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        <title type="main" level="a">Giovanni Cherubini nella medievistica fiorentina</title>
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            <forename>Franco</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Giovanni Cherubini. Il profilo, gli studi, l'eredità intellettuale</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0615-0</idno>) by </resp>
          <name>Paolo Nanni, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.04</idno>
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        <p>Il contributo inquadra il percorso scientifico di Giovanni Cherubini nell’ambito della scuola medievistica fiorentina che rintraccia le sue origini nel magistero di Gaetano Salvemini e di Ernesto Sestan, e ne traccia le relazioni con i molti studiosi che dagli anni sessanta sono stati protagonisti, nell’Ateneo e non solo, degli studi sul medioevo europeo e mediterraneo.</p>
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            <item>Giovanni Cherubini</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.04" /></p>
      <div><head>Giovanni Cherubini nella medievistica fiorentina</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Franco Cardini</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Casentinese di nascita – alla sua Pàrtina, piccola località presso Bibbiena, era molto affezionato – ma ormai fiorentino d’adozione, Giovanni Cherubini cominciò giovanissimo il suo insegnamento nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze nella seconda metà degli Anni Sessanta. Allievo e assistente di Ernesto Sestan, poi collaboratore strettissimo dell’indimenticabile Elio Conti, lavorò ininterrottamente nella ‘sua’ Facoltà di Lettere fino al pensionamento, redigendo molte decine di apprezzate monografie scientifiche e un numero altissimo di saggi e di relazioni congressuali. Si può dire fosse erede diretto del metodo scientifico inaugurato da Gaetano Salvemini e da Gioacchino Volpe: raccolto e proseguito, sia pure in innovativa reinterpretazione, ben più integralmente di quanto non facesse il suo Maestro Ernesto Sestan, gli orizzonti del quale – ispirati a un nobilissimo eclettismo ‘mitteleuropeo’ di segno soprattutto weberiano –, investivano anche la storia moderna. È divenuta proverbiale la sua replica alle peraltro cordiali critiche mossegli, in sede di discussione della sua tesi di laurea, da parte di Renato Piattoli, che pur ampiamente lodandolo aveva osservato: «Qualche volta Lei caggeseggia», con allusione allo storico Romolo Caggese, socialista e marxista oltre che meridionalista prima della sua peraltro ambigua scelta di fiancheggiare il fascismo. «Casomai volpeggio», rispose Cherubini con quel suo ampio sorriso che lo avrebbe reso celebre, fra le altre cose, presso gli amici e gli studenti. L’allusione, segno di libertà intellettuale e non priva, fra Anni Cinquanta e Sessanta, di qualche rischio, aveva ovviamente come oggetto Gioacchino Volpe, fratello-coltello di Salvemini: riferirsi al quale non era considerato in quel torno di tempo granché </hi><hi rend="italic">politically correct </hi><hi rend="CharOverride-1">anche se tale espressione inglese non era allora usata. D’altronde, Cherubini sapeva bene che il riferimento volpiano non sarebbe affatto dispiaciuto a Sestan, che di Volpe era stato stretto collaboratore e del di lui figlio Giovanni amico, per quanto nell’ultimo periodo della vita di entrambi una forte divergenza politica li avesse in qualche modo allontanati. Ricordo queste cose come personalmente ‘testimone’ dei loro rapporti: a metà Anni Settanta Giovanni Volpe, che finanziava e guidava una sua casa editrice, pubblicò un mio lavoro dedicato a San Bernardo e all’Ordine templare; e Sestan, che non aveva mediato in alcun modo il mio incontro con il suo vecchio amico, ebbe la generosità di commentare in termini favorevoli e incoraggianti sia quel libro, sia quell’iniziativa che gli forniva il modo di riallacciare con qualche breve messaggio l’antico rapporto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A sua volta ‘marxista’ molto cauto e critico sotto il profilo storiografico, Cherubini – persona aperta e cordiale, simpaticamente energica e anche perciò non priva di qualche angolosità caratteriale –, oltre che negli studi fu impegnato nella vita sociale e politica: militante critico ma fedele e convinto del Partito Socialista, assolse per anni senza personali ambizioni ma con intelligente e intensa convinzione il ruolo di consigliere comunale e quindi d’assessore nel comune in cui risiedeva, Bagno a Ripoli, nel ‘Levante’ fiorentino, chiave e snodo viario e culturale tra il Chianti e il medio-alto Valdarno. Alcuni dei migliori medievisti della generazione degli attuali cinquanta-settantenni sono stati suoi allievi, diretti o indiretti: fra gli altri, oltre al compianto Riccardo Francovich, anche studiosi oggi ben noti quali Maria Serena Mazzi, Sergio Raveggi, Andrea Zorzi, Franco Franceschi, Giovanni Ciappelli, Duccio Balestracci, Gabriella Piccinni, Paolo Nanni, Andrea Barlucchi e molti altri. Oltre al suo valore come studioso, apprezzata era anche la sua indole cordiale ed aperta che lo induceva spontaneamente, senza affettazione, a istituire rapporti di amicizia franca e cordiale con gli ‘scolari’: rapporti che, oltre alle cene e alle frequenti ‘gite d’istruzione’ (che finivano regolarmente a tavola), prevedevano talora – almeno fin quando l’età non cominciò a farsi un po’ troppo avvertire – anche allegre partite di </hi><hi rend="italic">football </hi><hi rend="CharOverride-1">(o, come Giovanni preferiva dire, ‘di pallone’).