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        <title type="main" level="a">La Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dalla crisi al primato (1938-2001)</title>
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          <resp>This is a section of <title>La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025) </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0708-9</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Carlo Sorrentino</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The forced fusion into the University of Florence along the headmastership of Rodolico compelled the new Faculty to reform its educational system and to follow the Fascist doctrine 1938-1943. As a consequence of the regime’s falling, opened a season of uncertainty on the future of Faculties of political sciences. Hard were the thrusts to close them for their deep compromise with Fascism, 1943-1948. The turning point arrived with Maranini dean and his regeneration of political sciences 1949-1968. That was the golden age of “Cesare Alfieri”. Then, the Faculty ought to Sartori the new educational system split in five specializations. A national law (1980) created the Department as new organization of research. (1969-2001). The Faculty became a mass educational institution.</p>
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            <item>Cesare Alfieri</item>
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            <item>Political Sciences</item>
            <item>Social Sciences</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.06" /></p>
      <div><head>La Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dalla crisi al primato (1938-2001)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Sandro Rogari</hi></p><div><head><hi>1. Da Istituto a Facoltà. La presidenza Rodolico</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’accelerazione verso la confluenza dell’Istituto di via Laura nell’Università di Firenze si ebbe nel 1936, quando furono trasformati in Facoltà universitaria gli Istituti di Architettura, Agrario e forestale, di Scienze Economiche e commerciali e di Magistero (Rogari 2004, 692). Il “Cesare Alfieri”, che godeva di salvaguardie d’ordine patrimoniale più forti degli altri, confluì buon ultimo in virtù del Decreto dell’8 luglio 1938. La gestione dell’ultimo biennio di autonomia fu affidata all’astronomo Giorgio Abetti che svolse funzioni di R. Commissario straordinario. Dal carteggio fra Rodolico e Adele Alfieri si trae l’impressione che Rodolico, più di qualsiasi altro docente del “Cesare Alfieri”, affianchi il lavoro di Abetti in questi anni, con piena fiducia della famiglia Alfieri. Il 30 ottobre 1937, pochi giorni prima della scomparsa, Adele ringraziava lo storico per il «suo costante cordiale interessamento della Scuola»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-039">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si ripeteva, in diverso contesto, quel rapporto di fiducia e di amicizia che aveva legato Adele a Pasquale Villari, dopo la morte del padre Carlo. Ma allora si trattava di un Istituto autonomo e in pieno decollo, ora di Istituto stretto nelle maglie del fascismo e che stava subendo un depauperamento disciplinare: erano già scomparsi insegnamenti peculiari del “Cesare Alfieri” e innovativi come Scienza delle finanze, Scienza politica e Contabilità di Stato (Rogari 2004, 692). Rodolico rappresenta a Adele tramite il nipote Giovanni Visconti Venosta qualche «incaglio» non meglio specificato nella gestione della confluenza dell’Istituto nell’Università. Le difficoltà nascerebbero da non meglio precisate incomprensioni del nuovo rettore Arrigo Serpieri. Ma Adele è felice che sia Abetti a gestire la questione, dal momento che è «così cordialmente amico nostro (il ‘nostro’ comprende lei se permette e Giovanni e … la zia di Giovanni)». «Siamo dunque in gran buone mani», conclude</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-038">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalle carte Rodolico non traspaiono i contrasti dei quali Giovanni fu protagonista. Di fatto, in virtù del cospicuo patrimonio conferito, nella convenzione finale redatta fra la famiglia Alfieri e l’Università di Firenze, la prima si riservò il diritto di nominare due rappresentanti nel Consiglio di amministrazione dell’Università con competenza esclusiva per le questioni patrimoniali relative al lascito Alfieri. Tuttavia, il perfezionamento della