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        <title type="main" level="a">Alle prese con l’ignoto. Un gioco di memory tra il Devisement dou monde e la sua traduzione latina vulgata</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-1196-8773" type="ORCID">
            <forename>Carlo Giovanni</forename>
            <surname>Calloni</surname>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Hic abundant leones&lt;/i&gt;. Uomo e natura nei testi mediolatini e romanzi </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0602-0</idno>) by </resp>
          <name>Caterina Bellenzier, Carolina Borrelli, Matteo Cesena, Giandomenico Tripodi</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0602-0.14</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>From the Crusades onward, passing through the Mongol invasion, the late-medieval culture increasingly came across animals, people, and nature unknown to the classical and Christian tradition. Among the works describing the otherness, the Devisement dou monde is the most famous and rich in insight. In its peculiar textual tradition, consisting of translations, it is possible to recognise an internal dialectic between the original text and its reworkings: after a first interpretation of the exotic, made by Marco Polo and Rustichello, a second one was suggested by individual translators. The article examines two specimina from the Latin version composed by Francesco Pipino, the identification of the roc with the griffin and that of the parrot with the epimachus.</p>
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            <item>Devisement dou monde</item>
            <item>Francesco Pipino</item>
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            <item>epimachus</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0602-0.14<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0602-0.14" /></p>
      <p rend="h1_chapter" ><hi>Alle prese con l’ignoto: il ruc e i pappagalli. <lb/>Un gioco di memory tra il </hi><hi rend="italic">Devisement dou monde</hi><hi> e la sua traduzione latina vulgata</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-2">Carlo Giovanni Calloni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Scritto sul finire del Duecento, il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement dou monde</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Marco Polo si colloca in un momento in cui il concetto medievale di natura stava subendo un cambiamento importante. Trasformazioni politiche, culturali e socio-economiche avevano determinato l’affermarsi di uno sguardo nuovo verso il dato materiale, e gli aspetti sensibili della natura avevano trovato sempre più spazio accanto alla loro interpretazione allegorico/simbolica. La crisi e la persistenza della tradizionale visione della natura si possono apprezzare in modo particolare nelle relazioni dei viaggiatori</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> ad Tartaros</hi><hi rend="CharOverride-2">, in cui descrizioni in presa diretta e memorie letterarie coesistono e si intrecciano. A seguito delle conquiste mongole della prima metà del XIII secolo, che unificarono in una compagine statuale omogenea territori prima divisi, missionari e mercanti cominciarono a frequentare gli estremi confini dell’Asia (per cui si rimanda agli ampi inquadramenti offerti in Cardini 1987, Menestò 1993 e da ultimo in Chiesa 2024). I loro resoconti rappresentarono il tramite con cui l’Occidente cristiano ed europeo si trovò per la prima volta di fronte a dati d’esperienza su regioni favolose, note solo attraverso le grandi enciclopedie tardo-antiche che ne offrivano un’immagine deformata, riverberata nei racconti romanzeschi (per le fonti che costruivano l’immagine dell’Asia si rimanda a Reichert 1993, 15-69 e più recentemente a Montesano 2024). Gli elementi naturali (ma anche culturali) esotici incontrati vennero interpretati in base alle conoscenze pregresse dall’autore-viaggiatore – spesso coadiuvato da un autore-scrittore</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-019">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> – e resi assimilabili dai lettori, che non avevano potuto vederli, attraverso varie strategie espressive (per cui si rimanda a Guéret-Lafarté 1994, 224-55 e più recentemente a Burgio 2024, 314-22). Se dall’opera in sé passiamo a considerare i testi derivati (traduzioni, rielaborazioni o estratti in enciclopedie), è possibile notare uno stratificarsi di assimilazioni diverse e a volte concorrenti: partendo da un’assimilazione primaria proposta nel testo-fonte, i fruitori ne proposero di nuove, solitamente più aderenti ai dati di tradizione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Nel presente articolo mi concentrerò su una delle varie strategie di assimilazione possibili, quella dell’identificazione, che consiste nel riconoscimento di un elemento ignoto in un elemento noto. Apparentemente il procedimento più semplice e immediato, una sorta di grado zero della «retorica dell’alterità» (Hartog 1980), esso in realtà attiva una serie di meccanismi complessi di distanziamento/avvicinamento: i dati esperienziali, infatti, non collimano quasi mai perfettamente con quelli tradizionali e quindi l’accostamento tra due elementi porta spesso con sé una ridefinizione della tradizione stessa. Per questa ragione, nella letteratura di viaggio di frequente si riscontra una frizione tra l’apparato di conoscenze derivate dalle </hi><hi rend="italic CharOverride-2">auctoritates</hi><hi rend="CharOverride-2"> antiche e i racconti riportati da testimoni diretti, e molti sono i casi in cui i viaggiatori smentiscono o correggono le fonti tradizionali preesistenti. Una volta approdate sugli scaffali delle biblioteche insieme ai libri che le contenevano, queste interpretazioni sono ridiscusse e orientate in maniera diversa.