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        <title type="main" level="a">Riccardo Del Punta: un illuminista radicale</title>
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            <forename>Marzia</forename>
            <surname>Barbera</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Brescia, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Trasformazioni, valori e regole del lavoro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0507-8</idno>) by </resp>
          <name>William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay starts from some of Riccardo Del Punta's writings to show how , in its author's view, he was a "radical Enlightenment thinker,” torn between passion and doubt. The passion that nourished all of Del Punta's work was his humanistic passion for a classically radical liberalism, one that places at its center values that embody modern citizenship and egalitarianism: individual freedom, secularism, democratic politics, freedoms of thought and the press. These values are continuously crossed by doubt, which is cultivated as a choice of method, in an anti-ideological function. But they are also to be unyieldingly defended when under attack, as good ideals in themselves, not bound to a particular era (modernity) or cultural identity (the Western one). In that lies the “inflexible meekness” of our unforgettable friend and colleague.</p>
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            <item>Radical enlightenment</item>
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            <item>method</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.07" /></p>
      <div><head>Riccardo Del Punta: un illuminista radicale</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Marzia Barbera</hi></p><div><head><hi>1. Una questione di metodo</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’importanza che Riccardo Del </hi><hi rend="CharOverride-1">Punta attribuiva al metodo è provata dalla circostanza che egli, </hi><hi rend="CharOverride-1">in uno dei suoi saggi più impegnativi e importanti, </hi><hi rend="italic">L’</hi><hi rend="italic">economia e le ragioni del diritto del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblicato nel </hi><hi rend="CharOverride-1">2001 sul </hi><hi rend="italic">DLRI</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3 sgg., affronta la questione dell’identità </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto del lavoro e della sua crisi, allora conclamata, proponendo di tornare al metodo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="CharOverride-1">metodo giuridico che si pratica, si sa, ha molto a </hi><hi rend="CharOverride-1">che fare con la concezione del diritto e della funzione </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto che si professa. Se il metodo, semanticamente, rinvia </hi><hi rend="CharOverride-1">alla «via per giungere a un determinato luogo o scopo» (</hi><hi rend="CharOverride-1">si veda </hi><hi rend="italic">Enciclopedia Treccani</hi><hi rend="CharOverride-1">), è a quel luogo e a </hi><hi rend="CharOverride-1">quello scopo che si deve guardare se si vuol comprendere </hi><hi rend="CharOverride-1">perché si segue un certo procedimento e si utilizzano certe </hi><hi rend="CharOverride-1">tecniche. Per scoprire quale siano il «luogo» e lo «scopo» </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui tende Riccardo il lettore non ha bisogno di arrivare alle pagine</hi><hi rend="CharOverride-1"> conclusive del saggio, dove egli chiarisce in cosa consista a</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo parere «la giustificazione» del diritto del lavoro. Già all</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio del ragionamento, infatti, l’autore precisa che compito del</hi><hi rend="CharOverride-1"> giurista è difendere l’identità della materia, la sua </hi><hi rend="italic">normatività</hi><hi rend="italic">, </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto alle pretese egemoniche di altre scienze sociali, in primo </hi><hi rend="CharOverride-1">luogo l’economia, in virtù della tendenza di questa a </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformarsi anch’essa da sapere descrittivo in sapere normativo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, </hi><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="italic">normatività </hi><hi rend="CharOverride-1">di cui parla Riccardo non ha nulla di </hi><hi rend="CharOverride-1">formalistico e dogmatico. Semmai, rinvia a un paradigma, proprio del </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto del lavoro, in cui il diritto ha, da una </hi><hi rend="CharOverride-1">parte «una comunicazione particolarmente ravvicinata» con i valori, dall’altra «</hi><hi rend="CharOverride-1">un’apertura cognitiva» verso l’esterno e le scienze che elaborano il sapere</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale. E poiché la razionalità del diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una razionalità di sintesi, che assorbe quella economica in</hi><hi rend="CharOverride-1"> una razionalità di sintesi più ampia, egli precisa, la </hi><hi rend="italic">libert</hi><hi rend="italic">à</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la </hi><hi rend="italic">responsabilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del giurista consistono proprio nella possibilità di ritenere preferibile</hi><hi rend="CharOverride-1">, con onere di adeguata motivazione, una soluzione basata sulla prevalenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> di valori non economici (come l’equità, l’eguaglianza, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> solidarietà, la salute e la sicurezza, la dignità, la libertà</hi><hi rend="CharOverride-1">), così come di optare per la soluzione più efficiente (poiché anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’efficienza è un valore e non vi è necessariamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> contraddizione, come spesso si ritiene, fra efficienza e diritti).