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        <title type="main" level="a">Razzismi. Dall’inferiorità della razza allo sfruttamento del lavoro</title>
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            <forename>Fabio</forename>
            <surname>Berti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Le parole della discriminazione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0715-7</idno>) by </resp>
          <name>Irene Biemmi, Alessandra Viviani</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.08</idno>
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          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This essay explores the historical and sociological evolution of racism, tracing its transformation from early biological and cultural forms to contemporary economic expressions. While classical racism was rooted in pseudo-scientific notions of racial superiority, modern racism has become more subtle, often serving as a tool for legitimizing labor exploitation, particularly in the context of immigration. A key focus is placed on the agricultural sector in Italy, where migrant workers—especially in regions like Tuscany—face systemic forms of exploitation through temporary contracts, subcontracting practices, and exclusionary immigration policies. These dynamics give rise to new forms of racialized labor relations and institutional racism, where subordination extends beyond economics to include symbolic and cultural dimensions. The essay argues that racism and exploitation are deeply interconnected and cannot be addressed separately. To counter these trends, it calls for inclusive policies and a cultural shift that places social justice and integration at the center of public debate.</p>
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            <item>Racialization</item>
            <item>Labor exploitation</item>
            <item>Institutional racism</item>
            <item>Migrant labor</item>
            <item>Economic inequality</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0715-7.08" /></p>
      <div><head>Razzismi. Dall’inferiorità della razza allo sfruttamento del lavoro</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Fabio Berti </hi></p><div><head><hi>1. Introduzione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La storia dell’umanità è disseminata di violenze e pregiudizi che hanno finito per promuovere e legittimare diverse forme di sopraffazione e discriminazione sociale. Qui possiamo ricordare che la schiavitù ci ha accompagnato per buona parte della vicenda umana, visto che era già presente tra i Sumeri in Mesopotamia intorno al 3500 a.C. e gli Stati Uniti l’hanno messa fuori legge solo nel 1865; in molte società, come per esempio in India, il sistema delle caste aveva creato una rigida gerarchia sociale, ancora non del tutto scomparsa, basata sulla nascita e dove le persone appartenenti a caste inferiori erano spesso soggette a trattamenti ingiusti e discriminatori; gli antichi greci e i romani consideravano ‘barbari’ tutti coloro che non condividevano la loro cultura e la loro lingua producendo un senso di superiorità nei confronti degli altri popoli; durante il Medioevo, poi, era assai diffusa l’intolleranza religiosa, con persecuzioni contro gruppi come gli ebrei e i cosiddetti ‘eretici’; anche le donne sono state storicamente discriminate in molte culture, con limitazioni nei diritti legali, nell’accesso all’istruzione e nel lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, queste forme di discriminazione rappresentano solo le fondamenta di ciò che oggi chiamiamo ‘razzismo’, un fenomeno relativamente recente nato in Europa a partire dall’avvento della società moderna, emersa in seguito alla rivoluzione scientifica, all’affermazione dell’economia capitalista e dell’individualismo (Taguieff 1999, 18). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’origine del razzismo troviamo proprio la prospettiva scientista, basata sulla tesi, oggi ampiamente smentita, dell’esistenza di differenze razziali su base biologica; a questa prima dimensione del razzismo è seguita quella del razzismo culturalista, basata su una inconciliabile differenza culturale tra i diversi gruppi etnici; infine, l’epoca contemporanea sembra essersi assestata su un approccio al razzismo basato su dinamiche politiche ed economiche, di cui probabilmente non riusciremo a disfarci in tempi brevi, come profetizzato cinquanta anni fa da John Rex (2005, 181): </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">di una cosa siamo assolutamente certi. Per i prossimi secoli i problemi che più occuperanno gli uomini da un punto di vista politico saranno problemi che i membri della società definiranno da un punto di vista soggettivo problemi di razza.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste tre forme di razzismo – biologico, culturalista ed economico – sono accomunate dalla negazione di uno dei principi fondanti della </hi><hi rend="italic">Dichiarazione universale dei diritti umani</hi><hi rend="CharOverride-1">, ossia che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Come scrive Amnesty International in una sua campagna antirazzista, </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il razzismo nega sistematicamente ad alcune persone il pieno godimento dei loro diritti umani, con il pretesto del colore della pelle, dell’appartenenza razziale o etnica, dell’origine sociale (compresa la casta) o nazionale. Questo rappresenta una minaccia a tutti i diritti umani: civili e politici ma anche economici, sociali o culturali (Amnesty International Svizzera 2023).