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        <title type="main" level="a">Percorsi di libertà per bambine e ragazze</title>
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            <forename>Vichi</forename>
            <surname>De Marchi</surname>
            <placeName type="affiliation">Indipendent Scholar, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Le parole della discriminazione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0715-7</idno>) by </resp>
          <name>Irene Biemmi, Alessandra Viviani</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Intersectionality—how gender intersects with race, class, and disability—has become central in understanding how girls experience discrimination. Although progress has been made in areas like primary education and vaccinations, many girls, especially in low-income countries, lack internet access, face high dropout rates, and bear a disproportionate load of unpaid care work. Conflict, climate change, and child marriage further threaten their futures. In Italy, despite educational achievements, women face a sharp decline in opportunities upon entering adulthood, with persistent wage gaps and low employment rates. Gender stereotypes persist in families, schools, and media. Financial literacy among girls is particularly low, limiting their future independence. These disparities call for urgent, gender-sensitive policies to ensure equal opportunities from childhood onward.</p>
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            <item>Gender Inequality</item>
            <item>Girls’ Rights</item>
            <item>Intersectionality</item>
            <item>Educational Disparities</item>
            <item>Digital Divide Unpaid Care Work</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.07" /></p>
      <div><head>Percorsi di libertà per bambine e ragazze</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Vichi De Marchi </hi></p><div><head><hi>1. Questioni di intersezionalità</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’Italia dell’inverno demografico e delle culle vuote, le bambine e le ragazze continuano a crescere in un universo che porrà loro molti più ostacoli di quanti dovranno fronteggiare i loro coetanei maschi. E questo nonostante i progressi e la ‘finta parità’ talvolta percepita dalle ragazze, destinata, per lo più, a infrangersi una volta mossi i primi passi nell’età adulta. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, l’ottica puramente nazionale, può mettere in ombra le enormi disparità che esistono all’interno dell’universo femminile delle giovanissime: tra Nord e Sud del mondo, tra paesi sviluppati e quelli a più basso reddito, tra chi ha un background migratorio. Contano le provenienze, il bagaglio culturale, sociale, economico della famiglia di origine. Ma conta anche il fatto che nei medesimi contesti, i percorsi di bambini e bambine divergono. L’infanzia si sdoppia lungo binari in cui le condizioni ‘ambientali’ vengono rimodellate nei comportamenti, nelle aspettative, nelle condizioni concrete, da un fitto intreccio di codici visibili e invisibili. Esiste una ‘questione femminile’ fin dall’infanzia. Non a caso le Nazioni Unite, il 19 dicembre del 2011, con la risoluzione 66/1170, sentirono il bisogno di istituire una giornata internazionale espressamente dedicata alle bambine che ricorre, ogni anno, l’11 ottobre. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tema delle bambine e dei diritti che si conquistano fin dall’infanzia fu posto con forza anche nella Dichiarazione di Pechino del 1995, in un grande raduno asiatico che resta un pilastro delle politiche di genere. Bambine come titolari specifiche di diritti e non solo come componente vulnerabile della società; questo si affermò nel corso della Conferenza di Pechino, insieme all’indicazione che le bambine affrontano discriminazioni multiple dovute al loro genere associato a fattori come la povertà, l’etnia, la disabilità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In anni recenti ha fatto strada, tra gli studiosi e nei movimenti femministi, il concetto di intersezionalità applicato all’infanzia. Si tratta di un campo interdisciplinare che combina studi femministi, sociologia dell’educazione, psicologia e molto altro. Esso deriva da un concetto chiave del femminismo intersezionale che riconosce come diverse forme di oppressione e privilegio (come genere, razza, classe, disabilità, orientamento sessuale, ecc.) si intreccino e si influenzino reciprocamente. Applicando questa prospettiva