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        <title type="main" level="a">12. Situazione e formazione del personale delle biblioteche (1978)</title>
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          <resp>This is a section of <title>Scritti di biblioteconomia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0488-0</idno>) by </resp>
          <name>Luigi Balsamo, Alberto Salarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.17</idno>
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        <p>Partendo dalla definizione della figura professionale del bibliotecario, da intendersi non come un mero tecnico delle biblioteche ma come un operatore culturale di alto livello, il contributo si sofferma sulla necessità di approntare percorsi formativi specifici e articolati in modo da rispondere alle diverse esigenze delle singole tipologie bibliotecarie.</p>
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            <item>Library science</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.17<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.17" /></p>
      <div><head>12. Situazione e formazione del personale delle biblioteche (1978)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP10165_xml_24_149-156.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A voler definire in maniera sommaria, ma non paradossale, l’attuale situazione dovremmo dire che nelle biblioteche italiane ci sono molti impiegati ma ancora pochi, troppo pochi bibliotecari. Questa constatazione non vuol essere un’accusa agli interessati che sono i primi a sentirsi a disagio dovendo affrontare problemi con mezzi e strumenti inadeguati, cui suppliscono con la buona volontà e l’impegno personale. Risorse notevoli queste ultime ma non sempre sufficienti cosicché, visto come stanno le cose, si può acquisire un primo dato di fatto: che ancor oggi nel nostro paese bisogna nascere bibliotecari data la difficoltà di diventarlo attraverso una formazione professionale per la quale esistono scarsissime istituzioni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ho usato il termine «bibliotecario», già risuonato qui anche ieri, ma qualcuno potrebbe domandarsi chi è – se non addirittura che cosa è – questo bibliotecario, dato che il vocabolo risulta sempre meno usato mentre al contrario con frequenza crescente risuonano altri termini quali operatore culturale, animatore culturale e così via. Si tratta forse di nuove etichette apposte, come spesso accade da noi, sullo stesso barattolo e quindi allo stesso contenuto, oppure si è di fronte a qualcosa d’altro che il semiologo potrebbe giudicare un segnale di mutamenti strutturali, testimonianza cioè che è cambiato – o sta cambiando – il concetto stesso di biblioteca?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi auguro che questi ed altri interrogativi trovino risposta e chiarimento attraverso il dibattito, al quale vorrei contribuire mettendo in evidenza alcuni punti a mio avviso degni di attenzione e da confrontare soprattutto con i risultati dei lavori di gruppo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il discorso può partire da un’angolazione che mi sembra prioritaria: quella del rapporto fra personale e istituzione, che non solo si condizionano a vicenda in maniera determinante quanto a funzionalità dei servizi, ma per certi aspetti giungono addirittura ad identificarsi; cosicché parlare di bibliotecari è la stessa cosa che parlare di biblioteche e viceversa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ebbene il primo dato di fatto da considerare è che il personale delle biblioteche appartiene tuttora, di norma, al ruolo amministrativo sia nello Stato che negli enti locali; ciò equivale ad un rapporto burocratico fra enti proprietari e dipendenti, quindi per lo più ad una visione burocratica del lavoro di biblioteca e dello stesso servizio bibliotecario. Esistono eccezioni certamente – per esempio a Milano, a Trento, a Reggio Emilia – ma la norma è questa, non soltanto in Italia, anche in organismi internazionali purtroppo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tale situazione si spiega la mancanza di una qualificazione professionale preordinata, quindi richiesta come condizione indispensabile per lavorare in biblioteca. Dal momento che tale lavoro è visto in termini elementari (un semplice ordinamento di libri negli scaffali e distribuzione degli stessi su richiesta dell’utente, in termini cioè non molto dissimili dal lavoro che svolge ad esempio un tabaccaio sia pure con «oggetti» diversi) diventa naturale la mobilità di posto e la scambiabilità delle incombenze; che è caratteristica appunto burocratica. Anzi si tende a sistemare nelle biblioteche persone scomode in altri uffici, magari di scarse attitudini: e questo non solo in biblioteche di pubblica lettura ma anche in quelle di istituti di ricerca (è stato denunciato ancora una volta nel fascicolo speciale di </hi><hi rend="italic">Italia nostra</hi><hi rend="CharOverride-1"> dedicato alle biblioteche, n. 138)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_24_149-156.