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Resta</hi><hi rend="CharOverride-1"> fermo, tuttavia, che questa libertà non è uno «spazio libero</hi><hi rend="CharOverride-1">», per dirla con Gaber, uno dei molti punti di riferimento culturali di Riccardo, di cui parlerò ancora più</hi><hi rend="CharOverride-1"> avanti. Esiste, infatti, nel rapporto di lavoro una condizione di,</hi><hi rend="CharOverride-1"> disparità di potere che rende necessario considerare indisponibili taluni beni</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui pure il lavoratore è titolare, così come esiste</hi><hi rend="CharOverride-1"> un «nucleo intoccabile» di beni fondamentali, di natura sovraindividuale, scisso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla condizione di lavoratore subordinato, anzi di lavoratore </hi><hi rend="italic">tout court</hi><hi rend="CharOverride-1"> e legato alla sua condizione di cittadino, che non pu</hi><hi rend="CharOverride-1">ò comunque essere sacrificato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra le premesse e la conclusione del discorso si dipana un percorso </hi><hi rend="CharOverride-1">di indagine che ci dà l’idea di cosa Riccardo </hi><hi rend="CharOverride-1">intenda per metodo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In primo luogo, egli intende apertura dialogica </hi><hi rend="CharOverride-1">ad altri saperi nella misura in cui questi ci avvicinano </hi><hi rend="CharOverride-1">alla conoscenza della realtà e possono insegnare al diritto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro qualcosa di più sulla sua stessa materia, in particolare, </hi><hi rend="CharOverride-1">possono insegnare che anche il lavoratore è un individuo che </hi><hi rend="CharOverride-1">possiede capacità di scelta razionale. Ma questo apprendimento deve avvenire </hi><hi rend="CharOverride-1">senza soggezione intellettuale, perché anche il diritto del lavoro può, </hi><hi rend="CharOverride-1">a sua volta, insegnare qualcosa agli altri saperi. In particolare,</hi><hi rend="CharOverride-1"> può insegnare che la rappresentazione del mercato come un luogo naturale di incontro di </hi><hi rend="CharOverride-1">comportamenti economici egualmente liberi è una pura rappresentazione, perché anche </hi><hi rend="CharOverride-1">il mercato è un luogo artificiale, prodotto dalle istituzioni che </hi><hi rend="CharOverride-1">lo regolano; e che la capacità di scelta del lavoratore </hi><hi rend="CharOverride-1">spesso (ma non </hi><hi rend="italic">sempre</hi><hi rend="CharOverride-1">) è solo virtuale, perché si situa </hi><hi rend="CharOverride-1">all’interno di una relazione di soggezione e di dominio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In secondo luogo, per metodo egli intende ancoraggio dell’analisi ai valori, sia pure concepiti non come valori assoluti </hi><hi rend="CharOverride-1">e definiti una volta per tutte, ma sottoposti anch’essi </hi><hi rend="CharOverride-1">al vaglio della ragione, proiettati nel dibattito pubblico, visto come </hi><hi rend="CharOverride-1">spazio di comunicazione deliberativa alla Habermas, e che non vanno </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto «dimostrati», quasi fossero leggi della fisica, ma «argomentati».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fra questi due livelli del discorso si situa la </hi><hi rend="CharOverride-1">padronanza della tecnica giuridica, vista proprio come ferro del mestiere, </hi><hi rend="CharOverride-1">come esercizio pratico e strumentale di un’arte, appresa nei </hi><hi rend="CharOverride-1">lunghi anni di apprendistato alla scuola di Pera e coltivata </hi><hi rend="CharOverride-1">poi per tutta la vita anche nell’esercizio della professione </hi><hi rend="CharOverride-1">e, per un breve periodo e con obiettivi questa volta </hi><hi rend="CharOverride-1">strumentali a un fine pubblico, nella politica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi preme chiarire </hi><hi rend="CharOverride-1">due aspetti del metodo di Riccardo: il fatto che i </hi><hi rend="CharOverride-1">valori non siano mai presentati come valori assoluti non è </hi><hi rend="CharOverride-1">espressione né di soggettivismo né di relativismo, ma semmai di </hi><hi rend="italic">rifiuto dell’ideologia</hi><hi rend="CharOverride-1">; il fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">che i valori siano plurali non significa che non si </hi><hi rend="CharOverride-1">dichiari una preferenza, direi una </hi><hi rend="italic">passione</hi><hi rend="CharOverride-1">, per uno di essi, </hi><hi rend="CharOverride-1">e in particolare per il valore della libertà, in quanto come </hi><hi rend="CharOverride-1">capacità di essere </hi><hi rend="italic">soggetto </hi><hi rend="CharOverride-1">della propria vita.</hi></p></div><div><head><hi>2. Oltre il </hi><hi>metodo: un illuminista radicale, diviso tra passione e dubbio.</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tenterò </hi><hi rend="CharOverride-1">di spiegare perché ritengo che gli aspetti che ho appena nominati abbiamo fatto di Riccardo </hi><hi rend="CharOverride-1">un illuminista radicale, diviso tra passione e dubbio.