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli ultimi anni, tuttavia, le sue condizioni di salute lo avevano indotto a tirarsi in disparte. Il cordoglio del mondo degli studi storici italiani ed europei per la sua scomparsa è stato unanime e profondo. Ma dal canto mio, in queste poche pagine, non voglio per nulla conferire alle mie parole un carattere né commemorativo, da ‘coccodrillo’ giornalistico, né accademico, da orazione </hi><hi rend="italic">in memoriam, </hi><hi rend="CharOverride-1">né troppo personalistico, da </hi><hi rend="italic">amarcord. </hi><hi rend="CharOverride-1">I miei rapporti con Giovanni cominciarono fra ’66 e ’67, più o meno quando cominciarono anche quelli fra lui e il nostro comune amico Giuliano Pinto. Eravamo reduci di fresco, Giuliano ed io, dal servizio militare, assolto più o meno negli stessi mesi e con le analoghe funzioni di grado: sottotenenti, di ‘cavalleria’ (cioè del corpo carristi) lui, d’aeronautica io. Ci avvicinammo entrambi ai seminari di Sestan proponendoci e proponendogli, con la massima discrezione, di continuare i nostri studi sotto la sua guida. Io, qualche anno più anziano di Giuliano, lo feci per primo: e per questo ricevetti dal maestro la qualifica – ch’era ufficiale e formale, ancorché non retribuita – di ‘assistente volontario’. Si trattava di un passo che il Maestro non amava compiere, ben sapendo che un ‘assistente volontario’ finiva sempre in un modo o nell’altro per coltivare ambizioni di cattedratico: e, come più tardi venni a sapere, la mia richiesta (pur mantenuta nei limiti del rispetto e della cautela più rigorosi) non aveva mancato di turbarlo un po’. Decise comunque di darmi fiducia e, come mi avrebbe dimostrato, non ebbe per fortuna a pentirsene: o quanto meno fece in modo di non darlo a vedere. Ma Giuliano, forse anche dato quel precedente, si astenne sempre dall’avanzare a sua volta una candidatura alla quale avrebbe avuto ampio diritto. Del resto, di lì a poco, ‘ebbe inizio il Sessantotto’, che durò a lungo; Sestan, data l’immatura scomparsa di Delio Cantimori nel ’66 e i tempi nuovi che non troppo serenamente si annunziavano, dovette passare alla presidenza della Facoltà e all’insegnamento di Storia moderna (peraltro, era un settecentista straordinariamente raffinato: e io, vecchio mozartiano, avevo avuto modo di apprenderlo subito). Il suo successore sulla cattedra di Storia medievale, l’indimenticabile Elio Conti, si annunziava – data fra l’altro la sua straordinaria timidezza – un po’ àlgido e lontano. Non era affatto così: e lo avremmo imparato ben presto; ma in quei mesi d’incerto mutamento di clima così appariva. In realtà, anche a Conti si sarebbe potuta esattamente attagliare la definizione che Giacchino Volpe aveva formulato a proposito di Sestan: «Polpa saporita sotto ruvida scorza».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Conti, allievo di Morandi, aveva ereditato una scuola metodologica rigorosa: traduttore attento delle opere di Karl Marx, ne aveva ricavato un senso critico e un rifiuto di ideologie e dogmatismi che ne facevano un’eccezione rara nel panorama della storiografia successiva alla Seconda guerra mondiale, attestata sul marxismo sia pure nelle sue varie articolazioni o fedele all’idealismo crociano. Già studioso finissimo del mondo socialista primonovecentesco e autore di una monografia ancor oggi considerata classica sulle campagne toscane dell’Anno Mille, si era immerso poi in uno studio letteralmente oceanico delle centinaia di volumi delle ‘portate’ e dei ‘campioni’ del catasto fiorentino del Quattrocento: condividendo sia pure con originalissima libertà le tesi della ‘storia seriale’ care a Pierre Chaunu, dopo un intenso periodo di lavoro quale archivista di stato aveva messo a punto un sistema di schedatura delle ‘portate’ catastali tanto accurato quanto raffinato, che aveva indotto un Maestro degli studi medievistici come Ovidio Capitani a definire ammirato la sua impresa «una ricerca d’</hi><hi rend="italic">équipe </hi><hi rend="CharOverride-1">condotta da una persona sola». Ora che possediamo quanto di tale impresa fu pubblicato insieme alle preziose carte sulle quali continua a lavorare un’</hi><hi rend="italic">équipe </hi><hi rend="CharOverride-1">animata dai suoi familiari e dai suoi allievi migliori e più fedeli, c’è davvero da chiedersi a quali risultati avrebbe potuto giungere se avesse potuto giovarsi dei metodi e degli strumenti che al giorno d’oggi l’informatica mette a nostra disposizione. Ma, dopo una vita segnata da incidenti e da una salute profondamente minata – che pure fino all’ultimo contrastava con il suo aspetto giovanile ed elegante – egli ci lasciò purtroppo appena sessantenne, nel 1985.