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Partendo da questa prospettiva ‘multidimensionale’ del razzismo, nelle pagine che seguono, dopo aver riassunto le principali tappe dell’evoluzione del fenomeno razzista, ci soffermeremo sul razzismo economico, mettendo in evidenza, anche alla luce dei risultati di ricerche empiriche recenti, la relazione tra razzismo, sfruttamento del lavoro e immigrazione.</hi></p></div><div><head><hi>2. Dal razzismo ‘biologico’ a quello ‘economico’</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il razzismo moderno si è sviluppato dalla metà dell’Ottocento attraverso tentativi di giustificare la superiorità della razza bianca con argomentazioni scientifiche a partire da un’interpretazione errata dell’evoluzionismo di Charles Darwin: si arrivò così a classificare le razze in base al loro presunto grado di evoluzione. Le razze considerate più evolute si adattavano meglio all’ambiente, accumulavano ricchezze e dominavano su quelle ritenute inferiori perché meno evolute. Questo fornì una giustificazione scientifica all’imperialismo, sostenendo che il dominio bianco aveva la missione di accelerare la civilizzazione dei popoli meno avanzati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic">Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Joseph-Arthur de Gobineau rappresenta il testo cardine del razzismo ottocentesco; qui si affermavano concetti fondamentali come la superiorità della razza bianca, in particolare dei popoli ariani germanici descritti come biondi, alti e con cranio lungo e stretto. La cultura veniva vista come un riflesso delle qualità razziali e la purezza razziale era considerata essenziale per mantenerla: si temeva che la mescolanza con razze ritenute inferiori (il meticciato) avrebbe portato a una inevitabile decadenza e mediocrità.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea – folle – della superiorità della razza raggiunse il suo tragico epilogo nella Germania nazista dove gli ebrei, considerati una pericolosa razza inferiore, furono prima privati dei diritti civili e poi avviati allo sterminio. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I sei milioni di morti nelle camere a gas in nome della purezza della razza dopo la Seconda guerra mondiale imposero una profonda revisione delle teorie razziali. All’inizio furono motivazioni etiche e politiche ad obbligarci ad un cambio di prospettiva; poi, tutta una serie di studi scientifici che arrivano fino ai giorni nostri, sono stati in grado di dimostrare l’infondatezza delle teorie razziali che avevano giustificato discriminazioni e gerarchie. Qui ci limitiamo a ricordare le ricerche di Lewontin (1972) che hanno evidenziato come la maggior parte della variabilità genetica si trova all’interno delle popolazioni, mentre solo una piccola percentuale si osserva tra popolazioni diverse; successivamente, il Progetto genoma umano iniziato nel 1990 e andato avanti fino agli anni 2000 ha dimostrato definitivamente che tutti gli esseri umani condividono oltre il 99,9% del loro DNA (International Human Genome Sequencing Consortium 2004), rafforzando ulteriormente l’idea che le ‘razze’ non hanno un fondamento biologico solido, ma rappresentano ‘costrutti sociali’.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Perché, allora, se il concetto di razza è privo di significato, il razzismo rappresenta ancora una fonte concreta di discriminazione? Probabilmente perché nel corso del tempo ha cambiato pelle.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sebbene sia raro che qualcuno si proclami apertamente razzista, atteggiamenti e comportamenti razzisti restano ancora ampiamente diffusi. Il pensiero razzista si rivela particolarmente insidioso perché, nel tempo, non solo la paura dell’Altro, ma persino il concetto di «rispetto» per l’ alterità sono stati strumentalizzati per giustificare nuove forme di discriminazione. Questo è l’aspetto più paradossale e pericoloso del razzismo contemporaneo, quello che Taguieff definisce «razzismo differenzialista e culturale» (Taguieff 1988).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa nuova forma di razzismo sovverte le argomentazioni dell’antirazzismo, portandole all’estremo: enfatizza il rispetto delle differenze e la tutela identitaria in modo così radicale da trasformarle in barriere insormontabili. I suoi sostenitori giustificano una visione separatista amplificando il concetto di diversità fino a renderlo un confine invalicabile tra culture e gruppi sociali, temendo che il contatto con l’Altro possa compromettere l’autenticità delle identità: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">il nuovo razzismo è anche una forma di reazione alla modernizzazione, alla tendenza cioè della società moderna di integrare, unificare, livellare ogni differenza, nel momento in cui si assiste alla comparsa in paesi industrializzati di nuovi processi migratori, nuove etnie e nuove culture (De Vita 1996, 79).