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        <title type="main" level="a">La femminilizzazione dei nomi di professione e di cariche. Un problema recente?</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-2483-7828" type="ORCID">
            <forename>Michele</forename>
            <surname>Cortellazzo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Educazione all’uguaglianza di genere ed educazione linguistica</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0484-2</idno>) by </resp>
          <name>Elisabetta Jafrancesco, Ivana Fratter, Ida Tucci</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In the ongoing debates about the feminization of professional titles and positions, one argument against it suggests that the "demand"; to feminize such titles, when attributed to women, is a recent phenomenon that contrasts with the thousand-year history of italian language. In reality, the feminization of professional titles follows a general rule of gender distinction in Italian. It has only been strongly challenged in recent decades and primarily with regard to professions associated with prestige or considered prestigious. For example, in the musical field, the legitimacy of direttrice d’orchestra as a feminine form is debated, whereas names like pianista, violinista, and clarinettista are not similarly contested. From a historical perspective, despite the limited evidence due to the underrepresentation of women in prestigious professions until recent times, feminization has been documented in some cases as early as the fourteenth century. An intriguing source that confirms the existence of feminine forms for a wide range of trades (and professions) that were historically male-dominated is the General Population Census of 1901. This contribution explores and discusses some of the feminine forms documented in texts of the past.</p>
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            <item>Job titles</item>
            <item>History of the italian language</item>
            <item>Feminization of language</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.05" /></p>
      <div><head>La femminilizzazione dei nomi di professione e di cariche. Un problema recente?</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Michele A. Cortelazzo</p><div><head>1. <hi rend="italic">Direttrice d’orchestra</hi>, <hi rend="italic">studentessa</hi>, <hi rend="italic">dottoressa</hi>, <hi rend="italic">professoressa</hi>: parole dell’Ottocento</head><p rend="text">In un altro lavoro (Cortelazzo 2024) ho cercato di documentare la femminilizzazione dei nomi di professione, anche quelli relativi alle professioni di maggior prestigio, nell’Ottocento e nel Novecento. L’esempio da cui ero partito era quello di <hi rend="italic">direttrice d’orchestra</hi>, a proposito del quale ho potuto documentare che fin dall’Ottocento (dal 1851, per la precisione) capita di incontrare la forma <hi rend="italic">direttrice d’orchestra</hi>, almeno come una delle opzioni possibili. Ne consegue che non è vero né che le professioni abbiano un nome consolidato e questo è al maschile, né che la richiesta di femminilizzare il nome di alcune professioni sia una ‘pretesa’ sorta d’improvviso, per motivi ideologici, negli ultimi anni. Si tratta, invece, del rispetto di una regola di base della lingua italiana, un tempo applicata senza polemiche. In aggiunta, ho notato che in ambito musicale il dubbio sulla femminilizzazione riguarda il ruolo di chi dirige l’orchestra, non quello di altre componenti (che vengono regolarmente denominate al femminile: <hi rend="italic">la pianista</hi>, <hi rend="italic">la</hi> <hi rend="italic">violinista</hi>, <hi rend="italic">la</hi> <hi rend="italic">flautista</hi>), svelando con questo la connotazione classista della resistenza all’uso del femminile.</p><p rend="text">Ho poi mostrato la naturalezza con cui nel corso dell’Ottocento, parallelamente al primo diffondersi dell’istruzione superiore e universitaria anche tra le donne, si siano formati i femminili <hi rend="italic">studentessa</hi>, <hi rend="italic">dottoressa</hi> e <hi rend="italic">professoressa</hi>: a questo proposito, posso aggiungere che ben prima, nel 1678, nella proclamazione in latino della prima donna laureata in Italia (Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, laureata in filosofia all’Università di Padova, dopo che le era stata negata la laurea in teologia), la tradizionale formula di attribuzione del titolo di dottore contiene la forma femminile <hi rend="italic">doctrix</hi>, in luogo di quella maschile, come si evince dal decreto di laurea (cit. in Battagia 1816, 58):</p><quote rend="quotation_b">Illustrissimam Dominam, Helenam Lucretiam Cornaram Piscopiam, virginem quidem doctissimam [...] artium liberalium &amp; philosophiae Magistram ac Doctricem in Dei nomine approbamus &amp; approbatam volumus.