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        <title type="main" level="a">Noi «ragazzi del ’99»: Riccardo Del Punta e la storia del presente</title>
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            <forename>Lorenzo</forename>
            <surname>Gaeta</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Trasformazioni, valori e regole del lavoro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0507-8</idno>) by </resp>
          <name>William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.31</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The essay proposes a rereading of the long contribution that Riccardo Del Punta dedicated to the reconstruction of the development of Labour law and Labour law science between 1993 and 2008, the year in which he wrote, trying to verify if and what has changed between then and today</p>
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            <item>History of Labour law</item>
            <item>rereading</item>
            <item>Riccardo Del Punta</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.31<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0507-8.31" /></p>
      <div><head>Noi «ragazzi del ’99»: Riccardo Del Punta e la storia del presente</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Lorenzo Gaeta</hi></p><div><head><hi>1. La nostra generazione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Spiegare il </hi><hi rend="CharOverride-1">titolo di un articolo è esattamente come spiegare una barzelletta, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma lo faccio ugualmente, mettendo in chiaro fin da subito </hi><hi rend="CharOverride-1">una delle circostanze della vita che mi legano a Riccardo </hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, il quale, con la sua ironia sorniona e </hi><hi rend="CharOverride-1">dissacrante, ebbe a definire sé stesso un ‘ragazzo del ’99’</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Del Punta 2008, 271, nota 46), accostando così la sua posizione di docente dichiarato idoneo al </hi><hi rend="CharOverride-1">ruolo di professore ordinario in base al nuovo sistema entrato </hi><hi rend="CharOverride-1">in opera nel 1999 a quella dei giovani nati nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1899 e spediti al fronte neanche diciottenni dopo la disfatta </hi><hi rend="CharOverride-1">di Caporetto. Ovviamente, il parallelismo era solo per assonanza: nulla </hi><hi rend="CharOverride-1">di più eroico che recarsi all’ufficio postale a spedire </hi><hi rend="CharOverride-1">i pacchi dei titoli aveva fatto Riccardo, e con lui </hi><hi rend="CharOverride-1">quella dozzina di noi che, iniziato un luminoso precariato a </hi><hi rend="CharOverride-1">cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e mancato, chi </hi><hi rend="CharOverride-1">per un motivo chi per un altro, il conseguimento dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ordinariato coi vecchi concorsi, aspettava ora che le nuove procedure </hi><hi rend="CharOverride-1">rimettessero ‘le cose a posto’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quella definizione, quindi, mi ricomprendeva: </hi><hi rend="CharOverride-1">i nostri percorsi accademici erano stati molto simili e ora </hi><hi rend="CharOverride-1">ci portavano in cattedra a due passi l’uno dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">altro, in città legate peraltro da storico antagonismo (a dirla tutta</hi><hi rend="CharOverride-1">, molto più dei senesi nei confronti dei fiorentini che viceversa</hi><hi rend="CharOverride-1">, come accade spesso in realtà ‘squilibrate’).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Noi giuslavoristi nati intorno</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla metà degli anni Cinquanta, poi, ci siamo sempre sentiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> un po’ parte di una generazione, ansiosa anche di affermare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la propria identità e la propria presenza nel contesto accademico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Anzi, proprio con questo spirito nei primi anni del secolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cercai di mettere insieme molti di questo gruppo, piuttosto coeso</hi><hi rend="CharOverride-1"> e omogeneo non solo per età ma anche per affinit</hi><hi rend="CharOverride-1">à di percorsi culturali e di scuola, intorno al progetto di un </hi><hi rend="italic">Dizionario di</hi><hi rend="italic"> diritto del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, fatto di grandi voci tematiche con taglio</hi><hi rend="CharOverride-1"> da ‘didattica alta’. L’iniziativa, purtroppo, non andò in porto</hi><hi rend="CharOverride-1">, per i mille impegni che ognuno di noi, specie se</hi><hi rend="CharOverride-1"> fresco di cattedra, aveva da onorare. Ma, al di là</hi><hi rend="CharOverride-1"> del rammarico per la mancata uscita di un libro che</hi><hi rend="CharOverride-1"> poteva essere davvero significativo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-005">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, permane una nostra solidarietà ‘generazionale’</hi><hi rend="CharOverride-1">, riaffermata in diverse occasioni.</hi></p></div><div><head><hi>2. Un libro ‘di culto’</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non solo la</hi><hi rend="CharOverride-1"> comunanza delle vicende accademiche e l’appartenenza generazionale mi legano</hi><hi rend="CharOverride-1"> a Riccardo. E quando i colleghi fiorentini ci hanno invitato</hi><hi rend="CharOverride-1"> a dedicare un pezzo al ricordo dell’amico troppo presto</hi><hi rend="CharOverride-1"> scomparso, mi è venuto del tutto naturale riprendere il saggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> che riporta la citazione da cui sono partito. Com’è</hi><hi rend="CharOverride-1"> noto, si tratta di un contributo inserito in un volume</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ripercorre la storia recente del diritto del lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei suoi protagonisti dalla Liberazione al presente, che per gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> autori del libro è il 2008. Il pezzo di Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una vera e propria monografia: si dipana per pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù di 150 pagine, con 536 note a margine, rivelandosi </hi><hi rend="CharOverride-1">molto più corposo dei contributi degli altri coautori che si </hi><hi rend="CharOverride-1">occupano di ricostruire gli anni dal 1945 al 1966 (Ichino), </hi><hi rend="CharOverride-1">dal 1967 al 1979 (De Luca Tamajo) e dal 1980 </hi><hi rend="CharOverride-1">al 1992 (Ferraro), nessuno dei quali arriva alle 80 pagine.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ho deciso di rileggere quel saggio di Riccardo innanzitutto perché </hi><hi rend="CharOverride-1">si tratta di un’analisi di taglio storico (anche se – </hi><hi rend="CharOverride-1">come dirò – piuttosto </hi><hi rend="italic">sui generis</hi><hi rend="CharOverride-1">), quindi in linea con le </hi><hi rend="CharOverride-1">mie passioni e propensioni; ma anche perché l’opera che </hi><hi rend="CharOverride-1">lo contiene è senza dubbio alcuno il mio libro giuslavoristico ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">di culto’: quello che ho letto più volte e che mi piace spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">sfogliare; un po’ come il film che ognuno di noi </hi><hi rend="CharOverride-1">ama più di ogni altro e del quale saprebbe recitare </hi><hi rend="CharOverride-1">a memoria le battute più significative. A Pietro Ichino, formidabile </hi><hi rend="CharOverride-1">curatore e animatore di questo «atlante storico della cultura giuslavoristica </hi><hi rend="CharOverride-1">italiana» (Ichino 2008, XI), ho pubblicamente rivelato questo mio trasporto </hi><hi rend="CharOverride-1">in occasione di un incontro a distanza organizzato in un </hi><hi rend="CharOverride-1">contesto non accademico durante la fase peggiore della pandemia. A </hi><hi rend="CharOverride-1">Riccardo invece, forse per una certa reciproca ritrosia caratteristica dei </hi><hi rend="CharOverride-1">nostri rapporti, non ho mai detto che il suo contributo </hi><hi rend="CharOverride-1">l’avevo letto decine di volte, trovandovi sempre qualcosa di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo. Rimedio – malamente – solo ora.