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio l’immigrazione che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ha ridisegnato l’asseto demografico, sociale ed economico di buona parte dei paesi europei, ha innescato nuovi fenomeni razzisti. Nonostante la scienza abbia smentito l’idea della superiorità di una razza sull’altra, questa continua ad avere seguaci, come dimostra il successo del suprematismo; allo stesso modo, il culturalismo diffuso continua ad alimentare forme di discriminazione, come nel caso di certe forme di islamofobia. A queste classiche dinamiche razziste i fenomeni migratori ne hanno aggiunta un’altra: si tratta del ‘razzismo economico’ che oggi contribuisce a legittimare disuguaglianze e sfruttamento del lavoro (Virdee 2010; Bonacich et al. 2008; Sacchetto 2011).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già in passato erano emersi forti legami tra razzismo e classismo: alcune ricerche empiriche condotte sulla stratificazione sociale in Gran Bretagna avevano dimostrato come i lavoratori bianchi erano privilegiati rispetto ai lavoratori immigrati: i primi erano riusciti nell’ottenere il riconoscimento di certi diritti grazie alle lotte sindacali e alla partecipazione politica, mentre i secondi rimanevano sistematicamente svantaggiati e discriminati, non identificandosi nella cultura operaia e nella politica di classe (Rex 2009). Del resto, anche il segregazionismo, che negli Stati Uniti è seguito all’abolizione della schiavitù ed è rimasto in vigore fino agli anni Sessanta del secolo scorso, intrecciava dinamiche tipicamente razziali con altre di natura economica (Marable 1983). Noti sono gli studi di Du Bois (1899), uno dei primi scienziati sociali afroamericani – oltre che formidabile attivista – secondo il quale i neri non raggiungevano il successo dei bianchi non a causa della pigrizia o dell’incapacità che veniva loro attribuita ma a causa del razzismo ampiamente diffuso nella società americana. Anche dopo l’abolizione della schiavitù, in America segregazione spaziale, sfruttamento economico e disuguaglianza razziale erano strettamente collegati e continuavano a produrre effetti devastanti sui gruppi sociali inferiorizzati.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">C’è però una differenza profonda tra il razzismo americano e quello europeo. Secondo Burgio (2020) all’origine del razzismo moderno europeo troviamo proprio la necessità di giustificare lo sfruttamento del lavoro e la subordinazione di alcuni gruppi sociali: le società schiaviste come quella americana non avevano necessità di produrre teorie analoghe alle teorie razziste sorte in Europa perché non dovevano </hi><hi rend="italic">giustificare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la schiavitù. La schiavitù era una forma di relazione sociale vissuta come naturale e di per sé ovvia e giusta e, quindi, non era vissuta come una violazione di principi, come una violenza, ma semplicemente come una naturale forma di relazione. La situazione europea era invece molto diversa: qui, già dalla seconda metà del Settecento, si erano affermati principi universalistici che si ponevano su posizioni tendenzialmente antischiaviste; lo sterminio dei Nativi delle Americhe, la tratta degli africani che causò inenarrabili sofferenza e di cui anche l’opinione pubblica cominciava ad essere informata, e la condizione degli schiavi nelle colonie divennero uno scandalo che investì e che lacerò la coscienza europea, diversamente da quanto non fosse avvenuto nei secoli precedenti. Questa consapevolezza generò però due forme di reazione: da una parte ci fu chi si impegnò affinché lo scandalo esplodesse, e si impegnò per lo sradicamento della schiavitù, e dall’altra ci fu invece chi intervenne contro lo scandalo, tentò di sopirlo e tentò di produrre giustificazioni della tratta e della riduzione in schiavitù di quei gruppi che erano coinvolti in quella tragedia. Le teorie razziste che sorgono rigogliose in ambito antropologico e in ambito filosofico proprio nella cultura illuminista fecero parte di questo sforzo di giustificazione a beneficio dell’economia europea: insomma, collocare i diversi gruppi umani su delle scale di valore in base a presunte conoscenze scientifiche, invece che con il ricorso alla violenza, per noi europei è stato molto comodo e conveniente. Come ribadito ancora da Burgio (2021) con il razzismo moderno </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">si poteva affermare che era la natura stessa a prescrivere che i gruppi umani più stupidi o fisicamente meglio attrezzati (e, di norma, si sosteneva che fossero i più stupidi ad essere meglio attrezzati) svolgessero i lavori più duri e più sporchi e, ovviamente, prescrivere che venissero esclusi dalla cittadinanza.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Oggi il legame tra immigrazione, razzismo e dinamiche economiche si è fatto ancora più stretto e permette di superare il vecchio razzismo ormai difficilmente tollerabile. Anzi, da questo punto di vista assistiamo al passaggio dalla riflessione sul concetto di razza alla tematizzazione dei processi di razzializzazione, cioè quei «processi che producono gruppi razzializzati in specifiche condizioni sociali e storiche» (Frisina 2020, 47). Questa attenzione ai processi di razzializzazione ci permette di capire come il razzismo sia divenuto funzionale a specifici processi economici e sociali, garantendo la riproduzione dei privilegi di alcuni e la subordinazione di altri: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">una questione fondamentale del passaggio dagli studi delle relazioni razziali a quello dei processi di razzializzazione è che l’attenzione non è più sulle caratteristiche e sulle azioni di coloro che vengono definiti razzialmente, ma sulle motivazioni e azioni dei gruppi sociali più potenti, cioè sui “razzializzatori”, coloro che sono all’origine dei processi di razzializzazione (Frisina 2020, 49).