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        <title type="main" level="a">Il maestro e gli allievi</title>
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            <forename>Franco</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Giovanni Cherubini. Il profilo, gli studi, l'eredità intellettuale</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0615-0</idno>) by </resp>
          <name>Paolo Nanni, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.05</idno>
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        <p>Il contributo ricostruisce il rapporto didattico intessuto da Giovanni Cherubini con i suoi numerosissimi allievi, caratterizzato dal piacere di insegnare e di alternarlo con momenti di intensa socialità: una scuola improntata alla libertà della ricerca, alla definizione del ruolo dello storico, e più in generale dell’intellettuale, nella società.</p>
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            <item>Giovanni Cherubini</item>
            <item>didattica</item>
            <item>metodo storico</item>
            <item>libertà della ricerca</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0615-0.05" /></p>
      <div><head>Il maestro e gli allievi</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Franco Franceschi</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Mi succede ancora, a due anni dalla morte di Giovanni Cherubini, di riflettere su quanto la sua scomparsa abbia lasciato nei molti che lo conoscevano e lo apprezzavano un vuoto difficilmente colmabile. Non solo per la sua bonomia e umanità, che conquistavano rapidamente chi entrava in contatto con lui, ma anche – e qui parlo principalmente da allievo – per il contributo scientifico che generosamente dispensava a chi gli chiedeva consigli e pareri nei numerosi campi di sua competenza. Dopo la sua scomparsa è capitato spesso (e non solo a me), di fronte a qualche questione complicata o a dubbi interpretativi, di chiedermi quale sarebbe stata l’opinione di Giovanni. Senza che il paragone sembri inopportuno – riguarda la situazione e non le persone – mi tornano in mente le parole di Lucien Febvre quando si interrogava su quanto a lungo lui e Marc Bloch, di fronte alle difficoltà del loro mestiere di storici e di pionieri di una nuova storiografia, si sarebbero chiesti «cosa ne penserebbe Pirenne?»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-013">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. «Cosa ne penserebbe Giovanni?». Credo che in questa domanda, che riflette tutto il peso di un’assenza, vi sia molto del modo con cui un allievo concepisce la figura e il ruolo del suo maestro. È comune leggere e sentir ripetere che il maestro deve preparare l’allievo a distaccarsi da lui, deve educarlo alla libertà e all’indipendenza di pensiero: il vero maestro – ha scritto per esempio Massimo Recalcati – deve alla fine saper restare solo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-012">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutto vero. Ma non mi sembra che questo sia in contraddizione con il fatto che per l’allievo il maestro rimanga una figura di riferimento per tutta la vita. Umberto Eco era convinto che questo tipo di relazione rappresentasse una costante dell’esistenza, dalla prima elementare ai novant’anni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-011">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><div><head><hi>1. Il piacere di insegnare</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cherubini iniziò la sua lunga carriera di docente nel 1967 come assistente volontario, mentre già un anno dopo era diventato assistente di ruolo. Accanto al suo maestro Ernesto Sestan, a sua volta allievo di Gaetano Salvemini, e a Elio Conti, salveminiano d’elezione, si trovò a vivere la contestazione studentesca e i cambiamenti che il Sessantotto introdusse nella società italiana e nella stessa università. Ma non si lasciò sorprendere dai rivolgimenti del periodo, anzi, più e meglio di altri docenti seppe entrare in sintonia con il nuovo clima, certo aiutato anche dall’atteggiamento illuminato di Sestan, che guidò con equilibrio la Facoltà di Lettere e Filosofia, e dai consigli di Conti, su impulso del quale cominciò a tenere un suo corso in cui le tradizionali lezioni </hi><hi rend="italic">ex cathedra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lasciavano il posto a esperienze di insegnamento seminariale. Presero forma così una serie di corsi che sono rimasti nella memoria collettiva dei suoi allievi