</hi></p></div><div><head><hi>3. Il presente come storia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di norma, il giuslavorista che si accinge a occuparsi di un pezzo di storia della propria materia inizia mettendo </hi><hi rend="CharOverride-1">le mani avanti e professandosi al più un onesto dilettante, </hi><hi rend="CharOverride-1">a digiuno di gran parte dello strumentario – nonché dei ‘trucchi </hi><hi rend="CharOverride-1">del mestiere’ – di chi fa lo storico come occupazione principale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quello dell’utilizzo di un’appropriata metodologia da parte dei </hi><hi rend="CharOverride-1">giuristi positivi attenti a risalire alle proprie radici, tra i </hi><hi rend="CharOverride-1">quali i giuslavoristi pare occupino un ruolo di primo piano, </hi><hi rend="CharOverride-1">è un vecchio problema. Fin troppo spesso, in realtà, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">analisi storica del giurista (del lavoro) si risolve – per dirla con Umberto Romagnoli – col «metterla al servizio della </hi><hi rend="CharOverride-1">politica del diritto ossia per irrobustire un’opzione interpretativa, per </hi><hi rend="CharOverride-1">aumentarne la persuasività, per dissotterrarne le radici sepolte come se </hi><hi rend="CharOverride-1">la forza retorica del richiamo al passato fosse in grado </hi><hi rend="CharOverride-1">di regalare all’argomento ricavabile dal diritto vigente un fascino </hi><hi rend="CharOverride-1">arcano» (Romagnoli 1995, 97). Un interesse verso la storia, quindi, </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi sempre sostanzialmente strumentale, segnato e condizionato da prospettive attualizzanti, </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’assillo di dover rispondere a questioni di sopravvivenza e </hi><hi rend="CharOverride-1">di trovare nel passato certezze per il futuro, dalla strumentalizzazione </hi><hi rend="CharOverride-1">di una storia decontestualizzata e condotta sovente sul filo di </hi><hi rend="CharOverride-1">pericolosi anacronismi: in una parola, una sorta di ‘uso utile’ </hi><hi rend="CharOverride-1">della storia, teso più o meno consapevolmente a ridisegnare, se non a reinventare, </hi><hi rend="CharOverride-1">il passato, piegandone fatti ed eventi in funzione delle contingenti </hi><hi rend="CharOverride-1">necessità del momento e di un auspicato futuro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riccardo, nell’</hi><hi rend="CharOverride-1">iniziare la sua indagine, è ben consapevole di questo rischio, </hi><hi rend="CharOverride-1">così come di un altro paio di circostanze che rischiano </hi><hi rend="CharOverride-1">di minare il suo lavoro prima ancora di partire: da </hi><hi rend="CharOverride-1">un lato – come si anticipava –, il mancato possesso di una ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">cassetta degli attrezzi’ adeguata alla ricerca storica, dall’altro l’</hi><hi rend="CharOverride-1">oggetto stesso del suo studio, cioè la ricostruzione degli ultimi quindici anni </hi><hi rend="CharOverride-1">delle vicende della materia e dei suoi interpreti. Non a </hi><hi rend="CharOverride-1">caso, subito dopo l’uscita del libro, Riccardo riassumerà queste </hi><hi rend="CharOverride-1">due preoccupazioni autodefinendosi «storico quanto mai dilettante della contemporaneità» (Del </hi><hi rend="CharOverride-1">Punta 2009, 100).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta, a ben riflettere, di timori </hi><hi rend="CharOverride-1">dipendenti l’uno dall’altro. Infatti, «fare storia del presente» </hi><hi rend="CharOverride-1">non è tanto un’«operazione «impossibile»» (Del Punta 2008, 253): c’è chi ha detto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutta la storia, anche quella che ha a che fare</hi><hi rend="CharOverride-1"> con periodi lontanissimi, nel momento in cui noi la scriviamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggi, è storia del nostro presente. Ma, Gadamer a parte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-004">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, un’operazione come quella di Riccardo porta con sé </hi><hi rend="CharOverride-1">alcune conseguenze fin troppo ovvie: innanzitutto, volenti o nolenti, quanto più il passato non è ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">compiutamente tale, si casca in pieno nel pentolone bollente della </hi><hi rend="CharOverride-1">politica del diritto, se non della politica </hi><hi rend="italic">tout court</hi><hi rend="CharOverride-1"> (se </hi><hi rend="CharOverride-1">ne è appena parlato); poi, diventa praticamente inevitabile un approccio </hi><hi rend="CharOverride-1">alla storia ‘da giurista positivo’, che consideri cioè come unica </hi><hi rend="CharOverride-1">fonte gli scritti degli studiosi, non sporcandosi mai le mani </hi><hi rend="CharOverride-1">come un archeologo o un paleontologo (e nemmeno come un </hi><hi rend="CharOverride-1">archivista) e dando vita in questo modo a una storia </hi><hi rend="CharOverride-1">fatta tutta di libri che parlano di altri libri, qualche </hi><hi rend="CharOverride-1">volta (mi si passi la malignità, naturalmente non riferita a </hi><hi rend="CharOverride-1">Riccardo) neanche letti direttamente ma mediati attraverso altre letture, quasi ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">per sentito dire’.</hi></p></div><div><head><hi>4. «Politica, troppa politica?»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riccardo – dicevo – è ben consapevole di infilarsi in un’</hi><hi rend="CharOverride-1">indagine immersa in pieno nei rischi appena menzionati. Il punto </hi><hi rend="CharOverride-1">iniziale e quello finale dei quindici anni oggetto della sua </hi><hi rend="CharOverride-1">ricostruzione sono costituiti da due eventi ‘lavoristici’: il ‘protocollo Giugni’ </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1993 e il ‘decreto Biagi’ del 2003, con le sue prime ricadute; ma ho </hi><hi rend="CharOverride-1">idea che essi servano quasi solo a omogeneizzare il titolo </hi><hi rend="CharOverride-1">del contributo rispetto agli altri tre dello stesso volume, segnati </hi><hi rend="CharOverride-1">per lo più da analoghi eventi tutti interni alla nostra </hi><hi rend="CharOverride-1">materia, agevolando così all’addetto ai lavori un’</hi><hi rend="italic">actio finium </hi><hi rend="italic">regundorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> che al non tecnico si sarebbe anche potuto proporre, </hi><hi rend="CharOverride-1">ad esempio, come ‘il diritto del lavoro della seconda Repubblica’</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il pezzo ripercorre, infatti, esattamente gli anni che partono dalla dissoluzione del sistema politico italiano seguita </hi><hi rend="CharOverride-1">alle inchieste giudiziarie di ‘tangentopoli’, nei quali l’affermazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">partiti completamente nuovi rispetto a quelli che avevano fino ad </hi><hi rend="CharOverride-1">allora dominato la scena ha indotto, appunto, molti a parlare </hi><hi rend="CharOverride-1">di una ‘seconda Repubblica’, pur del tutto impropriamente, non essendoci </hi><hi rend="CharOverride-1">stato alcun mutamento formale delle istituzioni. Le pagine iniziali del </hi><hi rend="CharOverride-1">saggio sono dedicate, perciò, alla ricostruzione puntuale di queste vicende (</hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta 2008, 254-57), in particolare alle altalenanti alternanze </hi><hi rend="CharOverride-1">tra la nuova destra leghista-berlusconiana, che ha ormai sdoganato </hi><hi rend="CharOverride-1">il neofascismo, e una sinistra come da tradizione frammentata e </hi><hi rend="CharOverride-1">divisa, che, caduto il muro di Berlino, ha perso la </hi><hi rend="CharOverride-1">sua bussola ideologica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una parola, sono anni pieni </hi><hi rend="CharOverride-1">di politica, e il diritto del lavoro, che ‘per vocazione’ </hi><hi rend="CharOverride-1">ha con essa un legame molto più stretto di tante </hi><hi rend="CharOverride-1">altre discipline giuridiche, ne è ovviamente strapieno. Ciò, è evidente, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche a prescindere dai due tragici eventi degli assassini di </hi><hi rend="CharOverride-1">Massimo D’Antona e di Marco Biagi, che hanno gettato </hi><hi rend="CharOverride-1">sul diritto del lavoro una traumatica scia insanguinata (su cui, </hi><hi rend="CharOverride-1">comunque, ritornerò).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tanta politica – forse «troppa», teme Riccardo (Del Punta </hi><hi rend="CharOverride-1">2008, 258) – ha, insomma, caratterizzato quel quindicennio in maniera piuttosto </hi><hi rend="CharOverride-1">pesante ed evidente. E il giurista, lungi dal rivestire un </hi><hi rend="CharOverride-1">ruolo ingenuamente tecnico, asettico e avalutativo, è chiamato comunque a </hi><hi rend="CharOverride-1">«farsi carico di una riflessione, di carattere filosoficamente normativo, sul tema del corretto rapporto con la </hi><hi rend="CharOverride-1">politica, assumendosi, se del caso, la responsabilità delle conseguenze […] discendenti </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’omessa tematizzazione di […] tale questione» (Del Punta 2008, 262). </hi><hi rend="CharOverride-1">Due contrapposti modi di vedere il rapporto del giurista (del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro) con la politica Riccardo li esemplifica riesumando una polemica </hi><hi rend="CharOverride-1">tra Mattia Persiani e Umberto Romagnoli, protagonisti di un ‘batti </hi><hi rend="CharOverride-1">e ribatti’ sul tema, dai toni piuttosto aspri, inconsueti per </hi><hi rend="CharOverride-1">la nostra accademia abituata invece ai colpi di fioretto, che </hi><hi rend="CharOverride-1">i due Maestri ingaggiarono prendendo ad esempio la figura di </hi><hi rend="CharOverride-1">Massimo D’Antona; un confronto, però, tutto sommato non indimenticabile, </hi><hi rend="CharOverride-1">che pure occupa un intero lungo paragrafo (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">263-70), a testimonianza di quanto Riccardo si sentisse già </hi><hi rend="CharOverride-1">allora toccato in prima persona dal compito di affrontare il dilemma irrisolvibile del ruolo del giurista-politico. Alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> fine di quelle pagine, però, traspare tutto il rammarico per</hi><hi rend="CharOverride-1"> il fatto che l’amico scomparso sia stato tirato da</hi><hi rend="CharOverride-1"> una parte e dall’altra tutto sommato strumentalmente, senza coglierne</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino in fondo le novità della lezione metodologica (un altro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei temi che a Riccardo è stato sempre particolarmente a</hi><hi rend="CharOverride-1"> cuore).