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        <title type="main" level="a">Sviluppo della metacompetenza linguistica nell’insegnamento della L2 per il benessere delle persone e della società</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-4574-3866" type="ORCID">
            <forename>Giuliana</forename>
            <surname>Giusti</surname>
            <placeName type="affiliation">Ca' Foscari University of Venice, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Educazione all’uguaglianza di genere ed educazione linguistica</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0484-2</idno>) by </resp>
          <name>Elisabetta Jafrancesco, Ivana Fratter, Ida Tucci</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>In Italian, the morpho-syntactic category of gender appears not only on all modifiers of the noun but also on past participles due to the well-known process of agreement and concord. The use of masculine for women referents associated to prestige roles may create agreement mismatches that can cause difficulties of comprehension as well as incorrect acquisition of the complex inflectional system. The paper focusses on how to
enhance language awareness, or more precisely linguistic meta-competence on gender marking in Italian. This issue is fundamental in the enhancement of language awareness in L2 learners as well as in the L1 speakers who want to propose new forms of Italian that overcome the masculine-feminine dichotomic system.</p>
      </abstract>
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            <item>Gender mismatches</item>
            <item>Italian</item>
            <item>L2 learners</item>
            <item>Inclusive Italian</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0484-2.09" /></p>
      <div><head>Sviluppo della metacompetenza linguistica nell’insegnamento della L2 per il benessere <lb/>delle persone e della società</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giuliana Giusti</p><div><head>1. Grammatica e benessere della persona </head><p rend="text">I metodi e gli strumenti per l’insegnamento delle lingue oscillano spesso tra l’approccio ludico-ricreativo e l’approccio funzionale. Il primo utilizza lo sport, la musica, i giochi di società per incoraggiare la socializzazione e di conseguenza l’uso della lingua straniera. Il secondo costituisce la base del <hi rend="italic">Quadro comune europeo di riferimento per le lingue</hi> (Council of Europe 2001-2002), che misura la competenza in base alle funzioni comunicative padroneggiate e non rispetto alla competenza del sistema strutturale e formale della lingua acquisita. Questi metodi di insegnamento si distanziano dal metodo tradizionale (centrato sulla grammatica normativa) che fornisce regole spesso coercitive verso chi è parlante L1 della lingua e quindi non risponde alle esigenze di apprendimento di discenti L2 di qualunque età. </p><p rend="text">La grammatica normativa fornisce un modello ‘standard’ della lingua considerato ‘alto’ e sanziona ogni altra manifestazione della stessa come ‘scorretta’ o non facente parte della lingua stessa. Questa concezione della lingua è destinata a creare una cesura nella comunità di parlanti tra coloro che sono depositari della lingua e coloro che sono inadeguati, tra chi parla ‘bene’ e chi parla ‘male’. Lo stigma di inadeguatezza linguistica sviluppa inevitabilmente una insicurezza nella comunicazione che crea un malessere continuo e crescente nella persona, dato che l’atto linguistico comunicativo permea tutte le relazioni sociali. Nel contesto italiano, il pericolo di malessere linguistico della persona non riguarda solo il/la parlante L2, ma anche il/la parlante L1, dato che la pronuncia e alcuni fenomeni morfo-sintattici sono diversi nell’italiano regionale e sono accettati in alcune regioni e sanzionati in altre.</p><p rend="text">È legittimo rifuggire dalla noiosa memorizzazione di coniugazioni e declinazioni, dalle regole che vietano sequenze di parole, come <hi rend="italic">a me mi</hi> o <hi rend="italic">mentre invece</hi>, che portano a preferire forme obsolete rispetto a forme in uso, come il congiuntivo <hi rend="italic">voglio che faccia</hi> piuttosto che il più chiaro e diretto <hi rend="italic">voglio che fai</hi>. Nei corsi di lingua, non è tuttavia possibile eliminare lo studio della ‘grammatica’, perché la sistematizzazione dell’<hi rend="italic">input</hi> (i dati ricevuti per esposizione naturale) è indispensabile in tutti i contesti di acquisizione guidata, con esposizione parziale e insufficiente a innescare il processo di acquisizione inconsapevole che si sviluppa naturalmente in chi acquisisce una L1. Sostituire il modello dallo standard al neo-standard, come giustamente suggerito da Corbucci (2007), non è sufficiente se il momento della riflessione linguistica avviene in modo tradizionale. </p><p rend="text">Un modo interessante di ovviare a questo stallo tra forma e funzione comunicativa è arricchire la formazione di chi parla (insegnante e discente) con la riflessione consapevole sui meccanismi di acquisizione della competenza e sulle strutture formali della lingua <hi rend="italic">target</hi> all’interno di una prospettiva generale sulle strutture del linguaggio. Se chi parla una lingua (a qualunque livello di competenza) sa che le strutture che utilizza sono la manifestazione di una competenza specifica della specie umana, fondamento della struttura di qualunque lingua (nel senso di qualunque varietà linguistica, standard o non-standard, nativa o non-nativa), non avrà dubbi sulla legittimità delle proprie produzioni, non si sentirà ‘male’ se la propria competenza in L2 non è perfettamente aderente a un modello standard o neo-standard a cui anche i parlanti L1 fanno fatica ad aderire.</p><p rend="text">Questa grammatica che ‘fa bene’ alla persona rafforzando la sua capacità di riflessione consapevole sulla propria competenza dei meccanismi formali delle varietà linguistiche a disposizione, si fonda sulle conoscenze acquisite dalla linguistica formale in più di mezzo secolo, nella sua interazione con pedagogia metacognitiva (cfr. Cornoldi 1995) da un lato e le più recenti scoperte della linguistica applicata all’acquisizione tipica e atipica (Guasti 2007). In questa prospettiva, il processo di acquisizione della L2 è uno dei molti contesti di acquisizione atipica, che attiva gli stessi meccanismi mentali dell’acquisizione, seppur in condizioni particolari. La questione da affrontare è quali sono i meccanismi universali a disposizione di ogni essere umano e come questi si attivano in ogni varietà linguistica, segnatamente in quelle a disposizione del(la) discente. </p><p rend="text">Si tratta di adottare un approccio ‘comparativo’ (crucialmente non contrastivo) alla grammatica (Cardinaletti, Giusti 2003-2009; Cardinaletti 2007-2009; Giusti 2010; Iovino, Cardinaletti, Giusti 2012), che sviluppa metacompetenza sulle scelte parametriche già attive nella varietà o meglio nelle varietà acquisite come L1 che possono essere presenti o non presenti nella L2. Le prime vanno riconosciute come ‘già acquisite’ e vanno ‘solo’ adattate a lessico e fonologia diversa. Le seconde richiedono un maggiore controllo e vanno privilegiate nell’<hi rend="italic">input</hi> per rafforzare la competenza (inconsapevole). La comparazione potrà anche coinvolgere altre lingue presenti nel repertorio del(la) discente, come altre lingue studiate, lingue classiche, varietà locali dialettali, lingue di eredità nel contesto multilingue della scuola italiana.