nomina dei due consiglieri di amministrazione non fu facile. Il 29 giugno 1939, da San Martino Alfieri, venne la designazione di Augusto Fantechi, docente di Storia e dottrina del fascismo e ‘antemarcia’, certo gradito al regime, e di Giovanni Visconti Venosta. Il primo, predisposto a una sicura accettazione di Serpieri e del Ministero, doveva servire a facilitare l’accettazione di Giovanni. Ciononostante, questa seconda designazione fu rigettata dal Ministero il 9 novembre 1939 perché Giovanni non aveva la tessera del Pnf. Poi, per motivi ignoti, questo ostacolo fu superato e il 10 gennaio 1940 il ministero convalidò la nomina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-037">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Del tutto </hi><hi rend="italic">de plano</hi><hi rend="CharOverride-1">, invece, andò la nomina di Rodolico alla presidenza della neonata Facoltà. Il 17 novembre 1938 viene assunta dai professori Bosco, Lessona, Romano, Lorenzoni, Cicala e De Mattei, riuniti in collegio sotto la presidenza del Commissario Abetti, la delibera di chiamata dalla Facoltà di Lettere del professor Rodolico. Al momento, l’Istituto in procinto di divenire Facoltà aveva in organico cinque posti di professore di ruolo, dei quali erano coperti solo due, Diritto internazionale, dal professor Bosco, e Storia delle dottrine politiche, da De Mattei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-036">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il trasferimento di Rodolico dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, ove verrà sostituito da Carlo Morandi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-035">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, avviene su Storia dei Trattati, disciplina che attira da tempo i suoi maggiori interessi, quantomeno didattici. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Perfezionato il trasferimento, il rettore Serpieri il 7 gennaio 1939 propose al ministero la seguente terna per la presidenza: Rodolico, Bosco e De Mattei, con predilezione per il primo. Rodolico divenne ufficialmente preside della neonata Facoltà per il biennio 1938-1940 il 20 gennaio 1939</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-034">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poi lo sarà di nuovo per il biennio 1940-1942 e quindi per il biennio 1942-1944</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-033">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quest’ultima presidenza sarà abbreviata all’ottobre 1943 dal suo pensionamento al settantesimo anno di età determinato dalla mancata adesione alla Repubblica sociale italiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel prosieguo, nel giro di un anno i tre posti di ruolo vacanti vengono ricoperti con la chiamata di Giuliano Mazzoni, da Catania, voluto da Serpieri a coprire Diritto corporativo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-032">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; di Camillo Pellizzi, chiamato da Messina ad insegnare Storia e dottrina del fascismo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-031">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; di Pompeo Biondi per Dottrina dello stato e infine di Giuseppe Maranini quando Bosco si trasferì a Roma.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se il primo anno di gestione della presidenza Rodolico fu concentrata sull’obiettivo di arrivare presto alle coperture necessarie, a partire dalla fine del 1939 il preside dovette fronteggiare la realtà drammatica del calo degli iscritti determinato dalla guerra e dal depauperamento del piano di studi. Inoltre, molti furono gli studenti richiamati, in una popolazione studentesca che non annoverava più del dieci per cento di studentesse, e fu arruolato anche De Mattei. Sul punto della moltiplicazione delle Facoltà di scienze politiche nel panorama universitario e sulla concorrenza al ribasso che danneggiava la “Cesare Alfieri”, incrementando la crisi delle iscrizioni, Rodolico tornava con esplicita denuncia in un documento del 10 gennaio 1942 inviato come relazione sullo stato della Facoltà al rettore Serpieri. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si cercò di affrontare la crisi con una iniziativa ispirata da Camillo Pellizzi, intellettuale molto introdotto negli ambienti intellettuali del regime, amico di Bottai e presidente dal 1940 dell’Istituto italiano di cultura fascista. Pellizzi, appena arrivato a Firenze da Messina, elaborò un progetto di Accademia nazionale di cultura politica che promanasse dalla Facoltà. L’Accademia sarebbe stata a numero chiuso, con 120 iscritti cui si poteva accedere solo con la laurea acquisita alla “Cesare Alfieri”. I corsi sarebbero stati articolati in due bienni. Il primo comune e il secondo diviso in più indirizzi, dei quali uno funzionale alla carriera diplomatica. Gli accademisti sarebbero stati militarizzati, con tanto di divisa e convitto. Allo scopo veniva proposto al Pnf di acquisire per otto milioni la proprietà di villa Fabbricotti, mentre i costi annuali di gestione erano previsti per un milione e seicentomila lire. Il rettore dell’Università di Firenze sarebbe stato il presidente dell’Accademia, il preside della Facoltà il vice presidente esecutivo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il progetto intendeva ridare centralità alla Facoltà fiorentina creando una situazione di monopolio nella formazione di funzionari per le carriere interne e internazionali di maggior prestigio e offrire al regime uno strumento di formazione ‘paramilitare’ dei funzionari pubblici. Il progetto Pellizzi fu approvato dal consiglio di Facoltà il 19 febbraio 1940. Il rettore Serpieri lo inoltrò al ministero e il 3 marzo giunse la risposta di Giuseppe Bottai di plauso e condivisione delle finalità del progetto, ma anche di rinvio </hi><hi rend="italic">sine die</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i costi troppo elevati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-030">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il progetto arenato alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia fu riproposto da Pellizzi nel 1942 in occasione di un convegno volto a discutere del destino delle Facoltà di scienze politiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-029">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il convegno si inseriva nel disegno di riforma dell’istruzione universitaria, caldeggiato da Bottai a vent’anni dalla riforma Gentile. Rodolico nel discorso di apertura denunciò lo svuotamento del titolo di studio conferito dalle Facoltà, riprendendo il tema già anticipato nel rapporto a Serpieri del gennaio precedente. Il dibattito entrò nel vivo con la relazione di Pellizzi che ribadì la tesi della trasformazione delle Facoltà in collegio di formazione politica, mentre Pompeo Biondi optava piuttosto per la trasformazione delle Facoltà in Scuole di perfezionamento triennali, riservate ai laureati con miglior punteggio in Economia e commercio e Giurisprudenza, e ripartite in tre percorsi: Diplomatico consolare; Coloniale e Politico amministrativo. Il convegno si concluse con la richiesta di sopprimere i corsi di Scienze politiche attivi presso le Facoltà di Giurisprudenza – fra questi Siena – e di permettere a «poche Facoltà» (quindi all’“Alfieri”) di trasformarsi in percorsi quinquennali con a seguito corsi di perfezionamento biennali a numero chiuso. Insomma, si cercò di riprendere almeno per l’“Alfieri” e poche altre Facoltà – nel 1942 erano cinque in tutta Italia – le antiche tradizioni. Non se ne fece di nulla, per lo stesso motivo per cui caddero col 25 luglio del ’43 i propositi di riforma universitaria di Bottai. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nonostante le difficoltà, Rodolico cercò di riattivare l’antica tradizione di una rivista organo della Facoltà. Nel giugno 1942 fu consolidata come tale la </hi><hi rend="italic">Rivista di studi politici internazionali</hi><hi rend="CharOverride-1">, diretta dal professor Bosco con redattore Vedovato, che a lungo insegnò all’“Alfieri”</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-028">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Poi, nel novembre 1942, il trasferimento di Bosco a Roma con la rivista riaprì la questione. La soluzione fu trovata grazie a Pavolini, ministro del Milculpop, con la proposta creazione della rivista denominata </hi><hi rend="italic">Critica politica</hi><hi rend="CharOverride-1">: un ulteriore potenziale tassello nella fascistizzazione della Facoltà perché si trattava della trasformazione del </hi><hi rend="italic">Bollettino l’Alfieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, organo dell’Associazione laureati ove dominava Pavolini. Ma anche questo progetto restò tale, salvo che per due numeri usciti alla vigilia del 25 luglio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-027">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Come