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> come pure negli organismi della Comunità europea (è emerso di recente dalla testimonianza di un alto funzionario ad un convegno internazionale di bibliotecari). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È evidente che una situazione di questo tipo non solo ha riflessi negativi sugli individui interessati ma condiziona e deteriora la natura stessa e la funzionalità dei servizi: impedendo sovente anche l’attuazione di programmi organici dovuti a quell’impegno personale già menzionato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il punto nodale sta proprio qui: nella inesatta valutazione del ruolo del bibliotecario – cui non si riconoscono funzioni tecniche e culturali ma solo burocratiche – ancora diffusa in gran parte dell’opinione pubblica, ivi compresi molti amministratori pubblici. Parallelamente – causa ed effetto insieme – si registra una valutazione inadeguata della funzione della biblioteca nella realtà sociale contemporanea. Ciò significa che alla biblioteca come istituzione la nostra società non attribuisce un ruolo importante all’interno dei processi e dei programmi di formazione culturale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è stato sempre così. Nelle epoche di maggior tensione culturale le biblioteche hanno avuto un ruolo essenziale, al punto che in certi casi esse restano tuttora simboli di un’epoca e di un territorio: basti pensare a certe biblioteche monastiche o umanistiche o settecentesche, cui sono legati nomi di studiosi illustri che ricoprirono il ruolo di bibliotecari. La visione burocratica attuale è più recente: ha radici nei primi anni dell’Ottocento, è contemporanea alla riorganizzazione amministrativa statale di tipo fortemente centralizzato. Di lì il prevalere appunto del modulo amministrativo che ha originato la divisione burocratica delle biblioteche in statali e comunali, al di fuori cioè di una visione funzionale del servizio da esse svolto, o da svolgere, in un determinato ambito territoriale e sociale. Ciò ha impedito ogni collegamento sistematico fra i vari istituti cosi come ogni coordinamento a livello di servizi. I bibliotecari perciò restarono anch’essi suddivisi a seconda, dell’ente di appartenenza, in due categorie distinte – statali e comunali – che riflettevano una situazione istituzionale frammentaria e di completo isolamento. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da una parte, infatti, si è avuta la rete bibliotecaria statale che in realtà non è stata finora se non un insieme delle biblioteche dei vari staterelli regionali. L’unificazione politica del paese non ha portato con sé un sistema bibliotecario organico nazionale: in pratica è rimasta intatta fino ad oggi la connotazione e la realtà preunitaria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’unico legame creato dall’amministrazione centrale è stato di carattere burocratico (ruolo unico del personale, interscambio di libri, e di persone naturalmente, fra i vari istituti) senza alcun programma o ristrutturazione che corrispondesse a un disegno di organica funzionalità a livello culturale. L’insieme bibliotecario dello Stato unificato non venne cioè inserito né collegato all’evoluzione della società nazionale e delle sue istituzioni culturali; se ciò sia avvenuto per trascuratezza o per incapacità, oppure per consapevole disegno politico, è questione da approfondire in altra sede. A noi interessa ora identificare le origini e le caratteristiche di un isolamento di fatto fra la biblioteca e le altre istituzioni culturali, a cominciare dalla scuola di ogni ordine e grado, che ha avuto come conseguenza diretta la collocazione burocratico-amministrativa della biblioteca statale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In analoga collocazione si sono ritrovate le biblioteche comunali, il cui isolamento risulta ancor più accentuato e grave in rapporto alle minori dimensioni territoriali di competenza amministrativa. Fino a non molti anni fa nel quadro nazionale le biblioteche comunali apparivano – salvo poche eccezioni – come depositi sussidiari di fondi librari, magari antichi ma quasi di seconda scelta, in quanto di solito tali fondi erano quelli devoluti all’ente locale, all’epoca dell’incameramento dei beni ecclesiastici, dopo la cernita fatta dalle biblioteche statali. Una specie di tesoro di famiglia per città d’una certa tradizione, anche culturale, ma non di primo piano, un tesoro che interessava poi una piccola élite locale, cui in pratica era demandato il compito onorifico di conservazione e fruizione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste le linee sommarie di un quadro storico che è necessario tener presente per capire la situazione in cui ci si trova ancora insabbiati, anche se da tempo l’inadeguatezza di tali strutture è sentita ormai come intollerabile. Perché nel frattempo molte cose sono cambiate anche