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        <title type="main" level="a">Nel nome del neutro. Problemi e soluzioni</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-0319-9997" type="ORCID">
            <forename>Massimo</forename>
            <surname>Arcangeli</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Cagliari, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Educazione all’uguaglianza di genere ed educazione linguistica</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0484-2</idno>) by </resp>
          <name>Elisabetta Jafrancesco, Ivana Fratter, Ida Tucci</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.04</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The only (non-divisive) way to address the representation of linguistic gender identity is to attempt – albeit not without difficulty – a negotiation between the protection of the common linguistic norm and accommodating the progressive proliferation of identities. This process must begin from a specific point, one for which no general consensus yet exists. There is no grammatical sacrilege in feminizing terms such as sindaco or ministro: in Italian, masculine nouns ending in -o typically take -a in their feminine forms, leaving no structural reason to reject sindaca or ministra. However, inclusive forms such as direttorə and pittorə, autorə and lettorə, rather than challenging their masculine equivalents, risk stalling progress. In classical Latin, the feminine form of pictor (pictrix) did not exist; a woman engaged in painting in ancient Rome had to resort to circumlocutions like pingendi artifex («an artist in the field of painting»). It took centuries to “institutionalize” many feminine forms of professional titles, and we are still far from granting them full social recognition. The current wave of advocacy for a neutral gender risks relegating to obscurity precisely those feminine forms (such as direttrice and pittrice, autrice and lettrice) that we must instead promote – and encourage others to promote – without hesitation.</p>
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            <item>Job titles</item>
            <item>Linguistic norms</item>
            <item>Feminization of language</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.04" /></p>
      <div><head>Nel nome del neutro. Problemi e soluzioni</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Massimo Arcangeli</p><div><head>1. Non si può dire niente, ma si propone di tutto </head><p rend="text">La guerra contro il sessismo linguistico è ormai condotta contro qualunque parola o espressione possa ledere la dignità femminile o ribadire inveterati stereotipi. Nell’agosto del 2022 una femminista e analista digitale americana, la ventiseienne Audra Fitzgerald, ha fatto una curiosa dichiarazione in un video su <hi rend="italic">TikTok</hi>. Da quel momento, a meno di proposte migliori, si sarebbe rivolta al neomarito trentasettenne Andrew con l’appellativo di <hi rend="italic">wer</hi>, l’equivalente maschile di <hi rend="italic">wif</hi> («moglie»), per via del fatto che <hi rend="italic">husband</hi> sarebbe sessista: la voce da cui proviene, l’antico norvegese <hi rend="italic">húsbóndi</hi>, significa «padrone (<hi rend="italic">bóndi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>participio presente di <hi rend="italic">būa</hi>, “dimorare”) di casa (<hi rend="italic">hus</hi>, “casa”)». <hi rend="italic">Wer</hi>, sopravvissuto nel suo antico significato originario («uomo») in una manciata di vocaboli (come <hi rend="italic">werewolf</hi>, «licantropo», «uomo lupo») e imparentato col latino <hi rend="italic">vir</hi> («uomo», «maschio», «marito»), il sanscrito <hi rend="italic">vírás</hi> («eroe», «guerriero»), il gotico <hi rend="italic">vaír</hi> («uomo»), l’antico irlandese <hi rend="italic">fer</hi> («uomo») ecc., discende in effetti da una voce germanica di origine indoeuropea (<hi rend="italic">*wih</hi><hi rend="italic">1</hi><hi rend="italic">rós</hi>, «uomo [libero]», «giovane») per dire «uomo» o «persona» (*<hi rend="italic">wira–</hi>). Audra l’ha preferita a <hi rend="italic">spouse</hi>, che le suonava generica – ha anche detto di usarla poco –, e a <hi rend="italic">partner</hi>, non specifica per un’unione matrimoniale.</p><p rend="text">In italiano non si commette nessun peccato di lesa maestà grammaticale nel declinare al femminile <hi rend="italic">sindaco</hi> o <hi rend="italic">ministro</hi>: di norma i nomi maschili in <hi rend="italic">–o</hi>, nella lingua italiana, terminano al femminile in <hi rend="italic">–a</hi>, e non ci può essere perciò niente da eccepire su <hi rend="italic">sindaca</hi> o <hi rend="italic">ministra</hi>. A qualcuno fanno arricciare ‘esteticamente’ il naso, ma non c’è alcuna ragione strutturale che impedisca di usarli. Nel mese di settembre del 2022 l’Istituto della Enciclopedia Italiana ha però diramato un comunicato stampa con cui si annunciava la realizzazione di una singolare iniziativa editoriale: la rinuncia a lemmatizzare gli aggettivi nella loro forma neutra in <hi rend="italic">–o</hi> a favore di una doppia registrazione. Se finora, aprendo un qualunque dizionario italiano dell’uso corrente, abbiamo sempre trovato a lemma <hi rend="italic">bello</hi> (o <hi rend="italic">buono</hi>, o <hi rend="italic">adatto</hi>), evidenziato dal grassetto o dal maiuscoletto, nell’edizione 2022 del Dizionario dell’italiano Treccani sarebbe comparsa invece, in cima alle rispettive definizioni, <hi rend="italic">bella</hi>, <hi rend="italic">bello</hi> (o <hi rend="italic">buona</hi>, <hi rend="italic">buono</hi>, o <hi rend="italic">adatta</hi>, <hi rend="italic">adatto</hi>). Un conto è però decidere di rivolgersi a «cittadine e cittadini», «colleghe e colleghi» o «studentesse e studenti», in un solenne discorso pubblico o in una semplice e-mail, per far risaltare il femminile di genere (perché il modello paritario si possa estendere più agevolmente alle professioni, specie a quelle di rilievo), un altro conto è farsi promotori di un’evidente operazione di <hi rend="italic">marketing</hi>. Battersi per la parità di genere, per Alma Sabatini, era sforzarsi di far capire che la dignità di una donna passa anche per il riconoscimento <hi rend="italic">linguistico</hi> di genere. È un principio di per sé elementare: si vuole per sé l’appellativo di <hi rend="italic">architetta</hi> o <hi rend="italic">avvocata</hi> (ma anche di <hi rend="italic">cancelliera</hi> o <hi rend="italic">ingegnera</hi>, sebbene i corrispondenti maschili non siano qui in <hi rend="italic">–o</hi> bensì in <hi rend="italic">–e</hi>), per quanto le stesse donne in molti casi li rifiutino, perché tante professioni un tempo di più o meno esclusivo appannaggio del genere maschile sono ora svolte da tante, tantissime esponenti del genere femminile. Ebbene, ci si potrebbe innanzi tutto domandare di fronte all’operazione della Treccani, chi può mettere in discussione il fatto che il femminile di <hi rend="italic">bello</hi> sia <hi rend="italic">bella</hi>? La decisione di aprire una voce di dizionario con <hi rend="italic">bella</hi>, <hi rend="italic">bello</hi>, anziché <hi rend="italic">bello</hi>, non ha nulla a che fare con l’innovazione linguistica (qualcuno può dire «<hi rend="italic">Medica</hi> non mi piace, suona male», ma chi potrebbe mai dire «<hi rend="italic">Bella</hi> a me? Come ti permetti? Sarò pure una donna, ma con me devi usare il maschile»), è tecnicamente indifendibile ed è, per giunta, ideologicamente inconsistente. Cosa avrebbe semmai potuto fare l’Istituto Treccani per affrontare in modo serio la questione della parità linguistica di genere? Avrebbe dovuto avere il coraggio di lemmatizzare a sé <hi rend="italic">sindaca</hi>, <hi rend="italic">architetta</hi>, <hi rend="italic">deputata</hi>, <hi rend="italic">ingegnera</hi> ecc. (o <hi rend="italic">assessora</hi>, o <hi rend="italic">direttrice</hi>, o <hi rend="italic">professoressa</hi>). Ultimamente le donne devono però preoccuparsi, oltreché del sessismo, di un altro fenomeno: l’inarrestabile avanzata del neutro, paventata non solo dalle <hi rend="italic">trans-exclusionary radical </hi><hi rend="italic">feminists</hi> (TERF). Da una parte i <hi rend="italic">cisgender</hi>, dall’altra i <hi rend="italic">non-binary</hi> (NB) o <hi rend="italic">genderqueer</hi> (GQ), <hi rend="italic">umbrella terms</hi> per le varie categorie afferenti (<hi rend="italic">transgender</hi>, <hi rend="italic">genderfree</hi> – <hi rend="italic">bigender</hi> o <hi rend="italic">agender</hi> –, <hi rend="italic">genderfluid</hi>, <hi rend="italic">genderfuck</hi>, <hi rend="italic">polygender </hi>ecc.); alcune scuole li amalgamano (<hi rend="italic">genderqueer/non-binary</hi>, GQ/NB, o <hi rend="italic">genderqueer/non-binary</hi>, NB/GQ), altre li tengono ben distinti (<hi rend="italic">non-binay and genderqueer</hi>, NBGQ). Ecco una testimonianza, nel racconto del diretto interessato, di uno stato personale risultante da un percorso esperienziale segnato dalla ricerca di un’identità di genere fotogrammata nel temporaneo stazionamento in una condizione di fluidità.</p><quote rend="quotation_b">So I’m AMAB, 26 years old and have more or less always identified as cis-male. I came out as gay at like 24/25 and then kinda came to terms with my sexuality being more fluid than I originally thought. I more or less identify as pansexual now but most people don’t actually know. Since coming out I’ve really enjoyed being able to express long hidden desires for androgyny/femininity, etc. Wearing nail polish, sometimes makeup, etc. It’s little things. But I live in the US Bible Belt and going too far could have negative consequences for me. Perhaps that’s why I’m just now coming to this point. I recently listened to a podcast about a queer person in my region and their experiences as a AMAB NB person in all-male gay bars, etc. And that was good, but the highlight for me was them talking about their gender and how they came to terms with being NB. The way they explained it just clicked to me and I found myself understanding myself better after listening to it. Basically, they talked about how for a long time they had felt very uncomfortable being addressed as a man or thinking of themselves as a man. Being a boy didn’t bother them but somehow something about being considered a man just seemed wrong. And that part really meshed with how I’ve thought of myself for a very long time. I don’t see myself as female, and if I had to choose between male and female I would go with male, but I do find that being able to claim a NB/GQ option seems to fit my identity better. So yeah, this is all super fresh to me and a recent revelation and it’s kinda blowing my mind TBH. I still find myself wanting to be more androgynous and not always knowing how. But i feel like now I have an explanation for why?