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        <title type="main" level="a">Cosa nascondono le grandi dimissioni? Riflessioni di un giuslavorista sul rifiuto del lavoro</title>
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            <forename>Giorgio</forename>
            <surname>Fontana</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Reggio Calabria Mediterranea, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Trasformazioni, valori e regole del lavoro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0507-8</idno>) by </resp>
          <name>William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.29</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay deals with a topic little studied by labor law scholars, which concerns the disaffection and refusal of work in contemporary capitalist society. Recent studies on "big resignations" seem to demonstrate an “escape” from work, the causes of which can be identified, according to this contribution, in the transition from the guaranteed and stable work of Fordism to the precarious work of neoliberal capitalism. The author recalls studies on the topic of a sociological and political nature, to demonstrate how the refusal of work is linked to historically recent phenomena born precisely in this epochal transition. In the legal system these phenomena come into conflict with the duty to work, also stated by the Italian Constitution, in art. 4 of the Constitution. The author intends to critically discuss the contradictory co-presence of opposing imperatives: on the one hand work is identified as a duty and, in some cases, a real legal obligation of the individual, on the other the system creates the conditions to devalue work and destroy the "civilization of work", so as to fuel the refusal of work. The phenomenon, according to the author, is not marginal or secondary, becoming increasingly important and central with the birth of platform capitalism, in which work is subjected to a further and more radical transformation, while the production of value shifts in the network and becomes immaterial, invisible and distant from traditional forms of work.</p>
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            <item>Labour</item>
            <item>labour refusal</item>
            <item>art. 4 of the Italian Constitution</item>
            <item>duty to work</item>
            <item>precarious work</item>
            <item>platform capitalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.29<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.29" /></p>
      <div><head>Cosa nascondono le grandi dimissioni? Riflessioni di un giuslavorista sul rifiuto del lavoro</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giorgio Fontana</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Fra i tanti fenomeni di </hi><hi rend="CharOverride-1">questo periodo storico così difficile un rilievo particolare andrebbe riconosciuto </hi><hi rend="CharOverride-1">alle «grandi dimissioni». Questo scritto, dedicato ad un giurista del </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo secolo con uno sguardo sempre rivolto al futuro qual </hi><hi rend="CharOverride-1">è stato Riccardo Del Punta, prende spunto da un volume </hi><hi rend="CharOverride-1">di Francesca Coin in cui si affronta il tema dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">abbandono e della disaffezione al lavoro, che finora, in verità, non ha attratto granché l’attenzione – </hi><hi rend="CharOverride-1">se non in circoli molto ristretti – nella riflessione giuslavorista (Coin </hi><hi rend="CharOverride-1">2023). Eppure è un fenomeno che ci riguarda da vicino, </hi><hi rend="CharOverride-1">per le indubbie connessioni </hi><hi rend="CharOverride-1">con la stessa cultura </hi><hi rend="CharOverride-1">giuslavorista – intrisa di quella che Aris Accornero ha definito «l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ideologia del lavoro» (Accornero 1980), carattere forse addirittura fondativo o comunque basilare </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rifiuto del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">salariato da parte di un numero crescente di persone in </hi><hi rend="CharOverride-1">età lavorativa, che lasciano il proprio lavoro spesso senza cercarne </hi><hi rend="CharOverride-1">un altro, potrebbe indurre a credere che si stia realizzando </hi><hi rend="CharOverride-1">un distacco netto dai paradigmi «laburisti» storicamente egemoni, </hi><hi rend="CharOverride-1">fondati sul rapporto vita-lavoro inculcato dal capitalismo post-ottocentesco, </hi><hi rend="CharOverride-1">con la nascita della grande industria e del lavoro salariato </hi><hi rend="CharOverride-1">di massa, già messo in crisi dal cosiddetto «post-fordismo»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Del resto, più di quarant’anni fa proprio Accornero, nel suo volume appena citato, parlava di «crisi </hi><hi rend="CharOverride-1">della categoria lavoro» come fenomeno «che attraversa il corpo delle </hi><hi rend="CharOverride-1">società contemporanee agendo in profondità ed esplodendo in superficie» (Accornero </hi><hi rend="CharOverride-1">1980).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I numeri sono auto-evidenti: oltre cinquanta milioni negli </hi><hi rend="CharOverride-1">Stati Uniti hanno abbandonato il proprio lavoro nel solo 2022, </hi><hi rend="CharOverride-1">con un aumento esponenziale negli ultimi anni (basti pensare che </hi><hi rend="CharOverride-1">nel 2013 si erano registrate circa 13 milioni di dimissioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-068">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">) mentre in Italia nello stesso anno si sono avute più </hi><hi rend="CharOverride-1">di due milioni di dimissioni, in continua crescita di anno </hi><hi rend="CharOverride-1">in anno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-067">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’Italia è un caso a sé stante</hi><hi rend="CharOverride-1"> che finora nessuno è riuscito a spiegare del tutto, visto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che, diversamente dagli USA che si trovano in una situazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di pieno impiego, all’abbandono del lavoro salariato da parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tanti lavoratori fa riscontro un mercato del lavoro asfittico</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una quota molto alta di disoccupati (oltre cinque milioni</hi><hi rend="CharOverride-1">). Un numero altissimo di lavoratori (circa un terzo della forza</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro) risulterebbe poi impegnato nella ricerca di un nuovo impiego</hi><hi rend="CharOverride-1">, per motivi diversi, ma in gran parte collegati all’insoddisfazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il proprio lavoro, anche se, paradossalmente, sembrano esserci oggettive</hi><hi rend="CharOverride-1"> difficoltà in molti settori di reperire manodopera (qualificata e non</hi><hi rend="CharOverride-1">), come ha evidenziato il rapporto OCSE del gennaio 2024 sull</hi><hi rend="CharOverride-1">’Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-066">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Secondo l’OCSE le dimissioni dall’impiego in Italia sono in costante </hi><hi rend="CharOverride-1">aumento dal 2015 in avanti, fino a superare nel 2023 </hi><hi rend="CharOverride-1">il 2,5% su base annua (percentuale calcolata sul numero </hi><hi rend="CharOverride-1">complessivo di posti occupati). Al tempo stesso sale il cosiddetto </hi><hi rend="italic">Labour Leverage Ratio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> coefficiente che misura il rapporto fra dimissioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e licenziamenti come causa di risoluzione anticipata del rapporto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro (più che raddoppiato dal 2014 al 2023)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-065">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’Inps certifica un aumento costante delle dimissioni volontarie dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2019 in avanti (+ 14% nel 2021, + 26% nel 2022)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-064">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Del resto tutti gli studi in materia attestano un aumento del fenomeno, non </hi><hi rend="CharOverride-1">collegato ad una specifica congiuntura ma iniziato già da vari </hi><hi rend="CharOverride-1">anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-063">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sono dati liberamente interpretabili, ovviamente, e possono essere letti</hi><hi rend="CharOverride-1"> sia come ritirata dei lavoratori dal mercato del lavoro che </hi><hi rend="CharOverride-1">come «rimescolamento», ossia come ricerca di un migliore impiego</hi><hi rend="CharOverride-1">, per quanto il tasso di ricollocazione non sia molto elevato</hi><hi rend="CharOverride-1">, coinvolgendo poco più del 60% dei lavoratori dimissionari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-062">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In ogni caso, sono numeri che certificano quanto meno </hi><hi rend="CharOverride-1">insoddisfazione e disaffezione per il proprio impiego e, almeno in </hi><hi rend="CharOverride-1">parte, una tendenza all’abbandono del lavoro salariato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-061">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel suo libro Francesca Coin ci parla </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo problema con dati di prima mano e con </hi><hi rend="CharOverride-1">un’analisi interessante, che mette al centro il rapporto con </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro nel mondo d’oggi. Il focus del volume </hi><hi rend="CharOverride-1">è principalmente sulla crisi che corre fra due</hi><hi rend="CharOverride-1"> momenti con una valenza simbolica molto forte, ossia fra l</hi><hi rend="CharOverride-1">’implosione del sistema finanziario del 2007-2008 e l’epidemia</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 2019-2020: quando inizia l’«epoca delle catastrofi», secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roberto Esposito, ossia delle crisi non più rimediabili (o molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> difficilmente superabili)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-060">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È dunque in un contesto estremamente complesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> e difficile che va calata la «fuga dal lavoro salariato</hi><hi rend="CharOverride-1">» che interessa l’Occidente capitalistico. La riflessione che si propone in questo breve saggio avrà il seguente svolgimento: dopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> aver fornito una sintesi più concreta del fenomeno, si cercherà</hi><hi rend="CharOverride-1"> di calarlo all’interno delle coordinate giuslavoriste,</hi><hi rend="CharOverride-1"> proseguendo un dialogo con Ricca</hi><hi rend="CharOverride-1">rdo Del Punta, purtroppo interrotto, ma non con le sue stesse conclusioni: la </hi><hi rend="CharOverride-1">via d’uscita che si propone non è quella liberale, </hi><hi rend="CharOverride-1">temperata e densa di civiltà giuridica che lui proponeva, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">la critica ai modelli sociali egemoni a cui prima si </hi><hi rend="CharOverride-1">accennava, per una nuova cultura del lavoro – o per meglio </hi><hi rend="CharOverride-1">dire, provocatoriamente, del «non-lavoro».</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. E’ bene chiarire, prima di entrare nel vivo della nostra discussione, che quando si discute di “rifiuto del lavoro”, viene messo in discussione il “dovere di lavorare”, su cui si fonda la nostra stessa formazione sociale. Naturalmente non ci si riferisce qui all’obbligazione di lavorare derivante dal contratto individuale di lavoro.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trattando questi aspetti, la </hi><hi rend="CharOverride-1">discussione si sposta sul terreno – ben diverso – dei comportamenti devianti </hi><hi rend="CharOverride-1">di carattere individuale che integrano un inadempimento contrattuale, violando gli </hi><hi rend="CharOverride-1">obblighi sanciti dalla disciplina giuslavorista</hi><hi rend="CharOverride-1">. Qui si </hi><hi rend="CharOverride-1">discute invece del dovere di lavorare come limite del non-</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, uno dei modi</hi><hi rend="CharOverride-1"> come disaffezione al lavoro, che si è </hi><hi rend="CharOverride-1">manifestata nel tempo con comportamenti di assenteismo di massa o </hi><hi rend="CharOverride-1">di nomadismo e/o distacco dei lavoratori dal lavoro, come </hi><hi rend="CharOverride-1">«crisi di disamoramento» (Accornero 1980, 9).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Francesca Coin nel suo volume richiama Hirschman e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua nota teoria sulle diverse strade che può prendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’insoddisfazione del lavoratore, fra protesta (</hi><hi rend="italic">voice</hi><hi rend="CharOverride-1">) e defezione (</hi><hi rend="italic">exit</hi><hi rend="CharOverride-1">): una scelta, aggiunge, che dipende dalla </hi><hi rend="italic">loyalty</hi><hi rend="CharOverride-1">, un terzo concetto fondamentale che può essere tradotto come «lealtà», «fedeltà» o anche «fidelizzazione» (Coin 2023</hi><hi rend="CharOverride-1">, 19). Nella pratica, come sappiamo, il conflitto è uno dei modi</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso il quale i lavoratori hanno contrapposto al potere dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’impresa capitalistica il contropotere di classe, per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Tutto il </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto sindacale italiano si è costruito su questi presupposti. L’</hi><hi rend="CharOverride-1">abbandono, la fuga, l’esodo non hanno mai rappresentato una </hi><hi rend="CharOverride-1">scelta privilegiata, anche di fronte alle più dure condizioni di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro. Ma com’è riuscito il capitalismo a convincere i </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori a rimanere nonostante tutto «fedeli»? Abbiamo dato per scontato </hi><hi rend="CharOverride-1">che i lavoratori, fra le diverse opzioni, scelgano sempre la </hi><hi rend="CharOverride-1">prima, ossia la costruzione di un potere sindacale organizzato, senza </hi><hi rend="CharOverride-1">considerare che questa è stata semmai la caratteristica di un </hi><hi rend="italic">particolare</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello di capitalismo, che, come spesso capita nel pensiero occidentale ed anche ai giuslavoristi, abbiamo elevato ad </hi><hi rend="italic">universale</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In realtà, come ci racconta il libro della Coin, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose non sono andate sempre così. Nella fase iniziale dello</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo industriale l’ideologia del lavoro era molto debole e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la «dedizione» molto scarsa, tanto da diffondersi fenomeni di fuga</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal lavoro sotto forma di dimissioni volontarie, assenteismo e allontanamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle fabbriche. Uno dei problemi più importanti per la nascita</hi><hi rend="CharOverride-1"> della grande industria è stato proprio questa costante emorragia. Per</hi><hi rend="CharOverride-1"> ridurre il turn-over le imprese furono costrette ad introd</hi><hi rend="CharOverride-1">urre forme di retribuzione diretta, indiretta e differita, calcolata sull’anzianità. Racconta Francesca Coin che Ford, per contrastare l’abbandono</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro (che era arrivato al 370%) e un assenteismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> altrettanto elevato, fu costretto ad introdurre il cosiddetto sistema del</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Five-dollar», raddoppiando i salari e diminuendo l’orario di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro a otto ore al giorno (Coin 2023, 20). Fu</hi><hi rend="CharOverride-1"> la strada che il nascente capitalismo industriale scelse, forse l</hi><hi rend="CharOverride-1">’unica a sua disposizione, per avere una manodopera più stabi</hi><hi rend="CharOverride-1">le, dando avvio ad una serie di riforme del lavoro, con garanzie non solo economiche ma estese ai </hi><hi rend="CharOverride-1">diritti individuali e alla tutela sindacale che interessarono un po’ </hi><hi rend="CharOverride-1">ovunque, quasi interrottamente fino agli Settanta-Ottanta del Novecento, i </hi><hi rend="CharOverride-1">paesi occidentali. In tal modo riuscì la difficile alchimia della </hi><hi rend="CharOverride-1">fidelizzazione dei lavoratori, quanto meno nei settori centrali del mercato </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, ottenendo anche un notevole grado di stabilità produttiva.