</p><p rend="text">In questo lavoro ci concentreremo sul genere come categoria semantica e grammaticale e come la sua espressione in italiano contemporaneo mostri una chiara interazione tra dimensione biologico-cognitiva e dimensione socio-culturale del linguaggio. Nel paragrafo 2 faremo alcune precisazioni di base sulla dicotomia genere grammaticale (o sintattico) e genere semantico. Nel paragrafo 3 vedremo alcuni casi di accordo e discordanza di genere che ci permettono di approfondire le relazioni strutturali che determinano la condivisione dei tratti di genere tra gli elementi del discorso.</p></div><div><head>2. Genere grammaticale e semantico</head><p rend="text">Una caratteristica comune alle lingue romanze è la categorizzazione di genere maschile o femminile di tutti i nomi, sia con denotato umano o animato sia con denotato inanimato (concreto o astratto). La prima osservazione di base è la natura arbitraria (nella maggior parte dei casi) dell’attribuzione genere grammaticale, quando il riferimento è inanimato e la corrispondenza (nella maggior parte dei casi) del genere semantico con il genere grammaticale nei nomi con riferimento animato e ancor più con riferimento umano. </p><p rend="text">Non c’è nulla di biologicamente maschile in <hi rend="italic">caso</hi>, <hi rend="italic">porto</hi>, <hi rend="italic">tavolo</hi>, <hi rend="italic">procedimento</hi> o di femminile in <hi rend="italic">casa</hi>, <hi rend="italic">porta</hi>, <hi rend="italic">tavola</hi>, <hi rend="italic">procedura</hi>. L’attribuzione di genere a questi nomi deriva da fenomeni diacronici che riguardano il mutamento delle classi nominali latine in nuove classi nominali, tanto è vero che le stesse parole storicamente apparentate possono avere genere diverso in lingue romanze diverse, cfr. fr. <hi rend="italic">la chaleure</hi> (f.), it. <hi rend="italic">il calore/il caldo</hi> (m.); sp. <hi rend="italic">el anàlisis</hi> (m.), it. <hi rend="italic">l’analisi</hi> (f.). Si noti che le coppie minime <hi rend="italic">casa – caso</hi> e <hi rend="italic">porta – porto</hi> non sono semanticamente correlate e sono rarissime. Nella maggior parte dei casi non c’è alternanza di femminile – maschile, <hi rend="italic">poltrona</hi>, <hi rend="italic">sedia</hi>, <hi rend="italic">lavatrice</hi>, <hi rend="italic">serenità</hi> sono solo femminili mentre <hi rend="italic">divano</hi>, <hi rend="italic">sgabello</hi>, <hi rend="italic">frullatore</hi>, <hi rend="italic">amore</hi> sono solo maschili. </p><p rend="text">Si noti anche che non c’è una connotazione associata al genere sociale nel genere grammaticale dei nomi non-animati per nessuna delle possibilità logicamente possibili; per esempio riguardo alla dimensione dell’oggetto, potremmo presumere che maschile è più grande di femminile; riguardo al colore, potremmo presumere che colori scuri o freddi siano associati al maschile come il blu e colori chiari o caldi siano associati al femminile come il rosa; riguardo al prestigio sociale (che sappiamo essere una discriminante nella variazione di genere nei nomi con riferimento umano), potremmo aspettarci che il maschile sia attribuito ad oggetti di maggior prestigio; riguardo alla sfera culturale della divisione dei ruoli, potremmo aspettarci che oggetti correlati alla sfera pubblica siano maschili e oggetti correlati alla sfera privata siano femminili. </p><p rend="text">Nulla di tutto questo è presente in italiano o nelle lingue romanze per i nomi con denotazione non-animata. Se un portone o un divano sono per dimensione più grandi di una porta o di una poltrona, una finestra o una poltrona sono per dimensioni più grandi (e di valore) di un abbaino o di uno sgabello. Entrambi i generi marcano oggetti della sfera maschile, come <hi rend="italic">pantalone</hi> e <hi rend="italic">camicia</hi> o <hi rend="italic">rasoio</hi> e <hi rend="italic">schiuma da barba</hi>, e della sfera femminile come <hi rend="italic">gonna</hi> e <hi rend="italic">reggiseno</hi> o <hi rend="italic">trucco</hi> e <hi rend="italic">lacca</hi> <hi rend="italic">per capelli</hi>; il femminile abbonda in nomi che riguardano la sfera pubblica come <hi rend="italic">libertà</hi>, <hi rend="italic">costituzione</hi>, <hi rend="italic">economia</hi> e il maschile abbonda tra nomi il cui riferimento è ascrivibile alla sfera privata, come <hi rend="italic">focolare domestico</hi>, <hi rend="italic">amore</hi>, <hi rend="italic">parto</hi>. </p><p rend="text">Per i nomi che denotano umani, invece, troviamo nella maggior parte dei casi accordo tra genere grammaticale e genere semantico, per cui alla stessa radice <hi rend="italic">ragazz</hi>– sono associati due paradigmi flessivi uno femminile e uno maschile. O, potremmo dire, un unico paradigma flessivo che ha quattro uscite, due di genere maschile e due di genere femminile, come nella Tabella 1. </p><p rend="caption_table">Tabella 1 – Classe 1. Nomi a quattro uscite.</p><table rend="tab1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row role="label" rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1"/>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">femminile</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">maschile</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">singolare</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">ragazza</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">ragazzo</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">plurale</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">ragazze</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">ragazzi</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Si noti tuttavia che questo non esaurisce la morfologia flessiva nominale in italiano. Abbiamo nomi epiceni (cioè, che non declinano per genere) che declinano per numero come i nomi in –<hi rend="italic">e</hi> nella Tabella 2. </p><p rend="caption_table">Tabella 2 – Classe 2. Nomi a due uscite.