all’infanzia, in una prospettiva intersezionale si analizza come bambini e bambine crescano in modi diversi e siano diversamente percepiti dalla società a seconda delle molteplici identità che incarnano e delle strutture sociali in cui vivono. Le esperienze infantili, in quest’ottica, sarebbero, perciò, plasmate non solo dal genere, ma anche da altri fattori come razza, classe e abilità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molti anni sono passati dalla conferenza di Pechino e non tutto è andato per il meglio. Anzi. Ce lo raccontano i dati rilanciati dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata internazionale delle bambine, nel 2024, celebrata con lo slogan “Ragazze, una visione per il futuro”. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mondo ci sono 1,1 miliardi di bambine. Secondo le Nazioni Unite, nonostante alcuni timidi passi avanti compiuti negli ultimi 15 anni (soprattutto nei settori dell’istruzione primaria e delle vaccinazioni), la situazione resta drammaticamente preoccupante, destinata forse a peggiorare sospinta dai venti di guerra e dalle crisi di varia natura, inclusa quella climatica. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel mondo, circa 1 ragazza su 5 non completa il ciclo di istruzione secondaria di prima grado e quasi 4 ragazze su 10 non completano il ciclo della secondaria superiore. Nei paesi a più basso reddito, circa il 90% delle adolescenti e delle giovani donne non usa internet. Non così per i ragazzi che mostrano tassi di presenza online doppi rispetto alle coetanee. Complessivamente bambine e ragazze tra i 5 e i 14 anni dedicano ogni giorno 160 milioni di ore di lavoro non pagato per la cura familiare e nelle faccende domestiche. Per i bambini e i ragazzi della stessa età non esiste lo stesso carico di lavoro. Persino le infezioni da HIV tra gli adolescenti (tema di cui colpevolmente non si parla quasi più) colpiscono le ragazze più dei ragazzi: in 3 casi su 4 tra gli adolescenti ad essere infettata è la ragazza. Allarmanti anche i dati sulle violenze in matrimoni contratti da adolescenti: 1 ragazza su 4 ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner almeno una volta mentre milioni di giovanissime rischiano di essere ‘spose bambine’ nell’arco dei prossimi dieci anni, un’emergenza esacerbata da crisi economica e, negli anni scorsi, dalla pandemia da Covid-19 (United Nations 2024). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche nei conflitti armati, bambini e bambine vivono condizioni diverse pur nella comune drammaticità della situazione. Unicef stima che nel mondo quasi 1 bambino o bambina su 5 viva in zone interessate da un conflitto: si tratta di 473 milioni di bambine e bambini colpiti da una violenza che non ha eguali dalla seconda guerra mondiale, con un’accelerazione intervenuta negli ultimi decenni. La percentuale di bambini e bambine che vivono in zone di conflitto nel 1990 era del 10%, oggi questa cifra è quasi raddoppiata sfiorando il 19%, con bambine e ragazze vittime, spesso, di violenza anche sessuale (UNICEF 2024). Si tratta, per molti osservatori, di una ‘nuova normalità’ inaccettabile, come ci mostrano le immagini di massacri di minori, a Gaza e in altre aree di conflitto; dall’Ucraina, al Sudan, dalla Siria allo Yemen. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il quotidiano britannico The Guardian, in un articolo del dicembre 2024, ha dato conto di una ricerca condotta a Gaza tra i più piccoli da una Organizzazione non governativa (Ong) con il sostegno di War Child Alliance (War Child UK 2024). In essa si rilevava come il 96% dei bambini avvertiva come imminente la propria morte e, dato ancora più drammatico, il 49% di loro addirittura lo sperava per mettere fine allo strazio del quotidiano. Tuttavia a desiderarlo erano più i maschi (72%) delle femmine (26%). Un dato che testimonia della maggiore resilienza delle ragazze e delle bambine rispetto a realtà anche drammatiche (Borger 2024). Né la guerra è l’unica grave minaccia che rende ancora di più complicata la già difficile condizione delle bambine e delle ragazze. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Esiste anche la bomba climatica. Nel chiuso dei nostri appartamenti, rinfrescati dai condizionatori, avvertiamo l’oppressione di estati diventate roventi mentre gli inverni si annunciano anch’essi rischiosi per il pericolo di inondazioni in territori super sfruttati dall’uomo come quello italiano. Ma cosa succede quando si analizza la crisi climatica in paesi a bassissimo reddito, in quel Sud del mondo che vive in povertà ed è già desertificato? Gli effetti sono drammatici e si riflettono sulla condizione delle bambine e delle ragazze cambiando le loro vite e il loro futuro. Un rapporto di Save the Children (2023) evidenzia come, entro il 2030, quasi il 60% delle ragazze – pari a 931 milioni – vivrà almeno un evento climatico estremo, come inondazioni, siccità, ondate di calore con ripercussioni, per chi vive nei paesi più poveri, sulla possibilità di proseguire gli studi mentre cresce il rischio, sospinto dalla povertà, di contrarre matrimoni in giovanissima età e di subire violenze. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo ribadisce anche l’organizzazione WeWorld che nel suo ultimo rapporto </hi><hi rend="italic">Her Future at Risk</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2025) sottolinea come donne, bambine e bambini affrontino rischi maggiori nelle crisi umanitarie perché l’interruzione dei servizi essenziali e delle infrastrutture aggrava le disuguaglianze già esistenti. Di qui la necessità di sviluppare politiche di intervento sensibili al genere e alle generazioni. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto delinea un quadro allarmante, supportato anche da dati raccolti attraverso il ChildFund Alliance World Index 2024. Alcuni esempi: una bambina nata oggi in Afghanistan (a cui il rapporto dedica un focus particolare) dovrà aspettare 210 anni affinché i suoi diritti umani siano pienamente attuati. Oltre 85 milioni di bambine e bambini nelle aree di emergenza sono esclusi dalla scuola, e le ragazze sono tra le più penalizzate.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le discriminazioni intersezionali – ovvero quelle che colpiscono una persona in modo combinato, sulla base di fattori come genere, etnia, religione o disabilità – amplificano le disuguaglianze e rendono le donne e le ragazze ancora più vulnerabili, soprattutto lo diventano le rifugiate, le sfollate, chi convive con una qualche forma di disabilità, chi appartiene a minoranze etniche, avverte We World (2025). </hi></p></div><div><head><hi>2. Dal mondo all’Italia </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se il dato afghano (forse il peggior luogo dove nascere femmina oggi) è drammatico – 210 anni per raggiungere una parvenza di parità – persino nella sviluppatissima Italia serviranno parecchie decadi per centrare l’obiettivo. Lo mette in luce il </hi><hi rend="italic">Global gender gap report 2024</hi><hi rend="CharOverride-1"> del World Economic Forum (2024). Su 146 paesi analizzati, l’Italia si colloca all’87esimo posto, un triste primato europeo se si pensa che l’Islanda è prima nella classifica mondiale e ben 7 paesi europei si collocano tra i primi dieci e tra questi vi sono i paesi nordici e la Germania. A far crollare il nostro indice è soprattutto la scarsa partecipazione economica e le poche opportunità  offerte alle donne (111esima posizione) mentre non vanno male i traguardi raggiunti nel campo dell’istruzione (56esima posizione). Tradotto in termini pratici, le bambine e le ragazze sono brave, studiano, raggiungono ottimi livelli di istruzione ma poi il loro mondo frana sulla soglia dell’età adulta quando verranno loro offerte poche e scarsamente remunerate occasioni di lavoro; un gender gap salariale che tenderà ad ampliarsi via via che la carriera della donna progredisce. Infatti esso è del 16,6% tra i laureati e, addirittura, del 30,8% tra i dirigenti (Istat 2024). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Istat, in occasione della Giornata Internazionale della donna, l’8 marzo 2024, ha pubblicato una serie di dati disaggregati per fasce di età e per sesso, dalla primissima infanzia alla ‘ultra vecchiaia’. In quasi tutte le rilevazioni, i maschi stanno meglio delle loro coetanee. Tra gli 6 e i 10 anni, ad esempio, i bambini stanno con gli amici più di una volta a settimana (33,1%) diversamente dalle bambine (27,7%) e praticano sport in modo continuativo più delle loro coetanee (rispettivamente 62,7% e 53%). Tra gli 11 e i 16 anni sono le ragazze a subire più atti di bullismo (55,6%) rispetto ai maschi (49,9%). Tra i 18 e i 34 anni, le laureate sono in maggior numero (33,8%) rispetto ai maschi (21,9%) ma i maschi sono più presenti nelle facoltà scientifiche. Poi, il tasso di occupazione ribalta i percorsi scolastici e tra i 25 e i 34 anni è di appena il 57% per le donne contro il 74,0% degli uomini (Istat 2024). Sono questi i dati contrastanti che ci dicono che il tema della disparità è ancora attualissimo anche se le ragazze sono, spesso, più