di quegli anni e che lo stesso Cherubini, in uno scritto del 1994, definì «una bella esperienza, didattica e di ricerca»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-010">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi><hi rend="italic">I comuni italiani dalle origini all’istituzione del podestà</hi><hi rend="CharOverride-1">, tenuto nell’anno accademico 1968-69, </hi><hi rend="italic">La peste nera (1347-50)</hi><hi rend="CharOverride-1">, del 1969-70, </hi><hi rend="italic">La rivolta dei “ciompi” di Siena (1371)</hi><hi rend="CharOverride-1">, del 1970-71, e altri tenuti negli anni immediatamente successivi. Con gruppi non piccoli di studenti, infatti, Giovanni riuscì a impostare un modello di lavoro collettivo che prevedeva la ricerca bibliografica, l’indagine diretta su fonti edite ed inedite e la stesura di relazioni che in alcuni casi furono compendiate in testi stampati in tiratura limitata o semplicemente ciclostilati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-009">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tali raccolte presentavano tutte, democraticamente, il sottotitolo “Seminario di Storia Medievale. Relazioni degli Studenti”, che corrispondeva perfettamente al contenuto, visto che Cherubini non inserì in nessuna di queste un proprio scritto, limitandosi a guidare il lavoro degli studenti e l’elaborazione dei loro lavori. Gabriella Piccinni, che partecipò a un corso sulla novellistica, racconta come lo sforzo comune produsse pacchi di schede che vennero riunite insieme, a prescindere da chi le aveva redatte, e redistribuite tra gli studenti a seconda del tema che ognuno di loro aveva scelto. Così come l’elaborazione finale, tuttavia, anche le valutazioni del docente rimasero individuali e non divennero mai collettive, come avrebbero voluto certi nuovi orientamenti del movimento studentesco che restarono comunque minoritari. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli studenti che si trovarono a vivere quelle esperienze erano, in grande maggioranza, entusiasti per la possibilità di partecipazione, di scambio con i compagni e il docente, di contatto con la documentazione che veniva loro offerta. Ma entusiasta – come abbiamo accennato – era anche Giovanni. Per lui il piacere dell’insegnamento è stato tanto forte quanto quello della ricerca. Non era questione di avere dei ‘ripetitori’ – come li chiamava – ma di scoprire chi avesse qualcosa da dire, di far emergere le vocazioni spesso inespresse dei suoi allievi. Stimolare le curiosità, valorizzare i talenti, non scoraggiare mai gli alunni era per lui il mezzo migliore per formare buoni ricercatori potenziali. Di questa sua attitudine maieutica, che onestamente riconosceva di avere sviluppato seguendo l’esempio del suo maestro Ernesto Sestan (un vero asso in quest’arte) confessava di andare fiero, perché sentiva di esprimere nel rapporto con gli studenti il meglio delle sue capacità. E naturalmente chi arrivava, tramite l’esperienza della tesi, a stringere un legame più forte con lui, ne aveva una percezione chiara. Anche perché – e questo è un elemento che tengo particolarmente a sottolineare – il suo essere professore, e dunque consapevole del ruolo formativo che rivestiva, non gli impediva di continuare ad essere curioso e ricettivo rispetto a quanto poteva venire dalle ricerche dei laureandi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è una frase, nella lunga intervista che gli facemmo nel 2007 con Duccio Balestracci, Gabriella Piccinni e Andrea Zorzi, rivelatrice del modo in cui concepiva la relazione con gli studenti che si laureavano con lui: «per me la discussione e la guida delle tesi era la cosa più importante di tutto l’insegnamento perché lì il docente imparava un’infinità di cose». Un’affermazione che può apparire sorprendente, per certi aspetti, visto che non enfatizzava la funzione del professore nel trasmettere il sapere ai suoi studenti, ma il piacere che provava nell’apprendere da loro. E non era retorica, come dimostra il fatto che Cherubini si è sempre adoperato per far pubblicare gli studi che portassero risultati innovativi, anche solo parzialmente se l’originalità era limitata ad una parte, o almeno di darne notizia nei suoi lavori. Consideriamo che fra il 1973 e il 2009 si sono laureate con lui 146 persone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-008">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, 11 delle quali hanno intrapreso la carriera accademica, mentre 135 hanno trovato occupazione in altri settori: ebbene, grazie a semplici