</p><table rend="tab1" xml:id="table002">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-5">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row role="label" rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1"/>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">femminile/maschile</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">singolare</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">giovane</p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">plurale</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">giovani</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Ci sono inoltre nomi che sono epiceni al singolare ma non al plurale, come i nomi in –<hi rend="italic">a</hi>, esemplificati nella Tabella 3.</p><p rend="caption_table">Tabella 3 – Classe 3. Nomi a tre uscite.</p><table rend="tab1" xml:id="table003">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-6">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-6">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row role="label" rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1"/>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">femminile</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">maschile</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">singolare</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">atleta</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base"/>
					</row>
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">plurale</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">atlete</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">atleti</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Ci sono inoltre nomi con vocale finale accentata, che possono essere maschili o femminili e non declinano neanche al plurale:</p><p rend="caption_table">Tabella 4 – Classe 4. Nomi a una uscita. </p><table rend="tab1" xml:id="table004">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-6">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-7">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row role="label" rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1"/>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">femminile</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line top _idGenCellOverride-1">
							<p rend="table"><hi rend="italic">maschile</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-8">
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table"><hi rend="italic">singolare/</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="italic">plurale</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">città, pansé, koinè,</p>
							<p rend="table">popò, virtù</p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base_line base">
							<p rend="table">sofà, decolté, carnè,</p>
							<p rend="table">paltò, sartù</p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Si noti che la classificazione fatta sopra non si basa sulla forma delle desinenze, ma sul numero di celle nel paradigma. Ci sono due nomi femminili con referente inanimato che terminano in –<hi rend="italic">o</hi>, <hi rend="italic">mano</hi> e <hi rend="italic">radio</hi>. Il primo declina per numero e appartiene alla classe 2: <hi rend="italic">la mano</hi>,<hi rend="italic"> le mani</hi>; il secondo non declina per numero: <hi rend="italic">la radio</hi>, <hi rend="italic">le radio</hi> e appartiene alla classe 4. </p><p rend="text">Come già detto, solo i nomi con denotazione umana (o di individuo animato) hanno la declinazione di genere. In questo caso il genere grammaticale corrisponde al genere semantico (biologico). In altre parole, <hi rend="italic">ragazza </hi>denota un individuo di genere femminile e <hi rend="italic">ragazzo</hi> denota un individuo di genere maschile, secondo la categorizzazione di genere propria della cultura italiana, che non tiene conto delle identità di genere fluide.</p><div><head>2.1 Il maschile come genere non marcato </head><p rend="text">Non sempre intendiamo fare riferimento a un individuo specifico, di cui conosciamo il genere. In alcuni casi abbiamo bisogno di fare riferimento generico o a una pluralità di persone che include individui di ambo i generi. In questo caso, l’italiano, come tutte le lingue che distinguono maschile e femminile, seleziona il maschile come genere semanticamente non marcato.</p><p rend="text">Il riferimento alla classe può essere al singolare o al plurale. In entrambi i casi, il maschile reso con suffisso <hi rend="italic">–tore/–tori</hi> è semanticamente ambiguo, come in (1), nel suo significato di denotazione di individui uomini o di denotazione ad individui uomini e donne. Il femminile reso con suffisso <hi rend="italic">–trice/–trici</hi>, invece, fa riferimento solo a donne, come in (2):</p><quote rend="quotations_quotation_b1">1. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Un direttore deve avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. I direttori devono avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">2. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Una direttrice deve avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">b. Le direttrici devono avere capacità organizzative.</quote><p rend="text">L’ambiguità del maschile non marcato lo rende problematico nella comunicazione attenta alla parità di genere. Studi di psicolinguistica mostrano chiaramente che anche nelle lingue in cui i nomi non declinano per genere, c’è un pregiudizio cognitivo che favorisce l’interpretazione maschile non inclusiva, addirittura anche per nomi di professioni generalmente attribuite a donne (come <hi rend="italic">nurse</hi> «infermiera o infermiere» o <hi rend="italic">beautician</hi> «estetista»)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-005">1</ref></hi></hi>. Nelle lingue con alternanza di genere questo è acuito dall’uso del maschile non marcato, mentre è neutralizzato dall’uso di forme inclusive come la menzione di entrambi i generi (3) o l’uso di forme linguistiche non marcate per genere come (4):</p><quote rend="quotations_quotation_b1">3. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Un direttore o una direttrice deve avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. Direttrici e direttori devono avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">4. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Una persona che ha funzione direzionale deve avere capacità organizzative.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">b. Chi dirige deve avere capacità organizzative.</quote><p rend="text">Sviluppare la metacompetenza linguistica di questo fattore di interazione tra genere semantico riferito a individui e discorso culturale centrato sulla figura maschile è necessario per permettere a chi utilizza la lingua di superare il pregiudizio di genere nella decodifica del messaggio e di formulare il proprio pensiero con mezzi che evitano l’ambiguità.