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        <title type="main" level="a">14. La preparazione professionale dei bibliotecari a livello universitario (1981)</title>
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          <resp>This is a section of <title>Scritti di biblioteconomia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0488-0</idno>) by </resp>
          <name>Luigi Balsamo, Alberto Salarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.19</idno>
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        <p>L'articolo affronta il tema della preparazione professionale dei bibliotecari a partire dal ruolo degli atenei, chiamati non solo a predisporre corsi in ambito universitario, unitamente a un'attività di formazione condotta sul campo attraverso specifiche attività di tirocinio in collaborazione con gli enti locali - così come sperimentato con successo nell'ambito del Corso di perfezionamento dell'Università di Parma - ma anche a promuovere la ricerca in ambito biblioteconomico, onde formare figure professionali adeguate alle esigenze del mondo contemporaneo in rapida evoluzione, come evidenziato dall'impatto dell'informatica nell'ambito dei servizi catalografici.</p>
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            <item>Library science</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.19<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0488-0.19" /></p>
      <div><head>14. La preparazione professionale dei bibliotecari a livello universitario (1981)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mezzo secolo fa, nell’ambito del «Primo Congresso mondiale delle biblioteche e di bibliografia» (Roma - Venezia, 15-30 giugno 1929)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-006">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> un’apposita sezione (undicesima) fu riservata all’istruzione professionale dei bibliotecari. Data la sua importanza, quell’incontro internazionale resta un punto di riferimento preciso che non può essere ignorato allorché si vuole affrontare un discorso serio di verifica della situazione attuale in vista di programmi per il futuro. Ebbene, due in particolare sono i punti emergenti dagli atti di quel consesso mondiale che vanno ricordati: primo, la sezione undicesima fu una delle poche che chiuse i lavori senza una risoluzione finale; secondo, per l’Italia si parlò dell’università in rapporto all’insegnamento della filologia, della storia, della paleografia (greca, latina, ebraica), anche della bibliografia, ma avendo cura sia di minimizzare il compito di «preparazione professionale» spettante all’università (Aristide Calderini)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-005">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> sia di attribuire la «formazione pratica» dei bibliotecari «alla biblioteca stessa» (Carlo Battisti)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-004">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Posta la questione dai professori universitari su tale binario, fu facile ad un’autorevole bibliotecaria dell’epoca (Maria Ortiz)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-003">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> mettere in dubbio l’efficacia dell’insegnamento teorico «impartito dalla cattedra, </hi><hi rend="italic">da laici</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle biblioteche» (la sottolineatura è nell’originale) e conseguentemente instradare il convoglio della preparazione professionale verso il capolinea della biblioteca considerata il solo luogo deputato per una «scuola pratica di formazione». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non c’era, dunque, bisogno di una risoluzione finale visto che si volevano lasciare le cose come stavano, ma va notato che in seguito neppure si fece quella </hi><hi rend="italic">biblioteca-modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> ipotizzata dalla Ortiz e destinata ad essere scuola pratica per i giovani bibliotecari, i quali – pur chiamandosi così e lavorando in biblioteche – sono stati sempre più assimilati a semplici impiegati senza reclutamento selettivo su base tecnica e senza successiva «formazione pratica» che non sia quella ripetitiva della routine quotidiana. Di qui un’attività per lo più a livello di mestiere senza richiesta di professionalità, la quale fra l’altro implica coscienza critica, capacità di valutazione dei risultati nonché di progettazione e correzione dei programmi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A cinquant’anni di distanza la situazione non è certo migliorata nel nostro paese, dal momento che oltre a non essere state attivate scuole pratiche si è deteriorata altresì la preparazione culturale di base a livello sia medio che universitario. Dovendo però continuare ad acquisire personale per le biblioteche, si è abbassato via via il livello di selezione (fenomeno generale, del resto, sul piano nazionale) rinunciando a richiedere sia specifica preparazione culturale in fase di reclutamento sia capacità attitudinali ed effettiva esperienza gestionale nel successivo svolgimento di carriera. In sostanza, si è rinunciato a qualsiasi forma di preparazione – teorica e pratica – parificando la biblioteca a mediocre