controlli effettuati sul web, ho potuto appurare che ben 46 di loro, ovvero il 34% del totale, ha prodotto almeno una pubblicazione; ed è probabile che un’indagine più accurata aumenterebbe questa percentuale. Mi piacerebbe ricordare i nomi di tutti, ma non posso stilare qui un elenco così lungo e mi limiterò dunque a citare coloro che si sono caratterizzati per la continuità di lavoro nel tempo o per la maggiore presenza nelle bibliografie di settore, scusandomi con gli altri e per eventuali dimenticanze: Sandra Tortoli, Lauretta Carbone, Piero Guarducci, Lucia Sandri, Alberto Maria Onori, Lucio Riccetti, Patrizia Salvadori, Antonella Astorri, Lorenzo Fabbri, Marco Bicchierai, Adele Cilento, Vieri Mazzoni, Giampaolo Francesconi. A tutti costoro mi fa piacere aggiungere uno degli ultimi laureati di Cherubini, del 2009, ovvero Davide Cristoferi, che ha già al suo attivo due monografie e numerosi articoli, così come importanti esperienze di ricerca all’estero.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del resto, chi ha continuato a seguire Giovanni anche dopo la laurea sa che la sua idea del rapporto maestro-allievo come scambio reciproco, pur nel rispetto dei ruoli rispettivi, non era un vezzo ma una convinzione profonda e una prassi. Lo scrittore e critico George Steiner ha sostenuto che la relazione fra maestro ed allievo può assumere tre tipi di configurazione: nella prima il maestro, attraverso un abuso del suo potere, distrugge l’allievo che si affida a lui; nella seconda avviene il contrario: l’allievo si appropria senza gratitudine del sapere che ha ricevuto facendolo totalmente suo e spesso senza ritrasmetterlo; nella terza si determina una paideutica perfetta, uno scambio fra le due figure fatto di fiducia e di confidenza reciproca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-007">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poche cose, nella realtà, si conformano completamente ai modelli, ma certamente quest’ultima eventualità è quella che si avvicina di più all’esperienza che, come allievi di Cherubini, abbiamo vissuto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È un punto su cui tornerò più avanti. Per ora mi limito a ricordare un aspetto aneddotico, se vogliamo, ma indicativo del carattere di Giovanni: il fatto che evitava assolutamente di chiederci qualsiasi cosa che assomigliasse anche vagamente ad un atto non dico servile, ma servizievole. Lo ricordo mentre con la cartella di cuoio piena fino all’inverosimile di libri, tesi, appunti, spesso con altre borse a tracolla, camminava fino alla sua automobile, magari parcheggiata lontano... Ma non accettava di farsi aiutare dicendo: «il portaborse non te lo faccio fare!». </hi></p></div><div><head><hi>2. Gli incontri del giovedì, le gite e le cene</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Spesso Giovanni ha spiegato la socievolezza del suo carattere con le sue origini: «che volete, sono nato in un piccolo paese e mi è sempre piaciuto parlare con la gente». Questo suo tratto, che colpiva favorevolmente i tanti che entravano in contatto con lui, attraeva fortemente anche gli studenti e gli allievi: con i quali – lo sappiamo – stabiliva rapporti non formali, sia nelle occasioni di studio che in quelle conviviali. Nessuno di noi può dimenticare il cosiddetto ‘seminario per laureandi’ del giovedì pomeriggio, nella sua stanza all’ultimo piano del Dipartimento di storia in via San Gallo, dove ci accoglieva seduto sul divano a strisce. In quegli incontri ciascuno, in teoria, parlava dell’avanzamento del suo lavoro esponendo di fronte agli altri risultati e problemi, ma la discussione assumeva poi risvolti e percorsi imprevisti, sempre estremamente formativi, e talvolta finiva nel racconto di esperienze e vicende personali, che Cherubini ascoltava con l’atteggiamento di un padre paziente e comprensivo. In realtà le visite degli affezionati continuavano ben oltre la data della laurea e comprendevano anche improvvisate di un’umanità varia di amici, politici, amministratori, editori e ammiratori che guardavamo solitamente con disappunto perché ci rubavano, seppur temporaneamente, il maestro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro momento a metà fra studio e divertimento erano le cosiddette gite di istruzione sul campo, in alcuni casi organizzate insieme a qualche collega, che completavano talvolta i suoi corsi – l’ultima a cui partecipai ci portò nel suo Casentino – e regolarmente destinate a finire a tavola: giornate rese indimenticabili da episodi fissati anche da qualche bella