</p><p rend="text">Le forme di linguaggio inclusivo proposte in (3) e (4) sono completamente dentro il sistema dell’italiano che esprime il genere sui nomi con riferimento umano. Al costo di una formulazione solo leggermente più complessa si ottiene una informazione più chiara, abbassando quindi il costo cognitivo della risoluzione dell’ambiguità, oltre che, come già detto, nominando le donne e rendendole quindi esplicitamente presenti nel discorso culturale. </p><p rend="text">Ci sono altri tipi di linguaggio inclusivo che vanno oltre la struttura attuale della lingua e che possono essere il presupposto di un mutamento linguistico. Un mezzo che definirei ‘non aggressivo’ potrebbe essere l’uso del femminile come genere non marcato. Non sono a conoscenza di un uso coerente di questo mezzo, che comporterebbe un semplice slittamento semantico dal punto di vista formale. A mio parere, la ragione per cui questa possibilità non è proposta da nessuna controparte è profondamente culturale. Lo slittamento semantico va completamente controcorrente rispetto alla prospettiva androcentrica che permea la rappresentazione dell’essere umano ‘tipico’ e ‘dominante’, che è associata a quello che nel paragrafo seguente chiamo «genere del prestigio». </p><p rend="text">Il più noto e più frequentato «italiano inclusivo», che propone nuove desinenze vocaliche in sostituzione di quelle che distinguono i generi, è un mutamento sostanziale della lingua che parte dalla dimensione scritta e presenta difficoltà strutturali che non permettono a chi parla la L1 di utilizzarla in modo coerente e consistente, come cerco di mostrare su basi di linguistica formale in Giusti 2022, dove ho anche usato il femminile come genere non marcato. Al momento un tale uso non può che essere segnalato come un interessante fenomeno culturale correlato alla lingua e non può essere oggetto di formazione di metacompetenza linguistica nei/nelle parlanti L2.</p></div><div><head>2.2 Il maschile come genere del prestigio </head><p rend="text">È noto che in italiano i nomi di professioni considerate di prestigio fanno fatica a ricevere la regolare declinazione al femminile, anche se questa è perfettamente produttiva nella lingua. Le ragioni accampate sono molteplici e spesso non coerenti tra loro. Si dice che il femminile ‘suona male’, ma non ne è chiaro il motivo, dato che i femminili sono presenti nel sistema e sono molto utilizzati in nomi che hanno la stessa forma. Per esempio, secondo alcune persone<hi rend="italic"> ingegnera </hi>o <hi rend="italic">consigliera </hi>suonerebbero male, a fronte di numerosissimi nomi di professione tradizionalmente femminili che hanno lo stesso suffisso: <hi rend="italic">cassiera</hi>, <hi rend="italic">infermiera</hi>, <hi rend="italic">locandiera</hi>; oppure, <hi rend="italic">sindaca</hi>, <hi rend="italic">avvocata</hi>, <hi rend="italic">medica </hi>suonerebbero male, anche se <hi rend="italic">monaca</hi>, <hi rend="italic">impiegata</hi>, <hi rend="italic">comica</hi> suonano benissimo. </p><p rend="text">Un’altra ragione addotta è che sono termini poco usati, a volte non presenti nei dizionari ufficiali. A questo si può obiettare che i dizionari partono dalla convenzione culturale di prendere il maschile come genere di base e spesso riconosco il femminile esplicitamente solo se chi compila il dizionario ritiene che questo sia di uso comune. Ma sappiamo innanzitutto che non sempre la sensazione del lessicografo o della lessicografa rispecchia la realtà. Sappiamo inoltre che i termini diventano di uso comune quando, appunto, vengono usati e non c’è motivo di non usare <hi rend="italic">avvocata </hi>o <hi rend="italic">medica </hi>in una realtà in cui avvocate e mediche di base sono più della metà delle persone che esercitano quelle professioni. </p><p rend="text">Ciò che sembra essere accaduto alla lingua italiana negli ultimi decenni del secolo scorso e nel primo decennio del nostro è invece l’uso massiccio, proprio per la maggiore presenza di donne in alcune professioni, di termini maschili attribuiti a referenti femminili spesso proprio grazie a una dichiarata preferenza del maschile espressa dalle dirette interessate. Casi recenti e per fortuna sempre più rari sono la richiesta di Beatrice Venezi al Festival di Sanremo 2021 di essere definita «direttore d’orchestra»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-004">2</ref></hi></hi> e la nota del 2 novembre 2022 a tutti i ministeri del Segretario generale di Palazzo Chigi Carlo Deodato, di usare l’appellativo «il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni», per la prima Presidente del Consiglio italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-003">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel primo caso la motivazione addotta è che non conta il genere di chi ricopre il ruolo, ma la sua bravura. Ma questo è immediatamente contraddetto dal fatto che, se veramente fosse solo la bravura, non sarebbe un problema usare il femminile. Il secondo caso offre uno spunto per riflettere sulle motivazioni di politica linguistica che sono alla base del maschile di prestigio. La nota rivolta ai ministeri mirava a consolidare un uso maschile di un termine, <hi rend="italic">presidente</hi>, per sua natura epiceno. Come detto sopra, i nomi hanno sempre un genere che si rivela in articoli, aggettivi, apposizioni e finanche verbi, come vedremo nel paragrafo 3. Il caso specifico prescrive di usare l’onorifico <hi rend="italic">Signor</hi>, un maschile che ha un femminile di grandissima frequenza <hi rend="italic">Signora</hi>. Usare <hi rend="italic">Signor </hi>per una donna crea un effetto straniante. Se si tratta di un uomo <hi rend="italic">Signor </hi>può essere usato sia prima del titolo professionale, sia direttamente con il nome proprio. Dunque, <hi rend="italic">il Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella</hi> potrebbe a seconda dei contesti essere chiamato <hi rend="italic">Signor Presidente, Signor Mattarella, </hi>o addirittura <hi rend="italic">Signor Sergio</hi>. Ma se il titolo maschile venisse utilizzato per una donna, potremmo forse accettare <hi rend="italic">Signor Presidente</hi>, mentre sarebbe molto meno comprensibile *<hi rend="italic">Signor Meloni</hi> e ancor meno *<hi rend="italic">Signor Giorgia</hi>. </p><p rend="text">In tutto questo non c’è la conservazione dell’italiano nella sua forma tradizionale. Al contrario c’è uno stravolgimento dell’italiano, che invece fin dalle origini declina <hi rend="italic">ministra, avvocata, consigliera </hi>e molti altri nomi di ruolo, come mostrano questi esempi che si trovano nel <hi rend="italic">corpus</hi> dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI).</p><quote rend="quotations_quotation_b1">5.