<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-009">1</ref></hi></hi> </quote><p rend="text">Il corrispondente di AMAB sul lato opposto è AFAB; i due acronimi stanno per <hi rend="italic">Assigned Male at Birth</hi> e <hi rend="italic">Assigned Female at Birth</hi>, equivalenti dei più comuni – ma meno <hi rend="italic">politically correct</hi> – «biologicamente maschio» e «biologicamente femmina». TBX (To Be Had) è una vecchia sigla, di nascita anteriore alla metà del Novecento – come il reticente <hi rend="italic">to be so</hi> («essere gay»; alla lettera: «<hi rend="italic">to be like that</hi>») –, per dire «<hi rend="italic">to be available for gay sexual intercourses</hi>». </p><p rend="text">La moltiplicazione nel tessuto sociale dei fenomeni di <hi rend="italic">gender variance</hi> (o <hi rend="italic">nonconformity</hi>), fino alle forme più estreme di <hi rend="italic">gender dysphoria</hi> (classificata fino a una decina di anni fa come <hi rend="italic">gender </hi><hi rend="italic">identity disorder</hi>, GID), fa sì che la proliferazione nelle varie lingue di parole ed espressioni ambigenere, agenere o antigenere sia ormai incontrollata. Il 15 ottobre 2017 il governatore dello Stato della California, il democratico Jerry Brown, seguendo l’esempio dell’Oregon, firmò un provvedimento di conversione in legge che consentiva di riportare la dicitura «<hi rend="italic">gender-neutral»</hi> sulle patenti di guida; era solo uno dei tanti suoi provvedimenti legislativi a favore delle comunità LGBT+: la possibilità di ottenere un certificato di nascita con un nome diverso da quello originario, o una diversa indicazione di genere rispetto al sesso biologico; l’incremento del numero di bagni pubblici destinati alle persone non binarie; il permesso per i detenuti di indossare capi d’abbigliamento (gonne, reggiseni ecc.) non conformi al proprio sesso, e di poter liberamente disporre dei prodotti di bellezza e degli oggetti personali corrispondenti; il divieto per i dipendenti statali impegnati in missioni governative di recarsi – a meno che il viaggio non si fosse reso necessario – in paesi omofobi o <hi rend="italic">gay unfriendly</hi>. Il 9 ottobre 2021 Gavin Newsom, il successore (già vice) di Brown, ha firmato la conversione in legge di un altro provvedimento (<hi rend="italic">California Assembly Bill 1084</hi>), la cui applicazione è prevista a partire dal 1° gennaio 2024, col quale i grandi magazzini californiani saranno obbligati a destinare ai bambini un’area <hi rend="italic">gender-</hi><hi rend="italic">neutral</hi> per giocattoli e articoli vari. </p><p rend="text"><hi >Ecco il testo dell’atto legislativo (section 1, part 2.57, «added to Division 1 of the Civil Code»).</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1"><hi rend="italic">Gender Neutral Retail Departments</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b1">55.7</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">The Legislature finds and declares both of the following:</quote><quote rend="quotations_quotation_b1"><hi rend="italic">a</hi>) Unjustified differences in similar products that are traditionally marketed either for girls or for boys can be more easily identified by the consumer if similar items are displayed closer to one another in one, undivided area of the retail sales floor.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">b</hi>) Keeping similar items that are traditionally marketed either for girls or for boys separated makes it more difficult for the consumer to compare the products and incorrectly implies that their use by one gender is inappropriate.</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">55.8</quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">a</hi>) A retail department store that offers childcare items or toys for sale shall maintain a gender neutral section or area, to be labeled at the discretion of the retailer, in which a reasonable selection of the items and toys for children that it sells shall be displayed, regardless of whether they have been traditionally marketed for either girls or for boys. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">b</hi>) This section shall apply only to retail department stores that are physically located in California that have a total of 500 or more employees across all California retail department store locations. This section shall not apply to retail department stores that are physically located outside California.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">c</hi>) Beginning on January 1, 2024, a retail department store that fails to comply with this section is liable for a civil penalty, not to exceed two hundred fifty dollars ($250) for a first violation or five hundred dollars ($500) for a subsequent violation, which may be assessed and recovered in a civil action brought in the name of the people of the State of California by the Attorney General, or a district attorney or city attorney, in any court of competent jurisdiction. If the Attorney General, district attorney, or city attorney prevails in an action under this subdivision, the court shall award to the Attorney General, district attorney, or city attorney reasonable attorney’s fees and costs.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">d</hi>) For purposes of this section:</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">1. «Childcare item» means any product designed or intended by the manufacturer to facilitate sleep, relaxation, or the feeding of children, or to help children with sucking or teething.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">2. «Children» means persons 12 years of age or less.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">3. «Toy» means a product designed or intended by the manufacturer to be used by children when they play.</quote><p rend="text">Nel marzo del 2019 sono montate le polemiche per via dell’introduzione in due negozi del Regno Unito da parte della multinazionale irlandese di <hi rend="italic">fast fashion </hi>Primax, affiliata all’Associated British Foods, di <hi rend="italic">“gender neutral” changing room</hi>; le due filiali erano situate nel Kent (Stone) e nell’East Sussex (Hastings). Le <hi rend="italic">unisex fitting rooms</hi> avrebbero fatto breccia. Mesi dopo sarebbero state introdotte dalla più grande catena inglese di vendita al dettaglio nel campo dell’abbigliamento (cosmetici, prodotti per la casa, generi alimentari ecc.), la britannica Marks &amp; Spencer, ripetutamente contestata per la decisione intrapresa e boicottata da tante femministe fin dall’esordio della sua svolta ‘neutralizzatrice’:</p><quote rend="quotations_quotation_b1">Marks &amp; Spencer has made its changing rooms unisex because it is striving to be inclusive and it wants everyone to feel comfortable in whichever changing room they want. Which means that a woman like me, who wants to try on clothes in an area where I know I won’t encounter men if I step outside the cubicle to see how a garment moves when I walk, is now excluded from M&amp;S. </quote><quote rend="quotations_quotation_b1">There’s evidence that when facilities are made unisex the number of sexual incidents goes up […] </quote><quote rend="quotations_quotation_b1">I think most ordinary men are horrified at the thought of unisex facilities. They’re worried that they might cause offence or be mistakenly accused of predatory behaviour. On the other hand the changing rooms will be a magnet for all those men who get a transgressive thrill from going where they shouldn’t and being just a few inches away from where a woman’s changing her clothing.</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">I’ve contacted M&amp;S and they just say they want to be inclusive and if anything happens to anyone in the changing room they’ll take appropriate action. But why should anything inappropriate have to happen?</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">This year we’re having guests for four days over Christmas and I would normally be spending at least £200 at M&amp;S. This year I’ll shop elsewhere instead. And I won’t be buying gifts or clothes or home stuff from them either.</quote><quote rend="quotation_b">Will anyone join me in a boycott?<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-008">2</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nel 2015 la Svenska Akademien ha ufficializzato l’entrata nello svedese del pronome personale <hi rend="italic">hen</hi>, inserendolo fra i neologismi dell’edizione di quell’anno del dizionario ufficiale della lingua nazionale, aggiornato di decennio in decennio. <hi rend="italic">Hen</hi> contrassegna la neutralità di genere, in opposizione al maschile (<hi rend="italic">han</hi>, «lui») e al femminile (<hi rend="italic">hon</hi>, «lei»), e può attribuirsi anche a un’identità transizionale. In italiano, scartati <hi rend="italic">l</hi>a<hi rend="italic">i</hi> o <hi rend="italic">l</hi>o<hi rend="italic">i </hi>(<hi rend="italic">a</hi> tipizza il genere femminile, <hi rend="italic">o</hi> il genere maschile), ed escluso <hi rend="italic">l</hi>i<hi rend="italic">i</hi> per analoghi motivi (–<hi rend="italic">i</hi> è l’uscita del plurale regolare dei nomi in –<hi rend="italic">o</hi>), si è imboccata la strada del <hi rend="italic">ləi.</hi> In Francia a tenere banco è stato ultimamente <hi rend="italic">iel</hi> (l’esito neutro della contrazione del maschile <hi rend="italic">il </hi>e del femminile <hi rend="italic">elle</hi>), di cui circolano da tempo diverse varianti: <hi rend="italic">yel</hi>, <hi rend="italic">ael</hi>, <hi rend="italic">ielle</hi> ecc. La forma è finita nell’edizione on line del <hi rend="italic">Petit Robert</hi>: «RARE. Pronom personnel sujet de la troisième personne du singulier (iel) et du pluriel (iels), employé pour évoquer une personne quel que soit son genre<hi >»</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-007">3</ref></hi></hi><hi >. </hi>A criticare la scelta del principale dizionario francese, plaudita da Élisabeth Moreno, ministra per le Pari opportunità, è stata anche Brigitte Macron, consorte del premier.</p><p rend="text">Nel 2017 la Corte costituzionale federale tedesca (<hi rend="italic">Bundesverfassungsgericht</hi>) ha sancito, per intersessuali e senza genere, il riconoscimento di diritto del loro stato ibrido su un certificato di nascita, e dal 2019 è buona pratica che un annuncio di lavoro, in aggiunta alla dicotomia fra maschile (<hi rend="italic">männlich</hi>) e femminile (<hi rend="italic">weiblich</hi>), contempli una terza opzione: </p><p rend="text"><hi rend="italic">a</hi>) <hi rend="italic">m/w/a</hi> (= <hi rend="italic">anders</hi>, «altro»); </p><p rend="text"><hi rend="italic">b</hi>) <hi rend="italic">m/w/d</hi> (= <hi rend="italic">divers</hi>, «differente», «diverso»); </p><p rend="text"><hi rend="italic">c</hi>) <hi rend="italic">m/w/gn</hi> (= <hi rend="italic">geschlechtsneutral</hi>, «di genere neutro»); </p><p rend="text"><hi rend="italic">d</hi>) <hi rend="italic">m/w/i</hi> (= <hi rend="italic">intersexuell</hi>); </p><p rend="text"><hi rend="italic">e</hi>) <hi rend="italic">m/w/x </hi>(oppure *). </p><p rend="text">Fin qui nulla da eccepire, tutt’altro. Quando però una giusta rivendicazione si trasforma in un tentativo di irreggimentazione, nell’assoggettamento a una «dittatura del segno» che punisca chiunque si rifiuti di sottostarvi, e la questione investa per giunta i delicati settori della formazione, dell’istruzione o dell’informazione, la faccenda prende un’altra piega. Il 16 settembre 2021 il quotidiano <hi rend="italic">Augsburger Allgemeine</hi> ha riportato una dichiarazione del primo ministro bavarese Markus Söder. Il <hi rend="italic">leader</hi> della Christlich-Soziale Union (CSU) si è espresso contro la presunta penalizzazione degli studenti «binaristi» di alcune università locali, riluttanti a neutralizzare nello scritto l’alternanza di genere tra maschile e femminile. Gli studenti, nel disattendere le indicazioni contenute nelle linee guida diramate dai loro atenei, comprendenti il ricorso agli «asterischi di genere» (<hi rend="italic">Gendersternchen</hi>), avrebbero maturato agli esami un voto più basso rispetto ai loro colleghi inclusivi. Gli atenei bavaresi hanno negato, ma se le cose fossero andate esattamente così, ci sarebbe da preoccuparsi.