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con lo smantellamento del sistema di garanzie e tutele che </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva caratterizzato il periodo keynesiano il lavoro subirà com’è </hi><hi rend="CharOverride-1">noto importanti trasformazioni, diventando «mobile» e precario. La fedeltà diventa </hi><hi rend="CharOverride-1">«unilaterale» e priva di una ragione di scambio: «i lavoratori» – scrive Francesca Coin – «devono </hi><hi rend="CharOverride-1">dimostrare devozione al lavoro, mentre le aziende possono assumerli per </hi><hi rend="CharOverride-1">licenziarli quando vogliono, in una relazione </hi><hi rend="italic">usa e getta</hi><hi rend="CharOverride-1"> fondata, </hi><hi rend="CharOverride-1">in maniera strutturale, sull’infedeltà» (Coin 2023, 22). Il vecchio </hi><hi rend="CharOverride-1">«contratto sociale» può considerarsi oramai tramontato e il concetto stesso di fedeltà è destinato forse ad essere consegnato all’archivio storico</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitalismo occidentale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come sostiene Accornero, la crisi del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel post-fordismo è crisi «come ideale e come merce</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Accornero 1980, 10): cambiano le condizioni materiali e crolla l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ideologia del lavoro, insieme a tutti i suoi corollari. Nella fuga dal </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro salariato non è facile dire se le cause sono </hi><hi rend="CharOverride-1">da rintracciare unicamente nella precarietà e nelle contro-riforme sociali </hi><hi rend="CharOverride-1">messe in atto dopo l’epoca fordista-keynesiana, o c’</hi><hi rend="CharOverride-1">è dell’altro, che attiene ad un cambio di rotta </hi><hi rend="CharOverride-1">generale e a nuovi modelli culturali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-059">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche perché nella complessità storica e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale insita nell’evoluzione del capitalismo occidentale, non si pu</hi><hi rend="CharOverride-1">ò negare che la fine del pieno impiego e della stabilità del posto di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la forte contrazione della forza lavoro necessaria, le nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> relazioni salariali e lo smantellamento dei diritti acquisiti, sono coincisi</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una nuova prospettiva caratterizzata da quella che Wartzman ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> ribattezzato come </hi><hi rend="italic">The End of Loyalty </hi><hi rend="CharOverride-1">(Wartzman 2017). Per questo </hi><hi rend="CharOverride-1">dopo l’«età dell’oro», in cui il lavoro era </hi><hi rend="CharOverride-1">stato fidelizzato attraverso il </hi><hi rend="italic">do ut des</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui si </hi><hi rend="CharOverride-1">è detto in precedenza, la crisi del rapporto con il lavoro si può leggere anche come crisi della disponibilità al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della considerazione sociale del lavoro (Accornero</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1980, 13 sgg.). Naturalmente non mancano altre letture, finanche</hi><hi rend="CharOverride-1"> chi ha collegato il rifiuto del lavoro a nuove domande</hi><hi rend="CharOverride-1"> esistenziali, al nuovo rapporto con la sfera lavorativa, di cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> parleremo in seguito. Ma la questione forse più interessante è</hi><hi rend="CharOverride-1"> comprendere la risposta data alla disaffezione al lavoro salariato, con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la fine della «formula di pace» socialdemocratica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-058">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia come </hi><hi rend="CharOverride-1">è stata ottenuta fedeltà e disponibilità al lavoro da parte dei lavoratori nel </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo contesto, che vede il depauperamento delle garanzie sociali, retributive </hi><hi rend="CharOverride-1">e normative offerte alla classe lavoratrice come contropartita al suo </hi><hi rend="CharOverride-1">impegno e alla sua dedizione al lavoro. Nel suo volume </hi><hi rend="CharOverride-1">la Coin richiama a tal proposito l’</hi><hi rend="italic">employee engagement</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia </hi><hi rend="CharOverride-1">la tendenza indotta all’interiorizzazione da parte del lavoratore di </hi><hi rend="CharOverride-1">sentimenti di «felicità» o almeno di soddisfazione individuale per il </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto stesso di essere produttivo ed utile (secondo Wartzman, ironicamente, </hi><hi rend="CharOverride-1">la formula magica è «</hi><hi rend="italic">Take This Job and Love It</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="CharOverride-1">), realizzando un rapporto empatico fra lavoro e capitale fondato sulla valorizzazione, almeno apparente, del </hi><hi rend="CharOverride-1">suo ruolo nella sfida competitiva sul mercato concorrenziale, indipendentemente dal </hi><hi rend="CharOverride-1">riconoscimento di adeguate condizioni retributive, professionali e di contesto. Secondo </hi><hi rend="CharOverride-1">questa corrente di pensiero alla mancanza di sicurezza si è </hi><hi rend="CharOverride-1">risposto dunque con l’arma molto sofisticata del coinvolgimento e </hi><hi rend="CharOverride-1">della partecipazione dei lavoratori, trasformando il rapporto di lavoro in </hi><hi rend="CharOverride-1">una sorta di irenica unione felice, fatta di reciprocità e </hi><hi rend="CharOverride-1">di obiettivi comuni, di fiducia e cooperazione, allo scopo di </hi><hi rend="CharOverride-1">aumentare o almeno preservare la produttività e i profitti aziendali. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si potrebbe parlare di </hi><hi rend="italic">soft power</hi><hi rend="CharOverride-1">, di potere persuasivo, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogna ricordare che il </hi><hi rend="italic">soft power</hi><hi rend="CharOverride-1"> nasce pur sempre dall’</hi><hi rend="italic">hard power</hi><hi rend="CharOverride-1">, così come il potere persuasivo dal potere coercitivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alcuni autori come Mandell, nel suo </hi><hi rend="italic">The Corporation as Family</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-057">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ricollegano il nuovo spirito collaborativo e partecipativo (ed anche </hi><hi rend="CharOverride-1">il welfare aziendale) alla rifondazione post-keynesiana delle imprese capitalistiche </hi><hi rend="CharOverride-1">occidentali, «plasmandole sul modello della famiglia vittoriana» e creando un </hi><hi rend="CharOverride-1">singolare connubio di «amore e precarietà», tanto da prodursi forme </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro gratuito, uno sfruttamento intenso del lavoro fino a </hi><hi rend="CharOverride-1">sconfinare nel tempo libero, utilizzando «risorse emotive» (Coin 2023, 35). </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma anche questo filo si è spezzato. Il deterioramento delle condizioni di impiego, a cui corrisponde un enorme plus-</hi><hi rend="CharOverride-1">valore per l’impresa capitalistica che ha accumulato in tal </hi><hi rend="CharOverride-1">modo profitti immeritati, non poteva che far risaltare l’illusorietà </hi><hi rend="CharOverride-1">del nuovo ruolo del lavoratore nell’impresa e la matrice </hi><hi rend="CharOverride-1">ideologica della «filosofia» partecipativa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Certamente uno dai maggiori fattori di </hi><hi rend="CharOverride-1">disaffezione e rifiuto del lavoro salariato è rappresentato dalle condizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">materiali come le retribuzioni molto basse, specialmente in alcuni settori, </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto basse da non essere considerate un corrispettivo adeguato all’</hi><hi rend="CharOverride-1">impegno e ai sacrifici richiesti. Si può dire, anzi, che «la classe precaria a basso salario sia la protagonista </hi><hi rend="CharOverride-1">delle Grandi dimissioni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-056">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma sono anche i cambiamenti nella </hi><hi rend="CharOverride-1">produzione e nel lavoro, trasversali a molti settori, a costituire </hi><hi rend="CharOverride-1">un fattore disincentivante all’impegno lavorativo. Il riferimento più comune, </hi><hi rend="CharOverride-1">di cui si parlava in precedenza, è alla spinta insistente – </hi><hi rend="CharOverride-1">una «spinta gentile» ma determinata – a lavorare sempre di più, </hi><hi rend="CharOverride-1">«a essere </hi><hi rend="italic">always on</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sempre disponibili, incluso la sera, nei festivi e nei fine </hi><hi rend="CharOverride-1">settimana»: tema a lungo sottovalutato, che ha provocato un enorme </hi><hi rend="CharOverride-1">allontanamento dei lavoratori, soprattutto giovani, e un distacco oramai definitivo </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’ideologia del lavoro novecentesca basata su un’etica del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro smentita clamorosamente nei suoi presupposti di fondo dal capitalismo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso, unilateralmente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto di lavoro, idealizzato </hi><hi rend="CharOverride-1">come una meta per le giovani generazioni, appare spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">nella sua concretezza come «una relazione abusiva, priva di reciprocità»</hi><hi rend="CharOverride-1">, un contesto in cui i rapporti non si sviluppano su un piano di parità ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> restano sbilanciati e in qualche caso assumono tratti dispotici. Non</hi><hi rend="CharOverride-1"> a caso intellettuali come Hugh Collins si sono interrogati criticamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul carattere illiberale del contratto di lavoro (tanto da chiedersi</hi><hi rend="CharOverride-1"> se il contratto di lavoro non sia, realisticamente, «calculated to</hi><hi rend="CharOverride-1"> destroy liberty, equality, privacy, and other liberal values»; Collins 2018</hi><hi rend="CharOverride-1">, 49) mentre altri, come Elisabeth Anderson, addirittura suggeriscono che i</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporti di lavoro potrebbero essere considerati «as a form of</hi><hi rend="CharOverride-1"> dictatorship»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-055">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non molto diversamente, va detto, da quanto sosteneva</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo stesso Kahn Freund nel suo </hi><hi rend="italic">Labour and the Law</hi><hi rend="CharOverride-1">, molti anni prima</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-054">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La conclusione di Collins è drastica: </hi><hi rend="CharOverride-1">«without such laws in place, the institution of the contract of employment will remain inherently incompatible </hi><hi rend="CharOverride-1">with liberal values»: quando la legge arretra, allora torna </hi><hi rend="CharOverride-1">in auge in modo non più sorvegliato il vecchio dispotismo </hi><hi rend="CharOverride-1">padronale. È quindi contestabile o almeno discutibile l’idea che </hi><hi rend="CharOverride-1">il capitalismo neoliberale sia portatore di un cambiamento di fondo </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto da produrre in modo generalizzato o comunque esteso, nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">impresa che produce valore, un «attivo coinvolgimento del lavoro qualitativo </hi><hi rend="CharOverride-1">e cognitivo» in senso reale e concreto. In verità, è </hi><hi rend="CharOverride-1">forse più giusto dire che il lavoro, con la sua perenne connessione a sistemi automatizzati e </hi><hi rend="CharOverride-1">digitali, esige dal lavoratore un superiore livello di conoscenza e «</hi><hi rend="CharOverride-1">alfabetismo» informatico </hi><hi rend="CharOverride-1">ed un comportamento adesivo, una partecipazione </hi><hi rend="CharOverride-1">convinta all’impresa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-053">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ma nel contesto di un riduzione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> non di un ampliamento degli spazi di libertà, indipendenza ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> autonomia rispetto al potere datoriale, che, anzi, diventa più pervasivo</hi><hi rend="CharOverride-1">, incontrollato, capace di insinuarsi in ogni momento della vita quotidiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel lavoro come nel tempo di (apparente) non-lavoro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-052">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è solo questione di salari poveri: la disposizione al sacrificio può dirsi oggi profondamente cambiata, soprattutto </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle nuove generazioni, che fanno i conti con aspettative decrescenti </hi><hi rend="CharOverride-1">e vengono immessi in un sistema produttivo che chiede una </hi><hi rend="CharOverride-1">partecipazione totale ma senza corrispettività. Da questo punto di vista </hi><hi rend="CharOverride-1">il fenomeno del rifiuto del lavoro e l’abbandono di </hi><hi rend="CharOverride-1">massa del lavoro salariato, più che «l’ingresso nell’età </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’anti-ambizione» (Malone 2022) sembrano rappresentare una sorta di </hi><hi rend="CharOverride-1">lotta silenziosa, di sciopero generale «non ufficiale», come afferma Robert </hi><hi rend="CharOverride-1">Reich (2021), «teso a rinegoziare il confine di ciò che </hi><hi rend="CharOverride-1">è lecito e ciò che non è più accettabile» nel rapporto di lavoro, che va di pari</hi><hi rend="CharOverride-1"> passo con la ripresa del conflitto sociale e delle lotte</hi><hi rend="CharOverride-1"> sindacali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-051">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Potrebbero essere il preludio di un cambiamento culturale </hi><hi rend="CharOverride-1">e antropologico, rinnovando le propensioni individuali verso il lavoro e </hi><hi rend="CharOverride-1">mettendo in discussione uno dei pilastri del capitalismo occidentale, ossia </hi><hi rend="CharOverride-1">la relazione salariale (Coin 2023, 79). Ma non è solo </hi><hi rend="CharOverride-1">un problema limitato ai paesi geograficamente appartenenti al mondo occidentale. </hi><hi rend="CharOverride-1">Anche altri paesi che hanno in comune con l’Occidente </hi><hi rend="CharOverride-1">il richiamo ossessivo alla crescita economica – secondo una concezione tipicamente «</hi><hi rend="CharOverride-1">sviluppista» – e dove da tempo si convive con un capitalismo aggressivo e iper-produttivista (causa, fra l</hi><hi rend="CharOverride-1">’altro, di grandi problemi alla salute dei lavoratori secondo l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ILO</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-050">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">), movimenti o controculture della «sottrazione» aprono una crepa </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’etica del lavoro. Un approccio filosofico diverso, non razionalista </hi><hi rend="CharOverride-1">e non propenso a coniugare incessantemente vita e lavoro, è </hi><hi rend="CharOverride-1">del resto presente da sempre nella cultura orientale (e può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere incarnato oggi dal pensiero attuale di Byung-Chul Han e dal suo «</hi><hi rend="CharOverride-1">invito» a fermarsi, a rallentare, a decrescere; Han 2017). Quanto </hi><hi rend="CharOverride-1">al caso dell’Italia, le condizioni lavorative soprattutto delle fasce </hi><hi rend="CharOverride-1">marginali del mercato del lavoro (giovani, donne, migranti) sono all’</hi><hi rend="CharOverride-1">insegna della precarietà oramai da decenni e proprio questo «immobilismo» </hi><hi rend="CharOverride-1">sembra essere all’origine, prima ancora di altri fattori, della </hi><hi rend="CharOverride-1">«fuga dal lavoro» in un paese a così alta disoccupazione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Come negli altri paesi, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Grandi dimissioni» non sollevano soltanto interrogativi sulle evidenti incongruenze del</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto fra l’impegno lavorativo richiesto e le condizioni contrattuali</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma testimoniano anche, implicitamente, una critica sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti del lavoro nell’epoca neoliberale, che molti, anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> fra i giuslavoristi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-049">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, si ostinano a non voler vedere.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. </hi><hi rend="CharOverride-1">Una delle critiche contro l’istituzione del reddito di cittadinanza – insieme</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla nota polemica contro gli abusi consentiti dal D.L</hi><hi rend="CharOverride-1">. n. 4/2019 – è stata quella di contribuire ad allontanare</hi><hi rend="CharOverride-1"> i giovani dal lavoro, anzi a disincentivare la ricerca di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lavoro, con discorsi che sembrano tratti da vecchie teorie</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottocentesche, come quella di chi riteneva che la disponibilità al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro operaio potesse derivare esclusivamente (o quasi) dall’ «imperativo della</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-048">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Del resto anche la legislazione sembra procedere ancora oggi lungo</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa linea di tendenza, discriminando fra occupabili e non occupabili</hi><hi rend="CharOverride-1">, come se anche nella cultura di governo si fosse registrata</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’improvvisa regressione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con il dibattito sollevato dal reddito di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadinanza e dalla successiva abrogazione dello stesso, in nome dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’occupabilità, tornano a farsi sentire tematiche che sembravano relegate in momenti lontani nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo, come il «dovere di lavorare», su cui si</hi><hi rend="CharOverride-1"> è dibattuto a lungo nella Costituente e formulato nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’art. 4, 2° comma, della Costituzione come «dovere di svolgere</hi><hi rend="CharOverride-1">, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attivit</hi><hi rend="CharOverride-1">à o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Una formula vaga, meno diretta ed </hi><hi rend="CharOverride-1">incisiva, ma con un riferimento alla condizione di cittadinanza che </hi><hi rend="CharOverride-1">rende ben comprensibile il bilanciamento fra diritti e doveri di </hi><hi rend="CharOverride-1">cui si nutre nella Costituzione il rapporto fra individuo e </hi><hi rend="CharOverride-1">stato, fra vita e lavoro. Mancini, nel suo commento all’</hi><hi rend="CharOverride-1">art. 4, ritenne che nella disposizione si potessero individuare due </hi><hi rend="CharOverride-1">diversi «segni ideologici, poiché da un lato «ad essere massimizzata </hi><hi rend="CharOverride-1">è la libertà del singolo», la sua autodeterminazione, ma dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">altro c’è la socialità, tanto da allargare «il campo dei comportamenti censurabili in</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiave di parassitismo e di devianza» (Mancini 1982, 249). </hi><hi rend="CharOverride-1">Va detto che furono proprio gli esponenti della sinistra storica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di orientamento marxista ad assumere una posizione molto ferma, nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ottica di definire un vero e proprio obbligo di lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> per tutti i cittadini, salvo gli inabili, con sanzioni per</hi><hi rend="CharOverride-1"> i renitenti al lavoro. Il sintetico resoconto che fa Somma</hi><hi rend="CharOverride-1"> del dibattito nella Costituente è in tal senso significativo (Somma</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2024): fu grazie agli esponenti del mondo cattolico che si</hi><hi rend="CharOverride-1"> riuscì a temperare la matrice ideologica socialista e comunista, da</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui scaturiva la volontà di imporre un dovere in termini</hi><hi rend="CharOverride-1"> giuridicamente efficaci ed esigibili. Pur ammettendo che una vera e</hi><hi rend="CharOverride-1"> propria costrizione a lavorare, ossia un obbligo al lavoro «forzato</hi><hi rend="CharOverride-1">» non poteva ritenersi ammissibile né eticamente né giuridicamente, da parte di</hi><hi rend="CharOverride-1"> uno schieramento piuttosto ampio, che vedeva nel lavoro il cuore</hi><hi rend="CharOverride-1"> del patto di cittadinanza, si sostenne l’esigenza di sanzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> indirette (ma non meno efficaci), come quella di escludere gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> oziosi e i vagabondi dalle misure assistenziali previste per gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> inabili al lavoro o per chi fosse sprovvisto dei mezzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessari a sopravvivere (tanto da potersi dire, </hi><hi rend="italic">a contrario</hi><hi rend="CharOverride-1">, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> chi è abile al lavoro non ha diritti e non</hi><hi rend="CharOverride-1"> può essere «mantenuto» a carico dello stato e della collettività</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-047">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">). Addirittura, in una prima stesura dell’art. 4 della Costituzione era stato inserito</hi><hi rend="CharOverride-1"> un comma, poi cancellato dall’assemblea, che prevedeva l’adempimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del dovere di lavorare come condizione per l’esercizio dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritti politici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-046">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Queste posizioni – per le quali si vedano </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’Assemblea costituente le dichiarazioni di insospettabili personalità della sinistra </hi><hi rend="CharOverride-1">politica – ebbero uno sviluppo successivo; fu questa la «norma programmatica»</hi><hi rend="CharOverride-1">, più che il diritto al lavoro, ad essere raccolta tempestivamente dal legislatore italiano </hi><hi rend="CharOverride-1">nei bui anni Cinquanta, tanto che già con la l. </hi><hi rend="CharOverride-1">27 dicembre 1956 n. 1423 si adottarono misure nei confronti </hi><hi rend="CharOverride-1">degli «oziosi e i vagabondi abituali validi al lavoro», ritenendo </hi><hi rend="CharOverride-1">la resistenza al dovere di lavorare un comportamento anti-sociale: </hi><hi rend="CharOverride-1">ai reprobi veniva riservata la «sorveglianza speciale della pubblica sicurezza» </hi><hi rend="CharOverride-1">con obbligo di attivarsi alla ricerca di un lavoro sotto </hi><hi rend="CharOverride-1">pena dell’arresto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-045">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La linea era dunque quella dell’emarginazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei diversi e delle fasce marginali, della colpevolizzazione dei poveri</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dei renitenti al lavoro, in accordo con la mentalit</hi><hi rend="CharOverride-1">à di quegli anni, che non si poneva in nessun modo </hi><hi rend="CharOverride-1">il problema della integrazione degli emarginati. Anzi le disposizioni in </hi><hi rend="CharOverride-1">parola consentirono, come osserverà Federico Mancini, </hi><hi rend="CharOverride-1">di «fabbricare uno stereotipo dell’</hi><hi rend="italic">asociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> o del </hi><hi rend="italic">socialmente pericoloso</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che serve in modo egregio al controllo dei sottoproletari disadattati </hi><hi rend="CharOverride-1">e dei dissenzienti» (che oggi si ripropone) (Mancini 1982, 262).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Scrivendo a ridosso del ’68, Mancini il problema fosse diventato molto più complesso con l’emergere</hi><hi rend="CharOverride-1"> del «dissenso» e di «quella disaffezione per il lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la sua disciplina a cui nessuna società industriale sembra</hi><hi rend="CharOverride-1"> sfuggire». Nella teorizzazione di un vero e proprio dovere di lavorare poteva in effetti rintracciarsi un</hi><hi rend="CharOverride-1">’ideologia risalente «al nucleo della teoria weberiana sul rapporto tra etica protestante e spirito del capitalismo», che aveva dato </hi><hi rend="CharOverride-1">inizio «a quel processo di esaltazione del lavoro» che costituiva </hi><hi rend="CharOverride-1">la nuova teologia della nascente borghesia, e che, poco dopo, </hi><hi rend="CharOverride-1">attecchirà anche nel movimento operaio grazie all’interpretazione in chiave </hi><hi rend="CharOverride-1">economicista «del concetto marxiano di sviluppo delle forze produttive» da </hi><hi rend="CharOverride-1">parte dei teorici della Seconda Internazionale (Mancini 1982, 254-55)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma era un’ideologia che i movimenti giovanili avrebbero poi dissacrato e messo in crisi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È poi prevalsa nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> nostro ordinamento un’interpretazione generalmente cauta da parte della dottrina</hi><hi rend="CharOverride-1"> post-costituzionale ed è maturato, nei confronti dell’emarginazione e della</hi><hi rend="CharOverride-1"> devianza, un atteggiamento molto diverso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-044">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si dovettero comunque attendere </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre trent’anni per veder abrogare la legislazione repressiva, con </hi><hi rend="CharOverride-1">la legge 3 agosto 1988 n. 327, ma si era </hi><hi rend="CharOverride-1">già in altra epoca e in altro clima culturale (post ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">68) che aveva visto la fine dell’isolamento e della segregazione dei «diversi», anche grazie alla legge Basaglia</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1980, passando dal regime illiberale degli anni cinquanta alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> più matura considerazione del disagio sociale e del dovere dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblici poteri di provvedere al reinserimento degli emarginati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-043">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora oggi residua e pare rinnovarsi un «odio dei poveri» e dei diseredati, </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto da rivedersi all’opera dispositivi che, si è notato, «</hi><hi rend="CharOverride-1">colpiscono chi non rientra in un modello ideale di cittadinanza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di produttività sociale» (Ciccarelli 2023).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La questione merita un commento</hi><hi rend="CharOverride-1"> critico. Nel movimento operaio storico e nell’arco di forze</hi><hi rend="CharOverride-1"> progressiste che hanno svolto un ruolo fondamentale nel tratteggiare i</hi><hi rend="CharOverride-1"> caratteri della democrazia italiana, sono sempre convissute, rispetto al lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> come «valore», due diverse linee. La prima, certamente maggioritaria, legata</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’affermazione del lavoro come chiave risolutiva dei problemi della</hi><hi rend="CharOverride-1"> società italiana, tanto da creare una vera e propria «mitologia</hi><hi rend="CharOverride-1">» del lavoro, la quale è coesistita a lungo con la critica marxiana al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro estraniato ed alienato, fonte dello sfruttamento e dell’oppressione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle classi subalterne: una contraddizione rimasta irrisolta e rimossa, la </hi><hi rend="CharOverride-1">cui soluzione veniva implicitamente rinviata al futuro cambio di sistema («</hi><hi rend="CharOverride-1">a profetismo dogmatico, volontarismo romantico», commenterà sarcasticamente Accornero 1980, 15). L</hi><hi rend="CharOverride-1">’ideologia del lavoro si </hi><hi rend="CharOverride-1">inseriva in un progetto storico di emancipazione e progresso realizzato </hi><hi rend="CharOverride-1">gramscianamente attraverso l’alleanza dei produttori, con il fine di </hi><hi rend="CharOverride-1">creare un blocco sociale egemone, nascondendo in tal modo la «</hi><hi rend="CharOverride-1">negatività» del lavoro ed esaltandolo in quanto strumento di realizzazione dell’essenza </hi><hi rend="CharOverride-1">stessa dell’uomo, in base ad una concezione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che si potrebbe definire effettivamente «idealistico-naturalistica»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-042">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come ha osservato Accornero, nell’ideologia </hi><hi rend="CharOverride-1">socialista e comunista il lavoro come «valore» era logicamente anteposto allo </hi><hi rend="CharOverride-1">sfruttamento capitalistico che rende il lavoro alienato al lavoratore, così </hi><hi rend="CharOverride-1">che esso conservava integre le sue potenzialità liberatrici per consentire alla classe </hi><hi rend="CharOverride-1">subordinata di passare dal «regno della necessità» al «regno della </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà» (quando il lavoro diventa il «primo bisogno della vita </hi><hi rend="CharOverride-1">stessa»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-041">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questa posizione della sinistra storica si è </hi><hi rend="CharOverride-1">contrapposta una diversa (seppure minoritaria) corrente politico-culturale, alquanto critica </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’idea ortodossa del graduale sviluppo delle forze produttive, visto come la principale via di progresso ostacolata</hi><hi rend="CharOverride-1"> solamente dall’anarchia del mercato e dalla ineguale distribuzione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricchezza sociale, attorno a cui era stata costruita la «glorificazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialista del lavoro». Posizione, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> ben vedere, molto vicina all’elevazione del lavoro a «dovere</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale», che da altro versante faceva la sua apparizione nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ideologia borghese, che vedeva nel lavoro lo spirito del capitalism</hi><hi rend="CharOverride-1">o, annunciando la nuova etica weberiana, in una comune «deificazione dello sforzo laborioso»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-040">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si trattava di una diversa visione del lavoro, storicizzata </hi><hi rend="CharOverride-1">e critica, che era in realtà di Marx stesso, che </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle sue opere </hi><hi rend="CharOverride-1">era stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> «assai più attento alla faccia negativa </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro – quella salariata, l’unica ben visibile – anch’egli </hi><hi rend="CharOverride-1">per denunciarne la condizione, ma ancor più per rivelarne l’</hi><hi rend="CharOverride-1">inestricabile intrinsecità storica con il capitale e con il suo modo di produzione</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Accornero 1980, 26).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La contraddizione fra il lavoro come </hi><hi rend="CharOverride-1">fulcro del progetto di emancipazione della classe subordinata e la </hi><hi rend="CharOverride-1">critica al lavoro alienato insito nel capitalismo industriale del XX </hi><hi rend="CharOverride-1">secolo sarebbe rimasta irrisolta e celata fintanto che risulterà credibile </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio quel collegamento ideale fra lavoro e liberazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che è stato alla base </hi><hi rend="CharOverride-1">del progetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> di stampo marxista, fra realtà ed utopia. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma è una contraddizione che tornerà a manifestarsi in modo </hi><hi rend="CharOverride-1">dirompente con la fine del taylor-fordismo e con la </hi><hi rend="CharOverride-1">frammentazione in mille pezzi della classe operaia, che non potrà </hi><hi rend="CharOverride-1">mai più farsi «classe generale», tanto da veder decadere</hi><hi rend="CharOverride-1"> la stessa missione di fare del proprio</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, attraverso la riappropriazione del processo produttivo, il cuore pulsante</hi><hi rend="CharOverride-1"> del progetto storico di emancipazione della classe. D’ora in</hi><hi rend="CharOverride-1"> avanti, spento questo faro, del lavoro risalterà il lato in</hi><hi rend="CharOverride-1"> ombra, quello «negativo» dell’alienazione del lavoro e del depauperamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo che lavora, di pari passo alla distruzione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">valenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> socio-politica del ruolo della classe operaia nelle societ</hi><hi rend="CharOverride-1">à dell’Occidente capitalistico.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il tema del «rifiuto del lavoro salariato» riapparirà negli anni Settanta e Ottanta, </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi a segnalare </hi><hi rend="italic">in Italia come altrove</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’avvento della </hi><hi rend="CharOverride-1">società post-fordista. Ne parla Mancini – che prima di essere </hi><hi rend="CharOverride-1">un giuslavorista era un fine intellettuale del suo tempo – collegando </hi><hi rend="CharOverride-1">il rifiuto del lavoro produttivo alla «rivolta contro il lavoro» </hi><hi rend="CharOverride-1">dei giovani, giustificata dalle nefaste conseguenze «del nostro modo di produzione…[che] ci porterà ad abitare un mondo sovraffollato</hi><hi rend="CharOverride-1">, inquinato, spoglio di risorse», tanto da poter dire – sono le</hi><hi rend="CharOverride-1"> parole di Federico Mancini – che «progresso vuol dire oggi arresto</hi><hi rend="CharOverride-1"> della crescita, sviluppo zero» (Mancini 1982, 250-51). Temi che</hi><hi rend="CharOverride-1"> saranno ripresi e riproposti negli anni successivi da altri intellettuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> come Serge Latouche, diventato popolare per la sua teoria, spesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> malamente intesa e finanche dileggiata, della «decrescita»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-039">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È </hi><hi rend="CharOverride-1">in questa fase storica che una minoranza visionaria ma protagonista </hi><hi rend="CharOverride-1">del cambiamento culturale e ideologico, destinata nel tempo a immedesimarsi </hi><hi rend="CharOverride-1">nella classe «creativa» di cui parla Paolo Perulli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-038">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, inizia a</hi><hi rend="CharOverride-1"> pensare al rifiuto del lavoro in termini non astratti ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vera vita vissuta senza il lavoro, creando spazi liberati</hi><hi rend="CharOverride-1"> dove sperimentare nuove forme di società: un’utopia</hi><hi rend="CharOverride-1"> incarnata dai movimenti giovanili alternativi e dalla cosiddetta «controcultura», che</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettevano in discussione radicalmente il modo di produzione del capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> industrialista e la gabbia del lavoro salariato a vita, preparando</hi><hi rend="CharOverride-1"> il terreno, inconsapevolmente, all’ideologia della flessibilità e a nuove</hi><hi rend="CharOverride-1"> categorie di riferimento, come il lavoro creativo, la rivincita dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’individuo sul collettivo e finanche il sogno della «fine del lavoro» come obbligazione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale. Molte di queste pratiche si diffusero, in Italia e </hi><hi rend="CharOverride-1">in Europa, durante gli anni Ottanta. Ma sono queste solo </hi><hi rend="CharOverride-1">alcune delle tendenze profonde nate nella crisi iniziata negli anni </hi><hi rend="CharOverride-1">Settanta, che hanno lasciato solchi profondi nella cultura del lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un’altra corrente che ha contribuito a mettere in discussione </hi><hi rend="CharOverride-1">la società del lavoro deriva dalla critica al paradigma della </hi><hi rend="CharOverride-1">crescita illimitata di intellettuali come Vandana Shiva ed altri, in </hi><hi rend="CharOverride-1">una linea di pensiero che si ricollega all’elaborazione primordiale </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marcel Mauss e al pensiero ecologista radicale di autori </hi><hi rend="CharOverride-1">come Illich, Caillè ed altri, fino al celebre Latouche, citato </hi><hi rend="CharOverride-1">in precedenza, prendendo le distanze dalla separazione «cartesiana e baconiana» </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla natura determinata dallo sviluppo capitalistico, come scrive Vandana Shiva, che crea nuove gerarchie e una divisione del lavoro in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui l’unico lavoro riconosciuto come produttivo è quello riferibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla «diseconomia dell’avidità e dell’estrazione», mentre tutto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> resto, dal lavoro delle donne a quello dei contadini, viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> considerato non-lavoro (Shiva 2023, 52).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Senza tornare a Lafargue</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-037">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, è possibile rintracciare un filo rosso nella storia del rapporto fra lavoro e non-lavoro, o «rifiuto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro», che collega differenti eventi e lotte politiche a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dagli anni Sessanta, fino ad arrivare ai movimenti </hi><hi rend="italic">no-global</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e alle mobilitazioni di Seattle (1999) e Genova (2001): sono </hi><hi rend="CharOverride-1">fermenti e novità emersi nella crisi del compromesso socialdemocratico e </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’orizzonte disegnato dal «socialismo realizzato di stato» – con la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua esaltazione del lavoro, non dissimile, a ben vedere, nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ideologia borghese, anzi ancora più rigida – a cui le giovani generazioni guardavano</hi><hi rend="CharOverride-1"> con crescente estraneità (e finanche ostilità).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma se si vuol</hi><hi rend="CharOverride-1"> stabilire un momento cruciale sul piano teorico, forse si dovrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> tornare all’operaismo di Raniero Panzieri e soprattutto di Mario</hi><hi rend="CharOverride-1"> Tronti, il quale riteneva che il rifiuto di produrre rappresentasse</hi><hi rend="CharOverride-1"> la più grande forza che la classe operaia potesse mettere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in campo, contestando l’etica del lavoro della sinistra «ortodossa</hi><hi rend="CharOverride-1">» ed introducendo nel dibattito politico non l’obiettivo di una generica alleanza dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> produttori, ma il rifiuto dei lavoratori per la propria condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> materiale e per il proprio lavoro come destino imposto dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> società capitalistica (Tronti 1977). Da questo punto di vista, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’operaismo, in realtà già con Panzieri e Rieser, rappresentava una</hi><hi rend="CharOverride-1"> critica molto radicale della visione «apologetica» dello sviluppo tecnico-scientifico</hi><hi rend="CharOverride-1">, tipica del marxismo tradizionale. La rottura era molto radicale, poich</hi><hi rend="CharOverride-1">é con la teorizzazione del rifiuto del lavoro veniva superata di fatto un’intera </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizione del movimento operaio storico, in cui, osserva Accornero, al </hi><hi rend="CharOverride-1">centro c’era un lavoratore «che reclamava il suo ruolo </hi><hi rend="CharOverride-1">con orgoglio».