foto, come quella in cui Giovanni fa a pallate di neve con gli studenti…</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine vorrei ricordare un’altra occasione in cui almeno alcuni di noi potevano godere della presenza e della conversazione di Cherubini: le cene, in cui si ricomponeva periodicamente una squadra di allievi, amici, colleghi, riuniti dall’iniziativa del gran cerimoniere Angelo De Scisciolo, archivista e amico di Giovanni. Gli argomenti erano rituali: la politica, che accendeva la discussione, il calcio, non meno incendiario (anche perché Cherubini era juventino in una città fieramente viola), la storia, direi in quest’ordine. Ma qualche volta gli argomenti erano meno prevedibili e non posso non ricordare le volte in cui Giovanni si avventurava in ‘racconti di mistero’ in cui emergeva un lato che inizialmente non avevamo colto: il suo essere discretamente superstizioso. Ci sorprendeva anche in questo.</hi></p></div><div><head><hi>3. Essere cherubiniani</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cherubini ha formato un numero elevatissimo di studiosi, di generazioni diverse. I suoi allievi, nel senso più comune che si dà a questo termine – ovvero coloro che hanno rivestito o rivestono la posizione di ricercatori e docenti all’interno dell’università (italiana o straniera che sia) – arrivano a dieci. Anche se Giovanni si schermiva dicendo che l’espressione era esagerata, credo che non sia fuori luogo parlare di scuola. Ma in che senso? Nell’ottobre 2021 Gabriella Piccinni, nella </hi><hi rend="italic">lectio magistralis</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la quale ha salutato la comunità accademica prima del pensionamento, ha sottolineato come questo tipo di sodalizio venga spesso guardato con diffidenza perché identificato con il «gruppo di </hi><hi rend="italic">fideles</hi><hi rend="CharOverride-1"> uniti nello scopo di vedersi facilitare la carriera partecipando a cordate, cioè ad alleanze di poteri in cui il capofila vuole qualcosa in cambio di qualcos’altro», ma ha anche convenuto sul fatto che nei casi felici si tratta di «un gruppo di affini formatosi intorno a quel di più che si riceve da un professore, come i suggerimenti per le letture, il supporto per la crescita intellettuale, i ricordi, i ricordi dei ricordi, l’esempio, tutto ciò che si può trasmettere e succhiare attraverso la migliore ‘rete’ possibile», quella che proprio Cherubini «identificava con la pratica dello scambio bocca-orecchio»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-006">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un imprinting comune, dunque, derivante da esperienze condivise, che suscita una domanda naturale: gli interessi e gli insegnamenti del maestro si riflettono negli indirizzi di ricerca e nelle tematiche affrontate dai suoi allievi?</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La mia opinione è che un minimo comune denominatore si possa intravedere nell’interesse dei membri del gruppo per la storia sociale, intesa in senso largo come storia non solo delle strutture e dei processi, ma anche – e direi principalmente – come storia degli uomini in quanto soggetti, a qualsiasi livello, del divenire storico: e dunque individui, famiglie, comunità di ogni natura, ceti. C’è chi ha piegato questo ‘sociale’ soprattutto in direzione della politica e delle istituzioni, come Andrea Zorzi e Fabrizio Ricciardelli, chi verso l’economia delle città e delle campagne, come Gabriella Piccinni, Paolo Nanni, Andrea Barlucchi e il sottoscritto, chi vi ha inserito tematiche culturali, come Duccio Balestracci e Giovanni Ciappelli, chi ha preso una strada ancora differente, studiando società e culture dei mondi ‘altri’, come Lorenzo Pubblici, o puntando sulla storia dell’alimentazione, dei prodotti e dei consumi dal Medioevo all’età contemporanea, come Laura Prosperi. Ma queste distinzioni sono assai rozze e insoddisfacenti, perché la maggior parte di noi mostra un profilo più eclettico, in cui si fondono percorsi di studio diversi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dunque, forse non è sul piano dei contenuti che si possono cogliere più chiaramente i risultati del magistero di Giovanni. Ma in che cosa allora – e torno a riferirmi agli allievi nell’accezione più ristretta – possiamo dirci cherubiniani? Una risposta l’ha fornita lo stesso Giovanni quando, nell’intervista già ricordata, gli domandammo che cosa trovasse di comune nella sua scuola. In primo luogo – disse – nell’avere costituito una comunità e nell’essere rimasti