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, scrivere «</hi><hi rend="italic">dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> presente e </hi><hi rend="italic">del</hi><hi rend="CharOverride-1"> presente</hi><hi rend="CharOverride-1">», come Riccardo si accingeva a fare, comportava per forza di cose «un’impossibile imparzialità» (Del Punta 2008, 258).</hi></p></div><div><head><hi>5</hi><hi>. Una foto sfocata</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">«Si narra che, per certi Maestri </hi><hi rend="CharOverride-1">di un tempo, un libro non avesse esistenza giuridica se </hi><hi rend="CharOverride-1">non attraverso la copia-omaggio dell’autore» (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">275, nota 57): è questo uno dei passaggi che mi </hi><hi rend="CharOverride-1">fa più sorridere ogni volta che lo leggo; Riccardo, appartenente «</hi><hi rend="CharOverride-1">all’epoca post-baronale» e perciò impossibilitato a invocare «siffatto ardito sillogismo», cerca almeno un’attenuante per eventuali lacune</hi><hi rend="CharOverride-1"> nell’elenco – che si impegna pazientemente a redigere – della produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> monografica sviluppatasi nei quindici anni presi in considerazione. La sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> intenzione, infatti, è quella di scattare una «foto di gruppo</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Del Punta 2008, 270) che possa rendere al meglio temi, percorsi e tendenze della </hi><hi rend="CharOverride-1">giuslavoristica a cavallo dei due secoli (foto che non può </hi><hi rend="CharOverride-1">definirsi </hi><hi rend="italic">ex post</hi><hi rend="CharOverride-1"> un </hi><hi rend="italic">selfie</hi><hi rend="CharOverride-1">, perché l’autore si tiene </hi><hi rend="CharOverride-1">pudicamente ai margini).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa è, in realtà, la parte del </hi><hi rend="CharOverride-1">saggio dove maggiormente può misurarsi la distanza rispetto ad oggi. </hi><hi rend="CharOverride-1">Infatti, lo sterminato elenco di monografie citate, oltre 150, diligentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">ordinate per filoni tematici, ora che sono trascorsi altri quindici </hi><hi rend="CharOverride-1">anni dal termine di quel quindicennio, ci restituisce una foto </hi><hi rend="CharOverride-1">ormai piuttosto sfocata, nel senso che grandissima parte di quella </hi><hi rend="CharOverride-1">«mole invero impressionante» di scritti dovuta alla bulimia di una comunità accademica pesantemente condizionata </hi><hi rend="CharOverride-1">dal meccanismo delle idoneità (Del Punta 2008, 270) non regge </hi><hi rend="CharOverride-1">minimamente alla prova dell’usura del tempo. Riccardo è il </hi><hi rend="CharOverride-1">primo a rendersene conto, al punto che il suo minuzioso </hi><hi rend="CharOverride-1">elenco, animato da notevole ansia di completezza, appare fatto sostanzialmente ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">per dovere’, mentre in più parti appare il riferimento a </hi><hi rend="CharOverride-1">«picchi di qualità», «punte di eccellenza», «salvo eccezioni», «alterni successi» (Del Punta 2008, 271-72, 275</hi><hi rend="CharOverride-1">), e così via: espressioni tali da far capire, al di</hi><hi rend="CharOverride-1"> là di ogni ragionevole dubbio, che a suo giudizio poche</hi><hi rend="CharOverride-1"> erano le cose veramente da salvare. Un esito che può ora puntualmente verificarsi: quanti di quei</hi><hi rend="CharOverride-1"> libri – cominciando naturalmente dal mio – possono considerarsi oggi dei ‘classici</hi><hi rend="CharOverride-1">’, che consiglieremmo per una tesi di laurea senza neanche stare</hi><hi rend="CharOverride-1"> a pensarci, ritenendoli una lettura imprescindibile? La risposta rischia di</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere imbarazzante.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le pagine che tentano – apprezzabilmente ma vanamente, secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> me – di sistemare il </hi><hi rend="italic">mare magnum</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei libri all’interno</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una serie di temi che praticamente abbraccia tutto lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> scibile lavoristico (Riccardo, rassegnato, ne parla come di un effetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> della «fluidità dei tempi»: Del Punta 2008, 272) sono, perci</hi><hi rend="CharOverride-1">ò, quelle che al lettore attuale appaiono più ingiallite. Il giudizio complessivo, pur con qualche zuccherino </hi><hi rend="CharOverride-1">elargito con giusta parsimonia, non è per niente lusinghiero: l’</hi><hi rend="CharOverride-1">affermazione di identità della materia indubbiamente rilevabile dalla mole degli </hi><hi rend="CharOverride-1">scritti non si è tradotta in percorsi innovativi, ma è </hi><hi rend="CharOverride-1">al più segnata da una ricognizione dell’esistente: si è </hi><hi rend="CharOverride-1">rinunciato «in partenza a coltivare progetti di ricerca di ampio respiro» (Del Punta 2008, 272), ripiegando </hi><hi rend="CharOverride-1">su tematiche più ‘sicure’, «a cavallo tra classicità e attualità», </hi><hi rend="CharOverride-1">con approcci metodologici lontani sia da un ritorno alla tecnica, </hi><hi rend="CharOverride-1">ravvivato da un confronto aggiornato col diritto privato e la </hi><hi rend="CharOverride-1">dogmatica, sia da una programmatica apertura alle scienze sociali (Del </hi><hi rend="CharOverride-1">Punta 2008, 275).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riguardo a ciò, anzi, Riccardo non può </hi><hi rend="CharOverride-1">fare a meno di notare come, in assenza di importanti studi </hi><hi rend="CharOverride-1">metodologici, i canoni ricostruibili per</hi><hi rend="italic"> facta concludentia</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle scelte di </hi><hi rend="CharOverride-1">taglio e di contenuto della dottrina del quindicennio sono improntati </hi><hi rend="CharOverride-1">a una forte contestualizzazione del materiale legislativo, sviluppata all’interno </hi><hi rend="CharOverride-1">del microsistema lavoristico, nonché alla scarsa propensione «a quel “pensare </hi><hi rend="CharOverride-1">per categorie”, che è il segno distintivo dell’argomentazione sistematica»</hi><hi rend="CharOverride-1">: uno scenario davvero «non […] molto confortante» (Del Punta 2008, 346, 354).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quel che pare emergere, </hi><hi rend="CharOverride-1">in fin dei conti, è una profonda divisione e frammentazione </hi><hi rend="CharOverride-1">delle prospettive e degli studiosi stessi, che travalica anche il </hi><hi rend="CharOverride-1">mero contrasto tra scuole accademiche. L’unico momento di ricomposizione </hi><hi rend="CharOverride-1">potrebbe rinvenirsi nella sostanziale, ma forse solo apparente, omogeneità di </hi><hi rend="CharOverride-1">fondo consistente nella difesa dell’identità lavoristica. Senonché, per Riccardo «</hi><hi rend="CharOverride-1">proprio il periodo in osservazione potrebbe aver posto una “pietra tombale” sulle istanze di affrancamento </hi><hi rend="CharOverride-1">sistematico» della materia, divenuta una «missione […] impossibile»: infatti, da un </hi><hi rend="CharOverride-1">lato non si sono intraviste teorie in grado di calare </hi><hi rend="CharOverride-1">in nuove e solide figure dogmatiche le specificità dei valori </hi><hi rend="CharOverride-1">e delle tecniche di protezione, sfidando così in campo aperto </hi><hi rend="CharOverride-1">le altre discipline; dall’altro lato, il diritto privato ha </hi><hi rend="CharOverride-1">continuato senza sosta a fornire ineludibili supporti teorici e argomentativi </hi><hi rend="CharOverride-1">a giudici e studiosi, buona parte dei quali ha peraltro </hi><hi rend="CharOverride-1">ammonito la comunità a non recidere i legami con la </hi><hi rend="CharOverride-1">‘materia madre’ (Del Punta 2008, 349-52).