</quote><p rend="text">Ho anche discusso l’evoluzione nel corso del Novecento dei nomi <hi rend="italic">senatrice</hi>, di ampia e pressoché unanime diffusione, e <hi rend="italic">deputata</hi> (o <hi rend="italic">deputatessa</hi>), che ha avuto invece un decorso oscillante sia per quel che riguarda l’uso denotativo, sia per quel che riguarda l’alone connotativo.</p><p rend="text">A sua volta, De Santis (2022) ha guardato alla storia ottocentesca della femminilizzazione dei nomi di professione, focalizzando la sua attenzione su <hi rend="italic">professora</hi>, che risulta aver preceduto <hi rend="italic">professoressa</hi>.</p><p rend="text">Il recupero della storia di alcuni nomi tuttora in discussione può rafforzare, con ulteriori testimonianze, quanto è emerso da quel primo panorama.</p></div><div><head>2. Indietro nel tempo: il femminile di nomi ancora in discussione </head><p rend="text">Vi sono alcuni nomi che causano più di altri, ai nostri giorni, dibattiti, repulsioni, rifiuti anche da parte di donne che svolgono la professione rappresentata dal nome in questione e richieste di riconoscimento del femminile da parte di altre. Penso, in particolare, a ruoli istituzionali, quali <hi rend="italic">ministra</hi>,<hi rend="italic"> sindaca</hi>, <hi rend="italic">presidente</hi>, e a tre professioni: <hi rend="italic">architetta</hi>, <hi rend="italic">avvocata</hi>, <hi rend="italic">ingegnera</hi>.</p><p rend="text">È utile presentare testimonianze testuali o lessicografiche dell’uso del femminile per ognuno di questi nomi. Non occorre sottolineare che la documentazione dell’uso al femminile non esclude che anche nel passato si possa riscontrare l’uso del maschile con referenti femminili; nella ricerca in <hi rend="italic">corpora</hi> e in serbatoi testuali, quali ci sono oggi permessi dalla digitalizzazione di molte opere, è però agevole individuare le forme al femminile, mentre è estremamente oneroso verificare se e quando il maschile è attribuito a un referente femminile.</p><p rend="text">Passiamo, dunque, in rassegna alcune testimonianze delle forme femminili controverse nel dibattito odierno, quale ci appaiono da fonti del passato</p><div><head>2.1 <hi rend="italic">Architetta</hi></head><p rend="text"><hi rend="italic">Architetta </hi>è uno dei femminili di professione al giorno d’oggi più discussi; il suo rifiuto è dovuto anche a sgradite associazioni che una falsa segmentazione della parola potrebbe generare. In realtà <hi rend="italic">architetta </hi>è voce registrata dal <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, a partire dalla quinta edizione del 1863, con la glossa che suggerisce come preferibile la variante <hi rend="italic">architettrice</hi>: «Femm. di <hi rend="italic">Architetto</hi>, che meglio direbbesi Architettrice; ed è voce usata per lo più in senso traslato». La voce è accompagnata da due attestazioni: una dall’opera <hi rend="italic">Del bene</hi>, di Pietro Sforza Pallavicino, del 1681 («Alla natura dovea costar grossissima spesa ed infinito lavoro il divenire architetta di questo mondo») e una dai <hi rend="italic">Dialoghi filosofici</hi>, testo manoscritto di Orazio Ricasoli Rucellai, morto nel 1673 («Abbiamo inventato la madre natura come architetta di tutte le operazioni visibili, quasi che Iddio da sé solo non potesse resistere a tanti affari dell’universo»).</p><p rend="text">Lo stesso Vocabolario ha a lemma <hi rend="italic">architettrice</hi>, prevalentemente in funzione aggettivale, voce censita dal Vocabolario della Crusca già nelle <hi rend="italic">Giunte </hi>della quarta edizione (nel volume edito nel 1738). La glossa è analoga a quella di <hi rend="italic">architetta </hi>(«Femm. di <hi rend="italic">Architettore</hi>, usato spesso al figurato»); in effetti le attestazioni sono tutte in significati traslati e provengono dal poemetto <hi rend="italic">Le api </hi>di Giovanni Rucellai, morto nel 1525 («Oh magisterio grande De l’api architettrici e geomètre»), dai citati <hi rend="italic">Dialoghi filosofici</hi> di Orazio Rucellai Ricasoli («Fra l’idee e le forme ei considera il nostro saggio filosofo codesto esempio di mezzo, quasi un disegno fatto dalla mente architettrice, per ricopiarsi dalla natura nella materia»), dai <hi rend="italic">Discorsi accademici </hi>di Anton Maria Salvini (morto nel 1729)<hi rend="italic"> </hi>(«Nel capo ec. vengono ad essere dalla provida architettrice natura ec. collocati i loro sensorj»). Tuttavia, <hi rend="italic">architettrice </hi>è stata usata anche in senso proprio, per esempio nell’<hi rend="italic">Abbecedario pittorico</hi> di Pellegrino Antonio Orlandi (Bologna, Pisarri 1704, 328): «Vi fu un’altra Plautilla Romana, di casa Bricci, Architettrice»; il riferimento è alla donna che recentemente è stata la protagonista del libro di Melania G. Mazzucco, intitolato proprio <hi rend="italic">L’architettrice</hi>, Torino, Einaudi, 2019.