche moderne e efficienti. Particolare riferimento è offerto alla situazione dell'Emilia-Romagna, anche in prospettiva dell'emanazione della specifica legislazione regionale sui beni culturali.</p>
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            <item>Library science</item>
            <item>librarianship</item>
            <item>public library</item>
            <item>library services</item>
            <item>library administration</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.11" /></p>
      <div><head>6. Beni librari e biblioteche di Enti locali (1971)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-005">1</ref></hi></hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra le materie elencate dall’art. 117 della Costituzione, per le quali alla Regione è riconosciuto il potere di emanare norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, figurano anche le «</hi><hi rend="italic">biblioteche di enti locali</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-004">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quali possibilità e quali doveri derivino alla Regione nel settore delle biblioteche è quanto si propone di illustrare la presente relazione, in armonia con il tema del convegno che pone l’accento su «la tutela dei beni culturali». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Regione, dunque, dovrà porsi fra gli altri anche il problema della tutela dei beni librari appartenenti agli enti locali. Volutamente si usa qui tale espressione – beni librari – distinta dal termine «biblioteche» perché si tratta effettivamente di realtà diverse, anche se l’uso comune tende a sovrapporre i due termini e ad usarli in maniera indifferenziata: occorre chiarire subito che, trattando di istituzioni pubbliche, per «biblioteca» intendiamo un istituto in grado di offrire un efficiente servizio di pubblica lettura, ciò che non esiste laddove si abbia soltanto una certa quantità, un fondo di libri più o meno ben conservati ma non una precisa struttura che consenta piena accessibilità, reperibilità ed uso di tali libri, oltreché il continuo aggiornamento della raccolta in modo tale che essa corrisponda alle esigenze pratiche di tutta la comunità e dei singoli individui. In pratica, cioè, si constata che molte biblioteche non sono veramente tali per assenza di organizzazione e di servizio adeguati; in questi casi ci troviamo dinnanzi ad un semplice fatto di conservazione, ad una situazione statica e priva di ogni sviluppo, che non possiamo considerare vera tutela di beni poiché non congiunta ad una regolare attività di valorizzazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi sembra opportuno cominciare, innanzitutto, ad individuare la consistenza del patrimonio bibliografico esistente nell’Emilia-Romagna, per dare un’idea del valore dei beni librari di proprietà pubblica, posseduti cioè dagli enti locali; si potrà avere un dato orientativo sull’importanza di tale patrimonio e giudicare poi, a ragion veduta, quale opportunità, anzi urgenza, vi sia di un’indagine approfondita della situazione in vista della responsabilità legislativa e amministrativa che spetterà all’istituto regionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un dato storico interessante appare la constatazione che l’Emilia-Romagna un secolo fa, cioè all’epoca dell’unificazione nazionale, risultava la regione con più alto numero di biblioteche aperte al pubblico. Nel 1863, infatti, secondo i dati della prima statistica promossa dal nuovo Regno d’Italia, l’Emilia contava 28 biblioteche e vantava un primato: il maggior numero di libri rispetto alle altre singole regioni, esattamente volumi 1.123.889 pari a più di un quarto dell’intero patrimonio bibliografico nazionale (valutato in circa 4.150.000 volumi; seconda era la Lombardia con circa 800.000 volumi). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va rilevata, inoltre, la preponderanza delle biblioteche provinciali e comunali, di fronte a quelle di enti religiosi e privati (rispettivamente 17 contro 5, mentre 2 erano miste e 4 governative), una situazione questa unica poiché nelle altre regioni il rapporto appare rovesciato (in Piemonte, ad esempio, le biblioteche di enti locali erano 9 e quelle di istituti religiosi 12, in Campania addirittura 1 e 11, in Toscana 9 e 10.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una situazione meno positiva emerge dai dati relativi al numero delle letture e dei lettori: le prime pari soltanto ad un terzo, i secondi alla metà di quelli registrati altrove, ad esempio in Piemonte e Lombardia. Effettivamente appare un po’ scarso il servizio svolto, se in un anno (il 1863 appunto) soltanto circa 54.000 opere – su oltre un milione – risultano essere state richieste in lettura. È ben vero che solo 17 biblioteche tenevano un registro dei lettori, ma ciò fa pensare che le altre 11 non avessero un gran daffare se non sentivano la necessità di prendere nota del movimento dei libri. Si può dedurne che prevalesse la funzione di pura conservazione su quella dinamica dell’uso, vale a dire della valorizzazione, del patrimonio esistente. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La situazione attuale è meno nota anche per l’assenza di rilevazioni statistiche aggiornate e rigorose. Secondo i dati offerti da annuari e guide abbastanza recenti possiamo calcolare che oggi nelle biblioteche pubbliche (escluse cioè quelle riservate di Istituti o Facoltà Universitarie o di enti privati) dell’Emilia-Romagna i libri conservati assommano a circa 5.300.000. Notiamo subito che più della metà di tale patrimonio (3 milioni abbondanti di volumi) appartengono a biblioteche di enti locali, mentre le tre biblioteche statali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-003">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> contano circa un milione e mezzo di volumi (altri 800.000 sono di biblioteche di enti vari, anche ecclesiastici). Considerevole quindi, rispetto alla consistenza complessiva, il patrimonio librario appartenente agli enti locali, che si trovano tuttora in posizione preminente come possessori di beni bibliografici (mentre in Sardegna, ad esempio, gli enti locali risultano possedere soltanto il 25% circa dell’analogo patrimonio librario esistente nella regione). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È possibile valutare, sia pure approssimativamente, un tale patrimonio? Sono note obiezioni e polemiche suscitate, qualche anno fa, dal tentativo che eminenti studiosi fecero per rispondere a simile interrogativo nei confronti del patrimonio artistico nazionale; si oppose che, trattandosi di beni inalienabili, non posso darsi valutazioni commerciali. È indubbia, tuttavia, l’efficacia – da un punto di vista pratico – della constatazione che i beni artistici di proprietà pubblica, nel caso immaginario di una valutazione commerciale, farebbero registrare una cifra di migliaia di miliardi. È un’ipotesi utile per richiamare a più realistica attenzione sia l’opinione pubblica che gli organi responsabili della tutela di questi beni culturali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A voler imitare simile tentativo di valutazione, per quanto ci riguarda, si incontrano ostacoli anche maggiori, dato il numero assai più grande delle unità bibliografiche e la difficoltà di un esame analitico. Tuttavia una sommaria e grossolana analisi si può prospettare almeno riguardo alla parte più antica e più rara, perciò di maggior pregio, del patrimonio sopra indicato in oltre tre milioni di unità. Possiamo dire che nelle biblioteche pubbliche emiliane esistono all’incirca 94.000 manoscritti, 8.500 incunabuli e oltre 35.000 edizioni dal secolo XVI.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste cifre dicono ancora poco se ci si ferma al solo dato quantitativo, ma acquistano più eloquente determinazione allorché si richiamino alcune notizie relative alle raccolte di maggior importanza. Basti citare, ad esempio, il nome prestigioso della Biblioteca Comunale Malatestiana di Cesena con i suoi celebri codici incatenati ai plutei e noti in tutto il mondo non solo agli studiosi. La Malatestiana, però, possiede complessivamente più di 2.000 mss. oltre ai codici dei secoli VIII e X, a quelli giuridici del Trecento bolognese, ai codici di medicina del secolo XV, ai codici miniati da grandi artisti del Quattro e Cinquecento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più di 2.500 sono pure i volumi manoscritti conservati dalla Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara, fra cui emergono autografi dell’Ariosto, del Tasso, di G. B. Guarini per non parlare degli importantissimi fondi di storia ferrarese; non minore importanza hanno le collezioni ariostea e savonaroliana comprendenti edizioni a stampa, a partire dalle più antiche, delle opere dei due grandi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si possono ricordare ancora i codici – molti di essi miniati – della Biblioteca Comunale Passerini Landi di Piacenza, fra i quali spiccano il salterio purpureo della regina Angilberga (dell’anno 827) e il più antico codice – di data certa – della Divina Commedia (del 1336), per non dire anche qui di ricchi fondi documentari di storia locale; in totale si tratta di oltre 1.200 volumi manoscritti e di un migliaio di incunabuli, alcuni assai rari; così come sono rarissimi molti degli 800 circa incunabuli posseduti dalla Biblioteca Comunale Classense di Ravenna, pure essa ricca di codici pregiati dei secoli XI-XVI accanto ai quali figura, fra l’altro, una raccolta pregevole di xilografie quattrocentesche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna risulta la più ricca di volumi (circa 553.000) e conta 12.400 voll. manoscritti e oltre 2.100 incunabuli. In essa sono confluite le raccolte librarie di corporazioni religiose soppresse alla fine del ’700, di conventi chiusi nel 