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Perciò, se si vuole sintetizzare cosa rimane della produzione lavoristica </hi><hi rend="CharOverride-1">di quei quindici anni, nessuna risposta è migliore di quella </hi><hi rend="CharOverride-1">che ci dà Riccardo: «uno smarrimento di fondo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-003">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>6. </hi><hi>Le ansie per il futuro e il ritorno al passato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Indubbiamente, questo smarrimento è «specchio fedele delle difficili prospettive del diritto del lavoro» (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">271) di quegli anni, segnati infatti da un ripensamento profondo </hi><hi rend="CharOverride-1">sull’essenza e sul futuro di una materia che molti </hi><hi rend="CharOverride-1">volevano agonizzante. È stato quello, com’è ampiamente noto, il </hi><hi rend="CharOverride-1">momento </hi><hi rend="italic">clou</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle riflessioni sulla crisi del diritto del lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">non a caso magnificamente inserite in un contesto che, in </hi><hi rend="CharOverride-1">vista dell’evocativo passaggio da un millennio a un altro, </hi><hi rend="CharOverride-1">induceva per lo più a conclusioni angosciose, quando non addirittura </hi><hi rend="CharOverride-1">a prognosi infauste come la fine di una materia inesorabilmente ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">novecentesca’, nata e morta nel giro di un secolo fin troppo ‘breve’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riccardo attribuisce la paternità </hi><hi rend="CharOverride-1">della riflessione più compiuta e analitica sul futuro della materia </hi><hi rend="CharOverride-1">a quella vasta area di scuole e di studiosi con </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche approssimazione definibili ‘di sinistra’, distinguendo però tra un’ala </hi><hi rend="CharOverride-1">«ortodossa», «tesa a conservare le conquiste normative e sociali acquisite, e se </hi><hi rend="CharOverride-1">mai desiderosa di espanderle ulteriormente», e un’ala «riformista», più </hi><hi rend="CharOverride-1">preoccupata dell’impatto del nuovo e quindi più aperta alla </hi><hi rend="CharOverride-1">«eventuale necessità di correzioni di rotta» (Del Punta 2008, 286). Ma alla fine si tratta di una distinzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> non troppo marcata, che Riccardo forse ha fatto anche per</hi><hi rend="CharOverride-1"> prendere in giro qualcuno dei suoi amici più ‘ortodossi’: infatti</hi><hi rend="CharOverride-1">, appaiono piuttosto tenui gli attriti tra due anime di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> indirizzo pur sempre contrassegnato da una forte «omogeneità di fondo</hi><hi rend="CharOverride-1">» sul modo di intendere natura e funzione di una disciplina</hi><hi rend="CharOverride-1"> letta come strumento di tutela dal profondo radicamento costituzionale, nonch</hi><hi rend="CharOverride-1">é sulla forte consapevolezza che il «vero avversario» si trova «dall’altra parte» (Del </hi><hi rend="CharOverride-1">Punta 2008, 293).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche questa parte del saggio può oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">apparire piuttosto datata: probabilmente, anche qui c’era «troppa politica»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Mi pare, infatti, che i tempi attuali abbiano notevolmente attutito, fin quasi a </hi><hi rend="CharOverride-1">omologarle, le distanze ideologiche tra una sinistra e una destra </hi><hi rend="CharOverride-1">giuslavoristica che spesso neanche è possibile percepire come tali, mentre </hi><hi rend="CharOverride-1">un ‘noi e loro’ – rispetto al quale sono in pratica </hi><hi rend="CharOverride-1">del tutto aliene o trasversali le opinioni politiche – continua a </hi><hi rend="CharOverride-1">proporsi piuttosto, e in tutt’altre forme, nel campo delle </hi><hi rend="CharOverride-1">strategie accademiche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Piuttosto, è da rilevare come le incertezze di </hi><hi rend="CharOverride-1">un presente in crisi e le ansie per un futuro </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto da inventare abbiano comportato quasi naturalmente in quel quindicennio </hi><hi rend="CharOverride-1">un approfondimento della riflessione di taglio storico, non tanto per </hi><hi rend="CharOverride-1">trovare in un passato magari idealizzato il rifugio migliore per </hi><hi rend="CharOverride-1">evitare di vedere, almeno per qualche tempo, un presente sempre </hi><hi rend="CharOverride-1">meno presentabile; quanto piuttosto per cercare nella storicità della materia </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ispirazione per una via di uscita da una fase </hi><hi rend="CharOverride-1">difficile (Passaniti 2006, 11). Non inganni, a questo proposito, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">osservazione di Riccardo, secondo cui negli anni considerati è risultato «poco battuto […] il percorso storiografico»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-002">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: ci si riferisce</hi><hi rend="CharOverride-1">, correttamente, alle monografie di carattere esclusivamente storico (tra l’altro</hi><hi rend="CharOverride-1">, tradizionalmente poco paganti accademicamente per il giuslavorista), mentre in quegli</hi><hi rend="CharOverride-1"> stessi anni i riferimenti al passato della disciplina invece abbondano</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle ‘premesse storiche’ di tanti libri e nella produzione saggistica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Riccardo, da attento osservatore delle tendenze in atto, innanzitutto ammette</hi><hi rend="CharOverride-1"> che un congresso di carattere eminentemente storico come quello milanese</hi><hi rend="CharOverride-1"> sui cent’anni del </hi><hi rend="italic">Contratto di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Lodovico Barassi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-001">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> è stato «il convegno di maggiore livello del quindicennio» (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">404); ma, più in generale, riconosce alla storicità il ruolo </hi><hi rend="CharOverride-1">di «dimensione costitutiva» del diritto del lavoro, che in ogni </hi><hi rend="CharOverride-1">caso, anche nei periodi di maggiore staticità della ricerca storica, </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresenta comunque «la trama subliminale di una dispiegata autocoscienza collettiva» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Del Punta 2009, 99).</hi></p></div><div><head><hi>7. Le ragioni del mercato, da eresia a ortodossia</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli anni che Riccardo prende</hi><hi rend="CharOverride-1"> in considerazione sono anche quelli nei quali si rafforzano e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si impongono le tendenze, già in atto da qualche tempo</hi><hi rend="CharOverride-1">, di apertura del diritto del lavoro alle logiche del mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">. È in questo periodo che l’espressione ‘mercato del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">’ perde ogni residuo valore di tabù: non c’è pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù paura di affermare che anche il lavoro è una </hi><hi rend="CharOverride-1">merce e che il sistema deputato a regolarne le modalità </hi><hi rend="CharOverride-1">di scambio costituisce un mercato come gli altri. La «rassegnazione </hi><hi rend="CharOverride-1">alla Canossa di una flessibilità eletta a nuovo super-principio </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto del lavoro» (Del Punta 2008, 296) diventa ormai </hi><hi rend="CharOverride-1">generale; la contrastano solo pochissimi irriducibili tra i giuslavoristi, mentre </hi><hi rend="CharOverride-1">la stragrande maggioranza di loro si propone, più limitatamente, di </hi><hi rend="CharOverride-1">regolarla e di condizionarla (Del Punta 2008, 365). Riccardo è </hi><hi rend="CharOverride-1">certamente tra questi, pur mantenendo nel suo saggio l’</hi><hi rend="italic">aplomb</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’osservatore esterno: ammette che la flessibilità ha finito col creare profonde «depressioni» tra gli </hi><hi rend="CharOverride-1">studiosi, i quali non a caso hanno spesso preferito fuggire «</hi><hi rend="CharOverride-1">il più lontano possibile» da essa, dedicandosi al più ‘corroborante’ </hi><hi rend="CharOverride-1">studio dei diritti della persona del lavoratore (Del Punta 2008, 375); ma sa che non si può far finta che</hi><hi rend="CharOverride-1"> non esista, e allora vale la pena almeno di confrontarcisi</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il saggio non si ferma ad annotazioni generiche, ma propone</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’analisi articolata tra vari tipi di approccio al tema</hi><hi rend="CharOverride-1">, individuando innanzitutto una corrente più ampia, nella quale «il mercato</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro è stato additato a terminale di un’evoluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> “dolce” della materia» (Del Punta 2008, 297), e – sulla scorta</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un importante studio (Caruso 2007, 5 sgg.) – ne distingue</hi><hi rend="CharOverride-1"> una versione milanese, attenta alla regolazione del mercato del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una prospettiva di modernizzazione riformistica, e una versione n</hi><hi rend="CharOverride-1">apoletana, che fa del mercato, anzi dei mercati declinati al plurale, una sorta </hi><hi rend="CharOverride-1">di sub-area