brillanti a scuola e con esiti scolastici migliori dei coetanei. Il dato è confermato anche dai percorsi scolastici delle ragazze di nazionalità non italiana. Nonostante attraversino l’adolescenza tra strappi e rinunce e vivano, in media, in famiglie con livelli di povertà molto maggiori di quelli in cui crescono le coetanee italiane, riescono a proseguire gli studi più dei ragazzi di origine straniera. È soprattutto a partire dalla fascia 14-16 anni che si osservano differenze di genere: il 95,6% delle ragazze con cittadinanza non italiana proseguono gli studi rispetto al 90,9% dei coetanei maschi. Successivamente, nella fascia 17-18 anni, il divario si accresce notevolmente (86,4% le femmine sui banchi di scuola e 65,6% i maschi), come rilevano le statistiche del Ministero dell’Istruzione e del Merito nel suo Rapporto sugli alunni con cittadinanza non italiana, nell’anno scolastico 2022-23, l’ultimo a disposizione nel momento in cui scriviamo (Ministero dell’Istruzione e del Merito – Ufficio di Statistica 2024, 13). Tuttavia, secondo alcuni studi, il più precoce abbandono scolastico dei giovanissimi maschi, soprattutto in famiglie con pochi mezzi, non dipende solo dal loro scarso rendimento scolastico ma anche dalle maggiori chance che hanno di trovare un impiego rispetto alle coetanee che, talvolta, permango più a lungo a scuola per mancanza di alternative. Nel comportamento maschile agirebbero cioè </hi><hi rend="italic">push</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">pull</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">factors</hi><hi rend="CharOverride-1"> debolmente presenti nell’universo di riferimento femminile che, nel suo restare a scuola, attiverebbe una sorta di ‘strategia difensiva’ rispetto a un mercato del lavoro che offre minori opportunità (Borgna e Struffolino 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’analisi di come agiscano gli stereotipi di genere e dei canali attraverso cui si attivano è da tempo al centro della ricerca di numerose studiose. Famiglia, scuola, libri di testo, pubblicità, commerci, modelli, letture, abbigliamento: si tratta di un elenco infinito di ambiti entro cui sono attivi condizionamenti spesso sottili, difficili da percepire, eppure presentissimi come ha messo in luce la pedagogista Irene Biemmi in numerosi suoi studi (tra cui si segnalano, in particolare, Biemmi 2020 e 2017). Un’altra pedagogista, Anna Granata, pone l’accento sul ruolo di trasmissione di gesti, posture, rituali spesso inconsapevoli, assunto dalle figure femminili adulte di riferimento, in particolare dalle madri. Sarebbero loro il principale modello a cui si riferiscono le giovanissime nelle loro scelte di vita che compiranno per imitazione o per opposizione (Granata 2024). La sfida è ancora più ardua quando si cresce in contesti fragili, ove serve fare i conti con modelli non tutti positivi. Lo sottolinea la sociologa Chiara Saraceno (2020) nell’</hi><hi rend="italic">Atlante dell’infanzia a rischio</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Save the Children dedicato alle bambine: «Nelle zone più deprivate c’è il rischio di una iper-femminilizzazione delle ragazze, con una riduzione delle loro aspirazioni e un anticipo di adultità». Altre adolescenti, invece, si rifugiano in un modello tradizionale, facendo prevalere l’identificazione con la madre, si legge nella pubblicazione di Save the Children (De Marchi 2020).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, la difficoltà di svincolarsi dal background economico, sociale e culturale della famiglia, in un’Italia in cui l’ascensore sociale è ormai da tempo bloccato, se è reale per entrambi i generi, essa risulta tanto più forte per le ragazze sommandosi alle difficoltà che incontrano nell’accedere e progredire nel mercato del lavoro. Lo rileva il Gender Policies Report 2023 dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Esposito 2023) dedicato alle determinanti delle diseguaglianze di genere, soprattutto sul mercato del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche sul fronte finanziario, esistono numerosi indicatori che testimoniano di come le ragazze, ancora oggi, posseggano scarse competenze, quasi che parlare o occuparsi di denaro sia percepito come qualcosa di non appropriato. Lo documentano i dati del Rapporto Internazionale OCSE-PISA 2022 sull’alfabetizzazione finanziaria dei quindicenni i cui risultati, per l’Italia, sono stati presentati nel giugno del 2024 dalla Banca d’Italia insieme all’Istituto Invalsi. Gli adolescenti italiani, in generale, non