1869-70, cosicché essa possiede una splendida raccolta di statuti, matricole, registri e libri di antiche istituzioni cittadine a partire dal secolo XIII, codici miniati dei secoli XIV-XVI, parecchi incunaboli in esemplari unici, ricchissime collezioni di libri a stampa del 1500, specie bolognesi, nonché di rare edizioni storico-letterarie del Seicento e Settecento. A questo punto si può chiudere la citazione assai sommaria e parziale, che vuol essere solo esemplificativa, poiché anche altre biblioteche possiedono patrimoni notevoli sia per quantità che per qualità (la Municipale di Reggio Emilia, la Comunale Aurelio Saffi di Forlì, la Civica Gambalunga di Rimini, le Comunali di Faenza, Imola ecc.). Come si è visto queste biblioteche comprendono una significativa, amplissima documentazione della produzione libraria dal Medio Evo ai nostri giorni, un patrimonio unico, insostituibile come fonte e strumento di ricerca scientifica, di studio, di informazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come valutare quest’insieme di beni, inalienabili certo ma soprattutto, per una gran parte, insostituibili perché unici, irripetibili? Potremmo supporre che se essi non ci fossero e domani la Regione, volendo procurarseli, destinasse all’uopo una somma diciamo di 100 miliardi (per fare un’ipotesi cauta, certo in eccesso per difetto) non potrebbe mettere assieme tuttavia questo patrimonio bibliografico che esiste nelle città dell’Emilia-Romagna. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre alla consistenza dei beni librari, però, se si vuole delineare interamente la concreta realtà regionale occorre esaminare altresì la distribuzione di tale patrimonio e le condizioni di funzionalità delle istituzioni che lo conservano. Si comincia così col rilevare (in base al censimento ministeriale del 1968) che su 341 Comuni della regione soltanto 111 risultano dotati di una biblioteca pubblica funzionante almeno in maniera discreta: vale a dire che più di due terzi dei comuni emiliani sono privi di servizio bibliotecario. Da notare, altresì, che due città capoluogo di provincia – Modena</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-002">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e Parma – vantano sì biblioteche statali di grande tradizione – l’Estense e la Palatina – ma che tali istituti essenzialmente dotati per soddisfare esigenze di ricerca a livello universitario, di alta cultura come usa dire, si vedono costrette, per l’assenza nelle stesse città di Biblioteche pubbliche comunali, a soddisfare anche le richieste a livello non specialistico del pubblico più vasto; e ciò con notevole aggravio, oltre che in limiti di necessità insoddisfacenti, a causa della loro particolare struttura e organizzazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del resto una situazione analoga si riscontra presso più d’una delle stesse Biblioteche Comunali di tradizione illustre – dianzi citate – che dal loro patrimonio di gran pregio e antichità hanno tratto per lo più la ragione, e la forza, di sopravvivere ma anche un sensibile limite allo sviluppo cioè all’aggiornamento del servizio in rapporto alle crescenti, nuove esigenze dei nostri tempi. Occorre riconoscere, infatti, che parecchi enti locali hanno spesso pensato che bastasse mantenere «aperta» la biblioteca con il minimo assoluto di personale e di mezzi finanziari, indispensabili proprio soltanto a non chiudere i battenti, così da non essere accusati di dimenticare un patrimonio prezioso ereditato dal passato; ma ben poco, anzi troppo poco, hanno fatto perché la Biblioteca oltre a conservare tale patrimonio lo valorizzasse in maniera adeguata alle sempre crescenti esigenze di diffusione della cultura che uno stato democratico esige.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’Ente Regionale si troverà, dunque, di fronte ad una situazione che può così essere riassunta: un ricco patrimonio bibliografico con fondi di grande pregio per la loro rarità e antichità; un numero troppo limitato di biblioteche di enti locali, dal momento che solo un terzo dei Comuni risulta da esse servito; le biblioteche esistenti, inoltre, risultano in gran parte strutturalmente inadeguate per svolgere bene i loro compiti di conservazione e valorizzazione del patrimonio posseduto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Neppure il compito della pura conservazione di questi beni librari, infatti, risulta assolto convenientemente quando, ad esempio, avviene di constatare che in qualche biblioteca – non sempre delle minori – esistono fondi (per lo più provenienti da conventi o congregazioni religiose soppresse) non del tutto inventariati né catalogati, a volte senza che sia stato ancora apposto sui volumi il timbro della Biblioteca, così che mancano le condizioni materiali per tutelarle concretamente e per rendere possibile un sicuro controllo. Sono casi rari, per fortuna, sono casi limiti, tuttavia significativi