</p><p rend="text">Il 19 maggio 2021 Demi Lovato, bisessuale al primo stadio, <hi rend="italic">genderfluid</hi> al secondo, <hi rend="italic">non-binary</hi> al terzo, nell’inaugurare un nuovo podcast (<hi rend="italic">4D with Demi Lovato</hi>) ha annunciato di aver deciso di abbandonare per sé, da <hi rend="italic">gender neutral</hi> o <hi rend="italic">non-conforming</hi>, i pronomi soggetto/oggetto <hi rend="italic">he/him</hi> e <hi rend="italic">she/</hi><hi rend="italic">her</hi>. Il rimpiazzo non è il neutro corrispondente <hi rend="italic">it</hi>, non codificato dall’inglese, bensì <hi rend="italic">they/them</hi>. Da quel momento in poi, per gentilezza, ci si sarebbe dovuti rivolgere alla cantautrice americana col <hi rend="italic">singular they</hi>, proclamato nel 2019 parola dell’anno dal <hi rend="italic">Merriam-Webster Dictionary</hi>. Un «loro» di antica tradizione, ma viene il dubbio, dati i precedenti, di essere al cospetto di un concentrato di identità. Demi Lovato non è stata comunque la prima a sposare il <hi rend="italic">singular th</hi>ey. A precederla, nel 2019, era stato il cantautore britannico Sam Smith.</p><p rend="text"><hi >Consigliano le nuove </hi><hi rend="italic">Gender-Inclusive/Non-Sexist Language Guidelines and Resources</hi><hi >, rilasciate nell’ottobre del 2021, prodotte dall’Office for Equity, Diversity, and Inclusion dell’Università di Pittsburgh (una «resource for […] community to voluntarily use in their communication with their classmates and colleagues»)</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-006">4</ref></hi></hi><hi >:</hi></p><list type="unordered">
				<item>di fare attenzione al <hi rend="italic">misgendering</hi>, presupponendo di riconoscere l’identità di genere di ogni studente in base al suo aspetto;</item>
				<item>di non lasciar pensare, nelle discussioni in aula, che una certa attività lavorativa possa essere svolta soltanto da uomini o il mondo sia composto di soli uomini ed eterosessuali, facendo perciò esempi di «women, gender non-conforming […] and LGBT- identified people»;</item>
				<item>di evitare di fare l’appello e di non rivolgersi a uno studente o a una studentessa, il primo giorno di lezione, con un nome o un pronome in cui potrebbe non riconoscersi, e di far sì che siano invece gli allievi a presentarsi oppure scrivano i nomi e i pronomi con cui chiedono che ci si rivolga a loro;</item>
				<item>di sostituire parole ed espressioni sessiste con altre non sessiste: <hi rend="italic">umankind</hi>, anziché <hi rend="italic">mankind</hi>; <hi rend="italic">chair</hi> (o <hi rend="italic">chairperson</hi>), anziché <hi rend="italic">chairman</hi>; <hi rend="italic">first year student</hi>, anziché <hi rend="italic">freshman</hi>; <hi rend="italic">lower</hi> <hi rend="italic">division</hi><hi rend="italic">/upper division</hi> <hi rend="italic">undergraduate*</hi>, anziché <hi rend="italic">upperclassmen</hi>/<hi rend="italic">lowerclassmen</hi>; <hi rend="italic">administrator</hi>, anziché <hi rend="italic">secretary</hi> (o <hi rend="italic">clerk</hi>); <hi rend="italic">colleagues</hi>, <hi rend="italic">guests</hi>, <hi rend="italic">all</hi>, <hi rend="italic">yinz</hi>, <hi rend="italic">friends</hi>, <hi rend="italic">people</hi>, <hi rend="italic">students</hi>, <hi rend="italic">folks</hi>, anziché <hi rend="italic">ladies and gentlemen</hi>; <hi rend="italic">omsbuds</hi> (o <hi rend="italic">ombudsperson</hi>), anziché <hi rend="italic">ombudsman</hi>;</item>
				<item>di utilizzare pronomi e aggettivi <hi rend="italic">gender-inclusive</hi>: <hi rend="italic">they</hi> (pronome soggetto)/<hi rend="italic">them</hi> (pronome oggetto) // <hi rend="italic">ze</hi> (o <hi rend="italic">zie</hi>)/<hi rend="italic">zim</hi>; <hi rend="italic">their</hi> (aggettivo possessivo)/<hi rend="italic">theirs</hi> (pronome possessivo) // <hi rend="italic">zir</hi>/<hi rend="italic">zirs</hi>; <hi rend="italic">themselves</hi> (o <hi rend="italic">themself</hi>) (pronome riflessivo) // <hi rend="italic">zirself</hi>. «<hi >Sometimes an individual might share that they use multiple pronoun sets. For example, “My name is Ely and my pronouns are </hi><hi rend="italic">she</hi><hi >/</hi><hi rend="italic">her</hi><hi > or </hi><hi rend="italic">they</hi><hi >/</hi><hi rend="italic">them</hi><hi >[”]. It is important to check in with individuals about how they want others to refer to them and not assume».</hi></item>
			</list></div><div><head>2. Una questione tutta italiana. L’«e» ribaltata (e dintorni)</head><p rend="text">Nella trascrizione di un’intervista per il <hi rend="italic">Corriere della Sera </hi>(14 novembre 2021) l’eco-filosofo americano Timothy Morton ha reclamato, per rispetto della sua identità <hi rend="italic">non-binary</hi>, la giusta marca di genere, e l’intervistatrice l’ha così riportato nel testo come <hi rend="italic">filosof*</hi>. In italiano qualunque nome si porta però dietro i necessari accordi grammaticali (con articoli, preposizioni articolate, pronomi, aggettivi e participi passati), e se la giornalista avesse adottato lo schwa in modo sistematico ne sarebbe potuta uscire una premessa all’intervista scritta in questa maniera: «Lə filosofə non binariə americanə Timothy Morton è statə irremovibile, ha voluto che ci rivolgessimo a ləi come stiamo facendo». </p><p rend="text">Nessuna lingua può sottrarsi alla rappresentazione del reale, e un dizionario italiano che decida di ammettere al suo interno, in aggiunta a quelli «filosessuali» (<hi rend="italic">omosessuale</hi>, <hi rend="italic">eterosessuale</hi>, <hi rend="italic">bisessuale</hi>), i termini «filoaffettivi» (<hi rend="italic">omoaffettivo</hi>, <hi rend="italic">eteroaffettivo</hi>, <hi rend="italic">biaffettivo</hi>, <hi rend="italic">transizionante</hi>, <hi rend="italic">panaffettivo</hi>), compie il suo dovere di registrazione di una pressante e significativa famiglia di parole. Un’innovazione grammaticale ha però un impatto ben diverso da un neologismo. Sovrapporre in questo caso, in modo semplicistico, due piani che vanno invece tenuti ben distinti – uno «strutturale» (tecnico-linguistico) e l’altro «sovrastrutturale» (socioculturale) – fa sì che le strutture di un idioma, soprattutto se stratificate nel tempo, si pieghino ad assecondare, nell’economia di crescita di un’intera collettività di parlanti e di scriventi, i desideri di chi pretende, contro ogni logica e il più elementare buon senso, cambiamenti <hi rend="italic">d’emblée</hi> che sconvolgerebbero o incrinerebbero il sistema linguistico finendo per rendere ardua perfino la semplice decodifica di un’informazione. Quando poi quell’innovazione, con la scusa dell’inclusione, finisce per infiltrarsi in un atto pubblico, o in un qualunque altro testo emanato o prodotto da un soggetto pubblico, penetrandovi in modo pervasivo, l’avallo istituzionale – si trattasse anche solo di un intervento sui <hi rend="italic">social</hi> – deve suonare come un serio campanello d’allarme. Il genere naturale è una cosa, il genere grammaticale un’altra. L’italiano – come tante altre lingue – contempla solo due generi: il maschile e il femminile. Il neutro, rare eccezioni a parte, non è previsto dal sistema. Fra le singolarità che non rispondono alla norma c’è uno sparuto numero di femminili plurali con valore collettivo, ormai del tutto improduttivi, residui del neutro plurale latino: <hi rend="italic">braccia</hi>, <hi rend="italic">corna</hi>, <hi rend="italic">dita</hi>, <hi rend="italic">mura</hi>, <hi rend="italic">uova </hi>ecc.</p><p rend="text">Nell’aprile del 2021 la Regione Lombardia, nel rilanciare un bando dal suo <hi rend="italic">account</hi> ufficiale Instagram, ha usato malamente l’asterisco nel seguente post (poi rimosso dopo le reazioni irridenti dei navigatori virtuali): «Sei un giovane artist* [semmai: «un* giovane artista»] o fai parte di un collettivo artistico?». Pochi mesi dopo la Scuola Normale Superiore di Pisa, all’apertura dell’anno accademico, in un post su <hi rend="italic">Facebook</hi> (e in un <hi rend="italic">tweet</hi>) rimosso a distanza di qualche ora, ha dato il «benvenutə ai 72 nuovi <hi rend="italic">allievi</hi> e <hi rend="italic">allieve</hi> entratə a far parte della comunità della Normale»; un caloroso <hi rend="italic">benvenutə</hi>, si aggiungeva, «da parte del personale docente, di allievə ed ex allievə e del personale tecnico». Nel dicembre dello stesso 2021 sulla campagna inclusiva promossa da Valeria Filì, docente di Diritto del lavoro all’Università di Udine e (dal 2019) delegata del Rettore alle Pari opportunità, scoppia la polemica. «Cresce per tutt* e con tutt*. Uniud è inclusiva», scrive l’ateneo; «Pover* universit* di Udin*, la stoltezz* ti ha toccat*», replica in un <hi rend="italic">tweet</hi> un intellettuale, Giordano Bruno Guerri; «Speriamo proprio di no» rincara la dose la Fondazione Luigi Einaudi, con riferimento al (<hi rend="italic">song</hi>) <hi rend="italic">brand</hi> («Hic sunt futura») dell’università friulana.</p><p rend="text">Il collettivo «menelique», editore di un bimestrale di critica politica dallo stesso nome, ha introdotto la <hi rend="italic">e</hi> rovesciata nel sesto numero del <hi rend="italic">magazine</hi> del 2021. Il 7 settembre, presso l’editore Mondadori, era intanto uscito il primo romanzo con lo schwa (Murgia, Tagliaferri 2021) e prima ancora, il 15 maggio, era nato un gruppo pubblico su <hi rend="italic">Facebook</hi> di perorazione alla causa: «Italiano inclusivo agènere<hi rend="italic">»</hi>, fondato da Cesco Reale, rappresentante dell’Associazione Mondiale di Esperanto presso le Nazioni Unite. La Apple ha reso disponibile lo schwa nel quindicesimo aggiornamento del sistema operativo iOS per iPhone e iPod touch, rilasciato il 20 settembre 2021. La casa editrice fiorentina Effequ, dopo averlo introdotto nella traduzione dal portoghese di un saggio di una femminista brasiliana, Márcia Tiburi (2020), per rendere in italiano (<hi rend="italic">tuttә</hi>) il neutro <hi rend="italic">todes</hi> (né <hi rend="italic">todos</hi>, né <hi rend="italic">todas</hi>), ha aperto nell’aprile del 2022 una collana di microsaggi di poche pagine («Scatoline») – da un minimo di otto a un massimo di dodici – destinata a «bambinә dai 5 anni in su».</p><p rend="text">Ha confessato lo scrittore Maurizio Maggiani in un articolo di giornale del 5 luglio 2021<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-005">5</ref></hi></hi> (<hi rend="italic">Politicamente corretto. Maurizio Maggiani: «Io non sono un asterisco»</hi>): </p><quote rend="quotation_b">Ho ricevuto un invito a una manifestazione culturale piena di buona volontà indirizzato a un asterisco, car* amic*. Non andrò, io non sono un asterisco, ho solo qualche modesta certezza su me medesimo ma so per certo che non necessito di un richiamo a fondo pagina, posso essere caro e forse anche amico, ma non un impronunciabile *.</quote><p rend="text">Da un intervento postato in un gruppo <hi rend="italic">Facebook</hi>: </p><quote rend="quotation_b">Ciao a <hi rend="italic">tuttu</hi>, voglio cambiare la mia medica di base, ne cerco una antifascista, antirazzista e non-obiettrice, che abbia una prospettiva affermativa anziché patologizzante nei confronti delle persone trans, che incoraggi <hi rend="italic">lu</hi> pazienti e che sia vegana. </quote><p rend="text">Lo schwa, l’asterisco o le forme in –<hi rend="italic">u</hi> evidenziate qui in corsivo, che potrebbero uscire dalla penna (o dalla bocca) di uno scrivente (o di un parlante) sardo o siciliano, non esauriscono il quadro delle possibilità espressive caldeggiate dai sostenitori di una lingua italiana inclusiva. Un italiano che volesse scrivere ai suoi colleghi e alle sue colleghe di lavoro, anzi, avrebbe solo l’imbarazzo della scelta: </p><list type="unordered">