ufficio amministrativo: così non può sorprendere che oggi possa venire affidata la direzione di una grossa biblioteca storica a persona scarsa, o anche priva, di preparazione ad indirizzo classico, o che il servizio bibliotecario in istituti e facoltà scientifiche debba, di fatto, venire curato da persone in possesso di laurea in materie letterarie, molto più spesso di semplice diploma secondario (maestro, ragioniere, </hi><hi rend="italic">et similia</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un approccio problematico alla questione bibliotecaria in Italia, quindi, può essere questo: l’Università ha rinunciato finora a dare sistematicamente una preparazione professionale mentre le biblioteche non l’hanno sollecitata, a volte anzi l’hanno rifiutata esplicitamente riservandosene la competenza secondo una tradizione postunitaria, anche legislativa, mai attuata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Occorre chiedersi, innanzitutto, se sia possibile continuare su questa strada e quali siano in prospettiva le conseguenze. Al riguardo non è necessario citare le osservazioni negative espresse anche da bibliotecari e studiosi stranieri di fronte allo scarso coefficiente di efficacia del nostro servizio bibliotecario (vale a dire di fronte allo scarto enorme che esiste fra quantità/importanza della documentazione primaria conservata e possibilità di individuazione/recupero della medesima da parte del lettore) perché ciò rientra nella nostra esperienza quotidiana. È una condizione questa gravemente limitativa del «diritto allo studio» non solo degli studenti ma altresì dei docenti: risultano, cioè, inadeguati gli strumenti di ricerca e di studio a tutti i livelli. Sappiamo che gli studiosi più seri sono costretti a frequentare periodicamente biblioteche straniere a fini di aggiornamento. L’attuale situazione, perciò è assolutamente insostenibile; ma quali possono essere i rimedi se si constata che nella riforma universitaria</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, in qualche modo ora avviata, è del tutto ignorato il problema dell’organizzazione bibliotecaria a servizio della ricerca e della didattica?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vediamo allora che cosa si debba intendere per servizio bibliotecario. Uso questa espressione proprio per evidenziare la differenza fra il concetto dinamico e sistematico, presente già nei secoli passati e fiorito in pieno nel Settecento, rispetto alla funzione statica della biblioteca assorbita preminentemente da compiti di conservazione prevalsi nel secolo scorso. In realtà a tale involuzione corrispose altresì un progressivo distacco fra le due istituzioni culturali, scuola e biblioteca, il cui rapporto di complementarità funzionale era stato invece alla base delle fondamentali realizzazioni che caratterizzarono le riforme settecentesche nel nostro paese. Basta guardarsi attorno: la maggior parte delle attuali biblioteche di alta cultura, cui dobbiamo rivolgerci per la ricerca, risalgono a quell’epoca. Dopo si è andato approfondendo il solco fra le cosiddette due culture, a livello soprattutto di strumentazione e accessibilità sia documentaria che informativa. Sospinta dalle esigenze della produzione industriale la ricerca scientifica si è data, nel settore privato più ancora che in quello pubblico, strutture nuove e strumentazione aggiornata. Nel campo delle scienze umane università e biblioteca si sono rinchiuse sempre più in circuiti separati, indipendenti: la causa principale risale all’assenza di un’organica politica culturale del nuovo stato unitario soprattutto riguardo alle biblioteche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione, perciò, non può essere posta né tantomeno risolta in termini puramente tecnici: è un problema innanzitutto di efficienza culturale, quindi di politica culturale. Si tratta, cioè, di stabilire con esattezza quali scopi debbono essere perseguiti dalle istituzioni prima fra tutte l’università: ma è proprio ciò che il paese non riesce a fare, paralizzato in una crisi gravissima che tutti stiamo dolorosamente vivendo. Se questo è il quadro reale in cui ci troviamo ad agire, è chiaro che non può essere sufficiente una iniziativa unilaterale pur se è tempo ormai di rompere il circolo vizioso in cui ci si trova irretiti da più di un secolo: l’università non dà una qualificazione professionale, ma le amministrazioni pubbliche non la richiedono nell’assumere il personale per le biblioteche. Da dove cominciare?