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Per la particolare fortuna testuale dell’opera – che si diffuse per progressive rielaborazioni del testo originario (cfr. Foscolo Benedetto 1928 e più recentemente Andreose e Mascherpa 2024) – il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement </hi><hi rend="CharOverride-2">è una buona specola da cui osservare questo fenomeno: i lettori da una parte commentano e discutono le interpretazioni di Marco dei nuovi elementi naturali e dall’altra ne propongono di nuove. Ho scelto di considerare due esempi che si collocano a vari gradi della ricezione dell’opera e che si leggono nella versione del testo più diffusa, quella latina del frate domenicano Francesco Pipino (d’ora in avanti P)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Il primo esempio riguarda il modello volgare di P, la redazione veneto-emiliana (d’ora in avanti VA, per cui si segue l’edizione Barbieri 1999), a sua volta traduzione della forma franco-italiana originale (d’ora in avanti F, per cui si segue l’edizione di Eusebi 2018); il secondo è proprio di P. In entrambi i casi a una prima identificazione fatta da Marco, se ne somma una seconda dei diversi interpreti. </hi></p><p rend="h2" ><hi rend="CharOverride-2">1. La critica della critica: il caso del ruc-grifone</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il ruc era un uccello molto presente nel folklore popolare arabo-persiano (compare per esempio nei racconti di Sindbad il marinaio) e nella letteratura medievale sia odeporica che scientifica (cfr. Wittkower 1987 e Al-Rawi 2017). È probabile che Marco ne abbia sentito parlare dai marinai arabi che frequentavano l’Oceano Indiano e lo descrive in questi termini:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Et encore sa{c}chiés tout voiremant qe en celes autres ysle […] {et} dient les homes que la se treuve{s} des oisiaus grifon, e dient que celz oisiaus hi aparurent certes estaisonz de l’an. Mes si sachiés que il ne sunt mie fait ensi come nostres jens de sa cuident e come nos les faison portraire: ce est que nos dion qu’il est mi hosiaus et mi lyonç; mes, selonc {qe} celz qe le ont veu content, ce ne est pas verité que il soient mi oisiaus et mi lyon. Mes voç di qe il dient, celz qe le ont veu, qe il est fait tout droitmant come l’aigle, mes il dient qu’il est demisoreemant grant; et voç en diviserai de ce que dient celz que l’ont veu […] (F CXC 12-13).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il ruc viene identificato con un animale più noto alla tradizione occidentale, il grifone, anche se i due esseri sono tutt’altro che simili: il ruc è un’aquila gigantesca, mentre il grifone è metà uccello e metà leone. L’accostamento scatta in primo luogo per la grandezza, come ricorda Marco:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Et a le oisiaus grifon voç voill retorner. Celz de celles ysles l’apellent ruc, et ne l’apellent por autre nom e ne sevent que soit griffon. Mes noç quidion tot voiremant que por la grant grandesse que il content de cel oisiaus qu’il soit griffonz (F CXC 17).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Ma un certo ruolo deve aver giocato anche la capacità propria del ruc di sollevare in aria un elefante per poi lasciarlo cadere al suolo e cibarsene, caratteristica che si adatta bene all’abituale rappresentazione iconografica del grifone, immortalato mentre stringe nel becco o tra le zampe corpi di uomini e bestie catturate. Marco è quindi convinto di aver identificato il grifone nel ruc e trovando una differenza tra le raffigurazioni occidentali e le descrizioni orientali corregge la tradizione dei bestiari: il vero grifone non è metà aquila e metà leone, ma un’aquila enorme. Marco rettifica la fisionomia di una creatura leggendaria con un’altra creatura anch’essa favolosa, ma in qualche modo più ‘naturale’, perché non prevede la fusione di due animali differenti, ma l’ingrandimento di uno solo. Nelle varie redazioni del </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement</hi><hi rend="CharOverride-2"> (F, Fr, L, K, Z) si trova la stessa situazione: all’associazione del ruc con il grifone segue la correzione della tradizione. Fanno eccezione i testimoni che derivano dalla redazione VA, tra cui si colloca anche la traduzione di Pipino. Rielaborando accuratamente il modello, l’anonimo redattore di VA imprime un netto cambiamento di prospettiva e sopprime l’identificazione di Marco. La descrizione non viene modificata, ma fin da subito VA mette in chiaro che l’animale è un uccello che ha nome ruc (VA CXLIX17), mentre la somiglianza con il grifone viene ricordata in questi termini:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Io averìa chreduto che quel’oxiello fosse el grifone se non che quelli che l’àno vezudi dixeno ch’ell è tuto chomo oxello e non chome bestia, chome se dixe del grifon (VA CXLIX 19).</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-2">Ego autem Marchus, quando hoc audivi primo narrari, putavi ut aves ille essent griffes de quibus fertur quod partim avium et partim similitudinem habeant bestiarum, sed hii qui aves illas viderunt constantissime asserebant quod non habent in parte aliqua similitudinem bestie, sed duos solummodo pedes habent ut aves (P III 40,1).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">In VA e P, quindi, il ragionamento è articolato in due momenti distinti: in un primo momento Marco avrebbe identificato il ruc nel grifone, ma poi si sarebbe accorto che i due animali non avevano le stesse caratteristiche e non potevano essere la stessa cosa. All’iniziale associazione ruc-grifone segue una rettifica e rispetto al </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement</hi><hi rend="CharOverride-2"> originale l’interpretazione è ribaltata. L’identificazione proposta dal viaggiatore viene corretta e la tradizione è salva: il grifone è davvero parte uccello e parte bestia e il ruc è un altro animale.