di una situazione non ancora normalizzata bensì carente di sufficienti garanzie per la conservazione pura e semplice dei beni posseduti, soprattutto nei confronti dei fondi più antichi a partire da quelli manoscritti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla valorizzazione di tale patrimonio le carenze appaiono anche maggiori: solo per una parte esigua dei fondi manoscritti esistono cataloghi a stampa tali da consentire agli studiosi di individuare con esattezza le unità esistenti. Per un’altra parte esistono cataloghi a schede – consultabili solo in loco – spesso vecchi, molto sommari e imprecisi, cioè insufficienti ad offrire un’informazione adeguata alla richiesta; infine, un’altra grossa porzione di questo materiale tanto importante è come non esistesse perché irraggiungibile data l’assenza di ogni catalogazione, non dico scientificamente rigorosa, ma soltanto analitica. Ci sono nuclei di pergamene antiche che attendono di essere decifrate; cassette di documenti, di carteggi, volumi manoscritti che attendono di essere descritti sommariamente così da poter essere individuati dal ricercatore. Altrettanto dicasi per libri a stampa antichi: numerosi sono certo gli incunabuli non ancora individuati, frammisti a edizioni posteriori, così come non esiste un censimento completo delle edizioni cinquecentine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-001">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> delle quali nessuna biblioteca possiede un catalogo separato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò significa in molti casi, da parte di studiosi e studenti, la rinuncia ad affrontare un certo tipo di ricerche, a trascurare alcuni settori di indagine storica, ad esempio quello della storia del libro e della tipografia, o della stessa storia locale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste carenze e lacune, questa mancanza di strumenti indispensabili per poter individuare e usare i beni librari esistenti non sono da imputare per lo più, come si potrebbe pensare, a negligenza dei bibliotecari cui sono affidati gli istituti. Esse sono imputabili piuttosto alla mancanza di bibliotecari, alla insufficienza estrema di personale qualificato destinato alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio bibliografico, insufficienza dovuta anche alla scarsità delle risorse finanziarie, è vero, ma soprattutto ad un concetto inadeguato della biblioteca vista come semplice deposito di libri, in certi casi come una specie di «tesoro di famiglia» che dà lustro perché testimonia un passato illustre e per questo va conservato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È chiaro che tale visione statica ed anacronistica è alla radice dell’attuale situazione largamente negativa nonché di un certo disinteresse da parte dei pubblici amministratori che spesso non vedono la necessità di procurare una sede più ampia, maggior personale, maggiori mezzi finanziari ad un istituto frequentato, cioè utile, ad una esigua parte della popolazione. Occorre invece proporre, programmare un tipo di biblioteca moderna viva e dinamica, ormai lontana dai vecchi modelli sia della biblioteca popolare che di quella di pura conservazione, cui purtroppo è rimasta ancorata ancora troppa gente; una biblioteca che sia un servizio davvero pubblico cioè utile a tutta la comunìtà – a tutti i gruppi della comunità come ai singoli individui – perché in grado di soddisfare le esigenze culturali di qualsiasi livello; che sia un centro culturale attivo anziché un deposito. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo è il modello che l’Ente Regione dovrà proporsi in vista dei propri compiti legislativi e amministrativi previsti dalla Costituzione (artt. 117 e 118). Non è un modello ideale o finora solo vagheggiato, bensì un obbiettivo concreto che già lo Stato si è proposto in sede di programmazione nazionale e per il quale ha destinato consistenti fondi di intervento nell’ambito del «Programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-1969»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-000">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da parte sua l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) aveva approvato nel 1964 un importante documento (AIB 1965) col quale intendeva </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">proporre agli enti locali una formulazione chiara e comprensibile dei compiti che spettano alle biblioteche nella società di oggi, e delle ragioni per le quali le singole biblioteche non possono essere considerate come istituti isolati, ognuno con propri bisogni e con proprio destino, ma devono essere viste nel contesto di una struttura culturale-sociale di dimensioni nazionali che impone a tutte di rendere certi servizi e di adottare determinati indirizzi (AIB 1965, 6). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono precedenti che vanno considerati come chiari punti di riferimento sia perché elaborati da tecnici e fondati sulla esperienza internazionale sia perché hanno già consentito numerose realizzazioni concrete e non solo su piano sperimentale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In sostanza le linee direttive del programma nazionale mirano non solo a promuovere da parte degli enti locali la tutela e la valorizzazione del patrimonio bibliografico esistente attraverso una trasformazione delle biblioteche in istituti moderni e funzionali ma altresì all’estensione del servizio bibliotecario – questo è il primo punto fondamentale – a tutti i Comuni, un servizio «non più concepito in termini di città o di isole culturali, ma in termini di copertura integrale del territorio, e capace di assicurare a tutti i cittadini, dovunque vivano, condizioni tendenzialmente eguali nell’accesso all’informazione, alla lettura e alla cultura» (AIB 1965, 13).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È logico, cioè, che innanzitutto si debba pensare a dotare di biblioteche anche quei due terzi di comuni emiliani che attualmente ne sono privi, così come va affrontato il problema del servizio capillare nelle zone urbane. Non è più sufficiente, infatti, nelle grandi città una biblioteca con unica sede nel centro storico, ma occorre che il servizio bibliotecario sia decentrato, portato nei rioni periferici, nei vari quartieri in modo da renderlo effettivamente fruibile da tutti i cittadini impedendo che la distanza, il tempo e la spesa richiesti da spostamenti disagevoli, diventino ostacoli a volte insormontabili specie per le categorie meno abbienti e per chi lavora. Si tratta, in sostanza, di evitare la discriminazione fra cittadini e rendere il servizio bibliotecario agevole allo stesso modo per tutti: principio che ispira l’articolazione sia nell’area urbana sia nelle aree rurali al fine di ottenere quella diffusione capillare che è sostanzialmente esigenza di giustizia sociale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che il servizio bibliotecario debba servire tutti i cittadini è non solo un diritto dei singoli ma un dovere della comunità nell’interesse generale. L’intervento dello Stato, e quindi della Regione, trova qui le sue motivazioni che sono state così formulate dal documento dell’AIB:</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">1) 	</hi><hi rend="CharOverride-1">Non può esistere democrazia senza cultura diffusa e senza informazione oggettiva. La Biblioteca Pubblica è in tutto il mondo strumento primario e fondamentale della diffusione della cultura.</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">2) 	Non può esistere né svilupparsi una società industriale senza aggiornamento culturale e tecnico-professionale. La Biblioteca Pubblica, meglio di ogni altro istituto, può favorire l’aggiornamento.</hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">3) 	La scuola può offrire le premesse dell’educazione e della cultura: un sicuro possesso dell’alfabeto, la capacità di esprimersi e di leggere, e una certa idea generale della conoscenza; ma tocca alla Biblioteca Pubblica offrire ai ragazzi, ai giovani e agli adulti, uomini e donne, la possibilità e l’impulso a non cessare mai di educare se stessi – come cittadini, come lavoratori e come persone – in un processo volontario ed autonomo destinato a durare quando la vita. </hi></p><p rend="text_list" ><hi rend="CharOverride-1">4) 	La conservazione e lo sviluppo della democrazia sono condizionati dal progressivo adeguamento delle esperienze anche culturali, e del tono di vita, tra città e comuni rurali. Perciò a tutti i cittadini, dovunque vivano, devono essere assicurate condizioni tendenzialmente eguali nell’accesso all’informazione alla lettura e alla cultura. Ciò vuol dire che Biblioteche Pubbliche devono sorgere nei più piccoli comuni d’Italia come nelle più grandi città, diverse solo per dimensione, non per qualità dei servizi prestati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I problemi concreti che si presentano all’atto di tradurre in pratica i principi succitati possono essere brevemente indicati come segue. </hi></p><div><head><hi>Sedi e attrezzature adeguate</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Finora le biblioteche, salvo poche eccezioni, hanno trovato posto in locali preesistenti, adattati forzatamente a una funzione che non possono assolvere se non in maniera approssimativa, insufficiente. Se la biblioteca pubblica deve rendere i servizi cui si è accennato ha bisogno di una sede autonoma, sufficientemente spaziosa ubicata a pianterreno e in zona centrale. Deve consentire la organizzazione dipartimentale dei servizi: dalla sezione ragazzi alla consultazione, dalla sala di lettura per adulti alla discoteca, alla sala per attività culturali e così via. Gli eventuali fondi antichi devono costituire una sezione particolare, distinta dal fondo vivo, cioè moderno, dei libri che possono essere dati in prestito