</hi></p><div><head><hi rend="italic">La passione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche in questo caso vorrei servirmi delle sue parole, perché </hi><hi rend="CharOverride-1">non voglio fargli il torto, ingiusto e irreparabile, </hi><hi rend="CharOverride-1">di fargli dire cose che non può più smentire di </hi><hi rend="CharOverride-1">aver detto. Mi avvalgo, perciò, di tre scritti apparentemente minori </hi><hi rend="CharOverride-1">ma che, invece, a mio parere, ci dicono molto su </hi><hi rend="CharOverride-1">come Riccardo abbia costruito il suo panorama intellettuale. Un panorama </hi><hi rend="CharOverride-1">solo apparentemente eclettico, anche se è questa la qualità che </hi><hi rend="CharOverride-1">egli dice esser propria del giuslavorista, e segnato invece da </hi><hi rend="CharOverride-1">una grande coerenza, da domande e risposte a cui egli </hi><hi rend="CharOverride-1">continua a tornare, con maggior chiarezza e consapevolezza a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dal torno di secolo, che deve aver segnato anche un </hi><hi rend="CharOverride-1">torno della sua vita, una sorta di liberazione, cercata o </hi><hi rend="CharOverride-1">subita, da legami e vincoli che lo trattenevano dal seguire </hi><hi rend="CharOverride-1">pienamente la sua strada.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Comincio da un articolo del 2006, </hi><hi rend="CharOverride-1">“La passione non è spenta”,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in</hi><hi rend="italic"> FI</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2006, uno scritto d’occasione si </hi><hi rend="CharOverride-1">direbbe, in cui egli dialoga con un altro giurista, Andrea </hi><hi rend="CharOverride-1">Proto Pisani, sull’asserito tradimento politico-culturale che il diritto </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro avrebbe consumato nei confronti dei propri valori, alternativi a </hi><hi rend="CharOverride-1">quelli economici che ne avevano fatto un presidio dell’attuazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del disegno costituzionale, per cercare di convincerlo che non è </hi><hi rend="CharOverride-1">vero che «ogni passione è spenta» </hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_10_101-109.html#footnote-002">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È uno scritto dichiaratamente autobiografico, </hi><hi rend="CharOverride-1">dove l’Autore descrive le ragioni (di nuovo si torna </hi><hi rend="CharOverride-1">alle «ragioni» delle cose) della sua esperienza intellettuale ed emotiva.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quell’ esperienza, ci viene spiegato, ha poco a che fare </hi><hi rend="CharOverride-1">con la cultura politica di sinistra tradizionale. Il che non </hi><hi rend="CharOverride-1">gli ha impedito di riconoscere nella storia del movimento occidentale </hi><hi rend="CharOverride-1">«il capitolo forse più fulgido della storia dei due secoli trascorsi» e nell’insegnamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> marxiano «l’acre sapore della realtà». Tuttavia, Riccardo aggiunge, la sua attrazione</hi><hi rend="CharOverride-1">», la sua «passione» per il diritto del lavoro pescavano pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù nel profondo, e cioè nel suo istintivo liberalismo. Occorre cercare con attenzione dove si situi questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto di contatto. Perché per alcune pagine l’autore ci</hi><hi rend="CharOverride-1"> guida in alcuni spunti polemici contro il «pensiero unico», lavoristico</hi><hi rend="CharOverride-1"> oltre che economico, a favore di un pensiero aperto alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e orientato perciò, e qui torna ancora il richiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad Habermas, alla comunicazione, al compromesso, alla difesa della dignit</hi><hi rend="CharOverride-1">à umana, che aveva già illustrato in altri scritti. È solo verso la fine, dopo aver</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricordato la «costitutiva storicità» del diritto del lavoro e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> convinzione che esso debba saper accettare la sfida del rinnovamento</hi><hi rend="CharOverride-1">, che egli osserva che, se l’originario progetto lavoristico era stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> capace di animare forti passioni politiche e umane, tuttavia, «non</hi><hi rend="CharOverride-1"> ogni passione è spenta».</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Credo che anche nella longue duré</hi><hi rend="italic">e di un diritto del lavoro depurato da valenze «escatologiche» </hi><hi rend="italic">ma ancora in grado di farsi garante della condizione materiale </hi><hi rend="italic">degli uomini e delle donne che lavorano, si possa rintracciare </hi><hi rend="italic">la presenza di una meno rumorosa, ma non per questo </hi><hi rend="italic">meno vibrante, passione umanistica</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il liberalismo di Riccardo era dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">un liberalismo classicamente individualista. Il centro è la persona e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua innata dignità e volontà di autodeterminazione. Non so </hi><hi rend="CharOverride-1">se sarebbe potuto essere diverso da così.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eraclito ha scritto, </hi><hi rend="CharOverride-1">in un misterioso frammento, «ethos anthropoi daimon», il carattere è </hi><hi rend="CharOverride-1">il destino dell’uomo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Riccardo, diversamente da molti di noi, non si è </hi><hi rend="CharOverride-1">sentito mai «di casa» nella passione per il collettivo (la </hi><hi rend="CharOverride-1">contrattazione collettiva, ad esempio, lo attraeva come «fattore di regolazione», </hi><hi rend="CharOverride-1">meno come espressione di un’identità collettiva) e per l’</hi><hi rend="CharOverride-1">olistico (di qui la sua reinterpretazione in chiave individualistica dello stesso principio di eguaglianza) che ha accomunato molti </hi><hi rend="CharOverride-1">di noi, credo che ciò sia dovuto anche al fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">che egli è stato, essenzialmente, un solitario, spesso un tormentato. </hi><hi rend="CharOverride-1">La sua era una solitudine non narcisistica, anzi