<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">I timori di una società normocentrica: cinque argomenti fallaci contro il linguaggio ampio</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9405-5034" type="ORCID">
            <forename>Vera</forename>
            <surname>Gheno</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Le parole della discriminazione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0715-7</idno>) by </resp>
          <name>Irene Biemmi, Alessandra Viviani</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.04</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>At a time when the international political situation seems to undermine the very discussion on DE&amp;I language policies, it is urgent to dwell on five arguments often brought up in the debate in opposition to the inclusion movement, acknowledging their lack of reliability and scientificity. Although it is very difficult to debunk them in hindsight, the hope is that providing the most correct information possible can serve to build tools to defend oneself from argumentative fallacies on this topic.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>DE&amp;I</item>
            <item>inclusivity</item>
            <item>inclusive language</item>
            <item>sociolinguistics</item>
            <item>minority studies</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.04" /></p>
      <div><head>I timori di una società normocentrica: <lb/>cinque argomenti fallaci contro il linguaggio ampio</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Vera Gheno</hi></p><div><head><hi>1. L’intreccio tra realtà e lingua</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le tensioni che stanno percorrendo il mondo in questi mesi hanno una loro evidente ricaduta anche a livello linguistico. Non è un caso se l’amministrazione Trump negli Stati Uniti, solertemente seguita dal Governo italiano, ha, sin dal momento dell’insediamento, iniziato a lavorare sul tema a lungo considerato irrilevante, per il quale ha lungamente irriso gli avversari politici, ossia la lingua (Yourish et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2025). I tentativi progressisti di aumentare la consapevolezza linguistica delle persone, di pensare a una lingua più attenta alla </hi><hi rend="italic">diversity</hi><hi rend="CharOverride-1"> – non senza errori, eccessi, manicheismi che hanno contribuito a rafforzare la narrazione delle destre – sono stati capovolti e, in nome di una presunta libertà di parola, si è tentato e si tenta tuttora di soffocare qualsiasi punto di vista diverso da quello tradizionalista, normocentrico, </hi><hi rend="italic">standard</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se, da una parte, è chiaro che il messaggio costruttivo della corrente di pensiero eteronominata </hi><hi rend="italic">woke</hi><hi rend="CharOverride-1"> non è riuscito a imporsi nel discorso pubblico – forse perché la convivenza con le differenze (Acanfora 2021) richiede fatica, una fatica che non tutte le persone sono disposte a fare – proprio l’accanimento dei governi reazionari sulla parola evidenzia l’importanza del lavoro da compiere su di essa. Si parla di lingua, apparentemente, ma in realtà si discute di ben altro. Come ci ricorda Antonio Gramsci nei suoi </hi><hi rend="italic">Quaderni dal carcere </hi><hi rend="CharOverride-1">(1975), </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I movimenti verso la DE&amp;I si sono spesso rivelati, in questo breve lasso di tempo, adeguamenti superficiali, non sentiti come davvero importanti, a un </hi><hi rend="italic">trend</hi><hi rend="CharOverride-1"> che per molte aziende ha significato vantaggi pratici, economici, compresa la conquista di nuovi pubblici. Ed è proprio in questi casi di </hi><hi rend="italic">-washing</hi><hi rend="CharOverride-1"> privo di reali e radicali intenzioni che si è potuto con grande velocità tornare indietro rispetto ai passi compiuti, come se una società più equa fosse il capriccio delle minoranze, non una vera necessità. Chi, invece, riconosce l’equità come l’esigenza vitale di una società in evoluzione, non si farà particolarmente toccare dai sommovimenti politici ed economici. Conta, infatti, anche l’iniziativa individuale, il </hi><hi rend="italic">nerbo </hi><hi rend="CharOverride-1">che si decide di assumere di fronte a queste istanze. In altre parole: proprio oggi e proprio in questa situazione è necessario riflettere su come usiamo il linguaggio e, soprattutto, sulle narrazioni che creiamo tramite esso. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel caso del linguaggio inclusivo, che io preferisco chiamare </hi><hi rend="italic">ampio</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Gheno 2024), uno dei problemi che possiamo rilevare è, appunto, la difficoltà a raccontarlo nel modo corretto. Da questo punto di vista, le mistificazioni arrivano sia da destra (si pensi a parole chiave del discorso pubblico come </hi><hi rend="italic">woke</hi><hi rend="CharOverride-1">, appunto, e </hi><hi rend="italic">cancel culture</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">eccesso di politicamente corretto </hi><hi rend="CharOverride-1">[Ricolfi 2024], che hanno dominato le discussioni sul tema) sia da sinistra (è molto diffusa l’idea che i problemi siano </hi><hi rend="italic">ben altri</hi><hi rend="CharOverride-1">, e che la maggior parte delle difficoltà della sinistra derivi dall’essersi concentrati su questioni ‘lontane dalla gente’). Per questo, ha forse senso intervenire per sanare alcuni difetti di narrazione, distorsioni della verità, argomenti fantoccio che, ripetuti spesso anche da soggetti di alta e comprovata competenza, rischiano di diventare più rilevanti dei fatti, nel trionfo della post-verità – la cui caratteristica, ricordiamolo, è che le narrazioni prevalgono sui fatti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il discorso sul linguaggio ampio e sulle questioni di lingua in chiave di diversità, equità e inclusione finisce per perdere non solo qualsiasi oggettività, ma anche qualsiasi raccordo con la realtà. Spesso, anche figure autorevoli del mondo culturale citano dati privi di fonti, fanno affermazioni che non hanno alcun tipo di riscontro reale, insomma cadono vittime di una certa approssimazione là dove sarebbe necessario conservare uno sguardo scientifico, con l’aggravante che, essendo la fonte considerata autorevole, si prenderanno per buone tali affermazioni, poi riprese da altre figure altrettanto in vista nel dibattito pubblico. Spesso, analizzando le distorsioni più comuni, si scopre che c’è un alto tasso di citazionismo incrociato, senza però riuscire mai risalire a una fonte primaria, davvero oggettiva. Ad esempio, nel campo del femminismo di tendenza essenzialista, si sente spesso affermare che chi usa soluzioni ‘neutralizzanti’ (di per sé definizione già sbagliata, visto che l’intento non è neutralizzare la differenza tra maschile e femminile, ma ricercare una forma per non esprimere il genere in determinate situazioni) contribuisce a nascondere nuovamente il femminile e il femminino (Robustelli 2021). Nel fare un’affermazione così apodittica e antagonistica, ci sarebbe a mio avviso bisogno di fornire dei dati statistici come avallo. Tali dati, a oggi, non sussistono, mentre ne abbiamo alcuni che documentano gli effetti positivi dell’uso di un linguaggio meno genderizzato (Gygax et al. 2021; Lindqvist et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2019) e anche alcuni rilevamenti sull’uso dello schwa in situazioni giovanili </hi><hi rend="italic">gender questioning </hi><hi rend="CharOverride-1">(Baiocco et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2023). Il timore di un’opposizione tra femminili e schwa non nasce, dunque, da osservazioni empiriche, ma da una generica idea non verificata sul campo. Inoltre, chi fa questa affermazione sembra ignorare che schwa e femminili non si sovrappongono praticamente mai nell’uso: il primo si usa in riferimento a moltitudini miste e mira, in questo contesto, a problematizzare l’uso del maschile sovraesteso; altrove, lo si può impiegare in riferimento a una persona non binaria, che di certo non andrebbe assoggettata a </hi><hi rend="italic">misgendering</hi><hi rend="CharOverride-1"> usando nei suoi confronti il maschile o il femminile. Dunque, si possono benissimo portare avanti insieme queste istanze: lo schwa non invisibilizza il femminile. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A parte questo caso molto specifico, vediamo, dunque, quelle che personalmente ritengo le cinque principali mistificazioni.</hi></p></div><div><head><hi>2. «Non si può più dire niente»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sull’idea che non si possa più dire niente si basa buona parte del discorso che usa </hi><hi rend="italic">woke</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">cancel culture</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">eccesso di/dittatura del politicamente corretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> come parole chiave. Andando ad analizzare gli avvenimenti degli ultimi anni, è indubbio che si possano trovare molti casi di applicazione scioccamente automatica di principi che, di per sé, sarebbero sicuramente da abbracciare. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ad esempio, partendo dal presupposto che è sacrosanto cercare di usare le lingue in maniera non offensiva nei confronti delle minoranze, trovo poco utile la pretesa di evitare l’uso di termini offensivi anche quando servirebbero per un discorso metalinguistico, cioè di riflessione sulla violenza verbale. I </hi><hi rend="italic">trigger warning</hi><hi rend="CharOverride-1">, gli avvisi di contenuti scioccanti, possono avere senso in molti contesti, ma non bisogna, secondo me, arrivare a una tale tabuizzazione linguistica da portare a una specie di terrore semantico, come lo chiamava Italo Calvino (1988). Educare a riconoscere e possibilmente eradicare la violenza linguistica non vuol dire rifiutarsi di guardarla in faccia, non vuol dire crescere generazioni di studenti che si turbano di fronte a qualsiasi contenuto scioccante. Per questo, ho sempre ritenuto estremamente importante la capacità di contestualizzare, di capire l’ambito in cui certe parole vengono pronunciate. E sì, da questa prospettiva, ritengo che si siano commesse esagerazioni (come per esempio il bando totale della </hi><hi rend="italic">n-word</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche in contesti accademici, là dove io ritengo rilevante confrontarsi con la violenza dei testi razzisti [Kennedy, Volokh 2021]); ma sotto forma di episodi quasi sempre staccati tra di loro, che possono agilmente venire ‘montati’ come perle della stessa collana da chi voglia evidenziare l’esistenza di un fronte comune di </hi><hi rend="italic">wokismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> vòlto a soffocare la libertà di parola e di opinione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni passati, ho sempre consigliato di osservare chi fossero le persone che si lamentavano di non poter più dire niente: molto spesso, soggetti appartenenti a quella piccola parte della popolazione che fino a tempi recenti (e forse adesso nuovamente) ha sempre potuto dire tutto senza un contraddittorio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">	L’idea del «non si può più dire niente» (Bordone et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2022) è poco comprensibile se non si fa ricorso al concetto di ingiustizia epistemica (Bianchi 2021), ossia al riconoscimento del fatto che non tutte le persone, a oggi, hanno avuto e hanno modo di fare sentire le proprie parole. Spesso, ci sono svantaggi sociali, economici, fisici, culturali che impediscono a una parte della popolazione di ottenere spazio nel dibattito pubblico, di vedere la propria opinione considerata come importante da ascoltare. Soggetti classicamente marginalizzati, infatti, vengono tradizionalmente considerati incapaci di generare cultura, e quindi privati di </hi><hi rend="italic">agency </hi><hi rend="CharOverride-1">anche solo a livello linguistico. Proprio coloro che, viceversa, hanno sempre potuto dire tutto liberamente e senza contraddittorio, sono gli stessi individui che si lamentano di una presunta perdita di libertà di parola. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È del resto peculiare che, con l’ascesa al potere del duo Trump-Musk negli Stati Uniti, si sia creato un fronte omogeneo di presunta liberazione della parola che passa, in maniera abbastanza incontrovertibile, dal divieto pubblico – e ancora più gravemente imposto al campo della istruzione e della scienza – di usare una serie di parole che servono soprattutto alle minoranze marginalizzate per portare avanti le loro istanze. Questo è un tentativo sistematico di soffocare intere linee di pensiero e di ricerca scientifica che, nel corso degli ultimi anni, stavano prendendo piede grazie ai vari tipi di </hi><hi rend="italic">minority studies</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head><hi>3. «La lingua non si cambia a tavolino»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Altro argomento usato soprattutto, ma non solo, contro le sperimentazioni linguistiche volte a evidenziare i limiti di una lingua che descrive gli esseri umani in maniera dimorfica (senza per questo volersi sostituire alla norma), è che i cambiamenti linguistici sarebbero ‘naturali’ e non imponibili ‘a tavolino’ (Coletti 2025). Intanto, bisognerebbe intendersi su cosa si intende per ‘naturale’. Se l’idea è che sono le comunità linguistiche a cambiare le lingue, è un precetto quasi sacro che spesso viene ripetuto </hi><hi rend="italic">verbatim</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma senza tenere conto di una dimensione che influisce in maniera sostanziale sulla possibilità di agire sulla lingua: il potere che una certa parte della società possiede. Se andiamo a leggere i materiali di discussione pubblica fatti circolare in merito alle Nuove indicazioni per la scuola primaria, colpisce un passaggio nel paragrafo “Gli obiettivi della disciplina” (MIM 2025):</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La lingua italiana costituisce il primo strumento di comunicazione e di accesso alla conoscenza. La lingua scritta, in particolare, rappresenta un mezzo decisivo per l’esplorazione del mondo, per l’organizzazione del pensiero e per la riflessione sull’esperienza e sul sapere tramandato di generazione in generazione. La scuola ha il compito di valorizzare questo patrimonio, trasmettendo nelle forme riconosciute come legittime dalla comunità colta, comunicando il valore e il significato dello strumento linguistico e la necessità della correttezza, richiesta dalla sua stessa funzione sociale, pur in un mondo caratterizzato dalla pluralità linguistica e dall’uso strumentale dell’inglese internazionale. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste frasi sembrano andare in contrasto con il principio della lingua non cambia a tavolino: quello descritto sembra proprio un mondo in cui la lingua scritta, nelle «forme riconosciute come legittime dalla comunità colta», rappresenta un «tavolino» di riferimento per tutto il sistema-lingua e la sua evoluzione. Forse, allora, il problema non è se le lingue cambino o no a tavolino, quanto la possibilità di moltiplicare i tavolini, che a una bella parte del mondo affezionato a una certa visione delle cose appare disturbante. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il discorso rispetto al linguaggio ampio per genere è stato sin dall’inizio viziato da un argomento fantoccio: l’idea che chi sperimenta con schwa, asterischi e altri simboli voglia imporre una ‘nuova norma’, creando un sistema grammaticale con una forma ‘neutra’ inevitabilmente percepita come artificiale da tutte le persone che continuano a ritenere il sistema del genere umano come binario, con alcune anomalie rappresentate dai soggetti intersessuali da una parte – se il focus è il cosiddetto sesso biologico – e dai soggetti </hi><hi rend="italic">gender questioning </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’altra – se spostiamo la visuale sull’identità di genere. Il senso di queste sperimentazioni, che non vengono da un’élite, ma da una parte della comunità italofona, non è di creare un terzo genere grammaticale, ma di riflettere sulla opportunità di avere una forma che permetta in alcuni casi di non esprimere il genere (Gheno 2022). Lo schwa non genera la norma, ma eventualmente la sfida. A quale cambiamento possa portare questa sfida, non è secondo me al momento prevedibile. Ma la discussione sulla ‘messa a norma’ dello schwa è completamente fuorviante.</hi></p></div><div><head><hi>4. «Si sta creando una neolingua orwelliana»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La definizione «neolingua orwelliana» viene spesso usata da coloro che ritengono ogni tentativo di usare la lingua in maniera più equa rispetto alle differenze umane come un inutile orpello. È molto probabile che chi usa questa espressione non abbia mai letto il saggio sulla </hi><hi rend="italic">Neolingua della politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di George Orwell (2021).In esso, viene spiegato in maniera molto chiara che il senso della neolingua era quello di diminuire il numero di parole per diminuire il numero di pensieri, e di far sì che ogni parola avesse uno e un solo significato (no usi traslati o figurati). Nel cercare altri, ulteriori modi per definire cose, concetti o persone, non si fa che aumentare il numero delle soluzioni linguistiche a disposizione di chi parla e scrive. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A mio avviso, un grave fraintendimento è quello di pensare che chi lavora con il linguaggio ampio abbia il desiderio di cancellare le parole già esistenti per impiegarne solo di nuove. In realtà, il lessico può aumentare all’infinito senza che questo implichi la rimozione dei vocaboli sia a un macrolivello (sistema-lingua) sia a microlivello (idioletto, lessico individuale). Se si ragiona su quale sia l’espressione migliore tra «handicappato», «portatore di handicap», «affetto da disabilità», «disabile», «diversamente abile», «persona con disabilità», «persona disabilitata», o, in altra traduzione, «disabilizzata»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Melio 2025), si può senz’altro dire che le definizioni preferite dalla comunità delle persone con disabilità sono le ultime due, e che quindi in molti contesti è preferibile usare quelle, quando ci si rivolge a soggetti con disabilità o se ne deve parlare. Questo non toglie che tutte le altre espressioni continuino a esistere – ed eventualmente anche che esista un contesto in cui possa avere senso usarle. Nell’importante passaggio di un suo saggio, Tullio De Mauro (2018, 84) scrive:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerà come si può dire una cosa, in quale fantastico infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Da questo cambiamento di verbo, </hi><hi rend="italic">dovere </hi><hi rend="CharOverride-1">vs </hi><hi rend="italic">potere</hi><hi rend="CharOverride-1">, passa una vera e propria rivoluzione del pensiero: il linguaggio ampio vuole rispecchiare una visione ampia dell’umanità, suggerendo possibili soluzioni linguistiche per relazionarvici; non obblighi o divieti. Indubbiamente non è facile comprendere il senso del lavoro sulla parola, se si è mai subìto il peso delle parole. Ma non è impossibile uscire da quello stato di ombelicalità e autoreferenzialità verso il quale ci porta l’assetto attuale della società.