</p></div><div><head>2.2 <hi rend="italic">Avvocata</hi></head><p rend="text"><hi rend="italic">Avvocata</hi>, corrispondente femminile di <hi rend="italic">avvocato</hi>, è un’altra delle denominazioni femminili che fanno ancora fatica ad affermarsi, spesso per la resistenza anche di numerose donne che svolgono la professione di avvocato. Eppure, <hi rend="italic">avvocata </hi>esiste fin dall’italiano delle origini, sia come denominazione della Madonna («patrocinatrice», secondo il pensiero cattolico, dell’essere umano davanti a Dio), sia come nome che indica «colei che esercita la professione di avvocato». La relativa voce del TLIO (<hi rend="italic">Tesoro della lingua italiana delle origini</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="5.html#footnote-000">1</ref></hi></hi> riporta un’attestazione dalla toscana <hi rend="italic">Leggenda di Santa Caterina</hi> dell’inizio del XIV secolo: «Voi l’avete decto quello che basta, / s’ella incontanente non si arrende, / date la sentenza che sia guasta, / fate sì com’ella si distringa / nonn istate co’ llei più a lusinga, / bene pare avocata, sì aringa, / ancora ch’ella sia vergine casta». La citazione viene glossata, senza incertezze, come «colei che esercita la professione di avvocato»; questa accezione si affianca ad altre accezioni: una introdotta con un punto di domanda, «titolo nobiliare, nome di funzione istituzionale»; poi il senso estensivo di «colei che sostiene le parti, la causa, le ragioni di altri»; infine (ma cronologicamente è quello che ci fornisce la prima attestazione della voce, anche in questo caso nella forma <hi rend="italic">avocata</hi>), nel citato senso religioso di «colei che difende gli uomini davanti a Dio, che intercede per i peccatori (attributo principalmente della Vergine Maria)».</p><p rend="text">Il femminile <hi rend="italic">avvocata </hi>è dunque forma ben radicata nella storia della lingua italiana. Non è registrata come voce a sé nel <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, ma è usata come glossa per un’altra forma femminile, <hi rend="italic">avvocatrice</hi>, registrata, nel senso religioso, fin dalla prima edizione del 1612. </p><p rend="text">Solo la quinta impressione (la stessa che ha registrato <hi rend="italic">architetta</hi>, del 1863) porta a lemma <hi rend="italic">avvocata</hi> (sempre in riferimento alla Vergine Maria); un ventennio dopo la voce ricorre ripetutamente, per indicare la professione forense, nei resoconti della vicenda giudiziaria che riguarda Lidia Poet, laureata in giurisprudenza, la cui ammissione, a maggioranza, nell’Ordine degli avvocati di Torino, è stata annullata dalla Corte di appello della stessa città, con una decisione confermata dalla Corte di cassazione. La vicenda ha aperto un ampio dibattito giornalistico e giuridico.</p><p rend="text"><hi rend="italic">Avvocata </hi>è utilizzata nella rassegna delle posizioni sull’argomento pubblicata nel «Foro italiano» (IX, 1884), probabilmente mutuando la morfologia adottata nelle fonti citate: la voce compare sia in forma autonoma («La bella cliente non può esercitare sull’avvocato avversario e sui giudici quella influenza corrompitrice che tanto ora si affetta di temere dalla bella avvocata?», p. 345), sia, più frequentemente, come apposizione di <hi rend="italic">donna </hi>(«Se le donne avvocate non debbono poter essere mai nominate magistrate dal Re, ciò non si concilia coi diritti degli avvocati», p. 342; «Le donne avvocate e l’emancipazione delle donne in Europa non sono che uno dei tanti frutti della filosofia individualistica, del moderno liberalismo», p. 343; «Insomma, per questi autori, la donna avvocata è una follia», p. 345; «Il Governo si guarderà bene dallo scegliere i giudici fra le donne avvocate», p. 346). In un caso ricorre alla giustapposizione <hi rend="italic">avvocato-femmina </hi>(«È vero che gli avvocati-femmine non potranno ritrarre da tale loro qualità tutte le risorse che ne ponno ricavare gli avvocati maschi quella, per citarne una, di essere nominati ad uffici giudiziari», p. 345).</p><p rend="text">Tra gli argomenti discussi, vi è anche la questione linguistica, a proposito della quale da una parte si nota che nella normativa sulla professione si trova solo sempre il maschile <hi rend="italic">avvocato</hi>, dall’altra si attesta l’esistenza del femminile <hi rend="italic">avvocata</hi> («E di vero, non è poi un argomento tanto lieve quello del trovarvisi sempre adoperato il genere mascolino avvocato, e mai la parola avvocata, che pur esiste nella lingua italiana, e si usa nel comune parlare», p. 351).</p><p rend="text">Nella quinta edizione del <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca </hi>si trova a lemma anche la variante <hi rend="italic">avvocatessa</hi>, con la definizione «voce da scherzo, che si usa per Difenditrice o Patrona, e anche per Moglie d’avvocato».