hanno molta dimestichezza con tutto ciò che ha a che fare con il denaro. Sulle competenze finanziarie si collocano, infatti, al di sotto della media OCSE anche se si sono registrati dei miglioramenti negli anni recenti, da imputare soprattutto agli adolescenti, per lo più del Nord, che frequentano un liceo o un istituto tecnico. Colpisce, però, il divario di genere che non solo persiste ma si è addirittura amplificato: nel 2022 il punteggio medio dei maschi era di 22 punti superiore a quello delle coetanee. Rispetto al 2012 (primo anno in cui OCSE- PISA- ha effettuato tali analisi) le ragazze sono migliorate (+11 punti), ma meno dei ragazzi (+23 punti) con la conseguenza che il vantaggio dei ragazzi è aumentato di 12 punti. Diversamente da altri paesi OCSE, in Italia l’istruzione finanziaria non è entrata negli insegnamenti scolastici in maniera generalizzata, di soldi semmai si parla (anche se poco) in famiglia, e lo si fa con un occhio un po’ strabico; con le ragazze si parla per lo più di acquisti e consumi, con i ragazzi ci si spinge un po’ oltre, affrontando temi di interesse più generale. Questo gap, che nasce molto presto, avrà poi riflessi importanti sulla minore capacità delle donne di gestire le proprie finanze, talvolta anche semplicemente di saper usare un proprio conto bancario online, accettando così di delegare ad altre figure, per lo più maschili, una sfera che attiene a un elemento fondante della propria indipendenza, ovvero la gestione dei soldi. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, solo il 40% dei quindicenni dice di sentirsi a proprio agio nel parlare di soldi (contro una media OCSE del 50%), ma si tratta di un motivo di imbarazzo prevalentemente femminile. È quindi legittimo supporre che la difficoltà delle ragazze con la materia economica sia ancora in parte legata a luoghi comuni che persistono nel tempo e che producono condizionamenti psicologici da cui non è semplice liberarsi,</hi></quote><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">si legge nel sito del Museo del Risparmio (2024) a commento dei dati OCSE-INVALSI. Si tratta, di nuovo, di condizionamenti che nascono molto presto, già nell’infanzia come denunciò, molti anni fa, </hi><hi rend="CharOverride-1">Elena Gianini Belotti nel suo celebre saggio </hi><hi rend="italic">Dalla parte delle bambine</hi><hi rend="CharOverride-1">. Era il 1973 quando quel libro rivoluzionario arrivò nelle librerie, nel pieno del femminismo e delle lotte delle donne. Elena Gianini Belotti vi partecipa con un’ottica diversa, non guarda al femminile adulto, osserva la bambina, si mette al suo fianco, dichiara la sua partigianeria: bisogna essere dalla parte delle bambine. Nel suo saggio più noto, destruttura stereotipi sessisti, osserva il bambino e la bambina per indicarci, esempi alla mano, come si costruisce un femminile docile e subalterno e come si forgia un maschile dominante. Famiglia, scuola, modelli proposti, linguaggio e giocattoli; tutto concorre a plasmare le bambine in modo che da adulte si credano libere senza esserlo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una sua opera del 1998, dal titolo </hi><hi rend="italic">Prima le donne e i bambini</hi><hi rend="CharOverride-1">, Elena Gianini Belotti racconta che da bambina divorava libri di avventure nei quali i protagonisti erano solo uomini e tutti correvano rischi terribili, ma gli andava sempre bene. Amava leggere soprattutto le avventure di mare. Solo un dubbio ogni tanto si insinuava nella sua mente. In quelle storie piene di rischi e trepidazioni al rassicurante ordine «prima le donne e i bambini», spesso seguiva un perentorio, definitivo, contraddittorio: «Si salvi chi può». Delle due l’una – suggerisce – o noi femmine eravamo al sicuro e saremmo state salvate. Oppure in quel si salvi si può c’era un destino, a prevalere sarebbero stati i più forti, i più robusti, gli uomini, insomma. Quel pensiero molesto la condusse, in età adulta, a scrivere i suoi bellissimi saggi sul prezzo pagato da tutti, anche dai maschi, al patriarcato, con molte riflessioni dedicate proprio alla non autenticità della comunicazione tra oppresso e oppressore, tra dominatore e dominato. Mentre il vero dialogo non può che prodursi tra pari. Il resto – scrive Elena Gianini Belotti (1998, 15) – è «finzione, difesa, menzogna».