</hi></p></div><div><head><hi>5. «Non ideologizziamo la lingua!»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Spesso vengo accusata, in quanto</hi><hi rend="italic"> advocate </hi><hi rend="CharOverride-1">per il linguaggio ampio, di ideologizzare la lingua. Nella visione di numerosi soggetti, infatti, la lingua è un sistema immoto, monolitico, isolato dal mondo reale: un sistema a sé al quale gli esseri umani si devono accostare con deferenza e devozione. Al contrario, la lingua è un organismo vivo, mobile e mutevole: rimane lo strumento principe per la comunicazione all’interno di una comunità di parlanti se questa la percepisce come adeguata per venire incontro ai suoi bisogni comunicativi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio per questo motivo, la lingua è per definizione </hi><hi rend="italic">sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> ideologica: in maniera più o meno esplicita, riflette le convinzioni, le tradizioni, i giudizi, i pregiudizi, la storia di una società in un determinato </hi><hi rend="italic">hic et nunc</hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche quando si ritiene che la lingua sia ideologicamente neutra, come in molti cambi di studio, in realtà lo sguardo dello studioso e della studiosa è per forza situato: la neutralità assoluta non esiste, come dimostra la parzialità di tanti punti di vista (bianchi, maschili, coloniali, eterocisnormativi, neurotipici, ecc.) considerati a lungo come gli unici ‘scientifici’. Come nota ancora Tullio De Mauro (2018, 79), in un passaggio scritto nel 1975, in riferimento alla supposta lingua ‘corretta’ (come se fosse l’unica possibile),</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In un’aura immota e atemporale, l’adesione alla particolare norma di realizzazione d’un sistema arbitrario viene presentata dal grammatico monolinguista come un fatto di natura, oggettivo, scientifico. E, per esempio, nell’atto di mandare in una classe differenziale o fuori della scuola il bambino che ha difficoltà a dire «benché piova, esco», il glottodidascalo ritiene di stare, magari, servendo la scienza e qualche altra virtù, e non si rende conto di stare invece eseguendo il mandato d’un gruppo dominante cui, per estrazione avvocatizia della maggior parte dei suoi componenti, è assai familiare lo stile ipotattico, talché ai membri del gruppo «benché piova, esco» suona meglio di «piove, e io esco lo stesso». Così il meccanismo di apertura e chiusura degli accessi al gruppo dominante, sul terreno dell’educazione monolinguistica, si può mascherare assai bene con i vestiti della scientificità e oggettività.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea di una lingua non ideologizzata, in altre parole, è figlia di una visione elitista e parziale non solo della conoscenza linguistica, ma anche della cultura tutta.</hi></p></div><div><head><hi>6. «È una moda passeggera»</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, la bufala finale è l’idea che quanto stia succedendo a livello di società e di lingua sia frutto di un abbaglio passeggero, e che quindi si possa più o meno tranquillamente tornare a uno </hi><hi rend="italic">status quo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui tutto è com’era decenni fa: una società che discrimina chiunque non sia conforme alla tanto celebrata – e tanto scivolosa – idea di ‘normale’. Ma è davvero così? Io ritengo di no: penso che sia in corso un cambiamento cognitivo e antropologico di tale portata che non si potrà tornare indietro rispetto a esso. Le persone ‘diverse’ non potranno venire nuovamente richiuse nelle teche espositive in cui stavano fino a tempi recenti (Gümüsay</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2021), perché nel frattempo è cambiata la loro autopercezione, si è problematizzata la nozione stessa di «normale» (Acanfora 2024); al contempo, tra coloro che possono definirsi più o meno normali, è similmente aumentata la consapevolezza di quanto questo cartellino sia labile.