dolentemente consapevole </hi><hi rend="CharOverride-1">della fragilità dell’essere umano, soprattutto quando questo è attratto «</hi><hi rend="CharOverride-1">negli ingranaggi funzionali» dei sistemi economici. Di qui, credo anche </hi><hi rend="CharOverride-1">derivasse, in fondo, la sua passione per chi lavora e </hi><hi rend="CharOverride-1">per il diritto del lavoro, nel quale questa «attrazione», questo </hi><hi rend="CharOverride-1">«intrappolamento» dell’esistenza si esprime al massimo; ma anche il suo rifiuto di considerare, per </hi><hi rend="CharOverride-1">la stessa ragione, il lavoro come il fondamento costitutivo dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">essere umano. Il lavoro è la fonte del reddito, scriverà </hi><hi rend="CharOverride-1">più tardi, cioè condizione primaria di un’esistenza dignitosa, e </hi><hi rend="CharOverride-1">come tale va protetto; ma non definisce quella esistenza, né </hi><hi rend="CharOverride-1">nel bene (e di fatti Riccardo non ha mai creduto al </hi><hi rend="CharOverride-1">mito della superiorità etica del proletariato), né nel male (perché </hi><hi rend="CharOverride-1">chi lavora non è mai una persona totalmente alienata, residua </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre uno spazio di autodeterminazione). L’esistenza si definisce altrove </hi><hi rend="CharOverride-1">ed è sempre una vicenda soggettiva, unica e irripetibile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul </hi><hi rend="CharOverride-1">che cosa definisca o non definisca l’umano è difficile </hi><hi rend="CharOverride-1">trovare una risposta definitiva negli scritti di Riccardo. Non perché </hi><hi rend="CharOverride-1">manchino gli spunti in positivo, espressi in modo compiuto soprattutto nei suoi scritti sulle teorie delle </hi><hi rend="italic">capabilities,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> egli sviluppa al massimo la sua idea di </hi><hi rend="italic">soggettività, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché quelle stesse affermazioni sono continuamente attraversate dal dubbio.</hi></p></div><div><head><hi rend="italic">Il</hi><hi rend="italic"> dubbio</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La propensione al dubbio è un’altra precisa scelta</hi><hi rend="CharOverride-1"> metodologica di Riccardo e credo che nulla ne spieghi le</hi><hi rend="CharOverride-1"> ragioni meglio dello scritto che dà anche il nome a</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa sezione del Convegno: </hi><hi rend="italic">Sulle ali del dubbio (pensieri su</hi><hi rend="italic"> Giorgio Gaber, il lavoro e il mercato)</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicato su </hi><hi rend="italic">Lavoro e diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 2009.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Di che cosa va in cerca l’uomo</hi><hi rend="italic">? Che cosa lo affligge? Quale è la sua malattia, alla</hi><hi rend="italic"> quale neppure sa dare un nome?</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È difficile immaginare un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">incipit</hi><hi rend="CharOverride-1"> più solenne per una riflessione dedicata a un cantautore</hi><hi rend="CharOverride-1">. Eppure, un motivo c’è: Riccardo non aveva gli snobismi</hi><hi rend="CharOverride-1"> propri di molti intellettuali e non distingueva fra «cultura alta</hi><hi rend="CharOverride-1">» e «cultura bassa» (del resto, non lo hanno fatto neppure quelli che hanno attribuito a </hi><hi rend="CharOverride-1">Bob Dylan un Nobel per la letteratura); aveva, perciò, riconosciuto </hi><hi rend="CharOverride-1">in uno scrittore di canzoni un suo simile (del resto, </hi><hi rend="CharOverride-1">chi ha detto che «sono solo canzonette»?), perché lo riteneva </hi><hi rend="CharOverride-1">capace di porsi queste domande come le domande </hi><hi rend="italic">definitive, </hi><hi rend="CharOverride-1">non </hi><hi rend="CharOverride-1">meno di quanto non lo facesse egli stesso.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’attacco </hi><hi rend="CharOverride-1">alle risposte usuali che si danno a questa domanda nella «</hi><hi rend="CharOverride-1">cultura di sinistra» cui facevo riferimento prima questa volta è sferrato con</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolare durezza.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Nella stagione eroica dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’homme situé … era diffusa</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">l’idea che a determinare l’uomo fosse, primariamente, la</hi><hi rend="italic"> sua condizione economico-sociale. E che, pertanto, le risposte fondamentali</hi><hi rend="italic"> dovessero essere ricercate su quel terreno, tramite strategie di liberazione</hi><hi rend="italic"> facenti leva su soggettività espressive della Ragione emancipatrice.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">È altres</hi><hi rend="italic">ì risaputo quanto, da Marx in poi (ma con l’essenziale ascendenza hegeliana), il Lavoro – con </hi><hi rend="italic">l’inconfondibile maiuscola dell’ideologia – si sia proposto come </hi><hi rend="italic">protagonista </hi><hi rend="italic">assoluto del processo di emancipazione destinato a completare il risveglio </hi><hi rend="italic">illuministico. Un processo prefigurato tramite categorie di analisi che tendevano </hi><hi rend="italic">a dissolvere l’individuale nel collettivo, l’esistenziale nell’economico </hi><hi rend="italic">e nel sociale.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quello che lo attrae del teatro gaberiano </hi><hi rend="CharOverride-1">è anzitutto la demistificazione della dimensione economico-sociale; o meglio, «</hi><hi rend="CharOverride-1">di quelle sovrastrutture ideologiche, quando non scientemente ingannatrici» che promettevano che lì «dovesse materializzarsi l’epifania</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Liberazione».