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Ma la <hi rend="italic">ministra</hi> di Diana, Opis, già molto dinanzi siede alta in alti monti [Ciampolo di Meo Ugurgieri (ed. Lagomarsini), L. 11 - pag. 464, riga 15]</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. Chi non servirà a così buona <hi rend="italic">avvocata</hi>? [Leggenda Aurea, cap. 126, vol. 3, pag. 1128, riga 23]</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">c. Ma non possa essere <hi rend="italic">consigliera</hi> li sei mesi sequenti quella k’è stata li sei mesi passati. [Stat. lucch., pag. 206, riga 27]</quote><p rend="text">Se i nomi di ruolo prestigioso sono rari nei <hi rend="italic">corpora</hi> di italiano antico è perché le donne non ricoprivano posizioni di rilievo. Ma quando la donna specifica è in un ruolo simile o uguale alla funzione denotata dal termine al maschile, la lingua produce naturalmente una forma femminile. È per esempio il caso di Elena Cornaro Piscopia, prima donna laureata nel mondo occidentale, che nel 1678 viene proclamata in latino <hi rend="italic">magistra et doctrix philosophiae</hi> dall’Università di Padova<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-002">4</ref></hi></hi>. È significativo che l’esito del primo termine, <hi rend="italic">maestra</hi> abbia al momento una connotazione di poco prestigio, se confrontata al maschile <hi rend="italic">maestro</hi>, che denota sia il maestro d’asilo o di scuola elementare sia mentori intellettuali o direttori d’orchestra. </p><p rend="text">È chiaro come il maschile di prestigio sia la controparte del femminile di discredito. I termini al femminile non sono neutri nella loro denotazione, ma tendono a perdere prestigio e a connotare posizioni di inferiorità, come i termini che denotano categorie minoritarie e svantaggiate (cfr. Giusti 2011; 2022).<hi rend="italic"> </hi>Il secondo termine <hi rend="italic">doctrix </hi>avrebbe dovuto produrre <hi rend="italic">dottrice</hi>, come regolare femminile di <hi rend="italic">dottore</hi>. D’altro canto, la storia linguistica di <hi rend="italic">dottoressa</hi> è interessante perché nasce come termine denigratorio (Thornton 2011, cit. in Lepschy, Lepschy, Sanson 2002) e recupera il proprio prestigio con l’uso.</p><p rend="text">La metacompetenza sul maschile come genere di prestigio va fondata sul dato socioculturale di un mutamento latente nella lingua italiana, che usa il genere grammaticale maschile in riferimento a individui di genere biologico femminile. Questo fenomeno va riconosciuto come problematico nella struttura grammaticale dell’italiano. È importante osservare che questo uso contribuisce a una minore frequenza del femminile nel riferimento a persone in ruoli percepiti di prestigio, con la conseguenza che il femminile acquista una connotazione di discredito. </p><p rend="text">Il discredito non si combatte evitando il termine al femminile, ma usandolo in contesti di prestigio. Ovviamente, va sottolineato che l’atto comunicativo è fatto di parlante e interlocutore. Il maschile di prestigio e il femminile di discredito toccano corde sensibili nella definizione dei ruoli sociali e sono quindi da trattare con cura in un senso o nell’altro.</p></div></div><div><head>3. Accordo e discordanza di genere  </head><p rend="text">Come già osservato, in lingua italiana il genere grammaticale è proprio del nome, a prescindere dalla classe flessiva, e si rispecchia su determinanti, aggettivi, participi passati, pronomi relativi e pronomi personali. Il genere semantico dipende dal genere biologico del referente e, nel caso non sia congruente con il genere grammaticale, causa discordanze di genere che potrebbero essere fuorvianti per gli/le apprendenti L2. Questa sezione presenta le regole di accordo di genere grammaticale in italiano e alcune proposte di ‘soluzione’ delle discordanze tra genere grammaticale e genere semantico. </p><p rend="text">Partiamo dalla gerarchia di attribuzione di accordo semantico o grammaticale (o sintattico) discussa da Thornton (2011) riguardo la questione italiana. Secondo Corbett (1979, cit. in Thornton 2011), le lingue del mondo presentano una gerarchia universale come quella espressa in (6), secondo cui l’attributo del nome è l’elemento che più rispetta l’accordo grammaticale, mentre il pronome personale è quello che più rispetta l’accordo semantico. Inoltre, Corbett (2006, cit. in Thornton 2011) distingue quattro tipi di predicato che sono essi stessi in gerarchia (6b):</p><quote rend="quotations_quotation_b1">6.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Gerarchia di accordo</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">attributo --- predicato --- pronome relativo --- pronome personale</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">+ sintattico	- sintattico</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">- semantico 	+ semantico</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. Gerarchia di predicato</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">verbo --- participio --- aggettivo --- nome</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">+ sintattico			 - sintattico</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">- semantico 			 + semantico</quote><p rend="text">In (7) troviamo alcune frasi estratte da un recente articolo pubblicato online<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-001">5</ref></hi></hi>. Il titolo in (7a) ha un soggetto formalmente al maschile (<hi rend="italic">il ministro Rocella</hi>)<hi rend="italic"> </hi>e un predicato formalmente femminile (<hi rend="italic">è stata contestata</hi>). In (7b) il sintagma nominale maschile (<hi rend="italic">gli attivisti di Extinction Rebellion</hi>) è seguito da una apposizione nominale al femminile (<hi rend="italic">femministe di “Non una di Meno”</hi>). In (7c) si svela il genere sia delle persone che contestano (tutte donne, dato il femminile <hi rend="italic">le contestatrici</hi>) sia della persona contestata (<hi rend="italic">la Ministra</hi>) utilizzando il femminile su nomi precedentemente usati al maschile per le stesse persone. In (7d) chi contesta è di nuovo indicato al maschile. </p><quote rend="quotations_quotation_b1">7.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Il ministro Roccella è stat<hi rend="bold">a</hi> contestat<hi rend="bold">a</hi> al Salone del Libro di Torino.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. La manifestazione di dissenso è stata organizzata da<hi rend="bold">gli</hi> attivisti di Extinction Rebellion, femminis<hi rend="bold">t</hi><hi rend="bold">e</hi> di “Non una di Meno”…</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">c. <hi rend="bold">Le</hi> contesta<hi rend="bold">trici</hi> hanno di fatto impedito al<hi rend="bold">la</hi> Ministr<hi rend="bold">a</hi> di presentare il volume…</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">d. Le è stato impedito di parlare nonostante lei abbia dato una lezione di stile facendo parlare i contesta<hi rend="bold">tori</hi>.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">e. In serata sono stati denunciat<hi rend="bold">i</hi> 29 attivist<hi rend="bold">i</hi>, accusat<hi rend="bold">i</hi> di violenza privata dalla Digos di Torino.