disciplinare, meritevole di attenzione prioritaria. Accanto a </hi><hi rend="CharOverride-1">questi approcci, alla fine piuttosto convergenti e – si può dire – </hi><hi rend="CharOverride-1">sposati dalla quasi totalità dei giuslavoristi, Riccardo tiene a evidenziare </hi><hi rend="CharOverride-1">almeno un paio di altre letture, sempre incentrate sulla rivalutazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del mercato, in qualche modo ‘particolari’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Emergono innanzitutto, le riflessioni </hi><hi rend="CharOverride-1">di Pietro Ichino – fondate sull’ampio utilizzo dell’analisi economica </hi><hi rend="CharOverride-1">del diritto e spesso travestite da provocazioni – sulla progressiva perdita </hi><hi rend="CharOverride-1">di funzione del diritto del lavoro ‘inderogabile’ e del sindacato: «</hi><hi rend="CharOverride-1">eresie» (Del Punta 2008, 306) percepite come tali soprattutto da quel mondo della sinistra lavoristica alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale egli ha sempre rivendicato di appartenere, e che lo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha accusato di diventare «il “cavallo di Troia” di una</hi><hi rend="CharOverride-1"> cultura dell’utilità e del profitto, estranea alla tradizione “equa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e solidale” della cultura lavoristica» (Del Punta 2008, 308). Riccardo</hi><hi rend="CharOverride-1">, raffinato studioso di economia, guarda in fondo con simpatia all</hi><hi rend="CharOverride-1">’amico ‘eretico’, ma – forse proprio per questo – non può evitare</hi><hi rend="CharOverride-1"> di rimproverargli un eccessivo sbilanciamento «nel proporre di consegnare il</hi><hi rend="CharOverride-1"> potente scettro della normatività all’analisi economica» (Del Punta 2008</hi><hi rend="CharOverride-1">, 312): una prospettiva verso la quale avrebbe poi accresciuto gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> accenti critici, preferendo di gran lunga l’approccio ‘alla Calab</hi><hi rend="CharOverride-1">resi’ del </hi><hi rend="italic">Law &amp; Economics</hi><hi rend="CharOverride-1"> (riassuntivamente, Del Punta 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La profonda novità che Riccardo coglie, </hi><hi rend="CharOverride-1">però, nella proposta di Ichino – della quale rimarca la prospettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">ampiamente liberale (Del Punta 2008, 314) – è di tipo antropologico, </hi><hi rend="CharOverride-1">nel senso di aver disegnato un lavoratore impegnato a superare </hi><hi rend="CharOverride-1">la propria debolezza, a rivendicare autonomia, a non perdersi nella </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione collettiva, a veder valorizzato il suo apporto individuale e </hi><hi rend="CharOverride-1">riconosciuti i meriti più che i bisogni: un modello in </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche modo diametralmente opposto rispetto a quello del lavoratore ‘tradizionale’</hi><hi rend="CharOverride-1">, sempiterno punto di riferimento dell’analisi giuslavoristica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di rilievo ancora</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolare, stavolta nel segno di un’accentuata progettualità, appare a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riccardo l’approccio al mercato del lavoro di Marco Biagi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in relazione al quale ha già messo in rilievo una</hi><hi rend="CharOverride-1"> cosa piuttosto difficile da dire, cioè la differenza, rispetto all</hi><hi rend="CharOverride-1">’analogo caso di Massimo D’Antona, con la quale l</hi><hi rend="CharOverride-1">’ambiente lavoristico ha reagito alla sua brutale esecuzione, laddove l</hi><hi rend="CharOverride-1">’unanime dolore provato per la sua scomparsa non ha impedito che </hi><hi rend="CharOverride-1">sul suo nome «continuasse a gravare un velo di imbarazzo </hi><hi rend="CharOverride-1">e di divisione» (Del Punta 2008, 257). Evidentemente, per il </hi><hi rend="CharOverride-1">fatto di essere stato consigliere del principe ‘sbagliato’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Comunque, è </hi><hi rend="CharOverride-1">proprio questa progettualità molto concreta di Biagi, intrisa «di fattività </hi><hi rend="CharOverride-1">emiliana e suggestioni anglosassoni» (Del Punta 2008, 316-17), che conquista Riccardo: un disegno riformatore che abbandona </hi><hi rend="CharOverride-1">la tradizionale prudente ricerca di stressanti equilibri sindacali e sociali, </hi><hi rend="CharOverride-1">per avviare – avendo l’Europa come stella polare – una modernizzazione/</hi><hi rend="CharOverride-1">razionalizzazione del diritto del lavoro italiano, basata sulla riconciliazione tra </hi><hi rend="CharOverride-1">un sistema fondato ancora sulle tutele e le ineluttabili esigenze </hi><hi rend="CharOverride-1">di efficienza e competitività del sistema economico. Un pragmatismo – forse </hi><hi rend="CharOverride-1">anche eccessivo, chiosa Riccardo (Del Punta 2008, 322) –, fatto di </hi><hi rend="CharOverride-1">flessibilità, contrattazione decentrata, nuovi servizi per l’impiego, in un’</hi><hi rend="CharOverride-1">ottica complessiva di traslazione delle tutele dal rapporto al mercato, </hi><hi rend="CharOverride-1">che sfocia nel «Libro bianco» presentato da Berlusconi nel 2001 </hi><hi rend="CharOverride-1">e nel decreto che nel 2003 viene battezzato </hi><hi rend="italic">in memoriam</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">col suo nome.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Com’è noto – e Riccardo ne dà ampiamente conto (Del Punta 2008, 323-25) –, queste strategie, </hi><hi rend="CharOverride-1">messe al servizio di un quadro politico sostanzialmente di destra, </hi><hi rend="CharOverride-1">si conquistarono la reazione, più o meno veemente, di una </hi><hi rend="CharOverride-1">dottrina giuslavoristica quasi compatta – anche di quella nota «per equilibrio </hi><hi rend="CharOverride-1">e serenità di giudizio» (Del Punta 2008, 332) – nel denunciare </hi><hi rend="CharOverride-1">la liberalizzazione, quando non la mercantilizzazione, di un diritto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro sempre più flessibile, derogabile e individualistico. La ‘legge Biagi’</hi><hi rend="CharOverride-1"> (e Riccardo, lo costatai di persona quando mi invitò a tenere una lezione ai suoi studenti, non amava che </hi><hi rend="CharOverride-1">le si anteponesse l’aggettivo ‘cosiddetta’) ha assunto subito il </hi><hi rend="CharOverride-1">significato di un simbolo, ora «di una rivoluzione modernizzatrice del </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto e del mercato del lavoro», ora «di restaurazione neo-</hi><hi rend="CharOverride-1">liberistica e anti-sindacale» (Del Punta 2008, 327).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel frattempo </hi><hi rend="CharOverride-1">«le mura hanno sinora retto» sulla flessibilità in uscita (Del Punta 2008, 368), si afferma in </hi><hi rend="CharOverride-1">uno dei passaggi che può leggersi con più tenerezza ora </hi><hi rend="CharOverride-1">che quelle mura si sono letteralmente sbriciolate. Riccardo non era </hi><hi rend="CharOverride-1">certo entusiasta delle «asimmetrie di tutela» insite nel sistema che </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva davanti, accusato di mancare complessivamente di «coerenza interna», superabile </hi><hi rend="CharOverride-1">a suo avviso solo con «un riordino complessivo, che non </hi><hi rend="CharOverride-1">potrebbe forse fare a meno, questa volta, di intaccare il </hi><hi rend="italic">sancta sanctorum</hi><hi rend="CharOverride-1"> della disciplina limitativa del licenziamento» (Del Punta 2008, 374). Di questa operazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riccardo sarebbe stato protagonista non secondario (Fornero 2023), e perciò</hi><hi rend="CharOverride-1"> le pagine nelle quali, pur esponendo fatti e reazioni nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo più obiettivo possibile, guarda con innegabile simpatia a Biagi</hi><hi rend="CharOverride-1"> e al suo ruolo progettuale sono particolarmente interessanti da rileggere</hi><hi rend="CharOverride-1"> oggi, pensando a come poi lui stesso avrebbe messo a</hi><hi rend="CharOverride-1"> disposizione delle istituzioni il suo sapere e la sua sensibilità</hi><hi rend="CharOverride-1">, interpretando anch’egli il ruolo di «giurista-consigliere» (Vallauri 2024</hi><hi rend="CharOverride-1">, 29-31).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oggi tutto il dibattito su mercato e flessibilit</hi><hi rend="CharOverride-1">à fa sicuramente stupire e sorridere la ‘generazione z’ dei giuslavoristi: </hi><hi rend="CharOverride-1">questi termini non sono più eresie, ma l’indiscussa realtà </hi><hi rend="CharOverride-1">dei fatti; anzi, ora potrebbe essere considerato ‘eretico’ chi in </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche modo contrasta l’evidente ortodossia di questo pensiero unico.