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di assistere per alcuni anni alle lezioni tenute e di partecipare al tempo stesso alle sedute seminariali dirette da Sestan, non ha mai potuto dimenticare quel suo straordinario equilibrio tra un’esposizione al tempo stesso limpidamente lineare e profondamente problematica e una prospettiva critica mai deterministica, sempre vigile e articolata: ma il Maestro trentino era un autentico fuoriclasse, uno degli studiosi europei tra i più dotati e reputati del suo tempo. Con il magistero di Conti ci si accorse subito che molto era cambiato: era il rinnovamento di quegli anni tra Sessanta e Settanta, certo, e magari anche l’eco di quel che in quel torno di tempo stava maturando specie in Francia ed era già sfociato nella </hi><hi rend="italic">Nouvelle Histoire</hi><hi rend="CharOverride-1">: ma c’era concettualmente e metodologicamente senza dubbio qualcosa di più. C’era il disincanto, spinto fino all’impazienza, nei confronti di quel tanto ancora di retorico e di convenzionale che indugiava tra le pieghe d’una storiografia sussiegosa ma in fondo ancor timidamente attardata nel sottobosco dell’idealismo hegeliano crociano (o, implicitamente, anche marxiano) o velleitarissimamente tentata dagli orizzonti e dalle sollecitazioni socio storiografiche provenienti da oltreoceano. Conti andava talvolta spazientito per le spicce dinanzi a quel che gli appariva vecchio e accademico o che emanava il sentore anche lontano di un’astuzia da ‘venditori di fumo’, ed era rigoroso nell’imporci il rispetto delle fonti e l’ascolto primario quando addirittura non esclusivo delle loro voci, giungendo a suggerirci quella che in musicologia si definirebbe una ‘inversione del cànone’: cioè, al contrario d’una pratica euristico-critica credo ancora molto diffusa (e lo dico, esponendomi al ludibrio, anche a titolo se non abituale quanto meno frequente), leggere sull’argomento di studio preliminarmente ben circoscritto prima le fonti primarie, quindi le secondarie e solo allora la letteratura moderna. Un metodo faticoso, che richiede comunque una vasta preliminare competenza panoramica, ma che alla lunga raggiunge risultati «che intender non </hi><hi rend="italic">li </hi><hi rend="CharOverride-1">può chi non </hi><hi rend="italic">li </hi><hi rend="CharOverride-1">prova».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dal canto suo Giovanni, ormai </hi><hi rend="italic">de facto </hi><hi rend="CharOverride-1">‘assistente sul campo’ di Ernesto Sestan a metà Anni Sessanta con l’autorevolezza dei suoi trent’anni (!) compiuti da poco e passato assistente di ruolo a partire dal 1968 – allorché il Maestro era stato chiamato a succedere all’amico Delio Cantimori (un’altra scomparsa prematura, prima di quella di Conti!) alla cattedra fiorentina di Storia moderna –, era un ammiratore sincero e devoto della rigorosa opera contiana, ma al tempo stesso proseguiva i suoi studi nel solco autorevole di quella storia ‘economico-giuridica’ desunta dai modelli salveminiano e volpiano e non estranea del resto allo stesso Sestan, che pure grazie anche alla sua perfetta conoscenza dell’idioma tedesco e della storiografia germanica l’aveva resa più ricca e flessibile, immettendovi un attento interesse anche teoretico-metodologico di natura storiografica nel quale si discerneva con chiarezza il magistero di Max Weber e il fascino, ma anche la convinzione, delle tesi weberiane relative al ‘disincanto’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma torniamo a Cherubini che, assistente di Elio Conti, fu per noi più giovani un mediatore e un punto di riferimento prezioso: e con lui si cimentò anche su temi storici e storiografici di ampio respiro, tutt’altro che legati alla ‘storia locale’ o alla ‘pura (ed esclusiva) ricerca d’archivio’ che pure erano un legittimo vanto – ma sovente anche un limite – di una parte dei docenti universitari di storia fiorentini e toscani (e non solo), probi e valorosi ma (come usava osservare con la sua ruvida bonarietà Ernesto Sestan) ‘di corto respiro’ e magari ‘di vista corta’. Giovanni viceversa, fedele alle sue ricerche di taglio socioeconomico e dedicate soprattutto alle ‘sue’ campagne toscane in genere, magari casentinesi e valdarnine in particolare, seguiva con impegno ed entusiasmo le avventure contiane sulle strade maestre, ma anche sui sentieri e sui viottoli, d’una storia medievale non solo fiorentina e toscana ma italiana ed addirittura europea. Ne nacquero fra Anni Sessanta ed Anni Settanta – i medesimi della contestazione universitaria, delle occupazioni e addirittura del terrorismo –, sovente anche con un