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I populismi, alimentando la paura del diverso (Volpato 2021), sembrano ottenere l’effetto desiderato di restaurazione e ritorno al piccolo mondo antico a cui molte e molti sembrano affezionati – almeno finché non si rendono conto del fatto che quello che oggi viene fatto agli ‘altri’ un giorno potrà essere perpetrato anche nei loro confronti, dato che il confine tra normali e diversi è mobile, soggetto a interpretazioni. Certo, la potenza della narrazione alterizzante, che ritiene i ‘diversi’ un vero e proprio pericolo, è quella di funzionare anche come aspirazione: tante persone che stanno male, che al momento sono classificabili tra gli ‘ultimi’ di una società, vengono portate a odiare e temere altri ‘ultimi’, piuttosto che contrastare chi detiene il potere politico, economico, sociale, e che è per davvero causa della loro situazione. Invece che allearsi su alcune idee centrali per cercare di cambiare la società da dentro andando nella direzione di un mondo più equo – cioè di convivenza delle differenze, ecco che le persone si dividono in un’infinità di gruppuscoli che si tolgono aria – diritti, rivendicazioni – a vicenda. Sperando, in questo modo, di poter ambire ad appartenere alla schiera dei ‘normali’ ed essere quindi dalla parte dei ‘giusti’. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Judith Butler (2024), nel suo recente saggio </hi><hi rend="italic">Who’s afraid of gender</hi><hi rend="CharOverride-1">, si chiede: «Why is freedom so frightening? Is that even the question? Or is rather: How has freedom been made to seem so frightening that people find themselves longing for authoritarian rule?». Una via d’uscita, dunque, potrebbe essere quella di cercare di rendere la libertà meno spaventosa. Per esempio, tramite un’attenta istruzione. Anche alla libertà, dunque, occorre educare.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Acanfora, Fabrizio. 2021. </hi><hi rend="italic">In altre parole. Dizionario minimo di diversità. </hi><hi rend="CharOverride-1">Firenze: effequ.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Acanfora, Fabrizio. 2024. </hi><hi rend="italic">L’errore. Storia anomala della normalità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: LUISS University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Baiocco, Roberto, Rosati Fau, e Jessica Pistella. 2023. “Italian proposal for non-binary and inclusive language: The schwa as a non-gender-specific ending.” </hi><hi rend="italic">Journal of Gay &amp; Lesbian Mental Health</hi><hi rend="CharOverride-1"> 27, 3: 248-53. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19359705.2023.2183537</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bianchi, Claudia. 2021. </hi><hi rend="italic">Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bordone, Matteo, Elisa Cuter, Federica D’Alessio, Giulio D’Antona, Federico Faloppa, Liv Ferracchiati, Vera Gheno, Jennifer Guerra, Christian Raimo, Daniele Rielli, Cinzia Sciuto, Neelam Srivastava, Laura Tonini, e Raffaele Alberto Ventura. 2022. </hi><hi rend="italic">Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Torino: UTET. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Butler Judith. 2024. </hi><hi rend="italic">Who’s afraid of gender?</hi><hi rend="CharOverride-1">. London: Penguin.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Calvino, Italo. 1988. </hi><hi rend="italic">Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Garzanti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Coletti, Vittorio. 2025. “Schwa e asterisco. La lingua la cambiano le masse e in tempi lunghissimi.” </hi><hi rend="italic">Huffington Post</hi><hi rend="CharOverride-1">, 24 marzo. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.huffingtonpost.it/cultura/2025/03/24/news/schwa_e_asterisco_la_lingua_la_cambiano_le_masse_e_in_tempi_lunghissimi-18745597/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-06-06).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">De Mauro, Tullio. 2018. “Il plurilinguismo nella società e nella scuola italiana.” In </hi><hi rend="italic">L’educazione linguistica democratica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Silvana Loiero, e Maria Antonietta Marchese, 73-84. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gheno, Vera. 2022. “Questione di privilegi: come il linguaggio ampio può contribuire ad ampliare gli orizzonti mentali.”</hi><hi rend="italic"> About Gender</hi><hi rend="CharOverride-1"> 11, 21: 2012-22. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.15167/2279-5057/AG2022.11.21.1982</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gheno, Vera. 2024. “Linguaggio ampio: una possibile strada verso la convivenza delle differenze.” In </hi><hi rend="italic">Quanti generi di diversità? Promuovere nuovi linguaggi, rappresentazioni e saperi per educare alle differenze e prevenire l’omofobia e la transfobia</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Irene Biemmi, 57-68. Firenze-Siena: Firenze University Press-USiena Press. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://books.fupress.it/chapter/linguaggio-ampio-una-possibile-strada-verso-la-convivenza-delle-differenze/14864</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gramsci, Antonio. 