				<item>Caro collega, cara collega: <hi rend="italic">Car* collega</hi>, <hi rend="italic">Caro</hi>/<hi rend="italic">a collega</hi>, <hi rend="italic">Car@ collega</hi>, <hi rend="italic">Caro-a collega</hi>, <hi rend="italic">Caro(a) collega</hi>, <hi rend="italic">Carx collega</hi>, <hi rend="italic">Caro.a collega</hi>, <hi rend="italic">Caro·a collega</hi>, <hi rend="italic">Car’ collega</hi> ecc.; </item>
				<item>Cari colleghi, care colleghe: <hi rend="italic">Car* collegh*</hi>, <hi rend="italic">Carə colleghə</hi>, <hi rend="italic">Cary </hi><hi rend="italic">colleghy</hi>, <hi rend="italic">Carei colleghei </hi>(o <hi rend="italic">Carie colleghie</hi>), <hi rend="italic">Carз collegз</hi> ecc. </item>
			</list><p rend="text">Il з dell’ultimo esempio non è un tre (3). È invece uno schwa «lungo»; un po’ più aperto di ə, come nell’inglese <hi rend="italic">bird</hi> [<hi rend="CharOverride-2">bɜːd</hi>], è un espediente architettato per il plurale al fine di distinguerlo dal singolare: <hi rend="italic">andato/a</hi> → <hi rend="italic">andatə</hi>; <hi rend="italic">andati/e</hi> → <hi rend="italic">andatз</hi>. Lo schwa (<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>) e lo schwa lungo (з) sono finiti anche in sei verbali redatti da una Commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia (settore concorsuale: 13/B3, Organizzazione Aziendale). Entrambi i segni compaiono nei giudizi collegiali sui candidati, e in quelli formulati singolarmente dal Presidente, dal Segretario e dal commissario Maurizio Decastri (nei giudizi di quest’ultimo, però, in un unico caso, con riferimento a un solo candidato) (Arcangeli 2022b):</p><quote rend="quotation_b">«Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «è valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di I fascia»; «Abilitat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; autor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> singol<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>; «sono presenti coautorз»; «autor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> singol<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «con più di tre autorз»; «esame dell<hi rend="CharOverride-2">ɜ</hi> candidat<hi rend="CharOverride-2">ɜ</hi>»; «component<hi rend="CharOverride-2">ɜ</hi> della commissione» ecc.</quote><p rend="text">Atti risibili, in cui leggiamo altresì:</p><quote rend="quotation_b">«i Professorз»; «le candidat<hi rend="CharOverride-2">ɜ</hi>»; «commissario»; «ciascun Commissariә»; «ciascun candidato»; «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associato»; «professore (/professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>) universitario»; «un<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> o più autorз dotati di ISBN»</quote><p rend="text">anziché: «lз Professorз»; «lз candidat<hi rend="CharOverride-2">ɜ</hi>»; «commissari<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «ciascun<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Commissariә»; «ciascun<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> candidat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> universitari<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «un<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> o più autorз dotat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di ISBN».</p><p rend="text">Scelte dunque incoerenti, in sconclusionato avvicendamento con le soluzioni pienamente normative e, come non bastasse, oltre i limiti consentiti dalle parole interessate. <hi rend="italic">Component</hi><hi rend="italic">ɜ</hi><hi rend="italic"> della commissione</hi> non ha ragion d’essere perché <hi rend="italic">componenti</hi> – al pari del singolare <hi rend="italic">componente</hi>: <hi rend="italic">il componente</hi>/<hi rend="italic">la componente</hi> – è una forma ambigenere.</p><p><graphic url="4-web-resources/image/Arcangeli_Fig_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1 – Verbale.</p><p rend="text">Condivido alla lettera quanto scritto da Claudio Marazzini, che era ancora presidente dell’Accademia della Crusca (l’avrebbe poi sostituito Paolo D’Achille), in un intervento giornalistico a supporto di una petizione contro lo schwa – l’ho promossa io stesso, dopo un mio post polemico su <hi rend="italic">Facebook</hi> del 25 gennaio –, sottoscritta anche da lui, che ha superato le 23.000 firme (Arcangeli 2022b).</p><quote rend="quotation_b">Mi ha sempre stupito che i seguaci di queste innovazioni non si curino della coerenza dei risultati. Nel recente programma elettorale di un sindaco, veniva rigorosamente rispettata la duplicazione di genere per «studenti e studentesse», «cittadini e cittadine», ma la medesima distinzione, pur sei verbali galeotti 17 facile e accettabile, cadeva per i «professionisti» e i «commercianti». In un libretto del 2018 intitolato «Studenti e studentesse. Guida per l’uso», realizzato dall’Ufficio Relazioni con il pubblico del Miur, comparivano forme come «la/il bull@», «degli student@», ma poi «i genitori», «il Collegio dei docenti», «il Dirigente scolastico». […] L’innovazione viene dunque usata a caso, in maniera intermittente, persino nelle combinazioni elementari. Per testi complessi, il risultato sarebbe l’assoluta oscurità comunicativa. I nuovi segni occulterebbero rapporti grammaticali e nessi tra le parole. Il testo diventerebbe indecifrabile. L’applicazione coerente costringerebbe a uno sforzo di fatto impossibile, e ciò svela la natura squisitamente provocatoria di tali proposte di riforma linguistica. </quote><p rend="text">Questo il testo della petizione, lanciata su sollecitazione di un amico e collega, lo storico Angelo d’Orsi, perché nel frattempo era spuntato dalla Rete uno dei sei verbali incriminati (cfr. Fig. 1).</p><quote rend="quotation_b">Siamo di fronte a una pericolosa deriva, spacciata per anelito d’inclusività da incompetenti in materia linguistica, che vorrebbe riformare l’italiano a suon di schwa. I promotori dell’ennesima follia, bandita sotto le insegne del politicamente corretto, pur consapevoli che l’uso della «<hi rend="italic">e</hi> rovesciata» non si potrebbe mai applicare alla lingua italiana in modo sistematico, predicano regole inaccettabili, col rischio di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altri disturbi neuroatipici.</quote><quote rend="quotation_b">I fautori dello schwa, proposta di una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e di scriventi, esortano a sostituire i pronomi personali <hi rend="italic">lui</hi> e <hi rend="italic">lei</hi> con <hi rend="italic">ləi</hi>, e sostengono che le forme inclusive di <hi rend="italic">direttore</hi> o <hi rend="italic">pittore</hi>, <hi rend="italic">autore</hi> o <hi rend="italic">lettore</hi> debbano essere <hi rend="italic">direttorə</hi> e <hi rend="italic">pittorə</hi>, <hi rend="italic">autorə</hi> e <hi rend="italic">lettorə</hi>, sancendo di fatto la morte di <hi rend="italic">direttrice</hi> e <hi rend="italic">pittrice</hi>, <hi rend="italic">autrice</hi> e <hi rend="italic">lettrice</hi>. Ci sono voluti secoli per arrivare a molti di questi femminili. Nel latino classico <hi rend="italic">pictrix</hi>, come femminile di <hi rend="italic">pictor</hi>, non esisteva. Una donna che facesse la pittrice, nell’antica Roma, doveva accontentarsi di perifrasi come <hi rend="italic">pingendi artifex</hi> («artista in campo pittorico»).</quote><quote rend="quotation_b">C’è anche chi va ben oltre. Gli articoli determinativi <hi rend="italic">il</hi>, <hi rend="italic">lo</hi>, <hi rend="italic">la</hi>, poiché l’italiano antico, in usi che oggi richiedono <hi rend="italic">il</hi>, poteva prevedere al maschile singolare la variante <hi rend="italic">lo</hi>, si pretende che convergano sull’unica forma <hi rend="italic">lə</hi>, e i rispettivi plurali (<hi rend="italic">i</hi>, <hi rend="italic">gli</hi>, <hi rend="italic">le</hi>) che confluiscano in <hi rend="italic">l3</hi>, col secondo carattere che non è un 3 ma uno schwa lungo. Entrambi i segni, lo schwa e lo schwa lungo, sono perfino finiti in ben 6 verbali redatti da una Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia.</quote><quote rend="quotation_b">Lo schwa e altri simboli (slash, asterischi, chioccioline, ecc.), oppure specifici suoni (come la <hi rend="italic">u</hi> in <hi rend="italic">Caru tuttu</hi>, per «Cari tutti, care tutte»), che si vorrebbe introdurre a modificare l’uso linguistico italiano corrente, non sono motivati da reali richieste di cambiamento. Sono invece il frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo, intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica e culturale con la scusa dell’inclusività. Lo schwa, secondo i sostenitori della sua causa, avrebbe anche il vantaggio di essere pronunciabile. Il suono è quello di una vocale intermedia, e gli effetti, se non fossero drammatici, apparirebbero involontariamente comici. Peculiare di diversi dialetti italiani, e molto familiare alla lingua inglese, lo schwa, stante la limitazione posta al suo utilizzo (la posizione finale), trasformerebbe l’intera penisola, se lo adottassimo, in una terra di mezzo compresa pressappoco fra l’Abruzzo, il Lazio meridionale e il calabrese dell’area di Cosenza. </quote><p rend="text">Maurizio Decastri ha provato a rispondere del suo operato replicando, in un goffo pezzo apparso sul sito del <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> (“La petizione contro lo schwa? «Non sarà un gruppo di intellettuali a fermare la vitalità della lingua»”, 10 febbraio), a un articolo di Gian Antonio Stella (“Le firme degli intellettuali. Rivolta contro lo ‘schwa’”, 8 febbraio) uscito sull’edizione cartacea del medesimo quotidiano. Il professore, intanto, parla di un solo verbale (i verbali interessati sono sei, come ho detto) e dice di trovare «curioso» che una petizione gli dica cosa può dire e come dirlo. Nessuno sta parlando di ciò che non si può dire in un documento pubblico, ma del modo in cui lo si dice se sono in questione usi linguistici scellerati, che violano le regole ortografiche e fono-morfologiche dell’italiano. Usi da censurare senza pietà. Diversamente, se un giorno qualcuno decidesse di redigere un atto di un’amministrazione centrale dello Stato in <hi rend="italic">emoji</hi>, o in volgare duecentesco, o disseminasse il testo di <hi rend="italic">ke</hi>, <hi rend="italic">xké </hi>o <hi rend="italic">qlc1</hi>, in sostituzione di <hi rend="italic">che</hi>, <hi rend="italic">perché</hi>, <hi rend="italic">qualcuno</hi>, nessuno potrebbe più obiettare alcunché. La sua Commissione, aggiunge Decastri, non avrebbe avuto sufficienti competenze «metalinguistiche» (!) per usare bene lo schwa – ce ne siamo accorti, visti i risultati –, e avrebbe dimenticato che in italiano ci sono utili parole ambigenere (come <hi rend="italic">persona</hi>).