impegno e un coraggio talora addirittura fisico (Elio Conti anche in ciò era Maestro moralmente parlando inflessibile), corsi che alla fine dell’anno accademico si traducevano regolarmente in ponderosi volumi che l’austera povertà di mezzi del tempo non ci permetteva di raccogliere se non nella forma di dispense ciclostilate e rilegate, che solo un po’ più tardi assunsero la forma più comoda e più funzionale – accolta come un lusso e una novità arcimoderna – della fotocopia. Alcuni di questi volumi sono sopravvissuti e restano ormai veri e propri cimeli: limitiamoci a ricordare in questa sede quelli – forse più riusciti – dedicati alla storia delle eresie (ancora un </hi><hi rend="italic">top </hi><hi rend="CharOverride-1">storiografico) e alla Morte Nera, nonché in generale alle epidemie di peste tardomedievali. Giovanni desunse da quest’esperienza una seria, equilibrata ma anche solida passione per la storia generale, tanto per lo studiarla quanto per il raccontarla: e ne nacquero una serie di monografie e saggi sulle strutture e le vicende della storia agraria europea parte dei quali sta ripubblicando la “Rivista di storia dell’agricoltura” e che a mio avviso andrebbero riuniti in un volume il quale sarebbe esemplare del suo metodo – caro anche a Sestan –, consistente nello studiare un argomento ampio non tanto dilatandolo con successivi aggiustamenti, quanto aggredendolo da più parti e in tempi diversi, con una serie di ‘monografie preparatorie’ che, viste in prospettiva, lasciano il dubbio se esser nate come tali e soltanto in un secondo momento divise e integrate per servire a un più ampio e profondo esame; oppure se fino dall’inizio servivano, sia pur in intenzioni non sempre chiare e distinte fin dalle prime battute, a una strategia dell’approfondimento e dell’ampliamento di programmi e di orizzonti come si sarebbe potuto col tempo delineare. Certo è che in uno studioso come lui, salveminianamente alieno dalle teorizzazioni – anche se meno insofferente rispetto alle ricostruzioni storiografiche di quanto non sembrino essere stati (e, anche loro, più nelle dichiarazioni esplicite che non nella sostanza pratica come tale verificabile) un Salvemini o un Conti – e poco incline anche alle polemiche – a meno che non si trattasse di questioni di fondo e che non ci fosse tirato, come si dice, ‘per i capelli’ –, la ricerca, in se stessa e in rapporto continuo e indispensabile con l’insegnamento, si programmava, si costruiva e si articolava senza dubbio sulla base di un panorama concettuale ampio e tutt’altro che improvvisato, ma altresì su quella di un impegno continuo, quotidiano, aperto anche a ogni sorta d’imprevisti, sensibile ad esigenze che talvolta non riguardavano neppure tanto lui in prima persona, quanto semmai Maestri, amici, colleghi, corrispondenti o allievi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nei lunghi anni di lavoro comune tra metà degli Anni Sessanta e metà Anni Ottanta – quando, nonostante i miei abbastanza lunghi periodi di </hi><hi rend="italic">stage </hi><hi rend="CharOverride-1">all’estero, collaboravamo entrambi a corsi e seminari che talvolta erano gli stessi, talaltra paralleli (le nostre sedi d’insegnamento almeno dal 1970-71 furono, sia pur sempre a Firenze, nella Facoltà di Lettere e Filosofia la sua, in quella di Magistero la mia) ed avevamo non di rado i medesimi allievi che si alternavano o che ci scambiavamo – mi è capitato spesso, all’Archivio di Stato allora ancor nella gloriosa sede storica degli Uffizi oppure in Biblioteca Nazionale, sentirgli dire che era ‘costretto’ a seguire questo o quell’argomento, a consultare questo o quel fondo, perché ‘doveva’ aiutare un laureando o una laureanda che, in difficoltà, gli aveva chiesto chiarimenti ch’egli non era in grado di adeguatamente fornire: anche se, a quel tipo di servizio, egli era tutt’altro che obbligato come docente e il farlo gli costava preziosi giorni di lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un contesto che prediligeva la ‘storia patria’ e la ‘storia locale’ come quello di qualche decennio fa, non erano comunque in molti – stiamo parlando di un buon mezzo secolo fa e oltre – a cimentarsi con le questioni più generali. I pochi che scoprivano una passione o un interesse in tale senso, e che ne avevano la capacità, il coraggio, la costanza e la relativa strumentazione metodologico-linguistica, preferivano partire al riguardo – diciamolo dantescamente – ‘dal cerchio al centro’: affrontando cioè prima le questioni generali con un taglio molto ampio (e con il pericolo, di solito cosciente, della genericità) per poi arrivare a circoscrivere meglio la loro materia di studio. Tale fu sulle prime, lo riconosco, la mia scelta (e il mio errore, almeno in parte rimproveratomi da Sestan): l’essermi buttato allo sbaraglio, da lettore dei grandi romanzi storici e dei libri di viaggio dell’Ottocento europeo (ma anche di Scott e di Salgari), affrontando la ‘grande’ – nel senso di ampia – storia generale. Avevo