</p><p rend="text">Proprio nel senso di «moglie di un avvocato» <hi rend="italic">avvocatessa </hi>viene usata già nel 1745, in un passo, alla pagina 41, della commedia <hi rend="italic">I vizj correnti all’ultima moda </hi>di Girolamo Gigli (stampata a Firenze, senza indicazione dell’editore): «Tant’è vero, e mi ricordo del bene, che mi voleva quell’Avvocatessa, che io serviva tre anni sono». </p><p rend="text">In senso proprio, anche se in un contesto irridente, la voce è usata nella deliberazione della Corte di Appello di Torino su Lidia Poet. Secondo quanto riporta il 18 novembre 1883 in prima pagina la «Gazzetta piemontese» (apertamente in dissenso con la Corte d’Appello, come la maggior parte dei giornali italiani), la Corte ha, tra l’altro, sostenuto: «Non occorre neppure far cenno del pericolo gravissimo a cui rimarrebbe esposta la magistratura di essere fatta più che mai segno agli strali del sospetto e della calunnia ogni guaì volta la bilancia della giustizia piegasse in favore della parte per la quale ha perorato un’avvocatessa leggiadra». Da parte sua, la «Gazzetta Piemontese» usava pacificamente <hi rend="italic">avvocatessa</hi>: «Questa mattina la terza sezione del Congresso penitenziario acclamò la signorina avvocatessa Lidia Poet, relatrice sul tema: <hi rend="italic">Educazione nelle carceri</hi>» (24 novembre 1885, p. 1).</p></div><div><head>2.3 <hi rend="italic">Ingegnera</hi></head><p rend="text">Di <hi rend="italic">ingegnera </hi>si trovano, già dalla fine del Settecento, attestazioni quasi esclusivamente lessicografiche (inizialmente in dizionari bilingui) o in uso traslato. </p><p rend="text">Il primo dizionario bilingue che registra la voce è il <hi rend="italic">Nuovo dizionario italiano-francese</hi> di Francesco D’Alberti di Villanuova (Marsiglia, Mossy, 1772), che riporta <hi rend="italic">ingegnera </hi>con questa glossa: «Verbal. fem. di ingegnero. Femme ingénieuse, qui possede la science des Ingénieurs», una definizione ripresa fedelmente nel <hi rend="italic">Dizionario italiano-tedesco e tedesco-italiano </hi>di Christian Joseph Jagemann (Weissenfels-Lipsia, Severin, 1790-91) glossa <hi rend="italic">ingegnera </hi>come<hi rend="italic"> </hi>«eine sinnreiche Frau, welche die Ingenieurkunst versteht». Alla registrazione in questo senso si affianca quella di «femme d’un ingenieur» (quindi moglie di un ingegnere, secondo un’accezione frequente per i femminili dei nomi di professione), nel <hi rend="italic">Dizionario italiano, latino e francese </hi>di Annibale Antonini (Venezia, Baglioni, 1793). </p><p rend="text">I vocabolari monolingui presentano usi figurati della voce. Il <hi rend="italic">Dizionario della lingua italiana </hi>(nel IV volume, stampato a Padova, nella tipografia della Minerva nel 1828) registra <hi rend="italic">ingenera</hi> senza alcuna glossa, ma con attestazioni, tratte tutte dai <hi rend="italic">Discorsi di anatomia </hi>di Lorenzo Bellini (morto nel 1704), che si riferiscono, anche in forma aggettivale, alla natura come creatrice e regolatrice della vita umana («scienza dell’uomo, e sol di lui fabbricatrice e intendente ed ingegnera, ed arbitra di lui»). Tutte le attestazioni ottocentesche non lessicografiche restituiscono questo significato, tranne le <hi rend="italic">Scene della nuova capitale. Atto secondo, il trasporto </hi>(Firenze, Birindelli, 1865), dove si leggono le seguenti battute, di non univoca interpretazione:</p><quote rend="quotations_quotation_b1 ParaOverride-3">–	Coresto un m’è viso nuovo, l’ho visto cento volte girottolar per Firenze a fianco d’una ingegnera amica sua.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3">–	Come d’una ingegnera?</quote><quote rend="quotations_quotation_b3 ParaOverride-3">–	I’ sbaglio, voleo dire d’un ingegnere, che è il sopracciò di tutte le distruzioni e di tutti i pasticci che si fanno ora a Firenze.</quote></div><div><head>2.4 <hi rend="italic">Ministra</hi></head><p rend="text">Di <hi rend="italic">ministra </hi>troviamo traccia già nella prima edizione del <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca </hi>del 1612, come voce di rinvio: «Ministra. Vedi Ministro». A sua volta <hi rend="italic">ministro </hi>è spiegato come colui «che ministra, che ha il maneggio, e ‘l gouerno delle cose». Ma sono entrambe, il maschile e il femminile, parole attestate in precedenza (fin dal Trecento, ma con un sensibile incremento semantico nel Cinquecento), in vari significati. Per il femminile ricordiamo, sulla base del <hi rend="italic">Grande dizionario della lingua italiana</hi> di Salvatore Battaglia, le attestazioni tardo quattrocentesche-cinquecentesche nei significati di «donna che presta servizio presso una casa o una famiglia» (testimoniata a partire da Leonardo da Vinci), «sacerdotessa di un culto pagano» (Giovanni Rucellai), «suora che provvede all’amministrazione economica di un convento» (Bernardo Giambullari), «divinità minore al seguito o al servizio di una più potente» (Annibal Caro) e in altri significati minori sempre in riferimento a persone o a figure personificate; è già forma trecentesca in riferimento a entità astratte, come, per esempio, le virtù.