</hi></p><p rend="h2" ><hi rend="CharOverride-2">2. Nuove identificazioni: il caso del pappagallo-epimaco</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Ma i traduttori/rielaboratori del </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement</hi><hi rend="CharOverride-2"> non esercitano solo una funzione correttiva sul testo: a volte aggiungono loro stessi nuove identificazioni di elementi esotici con elementi noti. In P si trovano almeno due casi interessanti, entrambi introdotti da una semplice particella disgiuntiva (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">seu</hi><hi rend="CharOverride-2">/</hi><hi rend="italic CharOverride-2">vel</hi><hi rend="CharOverride-2">). Il primo riguarda l’accostamento tra </hi><hi rend="italic CharOverride-2">falcones</hi><hi rend="CharOverride-2"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-2">herodii</hi><hi rend="CharOverride-2">, il secondo quello tra </hi><hi rend="italic CharOverride-2">papagalli</hi><hi rend="CharOverride-2"> ed </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La prima identificazione si incontra anche in altri testi latini ed è stata già discussa ampiamente (Pelliot 1960, 65-72); la seconda è più bizzarra e ha una storia peculiare. Il termine «pappagallo» (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">papagaus </hi><hi rend="CharOverride-2">F, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">papagali</hi><hi rend="CharOverride-2"> VA, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">papagalli </hi><hi rend="CharOverride-2">P) ricorre cinque volte nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement</hi><hi rend="CharOverride-2"> e in due punti della traduzione di Pipino la parola volgare è affiancata da quella latina </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La prima occorrenza è la seguente:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">In hac provincia multa sunt animalia cunctis aliarum regionum animantibus dissimilia: ibi enim sunt leones nigri totaliter absque omni alio colore; ibi sunt papagalli seu epimachi albi ut nix, pedes tamen rubeos habent et rostra; sunt etiam ibi papagalli diversarum manerierum, pulcriores illis qui citra mare deferuntur ad nos (P III 31,7-8, che traduce letteralmente VA CXLI 13).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">La parola «papagalli»</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2">identifica due tipologie distinte di volatili: i primi bianchi come neve e con il becco e le zampe rosse (e sono questi che Pipino chiama </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachi</hi><hi rend="CharOverride-2">), i secondi genericamente ‘di vario tipo’. A una lettura cursoria il nome non crea difficoltà: al giorno d’oggi </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> designa una specie appartenente alla famiglia degli </hi><hi rend="italic CharOverride-2">aves Paradisaeidae</hi><hi rend="CharOverride-2">, caratterizzata da un becco adunco a forma di falce e da una lunga coda, i cui individui abitano nelle zone montane dell’attuale Nuova Guinea (Cuvier 1817, 407-8; vd. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">infra</hi><hi rend="CharOverride-2">) – area geografica che potrebbe aver toccato (o di cui potrebbe aver sentito parlare) Marco durante il suo viaggio di ritorno dalla corte di Cublay Khan. Tuttavia, nei database mediolatini non si incontra alcuna definizione paragonabile all’uso odierno e il termine </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> è attestato solo come deformazione del latino </hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2">, che compare anche come </hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophimachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> e soprattutto </hi><hi rend="italic CharOverride-2">opimachus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Pur non essendo uno dei protagonisti dei bestiari, si tratta di un animale non del tutto sconosciuto alla cultura medievale, specialmente esegetica, perché è citato nella Bibbia a </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Lv</hi><hi rend="CharOverride-2"> 11,22, nel passo in cui sono elencate le prescrizioni alimentari date da Dio al popolo ebraico. Dopo aver presentato gli animali e gli uccelli impuri si parla degli insetti che volano (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">de volucribus</hi><hi rend="CharOverride-2">). Come altrove, viene fatta un’attenta distinzione: quelli che volano e camminano su quattro zampe sono impuri, quelli che volano, camminano su quattro zampe, ma ne usano due per saltare sono puri e possono essere mangiati. Vengono dati poi i nomi di quattro insetti, corrispondenti ad altrettante specie di difficile identificazione, che rientrano nell’ordine moderno degli </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Orthoptera</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cui appartengono cavallette, locuste e grilli (Beavis 1998, 62). Nella versione greca i quattro termini vengono tradotti come βροῦχος, ἀττάκης, ὀφιομάχος e ἀκρίς, che si ritrovano traslitterati nella Vulgata latina (l’unico a essere tradotto come </hi><hi rend="italic CharOverride-2">locusta</hi><hi rend="CharOverride-2"> è l’ultimo)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Nel Medioevo, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">bruchus</hi><hi rend="CharOverride-2">, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">attacus</hi><hi rend="CharOverride-2"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-2">locusta</hi><hi rend="CharOverride-2"> sono solitamente intesi come sinonimi, mentre il penultimo termine (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2">) è fin da subito il più incerto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. L’identificazione di questo animale passa ben presto in secondo piano rispetto alla forte carica simbolica data dall’etimo scoperto dal greco, su cui tutti gli esegeti concordano: l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> è un animale in guerra (μάχος) con il serpente (ὄφις). Nella visione allegorizzante medievale va da sé che l’animale diventi il simbolo della lotta contro il diavolo e le sue tentazioni e una simile lettura rende superflua la necessità di definirne meglio i contorni reali. Così, per esempio, commenta il termine Rabano Mauro nelle </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Expositiones in Leviticum</hi><hi rend="CharOverride-2">:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Ophiomaci autem ab appellatione manifestatur et virtus, quem imitari bonum est, et intelligibilibus repugnare serpentibus: reminiscentes quod </hi><hi rend="italic CharOverride-2">non sit nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritalia nequitiae in coelestibus</hi><hi rend="CharOverride-2"> (Ephes. VI): hi sunt quippe intelligibiles serpentes et venenati dracones (PL CVIII, 360A).