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Osserviamo intanto che l’università ha continuato a curare la preparazione culturale, paleografica e filologica, indispensabile per l’attività propria dei cosiddetti conservatori di manoscritti: ma ciò interessa un’area del servizio bibliotecario assai limitata per quanto importante, la stessa cui indirizza di preferenza l’unica Scuola speciale per bibliotecari oggi attiva in Italia, quella dell’Università di Roma (Facoltà di Lettere) caratterizzata forse ancora da un orientamento culturale di tipo giuridico-archivistico più che di vera formazione professionale; inoltre essa è aperta ai soli laureati o studenti in lettere e giurisprudenza. D’altra parte i normali insegnamenti di «Biblioteconomia e Bibliografia» (annuali), inseriti esclusivamente in corsi di laurea in materie letterarie o pedagogiche, non possono avere che funzione culturale e propedeutica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un primo cambiamento di fondo s’impone a questo livello: l’università deve proporsi, secondo l’esempio dei paesi anglosassoni, di sviluppare un’attività di ricerca scientifica, teorica ed applicata, nel campo della biblioteconomia non coltivata isolatamente ma entro un programma interdisciplinare che collochi il servizio bibliotecario nell’ambito più complesso della scienza della documentazione e dell’informazione nonché della relativa tecnologia. È assurdo che si continui a riguardare Biblioteconomia e Bibliografia come discipline che interessano soltanto il settore storico-letterario: è una visione limitata e deviante, determinata dalla tradizione ottocentesca, che risulta sempre più inadeguata di fronte all’incremento di richieste registratosi negli ultimi decenni anche nel settore scientifico e industriale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A mio avviso l’Università deve affrontare innanzitutto il suo compito specifico di preparare ricercatori e docenti: ciò significa elaborare i fondamenti teorici, la documentazione storica, la sperimentazione tecnica e nello stesso tempo formare specialisti in grado di portare avanti sia la ricerca che la formazione dei bibliotecari ai diversi livelli. Sono compiti questi che non è possibile attuare entro un qualsiasi corso di laurea, che si possono assolvere adeguatamente soltanto in corsi pluriennali </hi><hi rend="italic">post lauream</hi><hi rend="CharOverride-1">, al grado di perfezionamento. Ai fini di un livello professionale occorre, infatti, prima una preparazione culturale approfondita quale può conseguirsi in un corso di laurea; inoltre, un bibliotecario – almeno a livello direttivo – deve aver conseguito la laurea nel settore delle discipline specifiche rispetto all’area culturale servita dalla biblioteca in cui dovrà lavorare; tanto per intenderci, non serve un laureato in lettere per la biblioteca di una facoltà di medicina, né un laureato in farmacia per una biblioteca di pubblica lettura.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I corsi di perfezionamento possono, e debbono, accogliere laureati di ogni settore se si vogliono preparare bibliotecari in grado di rispondere alle esigenze diverse dei vari tipi di biblioteche o anche di sezioni particolari in grandi biblioteche di carattere generale (si pensi a fondi di opere in lingue orientali o a fondi scientifici di particolare valore esistenti, per esempio, in qualche nostra biblioteca nazionale, e in più casi non ordinati per mancanza di esperti). Inoltre i corsi di perfezionamento possono accogliere anche bibliotecari già in servizio che intendono aggiornare ed approfondire la propria preparazione tecnica. Questa impostazione è adottata, da quasi un decennio, nel Corso di perfezionamento in biblioteconomia dell’Università di Parma (Facoltà di Magistero).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La dimensione tecnica è l’altro aspetto della questione e richiede alcune precisazioni indispensabili. Semplificando possiamo dire che si tratta della attività di laboratorio, cioè dell’applicazione pratica dei princìpi e delle tecniche apprese in via teorica. Tale applicazione, però, non può avvenire in forme di semplice simulazione, vale a dire fuori della realtà effettiva del servizio bibliotecario alle quali sono finalizzate: ciò per quel principio fondamentale, spesso purtroppo trascurato, che la biblioteca è in funzione del pubblico. L’organizzazione, le tecniche, l’attività operativa della biblioteca può realizzarsi efficacemente soltanto nel concreto rapporto col lettore visto come il fine del servizio stesso, per cui l’applicazione tecnica deve attuarsi nell’ambito di una biblioteca funzionale. In altre parole, diciamo che la preparazione professionale non può essere completa ed efficace senza un adeguato tirocinio di servizio pratico che consenta applicazione nei vari – almeno in diversi – momenti del servizio stesso. Qui troviamo l’indispensabile completamento tra parte teorica e pratica, ma per attuarlo si richiede una collaborazione coordinata fra scuola e biblioteca, cioè fra Università e Amministrazione pubblica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una preparazione esclusivamente teorico-scientifica, data dall’università, sarebbe insufficiente al momento dell’inserimento operativo, così come una preparazione soltanto pratica porta al rischio di finalizzare le tecniche all’ordinamento interno della biblioteca vista come realtà innanzitutto amministrativo-burocratica capace di esistere per se stessa. La biblioteca, invece, </hi><hi rend="italic">diventa tale soltanto quando si realizza come servizio</hi><hi rend="CharOverride-1">, quando non solo raccoglie ma organizza e rende accessibile documentazione e informazione al suo pubblico nella maniera più efficace. Perciò ritengo che non bastino iniziative unilaterali, neppure dell’università, quando si tratta di formazione professionale. Il problema si risolve da sé nei casi di persone già in servizio in biblioteche, e questo può avvenire solo nei corsi di perfezionamento o nelle scuole speciali, se si