</p><p rend="text">Non risulta attestato il significato moderno di «donna che fa parte del governo» (anche perché è piuttosto recente l’esistenza del referente rappresentato dal femminile: in Italia la prima donna entrata a far parte di un governo è stata Tina Anselmi, nominata ministra del Lavoro nel 1976, mentre i precedenti a livello mondiale sono comunque novecenteschi). Anche al maschile, questo significato è relativamente moderno: la prima attestazione è della metà del Seicento (in Daniello Bartoli), ma un’ampia diffusione della voce si verifica solo a partire dall’Ottocento.</p><p rend="text">Anche nel caso di <hi rend="italic">ministra</hi>, la forma femminile in <hi rend="italic">–a </hi>è in concorrenza con la forma in <hi rend="italic">–essa</hi>, in diversi significati e, talvolta, con connotazioni ironiche o dispregiative: sempre basandoci sulle sole testimonianze raccolte nel <hi rend="italic">Grande dizionario della lingua italiana </hi>abbiamo, già nel Seicento (in Daniello Bartoli) il valore «moglie di un sacerdote di una confessione riformata» (e, poi, almeno dall’Ottocento, in Manfredi Porena, «moglie di un ministro o, anche, di un personaggio politico influente» e anche, in Carducci, «amante di un personaggio politico importante»). Ancora negli anni Sessanta del Novecento <hi rend="italic">ministressa</hi> risulta usato senza intenti dispregiativi in Pier Antonio Quarantotti Gambini.</p></div><div><head>2.5 <hi rend="italic">Sindaca</hi></head><p rend="text"><hi rend="italic">Sindaca </hi>è un altro dei nomi femminili attestati fin dal Trecento, ma in un’accezione ben diversa da quella attuale. In un volgarizzamento toscano delle fiabe di Esopo si legge: «E chiamò a sé la colomba la quale era stata sindaca a portagli la lezzione della signoria». In questo contesto, <hi rend="italic">sindaca </hi>significa «colei che è delegata a recare un messaggio» (e, nel contesto citato, l’unico attestato, si riferisce a un animale, la colomba).</p><p rend="text">Poi, in epoca più moderna, è frequentemente attestata nel senso di «colei, che rivede i conti: oggidì è Ufizio di alcuni monasterj di monache» (la definizione è dell’edizione del 1825 del <hi rend="italic">Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana</hi>, di Francesco D’Alberti di Villanuova (Milano, Cairo, vol. VI). L’uso in questa accezione risale almeno al 1794, in un’opera di Anton Filippo Rossi (qualificato come prete, «caldo <hi rend="italic">giacobino</hi>», poi bonapartista): «Celebrandosi dalle nob. religiose dell’inclito ord. di s. Domenico nel monastero di s. Vincenzio la festa di s. Caterina de’ Ricci ec., sonetto dedicato a suor Caterina Eletta Salviati sindaca ec.» (Prato, Vestri e Guasti, 1794), citata nella <hi rend="italic">Bibliografia pratese compilata per un da Prato </hi>(che sarebbe Cesare Guasti) (Prato, Pontecchi, 1844).</p><p rend="text">Ben più tarda (anche per la tardiva comparsa del referente) l’immissione del femminile <hi rend="italic">sindaca </hi>nel senso di «donna posta a capo dell’amministrazione comunale», accompagnata fin dall’inizio da polemiche e prese di distanze: finora non sono riuscito a risalire oltre gli anni Novanta del secolo scorso (anche se è precedente l’assunzione della funzione di sindaco da parte di donne: Susanna Agnelli, per citare forse la più famosa, è stata sindaca di Monte Argentario dal 1974 al 1984).</p></div><div><head>2.6 <hi rend="italic">Presidente</hi></head><p rend="text">Per quel che riguarda <hi rend="italic">presidente </hi>non si pone un problema di forma, dal momento che si tratta di nome invariabile per quel che riguarda il genere, ma di accordo: al giorno d’oggi è molto viva la discussione se, per una donna che svolge funzioni presidenziali in un organismo, sia possibile usare la forma con accordo al femminile (quindi, «la brava presidente») o al maschile (quindi, «il bravo presidente»).</p><p rend="text">L’uso femminile data almeno dal 1630, nella <hi rend="italic">Regola, e constitutioni delle religiose primitiue Scalze dell’ordine della gloriosa vergine Maria del monte Carmelo </hi>(Roma, Grignani), dove ricorre sei volte (il primo esempio a p. 29: «Per riceuere li voti di quelle, che per esser impedite da alcuna infirmità non potranno arriuare, ne venire alla grata di ferro, assegnerà la Presidente due Monache graui d’età, e costumi, le quali à niuna siano sospette»). Seguono con continuità, anche nei secoli successivi, attestazioni simili nei testi che regolano il funzionamento degli ordini delle monache. Di un certo interesse, un’attestazione ritrovata nella «Civiltà cattolica» (nel vol. V della quinta serie, del 1863, a p. 681) riferita alle Orsoline di Boston: «La Presidente del convitto, così chiamavasi all’americana la suora superiora» (ma negli stessi anni la rivista dei Gesuiti fa largo uso di <hi rend="italic">presidente </hi>al femminile, in riferimento a congregazioni e associazioni di vario genere). </p><p rend="text">La prima attestazione di <hi rend="italic">presidente </hi>al femminile è, tuttavia, ancora precedente, in quanto risale al 1609, nelle <hi rend="italic">Novelle </hi>di Celio Malespini (Venezia, Al Segno d’Italia), a p. 51: «Giunto il giorno delle nozze la Presidente se n’andò dal marito, dicendole. Io andarò, Signore, con vostra buona gratia, alle nozze di mia Cugina, che si fanno dimane»; ma qui il significato è quello di «moglie di un presidente» (e anche in questo senso le attestazioni si susseguono nei secoli successivi, soprattutto in testi teatrali).