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il significato del simbolo è quello che conta (Zambon 2001): dal momento che esso è esplicito nel nome, la definizione concreta e ‘letterale’ dell’animale diventa del tutto marginale. Questa tradizione culmina con la </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Glossa Ordinaria</hi><hi rend="CharOverride-2">, in cui ritroviamo una simile interpretazione di</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> Lv</hi><hi rend="CharOverride-2"> 11, 22:</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Ophiomachus. Qui pugnat cum serpentibus: nobis autem pugna est cum antiquo serpente et angelis eius (Morard 2024).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Un animale dunque, ma di natura pressoché indefinita. La vicinanza con locuste e bruchi suggerirebbe una facile identificazione con un insetto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, ma il nome collettivo di questi animali, definiti </hi><hi rend="italic CharOverride-2">volucres</hi><hi rend="CharOverride-2">, dà adito a un certo grado di ambiguità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Per di più, la qualità attribuitagli fa pensare ad altro: nei bestiari e nelle enciclopedie, la rivalità con i serpenti è solitamente prerogativa di uccelli e rapaci, in particolare dell’ibis, definito «serpentium hostes» da Isidoro di Siviglia (1911, XII 7, 16), e della cicogna, che secondo Isidoro ([Isidoro di Siviglia] 1911, XII 7, 33) si nutre delle uova dei serpenti. Per la somiglianza morfologica e funzionale, i due volatili vengono spesso sovrapposti: Remigio d’Auxerre, ad esempio, nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Commentum in Martianum Capellam, </hi><hi rend="CharOverride-2">considera l’ibis come una specie di cicogna egiziana e ci avverte che il nome greco è </hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophifaghion</hi><hi rend="CharOverride-2">, cioè ‘mangia-serpenti’ (ed. Lutz 1962, 193)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. La qualità dell’animale è del tutto assimilabile a quella dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2">, con cui l’ibis condivide anche il comune contesto biblico (cfr. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Lv</hi><hi rend="CharOverride-2"> 11, 17). Non è strano osservare nei glossari alto-medievali il proliferare dell’incertezza sulla natura effettiva dell’animale: molti lasciano il lemma senza </hi><hi rend="italic CharOverride-2">interpretamentum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, altri lo considerano un’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">avis</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, altri ancora una </hi><hi rend="italic CharOverride-2">lacerta</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. In almeno un caso, il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Vocabularium Bruxellense</hi><hi rend="CharOverride-2"> del XII sec. (Bruxelles, Koninklijke Bibliotheek, II 1049, c. 96</hi><hi rend="italic CharOverride-2">v</hi><hi rend="CharOverride-2">), si trovano tutte e tre le possibilità insieme: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">Ophimacus. avis ignota. Ophimacus est animal quod serpentes pugnans. ophis enim serpens. mache pugna. Opiomace. lacerta.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Il polimorfismo di questo animale riemerge anche nelle grandi enciclopedie basso-medievali. Nelle opere di Vincenzo di Beauvais compare tre volte in tre forme diverse: come </hi><hi rend="italic CharOverride-2">lacerta</hi><hi rend="CharOverride-2"> nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Breve Vocabolarium</hi><hi rend="CharOverride-2"> dello </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Speculum Doctrinale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, tra gli uccelli nel sedicesimo libro dello </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Speculum Naturale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> e tra gli insetti (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">De vermibus</hi><hi rend="CharOverride-2">) nel ventesimo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Il domenicano ritiene che l’ultima sia l’interpretazione da preferire: per l’epoca si trattava della proposta più ‘aggiornata’, perché era stata elaborata da Tommaso di Cantimpré</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2">nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Liber de natura rerum</hi><hi rend="CharOverride-2"> IX, 30 (ed. Boese 1973, 306) e sviluppata da Alberto Magno nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">De animalibus </hi><hi rend="CharOverride-2">XXVI, 27 (ed. Stadler 1920, 1589), mettendo a frutto l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Historia Naturalis</hi><hi rend="CharOverride-2"> XI, 35 (ed. Borghini et alii 1983, 592-3), dove Plinio parlava di locuste che riuscivano a uccidere i serpenti mordendoli alla gola</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Se il riferimento all’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">opimachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> come </hi><hi rend="italic CharOverride-2">lacerta</hi><hi rend="CharOverride-2"> può essere considerato un puro trascinamento inerziale, significativo è il fatto che Vincenzo di Beauvais tenga a ricordare (e criticare) l’identificazione con l’uccello, interpretazione che doveva essere corrente e ampiamente diffusa. Pipino, glossando «papagallo», segue dunque una lettura tradizionale che considera l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus </hi><hi rend="CharOverride-2">un uccello: data la somiglianza funzionale con l’ibis-cicogna, è probabile che fossero passate all’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> anche le caratteristiche morfologiche dei due volatili</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Sicuramente Pipino lo considera un uccello bianco con le zampe rosse, come bianchi e con le zampe rosse/arancio sono solitamente raffigurati l’ibis e la cicogna. È possibile che questa sia la ragione per cui Pipino non usa il termine latino solitamente associato al pappagallo, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">psittacus</hi><hi rend="CharOverride-2">. Da Isidoro ([Isidoro di Siviglia] 1911, XII 7, 24) in avanti e in tutti i bestiari il piumaggio dello</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> psittacus</hi><hi rend="CharOverride-2"> è di colore verde con un collare di piume rosso; di conseguenza la descrizione che Marco dà della prima categoria di pappagalli non può riferirsi a uno</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> psittacus</hi><hi rend="CharOverride-2">. L’identificazione del pappagallo con l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> offre a Pipino l’occasione di riconoscere in un animale esotico un uccello di cui si sapeva poco o nulla.