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quello che Gaber, ma qui è Riccardo stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> che parla, rimprovera alla tradizione marxista non sono tanto i</hi><hi rend="CharOverride-1"> tradimenti di quell’epifania consumati dal comunismo «reale», ma «l</hi><hi rend="CharOverride-1">’insostenibile semplicità di una certa rappresentazione della realtà sociale».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa «in sostenibile semplicità» ha un nome: ideologia.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">L’ideologia, si</hi><hi rend="italic"> sa, è uno dei dispositivi proiettivi più perfetti inventati dall</hi><hi rend="italic">’uomo per oggettivare la parte buona di se stesso, e ricavarne così, attraverso un banale gioco di specchi, un</hi><hi rend="italic">’indistruttibile auto-legittimazione. Il meccanismo, in fondo, è di un</hi><hi rend="italic">’imbarazzante semplicità: io credo, con passione e identificazione, in un</hi><hi rend="italic">’ideologia fautrice del bene, ergo io sono buono e, come</hi><hi rend="italic"> tale, moralmente migliore degli «altri», i barbari.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È possibile cos</hi><hi rend="CharOverride-1">ì comprendere perché Riccardo rifiuti l’idea delle virtù salvifiche del lavoro: è perché «</hi><hi rend="CharOverride-1">l’ideologia occidentale del Lavoro è stata – e per molti </hi><hi rend="CharOverride-1">versi tuttora è – uno di questi grandi dispositivi di purificazione»</hi><hi rend="CharOverride-1">. A questi dispositivi ci si può sottrarre coltivando, sistematicamente, il dubbio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se l’equazione fra lavoro e auto</hi><hi rend="CharOverride-1">-realizzazione personale è costitutiva dell’ideologia di cui si sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> nutriti l’Ottocento e il Novecento, è salutare riconoscere che</hi><hi rend="CharOverride-1"> «il lavoro è esso stesso una maschera, al riparo della</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale continuano a scatenarsi le pulsioni elementari del culto dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’immagine e del dominio sul prossimo». La stanchezza, velata di pietas, lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sguardo sui sistemi impersonali di alienazione e di dominio che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci determinano, «l’antropologia pessimistica» che Riccardo attribuisce a Gaber</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono anche le sue.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eppure.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Eppure, per Gaber come per</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riccardo, questo pessimismo si accende di bagliori di speranza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> persino di allegria. Una allegria magari insensata, «provata alle prime</hi><hi rend="CharOverride-1"> luci del mattino, lungo un’autostrada», quasi da ragazzi; un</hi><hi rend="CharOverride-1">’allegria che noi abbiamo intravisto talvolta dietro l’ironia (che era anche autoironia) del </hi><hi rend="CharOverride-1">nostro amico. La speranza, in questo caso, è l’altra </hi><hi rend="CharOverride-1">faccia dell’essersi allenati a vivere senza certezze, facendo però </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’incertezza la propria «leva di Archimede».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se niente è </hi><hi rend="CharOverride-1">certo, non lo è neanche l’Apocalisse. E allora perché non coltivare, al di là del dubbio, </hi><hi rend="CharOverride-1">se non del mistero, che ci accompagna, una resistenza </hi><hi rend="italic">tutta </hi><hi rend="italic">umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla disperazione?</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Il sogno, insomma, ma interamente spirituale ed </hi><hi rend="italic">umanistico, ed ormai al di là di qualsiasi costruttivismo sociale, </hi><hi rend="italic">di un «umanesimo nuovo», caratterizzato da un rinnovamento profondo dell’</hi><hi rend="italic">uomo e della sua capacità di abitare, in modo vitale ed autentico, questo mondo.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sia più tempo di lotte, Riccardo fa dire a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gaber perché è restio a usare per sé queste parole</hi><hi rend="CharOverride-1">; semmai, è tempo di </hi><hi rend="italic">nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotte.</hi></p></div></div><div><head><hi>3. Una «mitezza inflessibile</hi><hi>»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Riccardo fosse qui a questo punto credo che si aspetterebbe qualche obiezione da parte </hi><hi rend="CharOverride-1">mia, perché di certo non amava i discorsi apologetici. Non </hi><hi rend="CharOverride-1">intendo deluderlo neppure in questo dialogo a distanza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vorrei partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’osservazione che, per quanto egli parli di un «umanesimo </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo» e di nuovi ideali capaci di «ridarci le ali», </hi><hi rend="CharOverride-1">in verità l’umanesimo di Riccardo e gli ideali che </hi><hi rend="CharOverride-1">lo nutrono non hanno nulla di post-moderno o di «</hi><hi rend="CharOverride-1">postumo». Sono un umanesimo e degli ideali che si nutrono di un quadro di riferimento riconoscibile, il </hi><hi rend="CharOverride-1">quadro della </hi><hi rend="italic">modernità</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cui Jonathan Israel ha dato il </hi><hi rend="CharOverride-1">nome di «illuminismo radicale» (Israel 2011).