</quote><p rend="text">Dato che il gruppo che contesta è un gruppo unico, chi scrive mostra una chiara incertezza tra il maschile non marcato per il gruppo in cui potrebbe essere presente anche qualche uomo, e il femminile che rende conto della stragrande maggioranza di donne che fanno parte dell’associazione «Non una di Meno». Inoltre, il femminile <hi rend="italic">ministra </hi>è presente nel testo e contrasta con il maschile del titolo non nel titolo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="9.html#footnote-000">6</ref></hi></hi>. Infine, nel titolo dell’articolo il soggetto maschile (<hi rend="italic">il ministro</hi>)<hi rend="italic"> </hi>non concorda con il genere dei participi verbali (<hi rend="italic">è stata contestata</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi>. </p><p rend="text">Il risultato di queste incoerenze e discordanze è sicuramente poca chiarezza nella comunicazione, incertezza di denominazione delle donne nel ruolo apicale di capo di Ministero, e incoerenza nell’<hi rend="italic">input</hi>, che in un contesto di acquisizione di L2 sarebbe d’intralcio per la formazione della competenza linguistica rispetto alla distribuzione della flessione di genere grammaticale in italiano. Per decodificare il messaggio è necessario che chi legge abbia consapevolezza dell’incertezza in alcune/i parlanti L1 nell’attribuire il genere grammaticale a gruppi di donne o a donne in posizioni apicali, come nel caso di chi ha scritto e titolato pezzo in questione. </p><p rend="text">Soffermiamoci ora sulla categoria dell’attributo, che secondo Corbett (1979, cit. in Thornton 2011) richiede più strettamente accordo sintattico. In italiano possiamo trovare aggettivi con funzione di attributo sia prima sia dopo il nome. In alcuni casi il tipo di aggettivo permette una sola posizione, per esempio in (8) <hi rend="italic">altra </hi>può solo essere prenominale e <hi rend="italic">italiana </hi>può solo essere postnominale, come mostra l’agrammaticalità di (8 e-f); mentre il possessivo <hi rend="italic">mia </hi>si può trovare prima o dopo il nome e prima o dopo gli altri due aggettivi (8 a-d), con interpretazioni di relazione reciproca diverse di cui non possiamo occuparci in questa sede.</p><quote rend="quotations_quotation_b1">8.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. questa mia altra amica italiana</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. quest’altra mia amica italiana</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">c. quest’altra amica mia italiana</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">d. quest’altra amica italiana mia</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">e. *quest’italiana amica mia</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">f. *questa mia amica altra</quote><p rend="text">Con un nome dal genere grammaticale non controverso come <hi rend="italic">amica</hi> il determinante (nel nostro caso un aggettivo dimostrativo) e tutti gli aggettivi prenominali e postnominali devono concordare per genere sintattico. Quando l’attributo è un’apposizione nominale, mantiene il proprio genere grammaticale. In (9 a-b) vediamo due casi in cui l’attributo nominale <hi rend="italic">centro </hi>o <hi rend="italic">oggetto </hi>modifica il nome al femminile. In (10) vediamo che un nome come <hi rend="italic">amica</hi> deve invece concordare con il genere semantico femminile generalmente attribuito al nome proprio <hi rend="italic">Giuliana</hi>, come mostra l’inaccettabilità di (10 b). Non avviene così in (11), in cui il titolo professionale <hi rend="italic">professoressa ordinaria </hi>può essere declinato al maschile, e in molti casi lo è, anche per referenti di genere semantico femminile:</p><quote rend="quotations_quotation_b1">9.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. la città di Venezia, centro di interesse mondiale</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. la mia amica, oggetto di interesse delle indagini</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">10.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Giuliana Giusti, mia amica di vecchia data</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">b. *Giuliana Giusti, mio amico di vecchia data</quote><quote rend="quotations_quotation_b1">11.</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">a. Giuliana Giusti, professoressa ordinaria di linguistica</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">b. Giuliana Giusti, professore ordinario di linguistica</quote><p rend="text">Vediamo ora in (12) un caso reale che mostra quanto sia forte la necessità cognitiva di concordare con una referente donna e quanto questa necessità sia in contrasto con la resistenza culturale a declinare al femminile i nomi di professione:</p><quote rend="quotation_b">12.</quote><quote rend="quotation_b">l’agguerrita e procace avvocato matrimonialista napoletano Rosa Criscuolo, 34 anni, fondatrice dei forzisti pro Nicola Cosentino<hi rend="italic"> </hi>(<hi rend="italic">il Corriere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>13 maggio 2014)</quote><p rend="text">Innanzitutto riusciamo ad interpretare il genere anche di elementi come l’articolo eliso <hi rend="italic">l’ </hi>e l’aggettivo della classe 2 <hi rend="italic">procace</hi> perché il primo precede e il secondo è coordinato a un aggettivo attributivo femminile <hi rend="italic">agguerrita</hi>, etichettati come (F) in (13). A questa prima parte di sintagma nominale segue un nome di professione al maschile, <hi rend="italic">avvocato</hi>, seguito da un aggettivo della classe 3, <hi rend="italic">matrimonialista</hi>,<hi rend="italic"> </hi>che interpretiamo come maschile (M) perché non solo è preceduto dal nome <hi rend="italic">avvocato</hi>,<hi rend="italic"> </hi>ma è seguito dall’aggettivo maschile <hi rend="italic">napoletano</hi>. Il sintagma formato dal nome di ruolo è a sua volta un attributo del nome proprio complesso <hi rend="italic">Rosa Criscuolo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in cui il nome proprio <hi rend="italic">Rosa </hi>è incontrovertibilmente femminile (F). A questo sintagma già molto complesso si aggiunge un predicato che denota l’età della referente, <hi rend="italic">34 anni</hi> neutrale per il genere del soggetto (X), a cui si aggiunge un altro predicato nominale molto complesso formato da un nome di agente, <hi rend="italic">fondatrice </hi>(F), con il suo complemento preposizionale, anch’esso neutrale per il genere del soggetto (X). In (13) si vede la struttura, prima con le parentesi quadre e poi ad albero, che mostra come il disaccordo di genere sia relegato alla struttura più interna del nome di professione limitatamente agli aggettivi che lo modificano:</p><quote rend="quotations_quotation_b1">13.