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">E l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> moderno? Ha qualche legame con l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus</hi><hi rend="CharOverride-2"> medievale? Probabilmente sì, ed è ragionevole credere che si sia caricato della valenza ulteriore di uccello esotico proprio grazie al testo di Pipino. Senza addentrarsi troppo a lungo nella complessa e intricata tradizione dei testi di biologia moderna, si segnala solo il primo capo del filo che unisce P ai naturalisti ottocenteschi, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Historia animalium</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Conrad Gessner. Pubblicata tra il 1551 e il 1558 in cinque volumi, costituisce una monumentale raccolta del sapere rinascimentale sugli animali: l’eclettica erudizione del professore svizzero fuse insieme opere classiche, cristiane e testimonianze dirette medievali e contemporanee. Nel volume che riguarda gli uccelli, il terzo, troviamo gli </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachi</hi><hi rend="CharOverride-2">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-2">EPIMACHOS pulcherrimos, psittacos et struthiones grandes provincia Abasiae fert, Paulus Venetus 3.45. Io(hannis) Ravisius</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> ophiomachum avem esse scribit quae serpentes impugnet (Gesnerius 1555, 369).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Gessner cita il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Paulus Venetus</hi><hi rend="CharOverride-2">) attraverso l’edizione di Johann Huttich realizzata per il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Novus Orbis</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Grynaeus del 1532</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="italic CharOverride-2">.</hi><hi rend="CharOverride-2"> In questa nuova e fortunatissima versione del testo poliano, l’identificazione tra epimaco e pappagallo (tradotto come </hi><hi rend="italic CharOverride-2">psittacus</hi><hi rend="CharOverride-2">) era saltata e l’epimaco era diventato un altro animale, diverso dal pappagallo, ma in qualche modo a esso accostabile. I naturalisti tra Sette e Ottocento fecero ampio uso dei loro predecessori rinascimentali, e probabilmente da Gessner – o da qualche altra raccolta – il biologo francese Georges Cuvier recuperò il termine</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> epimachus</hi><hi rend="CharOverride-2">. Ancora una volta il suo significato risulta trasparente: «nom grec d’un très-bel oiseau des Indes, d’espèce indéterminée» dice Cuvier (1817, 407, nota 3), anche se la parola greca di cui parla non è più ὀφιομάχος, ma ἐπίμαχος (pronto al combattimento, forse in riferimento alla somiglianza del becco con una falce). Da insetto biblico a uccello esotico, passando da animale salvifico, quello dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomacus</hi><hi rend="CharOverride-2"> è un caso emblematico delle continue trasformazioni e deformazioni, nel significato e nel significante, a cui poteva andare incontro un animale nel Medioevo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-2">Per quanto puntuali e circoscritti, i due esempi discussi mostrano come a più livelli e in vari momenti i lettori del </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement </hi><hi rend="CharOverride-2">si rapportarono all’opera, muovendosi tra il riconoscimento e lo straniamento, tra il bisogno di conciliare i dati nuovi con quelli tradizionali e l’impossibilità di farlo del tutto.</hi></p><p rend="h2" ><hi rend="CharOverride-2">Bibliografia </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Al-Rawi, Ahmed. 2017. “A Linguistic and Literary Examination of the Rukh Bird in Arab Culture.” </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Al-‘Arabiyya</hi><hi rend="CharOverride-2"> 50: 105-17.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Andreose, Alvise e Giuseppe Mascherpa. 2024. “Il </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement dou monde</hi><hi rend="CharOverride-2"> come problema filologico.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Marco Polo. Storia e mito di un incontro con l’Asia</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di Samuela Simion ed Eugenio Burgio, 131-63. Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Aristotele. 2002. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Aristotle, Historia Animalium. Book I-X</hi><hi rend="CharOverride-2">, volume I, edited by David M. Balme. Cambridge: Cambridge University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Barbieri, Alvaro. 1999. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Il </hi><hi rend="CharOverride-2">Milione</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> veneto. Ms. CM 211 della Biblioteca civica di Padova</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di Alvise Andreose, e Alvaro Barbieri. Venezia: Marsilio. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Beavis, Ian C. 1988. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Insects and Other Invertebrates in Classical Antiquity</hi><hi rend="CharOverride-2">. Exeter: University of Exeter Press. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://doi.org/10.5949/liverpool/9780859892841.001.0001</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Benedetto, Luigi Foscolo. 1928. Introduzione a </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Il Milione</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="italic CharOverride-2">di Marco Polo. Prima edizione integrale</hi><hi rend="CharOverride-2">. Firenze: Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Bertolucci Pizzorusso, Valeria. 2011. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Scritture di viaggio</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Relazioni di viaggiatori e altre testimonianze letterarie e documentarie</hi><hi rend="CharOverride-2">. Roma: Aracne.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Boese, Helmut. 1973</hi><hi rend="italic CharOverride-2">. 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Venezia: Edizioni Ca’ Foscari. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://DOI.org/10.30687/978-88-6969-439-4/005</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Burgio, Eugenio. 2024. “Le Asie di Marco Polo (descrivere le ‘diversità del mondo’).” In </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Marco Polo. Storia e mito di un incontro con l’Asia</hi><hi rend="CharOverride-2">, a cura di Samuela Simion, ed Eugenio Burgio, 309-38. Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Cardini, Franco. 1987. “I viaggi di religione, d’ambasceria e di mercatura fra XIII e XIV secolo.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Minima Mediaevalia</hi><hi rend="CharOverride-2"> a cura di Franco Cardini, 235-92. 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Un petit texte exégétique inédit du X</hi><hi rend="CharOverride-4" >e</hi><hi rend="CharOverride-2" > siècle.” </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >Archivum Latinitatis Medii Aevi</hi><hi rend="CharOverride-2" > 73: 149-77.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2" >Draelants, Isabelle. 2023a. “Les insectes au Moyen Âge. Orientation bibliographique.” </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >RursuSpicae</hi><hi rend="CharOverride-2" > 5 (en ligne). </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2" >https://doi.org/10.4000/rursuspicae.2756</hi></ref><hi rend="CharOverride-2" >   </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2" >Draelants, Isabelle. 2023b. “Aristote, Pline, Thomas de Cantimpré et Albert le Grand, entomologistes? 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Venezia: Edizioni Ca’ Foscari. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://doi.org/10.30687/978-88-6969-439-4/006</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2" >Stadler, Hermann herausgegeben von. 1920. </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >Albertus Magnus. De animalibus</hi><hi rend="CharOverride-2" >, Zweiter Band. Münster: Asghendorffsche Verlagsbughhandlung. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">http://albertusmagnus.uwaterloo.ca/Downloading.html</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (ultima consultazione: 07/10/2024)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2" >[Vincenzo de Beauvais]. 1624a</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >. Bibliotheca mundi seu Speculum maioris Vincentii Burgundi. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Tomus secundus, qui Speculum Doctrinale incscribitur</hi><hi rend="CharOverride-2">. Duaci. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://archive.org/details/bub_gb_ruQnJqKJOC8C/page/n39/mode/2up</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (ultima consultazione: 07/10/2024)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">[Vincenzo de Beauvais]. 1624b. </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Bibliotheca mundi Vincentii Burgundi. Speculum quadruplex, naturale, doctrinale, morale, historiale. Tomus primus</hi><hi rend="CharOverride-2">. Duaci. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://archive.org/details/bub_gb_6gtiTRkKt8IC/page/n810/mode/1up?view=theater</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> (ultima consultazione: 07/10/2024)</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-2">Wittkower, Rudolf. 1987. “Una meraviglia dell’Oriente in una incisione olandese: il Roc.” In Rudolf Wittkower, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Allegoria e migrazione di simboli</hi><hi rend="CharOverride-2">, 181-7. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Tengo a ringraziare in modo particolare Isabelle Draelants, che mi ha permesso di presentare il caso dell’epimaco-pappagallo nell’ambito dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Atelier des traduction</hi><hi rend="CharOverride-2"> organizzato presso l’IHRT (</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-2">https://ateliervdb.hypotheses.org/693</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> [ultima consultazione: 07/10/2024]). In questa occasione ho potuto approfondire meglio la questione e chiarire alcuni passaggi oscuri. L’articolo così com’è deve molto anche a Martina Dri, che mi ha suggerito alcuni glossari altomedievali in cui compariva l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">opimachus</hi><hi rend="CharOverride-2">, e a Grigory Vorobyev, che mi ha segnalato l’opera di Conrad Gessner come possibile tramite tra la traduzione di Pipino e i biologi ottocenteschi. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-019-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Casi di «bi-autorialità» sono frequenti nella letteratura odeporica sia nel mondo latino (Odorico da Pordenone-Guglielmo da Solagna, Niccolò de’ Conti-Poggio Bracciolini) che nel mondo arabo (Ibn Battûta-Ibn Djuzay) per cui si rimanda alla sintetica introduzione di Barbieri 1999, 24-8. La dialettica </hi><hi rend="italic CharOverride-2">auctor</hi><hi rend="CharOverride-2"> (Marco Polo) e </hi><hi rend="italic CharOverride-2">scriptor </hi><hi rend="CharOverride-2">(Rustichello da Pisa) nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Devisement </hi><hi rend="CharOverride-2">è stata più volte discussa da Valeria Bertolucci Pizzorusso, per cui si vedano i saggi ripubblicati in Bertolucci Pizzorusso 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Sull’ampia tradizione di P si rimanda a Dutschke 1993 e a Gadrat-Ouerfelli 2015, mentre un’analisi delle modalità traduttive e del rapporto con il modello si possono trovare in Burgio 2020 e Simion 2020. Per il testo si utilizzerà l’edizione interpretativa di Simion 2015 sul codice Firenze, Biblioteca Riccardiana, 983.