</hi></p></div><div><head><hi>8. La scoperta dell’Europa</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli anni Novanta, soprattutto a seguito del trattato di </hi><hi rend="CharOverride-1">Maastricht, hanno acceso l’attenzione dei giuslavoristi sulla dimensione sovranazionale, </hi><hi rend="CharOverride-1">fino a quel momento coltivata da un esiguo numero di </hi><hi rend="italic">aficionados</hi><hi rend="CharOverride-1">. Senonché – nota acutamente Riccardo –, a una prima fase ottimistica, </hi><hi rend="CharOverride-1">nella quale il diritto sociale comunitario è stato visto come </hi><hi rend="CharOverride-1">una «proiezione virtuosa» di quello nazionale, ha fatto presto seguito </hi><hi rend="CharOverride-1">un atteggiamento di prudente cautela, anzi talvolta una decisa presa </hi><hi rend="CharOverride-1">di distanza, nei confronti di «un diritto che rivelava un </hi><hi rend="CharOverride-1">volto inatteso e per nulla rassicurante» (Del Punta 2008, 337).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In realtà, anche nel campo del diritto del lavoro eurounitario si è finito col replicare lo stesso dibattito politico-</hi><hi rend="CharOverride-1">culturale ingaggiato riguardo al diritto nazionale. Quella parte di dottrina ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">progressista’ – alla quale «non ha mai fatto difetto l’ottimismo </hi><hi rend="CharOverride-1">illuministico» (Del Punta 2008, 341) – che aveva sperato in un </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto sovranazionale in grado di produrre un’armonizzazione dei diritti </hi><hi rend="CharOverride-1">dei lavoratori su standard più elevati di quelli domestici, forgiati </hi><hi rend="CharOverride-1">«a immagine e somiglianza dei più avanzati diritti del lavoro nazionali» (Del Punta 2008, 344), ha visto man </hi><hi rend="CharOverride-1">mano gelare le sue aspettative davanti al fallimento del processo </hi><hi rend="CharOverride-1">di costituzionalizzazione dei diritti sociali e, più in generale, davanti </hi><hi rend="CharOverride-1">all’assunzione di una complessiva politica neoliberista da parte degli </hi><hi rend="CharOverride-1">organi di governo europei e della sua Corte, che hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">spesso prodotto esiti non molto graditi a «palati forgiati sulla </hi><hi rend="CharOverride-1">Costituzione italiana» (Del Punta 2008, 341). Soprattutto dopo il trattato </hi><hi rend="CharOverride-1">di Amsterdam del 1999, potente strumento di tutela delle libertà </hi><hi rend="CharOverride-1">economiche (Del Punta 2008, 342), all’Europa che predica flessibilità </hi><hi rend="CharOverride-1">in dosi massicce hanno allora iniziato a guardare con simpatia </hi><hi rend="CharOverride-1">le ali del pensiero giuslavoristico più liberale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il passare degli </hi><hi rend="CharOverride-1">anni, col progressivo allargamento dell’Unione a paesi di certo </hi><hi rend="CharOverride-1">non noti per gli elevati standard di tutele lavoristiche, mi </hi><hi rend="CharOverride-1">pare abbia visto il progressivo prevalere – se posso sintetizzare in </hi><hi rend="CharOverride-1">questo modo – dell’Europa della flessibilità nei confronti dell’Europa </hi><hi rend="CharOverride-1">dei diritti, finendo in ogni caso con lo smorzare gli </hi><hi rend="CharOverride-1">approcci più ‘calorosi’ di una parte o dell’altra degli </hi><hi rend="CharOverride-1">‘opposti schieramenti’. Oggi, comunque, la dimensione eurounitaria – con toni sicuramente più asettici di quelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> con cui se ne ragionava allora – è parte assolutamente integrante</hi><hi rend="CharOverride-1"> della ricerca lavoristica: Riccardo lo aveva in qualche modo preconizzato</hi><hi rend="CharOverride-1">, osservando come in ogni caso, a prescindere dalla posizione entusiastica</hi><hi rend="CharOverride-1"> o guardinga assunta nei suoi confronti, la prospettiva europea stesse</hi><hi rend="CharOverride-1"> già positivamente trasformando le metodologie di ricerca di molti giuristi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in particolare di quelli più giovani (Del Punta 2008, 344</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p></div><div><head><hi>9. Ora e sempre subordinazione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riccardo non può certo tralasciare</hi><hi rend="CharOverride-1"> di ricordare come il quindicennio da lui esaminato veda la</hi><hi rend="CharOverride-1"> continuazione di un dibattito, quello sui confini del lavoro subordinato</hi><hi rend="CharOverride-1">, infiammatosi nel decennio precedente e postosi in breve al centro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’interesse del giuslavorista. Su basi in parte diverse, per</hi><hi rend="CharOverride-1">ò: infatti, mentre negli anni Ottanta si metteva sostanzialmente in discussione la rigidità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un modello biunivoco della classificazione dei rapporti di lavoro, ora</hi><hi rend="CharOverride-1"> invece si mirava decisamente fuori dai confini del lavoro subordinato</hi><hi rend="CharOverride-1">, puntandosi propositivamente sull’estensione delle tutele classiche al sempre più</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricco novero dei lavori cosiddetti atipici (Del Punta 2008, 357</hi><hi rend="CharOverride-1">), in un contesto segnato ormai dalla «dominanza del “grigio”» (Del</hi><hi rend="CharOverride-1"> Punta 2008, 363).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non senza ragione Riccardo classifica questo anelito</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’estensione delle tutele al di fuori del ‘nucleo duro</hi><hi rend="CharOverride-1">’ della subordinazione come una battaglia della sinistra giuslavoristica, divisa nei soliti due indirizzi</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘garantista’ e ‘riformista’: il primo teso a estendere l’orbita</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle tutele anche a fasce di lavoro autonomo, senza regressioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul fronte dei diritti acquisiti (e Riccardo lo punzecchia con</hi><hi rend="CharOverride-1"> una parafrasi di Leopardi, parlando di «magnifiche sorti ed espansive</hi><hi rend="CharOverride-1">»); il secondo disposto a ottenere un allargamento anche concedendo qualche</hi><hi rend="CharOverride-1"> rimodulazione delle tutele (Del Punta 2008, 358).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La conclusione, per</hi><hi rend="CharOverride-1">ò, non può che essere sconsolata: «le ricadute di tanto fermento teorico-progettuale» si sono rivelate «inesistenti»; </hi><hi rend="CharOverride-1">anzi, paradossalmente il loro unico esito concreto è stata la </hi><hi rend="CharOverride-1">criticabilissima (ed effimera, aggiungo col senno di poi) collaborazione a </hi><hi rend="CharOverride-1">progetto (Del Punta 2008, 361). Alla fine, la sola vera </hi><hi rend="CharOverride-1">espansione del diritto del lavoro realizzata in quegli anni potrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">essere stata l’«annessione» del lavoro pubblico, contrattualizzato proprio all’</hi><hi rend="CharOverride-1">inizio del periodo esaminato; ma con quel termine Riccardo – «maliziosamente», ammette </hi><hi rend="CharOverride-1">lui stesso – vuole alludere «a quel noto meccanismo, tante volte </hi><hi rend="CharOverride-1">realizzato nella storia, che induce a ricercare in “conquiste” esterne </hi><hi rend="CharOverride-1">l’antidoto alla soluzione di problemi interni» (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">396). Tra l’altro, poi, la vera novità di questa </hi><hi rend="CharOverride-1">«annessione» non starebbe nella pura e semplice estensione dell’area del diritto del lavoro privato, quanto piuttosto</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una sorta di mutamento «genetico» di una materia chiamata</hi><hi rend="CharOverride-1"> ora a dare un contributo diretto a una finalità ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> essa del tutto estranea, come l’efficienza dell’azione amministrativa</hi><hi rend="CharOverride-1">: non tutti i giuslavoristi se ne sarebbero accorti, fa intendere</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra le righe Riccardo (Del Punta 2008, 400-01).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tornando</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla subordinazione, e proiettandosi verso il futuro, prevedibilmente «sempre pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù post-industriale e post-materiale», Riccardo prevede che essa non avrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">potuto continuare ad essere l’unico punto di riferimento di </hi><hi rend="CharOverride-1">uno statuto protettivo lavoristico già di per sé piuttosto frammentato (</hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta 2008, 364). Sinceramente, non saprei se ha colto </hi><hi rend="CharOverride-1">nel segno: il dibattito, ormai completamente deideologizzato, lungi dall’essersi </hi><hi rend="CharOverride-1">sopito, mi pare tenda invece sempre a cercare di aggregare </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni nuova fattispecie all’intramontabile categoria della subordinazione, che peraltro </hi><hi rend="CharOverride-1">rimane l’unica solida bussola nelle mani della giurisprudenza, in </hi><hi rend="CharOverride-1">un quadro reso ancora più complicato da un legislatore che, </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizionalmente silente sul punto, ha deciso di intervenire creando più </hi><hi rend="CharOverride-1">confusioni che certezze.