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’illuminismo radicale di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui parla Israel è quello che sembrava aver vinto la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua battaglia contro il conservatorismo sociale e morale dell’illuminismo </hi><hi rend="CharOverride-1">moderato e aveva imposto, non soltanto in Europa e in </hi><hi rend="CharOverride-1">America ma anche in numerosi paesi asiatici come il Giappone e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’India (almeno in termini ordinamentali e istituzionali), i valori </hi><hi rend="CharOverride-1">che incarnano la cittadinanza e l’egualitarismo moderni: libertà di </hi><hi rend="CharOverride-1">sottoporre a critica qualsiasi sapere e qualsiasi convinzione; secolarismo; cultura </hi><hi rend="CharOverride-1">della libertà individuale; politica democratica; libertà di pensiero e di </hi><hi rend="CharOverride-1">stampa. Il suo universalismo, scrive ancora Israel, «risiede nell’affermazione </hi><hi rend="CharOverride-1">che tutti gli uomini hanno il medesimo diritto di ricercare </hi><hi rend="CharOverride-1">la felicità come credono, e di pensare e affermare ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che sembra loro opportuno».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Riccardo parla di una lotta «nuova» non è perché egli </hi><hi rend="CharOverride-1">ritenga che quei valori siano ideali superati, ma perché considera </hi><hi rend="CharOverride-1">che essi siano di nuovo sotto attacco.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per spiegare cosa </hi><hi rend="CharOverride-1">intendo parlerò dell’ultimo degli scritti cui facevo riferimento all’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio, uno scritto anch’esso eclettico, che non si occupa di diritto del lavoro e anzi neppure di diritto, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma di </hi><hi rend="italic">Terrorismo e modernità, </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblicato su </hi><hi rend="italic">Iride</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2006.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">una volta, lo spunto è la polemica con l’ortodossia </hi><hi rend="CharOverride-1">e la nuova ortodossia della cultura di sinistra. Ma ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">non deve sorprendere: erano quelli di sinistra i «fratelli separati» ai quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli interessava parlare, non certo quelli di destra. In questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> caso, l’obiettivo della sua critica è la tendenza a</hi><hi rend="CharOverride-1"> leggere nelle forme del terrorismo antioccidentale globale praticato dai movimenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> islamici estremisti un’ennesima manifestazione dell’«eccedenza occidentale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_10_101-109.html#footnote-001">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, detto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in modo più semplice la pretesa dell’Occidente di rappresentare</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’unico pensiero degno di questo nome. Secondo queste posizioni</hi><hi rend="CharOverride-1">, tale pretesa egemonica spiegherebbe, se non addirittura giustificherebbe, il ricorso</hi><hi rend="CharOverride-1">, come ultima risorsa, alla violenza inflitta o auto-inflitta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dissente in radice da queste analisi, per una serie di</hi><hi rend="CharOverride-1"> ragioni che non posso qui elencare per esteso. Mi soffermer</hi><hi rend="CharOverride-1">ò sulla ragione principale. Presi da eleganti discorsi post-moderni sul tramonto dei valori della </hi><hi rend="CharOverride-1">modernità, egli osserva, non ci siamo accorti che la questione-</hi><hi rend="CharOverride-1">chiave «pare rimanere quella di un illuminismo che sinora è </hi><hi rend="CharOverride-1">mancato, in società sature di religione e tradizione».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di quale </hi><hi rend="CharOverride-1">modernità e di quale illuminismo egli parli risulta a mano </hi><hi rend="CharOverride-1">a mano più chiaro col procedere delle argomentazioni. Di certo </hi><hi rend="CharOverride-1">non della modernità che si infiltra dal basso per un’</hi><hi rend="CharOverride-1">esportazione dei modelli occidentali capaci solo di intercettare «gli istinti materiali delle persone». O</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un illuminismo ottimista, alla Rousseau, che stenta a riconoscere</hi><hi rend="CharOverride-1"> i propri «nemici» e a combatterli. L’illuminismo di Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un illuminismo radicale perché comporta, come egli scrive, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> consapevolezza</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">…di quale potenziale rivoluzionario sia capace l’«individualistica» </hi><hi rend="italic">modernità, rispetto a società tenute insieme (quasi sempre, peraltro, a beneficio ultimo di oligarchie</hi><hi rend="italic"> autocratiche) da culture di stampo tradizionale, fondate su legami comunitari</hi><hi rend="italic">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ideali quali la libertà della donna e la piena separazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra chiesa e stato vanno difesi non soltanto perché sono</hi><hi rend="CharOverride-1"> costitutivi della nostra identità ma perché sono ideali buoni in</hi><hi rend="CharOverride-1"> sé, non vincolati necessariamente a un’epoca storica (la modernità</hi><hi rend="CharOverride-1">) o a un’identità culturale (quella occidentale). Il problema allora non </hi><hi rend="italic">se</hi><hi rend="CharOverride-1"> difenderli ma </hi><hi rend="italic">come.