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">L’accostamento paratattico legittima un certo dubbio sull’autorialità di questa identificazione: si tratta di una scelta di Pipino o di un’interpolazione successiva caduta a testo? Il primo caso permette di rispondere alla domanda. In uno dei passi in cui è presente l’accostamento (P I 62,7), il termine </hi><hi rend="italic CharOverride-2">herodii</hi><hi rend="CharOverride-2">, che solitamente glossa </hi><hi rend="italic CharOverride-2">falcones</hi><hi rend="CharOverride-2">, si ritrova da solo ed è quindi assai probabile che fosse stato previsto da Pipino per la sua traduzione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">F XXXVI 4; F LXX 8 (solo come termine di paragone); F CXLI 13; CLI 21. Il termine «epimaco» si trova in corrispondenza degli ultimi due passi, che riguardano la fauna esotica di due regioni che si affacciano sull’Oceano Indiano: </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Coilum</hi><hi rend="CharOverride-2"> (P III 31,8) e </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Abascia</hi><hi rend="CharOverride-2"> (P III 45,4).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Nella tradizione di P, alcuni manoscritti dipendenti da un comune modello hanno la forma </hi><hi rend="italic CharOverride-2">optimaci</hi><hi rend="CharOverride-2"> (cfr. per esempio il ms. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conventi Soppressi C.VII.1170, c. 62</hi><hi rend="italic CharOverride-2">v</hi><hi rend="CharOverride-2">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Per un quadro delle occorrenze dei quattro termini e dei differenti significati si rimanda a Beavis 1988, 62-78, che li classifica come vari nomi dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">akris</hi><hi rend="CharOverride-2">/</hi><hi rend="italic CharOverride-2">locusta</hi><hi rend="CharOverride-2">. Il greco </hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophiomachus </hi><hi rend="CharOverride-2">(n. XXIII) tradurrebbe l’ebraico </hi><hi rend="italic CharOverride-2">chargol</hi><hi rend="CharOverride-2">, identificato come «one of the large green bush-crickets of the region such as </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Tettigonia viridissima </hi><hi rend="CharOverride-2">or the carnivorous </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Saga viridis</hi><hi rend="CharOverride-2">» (Beavis 1998, 69).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Il termine può ben rientrare nella categoria degli «zoonimi esotici» analizzata da Lagomarsini 2022, a cui si rimanda per un quadro generale dei problemi posti ai lettori e traduttori della Bibbia da passi simili.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Come ricorda Pastoureau (2012, 8), la categoria di insetto non era conosciuta dai medievali che utilizzavano raggruppamenti diversi (vermi e ragni): per una bibliografia sul tema Draelants 2023a. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">La questione terminologica è specchio di una certa indefinitezza sostanziale, che si impone a chiunque affronti la scienza naturale antica e medievale, partendo da categorie post-linneane. Una distinzione netta tra uccelli e insetti dotati di ali è meno evidente di quanto sembri: solitamente i primi avevano uno spazio apposito nei bestiari, mentre i secondi erano inseriti sotto la categoria dei vermi (si veda il caso di Vincenzo di Beauvais presentato più avanti), ma erano possibili passaggi dall’uno all’altra categoria. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Ma gli esempi di confusione tra i due animali sono frequenti: il caso più articolato è in Bartolomeo Anglico, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">De proprietatibus rerum</hi><hi rend="CharOverride-2"> XII, 8 (ed. Pontanus 1601, 528): «Ciconia vel Ibis est avis fluvialis, quae seipsam purgat rostro suo […] Haec avis serpentum ovis vescitur […] serpentibus est inimica, rostro enim eos percutit et interfecit et quandoque devorat et reglutit. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Humanam frequentiam et societatem diligit, et ideo nidificare super domos ab hominibus inhabitatas consuevit […]». </hi><hi rend="CharOverride-2">Non mancava però chi li distingueva: si veda fra tutti la discussione di Tommaso di Cantimpré nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Liber de natura rerum</hi><hi rend="CharOverride-2"> V, 63 (ed. Boese 1973, 209): «Dicunt nonnulli hanc avem [</hi><hi rend="italic CharOverride-2">i.e. ibicem</hi><hi rend="CharOverride-2">] esse ciconiam. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Sed si hoc verum est, mirum, quare auctores differentias posuerunt inter ciconias et aves ibices. Mentiuntur plane qui aves ibices dicunt idem quod ciconias, nisi forte dicant genus esse ciconiarum non consuetum videri in nostro orbe Europe, quia Plinius de ibicibus dicit, quod rostrum aduncum habeant, quod utique falsum est de ciconiis, que rostrum longum directum et acutum in summitate habent et non habent aduncum».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Per esempio: Karlsruhe, Badische Landesbibliothek, Aug. 99, c. 38</hi><hi rend="italic CharOverride-2">v</hi><hi rend="CharOverride-2"> (VIII ex. sec.): «Ophimacus. </hi><hi rend="CharOverride-2" >Corcodrillus»; Sankt Gallen, Stiftsbibliothek 295, p. 127 (IX ex. sec.): «Opimachus contra serpentes est pugnans. Attagus et opimachus igno(ta) nobis sunt animalia»; Bern, Burgerbibliothek, cod. 258, c. 18</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >v</hi><hi rend="CharOverride-2" > (X sec.): «Opimachus. ignota».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >Per esempio: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 1469, c. 88</hi><hi rend="italic CharOverride-2" >r</hi><hi rend="CharOverride-2" > (X/XI sec.): «Caradrion. attacus. opimachus. ignotae aves»; </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >Lexicon Monacense anonymum </hi><hi rend="CharOverride-2" >(XII sec.: ed. Lunardi 2009, 200): «24. Opimachus, avis contra serpentes pugnans».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >Per esempio: Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, C 243 inf., c. 442 (IX sec.): «Opimacus est co&lt;r&gt;codrillus bestia in flumine similis lacertae et sub aspectu mutat colores»; Leiden, Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Voss. Lat. F. 24 (IX ex. sec.): «Opimachus.