oltre che in lettura e per i quali diverso è il criterio di ordinamento e classificazione. Questi ultimi, infatti, sono da sistemare in scaffali aperti, cioè accessibili direttamente al pubblico nelle varie sale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel caso di fondi antichi assai limitati e spesso bisognosi di interventi di restauro – penso soprattutto a piccoli nuclei provenienti da conventi soppressi e affidati appunto, un secolo fa, ai Comuni – potrebbe apparire più conveniente talvolta un trasferimento in biblioteche maggiori qualora non si possano avere sul posto sufficienti garanzie di tutela; in tal modo si assicurerebbe altresì una maggiore utilizzazione del fondo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oltre alle attrezzature audiovisive normali, utili anche per le attività culturali (filmine, dischi, nastri registrati, diapositive ecc.) occorre provvedere, laddove esistano fondi antichi e di pregio, a riproduzioni in microfilm del materiale più raro e dare i corrispondenti apparecchi lettori così da ridurre, quand’è possibile, l’uso e il deterioramento degli originali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nelle biblioteche minori, comunque, risultano assolutamente necessari locali riservati alla lettura e alle attività culturali dei ragazzi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto all’ubicazione è necessario l’intervento dell’urbanista, soprattutto per le grandi città ove occorre prevedere nei quartieri le sedi per le succursali della biblioteca centrale. </hi></p></div><div><head><hi>Personale</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quello del personale è problema di fondo che condiziona strettamente la realizzazione di ogni progetto, poiché i servizi della biblioteca pubblica non possono assolutamente sopportare una routine che è negazione di ogni attività culturale intesa a corrispondere alle esigenze molteplici e quotidianamente rinnovantesi degli utenti. Di qui la necessità di personale non solo in numero sufficiente per svolgere i diversi servizi ma anche tecnicamente specializzato e idoneo ai singoli servizi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Attualmente non c’è biblioteca pubblica che abbia personale in numero adeguato ai limitati servizi resi dagli istituti, ciò che impedisce l’aggiornamento e l’estensione dei servizi stessi. Soprattutto grave la carenza di personale qualificato, cioè di bibliotecari, aiuto bibliotecari e animatori culturali: caso limite è quello di una grande, illustre biblioteca di capoluogo di provincia emiliano il cui direttore non può dare risposte soddisfacenti alle richieste degli studenti perché dispone soltanto di personale esecutivo e di sorveglianza, manca della collaborazione di laureati e impiegati, essendo vicedirettore e dattilografo comandati da anni presso uffici comunali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa situazione spiega la lamentata assenza di inventari completi del materiale antico, di cataloghi aggiornati e l’impossibilità di revisioni e controlli accurati, cioè tanto la mancata valorizzazione dei beni esistenti quanto l’assenza di servizi moderni (quello per i ragazzi, la discoteca, l’informazione e assistenza ai lettori, le attività culturali ecc.). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’associazione dei bibliotecari ha affrontato da tempo lo studio di questo problema proponendo la costituzione di un albo professionale: è evidente, però, che esso resta subordinato all’istituzione di scuole o corsi che consentano una preparazione adeguata, diversificata in rapporto ai diversi servizi di una moderna biblioteca pubblica, come avviene da tempo nei paesi anglosassoni. In Italia esiste soltanto una Scuola speciale per Archivisti e Bibliotecari presso l’Università di Roma che finora però ha preparato elementi adatti soprattutto alle biblioteche di ricerca. Ritengo che anche questo importante aspetto della specializzazione di personale per la Biblioteca pubblica debba interessare la Regione sia perché occorrono più scuole distribuite in modo geograficamente equilibrato sia perché il reclutamento del personale necessario deve essere fatto localmente, su base regionale, per motivi facilmente intuibili. Opportune intese con l’Università potranno localmente riuscire più efficaci e rapide nonché risultare più aderenti alle particolari esigenze e situazioni regionali che dovranno preventivamente essere individuate ed analizzate. Il problema della preparazione professionale e del reclutamento dei bibliotecari presenta affinità, e anche aspetti complementari nel caso degli istituti Comunali, con quello analogo degli archivisti; tali affinità e complementarità dovranno, perciò, essere tenute presenti al momento di impostare lo studio di questo specifico argomento.