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui emerge la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «mitezza inflessibile» di Riccardo:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">…una cosa è difendersi attaccando </hi><hi rend="italic">e pensando di esportare </hi><hi rend="CharOverride-1">worldwide</hi><hi rend="italic"> i propri modelli, e altra </hi><hi rend="italic">è difendersi, altrettanto inflessibilmente e anche con la forza ove necessario, ma in</hi><hi rend="italic"> nome di una strategia consapevole e rispettosa dell’esistenza dell</hi><hi rend="italic">’«altro», e come tale moralmente titolata a prospettare, se non</hi><hi rend="italic"> altro nel medio termine, nuove alleanze, improntate ad un universalismo</hi><hi rend="italic"> culturalmente sostenibile.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sostenibilità, vale a dire il bilanciamento, </hi><hi rend="CharOverride-1">il compromesso o, di più, la complementarità e il reciproco </hi><hi rend="CharOverride-1">giovamento fra credenze e interessi diversi – ideali per così dire </hi><hi rend="CharOverride-1">«ausiliari» rispetto agli ideali di fondo – si sposano, nel pensiero di Riccardo, con la difesa inflessibile di </hi><hi rend="CharOverride-1">questi ultimi quando ad essere messa in forse è la </hi><hi rend="CharOverride-1">loro stessa esistenza. E ciò accade non solo quando l’</hi><hi rend="CharOverride-1">attacco è sferrato da fuori, dai nemici della modernità, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche dall’interno, da chi, proponendo una nuova ortodossia, ritiene </hi><hi rend="CharOverride-1">che non esistano sistemi universali di valori, ma che tutti </hi><hi rend="CharOverride-1">i sistemi siano egualmente validi e che l’attribuire superiorità ai </hi><hi rend="CharOverride-1">valori forgiati dall’Illuminismo sia sinonimo di eurocentrismo, elitarismo e mancanza di rispetto per l’altro. Sto usando</hi><hi rend="CharOverride-1"> qui le parole di Israel ma ho discusso abbastanza con</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riccardo di quelli che riteneva i cattivi frutti del multiculturalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> per ritenere che egli le avrebbe sottoscritto </hi><hi rend="italic">in toto </hi><hi rend="CharOverride-1">o</hi><hi rend="CharOverride-1"> quasi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La carica liberatoria ed emancipatrice della rottura prodotta dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’illuminismo non si è persa, tanto che oggi vi è</hi><hi rend="CharOverride-1"> chi, come la filosofa spagnola Marian Garcés, parla di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> «nuovo illuminismo radicale» come antidoto alle nuove forme di credulit</hi><hi rend="CharOverride-1">à, e ai correlati effetti di dominio e come rifiuto dell’autoritarismo (Garcés 2019). Questa nuova forma di illuminimso è</hi><hi rend="CharOverride-1"> disponibile a farsi «contaminare» anche da altri approcci teorici e</hi><hi rend="CharOverride-1"> da altre concezioni di vita.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vien da chiedersi però fino</hi><hi rend="CharOverride-1"> a che punto posizioni come quelle di Riccardo siano invece disposte</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad accettare narrazioni diverse della modernità e del presente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> mia impressione è che la propensione al dubbio Riccardo l</hi><hi rend="CharOverride-1">’abbia coltivata all’interno di un orizzonte teorico e valoriale pronto a</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconoscere «l’esistenza dell’altro» ma meno disposto a farsene</hi><hi rend="CharOverride-1"> permeare. L’identità di cui egli parla è un’identit</hi><hi rend="CharOverride-1">à «inflessibile», nel nucleo di fondo. Ancora una volta, di carattere, egli era disposto a concedere molto alle ragioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli altri, e a conviverci. Ma era meno propenso a</hi><hi rend="CharOverride-1"> farle sue.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò spiega, forse, perché egli sia confrontato poco</hi><hi rend="CharOverride-1"> con altri paradigmi alternativi che si fondano su valori diversi</hi><hi rend="CharOverride-1"> da quelli che gli erano cari; vale a dire, comunità</hi><hi rend="CharOverride-1">; reti relazionali; eguaglianza (non come uniformità ma come riconoscimento e</hi><hi rend="CharOverride-1"> valorizzazione delle differenze personali e collettive); asimmetria del punto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vista normativo; attenzione agli effetti delle azioni in quanto spie</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle cause strutturali dei fenomeni. Questi valori indicano non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diversa concezione dell’eguaglianza, della libertà e del sé</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma fanno riferimento a una sorta di epistemologia parallela che corre sotterranea in</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutta la nostra cultura, non soltanto in quella giuridica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto antidiscriminatorio e il femminismo giuridico sono stati i campi</hi><hi rend="CharOverride-1"> privilegiati di osservazione della penetrazione nell’ordinamento giuridico di tali</hi><hi rend="CharOverride-1"> valori, ma sono campi che sono stati frequentati poco anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle menti migliori del giuslavorismo italiano.