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Possiamo infatti aggiungere che nelle società contemporanee i processi di razzializzazione sono spesso indotti dagli apparati normativi statali che, da un lato, stabiliscono uguaglianza e pari dignità tra i diversi gruppi sociali, suggerendo il superamento della razza ma, dall’altro, permettono che certi gruppi sociali, più fragili e vulnerabili come nel caso di migranti e richiedenti asilo, finiscano per subire inedite forme di discriminazione, magari sui luoghi di lavoro. Prende così forma anche quello che è stato definito «razzismo istituzionale» (Bartoli 2012), una forma di discriminazione radicata nelle strutture e nelle istituzioni di una società, che produce disuguaglianze tra gruppi razziali anche senza l’intenzione esplicita di discriminare. A differenza del razzismo individuale, che si manifesta attraverso atti di pregiudizio o odio da parte di singole persone, il razzismo economico e istituzionale è più subdolo e si perpetua attraverso leggi, politiche, pratiche e norme sociali; da questo punto di vista è anche più difficilmente contrastabile perché, prima di tutto, richiede un cambiamento culturale e sociale profondo, per rimettere al centro dell’attenzione pubblica il tema della giustizia e del rispetto.</hi></p></div><div><head><hi>3. Le nuove forme di padronato razzializzato</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’interno del quadro teorico appena descritto, è giunto ora il momento di analizzare cosa è accaduto negli ultimi anni – e cosa sta ancora accadendo – nelle campagne italiane, dove lo sfruttamento del lavoro immigrato è ampiamente diffuso a causa di più o meno inedite forme di caporalato. Si tratta di meccanismi divenuti ormai sistemici e strutturali grazie anche all’indifferenza generalizzata dell’opinione pubblica e a sistemi normativi che finiscono per tutelare i datori di lavoro meno corretti. Lo sfruttamento del lavoro immigrato è, infatti, facilmente accettato, soprattutto dalle classi medie e medio-basse che da tempo assistono inermi all’indebolimento del loro benessere. Anche in Italia abbiamo assistito alla </hi><hi rend="italic">razzializzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">un conflitto altrimenti verticale tra i pochi ricchi e i molti poveri e impoveriti: grazie alla strumentalizzazione politico-culturale portata avanti da alcuni partiti politici, questa razzializzazione ha restituito l’illusione del recupero di alcuni diritti garantiti dallo stato nazional-sociale, quello fondato sul compromesso tra le classi subalterne e quelle dominanti (Balibar 2012). Come scrive Frisina (2020, 153) </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">rivalutando simbolicamente e materialmente alcune parti della popolazione subalterna e contemporaneamente svalutandone altre, le élite hanno fatto in modo che coloro che si sono ritrovati in posizione superiore divenissero indifferenti o anche complici della sofferenza e della degradazione di coloro che erano marchiati come “razzialmente inferiori”, anche all’interno dello stesso spazio geografico. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo modo si producono almeno due diverse tipologie di razzializzazione: quella primaria, messa in atto dai datori di lavoro per sfruttare i lavoratori immigrati razzializzati più di quanto possano fare con quelli considerati ‘bianchi’, e quella secondaria, attuata dagli stessi lavoratori ‘bianchi’, che si sentono minacciati dai lavoratori immigrati proprio a causa della loro maggiore sfruttabilità (Bonacich et al.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">2008). L’insicurezza economica e il senso diffuso di precarietà hanno così reso accettabile lo sfruttamento: invece di favorire la solidarietà tra lavoratori ha innescato forme inedite di concorrenza e di rancore. In fondo, queste dinamiche marcano il successo della ‘rivoluzione’ neoliberista che ha fatto dell’incertezza diffusa un originale sistema di organizzazione della società, promuovendo una precarizzazione delle sfere di vita delle persone e, per così dire, </hi><hi rend="italic">naturalizzando</hi><hi rend="CharOverride-1"> il rischio: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">la naturalizzazione del rischio caratteristica del discorso neoliberista e l’esposizione sempre più diretta dei salariati alle fluttuazioni del mercato per via dell’indebolimento delle protezioni e dei meccanismi di solidarietà collettiva sono due facce della stessa medaglia. Riportando i rischi sui lavoratori, producendo una percezione più acuta del sentimento del rischio, le imprese hanno potuto esigere da loro una disponibilità e un impegno ben più significativi (Dardot e Lavalle 2013, 338). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I lavoratori agricoli immigrati rappresentano l’anello più fragile della catena: oltre alle conseguenze della precarizzazione subiscono anche quelle del caporalato e del padronato inteso come </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">un sistema di produzione in grado di costruire soggettività apicali, i “padroni”, interpreti e referenti perfetti di sistemi di potere in grado di selezionare, formare e delegare a loro dipendenti, in genere lavoratori/ici immigrati/e con specifiche caratteristiche sociali, di personalità e culturali, la selezione e il reclutamento di altri/e lavoratori e lavoratrici, soprattutto immigrati/e, da impiegare all’intero delle proprie aziende alle condizioni economiche, sociali, di sicurezza e culturali a loro più convenienti (Abbatecola et al. 2022, 29).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il sistema si basa sulla presenza di ‘caporali’, ovvero soggetti che permettono ai migranti particolarmente vulnerabili, con grandi difficoltà economiche e senza alternative concrete di impiego, di trovare un lavoro intermediando tra imprese agricole e lavoratori. Il fatto che spesso i caporali siano connazionali dei lavoratori sfruttati e titolari di società di servizi all’agricoltura non deve trarre in inganno: il contoterzismo, che anche in agricoltura incarna la possibilità di esternalizzare tutta una serie di rischi d’impresa, compresi quelli legati alla gestione del personale, rappresenta la vera peculiarità degli illeciti in agricoltura e ci restituisce, in negativo, una conferma ai processi trasformazione del lavoro nel settore. A differenza di quanto previsto dalla legge, che permette alle imprese agricole di avvalersi di società esterne in grado di fornire non solo manodopera, ma anche macchinari e tutte le risorse necessarie per svolgere una specifica attività, in agricoltura il contoterzismo si limita esclusivamente all’intermediazione di manodopera.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se da un lato questa modalità organizzativa consente alle imprese agricole l’espletamento delle attività in pieno campo, impossibili da realizzare solamente con propri dipendenti, dall’altro permette l’aumento della produttività e, soprattutto, l’abbattimento dei costi della manodopera. Quindi, anche se il fenomeno si realizza all’interno di dispositivi giuridici formalmente legali, non si altera la sostanza dello sfruttamento che vede alti margini di profitto a discapito dei lavoratori immigrati (Oliveri 2016; Caruso 2016). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Naturalmente, come vedremo meglio nel paragrafo successivo, queste forme di sfruttamento sono accompagnate e rafforzate dall’utilizzo di pratiche e linguaggi che riproducono i peggiori stilemi e luoghi comuni classisti e razzisti certificando l’asimmetria di potere e la posizione del subordinato: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">è “la voce del padrone” quella che si deve sentire e che deve dominare, che deve risuonare attraverso il lessico e la pragmatica, riaffermando continuamente gerarchie (anche attraverso il linguaggio non verbale: si pensi alle espressioni facciali, alla postura, alla prossemica) e rafforzando la frattura tra “in-group” e “out-group” attraverso l’imposizione dei codici (Abbatecola et al. 2022, 26).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vale la pena ricordare che questi processi si inseriscono in un sistema del mercato del lavoro che ormai da 20 anni assiste al costante aumento della manodopera straniera. Infatti, le specializzazioni produttive, come nel caso della monocoltura della vite, richiedono grandi quantità di lavoratori per periodi di tempo limitati a cui ormai si riesce a rispondere solo attraverso il ricorso a lavoratori stranieri. L’abbandono delle campagne e l’invecchiamento della popolazione nelle aree rurali, insieme alle basse retribuzioni e alla scarsa attrattività del lavoro agricolo, hanno reso il lavoro nei campi appannaggio di immigrati. In Toscana, per esempio, gli archivi Inps nel 2019 hanno censito poco meno di 24mila lavoratori stranieri, il 42,5% del totale degli occupati in agricoltura; a conferma della loro particolare vulnerabilità si tenga conto che quasi il 90% di loro era occupato con un contratto a tempo determinato. Inoltre, a questi lavoratori regolari, per quanto vulnerabili, vanno anche aggiunti tutti gli occupati senza contratto: solo in questo modo riusciamo a comprendere che buona parte delle produzioni agricole sono possibili solo grazie all’immigrazione. Negli anni più recenti, poi, è disponibile una ‘categoria’ di migranti ancora più fragile di quella del migrante </hi><hi rend="italic">tout court</hi><hi rend="CharOverride-1"> ovvero i richiedenti asilo e protezione internazionale; questo particolare gruppo di persone subisce, se possibile, una condizione di ricatto ancora maggiore, stretti tra i tempi spesso lunghi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato e la necessità di lavorare. Questo fenomeno, che ha preso il nome di </hi><hi rend="italic">rifugizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic">profughizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro (Dines e Rigo 2015; Omizzolo 2020), produce ulteriore inevitabile sfruttamento basato sulla invisibilità giuridica di queste persone, sulla loro condizione di bisogno e sulla mancanza di alternative. La recente crescita della quota di richiedenti asilo ha, infatti, controbilanciato la mancanza delle quote agricole nella forza lavoro italiana. Tra il 2010 e il 2022 i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro sono diminuiti del 81%, mentre nello stesso arco temporale i permessi rilasciati per motivi ‘altri’ – tra cui quelli relativi alle forme di protezione internazionale – presentano una crescita del 359%. Nel 2023, a fronte di un aumento del 2,2% dei residenti stranieri in Italia, sono crollati del 42,2% i permessi di soggiorno lavorativi rispetto al 2022 (Fondazione Ismu 2025).