poco più di trent’anni quando ebbi l’ardire di sfidare la </hi><hi rend="italic">res publica studiorum </hi><hi rend="CharOverride-1">scrivendo un libro di storia generale delle crociate che arrivava fino al Settecento e quasi fino al Novecento: in fondo mi andò benino (me la cavai con qualche tirata d’orecchie recensoriale), ma scoprii più tardi che quella scelta avventata, che il mio Maestro aveva sconsigliato con decisione ma anche col suo abituale rispetto per i pareri altrui, mi aveva in parte allontanato dalla ricerca documentaria di prima mano (magari perché, al contrario di Giovanni, i temi storiografici e addirittura teoretico-filosofici mi appassionavano) e aveva quasi compromesso sul nascere la mia ‘carriera’ universitaria, che ne fu comunque se non altro ritardata e per correggere la quale fui costretto a rimettere a fuoco, non senza fatica, molti miei interessi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni aveva invece con sicurezza (che a me poteva allora sembrare anche – e non lo era affatto – un po’ troppo ‘conformistica’ se non addirittura ‘opportunistica’, visto il contesto nel quale ci stavamo movendo) imboccato la via, metodologicamente parlando, opposta e senza dubbio più corretta della mia, procedendo ‘dal centro al cerchio’, dai casi particolari individuati con chiarezza e studiati con attenzione monografica alle sintesi organiche, appoggiate a un’esemplificazione se non completa quanto meno ampia ed esauriente: e i risultati del suo lavoro ne dimostrano la correttezza. Questo metodo, che in àmbiti storiograficamente diversi dai suoi cominciai a mia volta abbastanza presto a sperimentare seguendo </hi><hi rend="italic">mutatis mutandis </hi><hi rend="CharOverride-1">il suo esempio e il modello offertomi da Sestan e da Maestri fiorentini quali Guido Pampaloni e Arnaldo D’Addario, giovò ad entrambi per un’intensa fatica comune: quella della redazione a metà Anni Settanta di una linea di manuali per le secondarie superiori, edita dalla gloriosa fiorentina Sansoni, che riscosse un certo successo e fu nel complesso positivamente apprezzata, per quanto nascesse ‘controcorrente’, al tempo in cui furoreggiava la fondamentale opera in dieci volumi </hi><hi rend="italic">Il materiale e l’immaginario </hi><hi rend="CharOverride-1">di Remo Ceserani e Lidia de Federicis (Loescher 1979): un mastodonte didattico peraltro prezioso per molti versi, come ben sa chi lo conserva ancora nella sua libreria di casa, ma il successo del quale fu tanto trascinante sulle prime quanto effimero nel tempo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Va detto comunque a questo punto, e per meglio chiarire un </hi><hi rend="italic">iter </hi><hi rend="CharOverride-1">che sulle prime potrebbe sembrare incerto a chi si accingesse a considerare in modo critico la vasta bibliografia cherubiniana, che la vicinanza di Ernesto Sestan che ‘da subito’ (vale a dire nello scorcio tra Anni Cinquanta e Anni Sessanta, quando il poco più che ventenne scolaro casentinese si era avvicinato al Maestro trentino) ne aveva prima intuito quindi valutato ‘sul campo’ la potenzialità scientifica e culturale, nonché l’opportunità casualmente postagli a disposizione dall’inizio di un rapporto collaborativo con l’editore Sansoni – un’occasione ignoro se ed esclusivamente propostagli dallo stesso Sestan o favorita da altre componenti – lo aveva comunque spinto, quasi obbligato, ad allargare il raggio dei suoi interessi conferendogli anche un vero e proprio taglio professionale non solo come studioso ma altresì, nella sostanza, come pubblicista o addirittura </hi><hi rend="italic">tout court </hi><hi rend="CharOverride-1">come scrittore. Erano, quelli, tempi nei quali, a differenza di quanto oggi accade, chi aspirasse ad avviare una carriera accademica o anche soltanto una d’insegnante negli istituti superiori veniva guardato con sospetto e con severità se e nella misura in cui si dava anche solo saltuariamente alla collaborazione con riviste, quotidiani e insomma con organi ‘divulgativi’, per non parlare della radio (la TV era ancora fuori dalla portata più comune). Sestan sia pure con misura e con riserbo, si era trovato a sperimentare quelle strade: ma a lui, un ‘Mostro sacro’ della nostra cultura accademica al pari di un Cantimori, di un Garin o di un Longhi, queste cose erano consentite. E Sestan fece in modo che, anche per esserne coadiuvato in un lavoro che espletato con serietà era serio e di non lieve impegno, il neolaureato lo affiancasse nella redazione degli ottimi contributi (molto più che non semplicemente ‘divulgativi’) sulla rivista “Tuttitalia”, sulle colonne della quale egli debuttò ventisettenne nel 1963 con un articolo d’una decina di pagine dedicato alla storia rurale sì, ma della Calabria firmato dallo pseudonimo di sapore dantesco-anticonformista (ma badate!, il Sessantotto era ancora lontano e inimmaginabile) di ‘Vanni Contra’. Va detto che in quel medesimo anno, a riprova di un impegno scientifico a sua volta