</p><p rend="text"><hi rend="italic">Presidente</hi> al femminile convive a lungo con <hi rend="italic">presidentessa</hi>, registrata nelle <hi rend="italic">Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario d’essa non registrate </hi>di Gian Pietro Bergantini, (Venezia, Bassaglia, 1745), con un rinvio alle <hi rend="italic">Lettere familiari </hi>di Lorenzo Magalotti, ma riscontrata, sia pure in uso traslato, già nel 1566 nella versione toscana, opera di Giovanni Bernardo Gualandi, degli <hi rend="italic">Apoftemmi di Plutarco</hi> (Venezia, Giolito), p. 171: «Nelle scuole si dipingeuano le Muse, come Presidentesse de gli studij»). </p></div></div><div><head>3. Una fonte preziosa: i risultati del censimento del 1901</head><p rend="text">Le denominazioni femminili di cui ho cercato di ricostruire la storia iniziale, e molte altre, mostrano una buona diffusione tra fine Ottocento e inizio Novecento, sia in senso proprio (per quello che era rispondente alle condizioni sociali del tempo), sia come denominazione della moglie di chi svolge l’ufficio o la professione indicata dal nome, sia a volte con intenti ironici, polemici o, più o meno sottilmente, antifemminili. Cito a questo proposito l’uso di <hi rend="italic">deputata </hi>e <hi rend="italic">ministra </hi>in Raffaele Cercià, <hi rend="italic">Beatrice o la donna emancipata. Commedia in cinque atti</hi> (Napoli, All’Uffizio della Civilta Cattolica, 1871):</p><quote rend="quotation_b">Giunta a tale, ognuno si farà un pregio d’aermi a deputata al parlamento, col distintivo di <hi rend="italic">deputata enciclopedica</hi>. Ed essendo deputata di siffatta distinzione, sarà impossibile che il re non mi chiami a <hi rend="italic">ministra</hi>, e si dirà parimenti la <hi rend="italic">ministra enciclopedica</hi>. E in grado di ministra (ti pare?) coleranno in nostra casa i danari a iosa, a bizzeffe; e la nostra famiglia diverrà gigantesca, e tu coi tuoi figli monterete con me in carrozza, e ti diranno beato per essere lo sposo della <hi rend="italic">ministra enciclopedica</hi>, beati i figli e quanti avranno il bene di appartenermi; e per poco non sarò infine proclamata una dea!!</quote><p rend="text">Oppure quello di <hi rend="italic">avvocatessa</hi>, <hi rend="italic">medichessa</hi>, <hi rend="italic">deputatessa </hi>nella rivista<hi rend="italic"> </hi>«Il coltivatore. Giornale di agricoltura pratica», LX, 1890, p. 518:</p><quote rend="quotation_b">Io so insomma che tu da gentildonna […] campagnuola qual sei, che vivi in campagna in mezzo ai tuoi contadini che ti adorano perché sei la loro benefattrice, vuoi che le tue fanciulle diventino delle donne di casa e di campagna. Oh che non ci sentano i barbassori che predicano l’emancipazione, che vogliono la donna letterata, la donna avvocatessa e medichessa, la donna elettrice e magari deputatessa!</quote><p rend="text">Oppure l’introduzione di una serie ben più ampia in Niccolò Marini, <hi rend="italic">Il valore scientifico delle moderne teorie intorno alla donna</hi> (Roma, Tipografia vaticana, 1887):</p><quote rend="quotation_b">1° <hi rend="italic">Égalité de droit</hi>. Perciò, se mal non mi appongo, la donna dovrebb’essere eguale all’uomo quanto al godere dei diritti politici e civili; quindi ella dovrebbe essere «elettrice, consigliera municipale e provinciale, deputata al parlamento, senatrice, ambasciatrice presso le estere nazioni, ministra responsabile della Corona». Non è così? Lo stesso dicasi dei diritti civili. Dovrebb’essere insegnante di qualunque facoltà, esercente di qualunque professione od arte; avvocata, medichessa, appaltatrice, direttrice delle banche ed andate discorrendo.</quote><p rend="text">Oppure nel «Foro Italiano», IX, 1884, p. 344:</p><quote rend="quotation_b">Donne giudichesse, prefettesse, deputate non si possono ammettere, perchè non rimarrebbe per loro nè tempo, nè mente onde essere madri solerti ed operose; più facile ammettere una donna al modesto e quasi manuale ufficio di segretario comunale, e ad altre simili incumbenze nei pubblici dicasteri. Donne avvocate, ingegnere, architette non si possono ammettere neppure per lo stesso motivo, mentre lo si possono invece notare, levatrici, medichesse, farmaciste, vedendosi in fatto che, com’è ora il notariato in Italia, e come è la medicina pratica per un gran numero di medici, poco maggior consumo di mente vi si richiede che per assistere ai parti, e spedire ricette.