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui ci preme anche ricordare che lo sfruttamento non è solo l’esito delle ‘furberie’ del singolo imprenditore, del singolo caporale o di relazioni individuali patologiche in contesti economicamente depressi come spesso si pensa, ma dipende dall’interconnessione tra condizioni giuridiche (su tutte le politiche migratorie), sociali (la mancata integrazione dei migranti), economiche (la prospettiva di più ampi margini di profitto) e culturali (il razzismo verso i migranti).</hi></p></div><div><head><hi>4. Razzismo e sfruttamento del lavoro legale in Toscana</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Su quanto descritto nelle pagine precedenti troviamo ampio riscontro in tante ricerche empiriche realizzate negli ultimi anni in vari contesti territoriali, prevalente nel sud Italia ma anche nelle regioni del centro e del nord del Paese. Nelle pagine che seguono ci concentreremo su cosa sta accadendo ormai da tempo nelle campagne toscane, luoghi dalla bellezza indescrivibile, con produzioni agricole di altissima qualità, come nel caso delle eccellenze vitivinicole, dove anche lo sfruttamento del lavoro e il razzismo sono purtroppo ampiamente diffusi. Per questo utilizzeremo i risultati di una ricerca condotta tra il 2021 e il 2022 con l’obiettivo principale di evidenziare le peculiarità della situazione toscana; qui protagonista non è la criminalità organizzata, di cui spesso ci parlano le cronache nazionali, ma sono piuttosto i margini concessi dai contratti di lavoro a tempo determinato in combinazione con il contoterzismo e lo stato di bisogno di molti lavoratori stranieri, per niente agevolati dalle politiche migratorie e di accoglienza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ricerca è stata realizzata intervistando 85 lavoratori stranieri e 40 osservatori qualificati (imprenditori, forze dell’ordine, autorità di controllo, sindacalisti, dirigenti di associazioni datoriali, ecc.). I risultati della ricerca sono disponibili nel recente volume </hi><hi rend="italic">Sfruttati. Immigrazione, agricoltura e nuove forme di caporalato in Toscana</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Berti 2024); qui ci limiteremo ad evidenziare quanto sia facile intersecare razzismo e sfruttamento analizzando quanto dichiarato dai nostri intervistati. Anzi, da questo punto di vista, possiamo anticipare che il rapporto gerarchico tra le razze più chiare e quelle più scure di cui dava conto Du Bois all’inizio del Novecento affrontando il legame tra razzismo e colonialismo lo ritroviamo nel sistema di sfruttamento: più si è neri e più si è sfruttati e marginalizzati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per esempio, le ingiurie che i caporali rivolgono ai lavoratori spesso hanno come oggetto la provenienza o il colore della pelle. Le citazioni in questo senso sono moltissime e appaiono in diverse interviste dimostrando un connubio tra razzismo e rapporti gerarchici all’interno dei luoghi di lavoro.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Il capo è sempre lì con noi che guarda, lui manca di rispetto e parla troppo contro i lavoratori stranieri. Dice che gli stranieri lavorano come maiali, lo dice dei nigeriani tutti i giorni (Uomo, 29 anni, Senegal).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Uno nero sta zitto. Ma io ho sentito di… tutte le offese del mondo eh: pure “albanese di merda”, “africano di merda”, “nero di merda”, “puzzate”, questo, quello… tu sei nero, “tu non puoi comandare qua”, “sei venuto in Italia, devi lavorare, devi fare questo, lo schiavo”, cioè, cioè hai capito? Son cose brutte (Uomo, 28 anni, Albania).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Non mi piace parlare di queste cose ma purtroppo succede queste cose, siamo andati a lavorare per una signora e lei si è rifiutata di farci lavorare, perché eravamo lavoratori di colore, c’era solo uno che era della Macedonia, lei non voleva farci entrare per questa cosa del colore sì, sì (Uomo, 29 anni, Camerun).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I lavoratori africani si sentono discriminati rispetto ad altri per il colore della loro pelle e denunciano paghe diseguali, sottolineando che questo tipo di discriminazioni sono proprie dell’Italia. Trattamenti differenti in base all’origine del lavoratore erano stati segnalati anche da Camorri e Cerofolini (2020). </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Italiani paga albanesi forse 12 euro per un’ora poi albanesi paga noi 6 euro 7 euro. […] In Germania no cosi, loro no fai distinguo questo nero, questo turkish, questo america. Regole importanti uguali per tutti (Uomo, 39 anni, Nigeria).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se prestiamo attenzione alle interviste, alcuni testimoni privilegiati riportano luoghi comuni, generalizzazioni, modelli stereotipati che si prestano a riletture razziste. I tratti culturali vengono interpretati come rigidi e determinanti e sembra che certi modi di fare e di essere contraddistinguano intere popolazioni, secondo la più classica tesi ‘culturalista’.