1975. </hi><hi rend="italic">Quaderni del carcere</hi><hi rend="CharOverride-1">, vol. III: Quaderni 12 (XXIX) – 29 (XXI). Torino: Einaudi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gümüsay, Kübra. 2021. </hi><hi rend="italic">Lingua e essere</hi><hi rend="CharOverride-1">, traduzione di Lavinia Azzone. Roma: Fandango.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gustafsson Sendén, Marie Renström, Emma e Anna Lindqvist. 2019. “Reducing a male bias in language? Establishing the efficiency of three different gender-fair language strategies.” </hi><hi rend="italic">Sex Roles: A Journal of Research</hi><hi rend="CharOverride-1"> 81, 1-2: 109-17. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.1007/s11199-018-0974-9</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Gygax, Pascal, Sayaka Sato, Anton Öttl, e Ute Gabriel. 2021. “The masculine form in grammatically gendered languages and its multiple interpretations: a challenge for our cognitive system.” </hi><hi rend="italic">Language Sciences</hi><hi rend="CharOverride-1"> 83: 101328. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.1016/j.langsci.2020.101328</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Kennedy, Randall, e Eugene Volokh. 2021. “The case for quoting the n-word in university classrooms.” </hi><hi rend="italic">The Washington Post</hi><hi rend="CharOverride-1">. May 13, 2021. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.washingtonpost.com/outlook/2021/05/13/slurs-classrooms-law-school-taboo/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-06-06). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Melio, Iacopo. 2025. </hi><hi rend="italic">Ma i disabili fanno sesso? 100 risposte semplici a 100 domande difficili.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Trento: Il Margine.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ministero dell’Istruzione e del Merito. 2025. </hi><hi rend="italic">Nuove Indicazioni 2025 Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione Materiali per il dibattito pubblico. </hi><hi rend="CharOverride-1">&lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Nuove+indicazioni+2025.pdf/cebce5de-1e1d-12de-8252-79758c00a50b?version=1.0&amp;t=1741684578272</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-06-06). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Orwell, George. 2021. </hi><hi rend="italic">La neolingua della politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Massimo Birattari. Milano: Garzanti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ricolfi, Luca. 2024. </hi><hi rend="italic">Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: La nave di Teseo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Robustelli, Cecilia. 2021. “Lo schwa? Una toppa peggiore del buco.” </hi><hi rend="italic">Micromega</hi><hi rend="CharOverride-1">, 30 aprile, 2021. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.micromega.net/schwa-problemi-limiti-cecilia-robustelli</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-06-06). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Volpato, Chiara. 2021. </hi><hi rend="italic">Deumanizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Come si legittima la violenza</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Yourish, Karen, Annie Daniel, Saurabh Datar, Isaac White, and Lazaro Gamio. 2025. “These Words Are Disappearing in the New Trump Administration.” </hi><hi rend="italic">The New York Times</hi><hi rend="CharOverride-1">, March 7, 2025. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/07/us/trump-federal-agencies-websites-words-dei.html</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-06-06). </hi></p><p rend="editorial_metadata_author">Vera Gheno, University of Florence, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">vera.gheno@unifi.it</ref>, 0000-0001-9405-5034</p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Vera Gheno, <hi rend="italic">I timori di una società normocentrica: cinque argomenti fallaci contro il linguaggio ampio,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0715-7.04</ref>, in Irene Biemmi, Alessandra Viviani (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Le parole della discriminazione. Sessismo, omofobia, razzismo, ‘childismo’, abilismo</hi>, pp. -10, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0715-7, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0715-7</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="200242">Acanfora, Fabrizio. 2021. In altre parole. Dizionario minimo di diversit&amp;#224;. Firenze: effequ.</bibl>
          <bibl n="200232">Acanfora, Fabrizio. 2024. L’errore. Storia anomala della normalit&amp;#224;. Roma: LUISS University Press.</bibl>
          <bibl n="200086">