</hi></p></div><div><head><hi>Oneri finanziari</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’indicazione degli obiettivi e delle strutture indispensabili, richieste per un organico piano di valorizzazione dei beni bibliografici e di adeguamento del servizio, per quanto sommaria rivela tuttavia la complessità e l’imponenza dei problemi da risolvere e porta naturalmente a domandare quale possa essere il costo della realizzazione pratica. Dati abbastanza precisi vengono offerti in proposito dagli standards elaborati dall’AIB per i singoli aspetti dell’organizzazione bibliotecaria (dei fondi librari, dei locali, del personale, di finanziamento) tenendo presenti sia le enunciazioni della Federazione internazionale delle associazioni dei bibliotecari (FIAB) sia le esperienze più recenti dei paesi in cui la biblioteca pubblica ha raggiunto un notevole grado di efficienza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Innanzitutto, però, bisogna premettere una considerazione: l’onere finanziario richiesto da un servizio bibliotecario efficiente risulta eccessivo per i piccoli Comuni. Appare perciò inattuabile il principio di dare una biblioteca ad ogni Comune qualora non si superi il modulo della biblioteca singola e isolata. «Resta acquisito – dicono gli standards – che una biblioteca pubblica, per poter realizzare certi livelli minimi di funzionamento, deve sorgere in un’area di servizio di proporzioni tali da assicurarle finanziamenti adeguati ed un personale competente ed abbastanza numeroso». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’area del genere può essere senz’altro quella di una grande città; al di fuori di essa l’area di servizio dovrà invece comprendere più comuni e frazioni: in entrambi i casi il servizio sarà assicurato in tutta l’area da una biblioteca centrale – ovvero da un organo centrale costituito all’uopo – e da una rete di succursali o punti di servizio minori e minimi, che formano un «sistema». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla biblioteca isolata viene quindi sostituito il «sistema», che può avere dimensione «urbana», oppure «urbano-rurale» o potrà essere esclusivamente «rurale» qualora serva zone a popolazione sparsa, prive di centri urbani di qualche rilievo. Il sistema – che presuppone l’accordo o addirittura la costituzione di un consorzio fra più enti locali, anche su dimensione provinciale – consente sia di pianificare gli acquisti, di utilizzare in comune materiali (libri, sussidi audiovisivi ecc.) e attrezzature (schedari, scaffali, bibliobus ecc.) sia di centralizzare le procedure di scelta, acquisto, classificazione del materiale come pure di costituire, sempre in comune, un deposito particolare di libri, un servizio di informazione e guida, un programma di attività culturali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È chiaro che il sistema, centralizzando certi servizi e procedure, consente di risparmiare sulle spese generali e sulle attrezzature, così come eviterà che si debbano via via ingrandire le sedi periferiche: sarà possibile, di conseguenza, destinare maggiori mezzi e sforzi ad estendere e perfezionare i servizi. Ne deriva vantaggio sia per gli enti locali che per gli utenti, come dimostrano le esperienze già effettuate in tal senso - nell’ambito appunto del «Servizio nazionale di lettura» incluso nel piano di sviluppo – sia da enti regionali o provinciali sia direttamente dalla stessa amministrazione centrale tramite le Soprintendenze Bibliografiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le iniziative statali (che ebbero inizio circa vent’anni fa) hanno voluto essere dimostrazioni sperimentali e promozionali, destinate ad essere via via trasferite agli enti locali appena questi sono in grado di assumerne l’onere e la gestione (come è avvenuto, da tempo, per il Consorzio provinciale della pubblica lettura di Bologna). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il sistema bibliotecario, quindi, non solo riduce i costi ma facilita l’organizzazione di strutture articolate e capillari in grado di rendere servizi migliori e più estesi, tendenzialmente uguali in ogni punto dell’area servita, al centro come alla periferia. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dieci anni fa l’associazione dei bibliotecari inglesi affermava che per avere un servizio discreto in un’area con circa 40.000 abitanti bisognava calcolare una spesa di circa 850 lire per abitante. Gli standard italiani, nel 1964, constatavano che le prime esperienze del nostro paese indicavano come necessaria – per un’area di almeno 100.000 abitanti – una spesa di almeno 500 lire pro capite per ottenere con il sistema un servizio ancora esile ma sufficiente. Successivi rilevamenti facevano ritoccare tale cifra, cosicché oggi, tenendo conto dei necessari aggiornamenti, possiamo affermare che per attuare un servizio abbastanza soddisfacente, in un’area di media estensione, il finanziamento dovrà essere calcolato fra le 800-1.000 lire per abitante. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questi dati confermano, con tutto il peso realistico delle cifre, la necessità della cooperazione soprattutto con gli enti locali dei centri minori, proprio quei due terzi dei Comuni attualmente sprovvisti di biblioteca i quali sarebbero condannati ingiustamente a rimanere in tale condizione se, attraverso la programmazione, non sarà risolto il problema del loro isolamento contemporaneamente a quello di una efficace tutela e valorizzazione del patrimonio bibliografico esistente.</hi></p></div><div><head><hi>Bibliografia</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">AIB. 1965. </hi><hi rend="italic">La Biblioteca Pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: AIB.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-005-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Luigi Balsamo, </hi><hi rend="italic">Beni librari e biblioteche di Enti locali</hi><hi rend="CharOverride-1">, in </hi><hi rend="italic">Tutela dei beni culturali nella pianificazione dell’Emilia-Romagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Atti del Convegno, Bologna, 18-19 aprile 1970), a cura di Italia Nostra - Consiglio regionale Emilia-Romagna; promosso insieme al C.R.P.E. (Roma: Tipolito Carpentieri, 1971), 140-52. Gli atti riportano anche (</hi><hi rend="CharOverride-1">194-96) il testo del breve intervento di Balsamo alla tavola rotonda conclusiva. Detto intervento riprende in sostanza il contenuto della relazione e quindi, per questo motivo, si è ritenuto di non riproporlo in questa sede.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-004-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Com’è noto, con la riforma del titolo V della Costituzione (Legge Costituzionale n. 3 del 2001) il testo dell’art. 117 è stato modificato cassando lo specifico riferimento alle biblioteche di enti locali e introducendo, come materia di legislazione concorrente, la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali». Rispetto al dettato costituzionale allora vigente, il convegno organizzato da Italia Nostra insieme al Consiglio della Regione Emilia-Romagna nell’imminenza dell’emanazione della legge 16 maggio 1970, n. 281 che avrebbe posto le basi per il trasferimento alle regioni delle funzioni già esclusive dello Stato in materia di «musei e biblioteche di enti locali», guardava già alla categoria dei beni culturali, anche sulla scorta delle conclusioni della Commissione Papaldo che, istituita nel 1968 allo scopo di stendere un disegno di legge per la revisione e il coordinamento delle norme di tutela relative ai beni culturali, aveva terminato i propri lavori qualche settimana prima del convegno stesso. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nel 1970, oltre alla Biblioteca Palatina di Parma e alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena, apparteneva alla classe delle biblioteche statali anche la Biblioteca Universitaria di Bologna. Nel 2000, a seguito di una convenzione stipulata fra l’ateneo bolognese e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, prese avvio l’iter di trasferimento della biblioteca all’Università di Bologna, processo conclusosi nel gennaio del 2017. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A Modena è ora in fase di organizzazione un sistema bibliotecario urbano, a cura del Comune, di prossima apertura.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il censimento delle edizioni del XVI secolo conservate nelle biblioteche dell’Emilia-Romagna sarà avviato nel 1983 dalla Soprintendenza per i beni librari e documentari in collaborazione con il censimento nazionale dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) del Ministero della cultura. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_15_87-97.html#footnote-000-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il riferimento è al Piano Pieraccini, cfr. in questo volume la nota 6 a p. 74. </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luigi Balsamo</p><p rend="editorial_metadata_author">Alberto Salarelli, University of Parma, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">alberto.salarelli@unipr.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-7352-1702</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luigi Balsamo, <hi rend="italic">Beni librari e biblioteche di Enti locali (1971),</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0.11</ref>, in Luigi Balsamo, <hi rend="italic">Scritti di biblioteconomia</hi>, edited by Alberto Salarelli, pp. -12, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0488-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="167411">Castiglioni, Elena, ed Ezio Chichiarelli (a cura di). 1968. La biblioteca pubblica. Manuale ad uso del bibliotecario. Milano: Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari.</bibl>
          <bibl n="167434">AIB. 1965. La Biblioteca Pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento. Roma: AIB.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>