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Di media i marocchini sono anche molto sporchi, perciò, la casa non gliela vuole dare nessuno (Donna, istituzioni e organi di controllo).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Poi è chiaro ognuno ha le sue caratteristiche umane… per dire, ora mi registri e lo dico lo stesso, i marocchini sono molto bugiardi, ma non perché… credo che sia nel loro Dna questo, no?! Per cui, è proprio la loro cultura, noi già lo sappiamo, loro già lo sanno che noi lo sappiamo e così si va tutti a posto, siamo tutti contenti. Però questa è proprio una caratteristica loro… sono dei bravi lavoratori, molto bravi e ci tengono a questa azienda (Donna, imprenditori agricoli e funzionari GDO).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea di fondo in alcune retoriche diffuse è che il lavoratore straniero vada in qualche modo ‘civilizzato’, perché non ha le basi culturali per comprendere la sua condizione di sfruttamento o perché è abituato a vivere nell’irregolarità.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Chiaramente vanno formati, cioè una cosa fondamentale questa qui, non è così banale e così facile far formazione a questi ragazzi che arrivano perché effettivamente non hanno la cultura… […] perché poveretti li capisco, poi magari non sono neanche abituati a rispettare le regole perché vengono da un paese in cui le regole non ci sono (Uomo, imprenditori agricoli e funzionari GDO).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Allora siccome vengono da Paesi dove non è che ci sia il culto della legalità, anzi tante volte magari sono levantini (Uomo, imprenditori agricoli e funzionari GDO).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste affermazioni ci colpiscono per due motivi: il primo perché si tratta di generalizzazioni stereotipate che prescindono dai percorsi e dalle caratteristiche individuali; il secondo elemento che stride è considerare gli altri Paesi come sottosviluppati rispetto all’Italia e le altre culture particolarmente votate all’illegalità e alla criminalità. Vale semmai il contrario: è il mondo del lavoro italiano ad essere caratterizzato da illegalità diffusa. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste retoriche, tuttavia, finiscono per giustificare e naturalizzare relazioni di potere che sono intimamente politiche ed infatti, come sostiene Soumahoro (2019), sono state proprio le leggi sull’immigrazione ad aver creato, negli ultimi 30 anni, una cultura dell’indifferenza. Il migrante, specialmente quello africano, è spesso oggetto di battute, commenti, sguardi che si nutrono di un pensiero razzista profondamente radicato nella nostra società. In molti casi i lavoratori ‘neri’ sono sistematicamente esclusi dalle posizioni più qualificate e subiscono il mancato riconoscimento di ogni competenza e professionalità. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Pensa te che meccanismi di razzismo… non so perché, ma il nero non lo vogliono in altri settori, se non in agricoltura… cioè il pachistano te lo posso mettere anche dentro un’industria, sempre a fare dei lavori di merda… […] Non credevo ci fosse ancora questo livello, invece questa “colorazione” è ancora piuttosto evidente… E non è bello. […] Succede anche questo nelle aziende vinicole grandi, hai anche il Bed and Breakfast, la struttura per le degustazioni, la struttura per fare dormire i giornalisti, per il negozio… però lì non usano il nero, possono usare uomini, ma assolutamente non di origine africana, e nemmeno le donne di origine africana, è rarissimo (Donna, altri attori).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche i datori di lavoro vengono giudicati per il tipo di personale di cui si avvalgono.</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’anno prossimo verranno gli africani. Ma c’è un pregiudizio su di loro. Non ho pregiudizi, ma sono per l’interazione. Però ci sarebbero chiacchiere se prendo un africano. Ho preso un afghano e mi dicono “ma hai preso un talebano?”. Altro che talebano, parla tre lingue! La nostra percezione è che sono bestie e invece parla tre lingue! (Uomo, imprenditori agricoli e funzionari GDO).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A definire la collocazione nel mercato del lavoro non sono le capacità individuali e professionali del singolo, ma la sua provenienza geografica, la sua razza e il genere, definendo così una composizione razzializzata dello spazio sociale e lavorativo (Mellino 2012). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una costruzione gerarchizzata dei rapporti sociali e della cittadinanza contraddistingue ancora lo spazio sociale italiano, sebbene la razza sia costantemente rimossa dal discorso pubblico. La razza, invece, continua in alcuni casi e in certi contesti, come quello lavorativo e migratorio, a determinare differenze ed effetti sia simbolici che materiali. Si vengono a creare corpi su cui è più lecito sperimentare forme di dominio e di controllo, perché differenziati e inferiorizzati. Ciò emerge nella percezione di molti di lavoratori africani che si sentono discriminati o trattati diversamente a causa della loro provenienza geografica. Anche nel mercato del lavoro toscano la posizione di un individuo spesso non è determinata dalle sue competenze professionali e personali, ma è fortemente influenzata dalla sua origine geografica, dall’appartenenza etnica e dal genere. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In altri casi i processi di razzializzazione si traducono in varie forme di violenza: nel tenere i lavoratori all’oscuro dei loro diritti, nell’isolarli dal resto della società, nel gestire le loro relazioni con l’esterno e nel costringerli a condizioni di vita sotto i limiti della dignità umana. Queste forme di violenza non lasciano lividi sul fisico ma esprimono una forma di dominio sui corpi degli stranieri che lavorano in agricoltura. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per esempio, la gestione del tempo di lavoro diventa uno dei motivi di maggiore pressione nei confronti dei lavoratori: fare veloce, più in fretta, non fermarsi è un ammonimento verbale che in alcuni casi si trasforma in una forma di ricatto o di violenza psicologica. Sono tantissimi i lavoratori che segnalano questo tipo di trattamento, perché all’incitamento si unisce la minaccia di perdere il lavoro. </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Lavoriamo come schiavi tanto e sempre ci dicono “veloce, veloce”. Se non sei veloce e non ti sta bene ti dice di andare via (Uomo, 26 anni, Mali).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Non puoi lavorare e fermarti un po’, altrimenti resti a casa per sempre</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Uomo, 20 anni, Costa d’Avorio).</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="CharOverride-1">Sì, un po’ paura, quando sei a lavoro e non sei veloce e bravo come altri, hai paura che ti licenzino, mi manda a casa perché sono nuovo (Uomo, 30 anni, Pakistan).</hi></quote></div><div><head><hi>5. Riflessioni conclusive</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La negazione del razzismo è una pratica comune perché ormai l’idea biologica ottocentesca di stampo scientista è stata smentita dalla scienza stessa. Invece, i processi di razzializzazione sono ampiamente diffusi in molti settori della vita sociale del nostro paese, in particolare all’interno del mondo del lavoro. Le vite dei lavoratori razzializzati sono considerate meno importanti, anche perché le politiche migratorie e quelle di accoglienza adottate negli ultimi anni in Italia hanno finito per legittimare – naturalmente senza esplicitarlo – lo sfruttamento. Questo avviene perché i contratti di lavoro (come quelli a tempo determinato in agricoltura), le modalità di rinnovo del permesso di soggiorno (legato strettamente al contratto di lavoro), la riduzione del sostegno ai richiedenti asilo (nel corso degli anni il finanziamento dell’accoglienza è stato prosciugato di ogni contenuto), il mercato immobiliare (i costi elevati degli alloggi costringono i richiedenti asilo a restare all’interno dei Cas), la mancanza di alternative concrete di impiego (il lavoro stagionale in agricoltura è spesso l’unica opportunità per guadagnare qualcosa), permettendo di trattare diversamente certe categorie di lavoratori. Questi processi di inferiorizzazione non solo hanno riportato in auge il caporalato nelle regioni dove era storicamente radicato, ma lo hanno trasformato in una pratica diffusa anche in aree che in passato ne erano rimaste estranee, come la Toscana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Razzismo e sfruttamento del lavoro rappresentano le due facce di una stessa medaglia: per questo è improbabile vincere il primo accettando il secondo e viceversa. Lo sfruttamento è accettato, tollerato e talvolta legittimato proprio perché si manifesta all’interno di una cultura implicitamente razzista.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per vincere il razzismo verso i lavoratori immigrati occorre prima di tutto favorire processi di integrazione. A legittimare la violenza nei loro confronti non è solo il vantaggio economico atteso dagli sfruttatori ma il fatto di sentire di non aver niente in comune con loro, la non-relazione: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">se l’altro non è una persona, se non è membro della società, se non gode di una qualsiasi cittadinanza, se non è un individuo membro di un qualche gruppo sociale, allora è qualcosa di assolutamente estraneo. Se non ha qualità morali derivanti dall’essere membro di una qualche comunità, può essere manipolato, violato senza problemi (Cotesta 2012, 78). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più in generale, come sostiene Virdee (2010), se i movimenti sociali per la giustizia economica non si impegnano attivamente anche nella lotta contro il razzismo sono destinati a fallire.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per contrastare queste derive da sole non sono più sufficienti le leggi repressive e le attività di controllo portate avanti dagli Ispettorati del lavoro e dagli altri enti coinvolti; per quanto indispensabili, queste misure rischiano di non sortire gli effetti sperati se non accompagnati da una revisione profonda dell’impianto culturale e valoriale del nostro Paese. Il tema dell’integrazione sociale, insieme al riconoscimento dei diritti e al rispetto dell’Altro devono essere rimessi al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico: solo così possiamo pensare di contrastare il razzismo e, allo stesso tempo, contenere queste aberranti pratiche di sfruttamento.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Abbatecola, Emanuela, Davide Filippi, e Marco Omizzolo. 2022. “Introduzione. Dal caporalato al padronato. 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