</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">[ F [ F [ F [ F [ F [ F l’agguerrita] e [ F procace]] [ M [ M [ M avvocato] [ M matrimonialista]] [ M napoletano]]] [ F Rosa Criscuolo]] [ X 34 anni]] [ F [ F fondatrice] [ X [ X dei forzisti] [ X pro Nicola Cosentino]]]<hi rend="italic"> </hi>(<hi rend="italic">il Corriere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>13 maggio 2014)</quote><p><graphic url="9-web-resources/image/Giusti_Fig_1_ILSA.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figura 1 – Struttura ad albero.</p><p rend="text">L’esempio in (12) e la sua analisi strutturale in (13) ci permettono di fare un’ulteriore precisazione alla gerarchia corbettiana esemplificata in (7) riguardo i diversi tipi di attributo in italiano. L’aggettivo in posizione postnominale sembra essere il più attratto dal genere grammaticale (sintattico), mentre l’apposizione nominale più sopporta la discordanza:</p><quote rend="quotations_quotation_b1">Gerarchia di attributo</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">aggettivo postnominale --- aggettivo prenominale --- apposizione nominale</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">+ sintattico					- sintattico</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">- semantico 					+ semantico</quote><p rend="text">Rimane la questione della possibilità di discordanza solo con referenti di genere femminile e limitatamente ai nomi di ruolo di prestigio sociale. </p><p rend="text">In ultima analisi, dato che la frequenza nell’<hi rend="italic">input</hi> è ciò che fa preferire una tra due forme possibili, riteniamo che sia importante offrire <hi rend="italic">input</hi> paritari non solo a chi apprende l’italiano L2 ma anche a tutte le nostre interlocutrici e a tutti i nostri interlocutori italiani L1.</p></div><div><head>4. Grammatica e benessere della persona</head><p rend="text">Rendere le/i parlanti di italiano L1/L2 consapevoli dei diversi gradi di coesione delle componenti della frase contribuisce a creare consapevolezza sui propri meccanismi cognitivi. Questa consapevolezza permette di avere il controllo di alcune scelte di accordo o di discordanza nel momento della produzione e allo stesso tempo fornisce gli strumenti di decodifica delle discordanze che permettono la corretta interpretazione del messaggio ma, ancor più importante nel processo di acquisizione, bloccano l’acquisizione scorretta della morfologia flessiva dei nomi. </p><p rend="text">Sapere è potere. Avere conoscenza del funzionamento della competenza linguistica umana permette di controllare e sviluppare la competenza nella L2 valorizzando la competenza della lingua materna e controllando le aree di differenza con essa. La consapevolezza della natura biologica e culturale del linguaggio, della loro interazione nel processo comunicativo nella mente del(la) parlante bilingue e delle società multilingui permette di sviluppare un atteggiamento inclusivo rispetto varietà atipiche, tra cui la competenza non-nativa.</p><p rend="text">Avere il controllo dei meccanismi cognitivi ci permette di affrontare la questione linguistica senza i pregiudizi normativi e culturali che spesso permeano anche l’insegnamento della grammatica nella pratica scolastica. </p><p rend="text">Abbiamo bisogno di un insegnamento della grammatica che si basi sui progressi della linguistica formale e applicata e che sia di interesse scientifico per chi apprende. Abbiamo bisogno di una ‘grammatica che migliori la vita’ di docenti e discenti, che sia interessante come lo sono le scoperte scientifiche, che non colpevolizzi chi non è depositaria o depositario della lingua standard o neo-standard, che presenti le lingue come espressioni della facoltà umana del linguaggio, fenomeni interessanti di diversità in una prospettiva di parità e inclusione.</p><p rend="text">In conclusione, mi permetto di segnalare due interventi formativi in forma di MOOC (Massive Online Open Course), da me progettati e condotti, che vengono proposti con cadenza annuale su EduOpen (<ref target="https://learn.eduopen.org/">https://learn.eduopen.org/</ref>), la piattaforma di corsi ad accesso aperto di numerosi atenei italiani e stranieri: <hi rend="italic">La grammatica che migliora la vita</hi> e <hi rend="italic">Linguaggio, identità di genere e Lingua italiana</hi>. Il primo fornisce strumenti rilevanti per tutti i tipi di formazione linguistica, fondamentali anche per riflettere con strumenti linguistici sull’uso del genere grammaticale e semantico in italiano; il secondo è più incentrato sulla questione di genere.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici </head><p rend="bib_indx_bib">Monia Azzalini, M. 2021. “Lingua e genere nell’informazione televisiva italiana: un caso di studio su <hi rend="italic">ministra</hi> e <hi rend="italic">ministro</hi>.” <hi rend="italic">Problemi dell’informazione</hi> 2: 213-235.</p><p rend="bib_indx_bib">Cardinaletti, A. 2007-2009. “L’approccio comparativo in linguistica e in didattica.” <hi rend="italic">Quaderni Patavini di Linguistica</hi> 23: 3-18, <ref target="https://bit.ly/3PdxxpL">https://bit.ly/3PdxxpL</ref> (<ref target="http://www.maldura.unipd.it/">http://www.maldura.unipd.it/</ref>) (ultimo accesso: 9.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib">Cardinaletti, A., Giusti, G. 2003-2009. “Presentazione.” In G. Giusti, <hi rend="italic">Strumenti di analisi per la lingua inglese</hi>, XI-XIII.<hi rend="italic"> </hi>Torino: UTET.</p><p rend="bib_indx_bib">Corbucci, G. 2007. “Fenomeni di Variazione sociolinguistica nell’insegnamento dell’italiano a stranieri.” <hi rend="italic">Studi di Glottodidattica </hi>1, 2, <ref target="https://bit.ly/48Ii341">https://bit.ly/48Ii341</ref> (<ref target="https://ojs.cimedoc.uniba.it/">https://ojs.cimedoc.uniba.it/</ref>) (ultimo accesso: 9.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib">Cornoldi, C. 1995. <hi rend="italic">Metacognizione e apprendimento</hi>. Bologna: Il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Consiglio d’Europa 2001-2002. </hi><hi rend="italic">Common European Framework for Languages: Learning, Teaching, Assessment</hi><hi >. Council for Cultural Co-operation. Modern Languages Division. Strasbourg. Cambridge University Press (trad. it. a cura di D. Bertocchi, F. 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Regazzoni, S. <hi rend="italic">Mi fai male…</hi>, 87-98.<hi rend="italic"> </hi>Venezia: Cafoscarina.</p><p rend="bib_indx_bib">Giusti, G. 2021. “In che modo la lingua riflette la cultura di chi la parla e non la realtà dei fatti.”<hi rend="italic"> Agenzia di stampa CULT</hi>, <ref target="https://bit.ly/3T9d3Qm">https://bit.ly/3T9d3Qm</ref> (<ref target="https://www.agenziacult.it/">https://www.agenziacult.it/</ref>) (ultimo accesso 10.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib">Giusti, G. 2022.