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche il movimento femminista, durante quegli anni, cominciò </hi><hi rend="CharOverride-1">ad interrogarsi sulle questioni del lavoro (e del non-lavoro) </hi><hi rend="CharOverride-1">delle donne. Partendo dall’analisi della condizione femminile e dalla «</hi><hi rend="CharOverride-1">crisi dei rapporti di genere», ricollegata alla crisi della società </hi><hi rend="CharOverride-1">patriarcale, alcune correnti del movimento femminista arrivarono a teorizzare – in risposta alla doppia oppressione, </hi><hi rend="CharOverride-1">patriarcale e classista, delle donne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-036">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – il rifiuto del lavoro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cura e domestico come rifiuto del ruolo disconosciuto e invisibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad esse assegnato per «la riproduzione sociale, la sostenibilità economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> del sistema e la sopravvivenza della specie» (Ghering, Landi 2022</hi><hi rend="CharOverride-1">, 11). La critica al «destino naturale» delle donne e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> lotta per il salario diventavano così momenti di critica militante</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ruolo femminile, in quanto legato alla duplice obbligazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare all’interno della produzione capitalistica e fare di s</hi><hi rend="CharOverride-1">é e del proprio corpo uno strumento di riproduzione. In definitiva, era la contestazione radicale di un sistema </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui tutte le attività e relazioni anche affettive venivano </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformate in lavoro gratuito (Federici, Fortunati 1984, 7-34). Si </hi><hi rend="CharOverride-1">ricusava l’organizzazione sociale che </hi><hi rend="CharOverride-1">relegava il lavoro di cura nel non-lavoro, considerandolo un’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività naturale delle donne e un impegno gratuito</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-035">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; ma che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un’analisi più profonda appariva, non diversamente dal lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> propriamente detto, come un contributo essenziale al processo di valorizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-034">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Negando il salario e trasformando il lavoro domestico in «atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’amore» si sanciva il ruolo ancillare delle donne nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> riproduzione della forza lavoro, tanto da adibirla a «servire fisicamente</hi><hi rend="CharOverride-1">, emotivamente e sessualmente il lavoratore maschio». Il rifiuto del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> domestico («completamente naturalizzato e sessualizzato», per farne un attributo tipicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> femminile) e la stessa rivendicazione del salario, finivano quindi per</hi><hi rend="CharOverride-1"> disvelare la «finzione» che giustificava la trasformazione del lavoro femmini</hi><hi rend="CharOverride-1">le in non-lavoro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-033">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con il duplice fine di ghettizzare il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">delle donne nella sfera familiare e, come sottolinearono le femministe, </hi><hi rend="CharOverride-1">in modo tale da liberare «the man from these functions </hi><hi rend="CharOverride-1">so that he is completely free for direct exploitation»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-032">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lungi dall’essere isolate in un determinato periodo storico, queste </hi><hi rend="CharOverride-1">tendenze hanno avuto importanti sviluppi nel mettere in discussione l’</hi><hi rend="CharOverride-1">artificiosa e forzosa separazione tra la sfera della produzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">merci e la sfera della riproduzione, intesa quest’ultima come «</hi><hi rend="CharOverride-1">non-lavoro», quindi, di fatto, proprio per questo sfruttata come «</hi><hi rend="CharOverride-1">inestimabile fonte di produzione di valore», come se si trattasse di cose naturali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-031">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. All’invenzione del lavoratore salariato corrisponderà </hi><hi rend="CharOverride-1">l’invenzione della famiglia nucleare su cui il capitalismo fordista </hi><hi rend="CharOverride-1">fin dagli inizi del XX secolo ha costruito la sua </hi><hi rend="CharOverride-1">fortuna, alla mistificazione del ruolo delle donne l’identificazione del «</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro» esclusivamente come lavoro salariato: una divisione di carattere sessista </hi><hi rend="CharOverride-1">che sarà recepita, paradossalmente, anche dal movimento operaio, che accetterà «</hi><hi rend="CharOverride-1">the dichotomy of unpaid vs. paid work, as well as that of family vs. market» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Sartis, Bellavitis, Martini 2020, 66). Il filone «laburista» della sinistra </hi><hi rend="CharOverride-1">storica non riuscirà mai a vedere il lavoro nascosto dietro </hi><hi rend="CharOverride-1">il non-lavoro delle donne: nella sua prospettiva politica c’</hi><hi rend="CharOverride-1">era soltanto l’operaio salariato, maschio e capo-famiglia, e </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro di produzione delle merci, la produzione per il </hi><hi rend="CharOverride-1">mercato. Non a caso l’art. 29 della Costituzione, votato </hi><hi rend="CharOverride-1">da tutte le forze politiche cattoliche, socialiste e comuniste nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Assemblea costituente, definiva la famiglia come «società naturale», tanto che i rapporti all’interno della famiglia </hi><hi rend="CharOverride-1">venivano considerati delle obbligazioni naturali «that excludes any contamination woth </hi><hi rend="CharOverride-1">economic exchanges» (Sartis, Bellavitis, Martini 2020, 67). Le donne, in </hi><hi rend="CharOverride-1">definitiva, rimanevano estranee al progetto di organizzazione della classe e </hi><hi rend="CharOverride-1">private del potere che agli operai derivava «dal riconoscimento del </hi><hi rend="CharOverride-1">loro lavoro e del contratto sociale insito nel rapporto salariale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-030">39</ref></hi></hi><hi rend="notes_number CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sarà anche questo un nodo a lungo irrisolto e una contraddizione rimossa dall’orizzonte </hi><hi rend="CharOverride-1">della sinistra storica: in realtà, come osserva Joanne Conaghan, una </hi><hi rend="CharOverride-1">giurista femminista, «the distinction between paid and unpaid labour…is </hi><hi rend="CharOverride-1">not natural or inevitable but constructed and correspondent with the </hi><hi rend="CharOverride-1">particular configuration of social and work relations which emerged with </hi><hi rend="CharOverride-1">industrial capitalism» (Conaghan 2018, 283).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma anche il lavoro femminile </hi><hi rend="CharOverride-1">era destinato a cambiare nel tempo seguendo le trasformazioni sociali, </hi><hi rend="CharOverride-1">come osserveranno i sociologi attenti alla composizione del lavoro, come </hi><hi rend="CharOverride-1">Massimo Paci</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-029">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Saranno proprio i movimenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> femministi a segnalare, con la loro nascita, la crisi dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’organizzazione sociale basato sullo «scambio» fra salario maschile e lavoro gratuito delle donne. Tuttavia l’ingresso in </hi><hi rend="CharOverride-1">massa delle donne nel mercato del lavoro – la loro «fuga» </hi><hi rend="CharOverride-1">dal lavoro domestico – sarebbe avvenuto paradossalmente proprio nel momento in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui, con la svolta neoliberale, il lavoro salariato iniziava a </hi><hi rend="CharOverride-1">perdere le caratteristiche di sicurezza e stabilità e si attuava, </hi><hi rend="CharOverride-1">con la crisi dello stato sociale, un gigantesco disinvestimento nella </hi><hi rend="CharOverride-1">spesa pubblica per la riproduzione (scuola, sanità, assistenza sociale ecc.</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla ristrutturazione dell’economia globale seguirà la ristrutturazione anche del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro riproduttivo, che cambierà ancora una volta il ruolo femminile</hi><hi rend="CharOverride-1"> e la stessa natura del lavoro domestico, </hi><hi rend="CharOverride-1">collocando nelle relazioni di mercato il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro di cura (</hi><hi rend="italic">caregiving</hi><hi rend="CharOverride-1">), che proprio per questo sarà interessato</hi><hi rend="CharOverride-1"> da grossi processi di svalorizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-028">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La fine dell’</hi><hi rend="italic">old </hi><hi rend="italic">gender order</hi><hi rend="CharOverride-1"> non porterà tuttavia l’agognata liberazione delle donne ma </hi><hi rend="CharOverride-1">«new forms of subjection and exploitation» (Conaghan 2018, 284): il mercato «diventa la grande madre», scrive </hi><hi rend="CharOverride-1">Silvia Federici (2022, 58), nascondendo il carattere «co-dependent» del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro produttivo (</hi><hi rend="italic">paid</hi><hi rend="CharOverride-1">, salariato) e del lavoro riproduttivo (non pagato, </hi><hi rend="italic">unpaid</hi><hi rend="CharOverride-1">). Non cambia neppure tanto il ruolo sociale delle donne, anche perché l’acquisto del lavoro di cura sul mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è permesso a tutti, così che la vecchia divisione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro resta ancora in piedi per un’ampia fascia</hi><hi rend="CharOverride-1"> di popolazione femminile, a cui spetta ora il ruolo sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> più diretto e richiesto nella produzione (con salari bassi) e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la riproduzione (come lavoro gratuito) producendosi una netta distinzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe ed anche culturale con i ceti più benestanti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-027">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma lo «strabismo» non sarà un deficit visivo soltanto del movimento operaio, contagiando anche il diritto del lavoro, riproponendo </hi><hi rend="CharOverride-1">inerzialmente ed in modo sempre meno credibile «the paid work </hi><hi rend="CharOverride-1">paradigm of current labour law», così trascurando completamente il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">gratuito di riproduzione, per quanto sia sempre più evidente, come </hi><hi rend="CharOverride-1">scrive Joanne Conaghan, che «the current conception of labour which </hi><hi rend="CharOverride-1">underpins labour law is historically contrived and not universally prescribed» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Conaghan 2018, 286).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal pensiero femminista – che ha messo in discussione la</hi><hi rend="CharOverride-1"> concezione del lavoro e la teoria economica classica, ponendo interrogativi</hi><hi rend="CharOverride-1"> importanti su quali siano le attività che meritano un reddito</hi><hi rend="CharOverride-1"> – nasce dunque la consapevolezza del salario come spartiacque artificioso tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e non lavoro, potere e mancanza di potere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-026">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tale riflessione è innaturale e forse urticante per la tradizionale </hi><hi rend="CharOverride-1">visione laburista, anche di stampo marxista, che ha sempre considerato </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro delle donne come non-lavoro, inerente alla sua </hi><hi rend="CharOverride-1">natura, e quando si è posto il problema del risarcimento </hi><hi rend="CharOverride-1">delle donne e del riconoscimento della «parità» lo ha sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto nell’ottica dell’inserimento nei rapporti di produzione, come </hi><hi rend="CharOverride-1">«diritto al lavoro», e non piuttosto come riconoscimento che il non-lavoro delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> donne è in realtà a tutti gli effetti un’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> che crea valore ed anzi essenziale proprio</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’ambito di quei rapporti economici da cui le donne</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono state escluse per tanto tempo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-025">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. </hi><hi rend="CharOverride-1">Come hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">notato alcuni studiosi, con la crisi del vecchio modello sociale </hi><hi rend="CharOverride-1">fordista e industrialista il lavoro invisibile e non riconosciuto «è </hi><hi rend="CharOverride-1">uscito dalla dinamica domestica affermandosi con prepotenza all’intero sistema economico». Proprio nei processi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> digitalizzazione e frammentazione del lavoro si insinuano le più svariate</hi><hi rend="CharOverride-1"> forme di gratuità del lavoro: «la gratuità rimanda alla vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> messa al lavoro, al lavoro non riconosciuto della vita» (Greppi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cavalli, Marazzi 2022, 16), estendendosi a tutta la società «l</hi><hi rend="CharOverride-1">’appropriazione gratuita da parte dell’economia di competenze maturate in ambito extra-lavorativo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-024">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si spezza, in modo sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">più netto, il rapporto fra occupazione e salario, fra tempo </hi><hi rend="CharOverride-1">libero e tempo di lavoro, fra lavoro e non-lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche se il paradigma del lavoro salariato resta ancora, paradossalmente, </hi><hi rend="CharOverride-1">il modello politico-giuridico del diritto del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’influenza </hi><hi rend="CharOverride-1">della rivoluzione tecnologica, dell’avvento del capitalismo delle piattaforme e </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’intelligenza artificiale nella produzione e nei servizi, del «comando» </hi><hi rend="CharOverride-1">algoritmico sul lavoro vivo lungo tutta la catena di produzione di valore, ha un impatto straordinario e performante, cambiando </hi><hi rend="CharOverride-1">totalmente la natura stessa del lavoro e i confini con </hi><hi rend="CharOverride-1">il tempo libero, inteso come non-lavoro: se da un </hi><hi rend="CharOverride-1">lato il lavoro non garantisce più un’occupazione stabile e </hi><hi rend="CharOverride-1">adeguatamente retribuita, dall’altro la produzione di valore tracima al </hi><hi rend="CharOverride-1">di fuori del lavoro ed invade il tempo di non-</hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, tanto da potersi parlare effettivamente di «lavoro gratuito», a cui si affianca la sistematica </hi><hi rend="CharOverride-1">appropriazione dei dati e delle informazioni come sostiene Zuboff (</hi><hi rend="CharOverride-1">2019), che non è un processo molto diverso da ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">che accade nella produzione materiale, se le informazioni sono la «nuova merce» del capitalismo digitale. Di fatto, la creazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di valore si trasferisce dall’uomo alla macchina algoritmica, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> incorpora il lavoro vivo, tanto da ridurre il valore del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro stesso, che quasi scompare. Ma il punto cruciale pare</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere non tanto l’assorbimento da parte delle macchine delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> funzioni e delle prestazioni svolte dal lavoratore, ossia la riduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro necessario, quanto il cambiamento che riguarda le fonti</hi><hi rend="CharOverride-1"> del valore, ossia la disconnessione, come ha chiarito Castel, della</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione di valore dal lavoro classicamente inteso. L’estrazione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore avviene oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">direttamente «dagli atti della vita quotidiana» (Greppi, Cavalli</hi><hi rend="CharOverride-1">, Marazzi 2022, 23): la produzione capitalistica non si limita pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù ad estrarre valore dal lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">«ma si estende in maniera crescente anche al consumo </hi><hi rend="CharOverride-1">e al tempo libero, fino a trasformare in tempo di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro qualsiasi ritaglio di tempo vitale» (Greppi, Cavalli, Marazzi 2022). </hi><hi rend="CharOverride-1">Da qui il passaggio, sottolineato da Christian Marazzi, di quote </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre più consistenti di attività lavorativa dalla sfera della produzione (</hi><hi rend="CharOverride-1">dove veniva assicurata dal lavoro salariato) nella sfera del consumo </hi><hi rend="CharOverride-1">e nel tempo di non-lavoro, dove si forma la </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova figura del «lavoratore inconsapevole» </hi><hi rend="CharOverride-1">che produce mentre consuma o che partecipa attivamente ma inconsapevolmente </hi><hi rend="CharOverride-1">alla produzione di ciò di cui si serve. Si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">di uno sforzo produttivo ulteriore e non remunerato, sia che </hi><hi rend="CharOverride-1">avvenga come attività distolta dalla produzione e messa sulle spalle </hi><hi rend="CharOverride-1">del consumatore (come avviene ad esempio tutte le volte in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui viene richiesto al consumatore di svolgere parte dell’attività </hi><hi rend="CharOverride-1">precedentemente inserita nell’organizzazione del lavoro) sia nel senso della </hi><hi rend="CharOverride-1">valorizzazione di tutte le