</hi></p></div><div><head><hi>10. Il diritto sindacale: ‘eppur si è mosso’</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sempre in vena</hi><hi rend="CharOverride-1"> di parafrasi, Riccardo tira in ballo niente meno che il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo più illustre concittadino per affermare che in quel quindicennio</hi><hi rend="CharOverride-1"> il diritto sindacale «eppur non si muove» (Del Punta 2008</hi><hi rend="CharOverride-1">, 381), permanendo in una situazione di sostanziale «stallo», anche a</hi><hi rend="CharOverride-1"> causa dell’emersione di tendenze a fare progressivamente a meno</hi><hi rend="CharOverride-1"> della mediazione sindacale nella gestione di rapporti lavorativi sempre pi</hi><hi rend="CharOverride-1">ù individualizzati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per avvalorare questa conclusione, Riccardo inizia a citare la mole imponente </hi><hi rend="CharOverride-1">di studi che, in senso più o meno critico, hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">praticamente vivisezionato il ‘protocollo Giugni’ del 1993, ma rimprovera loro </hi><hi rend="CharOverride-1">di non aver sciolto in modo soddisfacente il nodo del </hi><hi rend="CharOverride-1">rapporto tra la concertazione e l’interesse generale, pur letto </hi><hi rend="CharOverride-1">in un contesto di affermazione di una diffusione orizzontale della </hi><hi rend="CharOverride-1">sovranità (Del Punta 2008, 385). Peggio ancora tratta chi si </hi><hi rend="CharOverride-1">è occupato del sindacato, mettendone in luce «la palpabile difficoltà </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] a intraprendere percorsi di indagine nuovi», capaci di andare al di là di prospettive come</hi><hi rend="CharOverride-1"> quella dell’ordinamento intersindacale, che, «dopo aver tanto dato […], sembrano</hi><hi rend="CharOverride-1"> aver esaurito la loro forza propulsiva» (Del Punta 2008, 385</hi><hi rend="CharOverride-1">-86). «Non sembrano aver segnato progressi decisivi neppure gli studi</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul contratto collettivo», prosegue Riccardo nella sua rassegna demolitoria: anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> se si sono mosse all’interno di uno scenario oggettivamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> complesso, le ricostruzioni avanzate non sono state in grado di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «recidere il cordone con la concezione privatistica del contratto collettivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di diritto comune, pur riveduta e integrata in direzione pubblicistica</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Del Punta 2008, 388). Più ‘tranquillo’, infine, è il giudizio</hi><hi rend="CharOverride-1"> su chi nel quindicennio ha scritto di sciopero, che, anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> operando necessari raccordi tra le due tipologie ormai affermatesi (quello</hi><hi rend="CharOverride-1"> «senza aggettivi» e quello nei servizi essenziali), in sostanza ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha «ripreso le tematiche più tradizionali» (Del Punta 2008, 391</hi><hi rend="CharOverride-1">).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riletti quindici anni dopo, forse questi giudizi appaiono un po</hi><hi rend="CharOverride-1">’ troppo severi: la complessiva fragilità di un diritto sindacale alle prese in quegli anni con mutamenti epocali </hi><hi rend="CharOverride-1">che ne hanno comportato un deciso mutamento di funzione (‘eppur </hi><hi rend="CharOverride-1">si è mosso’, e anche tanto, mi verrebbe da dire) </hi><hi rend="CharOverride-1">non coinvolge sempre chi quei mutamenti ha quanto meno registrato, </hi><hi rend="CharOverride-1">qualche volta magari avanzando ricostruzioni </hi><hi rend="italic">ex post</hi><hi rend="CharOverride-1"> interessanti. Alla prova </hi><hi rend="CharOverride-1">del tempo, infatti, i saggi richiamati in quelle pagine (non </hi><hi rend="CharOverride-1">ne cito nessuno, basta scorrere le note a margine) mi </hi><hi rend="CharOverride-1">sembra reggano ancora molto bene; ripetendo al contrario quanto detto </hi><hi rend="CharOverride-1">a proposito della rassegna generale delle monografie, praticamente tutti quanti </hi><hi rend="CharOverride-1">ben potrebbero essere consigliati ancor oggi per impostare un lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">scientifico sul tema. E mi piace pensare che questa conclusione </hi><hi rend="CharOverride-1">non dipenda solo da un ‘fattore nostalgia’, in questa specie </hi><hi rend="CharOverride-1">di mondo alla rovescia nel quale ormai il sindacato è </hi><hi rend="CharOverride-1">un’aggregazione di pensionati, il contratto collettivo uno strumento per abbassare i livelli</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutela dei lavoratori, lo sciopero un istituto da parco</hi><hi rend="CharOverride-1"> giurassico.</hi></p></div><div><head><hi>11. Per un diritto del lavoro dell’‘oltre-modernità</hi><hi>’</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle pagine finali del suo scritto Riccardo cerca di riassumere</hi><hi rend="CharOverride-1"> in poche parole le evoluzioni che nel quindicennio da lui</hi><hi rend="CharOverride-1"> esaminato l’«avanzata del nuovo» ha impresso alla materia: in</hi><hi rend="CharOverride-1"> parole ancora più stringate, le tendenze all’europeizzazione, alla flessibilità</hi><hi rend="CharOverride-1">, al mercato, alla terziarizzazione, senza dimenticare i tentativi di allargare l’ambito soggettivo dei diritti (Del Punta 2008, 402). </hi><hi rend="CharOverride-1">Ciò, naturalmente, porta l’autore a interrogarsi sul futuro della </hi><hi rend="CharOverride-1">materia e soprattutto della «cultura giuslavoristica». Quello che per lui </hi><hi rend="CharOverride-1">era futuro per noi è passato prossimo; perciò, queste due </hi><hi rend="CharOverride-1">pagine sono estremamente stimolanti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più che parlare di una prospettiva ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">post-moderna’, che non lo sollecita in quanto vi scorge i</hi><hi rend="CharOverride-1"> pericoli di una deriva ‘nichilistica’ (con l’opportuno richiamo a</hi><hi rend="CharOverride-1"> Irti 2004), Riccardo preferisce adoperare il termine ‘oltre-moderno’, a</hi><hi rend="CharOverride-1"> indicare non un congedo dal progetto della modernità bensì un</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo aggiornamento, indirizzato a garantire una maggiore equità a beneficio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di tutti coloro che a qualsiasi titolo lavorino, pur all</hi><hi rend="CharOverride-1">’interno di uno scenario estremamente complesso, dove vanno riequilibrati la dimensione individuale e quella collettiva, la tutela e</hi><hi rend="CharOverride-1"> le responsabilità individuali, i valori sociali e l’efficienza economica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Del Punta 2008, 403-04). Tutte riflessioni che Riccardo continuerà</hi><hi rend="CharOverride-1"> a maturare e a riproporre negli anni successivi, auspicando un</hi><hi rend="CharOverride-1"> diritto del lavoro (nuovamente) «responsabile» e «sostenibile» (Del Punta 2012</hi><hi rend="CharOverride-1">; Caruso, Del Punta, Treu 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per operare efficacemente in quest</hi><hi rend="CharOverride-1">’epoca «policentrica e post-ideologica», al giuslavorista non è più sufficiente «quel metodo tendenzialmente “autarchico”», fondato su</hi><hi rend="CharOverride-1"> «un unico principio di protezione», col quale egli ha lavorato</hi><hi rend="CharOverride-1"> fino a quel momento (Del Punta 2008, 403-04), al</hi><hi rend="CharOverride-1"> tempo di quello che mi verrebbe da definire – lanciandomi anch</hi><hi rend="CharOverride-1">’io in una parafrasi – il diritto del lavoro ‘a una dimensione’. Soprattutto in un momento come quello </hi><hi rend="CharOverride-1">che gli sta davanti, Riccardo fa leva sull’appartenenza del </hi><hi rend="CharOverride-1">diritto del lavoro alla «fondamentale unità del sapere giuridico», il </hi><hi rend="CharOverride-1">cui orizzonte la nostra materia, conservando la sua vocazione di </hi><hi rend="CharOverride-1">innovatrice della scienza giuridica, dovrebbe impegnarsi a rischiarare, anche a </hi><hi rend="CharOverride-1">costo di sacrificare qualcosa della propria identità (Del Punta 2008, </hi><hi rend="CharOverride-1">405). Perché sarebbe davvero insensato – conclude – rinunciare ai benefici derivanti «</hi><hi rend="CharOverride-1">dall’essere parte di un firmamento giuridico dove vi sono ormai molte più</hi><hi rend="CharOverride-1"> cose […] di quelle che, da qualunque angolo visuale, sia dato</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cogliere» (Del Punta 2008, 404).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sinceramente non so se</hi><hi rend="CharOverride-1"> Riccardo lo abbia fatto apposta, ma mi sembra tanto di</hi><hi rend="CharOverride-1"> risentire l’ammonimento di Amleto: «Ci sono più cose in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa sognare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la tua filosofia»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="export_40_545-558.