inaugurale, usciva un suo saggio impegnativo – una quarantina di pagine – sull’“Archivio Storico Italiano”, che lo avrebbe avuto nei circa cinque decenni successivi suo assiduo collaboratore almeno fino al 2008. Si trattava, ed era (lo è ancora) un ‘caso classico’, di una sintesi di parte della sua tesi di laurea, che prendeva il titolo di </hi><hi rend="italic">Aspetti della proprietà fondiaria fiorentina nell’aretino durante il XIII secolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lì, sia pure con qualche acerba giovanile ingenuità, c’era tutto il grande Giovanni Cherubini di tutta la sua vita. Significativo del suo impegno scientifico e della sua carriera il fatto che tra i suoi ultimi scritti – come sovente accade nelle carriere degli studiosi – gli ultimi siano dedicati a </hi><hi rend="italic">Premesse, Presentazioni, Note </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic">Conclusioni </hi><hi rend="CharOverride-1">che in qualche modo riguardano Maestri diretti o indiretti (da Sestan a Niccolò Rodolico, a Gina Fasoli, a Wilhelm Kurze, a Nicola Ottokar, a Cinzio Violante) oppure amici, colleghi e allievi (da Raffaele Licinio a Roberto Greci, a Renato Bordone, a Gabriella Piccinni, a Franco Franceschi, ad Andrea Zorzi, a Duccio Balestracci, a Francesca Bocchi, a Gian Maria Varanini, a Paolo Pirillo, a Giuliano Pinto, a Élisabeth Crouzet-Pavan, a Lorenzo Pubblici, a Renato Risaliti, a Laura Carbone, a Mauro Ronzani). Non è senza qualche commozione che ho ritrovato, nella produzione cherubiniana della sua ultima fase, alcuni argomenti ch’erano stati oggetto di comune interesse e di frequenti discussioni: dal suo Casentino, che per moltissimi motivi era e resta anche il ‘mio’, all’ineludibile e peraltro anche amato Dante, alla possibilità – anche in comune sperimentata – di un uso della novellistica come fonte storica fino al pellegrinaggio a Santiago de Compostela da entrambi noi affrontato sia pure da differenti (e peraltro complementari) punti di vista. Mi hanno commosso in modo particolare le intense, delicate, finissime – a tratti autobiografiche – pagine da lui dedicate a due argomenti che per più versi gli erano molto cari e (ancora una volta) sono cari e familiari anche a me: l’ambiente appenninico soprattutto tosco-emiliano-romagnolo, da lui rievocato nel saggio </hi><hi rend="italic">Il montanaro nella novellistica </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicato all’</hi><hi rend="italic">Homo Appenninicus </hi><hi rend="CharOverride-1">in un volume relativo a uno dei molti convegni pistoiesi-porrettani gestiti dall’instancabile attività del comune amico e collega Renzo Zagnoni, e quello dedicato alla proprietà fondiaria fiorentina nell’area corrispondente a quel comune di Bagno a Ripoli ‘patria civile’ di entrambi noi: della frazione di Grassina lui, di quella di Vallina io.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sarebbe difficile esporre, e perfino riassumere, quel che ho appreso da Giovanni nei primi anni del suo lavoro universitario e nei primissimi del mio in termini di preparazione delle lezioni che allora si chiamavano – </hi><hi rend="italic">nefanda refero, </hi><hi rend="CharOverride-1">in termini di </hi><hi rend="italic">politically correct!</hi><hi rend="CharOverride-1"> – ‘lezioni cattedratiche’, di organizzazione delle sedute seminariali, di preparazione dei laureandi, di tecnica dell’informazione bibliografica, di verifica delle fonti: la sua generosità quanto a tempo impiegato, a indicazioni ricevute, persino a temi e contenuti scientifici originali nella comunicazione dei quali non è né strano né illegittimo che qualunque studioso manifesti una certa reticenza, se non addirittura gelosia. Intanto egli approfondiva il suo imponente bagaglio di competenze in quel che riguardava la storia socioeconomica della Toscana bassomedievale – rurale soprattutto, ma altresì cittadina – senza evitare, quando fosse il caso, anche incursioni più o meno approfondite sull’età antica e altomedievale nonché moderna e contemporanea, dove i suoi interessi di storico toccavano anche la sua passione politica. Dalla Toscana e dall’Italia passò quasi naturalmente all’Europa (alcuni suoi scritti di sintesi sulla dinamica della storia rurale del continente sono esemplari e tutt’altro che ‘ormai invecchiati’, come sovente si usa dire in analoghi casi…), accogliendo con l’abituale modestia del tratto ma anche con meritata soddisfazione riconoscimenti e inviti per lezioni o conferenze che gli venivano dall’estero: specie dalla Francia, dalla Spagna e dall’Argentina. Per questo, quando penso a lui, nonostante gli appena quattro anni d’età che ci dividono, riesco a malapena a non riferirmici come a un ‘Maestro’. E in effetti tale per me ebbe ad essere, senza darlo a vedere e senza volerlo mai riconoscere – schermendosi con uno dei suoi larghi sorrisi accompagnati da una caratteristica strizzata di entrambi gli occhi – nelle pur rare volte nelle quali a mia volta, vincendo la mia