</p><p rend="text">Prendiamo atto della parziale ammissione di colpa, ma cosa c’entra tutto questo con lo schwa? Se c’era l’unanime volontà dei commissari di dare cittadinanza, nei loro verbali, anche al genere femminile, evitando il maschile sovraesteso, sarebbe bastato riferirsi ai <hi rend="italic">candidati</hi> e alle <hi rend="italic">candidate</hi>, agli <hi rend="italic">autori</hi> e alle <hi rend="italic">autrici</hi> e così via. Si poteva semplicemente parlare di persone. Cosa c’entra, ripetiamolo, l’<hi rend="italic">e</hi> capovolta? </p><p rend="text">Staremmo poi discutendo, secondo Maurizio Decastri, di segni grafici privi di corrispondenza nel parlato, un’affermazione palesemente falsa. La scelta dello schwa, continua Decastri, è stata conseguente al senso di una comunità universitaria al passo coi tempi (aperta, inclusiva, rispettosa della diversità delle persone). </p><p rend="text">Bene. Immaginiamo allora che tutti e cinque i membri della Commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale di cui parliamo siano portatori di identità non binarie, e dobbiamo pensare lo siano anche i candidati e le candidate esaminate. Perché, nei giudizi collegiali formulati nei loro confronti, e in quelli individuali redatti da Presidente e Segretario, ci si rivolge a tutti come fossero <hi rend="italic">genderless</hi>: Roberta Cuel, «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di Organizzazione Aziendale (13/B3) presso l’Università degli Studi di Trento dal 01/10/2014», non viene «abili[t]at<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>» e, con riferimento a uno dei titoli richiesti, è «valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> positivamente poiché raggiunge due valori soglia su tre»; anche Vittorio D’Amato, «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di Organizzazione Aziendale (13/B3) presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC dal 01/01/2021», non viene «abilitat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>» e, con riferimento allo stesso titolo, «è valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> positivamente poiché raggiunge tre valori soglia su tre»; Elisabetta Marafioti, «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di Economia Aziendale (13/B1) presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca dal 01/03/2015», viene invece «abilitat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>» (anche lei, con riferimento al solito titolo, è «valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> positivamente poiché raggiunge due valori soglia su tre») e, in tre pubblicazioni, «appare come autor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> singol<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; stessa sorte per Lucia Marchegiani, «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di Organizzazione Aziendale (13/B3) presso l’Università degli Studi di Roma Tre dal 01/02/2018», anche lei «abilitat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>» (e, sempre con riferimento al medesimo titolo, «valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> positivamente poiché raggiunge tre valori soglia su tre»). </p><p rend="text">Il 100% di candidati non binari? </p></div><div><head>3. Lo schwa. Storia e varie vicende di un segno</head><p rend="text">La parola <hi rend="italic">schwa</hi>, adattata in italiano nella forma <hi rend="italic">scevà</hi>, è l’acclimatamento tedesco di un termine di origine ebraica: <hi rend="italic">shĕvā</hi> [<hi rend="CharOverride-2">ʃ</hi>ə<hi rend="CharOverride-2">ˈ</hi>wa]; il vocabolo, un probabile derivato di <hi rend="italic">shaw</hi> («niente», «nulla»), è riferito dall’ebraico di epoca medievale a un simboletto rappresentato, nella tradizione biblica masoretica, da due punti verticali apposti sotto un carattere – perlopiù una consonante – al fine di segnalare l’assenza di una vocale successiva (shĕvā <hi rend="italic">quiescente</hi>) o la presenza di una vocale di quantità brevissima (shĕvā <hi rend="italic">mobile</hi>), anche in abbinamento (shĕvā <hi rend="italic">composito</hi>) ad alcuni grafemi vocalici: pata<hi rend="CharOverride-3">ḥ</hi> (/a/), segōl (/<hi rend="CharOverride-2">ɛ</hi>/) e qame<hi rend="CharOverride-2">ṣ</hi>/qama<hi rend="CharOverride-2">ṣ</hi> (/<hi rend="CharOverride-2">ɔ</hi>/).</p><p rend="text">Nel 1821 il linguista Johann Andreas Schmeller, impegnato nella stesura di una grammatica del tedesco di varietà bavarese, necessitando di un simbolo che indicasse una vocale ultrabreve, di cui avvertiva la vicinanza allo schwa ebraico, ideò l’<hi rend="italic">e </hi>rovesciata. Un po’ di anni dopo il fonetista britannico Alexander John Ellis l’avrebbe applicato a una vocale indistinta dell’inglese, e L’Association phonétique internationale, nata a Parigi nel 1886, l’avrebbe quindi introdotto fra i simboli dell’Alphabet Phonétique International (API) per rappresentare una vocale neutra centrale.</p><p rend="text">È stata anche ipotizzata l’esistenza di uno schwa, per l’arioeuropeo comune, per via dell’emersione di un doppio esito vocalico, da una parte <hi rend="italic">ĭ</hi> (sanscr. <hi rend="italic">pĭtar</hi>) e dall’altra <hi rend="italic">ă</hi> (gr. πᾰτήρ, lat. <hi rend="italic">păter</hi>; cfr. ingl. <hi rend="italic">father</hi>, ted. <hi rend="italic">Vater</hi> ecc.), che consentirebbe di risalire, in un’ottica comparativo-ricostruttiva, a una vocale centrale media. Alcune variazioni vocaliche del greco hanno però fatto postulare tre diversi suoni neutri, ognuno dei quali responsabile di altrettante brevi (<hi rend="italic">ε</hi>, <hi rend="italic">ᾰ</hi>, <hi rend="italic">ο</hi>), laddove le corrispondenti lunghe (<hi rend="italic">η</hi>, <hi rend="italic">ᾱ</hi>, <hi rend="italic">ω</hi>) sarebbero il risultato della contrazione dei dittonghi e<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>1, e<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>2, e<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>3.</p><p rend="text">Nell’aprile del 2015 un informatico italiano, Luca Boschetto, sottrae lo schwa al ristretto ambito della ricerca accademica per importarlo in un progetto di «Italiano inclusivo». Prima pubblica online un articolo (<hi rend="italic">Proposta per l’introduzione della schwa come desinenza per un italiano neutro rispetto al genere, o italiano inclusivo</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-004">6</ref></hi></hi> e cinque anni dopo realizza un sito, in rete dall’inizio del 2020, dove spiega in questo modo la nascita e le motivazioni della sua iniziativa: </p><quote rend="quotation_b">L’italiano inclusivo è una proposta di estensione della lingua italiana per superare le limitazioni di una lingua fortemente caratterizzata per genere, con tutto ciò che ne consegue: impossibilità di parlare di sé o di altre persone senza menzionare il genere, impossibilità di parlare di persone che non si identificano in uno dei due generi binari.</quote><p rend="text"><hi rend="italic">L’italiano inclusivo è una lingua che permette di parlare di tuttз senza escludere nessun</hi><hi rend="italic">ǝ</hi><hi rend="italic">.</hi></p><quote rend="quotation_b">Con l’aggiunta di soli due caratteri, la <hi rend="italic">schwa </hi>per il singolare (<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>) e la <hi rend="italic">schwa lunga </hi>per il plurale (з), entrambe scrivibili con semplicità con gli strumenti che proponiamo ed entrambe pronunciabili, si risolvono tutti i problemi presenti nelle attuali soluzioni inclusive finora utilizzate. In questo sito cerchiamo di esporre i motivi per i quali una modifica del genere è necessaria, come si scrive, come si pronuncia, quali sono gli strumenti per scriverlo, qual è la sua storia, nonché un accenno a come si stanno evolvendo le altre lingue per indirizzare la stessa necessità.</quote><p rend="text"><hi rend="italic">Com’è nato</hi></p><quote rend="quotation_b">L’<hi rend="italic">Italiano Inclusivo </hi>è nato dalla considerazione di Luca Boschetto, un’appassionat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di temi relativi all’inclusività di genere e linguistica, che, dopo aver sperimentato di persona le modifiche recentemente utilizzate in lingua inglese per renderla inclusiva, si è res<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> conto che l’italiano aveva bisogno di un intervento più radicale, a causa della natura flessiva della lingua stessa, e che le soluzioni finora adottate (asterischi, chiocciole, alternanza, uso della <hi rend="italic">u</hi> […]) non erano sufficienti.</quote><p rend="caption_figure">Ora, poiché l’italiano antico, in usi che oggi richiedono <hi rend="italic">il</hi>, poteva prevedere per il maschile anche <hi rend="italic">lo</hi>, la soluzione per il singolare dell’articolo determinativo è semplice: la migliore mediazione possibile fra <hi rend="italic">il</hi>, <hi rend="italic">lo</hi> e <hi rend="italic">la</hi> è indubbiamente <hi rend="italic">lə</hi>. E al plurale? Qui la scelta di far confluire in <hi rend="italic">l3</hi> le forme <hi rend="italic">i</hi>, <hi rend="italic">gli</hi>, <hi rend="italic">le</hi> è assai meno immediata e poco ragionevole. Nella Figura 2 il modello viene applicato da Boschetto al <hi rend="italic">lei</hi>, all’articolo determinativo e indeterminativo e ad alcuni casi riguardanti la categoria del nome e le preposizioni articolate. </p><p><graphic url="4-web-resources/image/Arcangeli_Fig_2.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 2 – Modello proposto da Luca Boschetto.</p><p rend="text">Ecco le spiegazioni fornite per i nomi maschili i cui corrispondenti femminili terminino in –<hi rend="italic">ina</hi>, –<hi rend="italic">ice</hi> o –<hi rend="italic">essa</hi> e per i vocaboli epiceni: </p><quote rend="quotations_quotation_b2">Per le […] parole a declinazione complessa, ovvero quelle in cui al femminile alla radice non viene cambiata solo desinenza ma viene aggiunto –<hi rend="italic">essa</hi>, o –<hi rend="italic">ice</hi>, o –<hi rend="italic">ina</hi>, proponiamo di usare la radice della parola e aggiungere la desinenza inclusiva, singolare o plurale a seconda del caso. Pertanto, ad esempio, <hi rend="italic">eroe/eroina</hi> sarà declinato come <hi rend="italic">ero</hi><hi rend="italic">ǝ</hi>; <hi rend="italic">pittori/pittrici</hi> sarà declinato come <hi rend="italic">pittorз</hi>;<hi rend="italic"> poeta/poetessa sarà declinato come poet</hi><hi rend="italic">ǝ</hi><hi rend="italic">.</hi> (Si noti tuttavia che alcunз preferiscono utilizzare <hi rend="italic">poeta </hi>come parola epicena, ovvero invariante al maschile e al femminile e quindi, in questo caso: <hi rend="italic">il poeta</hi>, <hi rend="italic">la poeta</hi>, l<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> <hi rend="italic">poeta</hi>). […]</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">Un caso molto particolare è quello della declinazione delle parole ambigeneri o epicene (quelle, cioè, che non cambiano forma a seconda della declinazione di genere) e che cominciano per vocale. In quest’unico caso, come proposta possibile, potremmo usare il buon vecchio asterisco, anche se con una funzione diversa da quella ‘solita’ nell’altra forma di italiano inclusivo comunemente utilizzata. Questo è dovuto al fatto che, in italiano non inclusivo, scriveremmo, ad esempio:</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">– un artista (al maschile),</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">– un’artista (al femminile).