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Caruso, B. 2007. “</hi><hi rend="CharOverride-1">Occupabilità, formazione e ‘</hi><hi rend="italic">capability</hi><hi rend="CharOverride-1">’ nei modelli giuridici di regolazione dei </hi><hi rend="CharOverride-1">mercati del lavoro.” </hi><hi rend="italic">Giornale di diritto del lavoro e di </hi><hi rend="italic">relazioni industriali</hi><hi rend="CharOverride-1"> 113: 1-134.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Caruso, B., Del Punta, R.</hi><hi rend="CharOverride-1">, Treu, T. 2020. </hi><hi rend="italic">Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://csdle.lex.unict.it/sites/default/</hi><hi rend="CharOverride-1">files/Documenti/OurUsers/Manifesto_Caruso_Del_Punta_Treu.pdf</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cazzetta, </hi><hi rend="CharOverride-1">G. 2009. “Giuslavoristi e costruzione della memoria nell’Italia repubblicana.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic">Diritti e lavoro nell’Italia repubblicana</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di </hi><hi rend="CharOverride-1">Gian Guido Balandi e Giovanni Cazzetta, 5-20. Milano: Giuffrè.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, R. 2008.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">“Il diritto del lavoro fra due</hi><hi rend="CharOverride-1"> secoli: dal protocollo Giugni al decreto Biagi.” In </hi><hi rend="italic">Il diritto</hi><hi rend="italic"> del lavoro nell’Italia repubblicana. Teorie e vicende dei giuslavoristi</hi><hi rend="italic"> dalla Liberazione al nuovo secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Pietro Ichino</hi><hi rend="CharOverride-1">, 253-405. Milano: Giuffrè.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, R. 2009. “Cittadinanza, liberalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale e diritto del lavoro.” In </hi><hi rend="italic">Diritti e lavoro nell</hi><hi rend="italic">’Italia repubblicana</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Gian Guido Balandi e Giovanni Cazzetta, 99-109. Milano: Giuffrè.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, R. 2012. “Per un diritto del lavoro ‘responsabile’.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic">Il lavoro perduto e ritrovato</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Gianni </hi><hi rend="CharOverride-1">Vattimo, Pasquale Davide De Palma e Giuseppe Iannantuono, 51-76. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Mimesis.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, R. 2020. “Una lettura giuslavoristica di </hi><hi rend="italic">The Future of Law &amp; Economics</hi><hi rend="CharOverride-1">, di Guido Calabresi.” </hi><hi rend="italic">Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali</hi><hi rend="CharOverride-1"> 165: 129</hi><hi rend="CharOverride-1">-142.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fornero, E. 2023. “Ricordo di Riccardo Del Punta.” </hi><hi rend="italic">Lavoro</hi><hi rend="italic"> Diritti Europa</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 1-5.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gadamer, H.-G. 1988. </hi><hi rend="italic">Verit</hi><hi rend="italic">à e metodo</hi><hi rend="CharOverride-1">. V ed., Milano: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ichino, P. 2008. “Presentazione.” In </hi><hi rend="italic">Il diritto del lavoro nell’Italia</hi><hi rend="italic"> repubblicana. Teorie e vicende dei giuslavoristi dalla Liberazione al nuovo</hi><hi rend="italic"> secolo</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Pietro Ichino, IX-XI. Milano: Giuffrè</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Irti, N. 2004. </hi><hi rend="italic">Nichilismo giuridico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bari-Roma: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Napoli, M</hi><hi rend="CharOverride-1">. (a cura di). 2003. </hi><hi rend="italic">La nascita del diritto del lavoro. “Il contratto di lavoro” di Lodovico Barassi</hi><hi rend="italic"> cent’anni dopo. Novità, influssi, distanze.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milano: Vita &amp; Pensiero.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Passaniti, P. 2006. </hi><hi rend="italic">Storia del diritto del lavoro. I – La </hi><hi rend="italic">questione del contratto di lavoro nell’Italia liberale (1865-1920).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milano: Giuffrè.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Romagnoli, U. 1995. “Come il giurista vede la storia del diritto.” </hi><hi rend="italic">Giornale </hi><hi rend="italic">di diritto del lavoro e di relazioni industriali</hi><hi rend="CharOverride-1"> 65: 96-</hi><hi rend="CharOverride-1">100.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Vallauri, M.L. 2024. “Riccardo Del Punta, giuslavorista intellettuale.” </hi><hi rend="CharOverride-1">In Riccardo Del Punta, </hi><hi rend="italic">Trasformazioni, valori e regole del lavoro. Scritti scelti </hi><hi rend="CharOverride-1">sul</hi><hi rend="italic"> diritto del</hi><hi rend="italic"> lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, I, a cura di William Chiaromonte e Maria Luisa</hi><hi rend="CharOverride-1"> Vallauri, 21-32. Firenze: Firenze University Press.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-005-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">L’</hi><hi rend="CharOverride-1">indice del libro doveva essere pressappoco questo: L. Gaeta, </hi><hi rend="italic">Ragioni </hi><hi rend="italic">e funzioni</hi><hi rend="CharOverride-1">; B. Caruso, </hi><hi rend="italic">Ordinamento delle fonti</hi><hi rend="CharOverride-1">; R. Del Punta, </hi><hi rend="italic">Contratto e rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1">; S. Liebman, </hi><hi rend="italic">Rappresentanza e rappresentatività</hi><hi rend="CharOverride-1">; P. Pascucci, </hi><hi rend="italic">Conflitto e autotutela</hi><hi rend="CharOverride-1">; M. Barbera, </hi><hi rend="italic">Eguaglianza e differenza</hi><hi rend="CharOverride-1">; V. Speziale, </hi><hi rend="italic">Occupazione e disoccupazione</hi><hi rend="CharOverride-1">; R. Romei, </hi><hi rend="italic">Stabilità e</hi><hi rend="italic"> temporaneità</hi><hi rend="CharOverride-1">; D. Gottardi, </hi><hi rend="italic">Lavoro di cura, lavoro per il mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">; F. Scarpelli, </hi><hi rend="italic">Legalità e regolazione</hi><hi rend="CharOverride-1">; C. Zoli, </hi><hi rend="italic">Autorità e organizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">; R. Santucci, </hi><hi rend="italic">Persona e tutele</hi><hi rend="CharOverride-1">; F. Guarriello, </hi><hi rend="italic">Professionalità</hi><hi rend="CharOverride-1">; L. Zoppoli, </hi><hi rend="italic">Cittadinanza sociale </hi><hi rend="italic">e corrispettività</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-004-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Gadamer 1988, 376 sgg., citato da Del</hi><hi rend="CharOverride-1"> Punta 2008, 257, nota 6. Vi aggiungerei anche Paul Sweezy</hi><hi rend="CharOverride-1">, autore di quell’autentica icona del marxismo militante che fu</hi><hi rend="italic"> The Present as History</hi><hi rend="CharOverride-1"> (New York: Monthly Review Press, 1953</hi><hi rend="CharOverride-1">), cui allude scopertamente il titolo di questo paragrafo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta 2008, 271. Da questo giudizio parte Cazzetta 2009, 14, per </hi><hi rend="CharOverride-1">riprendere e sviluppare l’analisi sul ruolo della dottrina giuslavoristica </hi><hi rend="CharOverride-1">del periodo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta 2008, 275, nota 58. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’osservazione non è riferita agli storici del diritto, che invece</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel periodo considerato avrebbero mostrato «forti segnali di interesse» nei</hi><hi rend="CharOverride-1"> confronti della nostra materia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Tenutosi all’Università Cattolica </hi><hi rend="CharOverride-1">di Milano il 27 e 28 aprile 2001. Per gli </hi><hi rend="CharOverride-1">atti, Napoli 2003.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="export_40_545-558.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Hamlet</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1.5.167-68.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Lorenzo Gaeta, University of Siena, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">lorenzo.gaeta@unisi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-6127-6196</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Lorenzo Gaeta, <hi rend="italic">Noi «ragazzi del ’99»: Riccardo Del Punta e la storia del presente,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8.31</ref>, in William Chiaromonte, Maria Luisa Vallauri (edited by), <hi rend="italic">Trasformazioni, valori e regole del lavoro. Scritti per Riccardo Del Punta</hi>, pp. -15, 2024, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0507-8, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0507-8</ref></p></div></div>
      
      <div>
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