in profondità nel mondo bibliotecario in questi ultimi venticinque anni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intanto i bibliotecari hanno superato e abbattuto lo steccato della divisione amministrativa che li tenne divisi a lungo anche all’interno della loro associazione professionale. Ciò si deve all’acquisizione di una coscienza critica della loro funzione comune che deve concretarsi in un servizio culturale reso alla comunità – ai singoli come ai vari gruppi sociali – un servizio unitario se pur a livelli diversi. Molto ha giovato in tal senso la rifondazione dell’associazione professionale secondo il modulo internazionale, con relativo inserimento nel dibattito e nella ricerca a livello sia europeo che mondiale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è stato anche attraverso l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) un intenso studio e attività promozionale che ha influito sensibilmente sull’evoluzione della biblioteca pubblica alla quale gli enti locali hanno dedicato attenzione nuova e interessata. Così molte biblioteche comunali hanno dato vita ad un servizio di pubblica lettura di nuovo tipo, imperniato su una biblioteca intesa come centro di attività culturale cui sono invitati a partecipare tutti i membri e i gruppi della comunità quali soggetti attivi non solo come fruitori; un istituto quindi ben diverso dalla vecchia biblioteca popolare. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Assieme a questo rinnovamento, che ha portato senza dubbio a una maggior articolazione del servizio bibliotecario secondo la gamma delle funzioni commisurate all’esigenza degli utenti, i bibliotecari italiani hanno cercato in vari modi di sensibilizzare l’opinione pubblica nei riguardi della loro formazione professionale. Anche se i risultati sono ancora scarsi, ciò che soprattutto va messo in rilievo è la nuova impostazione del problema che collega il ruolo del bibliotecario a quello della biblioteca commisurandoli entrambi strettamente alle richieste e alle esigenze degli utenti cui è rivolto il servizio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è mutamento da poco: esso comporta il superamento definitivo della visione burocratica del servizio bibliotecario, ma è difficile da far recepire a livello politico-amministrativo. Quanto alla formazione del personale va registrato un certo progresso, poiché si sono avute molte iniziative e sperimentazioni in ambito regionale e locale. Occorre, tuttavia, riconoscere che simili tentativi presentano ancora fragilità e frammentarietà a causa soprattutto del mancato chiarimento di fondo circa il ruolo della biblioteca.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se, infatti, oggi la biblioteca non è più vista solo come servizio limitato ai libri bensì esteso a tutti i moderni «supporti» di documentazione e informazione culturale, un istituto cioè che si colloca fra le strutture di base del sistema sociale di comunicazione, è vero altresì che spesso si tende a sopravvalutare le possibilità autonome delle infrastrutture, degli stessi mezzi di comunicazione, a prescindere dall’organizzazione del servizio. In altre parole, se la biblioteca deve fornire documentazione e informazione in misura il più possibile vasta e capillare, come si richiede ad una memoria collettiva, è altrettanto vero che simile memoria va alimentata in continuazione e secondo metodi corretti. Chi deve raccogliere, organizzare, produrre tale documentazione e informazione bibliografico-culturale; chi deve promuovere e favorire la ricerca e l’attività culturale dei frequentatori? Il bibliotecario, ovviamente: ma è fuori dubbio che possa farlo chi, pur avendo questo appellativo, sia in realtà un semplice impiegato amministrativo assunto con l’accertamento di una preparazione scolastica di cultura generale, anzi generica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se un tale compito è impegnativo anche nella biblioteca pubblica di un piccolo centro, o di un quartiere di grande città, non lo è meno nelle biblioteche di facoltà universitarie. Eppure a queste ultime vengono assegnate per lo più persone del ruolo amministrativo mentre altre, entrate magari con concorsi per aiuti bibliotecari, finiscono in uffici qualsiasi. In realtà non c’è differenza sensibile visto che in simili concorsi non sono richieste prove tecniche (anche perché delle commissioni esaminatrici non fa parte, quasi mai, alcun bibliotecario). Al limite la situazione non è neppure illogica, dal momento che non esiste una professionalità della categoria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ecco perché tale professionalità diventa un obiettivo irrinunciabile. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Allora, quale formazione dovrebbe avere il personale delle biblioteche? Una preparazione tecnica certamente (sapere che cosa si deve fare, e </hi><hi rend="italic">come</hi><hi rend="CharOverride-1"> farlo); ma la tecnica è pur sempre strumentale e con essa si resta ancora a livello di semplice mestiere. Il lavoro a livello professionale esige una dimensione culturale, critica, che è il contrario della conoscenza generica e assai più della semplice capacità esecutiva (è, ad esempio, sapere perché in quel caso convenga fare quella cosa in un determinato modo anziché in un altro). In altre parole, la preparazione tecnica deve inserirsi su un </hi><hi rend="italic">background</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturale specifico rispetto sia alle funzioni che uno dovrà assolvere sia al tipo di biblioteca in cui dovrà operare. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Organizzare e produrre informazione, a qualsiasi livello, richiede competenza </hi><hi rend="CharOverride-1">specifica approfondita e quindi circoscritta a particolari settori: basta pensare, ad esempio, al lavoro di classificazione e soggettazione; alle diverse competenze che esso richiede in una biblioteca pubblica di quartiere, in una biblioteca generale o in una specializzata (per tali compiti un laureato in lettere, ad esempio, si trova fuori posto in una biblioteca di medicina o di scienze matematiche). Ma l’informazione che risulterà disponibile per il lettore (in uscita) è condizionata – ancor prima delle fasi di manipolazione tecnica – dalle scelte di acquisto e di gestione (in entrata) che si fanno a monte, nella fase cioè di programmazione del servizio. E per progettare un servizio di documentazione e informazione, è ovvio, non basta l’abilità tecnica ma occorre una conoscenza culturale aggiornata che non può essere inferiore a quella dei possibili utenti del servizio. È proprio a questi utenti – ai loro possibili bisogni, alle loro esigenze – che bisogna commisurare tale preparazione, in modo che il bibliotecario sia in grado di affrontare adeguatamente la concreta realtà del servizio affidatogli. Bisogna cioè tener conto dei diversi livelli di informazione cui dovrà far fronte: se generale o specialistico, di ricerca o di livello medio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma attenzione a questo proposito: per certi aspetti il compito e la funzione del bibliotecario diventano più delicati, più impegnativi, in proporzione inversa al livello culturale degli utenti. In una biblioteca specializzata di ricerca lo studioso ha più possibilità e capacità di cavarsela da solo specie se dispone di cataloghi ben fatti; per un ragazzo della scuola dell’obbligo, invece, i cataloghi della biblioteca assai più raramente possono bastare data la sua scarsa capacità metodologica alla ricerca, per cui risulta di solito indispensabile l’assistenza o la guida del bibliotecario. Il quale, in questo caso, deve avere una preparazione di fondo adeguata anche dal punto di vista pedagogico e psicologico; senza però che si debbano confondere i ruoli: il bibliotecario non può – e non deve – trasformarsi in insegnante o in assistente sociale né sostituirsi ad essi, così come la biblioteca non può sostituirsi alla scuola ma solo affiancarla con funzione complementare, qual è appunto quella di offrire strumenti indispensabili alla didattica e allo studio (documentazione libraria e audiovisuale, informazione bibliografica e culturale) oppure mettere a disposizione la sede per attività culturali coordinate ma sussidiarie.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certamente è da auspicare la collaborazione più stretta possibile fra scuola e biblioteca, ma non dovranno mai essere confusi i rispettivi ruoli istituzionali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La biblioteca pubblica moderna deve essere un centro di attività culturale: è questa l’acquisizione più recente circa la funzione dell’istituto bibliotecario a livello di massa o meglio a servizio dei gruppi sociali di livello culturale medio-elementare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò significa che là dove mancano le strutture specifiche (ad es. nei centri minori, in quartieri periferici di grandi centri) la biblioteca pubblica può essere la sede di attività culturali diverse. In questi casi il bibliotecario ha il compito di favorire e stimolare l’aggregarsi di gruppi, di promuovere iniziative di lavoro di gruppo e di ricerca, ma anche qui senza scambiare il proprio ruolo. Egli è il punto di riferimento, può essere il catalizzatore delle iniziative e dei gruppi di lavoro ai quali sa consigliare gli strumenti più adatti, vale a dire la documentazione e l’informazione bibliografica necessaria, ma non è suo compito inserirsi in tali gruppi e gestirli. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua funzione istituzionale, infatti, è quella di dotare la biblioteca della strumentazione e della documentazione che potrà risultare utile ai gruppi di lavoro in quel determinato territorio e contesto sociale: un compito quindi di progettazione, come già dicemmo, e poi di organizzazione e produzione documentaria-informativa che lasci ai singoli e ai gruppi lo spazio della partecipazione attiva e responsabile, cioè la gestione autonoma dei programmi di ricerca e di studio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tale contesto appare chiara l’esigenza di una formazione del personale bibliotecario articolata a seconda del tipo di biblioteca, del servizio da svolgere e del territorio da servire. Indubbiamente esiste, a livello tecnico, un comune denominatore ma permane ugualmente l’esigenza di precise specializzazioni. In sostanza intendo dire che appare ormai superato il tradizionale concetto del «bibliotecario» come mestiere o professione soltanto tecnica quindi neutra (e di conseguenza generica). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È proprio la visione burocratica della biblioteca che porta con sé, consequenzialmente, la figura del bibliotecario tuttofare, cioè del bibliotecario adatto a qualsiasi istituto e servizio bibliotecario. Dobbiamo renderci conto invece che la funzione del bibliotecario – come quella dell’insegnante, del ricercatore, del tecnico di laboratorio, e così via – richiede una particolare attitudine unita a una precisa preparazione culturale e tecnica. Nel caso del bibliotecario la tecnica consiste nella conoscenza delle procedure, dei metodi di organizzazione e produzione dell’informazione bibliografica (come per l’insegnante consiste nella conoscenza di metodi didattici ecc.). Ma tale conoscenza deve innestarsi su una precisa formazione culturale di base la quale – non va dimenticato – richiede un continuo aggiornamento. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È proprio questa preparazione culturale di base, aggiornata continuamente, che consente di usare in maniera proficua la tecnica biblioteconomica ai livelli e nei settori prescelti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ovviamente la preparazione professionale consentirà di conoscere e impiegare le tecniche più evolute e recenti (ad esempio l’automazione) quali strumenti perfezionati che consentono di attuare un servizio adeguato alle crescenti richieste di un’utenza sempre più esigente. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’ignoranza di queste tecniche – e di conseguenza l’approssimativo e incompleto servizio documentario/informativo offerto all’utente – porta con sé il rischio di squilibri gravi e devianti di cui spesso non si è tenuto conto (o non si è avuto consapevolezza?) proprio nella organizzazione di alcuni corsi per bibliotecari attuati da regioni o enti locali. Cosicché tali corsi a volte sono risultati informativi e generici piuttosto che formativi: essendo stati gli strumenti tecnici sottovalutati, o addirittura ignorati, si è rimasti fuori di ogni obiettivo professionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Accenniamo soltanto a due dei rischi più gravi ma anche più incombenti. Da una parte l’incapacità del personale di rendere accessibile nella sua interezza l’enorme patrimonio documentario e informativo posseduto dalle biblioteche esistenti. Un patrimonio di «beni culturali», antichi e moderni, che resta allo stato potenziale, fruibile solo in parte minima proprio per la mancanza di organizzazione e produzione della relativa informazione, vale a dire per la mancata costruzione e attivazione di canali d’accesso adatti ai possibili utenti. Dall’altra, il rischio di un’equivoca visione della biblioteca. Quando infatti si punta ad organizzare un centro che sia sede essenzialmente di attività culturali nuove o tradizionali, un centro in cui ci sono anche dei libri ma non una organizzazione sistematica di documentazione e informazione bibliografica, allora non si dovrebbe per correttezza parlare di biblioteca. Si tratterà invece di un «centro culturale», che è istituzione perfettamente legittima e utile, anche se nella pratica la troviamo poi ridotta, molte volte, ad una specie di edizione riveduta e aggiornata dei «gabinetti di lettura» di buona, borghese memoria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questi casi non si può parlare di biblioteca, che è una struttura istituzionale, con funzioni ben precise e diverse come abbiamo detto prima. In simili casi basteranno i cosiddetti animatori culturali, mentre in una biblioteca, e in determinate situazioni, potrà esserci </hi><hi rend="italic">anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’animatore culturale ma soltanto a fianco del bibliotecario. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Chi deve provvedere alla preparazione del personale delle biblioteche? La risposta mi sembra ovvia, nel senso che non si può affidare tale compito a persone prive di professionalità in materia. E qui le difficoltà nascono proprio dalla situazione esaminata in principio, col pericolo di trovarsi in un circolo vizioso. Tuttavia esistono anche da noi biblioteche ben organizzate e quindi buoni bibliotecari, la cui assenza in corsi organizzati nel recente passato spiega agevolmente il fallimento di varie iniziative nell’ambito locale o regionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’attività didattica se esige da una parte un’attitudine particolare non può fare a meno dall’altra di un’esperienza professionale specifica, e anche qui a livello non semplicemente tecnico ma altresì a livello di ricerca teorica ed applicata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La formazione di personale docente è problema non solo del nostro paese: è allo studio in ambito internazionale e non c’è dubbio che sia compito dell’università in collaborazione con gli istituti centrali specializzati (del catalogo unico, della patologia del libro, della documentazione). La preparazione professionale dei bibliotecari a livello superiore o direttivo dev’essere programmata anch’essa nell’ambito universitario e in collaborazione sia con gli istituti centrali sia con le amministrazioni interessate. Le esperienze straniere ci fanno escludere il controllo esclusivo da parte dell’associazione professionale, come avviene in Inghilterra con caratteristiche corporativistiche difficili da adattare a rea1tà storicamente assai diverse, quale la nostra; ma anche l’esperienza francese centralizzata in maniera assoluta, e gestita esclusivamente dall’amministrazione, risulta sconsigliabile secondo quanto ammoniscono gli stessi colleghi d’oltralpe. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A livello medio, invece, esiste spazio per iniziative e impegni precisi da parte degli enti territoriali a cominciare dalla regione: ma occorre evitare anche qui ogni centralizzazione – tendenzialmente burocratica – per operare invece in collaborazione e coordinamento con gli enti locali interessati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In sostanza, a qualsiasi livello di preparazione occorre una programmazione territoriale che tenga necessariamente conto, dal punto di vista quantitativo, dell’effettiva disponibilità di posti e dal punto di vista qualitativo venga commisurata ai tipi di servizio che si intendono offrire alla comunità (dalle biblioteche speciali di ricerca al servizio di lettura pubblica). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Evidentemente le stesse considerazioni valgono per il problema dell’aggiornamento professionale ossia della riqualificazione, alla quale bisognerebbe provvedere con maggior incisività e intensità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel frattempo appare auspicabile che si cominci ad operare interventi di riforma nelle modalità di reclutamento ed assunzione, che è anche un modo per dare maggior peso alle attività di formazione già in corso. In questo settore risulta arduo modificare la situazione a livello della amministrazione centrale a causa delle norme legislative vigenti, mentre l’autonomia degli enti locali e delle regioni potrebbe consentire di avviare una concreta riforma fondata su criteri di effettiva funzionalità dei servizi. Sappiamo che per fare ciò non basta la buona volontà di singole persone ma è necessaria una precisa volontà politica collettiva, sostenuta dalla consapevolezza che il ruolo delle istituzioni culturali di base – scuola e biblioteca – è fondamentale nel quotidiano impegno civile di una società democratica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nel settore delle biblioteche, in particolare nell’ambito della preparazione del personale, gli enti locali possono quindi con il loro impegno e le loro proposte sperimentali giocare un ruolo decisivo sulla via della ristrutturazione di moduli e procedure ormai del tutto inadeguate alle richieste del paese reale.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_24_149-156.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Luigi Balsamo, “Situazione e formazione del personale delle biblioteche,” in </hi><hi rend="italic">Biblioteche e sviluppo culturale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Atti del Convegno, Milano, 3-5 marzo 1977), a cura del Comune di Milano; materiali raccolti da Anna Maria Rossato (Roma: Editori Riuniti, 1978), 79-91.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_24_149-156.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	A tale fascicolo speciale, pubblicato nel 1976 e dedicato a “La biblioteca come servizio pubblico”, Balsamo aveva contribuito con un intervento che è riportato in questo volume al n. 11. [N.d.C.] </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luigi Balsamo</p><p rend="editorial_metadata_author">Alberto Salarelli, University of Parma, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">alberto.salarelli@unipr.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-7352-1702</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luigi Balsamo, <hi rend="italic">Situazione e formazione del personale delle biblioteche (1978),</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0.17</ref>, in Luigi Balsamo, <hi rend="italic">Scritti di biblioteconomia</hi>, edited by Alberto Salarelli, pp. -9, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0488-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0</ref></p></div>
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