è d’accordo che per fare davvero scuola la frequenza è irrinunciabile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questi criteri sono alla base del corso di perfezionamento di Parma dove è richiesta anche un’esperienza pratica di tirocinio prestato in una biblioteca aperta al pubblico e concordato fra scuola e biblioteca. A mio avviso è una formula indispensabile, però mi rendo ben conto delle notevoli difficoltà che si presentano quando si pensi di istituzionalizzarla su un piano generale. Conosciamo la situazione in altri paesi: in Francia l’École nationale supérieure de bibliothécaires costituisce l’anticamera obbligata per entrare nelle biblioteche statali; in Germania e Danimarca le scuole preparatorie, collegate in forme diverse all’Università, hanno una durata anche di quattro anni; in Inghilterra si afferma sempre più la preparazione pluriennale universitaria, a livello dipartimentale, rispetto a quella controllata dall’associazione di categoria. Non penso certo di proporre qui una soluzione preconfezionata: credo sia questo il problema di fondo da studiare, da discutere tenendo conto delle esperienze passate o in atto; ma va discusso a livello di politica culturale delle istituzioni, fra Università e Amministrazione pubblica, poiché solo con la volontà di entrambe le parti e in forme di stretta collaborazione può essere trovata una soluzione positiva che richiederà precise innovazioni legislative.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è un altro aspetto della preparazione tecnica sul quale occorre soffermarsi perché va soggetto facilmente ad equivoci: mi riferisco alla funzione </hi><hi rend="italic">strumentale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della tecnica all’interno del servizio bibliotecario. Può sembrare osservazione ovvia, ma non lo è data l’inversione fra mezzi e fini che spesso si verifica anche in questo settore, come in tanti altri della nostra vita sociale, ed è una delle cause di fondo del deterioramento e dell’inefficienza crescente delle istituzioni. Voglio dire che scopo della preparazione professionale non è, non deve essere, il semplice apprendimento di determinate tecniche bensì la capacità di gestire un determinato servizio, quello bibliotecario nel nostro caso. Una capacità critica, cioè, che consenta di organizzare ed effettuare il servizio a livelli di maggiore efficacia ed efficienza possibile. Tale capacità può raggiungersi attraverso la conoscenza, a livello scientifico, sia degli obiettivi da perseguire sia delle tecniche disponibili: circa l’impiego di queste ultime l’operatore dovrà fare scelte precise, funzionali, adottando quelle che possano dare risultati ottimali. Ancora una volta, cioè, bisogna sottolineare che la semplice conoscenza o abilità di impiego di una strumentazione tecnica non è sufficiente per costituire un livello professionale; in altre parole non basta una semplice abilità pratica, di mestiere. Il discorso vale ancor più, anzi risulta forse più chiaro, se lo si applica alle cosiddette tecniche avanzate, quelle cioè che si valgono dell’uso dell’elaboratore elettronico. Ci si accorge, infatti, che proprio l’impiego di tecnologia sofisticata risulta ottima occasione per mettere in luce le deficienze dell’attuale situazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’elaboratore elettronico è anch’esso uno strumento impiegato per raggiungere certi risultati, nella fattispecie per rendere accessibile e disseminare l’informazione primaria e secondaria: esso è in grado di accrescere in maniera notevole l’efficacia della funzione di ricupero dell’informazione. Ma è chiaro che la potenzialità da esso posseduta si realizza in proporzione diretta all’articolazione programmatica che il bibliotecario ha saputo dare ai servizi della biblioteca; come dire che l’output è strettamente condizionato dall’input.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veniamo ad un caso pratico: per servirsi dell’elaboratore elettronico il bibliotecario deve conoscere le tecniche della catalogazione, soggettazione e classificazione altrettanto bene che se compilasse un catalogo tradizionale a mano. Le operazioni, cioè, di analisi del documento restano inalterate anzi possono richiedere un maggiore impegno al fine di poter dare risposte più specifiche. Sappiamo, ad esempio, che il programma </hi><hi rend="italic">KWIC-Index</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> è uno dei più semplici e non richiede particolare analisi da parte dell’operatore, ma sappiamo altresì che trattandosi di elaborazione di parole chiave, a basso grado di specificità, esso risulta utile solo in alcuni casi e settori particolari cosicché non è assolutamente adatto per biblioteche di carattere generale o di pubblica lettura. Non è certo però l’elaboratore, e neppure il tecnico che lo programma, a dover decidere l’opportunità di impiego del KWIC o di altro programma bensì il bibliotecario, il quale deve essere ben consapevole, appunto, della sensibile differenza che passa fra parole chiave e soggetti. Ma la soggettazione e classificazione, a loro volta, richiedono analisi dei documenti che possono essere fatte correttamente soltanto da chi abbia avuto una specifica formazione culturale relativa alla </hi><hi rend="CharOverride-1">specializzazione