</quote><p rend="text">Ma un significativo uso del femminile, con intenti puramente denotativi, si riscontra nel terzo volume, del 1904, della serie che raccoglie i dati del <hi rend="italic">Censimento della popolazione del regno d’Italia al 10 febbraio 1901 </hi>(Roma, Direzione generale della statistica), cui ho già fatto cenno in Cortelazzo (2024). Nella classificazione per professione viene, di norma, utilizzato il maschile non marcato (o, al massimo, la duplicazione per genere: <hi rend="italic">camerieri</hi>,<hi rend="italic"> cameriere</hi>), con qualche eccezione per condizioni (come <hi rend="italic">monache </hi>e <hi rend="italic">suore</hi>),<hi rend="italic"> </hi>professioni e mestieri considerati tipicamente, se non esclusivamente, femminili (<hi rend="italic">modiste</hi>, <hi rend="italic">cucitrici</hi>, <hi rend="italic">follatrici</hi>,<hi rend="italic"> orlatrici</hi> <hi rend="italic">di</hi> <hi rend="italic">scarpe</hi>, <hi rend="italic">stiratrici</hi>, <hi rend="italic">pettinatrici</hi>, <hi rend="italic">governanti</hi>, <hi rend="italic">nutrici</hi>, <hi rend="italic">levatrici</hi>, <hi rend="italic">sonnambule</hi>, nel senso di «indovine» e affiancate a <hi rend="italic">prestigiatori di piazza </hi>e professioni analoghe; e anche <hi rend="italic">prostitute</hi>).</p><p rend="text">Nel conteggio delle persone che svolgono mestieri e professioni indicati al maschile, viene annotato, a pie’ di pagina, il numero di donne censite per ogni professione, con il nome declinato al femminile. Si va da nomi generici come <hi rend="italic">artigiana</hi>, <hi rend="italic">commessa</hi>,<hi rend="italic"> impiegata</hi>, <hi rend="italic">operaia </hi>(con varie specificazioni: p. es. <hi rend="italic">operaia fumista</hi>) o da nomi che ci si può attendere di incontrare, perché indicano professioni e mestieri svolti prevalentemente da donne, o comunque compatibili con una visione tradizionale del lavoro femminile (come <hi rend="italic">bustaia</hi>, <hi rend="italic">cardatrice, cernitrice ed essiccatrice di bozzoli</hi>,<hi rend="italic"> cucitrice</hi>, <hi rend="italic">filatrice</hi>, <hi rend="italic">follatrice</hi>, <hi rend="italic">massaggiatrice</hi>,<hi rend="italic"> modella</hi>, <hi rend="italic">raccoglitrice </hi>(<hi rend="italic">di cicoria, di funghi)</hi>, <hi rend="italic">smacchiatrice</hi>, <hi rend="italic">stenografa</hi>,<hi rend="italic"> stiratrice</hi>, <hi rend="italic">tessitrice</hi>, <hi rend="italic">tintora</hi>,),<hi rend="italic"> </hi>a nomi più inattesi, perché fanno riferimento a professioni e mestieri attribuiti, almeno in quel periodo, più frequentemente a uomini: <hi rend="italic">allevatrice di cavalli</hi>, <hi rend="italic">armaiuola</hi>, <hi rend="italic">barcaiuola</hi>, <hi rend="italic">boscaiuola</hi>, <hi rend="italic">carbonaia</hi>, <hi rend="italic">cavatrice </hi>(<hi rend="italic">di pietre da taglio</hi>),<hi rend="italic"> costruttrice barche </hi>(<hi rend="italic">sic</hi>, senza preposizione), <hi rend="italic">editrice</hi> <hi rend="italic">di</hi> <hi rend="italic">libri</hi> <hi rend="italic">e giornali</hi>,<hi rend="italic"> fabbra</hi>,<hi rend="italic"> fonditrice (di ghisa o di altri metalli)</hi>, <hi rend="italic">imbalsamatrice di animali</hi>, <hi rend="italic">legatrice di libri</hi>, <hi rend="italic">mugnaia</hi>, <hi rend="italic">orologiaia</hi>,<hi rend="italic"> stigliatrice</hi>, <hi rend="italic">trafilatrice (di vari metalli</hi>).</p><p rend="text">La normalità della femminilizzazione si evince anche dall’accordo con cui vengono introdotte le forme invariabili («compresa 1 lustrascarpe», «compresa 1 taglialegna», «compresa 1 trovarobe») o forme abbreviate («4 operaie cavat. di materiali per uso industriale», «1 cavat. di arena (operaia)», «compresa 1 cernit. e lavat. di stracci (padrona)», «compresa 1 impr. teatrale (padr.)», «compresa 1 cust. del cimitero»): in queste sequenze la presenza del femminile <hi rend="italic">compresa </hi>o della precisazione <hi rend="italic">operaia </hi>obbliga a leggere il numero <hi rend="italic">1</hi>, rappresentato in cifra,<hi rend="italic"> </hi>come <hi rend="italic">una </hi>e a sciogliere con la desinenza femminile le parole abbreviate.</p><p rend="text">Vengono ugualmente declinate al femminile alcune denominazioni di professioni liberali o ruoli pubblici di livello elevato: <hi rend="italic">dentista</hi> (al plurale <hi rend="italic">dentiste</hi>, che rende evidente il genere), <hi rend="italic">direttrice d’orchestra</hi>, <hi rend="italic">medichessa</hi>, <hi rend="italic">visitatrice daziaria</hi> e, incomprensibilmente in forma abbreviata, <hi rend="italic">ministr. di culti cristiani </hi>(nel contesto, «comprese 2 ministr. di culti cristiani»). Non ci sono attestazioni delle altre forme femminili, comprese quelle trattate in questo contributo; se la cosa non stupisce a proposito di <hi rend="italic">avvocata</hi>, dal momento che l’accesso delle donne alla professione è stata consentita solo in seguito all’emanazione della legge 17 luglio 1919 n. 1179, più stupefacente è la mancata menzione di <hi rend="italic">maestre </hi>o <hi rend="italic">professoresse</hi>.