</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">Quindi tutto ciò che cambia è solamente l’apostrofo, mentre la vocale manca nell’articolo al maschile e quella femminile viene elisa. Mettere la schwa sull’articolo nel solo caso della declinazione inclusiva («un<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> artista») creerebbe un’asimmetria rispetto alle due declinazioni binarie. Eliderla, come si fa per il femminile, creerebbe una grafia identica al femminile e, quindi, non renderebbe chiaro che si sta usando la declinazione inclusiva (e non vorremo mica tornare a una forma declinata per genere sovraestesa, anche se in questo caso al femminile, come si fa ora col maschile sovraesteso?).</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">La soluzione proposta, quindi, è quella di scrivere:</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">– un*artista.</quote><quote rend="quotation_b">Fra l’altro in questo caso l’asterisco, per come è graficamente rappresentato nella maggior parte dei font, è perfettamente accettabile in sostituzione dell’apostrofo, cosa che invece può risultare sgradevole quando viene utilizzato come declinazione inclusiva, perché non ‘siede’ nelle parole in una posizione analoga alle normali lettere. Ma sappiamo bene che questo non è l’unico aspetto critico, e sicuramente di gran lunga non il più importante, dell’uso dell’asterisco in senso inclusivo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-003">7</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Va da sé che un modello del genere sia improponibile. Soluzioni percorribili per l’inclusività – ammesso che ce ne siano di realmente soddisfacenti – sono da individuare altrove.</p></div><div><head>4. I soliti conservatori? Non proprio</head><p rend="text">Il 24 febbraio 2021, sul quotidiano «Domani», la filosofa politica Giorgia Serughetti, in un pezzo che ha lambito anche l’accesa polemica sullo schwa (<hi rend="italic">Il contrattacco conservatore ha alleati a sinistra</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-002">8</ref></hi></hi>, ha sostenuto che il «contrattacco conservatore», quanto ai diritti di rappresentanza rivendicati dalle donne e dalle minoranze di genere, incontrerebbe il favore dell’opinione pubblica soprattutto grazie alla sponda offerta da una sinistra italiana divisa. Su questi temi una parte dei progressisti, oltre a impostare tipicamente il dibattito sulla retorica della vittima e sulla sopravvalutazione del potere altrui (sarebbero entrambe cose di destra), dimostrerebbe la sua opposizione al cambiamento. </p><p rend="text">Se è pur vero che il pensiero profondo sulla percezione della diversità sessuale come problema oltrepassa tuttora il territorio segnato da reazionari e conservatori, né si può negare l’antifemminismo di una certa sinistra «storica», dovremmo però cercare anzitutto di capire quali sono le resistenze al cambiamento di cui stiamo parlando. La questione, da una prospettiva di sinistra, non può essere posta nei termini della persistenza di un vecchio retaggio culturale duro a morire. Il problema reale consiste invece in un elitarismo <hi rend="italic">radical chic</hi> che pretende di affrontare la questione dei diritti nutrendosi degli eccessi di un <hi rend="italic">politically correct</hi> il cui scopo innegoziabile è manomettere d’un botto, fino all’eradicazione finale sostenuta dalla <hi rend="italic">cancel culture</hi>, secoli di evoluzione, elaborazione e metabolizzazione culturale (non importa se linguistica, artistica, sociale o altro). Solo un ingenuo potrebbe davvero pensare che i progressisti stiano portando acqua al mare dei conservatori, o gli stiano tirando perfino la volata. Il punto è un altro: la sinistra <hi rend="italic">mainstream</hi>, spalleggiata dal rumoroso antagonismo ‘periferico’ di frange estremiste, espressione di una pericolosa deriva autoritaria, è cambiata a tal punto da apparire irriconoscibile. Non è poi così diversa, la ‘sinistra organica’ italiana, dall’anglofona sinistra retroattiva, puritana e integralista, che abbatte le statue di Colombo o fa calare implacabile la scure della censura su opere e autori del passato. </p><p rend="text">Nel 2017 sono stati pubblicati gli esiti di un sondaggio online, realizzato tra l’11 e il 12 ottobre di quell’anno, sulla conoscenza – e sulla percezione – della scrittura inclusiva da parte dei francesi: <hi rend="italic">L’écriture inclusive. </hi><hi rend="italic">La population française connaît-elle l’écriture inclusive? Quelle opinion en a-t-elle?</hi><hi > </hi>A rispondere all’intervista 1000 persone, dai 18 anni in su. A ognuno dei tre terzi del campione era stata sottoposta solo una delle tipologie di richieste – sovraestese, inclusive, promiscue – contemplate da un’apposita tabella: </p><list type="unordered">
				<item>menzione di due conduttori di telegiornale, di due scrittori celebri, di due campioni olimpici; </item>
				<item>menzione di due conduttori o conduttrici di telegiornale, di due scrittori o scrittrici celebri, di due campioni o campionesse olimpiche; </item>
				<item>menzione di due persone impegnate nella conduzione di un telegiornale, di due persone famose per le loro opere scrittorie, di due persone vittoriose nei campionati olimpici.</item>
			</list><p rend="text">Il dato più interessante, riscontrato per tutte e tre le categorie testate – conduttori, scrittori, campioni olimpici –, è un numero più alto di nomi femminili dati in risposta a una domanda inclusiva o epicena. La ragione è intuibile. La formulazione al maschile (<hi rend="italic">présentateur</hi>, <hi rend="italic">écrivain</hi>, <hi rend="italic">champion</hi> <hi rend="italic">olympique</hi>), ancorché da intendersi come ambigenere, ha attratto ‘meccanicamente’ un maggior numero di nomi di uomini rispetto alle altre due possibilità. Una questione non certo indifferente, ma se il rimedio proposto è di gran lunga peggiore del male bisogna allora alzare le barricate come hanno fatto proprio in Francia. </p><p rend="text">Il 4 maggio 2021 il ministro dell’Educazione nazionale, Jean-Michel Blanquer, ha inviato una circolare ai direttori amministrativi centrali, ai provveditori agli studi e al personale ministeriale. L’atto, nell’incoraggiare forme auspicabili di scrittura inclusiva, come il femminile dei nomi di professioni e mestieri, ne vietava altre, colpevoli, specie ai danni di allievi dislessici (ma anche disgrafici, o affetti da altri disturbi neuroatipici), di rendere più difficoltosa la lettura, oltreché l’apprendimento, dell’idioma nazionale. </p><p rend="text">La storica Hélène Carrère d’Encausse, segretaria permanente dell’Académie française, e lo scrittore e critico letterario Marc Lambron, nella premessa al testo, hanno accusato gli inclusionisti più fanatici di brutalizzare, in teorie arbitrarie e prassi innegoziabili, i ritmi naturali dell’evoluzione linguistica. Nel 2017 un’altra circolare (22 novembre), diramata dal primo ministro Édouard Philippe, aveva invitato i membri del Governo a rinunciare all’<hi rend="italic">écriture inclusiv</hi>e nei documenti ufficiali destinati al pubblico, per non pregiudicarne l’intelligibilità e la chiarezza. Fra i principali imputati, oggi come allora, il «punto mezzano» (<hi rend="italic">point médian</hi>) con l’identica funzione dello schwa o dello slash: <hi rend="italic">les étudiant</hi>·<hi rend="italic">e·s</hi> è senza dubbio un espediente rapido, sciolto, essenziale rispetto ad alternative epicene (<hi rend="italic">les personnes étudiantes</hi>) o a soluzioni di raddoppio (<hi rend="italic">les étudiants et étudiantes</hi>), ma ecco cosa potrebbe succedere contestualizzando: «<hi rend="italic">Hier tou·te·s les étudiant·e·s</hi><hi rend="italic"> de Paris sont descendu·e·s dans la rue pour protester»</hi>. In italiano sarebbe anche peggio: «Ieri tutti·e gli·le studenti·esse di Parigi sono scesi·e in piazza per protestare». </p><p rend="text">L’Académie Française non è stata l’unica a reagire con decisione o fermezza alla <hi rend="italic">vague</hi> linguistica disgregatrice: l’Accademia della Crusca ha censurato lo schwa e l’asterisco, e analoghi simboli ‘opacizzanti’, con un intervento del linguista Paolo D’Achille (<hi rend="italic">Un asterisco sul genere </hi>del 24 settembre 2021)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-001">9</ref></hi></hi>. Anche la Real Academia Española ha bandito la chiocciolina e altri posticci segni grafici di mediazione come le lettere <hi rend="italic">x</hi> ed <hi rend="italic">e</hi> (<hi rend="italic">todxs </hi>o <hi rend="italic">todes</hi>, per <hi rend="italic">todos</hi> «tutti» e <hi rend="italic">todas</hi> «tutte»). È legittimo chiedere al nostro interlocutore di venirci incontro, con le forme e le parole più adatte e rispettose possibili, se vogliamo ci venga riconosciuta la nostra identità in transizione, (ancora) incerta o fluttuante, ma le norme linguistiche di un’intera comunità nazionale non possono soggiacere a un radicalismo ideologico, non di rado aggressivo o prepotente, intenzionato a scardinarle nei suoi usi pubblici o istituzionali. Schwa, slash, asterischi ecc., non sono neologismi. Sono invece corpi estranei che violano le regole ortografiche e fono-morfologiche di un idioma, attentando anche al resto – l’armatura sintattico-testuale – delle sue strutture portanti.</p><quote rend="quotation_b">Decidere di agire sulla terminazione o sul corpo delle parole per occultare il genere […] non equivale a intervenire solo sull’ortografia (non si tratta di cambiare una lettera, sostituendola con un simbolo più “neutro”): vuol dire intaccare in profondità la morfologia della nostra lingua, smagliandone anche la sintassi (che non può prescindere dalla regola dell’accordo) e la testualità (l’accordo delle parole, anche a distanza, è uno dei requisiti della buona formazione dei testi perché contribuisce alla coesione, cioè alla compattezza del discorso). Sarebbe comodo, certo, pensare di estendere un espediente “semplice” (facilmente accessibile oramai sulle tastiere alfanumeriche) per risolvere i nostri problemi di (in)tolleranza e convivenza civile, se non ci fosse una controindicazione tanto forte da agire come dissuasore: non solo avalleremmo una soluzione semplicistica, ma ci sottrarremmo alle regole grammaticali della nostra lingua, acquisite in modo libero e spontaneo da ogni parlante madrelingua. A differenza […] dei femminili dei nomi di professione e carica come sindaca, ministra, architetta, ingegnera, formati secondo le regole della nostra lingua e perfettamente grammaticali (per quanto “nuovi” possano suonare alle nostre orecchie di parlanti), l’occultamento delle desinenze costituisce una forzatura del sistema. Forzatura che – nell’alimentare il nostro senso di appartenenza a una comunità ristretta in cui ci riconosciamo (di militanti per i diritti civili o di simpatizzanti verso la causa), o la nostra “distinzione sociale” (mostrandoci conformi alla “correttezza” sociale e politica imperante) – ci esilia dalla comunità più ampia di parlanti. […] Usare una lingua rispettosa del genere e dei generi non vuol dire usare una lingua eslege e agrammaticale, ma sfruttare al meglio le risorse della lingua facendo proposte coerenti e sostenibili, sapendo dove collocare il limite