<hi rend="italic"> </hi>“Inclusività della lingua italiana, nella lingua italiana: come e perché. Fondamenti teorici e proposte operative.” <hi rend="italic">DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile</hi> 48: 1-19, <ref target="https://bit.ly/3Pa5DuM">https://bit.ly/3Pa5DuM</ref> (<ref target="https://iris.unive.it/">https://iris.unive.it/</ref>) (ultimo accesso: 8.03.2024).</p><p rend="bib_indx_bib">Guasti, M.T. 2007. <hi rend="italic">L’acquisizione del linguaggio. Un’introduzione</hi>. Milano: Raffaello Cortina Editore.</p><p rend="bib_indx_bib">Iovino, R., Cardinaletti, A., Giusti, G. 2012. “I vantaggi dell’approccio comparativo all’insegnamento delle lingue.” In L. Canfora, U. Cardinale (a cura di), <hi rend="italic">Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del latino e del greco antico in Italia e nel mondo</hi>, 443-52. <hi >Bologna: Il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Kim, J. </hi><hi rend="italic">et al</hi><hi >. 2022. “The masculine bias in fully gendered languages and ways to avoit it: A study on gender neutral forms in Québec and Swiss French.” </hi><hi rend="italic">Journal of French Language Studies </hi><hi >33, 1: 1-26, </hi><ref target="https://bit.ly/4a18PRw"><hi >https://bit.ly/4a18PRw</hi></ref><hi > (</hi><ref target="https://www.cambridge.org/"><hi >https://www.cambridge.org/</hi></ref><hi >) (ultimo accesso:</hi><hi > 10.03.2024).</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Lepschy, A. L., Lepschy, G., Sanson, H. 2002. </hi><hi rend="italic">A proposito di </hi>–<hi rend="italic">essa. L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni</hi>, 397-409. Firenze: Le Lettere.</p><p rend="bib_indx_bib">Thornton, A. M. 2011. “Designare le donne.” In G. Giusti, S. Regazzoni (a cura di), <hi rend="italic">Mi fai male…</hi>, 115-33. Venezia: Cafoscarina.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-005-backlink">1</ref></hi>	I riferimenti bibliografici sono numerosissimi, fra i vari studi, cfr. Kim <hi rend="italic">et al.</hi> 2022, con i suoi riferimenti bibliografici, e Giusti 2021, con altri riferimenti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-004-backlink">2</ref></hi>	Cfr. l’articolo del 5.03.2021 comparso su <hi rend="italic">il Fatto </hi><ref target="http://Quotidiano.it"><hi rend="italic">Quotidiano.it</hi></ref> (<ref target="https://bit.ly/4cbqaJi">https://bit.ly/4cbqaJi</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi>	Cfr. l’articolo del 2.11.2022 comparso su <ref target="http://Ansa.it"><hi rend="italic">Ansa.it</hi></ref> (<ref target="https://bit.ly/4c0GfBA">https://bit.ly/4c0GfBA</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi>	Per approfondimenti su Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, cfr. il sito della Fondazione Alberto Peruzzo (<ref target="https://bit.ly/3Pf6iuW">https://bit.ly/3Pf6iuW</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi>	Cfr. l’articolo del 20.05.2023 pubblicato su <hi rend="italic">Agenzia Italia, AGI</hi> (<ref target="https://bit.ly/3wXhRRa">https://bit.ly/3wXhRRa</ref>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-000-backlink">6</ref></hi>	Per uno studio recente sull’uso di <hi rend="italic">ministra</hi>, cfr. Azzalini 2021 e i riferimenti ivi contenuti.</p></item>
				</list></div></div>
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="171986">Monia Azzalini, M. 2021. “Lingua e genere nell’informazione televisiva italiana: un caso di studio su ministra e ministro.”  Problemi dell’informazione 2: 213-235.</bibl>
          <bibl n="171943">Cardinaletti, A. 2007-2009. “L’approccio comparativo in linguistica e in didattica.” Quaderni Patavini di Linguistica 23: 3-18, https://bit.ly/3PdxxpL (http://www.maldura.unipd.it/) (ultimo accesso: 9.03.2024).</bibl>
          <bibl n="172011">Cardinaletti, A., Giusti, G. 2003-2009. “Presentazione.” In G. Giusti, Strumenti di analisi per la lingua inglese, XI-XIII. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="171932">Corbucci, G. 2007. “Fenomeni di Variazione sociolinguistica nell’insegnamento dell’italiano a stranieri.” Studi di Glottodidattica 1, 2, https://bit.ly/48Ii341 (https://ojs.cimedoc.uniba.it/) (ultimo accesso: 9.03.2024).</bibl>
          <bibl n="172116">Cornoldi, C. 1995. Metacognizione e apprendimento. Bologna: Il Mulino.</bibl>
          <bibl n="171899">Consiglio d’Europa 2001-2002. Common European Framework for Languages: Learning, Teaching, Assessment. Council for Cultural Co-operation. Modern Languages Division. Strasbourg. Cambridge University Press (trad. it. a cura di D. Bertocchi, F. Quartapelle. Quadro comune europeo di riferimento per le lingue: apprendimento insegnamento valutazione. Milano-Firenze: RCS Scuola-La Nuova Italia).</bibl>
          <bibl n="171937">Giusti, G. 2010. “Quale grammatica per l’insegnamento?” In P. E. Balboni, G. Cinque (a cura di), Seminario di Linguistica e Didattica delle Lingue. Scritti in onore di Giovanni Freddi, 179-83. Venezia: Cafoscarina.</bibl>
          <bibl n="171989">Giusti, G. 2011. “Linguaggio e questioni di genere: alcune riflessioni introduttive.” In G. Giusti, S. Regazzoni, S. Mi fai male…, 87-98. Venezia: Cafoscarina.</bibl>
          <bibl n="171945">Giusti, G. 2021. “In che modo la lingua riflette la cultura di chi la parla e non la realt&amp;#224; dei fatti.” Agenzia di stampa CULT, https://bit.ly/3T9d3Qm (https://www.agenziacult.it/) (ultimo accesso 10.03.2024).</bibl>
          <bibl n="171905">Giusti, G. 2022. “Inclusivit&amp;#224; della lingua italiana, nella lingua italiana: come e perch&amp;#233;. Fondamenti teorici e proposte operative.” DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile 48: 1-19, https://bit.ly/3Pa5DuM (https://iris.unive.it/) (ultimo accesso: 8.03.2024).</bibl>
          <bibl n="172067">Guasti, M. T. 2007. L’acquisizione del linguaggio. Un’introduzione. Milano: Raffaello Cortina Editore.</bibl>
          <bibl n="171906">Iovino, R., Cardinaletti, A., Giusti, G. 2012. “I vantaggi dell’approccio comparativo all’insegnamento delle lingue.” In L. Canfora, U. Cardinale (a cura di), Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del latino e del greco antico in Italia e nel mondo, 443-52. Bologna: Il Mulino.</bibl>
          <bibl n="171913">Kim, J. et al. 2022. “The masculine bias in fully gendered languages and ways to avoit it: A study on gender neutral forms in Qu&amp;#233;bec and Swiss French.” Journal of French Language Studies 33, 1: 1-26, https://bit.ly/4a18PRw (https://www.cambridge.org/) (ultimo accesso: 10.03.2024).</bibl>
          <bibl n="172002">Lepschy, A. L., Lepschy, G., Sanson, H. 2002. A proposito di –essa. L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni, 397-409. Firenze: Le Lettere.</bibl>
          <bibl n="172025">Thornton, A. M. 2011. “Designare le donne.” In G. Giusti, S. Regazzoni (a cura di), Mi fai male…, 115-33. Venezia: Cafoscarina.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>