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È possibile, allora, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’idea di lavoro che ci viene proposta da Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> manchi qualcosa di essenziale perché si stenta ad ammettere che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro esiste una dimensione comunitaria, relazionale e di potere</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ne fa di necessità, e non solo in senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> costruttivo ma anche in senso distruttivo, una componente essenziale dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’identità della persona</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_10_101-109.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Resta per questo non risolta, di </hi><hi rend="CharOverride-1">fondo, la questione del potere; questione che Riccardo si è </hi><hi rend="CharOverride-1">posto con insistenza ma che l’adozione da parte sua del principio neo-repubblicano del non </hi><hi rend="CharOverride-1">dominio in quanto principio che riguarda, indifferentemente, «la libertà di </hi><hi rend="CharOverride-1">ognuno rispetto a ciascun altro» non credo consenta di superare. </hi><hi rend="CharOverride-1">L’universalismo e l’individualismo del principio portano a disconoscere </hi><hi rend="CharOverride-1">la specifica disparità di potere presente nelle relazioni di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e dunque la sottostante disparità economica, organizzativa e sociale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi </hi><hi rend="CharOverride-1">fermo qui nelle mie obiezioni, ma penso di sapere cosa </hi><hi rend="CharOverride-1">mi avrebbe risposto, sorridendo, Riccardo (e ancora una volta userò </hi><hi rend="CharOverride-1">le sue parole): va bene così, il disaccordo è salutare; «</hi><hi rend="italic">non </hi><hi rend="italic">è pensabile che una sola teoria sia capace di fondare </hi><hi rend="italic">l’intero diritto del lavoro»</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Garcés, M. 2019</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Il nuovo illuminismo radicale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nutrimenti: Roma.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Israel, J. 2011. U</hi><hi rend="italic">na rivoluzione della mente. L’illuminismo radicale e le origini intellettuali della </hi><hi rend="italic">democrazia moderna</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_10_101-109.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il titolo è ripreso da</hi><hi rend="CharOverride-1"> quello del libro </hi><hi rend="italic">Ogni passione spenta</hi><hi rend="CharOverride-1">, di Vita Sackville-West</hi><hi rend="CharOverride-1">, una storia di vite agiate ma convenzionali, a partire da</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella della vecchia signora che ne è protagonista, le cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> passioni sacrificate per rispondere alle aspettative degli altri e apparentemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> spente si risvegliano al tramonto della vita e le consentono</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ritrovarsi libera.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_10_101-109.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento, in particolare, è all’articolo di Franco Cassano dallo stesso titolo, pubblicato su </hi><hi rend="italic">DD</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2008, 40 sgg.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_10_101-109.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Aggiungo al margine: se </hi><hi rend="CharOverride-1">davvero il lavoro non è superiore ad altre cose che </hi><hi rend="CharOverride-1">danno senso alla vita, perché Riccardo stesso si è dedicato, </hi><hi rend="CharOverride-1">con tanta determinazione, a coltivare l’idea del lavoro come </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione </hi><hi rend="italic">esistenziale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della persona (penso qui soprattutto all’applicazione al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro delle teorie sulle </hi><hi rend="italic">capabilities)</hi><hi rend="CharOverride-1">? </hi><hi rend="CharOverride-1" >Forse la risposta è nelle</hi><hi rend="CharOverride-1" > righe di uno degli ultimi scritti di Riccardo, </hi><hi rend="italic">Minimal remarks</hi><hi rend="italic"> on the concept of work, </hi><hi rend="CharOverride-1" >dove egli osserva che «</hi><hi rend="italic">all</hi><hi rend="italic"> forms of work are important, simply because all people and</hi><hi rend="italic"> all situations of deficiency of capabilities, at work as well</hi><hi rend="italic"> as in other contexts, are important</hi><hi rend="CharOverride-1" >», (</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1" >https://www.labourlawcommunity.org</hi><hi rend="CharOverride-1" >/international-community/minimal-remarks-on-the-concept-of-work/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1" >).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Marzia Barbera, University of Brescia, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">marzia.barbera@unibs.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-2257-3702</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Marzia Barbera, <hi rend="italic">Riccardo Del Punta: un illuminista radicale,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8.07</ref>, in William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri (edited by), <hi rend="italic">Trasformazioni, valori e regole del lavoro. Scritti per Riccardo Del Punta</hi>, pp. -10, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0507-8, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="170910">Garc&amp;#233;s, M. 2019. Il nuovo illuminismo radicale. Nutrimenti: Roma.</bibl>
          <bibl n="169529">Israel, J. 2011. Una rivoluzione della mente. L’illuminismo radicale e le origini intellettuali della democrazia moderna. Torino: Einaudi.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
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