degli interventi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="4.html#footnote-000">10</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Provvederà la selezione naturale innescata dall’autoprotezione linguistica, se non bastassero le posizioni ufficiali delle varie istituzioni preposte alla rappresentazione e alla tutela delle lingue nazionali, a sbarazzarci di bizzarri grafismi che nel caso dello schwa sono anche sonorizzabili. In questo modo complicando, anziché semplificando, le cose: un principio regolativo cardine nel funzionamento di una lingua è il risparmio; investe in prevalenza l’uso orale, e in italiano lo schwa si dimostra perciò antieconomico proprio a partire dalla sua apparente posizione di vantaggio rispetto alle varie alternative possibili. </p><p rend="text">La pronunciabilità della «<hi rend="italic">e</hi> rovesciata» è condivisa dall’asterisco nell’uso tedesco, dove il segno, qua e là diffuso dal mezzo radio-televisivo, viene reso con un colpo di glottide: <hi rend="italic">Kolleg*innen</hi> ([ko<hi rend="CharOverride-2">ˈ</hi>le<hi rend="CharOverride-2">:</hi>k<hi rend="CharOverride-2">ʔɪ</hi>nən]). Un «medio proporzionale» fra <hi rend="italic">Kollegen</hi> («colleghi») e <hi rend="italic">Kolleginnen</hi> («colleghe») sostituibile con le forme coi due punti (<hi rend="italic">Kolleg:innen</hi>) o col trattino basso (<hi rend="italic">Kolleg_innen</hi>). </p></div><div><head>5. Lingue plurali e identità singolari</head><p rend="text">Almeno sette ragioni, in aggiunta a un altro paio di motivazioni valide per il solo schwa (l’estensione al parlato e la cancellazione dei femminili), impongono di contrastare l’introduzione dei vari simboli «inclusivi» nelle diverse lingue.</p><p rend="text_list">1. 	<hi rend="italic">L’inintelligibilità del testo, particolarmente pericolosa in un contesto pubblico o educativo</hi><hi rend="italic">.</hi> Importare abiezioni grafiche in testi ‘ufficiali’ o normativi, come un atto destinato ai cittadini, un testo scolastico o un articolo di giornale, reca seri danni alla trasparenza amministrativa, alla formazione e all’istruzione, alla qualità dell’informazione.</p><p rend="text_list">2. 	<hi rend="italic">L’impulso alla generalizzazione gratuita</hi>. Nei verbali universitari più volte richiamati i cinque componenti della commissione che li ha prodotti hanno utilizzato lo schwa in modo indifferenziato, in riferimento a se stessi e ai candidati esaminati, come se fossero tutti portatori di identità non binarie.</p><p rend="text_list">3. 	<hi rend="italic">La natura destrutturante dell’innovazione</hi>. Lo schwa e gli altri segni grafici di identica funzione stravolgono le regole ortografiche, fonologiche, morfosintattiche della lingua coinvolta.</p><p rend="text_list">4. 	<hi rend="italic">Il disorientamento normativo</hi>. Molti ‘sperimentatori’ dello schwa, coscienti dell’impossibilità di spalmarlo lungo un testo in maniera uniforme e sistematica, predicano furbescamente regole grammaticali ‘elastiche’, confondendo chi dovrebbe apprenderne l’uso regolato.</p><p rend="text_list">5. 	<hi rend="italic">L’illegittima pretesa di una minoranza</hi>. I fautori dell’‘inclusività’ linguistica pretendono di metter mano alle norme linguistiche di un’intera comunità nazionale perché soggiacciano alla volontà di pochi, minando l’idea stessa di una democrazia normativa fondata su una lingua da intendersi come un bene comune, patrimonio di un’intera nazione.</p><p rend="text_list">6. 	<hi rend="italic">L’aggravamento di disturbi neuroatipici</hi>. Forme grammaticali anomale o eccentriche sono responsabili di complicazioni di lettura ai danni di allievi dislessici, disgrafici e via discorrendo, ostacolandone l’apprendimento di una lingua nei suoi tratti normativi.</p><p rend="text_list">7. 	<hi rend="italic">L’aumento del disordine prodotto dalla proliferazione delle marche di genere</hi>. L’incontrollata moltiplicazione delle forme neutre di reazione al maschile sovraesteso e al femminile caratterizzante, specchio del vertiginoso aumento delle singolarità di genere, sta conducendo verso il caos normativo.</p><p rend="text">Una soluzione che consenta di evitare il vocabolario neutro pretenzioso o peregrino (come certe parole dell’inglese in cui siano entrati <hi rend="italic">person</hi> o <hi rend="italic">people</hi>: <hi rend="italic">snowperson</hi>, <hi rend="italic">clergyperson</hi>, <hi rend="italic">henchperson</hi>, il già ricordato <hi rend="italic">fisherpeople</hi> ecc.), o improbabili perifrasi (sempre per l’inglese: <hi rend="italic">member of the bar staff</hi> per <hi rend="italic">barman</hi>/<hi rend="italic">barmaid</hi>, o per <hi rend="italic">barperson</hi>), può risiedere nel ricorso a forme più neutre o epicene – o magari nell’escogitarne di nuove – come <hi rend="italic">ser humano</hi>, <hi rend="italic">individuo</hi>, <hi rend="italic">persona</hi>, <hi rend="italic">sujeto</hi>, <hi rend="italic">persona interesada</hi> per lo spagnolo, <hi rend="italic">être humain</hi>, <hi rend="italic">individu</hi>, <hi rend="italic">personne</hi>, <hi rend="italic">sujet</hi>, <hi rend="italic">personne intéressée</hi> per il francese, <hi rend="italic">essere umano</hi>, <hi rend="italic">individuo</hi>, <hi rend="italic">persona</hi>, <hi rend="italic">soggetto</hi>, <hi rend="italic">persona interessata</hi> per l’italiano. Hanno identica o analoga funzione <hi rend="italic">chair</hi>, <hi rend="italic">fisher</hi>, <hi rend="italic">bartender</hi>, <hi rend="italic">flight attendant</hi> per <hi rend="italic">steward</hi>/<hi rend="italic">stewardess</hi>,<hi rend="italic"> fireperson </hi>(<hi rend="italic">o firefighter</hi>) per <hi rend="italic">fireman</hi>/<hi rend="italic">firewoman</hi>, <hi rend="italic">mailperson</hi> – alternative: <hi rend="italic">mail carrier</hi>, <hi rend="italic">letter carrier</hi>, <hi rend="italic">post worker</hi> – per <hi rend="italic">mailman</hi> (raro <hi rend="italic">mailwoman</hi>). Nel caso di <hi rend="italic">sales representative</hi> per <hi rend="italic">salesman</hi>/<hi rend="italic">saleswoman</hi>, o di <hi rend="italic">server</hi> per <hi rend="italic">waiter</hi>/<hi rend="italic">waitress</hi>, le alternative neutre (<hi rend="italic">salesperson</hi>, <hi rend="italic">waitperson</hi>) sono di tutt’altro che recente attestazione (<hi rend="italic">waitperson</hi> è documentato dal 1973, <hi rend="italic">salesperson</hi> dal 1920).</p><p rend="text">Altre soluzioni ‘inclusive’ a portata di mano per lo spagnolo, l’italiano o il francese, se non si vogliono infarcire i testi di slash, schwa, trattini, chioccioline, punti mediani ecc., si possono riassumere nelle seguenti:</p><list type="unordered">
				<item>i nomi collettivi, compresi gli astratti in quanto indicatori di categoria: a) sp. <hi rend="italic">alumnado</hi>, <hi rend="italic">comunidad</hi><hi rend="italic"> estudiantil</hi>; <hi rend="italic">ciudadanía</hi>; <hi rend="italic">humanidad</hi>; <hi rend="italic">juventud</hi>; <hi rend="italic">personal docente</hi>, <hi rend="italic">profesorado</hi>; b) fr. <hi rend="italic">communauté étudiante</hi>; <hi rend="italic">citoyenneté</hi>; <hi rend="italic">humanité</hi>; <hi rend="italic">jeunesse</hi>; <hi rend="italic">personnel enseignant</hi>; c) it. <hi rend="italic">comunità studentesca</hi>; <hi rend="italic">scolaresca</hi>; <hi rend="italic">cittadinanza</hi>; <hi rend="italic">genere umano</hi> (o <hi rend="italic">umanità</hi>); <hi rend="italic">gioventù</hi>; <hi rend="italic">corpo</hi> (o <hi rend="italic">personale</hi>) <hi rend="italic">docente</hi>;</item>
				<item>la sostituzione di determinanti maschili e femminili (articoli o aggettivi) con forme non marcate: sp. <hi rend="italic">cada contribuyente</hi>; fr. <hi rend="italic">chaque contribuable</hi>; it. <hi rend="italic">ogni contribuente</hi>;</item>
				<item>l’uso di pronomi generici o di forme verbali impersonali in luogo delle personali corrispondenti: sp. <hi rend="italic">esperar a que suene el timbre antes de dejar salir a los alumnos del aula</hi>;<hi rend="italic"> no se pueden consultar libros ni notas</hi>; <hi rend="italic">quien deberá rendir el examen oral deberá</hi><hi rend="italic"> presentarse a las nueve</hi>; fr. <hi rend="italic">attendre que la cloche sonne avant de laisser les élèves</hi><hi rend="italic"> sortir de la classe</hi>; <hi rend="italic">ni les livres ni les notes ne peuvent être consultés</hi>; <hi rend="italic">qui devra </hi><hi rend="italic">passer l’examen oral devra se présenter à neuf heures</hi>; it. <hi rend="italic">attendere il suono della campanella prima di far uscire gli alunni dall’aula</hi>; <hi rend="italic">non si possono consultare né libri né appunti</hi>; <hi rend="italic">chi dovrà sostenere l’esame orale si dovrà presentare alle nove</hi>; anziché: sp. <hi rend="italic">los profesores tendrán que esperar a que suene el timbre antes</hi><hi rend="italic"> de dejar salir a los alumnos del aula; los candidatos no pueden consultar ni libros ni notas; los</hi><hi rend="italic"> estudiantes que tendrán que hacer el examen oral tendrán que</hi><hi rend="italic"> presentarse a las nueve</hi>;<hi rend="italic"> </hi>fr. <hi rend="italic">les enseignants devront attendre que la cloche sonne</hi><hi rend="italic"> avant de laisser sortir les élèves de la salle de classe</hi>; <hi rend="italic">les candidats ne peuvent consulter ni </hi><hi rend="italic">livres ni notes</hi>; <hi rend="italic">les étudiants qui devront passer l’examen oral devront se présenter à neuf</hi><hi rend="italic"> heures</hi>; it. <hi rend="italic">gli insegnanti dovranno attendere il suono della campanella prima di far uscire gli alunni dall’aula</hi>; <hi rend="italic">i candidati non possono consultare né libri né appunti</hi>; <hi rend="italic">gli studenti che dovranno sostenere l’esame orale si dovranno presentare alle nove</hi>.</item>