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ottant’anni sono passati da un altro rivoluzionario e diversissimo testo. Si tratta di </hi><hi rend="italic">Pippi Calzelunghe</hi><hi rend="CharOverride-1">, amatissimo libro della scrittrice svedese Astrid Lindgren, fatto conoscere in Italia da Donatella Ziliotto a metà del Novecento. Quest’anno la casa editrice Salani lo ha riproposto con una diversa veste e la prefazione di Elisabetta Gnone che ricorda quanto il personaggio ribelle di Pippi Calzelunghe, con le sue trecce arancioni all’insù e il suo spirito avventuroso e anticonformista abbia rappresentato, per l’epoca, un capovolgimento della tradizionale identità femminile della bambina tranquilla e composta veicolata dalla letteratura per i più piccoli per far spazio alla creatività e all’autonomia. Amore e immaginazione, secondo l’autrice svedese, erano i due veri superpoteri che lei aveva conferito al suo personaggio Pippi, che così grande successo ebbe in tutto il mondo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molto tempo è passato da allora e molto è cambiato ma non abbastanza da trasformare Pippi Calzelunghe in un personaggio di assoluta normalità nel duemila. Le gabbie di genere persistono, magari hanno assunto forme diverse, ma non troppo. E persistono anche per i maschi. Nonostante esista in tutti o quasi tutti i campi una formale parità di diritti e di opportunità il «genere come ordine pervasivo resta ancora largamente da esplorare», scrivono Irene Biemmi e Silvia Leonelli in </hi><hi rend="italic">Gabbie di genere</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2017). Rappresentazioni introiettate, educazione e attitudini attribuite ai due sessi, vincoli invisibili modellano lui e lei bambini, poi adolescenti, infine adulti, perché anche la costruzione dell’identità maschile non è neutra, «richiede un modellamento educativo, fa pagare un prezzo perché obbliga anche lui – il bambino e poi il ragazzo – a crescere dentro una gabbia di genere, certo più confortevole di quella femminile, ma pur sempre una gabbia», si legge nell’</hi><hi rend="italic">Atlante dell’Infanzia a rischio</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Italia di Save the Children (De Marchi 2020) dedicato alle bambine. A costruire queste gabbie ci pensa anche la scuola attraverso libri di testo con linguaggi solo apparentemente non sessisti e dove sono quasi assenti modelli femminili di riferimento che aiuterebbero a immaginarsi fuori dalle gabbie di genere. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1"> Di queste gabbie e dello smarrimento che sembra cogliere, nei nostri tempi, anche le giovanissime generazioni di maschi di fronte a rigide identità se ne è parlato ad aprile di quest’anno, nel corso della Fiera Internazionale del libro per ragazzi, il più importante appuntamento fieristico dedicato all’editoria per i più piccoli, che si tiene a Bologna. “Books and Boys”, “Trans-cendent: Embracing inclusive gender expression beyond tokenism or issue books”, “Alla ricerca di una letteratura priva di stereotipi: i progetti europei G-BOOK” sono alcuni dei panel di discussione internazionale che si sono svolti attorno alla rappresentazione di genere e al ruolo della letteratura nell’educazione degli uomini di domani. Il tutto accompagnato da una lettura multilingue della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con la partecipazione di 42 autori, illustratori ed editori di tutto il mondo. Perché – è sempre utile ricordarlo – avere dei diritti, agirli, affermali, è la base di ogni percorso che mira anche a rompere le gabbie di genere e ad affermare una vera parità. Forse quei diritti non sono sufficienti, ma necessari sì. </hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biemmi, I. 2020. </hi><hi rend="italic">Educazione sessista: stereotipi di genere nei libri delle elementari</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Rosenberg &amp; Sellier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biemmi, I., e S. Leonelli. 2016.</hi><hi rend="italic"> Gabbie di genere: retaggi sessisti e scelte formative</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Rosenberg &amp; Sellier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Borger, J. 2024. “Death feels imminent for 96% of children in Gaza, study finds.” </hi><hi rend="italic">The Guardian</hi><hi rend="CharOverride-1">, december 11, 2024. &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.theguardian.com/world/2024/dec/11/death-feels-imminent-for-96-of-children-in-gaza-study-finds</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2025-04-07).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Borgna, C., e E. Struffolino. 2020. “Chi è stato davvero “lasciato indietro”? 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