fondamentalmente amici, nonostante le possibili rivalità che la carriera universitaria genera; poi nel mantenere un determinato atteggiamento nei suoi confronti e nel consentire a lui di avere lo stesso atteggiamento nei nostri, ovvero: «io sono il professore e avverto che ancora mi considerate il professore, però, detto questo, ci sono infiniti elementi in cui siamo alla pari e questi elementi aumentano col tempo»; infine nella serietà con cui vengono trattate le fonti, una caratteristica che riconosceva non solo a chi di noi aveva intrapreso la carriera universitaria ma anche a quanti avevano continuato a studiare la società medievale pur vivendo di altre professioni. Per poi concludere, compiaciuto, che evidentemente il martellamento a cui ci aveva sottoposto su come affrontare l’esame della documentazione aveva avuto il suo effetto.</hi></p></div><div><head><hi>4. Dal centro al cerchio</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel suo contributo a questo volume, Franco Cardini ha osservato come, nel modo di condurre le ricerche, Giovanni si muovesse dal centro al cerchio, dal particolare al generale, al contrario di quanto fa lui, che procede invece dal generale al particolare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-005">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di un’osservazione giustissima, perché Cherubini amava effettivamente partire dall’esame dei casi particolari – lo ha sottolineato recentemente anche Alfio Cortonesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-004">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – che studiava con grande completezza, per poi costruire generalizzazioni e quadri di sintesi. Del resto, non ne faceva mistero: «ho sempre avuto ferma convinzione, ed a questa convinzione ho sempre cercato di mantenermi fedele, che ogni indagine, anche molto particolare, deve contribuire a risolvere problemi generali, che anzi non esiste utile indagine del ‘particolare’ se non orientata a queste finalità»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-003">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ed è questo approccio che ci ha trasmesso educandoci al lavoro sulle fonti. Il «metodo Cherubini» – come lo chiamavamo da studenti – prevedeva, indipendentemente dal fatto che frequentassimo o meno corsi ufficiali di paleografia e diplomatica, una fase di prima alfabetizzazione alle scritture che avremmo dovuto leggere, dunque legate alla documentazione oggetto di specifico interesse del corso; qualche lezione sulla natura delle fonti che avremmo affrontato; qualche altra su come effettuare la schedatura dei documenti che si addentrava fin nei particolari di natura eminentemente pratica: l’uso di fogli mobili, da sistemare in quaderni ad anelli, l’utilizzazione di pennarelli di diversi colori per distinguere gli argomenti, l’invito a scrivere solo su una facciata. Con questo bagaglio essenziale eravamo pronti per cominciare il nostro assalto ai documenti, che fossero da scovare in archivio – esperienza certo più elettrizzante – o già editi. Su questo punto credo di poter dire che Giovanni, per quanto ci abbia dato un forte impulso a frequentare i depositi documentari cittadini, a partire dall’Archivio di Stato, non ha mai sottovalutato le potenzialità delle fonti pubblicate: «ricordatevi» – ci ammoniva – che non esiste niente di più inedito dell’edito!».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma c’è un altro aspetto del suo rapporto con la documentazione su cui vorrei soffermarmi, partendo dalla mia esperienza personale. Ho conosciuto, quando ero studente all’Università di Firenze, diversi bravi professori che erano innamorati dei documenti. Bene, penserete, è una fortuna per chi si getta con passione nell’apprendistato del mestiere di storico. Eppure, paradossalmente, qualche volta l’approccio alle fonti di questi docenti mi ha respinto: troppa dedizione ai caratteri interni del testo, troppa analisi terminologica, troppa filologia… Quando sono uscito dal liceo classico ero un po’ stufo del greco e del latino, che pure mi avevano appassionato al ginnasio, di quelle mattine – e spesso dei rientri al pomeriggio – curvi sui </hi><hi rend="italic">Πέρσαι </hi><hi rend="CharOverride-1">di Eschilo o sul </hi><hi rend="italic">Somnium Scipionis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cicerone, e certe analisi minuziose mi ricordavano giorni ancora troppo vicini. Con Giovanni, al cui corso di storia medievale arrivai solo al terzo anno dopo un percorso abbastanza tortuoso, deciso a laurearmi in storia contemporanea, provai subito una sensazione di ariosità che in pochi mesi mi conquistò al Medioevo. Per lui il documento non era un fine ma un mezzo, per quanto fondamentale: il fine era quello di affrontare e risolvere una determinata questione storica, possibilmente con un’angolazione originale. Una delle sue frasi preferite, nel valutare un qualsiasi scritto, tesi comprese, era: che cosa c’è di nuovo?