</p></div><div><head>4. Conclusioni</head><p rend="text">Dai riscontri presentati, a integrazione di quanto già descritto in Cortelazzo (2024), l’uso del femminile di parole che indicano ruoli o professioni ha una lunga storia, che varia per ogni singola parola. Fin dal Trecento risultano attestazioni della forma femminile di nomi di questo tipo, talvolta già nel significato attualizzato al giorno d’oggi (è il caso di <hi rend="italic">avvocata</hi>), più spesso in significati diversi (come nel caso di <hi rend="italic">ministra</hi>) e particolarmente in usi traslati (come <hi rend="italic">architetta</hi>, <hi rend="italic">ingegnera</hi>, <hi rend="italic">sindaca</hi>). Nelle odierne discussioni sull’ammissibilità del femminile per questi nomi, l’aspetto semantico dovrebbe apparire secondario, legato com’è all’evoluzione della realtà extralinguistica; quello che resta rilevante è che, dal punto di vista morfologico, la forma femminile esiste, in genere ha un’ampia tradizione, in alcuni casi (come <hi rend="italic">ministra</hi>, <hi rend="italic">sindaca </hi>e, per certi versi, anche <hi rend="italic">presidente </hi>accordata al femminile) in riferimento a precisi ruoli istituzionali, anche se diversi da quelli attuali. Insomma, da tempo la lingua italiana dispone dei femminili delle parole esaminate, anche se attendeva il costituirsi dei referenti (donne che assumessero la funzione di sindaco o ministro e che si inserissero nell’avvocatura, nell’architettura, nell’ingegneria) per ricevere anche l’accezione «professionale».</p><p rend="text">Nonostante la disponibilità della forma, il processo di accoglimento nella lingua del femminile di nomi di professioni di prestigio e di ruoli elevati non è stato pacifico, e non lo è neanche al giorno d’oggi, nonostante che la femminilizzazione risulti attestata da decenni anche in ambito istituzionale, come ci attestano i risultati del censimento del 1901.</p><p rend="text">Le scelte morfologiche più diffuse sono quelle più economiche (<hi rend="italic">–a </hi>corrisponde al maschile <hi rend="italic">–o</hi>, <hi rend="italic">–trice </hi>a <hi rend="italic">–tore</hi>, <hi rend="italic">–ora </hi>a <hi rend="italic">–ore</hi>), ma non mancano le soluzioni con ampliamento suffissale (<hi rend="italic">–essa</hi>), che alla fine dell’Ottocento rappresentano una soluzione particolarmente diffusa, anche in chiave puramente denotativa.</p><p rend="text">Insomma, viene confermato che la resistenza all’uso del femminile per designare donne che svolgono professioni di prestigio o che ricoprono ruoli pubblici di rilievo è un problema che tocca più il secondo Novecento che non i secoli precedenti. È culturalmente significativo che il problema sia sorto e si sia diffuso quando le donne hanno iniziato a svolgere in gran numero professioni e funzioni di prestigio.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici </head><p rend="bib_indx_bib">Battagia, M. 1818. <hi rend="italic">Della nobiltà patrizia veneta. Saggio storico</hi>. Venezia: Tipografia di Alvisopoli.</p><p rend="bib_indx_bib">Cortelazzo, M. A. 2024. “Davvero «le professioni hanno un nome preciso» e non vengono declinate per genere? Osservazioni di storia della lingua italiana.” <hi rend="italic">Linguistik online </hi>132.8: 29-40, <ref target="https://bop.unibe.ch/linguistik-online/article/view/11443">https://bop.unibe.ch/linguistik-online/article/view/11443</ref> (ultimo accesso: 15.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib">De Santis, C. 2022. “La «Professora» Clotilde Tambroni e altre denominazioni femminili nell’Ateneo bolognese tra XVIII e XIX secolo.”<hi rend="italic"> Studi di grammatica italiana</hi> 41: 65-84.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="5.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi>	Il vocabolario è consultabile in Rete (<ref target="http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/">http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/</ref>).</p></item>
				</list></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="172070">Battagia, M. 1818. Della nobilt&amp;#224; patrizia veneta. Saggio storico. Venezia: Tipografia di Alvisopoli.</bibl>
          <bibl n="171920">Cortelazzo, M. A. 2024. “Davvero &amp;#171;le professioni hanno un nome preciso&amp;#187; e non vengono declinate per genere? Osservazioni di storia della lingua italiana.” Linguistik online https://bop.unibe.ch/linguistik-online/article/view/11443 (ultimo accesso: 15.03.2024).</bibl>
          <bibl n="171976">De Santis, C. 2022. “La &amp;#171;Professora&amp;#187; Clotilde Tambroni e altre denominazioni femminili nell’Ateneo bolognese tra XVIII e XIX secolo.” Studi di grammatica italiana 41: 65-84.</bibl>
        </listBibl>
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