			</list><p rend="text">Di seguito una parziale rassegna delle principali categorie di pertinenza del dominio <hi rend="italic">nonbinary</hi> (<hi rend="italic">gender fluidity</hi>, <hi rend="italic">gender neutrality</hi>, <hi rend="italic">genderqueering</hi>, <hi rend="italic">intergendering</hi>, <hi rend="italic">libragendering</hi>, <hi rend="italic">transgendering</hi> ecc.), l’ampio territorio non coperto dal binarismo <hi rend="italic">cisgender</hi>. Non parliamo di orientamento sessuale, conforme (<hi rend="italic">male</hi>/<hi rend="italic">female</hi>) o non conforme (<hi rend="italic">gay</hi>/<hi rend="italic">lesbian</hi>; <hi rend="italic">asessuale</hi>, <hi rend="italic">bisessuale</hi>, <hi rend="italic">pansessuale</hi>) al sesso biologico ricevuto alla nascita e ai relativi tratti anatomici, perché un omosessuale non è per forza un <hi rend="italic">transgender</hi> e un eterosessuale può invece tranquillamente esserlo. Ciò che conta, nell’identità di genere, è il senso di appartenenza, la percezione che abbiamo di noi stessi, non le nostre scelte in materia sessuale.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">agender	</hi>La negazione stessa dell’identità di genere. Chi si riconosce in questa tipologia (più generico: <hi rend="italic">neutrois</hi>) non vuole essere etichettato in nessun modo, anteponendo il concetto di «persona» all’appartenenza a un qualunque genere, binario o meno.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">androgyne	</hi>In senso biologico si riferisce alla compresenza di tratti maschili e femminili, anche in una condizione di non equilibrio, ed è spesso confuso con l’ermafroditismo e l’intersessualità. Con riferimento all’identità di genere è sinonimo di <hi rend="italic">ambigender</hi> o <hi rend="italic">polygender</hi>, e indica chi non si riconosce nei i ruoli e nei comportamenti tipicamente maschili e femminili.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">aporangender	</hi>È l’opposto di <hi rend="italic">agender</hi>. È come <hi rend="italic">aliagender</hi> il contrassegno di un forte identitarismo di genere, più marcato di <hi rend="italic">maverique</hi>, che non si riconosce nel genere maschile, nel genere femminile e neppure nelle identità di mezzo (come l’androginia).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">autigender	</hi>Denota un’identità di genere connessa con la condizione autistica del soggetto che ne è portatore.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">bigender	</hi>La marca di genere identificativa di chi oscilli costantemente fra i due generi o li sperimenti in contemporanea. È, col <hi rend="italic">trigender</hi>, una categoria del <hi rend="italic">multigendering</hi> (o <hi rend="italic">polygendering</hi>).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">demiboy	</hi>Chi si sente maschio per metà, e per l’altra metà una qualunque identità non maschile. Al di qua c’è il <hi rend="italic">libraboy</hi> (a mezzo fra un <hi rend="italic">agender</hi> e un ragazzo, ma più <hi rend="italic">agender</hi>), al di là il <hi rend="italic">paraboy</hi> (quasi un ragazzo, ma non del tutto).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">demigirl	</hi>Chi si sente femmina per metà, e per l’altra metà una qualunque identità non femminile. Al di qua c’è la <hi rend="italic">libragirl</hi> (a mezzo fra un’<hi rend="italic">agender</hi> e una ragazza, ma più <hi rend="italic">agender</hi>), al di là la <hi rend="italic">paragirl</hi> (quasi una ragazza, ma non del tutto).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">genderfluix	</hi>È il risultato di un incrocio fra <hi rend="italic">gendefluid</hi> e <hi rend="italic">genderflux</hi>.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">genderflux	</hi>Contrassegna un’identità multigenere, comprensiva di diverse sottocategorie (<hi rend="italic">boyflux</hi>, <hi rend="italic">girlflux</hi>, <hi rend="italic">mascflux</hi>, <hi rend="italic">femflux</hi>, <hi rend="italic">multiflux</hi>, <hi rend="italic">nonbinaryflux</hi>, <hi rend="italic">xenoflux</hi>), variabile nel tempo – su e giù, e più o meno rapidamente – nei suoi diversi stadi. Un’ideale catena evolutiva potrebbe essere questa: <hi rend="italic">agender</hi>, <hi rend="italic">libraboy</hi>, <hi rend="italic">demiboy</hi>, <hi rend="italic">paraboy</hi>, <hi rend="italic">boy</hi>.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">gender </hi>(<hi rend="italic">questioning</hi>)	Il prodotto dell’identità incerta, effetto di un senso d’insicurezza, di chi si sta ancora interrogando sulla percezione di sé relativamente al proprio genere.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">librafluid	</hi>A mezzo fra un <hi rend="italic">agender</hi> e un <hi rend="italic">gender fluid</hi>, ma più <hi rend="italic">agender</hi>.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">pangender	</hi>Una persona che abbracci potenzialmente tutti i generi.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">third gender	</hi>Sinonimo di <hi rend="italic">nonbinary</hi>.</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">transessuale	</hi>È un <hi rend="italic">transgender</hi> che abbia intrapreso la sua transizione, lungo un tragitto medico e psicologico, verso il genere di destinazione desiderato: maschile (FtM o F2M, <hi rend="italic">Female to Male</hi>) o femminile (MtF o M2F, <hi rend="italic">Male to Female</hi>).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">transgender	</hi>Un individuo la cui identità di genere non corrisponde a quella assegnata alla nascita, perché la persona non vi si riconosce. Il percorso può indirizzarsi verso la femminilità (<hi rend="italic">transfeminine</hi>) o verso la mascolinità (<hi rend="italic">transmasculine</hi>).</p><p rend="text_list ParaOverride-3"><hi rend="italic">two-spirit </hi>(o <hi rend="italic">2S</hi>)	Coniato in seno alle comunità LGBT+ degli indiani nord-americani per marcare le distanze dai non nativi, e sostituire il vecchio termine antropologico <hi rend="italic">berdache</hi> (dall’arabo <hi rend="italic">barda</hi><hi rend="italic">ǧ</hi> «giovane», «schiavo»; cfr. sp. <hi rend="italic">bardaje</hi> e it. <hi rend="italic">bardassa</hi> per «sodomita»), giudicato denigratorio, esprime la compresenza di due anime in un corpo.</p><p rend="text">Le identità fluide non sono una novità; ne parlava il filosofo Michel Foucault già nei primi anni Sessanta del Novecento, e anni dopo i «turbamenti di genere» dell’americana Judith Butler le avrebbero ribadite (Butler 1990). Se, nella visione di David M. Halperin (2012), l’identità <hi rend="italic">queer</hi> è l’ultimo stadio del sé, un’identità priva di essenza che segna il passaggio dallo stato <hi rend="italic">fluido</hi> a quello <hi rend="italic">aeriforme</hi> (potremmo presto finire tutti per scrivere e parlare come Cattivik, la macchia d’inchiostro ideata nel 1967 dal fumettista italiano Franco Bonvicini (in arte Bonvi): «N’n mi disturb’ con domand’ cretin’!»), non c’è da stupirsi se la biologa Anne Fausto-Sterling (il suo lavoro più famoso: Fausto-Stirling 2000), capostipite della <hi rend="italic">gender theory</hi>, sia arrivata a mettere perfino in dubbio l’identità di genere e la sua difendibilità. </p><p rend="text">Di questo passo, temo, non basteranno più nemmeno le parole epicene, e altri accorgimenti linguistici atti a favorire forme comunicative di negoziazione sulla neutralità di genere, ad allontanare lo spettro del ritorno del maschile sovraesteso. Più minaccioso che mai, sebbene nel frattempo siano aumentati gli (<hi rend="italic">straight</hi>) <hi rend="italic">allies</hi>.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Arcangeli, M. 2022a<hi rend="italic">. La lingua scema. Contro lo schwa (e altri animali).</hi> Roma: Castelvecchi Editore.</p><p rend="bib_indx_bib">Arcangeli, M. 2022b. “Petizione contro lo schwa: «Basta a una grammatica dell’italiano intermittente».” <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, 12 febbraio, <ref target="https://bit.ly/48LlPtw">https://bit.ly/48LlPtw</ref> (<ref target="https://www.corriere.it/">https://www.corriere.it/</ref>) (ultimo accesso: 2.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Butler, J. 1990. </hi><hi rend="italic">Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity</hi><hi >. New York: Routlegde. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Fausto-Sterling, A. 2000. </hi><hi rend="italic">Sexing the Body. Gender Politics and the Construction of Sexuality</hi><hi >. New York: Basic Books.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Halperin, D. M. 2012. </hi><hi rend="italic">How to Be Gay.</hi><hi > Cambridge (MA): Harvard University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib">Murgia, M., Tagliaferri, C. 2021. <hi rend="italic">Morgana. L’uomo ricco sono io.</hi> Milano: Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib">Tiburi, M. 2020. <hi rend="italic">Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune</hi>. Firenze: Effequ (trad. it. a cura di E. Del Giudice).</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-009-backlink">1</ref></hi>	<hi >Cfr. post «Coming to terms with being NB/GQ?» (</hi><ref target="https://www.reddit.com/"><hi >https://www.reddit.com</hi><hi rend="CharOverride-4" >/</hi></ref><hi rend="CharOverride-4" >).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-008-backlink">2</ref></hi>	<hi >Cfr. «That damn woman, AIBU to Want to Boycott M&amp;S?» </hi><hi >(</hi><ref target="https://www.jkrowling.com"><hi >https://www.jkrowling.com</hi></ref><hi >).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-007-backlink">3</ref></hi>	<hi >Cfr. </hi>«Le<hi > Robert. Dico en ligne» (</hi><ref target="https://dictionnaire.lerobert.com"><hi >https://dictionnaire.lerobert.com</hi></ref><hi >, s.v.).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-006-backlink">4</ref></hi>	Cfr. il documento nel sito dell’Università di Pittsburgh (<ref target="https://www.wstudies.pitt.edu/">https://www.wstudies.pitt.edu/</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-005-backlink">5</ref></hi>	Cfr. «la Repubblica» (<ref target="https://bit.ly/49BGmSI">https://bit.ly/49BGmSI</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-5"><ref target="4.html#footnote-004-backlink">6</ref></hi>	Cfr. <ref target="https://bit.ly/3uYKnRU">https://bit.ly/3uYKnRU</ref> (<ref target="https://docs.google.com/">https://docs.google.com/</ref> e il sito Internet «Italiano Inclusivo. Una lingua che non discrimina per genere» (<ref target="https://italianoinclusivo.it">https://italianoinclusivo.it</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-003-backlink">7</ref></hi>	Cfr. la sezione «Come si scrive» (<ref target="https://italianoinclusivo.it">https://italianoinclusivo.it</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-002-backlink">8</ref></hi>	Cfr. il sito del quotidiano (<ref target="https://bit.ly/3uVyhcq">https://bit.ly/3uVyhcq</ref>) (<ref target="https://www.editorialedomani.it/">https://www.editorialedomani.it/</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-001-backlink">9</ref></hi>	Cfr. l’articolo sul sito dell’Accademia della Crusca (<ref target="https://bit.ly/4ahejYL">https://bit.ly/4ahejYL</ref>) (<ref target="https://accademiadellacrusca.it/">https://accademiadellacrusca.it/</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="4.html#footnote-000-backlink">10</ref></hi>	Cfr. il contributo di Cristiana De Santis del 9 febbraio 2022 (<hi rend="italic">L’emancipazione grammaticale non passa per una e rovesciata) in «Magazine»</hi> dell’Istituto della Enciclopedia Treccani (<ref target="https://bit.ly/3uXdOno">https://bit.ly/3uXdOno</ref>) (<ref target="https://www.treccani.it/">https://www.treccani.it/</ref>).</p></item>
				</list></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="172069">Arcangeli, M. 2022a. La lingua scema. Contro lo schwa (e altri animali). Roma: Castelvecchi Editore.</bibl>
          <bibl n="171936">Arcangeli, M. 2022b. “Petizione contro lo schwa: &amp;#171;Basta a una grammatica dell’italiano intermittente&amp;#187;.” Corriere della Sera, 12 febbraio, https://bit.ly/48LlPtw (https://www.corriere.it/) (ultimo accesso: 2.03.2024).</bibl>
          <bibl n="172081">Butler, J. 1990. Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity. New York: Routlegde.</bibl>
          <bibl n="172038">Fausto-Sterling, A. 2000. Sexing the Body. Gender Politics and the Construction of Sexuality. New York: Basic Books.</bibl>
          <bibl n="172101">Halperin, D. M. 2012. How to Be Gay. Cambridge (MA): Harvard University Press.</bibl>
          <bibl n="172094">Murgia, M., Tagliaferri, C. 2021. Morgana. L’uomo ricco sono io. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="172006">Tiburi, M. 2020. Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune. Firenze: Effequ (trad. it. a cura di E. Del Giudice).</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>