</hi></p></div><div><head><hi>5. Libertà della ricerca e impegno civile dello storico</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In tante occasioni, compreso il mio caso personale, ho potuto constatare quanto Cherubini ha sempre teorizzato, ovvero che nella scelta dei temi di studio occorre partire dagli interessi dei laureandi, semmai aiutandoli a prendere coscienza di quali siano le loro attitudini profonde, e indipendentemente dalle sue preferenze, anche se non le nascondeva. Questo spiega perché, pur con il prevalere di alcuni argomenti, il catalogo dei temi che si riflette nei titoli delle tesi di cui è stato relatore è così variegato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tema della libertà nella ricerca – come ricordano Paolo Nanni e Andrea Zorzi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> – era molto caro a Giovanni, convinto che il confronto delle idee, delle posizioni teoriche e delle diverse acquisizioni di studio fosse fondamentale per la formazione dei suoi allievi e per la sua stessa evoluzione di docente e di storico. Ricordo come spesso, quando ci accaloravamo in qualche discussione difendendo magari in modo un po’ troppo veemente le nostre posizioni, ci esortava sorridendo, magari con una battuta, alla tolleranza. «Abbiate le vostre idee – diceva – però siate democratici!».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma con Cherubini non crescevamo soltanto alla scuola della libertà intellettuale, respiravamo anche la sua concezione del ruolo dello storico, e più in generale dell’intellettuale, nella società. Posizioni che discendevano dai suoi orientamenti ideologici, definiti da Giuliano Pinto di marxismo moderato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, incardinate su alcuni principi-guida: l’idea che il divenire storico fosse animato dalla continua contrapposizione di interessi economici e politici, nonché da differenti visioni del mondo; l’idea che lo storico può prendere in esame qualsiasi segmento della società, ma non deve dimenticare che alcuni gruppi e ceti hanno avuto scarse o nulle possibilità di far arrivare la loro voce, attraverso la documentazione, agli storici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste posizioni non erano mai esibite né tanto meno imposte, sia chiaro, ma trasparivano dal suo insegnamento, dalle sue azioni e dai suoi scritti. Lo sappiamo: Cherubini è stato impegnato nella vita politica e coerentemente con le sue convinzioni sul rapporto fra intellettuali e società ha messo le sue competenze a disposizione della politica locale: assessore all’istruzione e alla cultura del suo Comune di residenza, Bagno a Ripoli, dal 1975 al 1985, e successivamente presidente del Consiglio comunale (1999-2004), ha sostenuto con forza l’introduzione del tempo pieno nelle scuole e la costruzione della nuova biblioteca comunale. Ma qualche volta è uscito allo scoperto, come quando, nel 2013, ha voluto organizzare l’incontro dal titolo decisamente programmatico </hi><hi rend="italic">Pensare la storia oggi. Ideali politici e civili nella storiografia degli ultimi decenni</hi><hi rend="CharOverride-1">, che si proponeva di affrontare una questione sempre delicata e complessa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È stato un privilegio, per noi allievi, avere avuto un maestro di vita e di storia come Giovanni. E ci manca ancora tanto, con il suo sorriso aperto e la sua intelligenza, capace di illuminare il nostro percorso.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-013-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cit. in S. Keymeulen, J. Tollebeek, </hi><hi rend="italic">Henri Pirenne, Historian. A Life in Pictures</hi><hi rend="CharOverride-1">, Leuven, 2011, p. 102.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-012-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">M. Recalcati,</hi><hi rend="italic"> Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre</hi><hi rend="CharOverride-1">, Torino, 2013, p. 64.