            <bibl>Baiocco, Roberto, Rosati, Fau e Jessica Pistella. 2023. “Italian proposal for non-binary and inclusive language: The schwa as a non-gender-specific ending”. Journal of Gay &amp;amp; Lesbian Mental Health, v. 27, 2023 - 3: 248-253. https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19359705.2023.2183537.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1080/19359705.2023.2183537</idno>
          </bibl>
          <bibl n="200247">Bianchi, Claudia. 2021. Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="200082">Bordone, Matteo, Cuter, Elisa, D&amp;#39;Alessio, Federica, D&amp;#39;Antona, Giulio, Faloppa, Federico, Ferracchiati, Liv, Gheno, Vera, Guerra, Jennifer, Raimo, Christian, Rielli, Daniele, Sciuto, Cinzia, Srivastava, Neelam, Tonini, Laura e Raffaele Alberto Ventura. 2022. Non si pu&amp;#242; pi&amp;#249; dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="200279">Butler, Judith. 2024. Who’s afraid of gender?. London: Penguin.</bibl>
          <bibl n="200229">Calvino, Italo. 1988. Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio. Milano: Garzanti.</bibl>
          <bibl n="200091">Coletti, Vittorio. 2025. “Schwa e asterisco. La lingua la cambiano le masse e in tempi lunghissimi”. Huffington Post, 24 marzo. https://www.huffingtonpost.it/cultura/2025/03/24/news/schwa_e_asterisco_la_lingua_la_cambiano_le_masse_e_in_tempi_lunghissimi-18745597/</bibl>
          <bibl n="200170">De Mauro, Tullio. 2018. “Il plurilinguismo nella societ&amp;#224; e nella scuola italiana”. L’educazione linguistica democratica, pp. 73-84. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="200172">
            <bibl>Gheno, Vera. 2022. “Questione di privilegi: come il linguaggio ampio pu&amp;#242; contribuire ad ampliare gli orizzonti mentali”. About Gender, V. 11 N. 21</bibl>
            <idno type="DOI">10.15167/2279-5057/AG2022.11.21.1982</idno>
          </bibl>
          <bibl n="200080">Gheno, Vera. 2024. “Linguaggio ampio: una possibile strada verso la convivenza delle differenze”. In Quanti generi di diversit&amp;#224;? Promuovere nuovi linguaggi, rappresentazioni e saperi per educare alle differenze e prevenire l&amp;#39;omofobia e la transfobia, a cura di  Irene Biemmi, pp. 57-68. Firenze: FUP. https://books.fupress.it/chapter/linguaggio-ampio-una-possibile-strada-verso-la-convivenza-delle-differenze/14864.</bibl>
          <bibl n="200230">Gramsci, Antonio. 1975. Quaderni del carcere. Torino: Einaudi. III: Quaderni 12 (XXIX) – 29 (XXI).</bibl>
          <bibl n="200254">G&amp;#252;m&amp;#252;say, K&amp;#252;bra. 2021. Lingua e essere. Traduzione di Lavinia Azzone. Roma: Fandango.</bibl>
          <bibl n="200106">
            <bibl>Gustafsson Send&amp;#233;n, Marie, Renstr&amp;#246;m, Emma e Anna Lindqvist. 2019. “Reducing a male bias in language? Establishing the efficiency of three different gender-fair language strategies”. Sex Roles: A Journal of Research, 81(1–2), 109–117</bibl>
            <idno type="DOI">10.1007/s11199-018-0974-9</idno>
          </bibl>
          <bibl n="200114">
            <bibl>Gygax, Pascal, Sato, Sayaka, &amp;#214;ttl, Anton e Ute Gabriel. 2021. “The masculine form in grammatically gendered languages and its multiple interpretations: a challenge for our cognitive system”. Language Sciences, 83, 2021.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1016/j.langsci.2020.101328</idno>
          </bibl>
          <bibl n="200122">Kennedy, Randall e Eugene Volokh. The case for quoting the n-word in university classrooms”.  The Washington Post. 13 maggio. https://www.washingtonpost.com/outlook/2021/05/13/slurs-classrooms-law-school-taboo/.</bibl>
          <bibl n="200209">Melio, Iacopo. 2025. Ma i disabili fanno sesso? 100 risposte semplici a 100 domande difficili. Trento: Il Margine.</bibl>
          <bibl n="200087">Ministero dell’Istruzione e del Merito. 2025. Nuove Indicazioni 2025 Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione Materiali per il dibattito pubblico. https://www.mim.gov.it/documents/20182/0/Nuove+indicazioni+2025.pdf/cebce5de-1e1d-12de-8252-79758c00a50b?version=1.0&amp;amp;t=1741684578272</bibl>
          <bibl n="200233">Orwell, George. 2021. La neolingua della politica, a cura di Massimo Birattari. Milano: Garzanti.</bibl>
          <bibl n="200195">Ricolfi, Luca. 2024. Il follemente corretto. L&amp;#39;inclusione che esclude e l&amp;#39;ascesa della nuova &amp;#233;lite. Milano: La nave di Teseo.</bibl>
          <bibl n="200243">Robustelli, Cecilia. 2021. “Lo schwa? Una toppa peggiore del buco”. Micromega, 30 aprile.</bibl>
          <bibl n="200245">Volpato, Chiara. 2021. Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="200089">Yourish, Karen, Daniel, Annie, Datar, Saurabh, White Isaac e Lazaro Gamio. 2025. “These Words Are Disappearing in the New Trump Administration”. The New York Times. 7 marzo.  https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/07/us/trump-federal-agencies-websites-words-dei.html.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>