informazioni fornite dall’utente, ignaro produttore </hi><hi rend="CharOverride-1">di valore per il capitale, nel momento in cui è </hi><hi rend="CharOverride-1">connesso alla rete</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-023">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’estrazione di valore si estende cos</hi><hi rend="CharOverride-1">ì a tutti gli ambiti della vita, è la vita stessa a </hi><hi rend="CharOverride-1">essere messa al lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla captazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del valore dalla vita stessa, dalla «folla indistinta», si aggiunge </hi><hi rend="CharOverride-1">la </hi><hi rend="italic">gig economy</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’economia dei lavoretti e la precarizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">estesa dei lavori, a tal punto estesa da determinare svalorizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">e finanche annientamento della relazione salariale. La stessa fascia dei </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratori marginali che costituiscono l’esercito dei </hi><hi rend="italic">woorkig poors</hi><hi rend="CharOverride-1"> può dirsi vittima della gratuità del lavoro, nella </hi><hi rend="CharOverride-1">misura in cui al differenziale rispetto al salario adeguato corrisponde </hi><hi rend="CharOverride-1">una quota di lavoro non pagata e offerta gratuitamente: «tutto </hi><hi rend="CharOverride-1">ciò che non è dato al salariato è dato gratuitamente» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Greppi, Cavalli, Marazzi 2022, 41). </hi><hi rend="CharOverride-1">Insomma fra salario, lavoro e non-lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> c’è una relazione molto complessa che continua a svilupparsi</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche nell’era algoritmica e nel lavoro digitale. Non dunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> «fine del lavoro», che vorrebbe dire identificare la caratteristica distintiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro (creare valore economico) con una particolare forma di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, ma al contrario estensione del lavoro vivo in tutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> gli ambiti dell’esistenza: sempre meno lavoro salariato, sempre più</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro invisibile e non riconosciuto. Non dimenticando che anche ne</hi><hi rend="CharOverride-1">l lavoro salariato si assiste ad un incunearsi del lavoro gratuito e non riconosciuto, sotto varie forme, dallo sfruttamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativo all’abbattimento degli ambiti separati di lavoro e tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> libero, dallo sconfinamento del lavoro oltre gli obblighi contrattuali alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> pervasività delle nuove tecnologie, che si insinuano fra tempo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e non-lavoro, senza contropartita retributiva. Il lavoro gratuito</hi><hi rend="CharOverride-1"> è lavoro produttivo non pagato a cui si aggiungono le</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuove forme di lavoro tramite piattaforma, «una nuova economia che</hi><hi rend="CharOverride-1"> permette contemporaneamente di creare occupazione nella </hi><hi rend="italic">gig economy</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cambio</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cessione gratuita di dati e quindi di valore» (Greppi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cavalli, Marazzi 2022, 51). Fondato sulla stabilità, il lavoro nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca fordista vedeva la rigida definizione dei tempi di lavoro, dei livelli retributivi e della carriera</hi><hi rend="CharOverride-1"> professionale (Castel 2019); la riconfigurazione del lavoro nel post-fordismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> crea un lavoro in cui prevale la destrutturazione temporale, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> scomposizione dei tempi di vita e di lavoro e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro continua sovrapposizione (</hi><hi rend="italic">domestication</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-022">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’evoluzione successiva sembra andare</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora di più nella direzione di uno sviluppo verso forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro «allargato». Mobilità e innovazione sono le principali richieste</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitalismo globalizzato, che vuol dire anche aumento del rischio</hi><hi rend="CharOverride-1">, indeterminatezza e individualizzazione del lavoro, tanto da far crescere l</hi><hi rend="CharOverride-1">’insicurezza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-021">48</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e naturalmente lavoro gratuito, messa al lavoro della vita stessa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un contesto di crescita delle disuguaglianze (Piketty </hi><hi rend="CharOverride-1">2014), la crisi del lavoro sembra rappresentare, come sostiene Marazzi (</hi><hi rend="CharOverride-1">2015), una nemesi per il capitalismo occidentale, che ha distrutto </hi><hi rend="CharOverride-1">la classe operaia fordista ma con un effetto boomerang per </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua stessa sopravvivenza e sviluppo, ritrovandosi ora nella difficoltà </hi><hi rend="CharOverride-1">di contraddire obiettivi che farebbero il suo stesso interesse, come </hi><hi rend="CharOverride-1">sarebbe una più equa distribuzione della ricchezza. Attraverso la «desalarizzazione»</hi><hi rend="CharOverride-1">, la «decontrattualizzazione» e le misure capillari di precarizzazione del lavoro, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> dissolve la possibilità di integrare la classe subordinata nel circuito</hi><hi rend="CharOverride-1"> economico.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Resta da capire a questo punto come ricostruire </hi><hi rend="CharOverride-1">la condizione di corrispettività rispetto alla disponibilità al lavoro, senza </hi><hi rend="CharOverride-1">tornare anacronisticamente al rapporto salariale «fordista» in una società oramai «</hi><hi rend="CharOverride-1">post-salariale». È il grande tema ineludibile del reddito di base, su cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> si dovrebbe aprire un confronto aperto e propositivo anche nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ambito giuslavorista, impegnato invece sulla questione del salario minimo, che</hi><hi rend="CharOverride-1">, per quanto rilevante e positiva, è una risposta ancora nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’ottica del giusto rapporto lavoro-salario.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il capitalismo delle </hi><hi rend="CharOverride-1">piattaforme ha completamente soggiogato il lavoro distruggendo il rapporto salariale </hi><hi rend="CharOverride-1">per ragioni collegate alla natura stessa della prestazione richiesta al </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore digitale. La frammentazione tipologica, la temporaneità dell’impiego e </hi><hi rend="CharOverride-1">le altre forme di lavoro precario contribuiscono anch’esse all’</hi><hi rend="CharOverride-1">istituzione della società post-salariale. Il salario è sempre meno collegabile alla carriera, all’anzianità </hi><hi rend="CharOverride-1">di servizio e alla acquisizione di professionalità, è sovradeterminato da </hi><hi rend="CharOverride-1">limitazioni temporali che non consentono l’ascesa professionale, oppure svincolato </hi><hi rend="CharOverride-1">da fonti eteronome e liberamente pattuito nella fase genetica del </hi><hi rend="CharOverride-1">contratto di lavoro non subordinato, o ancora dipendente dalle occasioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro, dalle singole somministrazioni di lavoro a favore di </hi><hi rend="CharOverride-1">terzi, con contenuti contrattuali incerti destinati a concretizzarsi in base </hi><hi rend="CharOverride-1">alle caratteristiche dell’azienda utilizzatrice, quando non collegato, come nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro irregolare, ad una relazione salariale addirittura invisibile e inconoscibile. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tornando alle «grandi dimissioni», si potrebbe dire, come sostengono alcuni, che esse trovino la loro reale spiegazione come </hi><hi rend="CharOverride-1">fenomeno nel fatto che oggi «la disutilità di un’ulteriore </hi><hi rend="CharOverride-1">unità di prestazione lavorativa non è più pareggiata dall’utilità </hi><hi rend="CharOverride-1">che è possibile ricavare dal reddito addizionale» (Greppi, Cavalli, Marazzi 2022, 27), ossia alla «produttività marginale», ma per il lavoratore</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> precarietà e dalla dissoluzione dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’impiego stabile deriva una rottura profonda, uno «scivolare dal piedistallo</hi><hi rend="CharOverride-1">», come ha osservato con espressione immaginifica Accornero. La relazione lavoro-identità, già messa in crisi dalla fine </hi><hi rend="CharOverride-1">del fordismo, sembra svanire completamente nella società consumeristica, dove la </hi><hi rend="CharOverride-1">ricerca di un’identità sociale avviene «attraverso le scorciatoie del </hi><hi rend="CharOverride-1">non- lavoro» e la stessa produzione di valore si realizza </hi><hi rend="CharOverride-1">in una sfera che è al di fuori del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">in senso proprio, che Gorz ha definito tempo libero alienato </hi><hi rend="CharOverride-1">(Gorz 1978). L’impossibilità di identificarsi nel lavoro getta le persone in</hi><hi rend="CharOverride-1"> un mondo nel quale «la scala dei valori si sconnette</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla scala dei lavori»: il lavoro cessa di essere fonte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di legittimazione sociale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-020">49</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> disconnessione</hi><hi rend="CharOverride-1">, questo offuscamento dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">identità, non è senza conseguenze sulla scala dei desideri </hi><hi rend="CharOverride-1">e della scelta fra lavoro e non-lavoro, tanto più </hi><hi rend="CharOverride-1">che è venuta meno anche la promessa di fondare sul lavoro l’identità </hi><hi rend="CharOverride-1">collettiva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-019">50</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sono cambiate completamente le coordinate di riferimento e </hi><hi rend="CharOverride-1">la natura stessa del rapporto fra lavoro e cittadinanza, come </hi><hi rend="CharOverride-1">ci ha insegnato Romagnoli (2018), il dovere di lavorare è </hi><hi rend="CharOverride-1">rimasto senza un corrispettivo e si assiste ad un cambiamento </hi><hi rend="CharOverride-1">fondamentale, «alla riduzione dell’inclusione sociale a inclusione nel mercato»</hi><hi rend="CharOverride-1">, distruggendo il vecchio patto di cittadinanza. Allo svanire del compromesso keynesiano si sono dissolti, come per </hi><hi rend="CharOverride-1">una sopravvenuta mancanza di «realismo», anche nozioni e concetti come </hi><hi rend="CharOverride-1">quello del «dovere di lavorare», inteso come dovere da parte </hi><hi rend="CharOverride-1">del singolo di non sottrarsi alla «attivazione», per la mobilitazione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle energie di lavoro socialmente necessarie. Il tormentato sviluppo della </hi><hi rend="CharOverride-1">società dell’informazione sembra ora fare un salto in avanti, </hi><hi rend="CharOverride-1">nel senso della scomposizione del rapporto lavoro-non lavoro in </hi><hi rend="CharOverride-1">tutti gli ambiti della vita, trasformandola in una scacchiera su </hi><hi rend="CharOverride-1">cui ogni mossa produce valore e creando un sovrapporsi apparentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">caotico di tempo libero e tempo di lavoro, di gratuità </hi><hi rend="CharOverride-1">e redditività, di dono e appropriazione.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">6. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ma che fine fa il lavoro come obbligazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale? In realtà si tornerà a parlare di «dovere di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare» recentemente con l’entrata in vigore del reddito di</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadinanza, dando l’impressione, in verità, di una reazione irrazionale</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla crisi del lavoro e, per altro verso, di un</hi><hi rend="CharOverride-1">’opposizione ideologica alla disconnessione della tutela del reddito della classe</hi><hi rend="CharOverride-1"> subordinata dal lavoro. Il reddito è sembrato realmente «fumo negli</hi><hi rend="CharOverride-1"> occhi» per l’esasperato produttivismo dell’era neoliberale e, al</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo stesso, ostico per la mentalità della sinistra italiana e</hi><hi rend="CharOverride-1"> del sindacalismo confederale, in cui il mito del lavoro è</hi><hi rend="CharOverride-1"> ancora largamente presente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Concretizzare l’antica aspirazione allo </hi><hi rend="italic">ius existentiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> indipendentemente dal lavoro, è alla base invece della più radicale corrente di pensiero che fa riferimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Van Paris e Vanderborght, a Bronzini e Fumagalli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-018">51</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il tema del reddito diventa così uno dei terreni che </hi><hi rend="CharOverride-1">consentono di ricomporre le figure sociali frammentate, senza confondere il </hi><hi rend="CharOverride-1">reddito di base incondizionato con le politiche attive del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">tipiche dei sistemi di </hi><hi rend="italic">workfare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-017">52</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La critica sociale sottesa a</hi><hi rend="CharOverride-1"> queste teorie ha come punto centrale l’ineludibile passaggio ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una diversa fase dei rapporti di produzione, in cui il</hi><hi rend="CharOverride-1"> reddito garantito è (anche) remunerazione del lavoro che si nasconde</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel non-lavoro, nella creazione di valore con modalità spesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> non visibili, coinvolgendo la vita stessa nella sua essenza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dissolvendo i luoghi di lavoro e il perimetro tradizionale dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’orario lavorativo (si veda Fumagalli 2018). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma la riforma, per quanto avesse un evidente fondamento </hi><hi rend="CharOverride-1">costituzionale e nelle Carte dei diritti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-016">53</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ha resistito poco tempo</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle tendenze regressive e all’insofferenza di molte forze politiche</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il D.L. n. 4/2019 è stato abrogato dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> governo Meloni e sostituito con due distinte misure: l’assegno</hi><hi rend="CharOverride-1"> di inclusione e il cosiddetto «supporto» per la formazione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro, rispettivamente per gli «occupabili» e i «non occupabili</hi><hi rend="CharOverride-1">» a vario titolo inabili al lavoro (l. 4 maggio 2023 n. 48). Niente reddito per chi può lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se non lavora (o è da considerarsi diversamente al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, come le donne e tutti quelli che svolgono un</hi><hi rend="CharOverride-1">’attività di produzione di valore al di fuori dello schema</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro salariato). L’ostilità ideologica verso la possibilità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> utilizzare il reddito come strumento per sottrarsi al lavoro non</hi><hi rend="CharOverride-1"> è stata del resto mai superata. In bilico fra </hi><hi rend="italic">workfare</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, la stessa disciplina del reddito di cittadinanza mirava fondamentalmente all’attivazione ed a realizzare il «dovere di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorare» più di quanto sia dato evincere dalla violentissima campagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> scatenata contro la misura del reddito. Lo dimostrano le disposizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che condizionavano il reddito alla «dichiarazione di immediata disponibilità al</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro» da parte di tutti i componenti del nucleo familiare</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’obbligo di adesione ad un percorso di accompagnamento all</hi><hi rend="CharOverride-1">’inserimento lavorativo e di sottoscrizione del cosiddetto «patto per il lavoro». La </hi><hi rend="CharOverride-1">ricerca attiva del lavoro costituiva in quest’ottica la reale </hi><hi rend="CharOverride-1">contropartita del reddito, insieme all’immediata disponibilità e ai percorsi </hi><hi rend="CharOverride-1">personalizzati di inserimento al lavoro, con l’obbligo del beneficiario </hi><hi rend="CharOverride-1">di partecipare ai progetti «utili alla collettività» dei Comuni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È </hi><hi rend="CharOverride-1">stata una breve parentesi, che tuttavia aveva fatto sperare in un cambio di paradigma da </hi><hi rend="CharOverride-1">parte della legislazione, se non altro disincentivando proposte lavorative «indecenti», </hi><hi rend="CharOverride-1">non rispettose di condizioni di lavoro costituzionalmente legittime: legittimando dunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> a certe condizioni il non-lavoro, la </hi><hi rend="CharOverride-1">scelta di sottrarsi al dovere di lavorare. In realtà già </hi><hi rend="CharOverride-1">il governo Draghi, in due tornate – una prima volta con </hi><hi rend="CharOverride-1">la legge di bilancio 2022 e una seconda con la </hi><hi rend="CharOverride-1">legge di bilancio 2023 – aveva introdotto misure restrittive, proprio nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ottica di impedire la sottrazione al dovere di lavorare (riducendo </hi><hi rend="CharOverride-1">prima da tre a due le offerte di lavoro congrue, </hi><hi rend="CharOverride-1">poi prevedendo che il rifiuto anche solo di una offerta </hi><hi rend="CharOverride-1">di lavoro congrua dovesse comportare la decadenza dal reddito).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Soltanto </hi><hi rend="CharOverride-1">come provvedimento eccezionale e temporaneo è stato concepibile nell’ordinamento </hi><hi rend="CharOverride-1">italiano scollegare il reddito dal lavoro, come è </hi><hi rend="CharOverride-1">avvenuto nel periodo del Covid con le misure di sostegno al reddito (denominato come «reddito</hi><hi rend="CharOverride-1"> di emergenza») ai sensi dell’art. 82 D.L. n</hi><hi rend="CharOverride-1">. 