della biblioteca (o di un settore di essa), in secondo luogo una precisa conoscenza delle relative tecniche. L’impiego dell’elaboratore elettronico darà quindi risultati di efficacia proporzionali al grado di preparazione posseduta dal bibliotecario ai due livelli summenzionati; tale preparazione tecnico-scientifica può essere acquisita solo in corsi professionali di livello superiore ed è indipendente, sul piano strutturale, dal tipo di strumentazione che il bibliotecario potrà impiegare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fermo restando l’assioma che la biblioteca è in funzione esclusivamente del lettore e delle sue richieste, sarebbe grave errore pensare che basti l’impiego della «macchina» per ottenere che le nostre biblioteche, vecchie e nuove, rispondano di punto in bianco a tali richieste: un bibliotecario cui manchino le capacità, attitudinali e professionali, di organizzare una biblioteca nei modi tradizionali non sarà in grado di farlo bene neppure con l’ausilio di tecniche avanzate. Istituzionalmente, infatti, la biblioteca da sempre è stata il servizio di raccolta e organizzazione di documentazione libraria con impiego della memorizzazione dell’informazione (i cataloghi) che consente al lettore il ricupero della documentazione stessa. Le tecniche avanzate consentono di ridurre enormemente i tempi di memorizzazione e di ricupero, oltre ad offrire la disponibilità di un più ampio ventaglio di indicizzazioni. Perciò, oggi, è necessario che la preparazione professionale dei bibliotecari comprenda anche la conoscenza di tale tecnologia: ciò comporta che alla biblioteconomia vengano affiancate le tecniche della documentazione e dell’informazione al fine di stabilire un’apertura interdisciplinare ottenibile soltanto col superamento degli steccati che tuttora separano fra loro le Facoltà, a volte persino Istituti di una stessa Facoltà.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’università può fare molto, a nostro avviso, in questa prospettiva di razionalizzazione e ammodernamento: intanto può cominciare a razionalizzare le proprie biblioteche e ad accentrarne i servizi interni a vari livelli, pretendendo che esse rispondano in maniera soddisfacente alle richieste di tutti i potenziali lettori, studenti e ricercatori. Ma condizione indispensabile per far questo, ovviamente, è l’impiego di bibliotecari professionalmente preparati ai quali venga affidata la responsabilità tecnica del servizio. E qui, allora, l’università deve decidere come e da chi, in quali forme e con quali mezzi, debba essere realizzata tale preparazione: è un problema questo che la riguarda da vicino e condiziona sensibilmente – al suo interno – l’efficienza stessa della ricerca e della didattica oltre che l’attuazione concreta del diritto allo studio.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Luigi Balsamo, “La preparazione professionale dei bibliotecari a livello universitario,” </hi><hi rend="italic">Accademie e Biblioteche d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> XLIX, 1 (1981): 14-20.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. contributo 11, nota 3. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Aristide Calderini (1883-1968), archeologo ed epigrafista, fu docente di storia romana presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e bibliotecario presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano. Dal 1954 al 1960 fu presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. contributo 11, nota 6. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Cfr. contributo 11, nota 2. [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Si vedano le riflessioni espresse da Balsamo nella parte iniziale del contributo 11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il riferimento è al pacchetto di riforme introdotto dal DPR 11 luglio 1980, n. 382 (Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica). [N.d.C.]</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP10165_xml_26_161-167.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un Indice KWIC (acronimo di KeyWord In Context, «parola chiave in un contesto») è un elenco realizzato con un apposito applicativo e ordinato in base alle parole chiave presenti nei singoli documenti; le singole parole non compaiono isolate ma vengono presentate insieme altre del contesto di cui fanno parte, allo scopo di rendere possibile una migliore comprensione del loro significato. [N.d.C.]</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Luigi Balsamo</p><p rend="editorial_metadata_author">Alberto Salarelli, University of Parma, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">alberto.salarelli@unipr.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-7352-1702</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Luigi Balsamo, <hi rend="italic">La preparazione professionale dei bibliotecari a livello universitario (1981),</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0.19</ref>, in Luigi Balsamo, <hi rend="italic">Scritti di biblioteconomia</hi>, edited by Alberto Salarelli, pp. -8, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0488-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0488-0</ref></p></div>
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