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-011-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Vedi la frase esatta nell’intervista rilasciata ad Alberto Stabile: A. Stabile, </hi><hi rend="italic">Che cosa s’impara alla scuola di Eco</hi><hi rend="CharOverride-1">, «La Repubblica», 8 settembre 1987.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-010-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Cherubini,</hi><hi rend="italic"> La peste nera: l’accertamento storiografico</hi><hi rend="CharOverride-1">, in</hi><hi rend="italic"> La Peste Nera: dati di una realtà ed elementi di una rappresentazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti del XXX Convegno storico internazionale (Todi, 10-13 ottobre 1993), Spoleto, 1994, pp. 383-402: p. 383.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-009-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic">peste nera (1347-50)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Università degli Studi di Firenze, 1970 (stampato a spese dei partecipanti al Seminario); </hi><hi rend="italic">La rivolta dei ‘Ciompi’ di Siena (1371)</hi><hi rend="CharOverride-1">, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1970-71 (ciclostilato in proprio).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-008-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Si veda l’elenco completo delle tesi di laurea in </hi><hi rend="italic">Appendice</hi><hi rend="CharOverride-1"> [ndc].</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-007-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Steiner,</hi><hi rend="italic"> La lezione dei maestri</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. it., Milano, 2004, p. 9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-006-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Piccinni, E trascinata tramandi / e irrigidita rattieni. </hi><hi rend="italic">Appunti di generazione e di genere su allievi e maestri nell’Università italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di storia dell’agricoltura», LXIII, 1  (2023), pp. 113-134.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-005-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">F. Cardini, </hi><hi rend="italic">Giovanni Cherubini nella medievistica fiorentina</hi><hi rend="CharOverride-1">, in questo stesso volume.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-004-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">A. Cortonesi, </hi><hi rend="italic">Giovanni Cherubini storico dell’agricoltura e delle campagne</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Rivista di storia dell’agricoltura», LXI, 2  (2021), pp. 13-27: p. 22. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-003-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Cherubini, </hi><hi rend="italic">Signori, contadini, borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso Medioevo</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze, 1974, p. XII.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">P. Nanni, A. Zorzi, </hi><hi rend="italic">Introduzione</hi><hi rend="CharOverride-1">, in questo stesso volume.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">G. Pinto, </hi><hi rend="italic">Giovanni Cherubini docente dell’Ateneo</hi><hi rend="CharOverride-1">, in questo stesso volume.</hi><hi rend="italic"> </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xmlx_8_33-41.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="italic">Pensare la storia oggi. Ideali politici e civili nella storiografia degli ultimi decenni</hi><hi rend="CharOverride-1">, Atti della Giornata di studi “Enrico Coturri” (Buggiano Castello, 25 maggio 2013), Buggiano, 2014, con interventi di Duccio Balestracci, Franco Franceschi, Gabriella Zarri, Lucia Carle e introduzione e parole conclusive di Giovanni Cherubini.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Franco Franceschi, University of Siena, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">franco.franceschi@unisi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0001-9283-8019</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Franco Franceschi, <hi rend="italic">Il maestro e gli allievi,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0615-0.05</ref>, Paolo Nanni, Andrea Zorzi (edited by), <hi rend="italic">Giovanni Cherubini. Il profilo, gli studi, l’eredità intellettuale. Atti della Giornata di studio in memoria di Giovanni Cherubini (Firenze, 2 maggio 2022)</hi>, pp. -10, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0615-0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0615-0</ref></p></div></div>
      
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