34/2020.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le misure poi approvate dal Governo Meloni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-015">54</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. sembrano dirette, come osserva Alessandro Somma, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«punire coloro i quali si reputa abusino delle misure di sostegno alla povertà, ovvero che si accontentano delle limitate </hi><hi rend="CharOverride-1">risorse messe a disposizione dei pubblici poteri pur di non </hi><hi rend="CharOverride-1">impegnarsi nella ricerca di un’occupazione»; la logica è che </hi><hi rend="CharOverride-1">il diritto va collegato alla meritevolezza del soggetto, introducendo una </hi><hi rend="CharOverride-1">vera e propria «moralizzazione del discorso dui poveri», con una «</hi><hi rend="CharOverride-1">esaltazione dello Stato attivatore nella sua essenza di dispositivo punitivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">o se si preferisce abilitante nella misura in cui si </hi><hi rend="CharOverride-1">caratterizza per il ricorso a modalità coercitive di inserimento lavorativo»</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Somma 2024, 150-51). Fino al punto di consentire allo Stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ingerirsi nell’utilizzo fatto dal singolo dell’assegno ricevuto</hi><hi rend="CharOverride-1">, onde verificare se le spese effettuate sono coerenti con le</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalità ammesse, collegando il sostegno all’approvazione del comportamento individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del singolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-014">55</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In definitiva, la cultura neoliberale di governo </hi><hi rend="CharOverride-1">è stata costantemente ispirata dal principio di corrispettività fra benefici </hi><hi rend="CharOverride-1">concessi e comportamenti individuali, considerando il non-lavoro una sorta </hi><hi rend="CharOverride-1">di stigma, di condizione non innocua per l’ordine sociale, </hi><hi rend="CharOverride-1">fino ad escludere permanentemente da qualsiasi sostegno non soltanto chi </hi><hi rend="CharOverride-1">si sottrae volontariamente al lavoro, ma anche chi, pur essendo </hi><hi rend="CharOverride-1">«occupabile», non ricerca (o non trova) un’occupazione, quale che sia. Secondo </hi><hi rend="CharOverride-1">alcuni, si dimostra qui «la volontà di governare, selezionare, premiare </hi><hi rend="CharOverride-1">o punire chi non rispetta un prontuario di prescrizioni», per </hi><hi rend="CharOverride-1">inseguire il mito «di uno Stato sociale basato sul cittadino </hi><hi rend="CharOverride-1">operoso, e non sul diritto all’esistenza di tutti e </hi><hi rend="CharOverride-1">di ciascuno»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (così ancora Ciccarelli 2023).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il reddito, abbiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">detto, non è mai stato accolto con favore in Italia, </hi><hi rend="CharOverride-1">anzi ha sollevato molte perplessità sia negli schieramenti politici che </hi><hi rend="CharOverride-1">sindacali. Se si può comprendere l’ostilità delle componenti più </hi><hi rend="CharOverride-1">conservatrici dello schieramento politico e del mondo intellettuale, meno comprensibile </hi><hi rend="CharOverride-1">è la freddezza delle componenti più progressiste, forse per l’atavico spirito laburista o come </hi><hi rend="CharOverride-1">scrive Ferraro per il rimpianto per una mitica «età dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">oro» che le spinge ancora a guardare con ostilità «qualsiasi </hi><hi rend="CharOverride-1">proposta innovativa che voglia spostare l’asse gravitazionale delle tutele»</hi><hi rend="CharOverride-1">, per introdurre «sistemi più avanzati di sicurezza sociale» (Ferraro 2008, 251-52). Si può riprendere, anche se </hi><hi rend="CharOverride-1">in una chiave diversa, la critica di Riccardo Del Punta </hi><hi rend="CharOverride-1">ai giuslavoristi «ortodossi», incapaci di uscire dall’orbita del sistema </hi><hi rend="CharOverride-1">di tutele novecentesco e non disponibili a «correzioni di rotta» </hi><hi rend="CharOverride-1">rispetto al «modello antropologico e culturale di riferimento», costruito attorno ad un lavoratore subordinato (maschio, adulto, nativo) </hi><hi rend="CharOverride-1">che tendeva a realizzarsi nel lavoro e ad organizzarsi come </hi><hi rend="CharOverride-1">soggetto nella dimensione collettiva (Del Punta 2008).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una vasta </hi><hi rend="CharOverride-1">area trasversale il lavoro salariato resta, per motivi diversi, centrale </hi><hi rend="CharOverride-1">all’interno delle coordinate culturali giuslavoriste, perdendo di vista la </hi><hi rend="CharOverride-1">rarefazione della soggettività e la perdita di senso del rapporto </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro-salario-produzione. E torna a presentarsi il dovere di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorare, che riappare nelle cronache giuridiche e mediatiche con toni </hi><hi rend="CharOverride-1">ancora più stringenti ed imperativi di come era stato concepito </hi><hi rend="CharOverride-1">nel dibattito della Costituente, come dovere di carattere essenzialmente morale, </hi><hi rend="CharOverride-1">che, peraltro, segue e non precede il diritto al lavoro. </hi><hi rend="CharOverride-1">Una svolta, fra l’altro, piuttosto anacronistica, in nome dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">obbligazione di produrre e lavorare, proprio mentre il lavoro di massa sta morendo.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">7. </hi><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente, in linea </hi><hi rend="CharOverride-1">di principio nessuno ammetterebbe (ed a ragione) che sia consentito </hi><hi rend="CharOverride-1">a chiunque, anche in età lavorativa ed abile al lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">di sottrarsi al dovere di contribuire al progresso della società. </hi><hi rend="CharOverride-1">Eppure è proprio la società ad indurre le persone a </hi><hi rend="CharOverride-1">non considerare più il lavoro come una componente necessaria della </hi><hi rend="CharOverride-1">propria vita e della stessa organizzazione sociale, a rinnegare l’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea stessa del lavoro come elemento ordinatore della società (Accornero 1980, 34). Da</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lato si vorrebbe il disciplinamento dell’esistenza delle persone</hi><hi rend="CharOverride-1"> «in nome del lavoro, della responsabilità e dell’emancipazione» (Ciccarelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2023), dall’altro si costruisce un orizzonte in cui l</hi><hi rend="CharOverride-1">’identità è fondata sul non-lavoro, la produzione di valore avviene al di fuori del lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si sta speditamente andando verso una società «post-salariale». Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> dovere di lavorare si trasforma così in finzione, quasi simulatorio</hi><hi rend="CharOverride-1">, con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> perdita di senso del «dovere di svolgere un’attività o</hi><hi rend="CharOverride-1"> una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della</hi><hi rend="CharOverride-1"> società» solennemente enunciato dall’art. 4 della Costituzione, visto che</hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre tutto, il lavoro socialmente necessario si realizza e si produce sempre di più al di fuori</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro umano come l’abbiamo sempre inteso. Non sembra</hi><hi rend="CharOverride-1"> potersi dire, quindi, che le grandi dimissioni dimostrano addirittura la</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà del lavoratore di scegliersi il datore di lavoro, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua conquistata maturità e forza contrattuale, contravvenendo ai dati di</hi><hi rend="CharOverride-1"> realtà, alla fenomenologia del lavoro, alla sua estesa precarizzazione e</hi><hi rend="CharOverride-1"> frammentazione, pur con diversa intensità e diffusione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-013">56</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è </hi><hi rend="CharOverride-1">da chiedersi piuttosto cosa sia accaduto dopo la fine dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">industrialismo e del taylor-fordismo, con la mutazione antropologica che aveva</hi><hi rend="CharOverride-1"> comportato nel lavoro umano e nella figura del lavoratore. La</hi><hi rend="CharOverride-1"> grande promessa della dottrina neoliberale era stata proprio quella di</hi><hi rend="CharOverride-1"> restituire al lavoratore la sua natura di «demiurgo», come scriveva</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gramsci, in cui «la personalità del lavoratore si riflette nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’oggetto creato»; modelli cooperativi, autonomia e coinvolgimento dei lavoratori dovevano</hi><hi rend="CharOverride-1"> esprimersi in tutti i settori e in tutte le attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> umane, in modi diversi ma sempre riformulando il lavoro come</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro creativo ed intelligente, ispirandosi alle teorie partecipative e al</hi><hi rend="CharOverride-1"> mito dell’autorealizzazione, del lavoratore imprenditore di se stesso, idealizzando</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’impresa flessibile e sconfessando la forma gerarchica e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’alienazione del lavoro nella grande fabbrica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-012">57</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma il grande fallimento della teoria neoliberale del lavoro è</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ancora oggi resta irrisolto il problema di come coniugare</hi><hi rend="CharOverride-1"> concettualmente precarizzazione dei rapporti di lavoro e partecipazione, lavoro povero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e coinvolgimento dei lavoratori, in definitiva come spiegare che ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> una presunta qualità democratica, aperta dell’impresa partecipata, ritenuta da</hi><hi rend="CharOverride-1"> acutissimi giuslavoristi «in pieno rilancio» – tanto da parlare di «adesione</hi><hi rend="CharOverride-1"> consapevole, volontaria e consensuale di persone fidelizzate, che diventano parte</hi><hi rend="CharOverride-1"> integrate di una missione comune» – si associ non il miglioramento</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma il peggioramento delle condizioni di lavoro, sotto ogni latitudine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-011">58</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo aver demolito una certa idea di lavoro, nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">era della precarietà e del lavoro gratuito l’unica ideologia </hi><hi rend="CharOverride-1">rimasta appare dunque l’ideologia dell’impresa e al mito </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro sembra sostituirsi l’impresa con le </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove mitologie sorte intorno ad essa, come quella sull’impresa </hi><hi rend="CharOverride-1">«partecipata». Ma della nuova ideologia si può dire quello che si diceva della vecchia </hi><hi rend="CharOverride-1">ideologia del lavoro, diventata «solo retorica… che alimenta l’autoinganno» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero 1980, 38): nell’impresa oggi non c’è più </hi><hi rend="CharOverride-1">ma meno libertà, meno potere del lavoro vivo nella produzione, </hi><hi rend="CharOverride-1">il rapporto è sempre più individualizzato e l’assoggettamento alla </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnologia digitale, che introietta la funzione di direzione e comando, </hi><hi rend="CharOverride-1">è «non solo del lavoro come oggetto ma anche del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore come soggetto»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-010">59</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La critica al lavoro salariato è </hi><hi rend="CharOverride-1">insita, come osserva Accornero, nella critica al taylorismo, che con </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua organizzazione scientifica del lavoro aveva messo al centro «</hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro… asservito, plagiato e </hi><hi rend="italic">sussunto</hi><hi rend="CharOverride-1"> – come diceva Marx – entro un apparato capace di imprigionarlo». Sganciato </hi><hi rend="CharOverride-1">dalle rigide regole dello </hi><hi rend="italic">scientific management</hi><hi rend="CharOverride-1">, il capitalismo neoliberale ha </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotto il lavoratore flessibile di cui parla Sennet ed il </hi><hi rend="CharOverride-1">suo </hi><hi rend="italic">alter ego</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoratore precario che Guy Standing considera </hi><hi rend="CharOverride-1">fuori dal patto di cittadinanza – «vite da scarto» le ha </hi><hi rend="CharOverride-1">definite Baumann – senza un progetto di emancipazione nel lavoro o </hi><hi rend="CharOverride-1">fuori dal lavoro. Dopo l’epoca del lavoro inteso più </hi><hi rend="CharOverride-1">come diritto che come dovere – un diritto non tanto simbolico – siamo passati ad un </hi><hi rend="CharOverride-1">capitalismo che ha assunto forme diverse, che hanno prodotto «più </hi><hi rend="CharOverride-1">spesso uno scoraggiamento che non una promozione al lavoro», come </hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero con il suo acume intravedeva già nel 1980, notando </hi><hi rend="CharOverride-1">come «fra lavoro e non lavoro si sono in sostanza </hi><hi rend="CharOverride-1">incuneate mille forme di quasi-lavoro».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oggi più che mai </hi><hi rend="CharOverride-1">abbiamo nuovamente bisogno di realismo nella visione dei lavori</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, per collocarli nel loro tempo reale, nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro spazio vero e nella crisi odierna di certezze e</hi><hi rend="CharOverride-1"> valori, per tornare ad una critica sociale come critica «pratica</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Accornero 1980, 200 sgg.) dopo la fine dell’ideologia del lavoro ed il fallimento dell’ideologia </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’impresa. Molti, ancora oggi, si sentono orfani del vessillo </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, del mito e della cultura del lavoro, tanto </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’eclissi del lavoro gli appare come crisi di </hi><hi rend="CharOverride-1">civiltà, senza vedere che la nostra è già una società </hi><hi rend="CharOverride-1">post-lavoristica e post-salariale (ed è anche «post-soggetto»; Fornari 2024). Vie così messa in discussione la stessa relazione salariale,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che o non c’è (come nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro gratuito di cura e nella produzione di valore attraverso</hi><hi rend="CharOverride-1"> le piattaforme digitali, nel lavoro autonomo e nelle diverse aree</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui è disabilitata la funzione protettiva del diritto del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro) oppure vive solo in una parte del mondo della</hi><hi rend="CharOverride-1"> produzione, nei settori centrali e più garantiti del mercato del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, mentre si allarga l’area del lavoro precario in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui il salario è disconnesso dalle sue «normali» determinanti (anzianità, tempo pieno di lavoro, professionalità, progressioni di carriera ecc</hi><hi rend="CharOverride-1">.) e non garantisce il reddito</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessario, spesso acquisito al di fuori del lavoro, grazie alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">gig economy</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">8. Nella polemica di Riccardo Del Punta nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> confronti dell’ortodossia giuslavorista ci sono quindi sacrosante critiche all</hi><hi rend="CharOverride-1">’immobilismo ideologico, ai riferimenti socio-politici datati, idealizzati e assunti come immodificabili della dottrina più vicina alla </hi><hi rend="CharOverride-1">visione tradizionale del vecchio movimento operaio, in cui, notava Del </hi><hi rend="CharOverride-1">Punta, «prevalgono coloriture preoccupate e talora persino nostalgiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. A questa</hi><hi rend="CharOverride-1"> posizione, affezionata all’idea del lavoro come baricentro ineliminabile della</hi><hi rend="CharOverride-1"> società e del modello di tutela</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e quindi del </hi><hi rend="CharOverride-1">sistema giuslavorista, Egli opponeva, accogliendola, una linea «riformista» più duttile, </hi><hi rend="CharOverride-1">in grado di salvare il nucleo fondante del diritto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro dai venti impetuosi della globalizzazione, adattandolo ai cambiamenti, attraverso, </hi><hi rend="CharOverride-1">in sostanza, la storicizzazione del diritto del lavoro tutelare e </hi><hi rend="CharOverride-1">«la combinazione di libertà (sostanziale) ed eguaglianza di opportunità»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia, in questo modo alla </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi del «lavoro» (come soggetto e come ideologia) si dava </hi><hi rend="CharOverride-1">una risposta elusiva dei nodi giganteschi e dei problemi dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">economia globalizzata, della sua conclamata crisi (crisi «di sistema»), e </hi><hi rend="CharOverride-1">si dimenticavano, eliminandole dal campo del possibile e dello sperimentabile, </hi><hi rend="CharOverride-1">altre visioni della crisi e altre prospettive normative, meno «permeabili»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per dirla con il linguaggio preferito da Riccardo, la trama delle premesse epistemologiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed ontologiche restava la stessa: chiusa una crisi se ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> apriva un’altra più grande ancora.