reticenza, glielo ricordavo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Come sintetizzare il suo metodo? Secondo il venerabile </hi><hi rend="italic">Lehrbuch der historischen Methode </hi><hi rend="CharOverride-1">redatto nel 1889 dall’allora nemmeno quarantenne ma già grande Ernst Bernheim, quattro sono le fasi ‘canoniche’ del lavoro dello storico: euristica, analisi, sintesi, esposizione. Secondo altri due suoi illustri colleghi di un paio di generazione a lui successivi, Fernand Braudel – che tra Anni Ottanta e Anni Novanta del secolo scorso fece a Giovanni e a me l’onore di accoglierci come coautori della monumentale opera in sei volumi </hi><hi rend="italic">Prato. Storia di una città, </hi><hi rend="CharOverride-1">dal comune di Prato appunto patrocinata – e Roberto Sabatino Lopez, premesso che il limite fra ‘storia locale’ e ‘storia generale’ è un pretesto inventato da alcuni arcigni e ingenerosi accademici e da alcuni invidiosi e miopi ricercatori (la storia, come ricostruzione del passato, si divide in realtà in ‘buona’, vale a dire correttamente impostata ‘di prima mano’ e attendibile, e ‘cattiva’, cioè conformistica, ripetitiva, superficiale e sovente plagiaria), va precisato che il professionista serio della ricerca, il ‘buono storico’, deve fare ‘storia locale’ per quanto riguarda l’impianto geostorico e geocronologico dei temi che per il suo lavoro liberamente sceglie allorché ne imposta le fasi euristica e analitica; e deve passare necessariamente alla ‘storia generale’ con i dovuti controlli e confronti allorché intraprende le fasi di ‘sintesi’ e di ‘esposizione’. Una fase quest’ultima nella quale egli è tenuto ad essere esauriente ed efficace, mettendo in campo con la dovuta sobria misura – se e quando occorre – anche le risorse della stilistica e della lessicologia, nonché, e qui il terreno si fa scivoloso ma anche affascinante, i colori di una ‘retorica’ intesa nel senso genuinamente etimologico del termine e che, usata con sensibilità metodologica a probità d’intenti, può giungere persino all’‘attualizzazione’, intesa quanto meno come uno degli strumenti di quello che già Marc Bloch, in un celebre saggio del 1929, definiva ‘comparativismo’, precisandone e circoscrivendone la legittimità scientifica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto al ‘taglio’ e alla ‘misura qualitativa’ delle sue ricerche, non c’è dubbio che Giovanni Cherubini – in ciò figlio del suo tempo e dei suoi Maestri, a partire dallo stesso Sestan – fosse, o quanto meno si sentisse, più a suo agio – non solo nelle dimensioni, ma anche nel ‘respiro del discorso’ – rispetto al saggio che non alla vera e propria monografia. I suoi libri, anche i migliori e i più noti, sono per la maggior parte l’esito di una raccolta di saggi organicamente collegati fra loro, ma sovente presentati come una sequenza di unità a sé stanti oppure uniti in sede di rilettura e di riflessione da ‘ponti’ concettuali peraltro mai pretestuosi, mai meccanicamente ‘artificiali’, anzi esplicitamente proposti come tali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Affermo quanto dichiarato nel precedente capoverso con una convinzione che nasce da una rilettura di alcuni volumi cherubiniani condotta nell’esplicito fine della stesura di queste pagine e – come spero sia notato da qualche lettore – con notevole impiego di tempo e di energia. Invito quindi chi sia desideroso di verifica a partire dal ‘manualetto’ (doveva essere programmaticamente tale, in quanto numero di una collana didattica, “Scuola Aperta” diretta nientemeno che da Marino Berengo) </hi><hi rend="italic">Agricoltura e società rurale nel medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1"> del ’72, il quale non dimostra affatto il suo mezzo secolo, per passare subito – nel medesimo anno – a un titolo ‘classico’, </hi><hi rend="italic">Una comunità dell’Appennino dal XIII al XV secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">ricerca di ampio respiro dedicata a Montecoronaro e all’abbazia del Trivio con la quale il lettore del suo libretto di sintesi era costretto ad abbandonare qualunque residuo sospetto di esser dinanzi a un erudito e aggiornato compilatore si studi storiografici altrui. Dopo poco più di un anno d’intenso lavoro giunse, quasi a ruota, </hi><hi rend="italic">Signori, contadini, borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso Medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">(del 1974, sollecitamente ristampato), raccolta esplicitamente organica di vari saggi che, nel loro complesso, tracciava un quadro che andava molto al di là dei pur ampi limiti della Toscana e che valse al non ancor quarantenne studioso una lusinghiera attenzione in campo non solo nazionale. Un decennio circa più tardi, quello ch’era ormai affermato cattedratico pubblicava per Laterza un’autentica ‘sintesi organica’, </hi><hi rend="italic">L’Italia rurale del basso Medioevo, </hi><hi rend="CharOverride-1">edito nel 1985 e a sua volta ristampato alcuni anni