</hi><hi rend="CharOverride-5" > </hi><hi rend="CharOverride-2">Corcodrillus. bestiae in flumine similis lacerte sed maior ita ut homines manducet». Ma anche nel </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Liber Glossarum</hi><hi rend="CharOverride-2"> (ed. Grondeux, Cinato 2016) si trovano due lemmi riferiti all’animale: OB355: «Obpimacem: lacertam»; OP202: «Opimace: lacerta». Come proposto da Delmulle 2015, 165-6, questa interpretazione sorse probabilmente per una sovrapposizione con il lemma successivo nei manoscritti in cui il termine era lasciato senza spiegazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">«Opimachus: lacerta».</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2" >([Vincenzo de Beauvais] 1624a, 63, </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >Speculum Doctrinale</hi><hi rend="CharOverride-2" >, I 59).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >«Ophimachus est contrarius serpentibus, et pugnat cum eis. Ophis enim serpens, machus pugnans». E poi interviene Vincenzo: «Ophimachus (ut in Levitico legitur) est</hi><hi rend="CharOverride-5" > </hi><hi rend="CharOverride-2" >ex volucribus immundis secundum legem, ex his videlicet, que gradiuntur quidem super quatuor pedes, sed habent longiora retro crura per quae saliunt super terram. Aestimo autem hunc inter volatilia minuta</hi><hi rend="CharOverride-5" > </hi><hi rend="CharOverride-2" >debere numerari, sicut bruchum et locustam, quae sunt eiusdem generis, sicut ibidem legitur».</hi><hi rend="italic CharOverride-2" > </hi><hi rend="CharOverride-2" >([Vincenzo de Beauvais] 1624b, 1220, </hi><hi rend="italic CharOverride-2" >Speculum Naturale</hi><hi rend="CharOverride-2" > XVI 114).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2" >«Ophimachus est vermis corpore admodum exiguus, sed audacia animi et ingenio robustus nimis. </hi><hi rend="CharOverride-2">Dicitur autem cum serpentibus habere certamen, et ingenio praeliandi vitam defendere. Cumque corpore sit exiguus, ac viribus impar, exercitio tamen pugnae serpentem vincit fortiorem se, vivitque securus audacia potius, quam naturali fortitudine». E poi interviene l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">auctor</hi><hi rend="CharOverride-2"> che discute: «Hunc tamen quia in Levitico inter volatilia</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-2">numeratur, superius inter volucres</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-2">deputavimus, ibique nonnulla de illo inseruimus. Sed quia corpore (ut dictum est) admodum exiguus est, rectius arbitror eum sicut apes et muscas in numero vermium</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-2">esse deputandum».</hi><hi rend="italic CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-2">([Vincenzo de Beauvais] 1624b, 1543, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Speculum Naturale</hi><hi rend="CharOverride-2"> XX 149).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">La notizia a sua volta derivava da Aristotele, </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Historia Animalium, </hi><hi rend="CharOverride-2">IX, 612a, 34-5 (2002, 403): per un quadro complessivo dei rapporti tra i due enciclopedisti e la tradizione classica si veda Draelants 2023b.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Non ho potuto trovare alcuna rappresentazione dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ophimachus </hi><hi rend="CharOverride-2">come uccello in epoca medievale: la più antica è quella che compare nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Ortus Sanitatis </hi><hi rend="CharOverride-2">(1491, c. 324</hi><hi rend="italic CharOverride-2">r</hi><hi rend="CharOverride-2">), che sotto il testo dello </hi><hi rend="italic CharOverride-2">Speculum Naturale</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Vincenzo di Beauvais raffigura l’animale come una sorta di cicogna.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Jean Tixier de Ravisi, umanista francese, scrisse un dizionario enciclopedico, l’</hi><hi rend="italic CharOverride-2">Officina vel potius Naturae Historia</hi><hi rend="CharOverride-2"> (cfr. Tixier 1538, 333: «Ophiomachus avis est dimicans in serpentes unde accepit nomen»).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="_0_17_119-130.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-2">Gli </hi><hi rend="italic CharOverride-2">epimachi</hi><hi rend="CharOverride-2"> compaiono solo nel passo corrispondente a P III 45: «Habet psitacos et epimachos pulcherrimos» (Grynaeus 1532, 363), mentre a P III 31 si leggeva: «Nam inveniuntur illic leones nigri, psitaci seu papagalli albi cum pedibus et rostris rubeis» (Grynaeus 1532, 358). </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" ><hi>Carlo Giovanni Calloni, Ca’ Foscari University of Venice, Italy, carlo.calloni@hotmail.com, </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>0000-0003-1196-8773</hi></ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Referee List (DOI 1</hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list"><hi>0.36253/fup_referee_list</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_polices" ><hi>Best Practice in Scholarly Publishing (DOI </hi><ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice"><hi>10.36253/fup_best_practice</hi></ref><hi>)</hi></p><p rend="editorial_metadata_book" ><hi>Carlo Giovanni Calloni, </hi><hi rend="italic">Alle prese con l’ignoto: il ruc e i pappagalli. Un gioco di memory tra il </hi><hi>Devisement dou monde</hi><hi rend="italic"> e la sua traduzione latina vulgata</hi><hi>, © Author(s), </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>CC BY-SA</hi></ref><hi>, DOI </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>10.36253/979-12-215-0602-0.14</hi></ref><hi>, in Caterina Bellenzier, Carolina Borrelli, Matteo Cesena, Giandomenico Tripodi (edited by), Hic abundant leones</hi><hi rend="CharOverride-6">. </hi><hi rend="italic">Uomo e natura nei testi mediolatini e romanzi. Atti del Convegno dottorale, Università degli Studi di Siena (27-28 settembre 2023)</hi><hi>, pp. -</hi><hi>13</hi><hi>, 2024, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0602-0, DOI </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi>10.36253/979-12-215-0602-0</hi></ref></p>
      
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