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto al lavoro, all</hi><hi rend="CharOverride-1">’avvento della società post-industriale non è seguita la progettazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una tutela estesa ed uguale per tutte le forme</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro instabile, frammentato, temporaneo, intermittente, ibrido, ma piuttosto la</hi><hi rend="CharOverride-1"> centralità dei problemi del mercato e della gestione efficiente dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’impresa come dimensione essenziale della regolazione, immaginando idealisticamente «una progressiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconciliazione fra un diritto ancora votato alla tutela, ma sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> base di logiche nuove, e le esigenze del sistema economico</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Del Punta 2008, 317). Posta in questo modo la questione della crisi del diritto del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro dell’epoca keynesiana, il cambio di paradigma delle tutele</hi><hi rend="italic"> del lavoro sul mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui tanto si è parlato</hi><hi rend="CharOverride-1">, continuava ad ignorare la crisi </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> società post-industriale del XXI secolo e </hi><hi rend="CharOverride-1">della relazione salariale nel sistema del lavoro precario</hi><hi rend="CharOverride-1">. I meccanismi socio-economici che producono la svalorizzazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> non sono indipendenti dal diritto e per smontarli serviva una</hi><hi rend="CharOverride-1"> riconsiderazione critica del contributo del diritto del lavoro, con i</hi><hi rend="CharOverride-1"> suoi assetti giuridici ed ideologici, al peggioramento delle condizioni della</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe subordinata, cosa molto difficile proprio per le posture idealistiche sopra</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricordate, che hanno assunto nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunità dei giuslavoristi il carattere di una sorta di «autoconvalida</hi><hi rend="CharOverride-1">», come spiega (ma in altro contesto) Gregory Bateson per definire il formarsi di convinzioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> profonde su presupposti empirici e fattuali fragili.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come si è</hi><hi rend="CharOverride-1"> cercato di dimostrare in questo saggio, andrebbero completamente ridiscussi i</hi><hi rend="CharOverride-1"> «confini» delle attività che esigono un reddito. Per quanto non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si possa qui approfondire, andrebbe ripreso e portato fino in</hi><hi rend="CharOverride-1"> fondo il discorso sul fondamento costituzionale del superamento del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> salariato come ambito di tutela esclusivo o privilegiato, prendendo atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> della crisi irreversibile e definitiva della subordinazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: suggerimento che </hi><hi rend="CharOverride-1">peraltro è ben lungi dall’essere seguito e assecondato dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">politica del diritto egemone, oggi come ieri. La prospettiva di </hi><hi rend="CharOverride-1">estendere le tutele soffre del resto di un gradualismo selettivo </hi><hi rend="CharOverride-1">anacronistico e riduttivo, stante la poliedricità del lavoro nella società </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’informazione, che si articola in un linguaggio comune e si presenta oggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> veramente «come forza produttiva posseduta dal capitale </hi><hi rend="italic">per natura</hi><hi rend="CharOverride-1">», come</hi><hi rend="CharOverride-1"> preconizzava Marx, almeno in questo illuminante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche i nuovi modelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> culturali recepiti dal discorso giuridico avrebbero bisogno di essere sezionati</hi><hi rend="CharOverride-1">, analizzati e confrontati con il rigore della ricerca empirica, non</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventare una nuova premessa epistemologica astratta e speculativa. La «sostenibilità</hi><hi rend="CharOverride-1">» – entrata nel gergo consuetudinario anche del discorso giuridico – sembra oggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> diventare, nel deserto di proposte alternative di «governo» della crisi</hi><hi rend="CharOverride-1">, la nuova ideologia sostitutiva e surrogatoria dopo il prosciugarsi delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> risorse dei suoi precursori, il lavoro e l’impresa, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> farsi strumento di approvazione e conferma di un sistema che</hi><hi rend="CharOverride-1"> resta uguale a se stesso, senza mettere in discussione la</hi><hi rend="CharOverride-1"> contraddittorietà dello </hi><hi rend="italic">sviluppo sostenibile</hi><hi rend="CharOverride-1">, semplice aggettivazione di uno sviluppo «inceppato» incapace di produrre redistribuzione e benessere, ma solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> crescita disuguale (Franz 2022). </hi><hi rend="CharOverride-1">Siamo ovviamente lontanissimi dal discorso </hi><hi rend="CharOverride-1">di Marcuse, ossia dal tentativo, oggi del tutto ignorato, di </hi><hi rend="CharOverride-1">guardare agli spazi naturali e all’ambiente per modellare realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">diverse da quelle dominate dalla razionalità tecnologica, indirizzando la progettualità «</hi><hi rend="CharOverride-1">verso una mera riduzione del numero e dell’intensità delle </hi><hi rend="CharOverride-1">esternalità negative del modello di sviluppo» (Capurso et al. 2020)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tanto che al tema della sostenibilità non è corrisposta un’evoluzione reale e politica, né sul piano</hi><hi rend="CharOverride-1"> ambientale né sociale, anzi si può dire che essa sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> stata assorbita negli schemi economici e produttivi, nascondendo e mistificando</hi><hi rend="CharOverride-1"> i quesiti radicali posti dal cambio di paradigma, in nome</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una teoria conservativa di un modello di capitalismo che</hi><hi rend="CharOverride-1"> sopravvive consumando tutte le risorse, ambientali ed umane, addirittura mercificando</hi><hi rend="CharOverride-1"> la stessa sostenibilità come un </hi><hi rend="italic">brand</hi><hi rend="CharOverride-1"> di successo e consumistico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto al diritto del lavoro, non sembra ancora uscito dall’ideologia della transizione «da un’epoca nella quale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ci si era potuti concentrare sulla </hi><hi rend="italic">redistribuzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, a una in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui si doveva tornare ad occuparsi della </hi><hi rend="italic">crescita</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Del Punta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2008), ora rilanciata in una sua poco credibile versione «sostenibile</hi><hi rend="CharOverride-1">», senza fare i conti con il suo più pesante fardello ideologico, rappresentato dalla «naturalizzazione» e universalizzazione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> modello di sviluppo presente, rifiutando di storicizzarlo e relativizzarlo. Mi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sembra questo il punto debole dei pur importanti tentativi revisionisti</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei fondamentali del diritto del lavoro</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, contribuendo così indirettamente </hi><hi rend="CharOverride-1">a rilegittimare, per quanto possibile, un sistema insostenibile, in nome </hi><hi rend="CharOverride-1">paradossalmente della «sostenibilità».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Preferibilmente la discussione andrebbe focalizzata sulle azioni </hi><hi rend="CharOverride-1">possibili e necessarie e, fra l’altro, sul problema del </hi><hi rend="CharOverride-1">potere, sulla disuguaglianza e la miseria prodotte dal diritto neoliberale </hi><hi rend="CharOverride-1">e su tutte le altre questioni – come il reddito universale </hi><hi rend="CharOverride-1">ed incondizionato – che appaiono oggi cruciali per difendere la società </hi><hi rend="CharOverride-1">dal «cybercapitalismo», che assume sempre più le forme simulatorie di capitalismo </hi><hi rend="italic">woke</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Manca all’appello, nella discussione sul futuro </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto del lavoro, la linea critica, </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha mosso obiezioni fondate al «dogma </hi><hi rend="CharOverride-1">della crescita accelerata», in nome del quale si è prima </hi><hi rend="CharOverride-1">«sacralizzata» la società industriale e ora la tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale, </hi><hi rend="CharOverride-1">rinunciando «al valore etico per il valore della tecnica»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_38_503-532.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">È una linea di pensiero risalente ma poco considerata anche </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla sinistra giuridica, che aveva compreso per tempo la minaccia </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnocratica e i pericoli insiti nella «fede utilitaristica», come l’</hi><hi rend="CharOverride-1">ha definita Ivan Illich, non riconoscendosi nel modello socialdemocratico della vecchia sinistra e men che meno nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialismo realizzato di stato, ma assente nel dibattito giuslavorista, forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> ingiustificatamente, tenendo conto delle radicali critiche che provengono anche dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo cattolico e dalle sue voci più alte al modello</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale ed economico occidentale, delle speranze di cambiamento delle giovani</hi><hi rend="CharOverride-1"> generazioni, per quanto frustrate.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La trasformazione del lavoro in lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> «sociale» non identificabile nel vecchio regime della fabbrica fordista – dove</hi><hi rend="CharOverride-1">, per riprendere una celebre espressione marxiana, «l’ordine del capitalista</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul luogo di produzione diventa indispensabile come l’ordine del</hi><hi rend="CharOverride-1"> generale sul campo di battaglia» – si è risolta nel rimescolamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro salariato e lavoro gratuito, di lavoro e non</hi><hi rend="CharOverride-1">-lavoro, ma non ha visto in campo (se non molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> timidamente) la critica giuslavorista per proporre i necessari antidoti per</hi><hi rend="CharOverride-1"> difendere la classe precaria. Per quanto si manifestino tendenze all</hi><hi rend="CharOverride-1">’allargamento della protezione, parlare di reddito sganciato dal lavoro è ancora tabù e la </hi><hi rend="CharOverride-1">costituzione resta costituzione del lavoro, cioè del rapporto di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">salariato, che rappresenta oramai solo un pezzo del contesto globale </hi><hi rend="CharOverride-1">da cui si estrae valore. Se lo schema «laburista» è </hi><hi rend="CharOverride-1">stato sicuramente centrale nella storia italiana e nella stessa costituzionalizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">repubblicana, non si può negare che la disintegrazione della società </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro e della sua soggettività lo ha completamente ripudiato </hi><hi rend="CharOverride-1">e demolito. Certo, oggi nessuno disconosce la crisi del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma assenti sono le condizioni per aprire una nuova stagione </hi><hi rend="CharOverride-1">«tutelare» di cui pure si avverte la necessità – del lavoro come dell’apparente</hi><hi rend="CharOverride-1"> non lavoro – come si è visto emblematicamente dalla triste vicenda</hi><hi rend="CharOverride-1"> italiana del «reddito», sparito dal dibattito pubblico. «Lavoro» e «classe</hi><hi rend="CharOverride-1">» sono scomparsi insieme, ma per il diritto del lavoro sembra svanire solo quest’</hi><hi rend="CharOverride-1">ultima, tanto da potersi dire che oggi la costituzione </hi><hi rend="italic">materiale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro non è più, molto nettamente, in accordo con </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua costituzione </hi><hi rend="italic">formale</hi><hi rend="CharOverride-1">, giacché la realtà della produzione di </hi><hi rend="CharOverride-1">valore – da cui nascono rapporti di potere che hanno valenza </hi><hi rend="CharOverride-1">estesa nel mondo globalizzato – non dipende più dalla relazione di lavoro salariato assorbendola</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una dimensione più ampia. Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò nonostante, la prima, la costituzione materiale, continua ad essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> non «codificata», fuori dal quadro prospettico interposto fra il diritto</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e il suo oggetto.</hi></p><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Accornero, </hi><hi rend="CharOverride-1">A. 1980. </hi><hi rend="italic">Il lavoro come ideologia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: Il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alesina, </hi><hi rend="CharOverride-1">A., Ichino, A. 2009. </hi><hi rend="italic">L’Italia fatta in casa: indagine </hi><hi rend="italic">sulla vera ricchezza degli italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Allegri, G. 2018. </hi><hi rend="italic">Il reddito di base nell’era digitale. 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Il futuro dell’umanità</hi><hi rend="italic"> nell’era dei nuovi poteri</hi><hi rend="CharOverride-1" >. Roma: Luiss University Press.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-068-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Dati del </hi><hi rend="italic">U.S. Bureau of Labor Statistics, Work Institute</hi><hi rend="CharOverride-1" >, </hi><hi rend="italic">Department of Labor</hi><hi rend="CharOverride-1" >, fonte</hi><hi rend="CharOverride-1" > Society for Human Resource. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto è pubblicato su </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="italic">shrm</hi><hi rend="italic">.org</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (8/3/2023) e conferma il trend dell’aumento</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle dimissioni dal lavoro. Secondo i dati riportati da Francesca</hi><hi rend="CharOverride-1"> Coin nel suo volume, il numero di dipendenti che ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> lasciato il lavoro in rapporto all’occupazione totale ha toccato</hi><hi rend="CharOverride-1"> la percentuale del 32,8% nel 2021 (Accornero 1980, 47</hi><hi rend="CharOverride-1">). Su questo fenomeno si veda di recente Ciucciovino, Caravaggio 2023</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-067-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Fonte Il Sole 24 ore 11 marzo 2023.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-066-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Rapporto OCSE gennaio 2024 </hi><hi rend="CharOverride-1">sull’Italia,21. L’esistenza di disallineamenti occupazionali è del </hi><hi rend="CharOverride-1">resto in linea con le precedenti analisi dell’OCSE, che </hi><hi rend="CharOverride-1">documentano le notevoli asimmetrie fra domanda e offerta di competenze </hi><hi rend="CharOverride-1">sul mercato del lavoro italiano.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-065-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda sempre il rapporto OCSE pag. 21, grafici C e D.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-064-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda il Rapporto annuale Inps 2023, anche per i dati citati in precedenza.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-063-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda Ciucciovino, </hi><hi rend="CharOverride-1">Caravaggio 2023 per un’analisi molto precisa, i quali si </hi><hi rend="CharOverride-1">concentrano soprattutto sul periodo pre- e post-Covid.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-062-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si</hi><hi rend="CharOverride-1"> veda il rapporto Inps. Per un commento riguardante la realt</hi><hi rend="CharOverride-1">à degli USA si veda Himes 2022; Reyneri 2023, il quale propende </hi><hi rend="CharOverride-1">per una spiegazione insieme economica e culturale, sottolineando in particolare </hi><hi rend="CharOverride-1">come il numero di donne lavoratrici dimissionarie che trovano una </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova occupazione risulti essere molto basso.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-061-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Gli studi e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le statistiche segnalano una tendenza stabile in tal senso, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> indicato da organismi indipendenti e «insospettabili» come il fondo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> investimento Black Rock, che segnala un tasso di abbandono in</hi><hi rend="CharOverride-1"> USA del lavoro passato dal 15% nel 2009 al 28</hi><hi rend="CharOverride-1">% nel 2019 e infine al 32,8% nel 2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-060-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Esposito 2022. Sia consentito qui rinviare, per un commento </hi><hi rend="CharOverride-1">alla crisi attuale, al mio scritto</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Fontana 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-059-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Coin</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2023, 34. Si veda il volume di Greppi, Cavalli, Marazzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-058-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Prendendo a prestito un’espressione utilizzata spesso da Wolfang Streeck.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-057-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il volume di Nikki Mandell </hi><hi rend="italic">The</hi><hi rend="italic"> Corporation as Family: The Gendering of Corporate Welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, è stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> pubblicato nel 2002 da North Carolina University Press.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-056-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Coin 2023, 53. Un aspetto interessante riguarda le classi di età </hi><hi rend="CharOverride-1">maggiormente implicate in questo fenomeno, che non sono solo i </hi><hi rend="CharOverride-1">giovani, anzi sembra registrarsi un abbandono di massa dal lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">più degli adulti che dei giovani, come attesta il già </hi><hi rend="CharOverride-1">citato rapporto di </hi><hi rend="italic">Black Rock,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal titolo </hi><hi rend="italic">After the Great</hi><hi rend="italic"> Resignaton</hi><hi rend="CharOverride-1"> citato da Francesca Coin.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-055-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >E. Anderson, </hi><hi rend="italic">Private </hi><hi rend="italic">Government: How Employers Rule Our Lives (and Why We Don’</hi><hi rend="italic">t Talk About It)</hi><hi rend="CharOverride-1" >, Princeton University Press, 2017.