più tardi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La dialettica città-campagna certo lo affascinava. Nel ’91 uscivano </hi><hi rend="italic">Scritti toscani. L’urbanesimo medievale e la mezzadria, </hi><hi rend="CharOverride-1">seguito nel medesimo anno da </hi><hi rend="italic">Le città italiane nell’età di Dante, </hi><hi rend="CharOverride-1">dove il confronto tra la Toscana e il resto d’Italia – o quanto meno del centro e del nord della penisola, familiari all’esperienza del poeta soprattutto durante l’esilio – s’imponeva a commento d’una ricerca che durava ormai coerente e serrata da quasi un trentennio. Ma il richiamo dell’area natìa, sempre molto presente, tornava esplicito nell’anno successivo in un relativamente breve scritto patrocinato dalla Comunità Montana dell’Appennino, </hi><hi rend="italic">Fra Tevere, Arno e Appennino. Valli, comunità, signori</hi><hi rend="CharOverride-1">: pagine che si rileggono ancor oggi con commozione non foss’altro per i suoi richiami francescani e danteschi («sul crudo sasso fra Tevero ed Arno…»). Un altro breve ma succoso libretto, </hi><hi rend="italic">Gente del Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicato nel 1995, fornì la misura precisa delle sue straordinarie capacità di sintesi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intanto, anche nell’approssimarsi dell’evento del Giubileo – che molto suggeriva anche al ‘laico’ Cherubini –, la sua competenza e la sua passione per un aspetto importante della storia sociale e rurale italiana ed europea, la strada, lo stava sempre più assorbendo: e debbo confessare che del suo lavoro di ricercatore questo è l’aspetto che preferisco non tanto perché lo ritenga ‘il migliore’ (non avrei comunque gli strumenti critici per giudicarlo), quanto perché, fiorentinità e toscanità a parte, è quello che mi coglie meno incompetente come lettore scientificamente non del tutto sprovvisto. Alludo alla nutrita raffica cherubiniana di studi sulla viabilità, l’ospitalità viaria, il nesso tra viaggio e commercio e quello tra viaggio e pellegrinaggio: quindi i bei volumi su</hi><hi rend="italic"> Il lavoro, la taverna, la strada. Scorci di Medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">(Liguori 1997), </hi><hi rend="italic">Santiago di Compostella e il pellegrinaggio medievale </hi><hi rend="CharOverride-1">(Protagon 1998) e </hi><hi rend="italic">Pellegrini, pellegrinaggi, giubileo nel Medioevo </hi><hi rend="CharOverride-1">(Paravia 2000; riedizione accresciuta, Liguori 2005). Questa bella trilogia è, se mi si perdonano miopia e faziosità – e con tutta l’ammirazione per gli altri lavori –, il Cherubini che personalmente preferisco.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I suoi volumi di ‘sintesi organica’ o di non meno organica raccolta ebbero una degna conclusione quindi nel 2003, con il poderoso </hi><hi rend="italic">Città comunali di Toscana, </hi><hi rend="CharOverride-1">edito dalla CLUEB di Bologna, con le sue oltre 400 ben meditate pagine. Dopo quel libro a buon merito di successo e le due raccolte di saggi</hi><hi rend="italic"> Scritti meridionali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Firenze 2011) e </hi><hi rend="italic">Firenze e la Toscana. Scritti vari</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Pacini 2013), l’attività di Giovanni sembrò dedicarsi a una revisione critica della strada da lui stesso e da altri medievisti percorsa, con puntuali scritti talora d’occasione, talora ispirati a eventi congressuali o ai rapporti con colleghi italiani ed europei, sino a un silenzio obbligato dovuto ai progressi della malattia che lo avrebbe impegnato negli ultimi anni. Abbiamo sentito, negli ultimi quasi due lustri, la sua mancanza. Ma un uomo, uno studioso, è quel che ci ha lasciato. Di lui resta la memoria di uno studioso schivo ma coerente e impegnato, instancabile finché gli è stato possibile nella ricerca come nella presenza universitaria. Una memoria destinata a durare, in Italia e all’estero, tanto nella </hi><hi rend="italic">res publica studiorum </hi><hi rend="CharOverride-1">tanto fra quanti lo hanno conosciuto, lo hanno apprezzato e gli hanno voluto bene.</hi></p><p rend="editorial_metadata_author">Franco Cardini, Italian Institute of Human Sciences, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">fc40@outlook.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Franco Cardini, <hi rend="italic">Giovanni Cherubini nella medievistica fiorentina,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0615-0.04</ref>, Paolo Nanni, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="italic">Giovanni Cherubini. Il profilo, gli studi, l’eredità intellettuale. Atti della Giornata di studio in memoria di Giovanni Cherubini (Firenze, 2 maggio 2022)</hi>, pp. -12, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0615-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0615-0</ref></p></div>
      
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