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-054-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ne cita un passaggio Collins 2018, 49 e 51, anche per la citazione nel testo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-053-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">In tal senso Caruso 2024, 19 sgg. da cui anche la citazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-052-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Fra i tanti Vecchi </hi><hi rend="CharOverride-1">2017; si veda anche Into the Black Box 2021, con </hi><hi rend="CharOverride-1">postfazione di Sergio Bologna.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-051-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano i dati dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’analisi del </hi><hi rend="italic">Workers Institute</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic">School of Industrial and Labour Relations</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Cornell University, </hi><hi rend="italic">Labor</hi><hi rend="italic"> Action Tracker</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicati il 21 febbraio 2022 sul sito </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-3">www</hi><hi rend="CharOverride-3">.ilr.cornell.edu/worker-institute</hi></ref><hi rend="CharOverride-3">, </hi><hi rend="CharOverride-1">che ha evidenziato un aumento</hi><hi rend="CharOverride-1"> di circa il 50% degli scioperi nel mondo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-050-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. il rapporto dell’</hi><hi rend="italic">International Labour Organization </hi><hi rend="CharOverride-1">del 17/5/</hi><hi rend="CharOverride-1">2021.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-049-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ad esempio P. Ichino, nel suo commento su</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoce.info, </hi><hi rend="italic">Se è il lavoratore a scegliere l’impresa</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicato il 3 giugno 2022, posizione a cui aderisce Caruso 2024.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-048-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero 1980, 11. Christian Marazzi (1998) afferma a tal proposito che, storicamente, «la fuga dal lavoro salariato è stata</hi><hi rend="CharOverride-1"> resa possibile dalla disponibilità delle terre libere».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-047-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su </hi><hi rend="CharOverride-1">questa linea si veda ad esempio Mortati 2005; si vedano </hi><hi rend="CharOverride-1">le osservazioni in proposito di Mancini 1982, 259.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-046-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ne riferisce Mancini nel già citato </hi><hi rend="italic">Commento all’art. 4</hi><hi rend="CharOverride-1">, 260.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-045-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Secondo alcuni queste norme potevano ritenersi </hi><hi rend="CharOverride-1">addirittura attuative dell’art. 4 della Costituzione, in quanto dirette </hi><hi rend="CharOverride-1">«a colpire con sanzioni anche di natura penale i parassiti incorreggibili a carico della comunità che non siano </hi><hi rend="CharOverride-1">fisicamente incapaci», come ebbero a dire eminenti giuristi dell’epoca. </hi><hi rend="CharOverride-1">Ne riporta il passo Somma 2024, 11; il riferimento è </hi><hi rend="CharOverride-1">a Baschieri, Bianchi D’Espinosa, Giannattasio 1949. Ma vedi anche </hi><hi rend="CharOverride-1">Mancini 1982, 261, con riferimento alle posizioni di Abbamonte e Prosperetti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-044-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda soprattutto Amato 1967, che ribaltava </hi><hi rend="CharOverride-1">completamente l’atteggiamento repressivo nei confronti del disagio sociale contribuendo </hi><hi rend="CharOverride-1">non poco all’evoluzione della mentalità dei giuristi nei confronti </hi><hi rend="CharOverride-1">del disagio sociale e degli emarginati.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-043-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su questi temi, di recente, l’interessante volume di Carluccio 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-042-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Così Accornero 1980. Lo sottolineano Sarti, Bellavitis, Martini </hi><hi rend="CharOverride-1" >2020, 22-23.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-041-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Le citazioni di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Marx sono tratte rispettivamente dal Libro primo del </hi><hi rend="italic">Capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dall’opera precedente </hi><hi rend="italic">Critica al programma di Gotha</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-040-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero 1980, 25, qui la citazione di Rousselet.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-039-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Di cui </hi><hi rend="CharOverride-1">si veda, almeno, nell’enorme mole di opere pubblicate da </hi><hi rend="CharOverride-1">questo filosofo: Latouche 2005; 2007; 2010; 2011; 2020; 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-038-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Perulli 2021; Vettoretto 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-037-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">L’opera di Lafargue </hi><hi rend="italic">Il diritto all’ozio</hi><hi rend="CharOverride-1"> può essere letta nel volume dedicato alla Comune di Parigi </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1871 (Bedani 2022).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-036-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Federici 2014. Su tali questioni si veda pure Chistè, Del Re, Forti 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-035-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Come osserva Silvia Federici, proprio perché non retribuito il lavoro delle donne lo si poteva qualificare</hi><hi rend="CharOverride-1"> (e giustificare) come non-lavoro (si veda Federici 2014, 32</hi><hi rend="CharOverride-1">-33).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-034-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Così Del Re 2020. Su questi temi </hi><hi rend="CharOverride-1">il dibattito anche giuridico non è molto presente in Italia. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Si veda, anche per altre considerazioni, Conaghan, Rittich 2005; Conaghan 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-033-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Federici 2014, 35 sgg. </hi><hi rend="CharOverride-1">Su questi temi si ricorda il volume di Mariarosa Dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">Costa e Selma James </hi><hi rend="italic">The Power of Woman and the </hi><hi rend="italic">Subversion of the Community</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicato nel 1970 e divenuto in </hi><hi rend="CharOverride-1">breve tempo un bestseller mondiale, che diede vita alla campagna </hi><hi rend="CharOverride-1">di lotte femministe per il salario per il lavoro domestico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-032-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">M. Dalla Costa, S. James, </hi><hi rend="italic">The Power of Woman</hi><hi rend="italic"> and the Subversion of the Community</hi><hi rend="CharOverride-1">, op. cit.</hi><hi rend="CharOverride-1">; si </hi><hi rend="CharOverride-1">veda in termini analoghi, per la sottolineatura della funzione produttiva </hi><hi rend="CharOverride-1">svolta dal lavoro nella famiglia, da non potersi considerare lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">«improduttivo» secondo la vulgata marxiana, Saraceno 1976, 115; su tale questione si veda recentemente Pescarolo 2020</hi><hi rend="CharOverride-1" > e in</hi><hi rend="CharOverride-1" > Sartis, Bellavitis, Martini 2020 ulteriori riferimenti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-031-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Curcio, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Federici 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-030-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Le citazioni sono di Federici 2022, </hi><hi rend="CharOverride-1">16 sgg. Sul ruolo delle donne e del lavoro gratuito </hi><hi rend="CharOverride-1">nella società fordista, anche per l’importanza assunta nell’ambito </hi><hi rend="CharOverride-1">delle politiche keynesiane, Dell Costa</hi><hi rend="CharOverride-1" > 1983.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-029-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Paci 1979. Per</hi><hi rend="CharOverride-1"> una rivalutazione del carattere produttivo del lavoro domestico, da un</hi><hi rend="CharOverride-1"> punto di vista economico, si veda Alesina, Ichino 2009.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-028-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Pescarolo 2020. </hi><hi rend="CharOverride-1" >Come osserva questa autrice, «Yet instead of a dichotomy, we can now see a long </hi><hi rend="CharOverride-1" >chain formed of many intermediary rings: Goods and services that, </hi><hi rend="CharOverride-1" >although exchanged on the market, have value because they are </hi><hi rend="CharOverride-1" >intronsic to trust and affection and subjected to process of </hi><hi rend="CharOverride-1" >familiarization».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-027-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Come osservano Sartis, Bellavitis, Martini 2020, 42: «The</hi><hi rend="CharOverride-1" > spreading ideology of separate spheres had been associating the private</hi><hi rend="CharOverride-1" > one (as opposed to the public) with nature, instincts, emotions</hi><hi rend="CharOverride-1" >, love, the family, the home, domesticity, women, femininity, care, protection</hi><hi rend="CharOverride-1" >, leisure, non-market activity, and, definitely, non-work».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-026-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ma se gli ordinamenti nazionali e in particolare quello italiano sono così arretrati, anche sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> piano normativo, da non riconoscere il lavoro domestico, l’ILO</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha dedicato ad esso, dopo la Raccomandazione n. 123/1965</hi><hi rend="CharOverride-1"> su «Women Workers with Family Responsabilities», la Convenzione n. 189</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Decent Work for Domestic Workers» del 2011, dove riconosce come</hi><hi rend="CharOverride-1"> espressamente il salario per il lavoro domestico e di riproduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-025-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per queste riflessioni si veda ancora Federici 2014, 47-48.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-024-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Greppi, Cavalli, Marazzi 2022, 24. Sul tema si veda Barbera 2018, 2.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-023-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su questi temi si veda Casilli 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-022-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda, dal versante giuslavorista, fra gli altri Barbera 2014, </hi><hi rend="CharOverride-1">4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-021-backlink">48</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ancora attuali le riflessioni di Beck 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-020-backlink">49</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero 1980, 52-53, anche per le citazioni di cui al testo, il quale osservava </hi><hi rend="CharOverride-1">che «essere fieri dell’identità che matura nello sfruttamento è </hi><hi rend="CharOverride-1">concesso soltanto agli operai», vale a dire, più esattamente, alla «</hi><hi rend="CharOverride-1">coscienza che la classe operaia ha di sé».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-019-backlink">50</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Accornero 1980, 56-57.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> figura del lavoratore precario, flessibile, mobile, sempre adattabile, spicca</hi><hi rend="CharOverride-1"> «</hi><hi rend="CharOverride-1">non</hi><hi rend="CharOverride-1"> più tanto la ricerca di una promozione attraverso i lavori</hi><hi rend="CharOverride-1">, quanto piuttosto di una sopportabilità ed accettabilità del lavoro».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-018-backlink">51</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Di cui si veda almeno Van Parijs, Vanderborght 2017; Bronzini 2017; Allegri 2018; più recentemente si</hi><hi rend="CharOverride-1"> veda Fumagalli, Morini 2023 e qui i contributi dello stesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> Fumagalli, Bronzini e Bascetta.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-017-backlink">52</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">A. Fumagalli, “La democrazia del reddito universale”, prefazione a Fumagalli, Morini 2023.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-016-backlink">53</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per un approfondimento </hi><hi rend="CharOverride-1">si rinvia a Fontana 2019.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-015-backlink">54</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il primo, com’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> noto, riservato alle famiglie con minori, ultrasessantenni o disabili («non</hi><hi rend="CharOverride-1"> occupabili») che hanno diritto all’assegno per un periodo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18 mesi prorogabili di 12, ma con le stesse condizionalit</hi><hi rend="CharOverride-1">à già previste dalla disciplina del reddito di cittadinanza; il secondo</hi><hi rend="CharOverride-1">, invece, riservato agli «occupabili» (dai 18 ai 60 anni di</hi><hi rend="CharOverride-1"> età) con importi dimezzati e con maggiori condizionalità.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-014-backlink">55</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sulla questione della povertà si veda Morlicchio 2020; recentemente, sull’</hi><hi rend="CharOverride-1">atteggiamento del potere nei confronti del fenomeno, si veda Ciccarelli </hi><hi rend="CharOverride-1">2023.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-013-backlink">56</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">È questa la tesi di P. Ichino, nel suo commento su lavoce.info, “Se è il lavoratore a scegliere l’impresa”, pubblicato il 3 giugno 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-012-backlink">57</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Sia consentito rinviare a Fontana 2004.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-011-backlink">58</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento </hi><hi rend="CharOverride-1">è al recentissimo saggio di Caruso 2024, da cui sono </hi><hi rend="CharOverride-1">tratte le citazioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-010-backlink">59</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Così, con efficace sintesi, </hi><hi rend="CharOverride-1">Bavaro (v</hi><hi rend="CharOverride-1">. op. ult. cit.)</hi><hi rend="CharOverride-1"> descrive la condizione del lavoro cognitivo </hi><hi rend="CharOverride-1">nella realtà del rapporto di produzione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">V. Bavaro, “Introduzione” in Accornero 1980.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta 2008, 286; ma si veda anche Del Punta 1998.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Fra le posizioni più aperte </hi><hi rend="CharOverride-1">L. Mariucci, di cui si possono leggere le intuizioni già </hi><hi rend="CharOverride-1">in Mariucci 2024a e 2024b (già pubblicati nel 2003)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1" >Del Punta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2002. Si veda per questa linea di rinnovamento culturale, fra gli altri, Giugni 1994.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per una critica da sinistra Allegri, Bronzini 2015.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Perulli, Treu 2022. Sempre nel </hi><hi rend="CharOverride-1">tentativo di riformulare le coordinate di fondo del diritto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, si veda un altro contributo importante della dottrina giuslavorista: </hi><hi rend="CharOverride-1">Perulli, Speziale 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per questa impostazione critica si veda fra gli altri Morton 2018; </hi><hi rend="CharOverride-1">Constable 2020.­­­ Come scrivono Capurso et al. 161: «La </hi><hi rend="italic">liason</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che il mercato ha costruito con l’approccio quantitativo e tecnicista ai temi ambeintali ha fondato un mondo parallelo </hi><hi rend="CharOverride-1">di «salvaguardia dell’ambiente» costruito a colpi di etichetta, di </hi><hi rend="italic">label</hi><hi rend="CharOverride-1">, di parole quindi, oltre le quali vive, se non </hi><hi rend="CharOverride-1">una mistificazione, un moderatismo sostanziale».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Caruso, Del Punta, Treu</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile</hi><hi rend="CharOverride-1">, CSDLE «Massimo D</hi><hi rend="CharOverride-1">’Antona» e Caruso, Del Punta, Treu 2023.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Rhodes 2023</hi><hi rend="CharOverride-1"> muove una critica piuttosto radicale alle tendenze delle grandi </hi><hi rend="italic">company</hi><hi rend="CharOverride-1"> e in generale del capitalismo neoliberale di sposare cause «progressiste</hi><hi rend="CharOverride-1">» in modo ipocrita ed inefficace o di apparire eticamente giusto e corretto, quando sono </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio le entità economiche dominanti a trarre maggior vantaggio dalle </hi><hi rend="CharOverride-1">disuguaglianze e dai rapporti di potere esistenti. Mi sembra questo </hi><hi rend="CharOverride-1">l’errore di Caruso 2024 quando rileva una collaborazione con </hi><hi rend="CharOverride-1">i lavoratori «bilaterale e reciprocamente fiduciaria, perché tende a esprimere </hi><hi rend="CharOverride-1">un interesse comune», o quando parla dell’azienda come una </hi><hi rend="italic">moral community</hi><hi rend="CharOverride-1">, trascurando i rapporti reali di potere e le </hi><hi rend="CharOverride-1">disuguaglianze esistenti.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_38_503-532.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per questa critica radicale si vedano le opere di Ivan Illich e in particolare Illich 1973.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Giorgio Fontana, University of Reggio Calabria Mediterranea, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">giorgio.fontana@unirc.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Giorgio Fontana, <hi rend="italic">Cosa nascondono le grandi dimissioni? Riflessioni di un giuslavorista sul rifiuto del lavoro,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8.29</ref>, in William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri (edited by), <hi rend="italic">Trasformazioni, valori e regole del lavoro. Scritti per Riccardo Del Punta</hi>, pp. -31, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0507-8, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
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