restò allo stadio di disegno la nascita di un vero e proprio collegio per gli allievi della Facoltà di scienze politiche. Ancora nel febbraio 1943 Serpieri, informato da Pellizzi della possibile approvazione del piano, scriveva a Bottai che, qualora il progetto fosse andato in porto sarebbe stata già disponibile la sede, identificata in Villa La Pietra, «requisita ad un americano» che Serpieri appellava Artom, mentre si trattava di sir Harold Acton</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-026">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tornava la vecchia idea dell’Accademia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gli ultimi mesi della gestione Rodolico furono caratterizzati dal tentativo di ‘salvare’ Pellizzi dai rischi della epurazione incombente. Il 2 settembre Rodolico convocò il Consiglio di Facoltà dopo avere informato il rettore Calamandrei della delibera che si intendeva assumere del trasferimento di Pellizzi a Sociologia nel contesto generale del riordinamento degli studi della Facoltà. Ma dopo l’8 settembre, con l’occupazione del Rettorato da parte delle truppe tedesche, il Senato accademico tenuto in emergenza nella sede di Scienze Politiche, assente Calamandrei, e presieduto dal preside anziano Rodolico, il 14 settembre, con parte degli uffici del Rettorato trasferiti in via Laura, fecero decadere il disegno. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rodolico rimase un docente di riferimento per la “Cesare Alfieri” fino alla scomparsa. Nell’autunno del 1944 il commissario straordinario nominato dal rettore Calamandrei, Francesco Calasso, si avvalse della sua collaborazione per la riforma del piano di studi della Facoltà, riorganizzato secondo l’antico modello dell’Istituto (Rogari 2004, 699). Ancora l’11 marzo 1968, a pochi mesi dalla scomparsa, il preside della ricostruzione dell’“Alfieri”, Giuseppe Maranini, scriveva a Rodolico per coinvolgerlo nelle iniziative per la celebrazione del centenario della Facoltà che si sarebbe celebrato nel 1975</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-025">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I tempi della sua presidenza erano stati duri e aridi per l’“Alfieri”, ma Rodolico aveva cercato di tutelare la tradizione dell’antico Istituto in anni in cui il regime era divenuto sempre più oppressivo. Egli aveva assimilato nel tempo lungo del suo insegnamento in via Laura quello spirito di corpo dell’“Alfieri” che era sopravvissuto ai tentativi di omologazione del regime e del quale Maranini si sarebbe avvalso per il suo rilancio.</hi></p></div><div><head><hi>2. La difficile e incerta transizione</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rodolico chiudeva la sua presidenza con un nuovo calo d’iscritti, scesi al di sotto del numero degli studenti del primo anno di vita della Facoltà, il 1938. Nell’anno 1943-44 erano iscritti 227 studenti di cui 27 studentesse, calati nel 1944 a 218 di cui 23 ragazze</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-024">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si profilava il rischio della chiusura per una Facoltà che dal 1938 era entrata nell’occhio del ciclone del regime fascista e del suo assoggettamento ideologico. La questione del futuro della Facoltà di Scienze Politiche divenne centrale nel corso del rettorato di Piero Calamandrei che, dopo una breve gestione Greppi seguita alla Liberazione di Firenze, era divenuto Prorettore con responsabilità di direzione dell’Università di Firenze ai primi di settembre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-023">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In una nota al Governo militare alleato firmata “Calamandrei Prorettore”, non datata ma collocabile nel dicembre 1944</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-022">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, relativa al futuro della Facoltà di Scienze Politiche, Calamandrei riferì che il ministro De Ruggiero in visita a Firenze il 13 e 14 novembre</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Comunicò verbalmente a me e a un gruppo di professori per l’occasione riuniti la sua intenzione di abolire in tutta l’Italia liberata le Facoltà di Scienze Politiche come quelle che si erano prestate, […], a servire l’ideologia fascista, divenendo rapidamente anziché centri di cultura scientifica, incubatrici di gerarchi del regime: dichiarava però di voler fare eccezione soltanto per le Facoltà politiche di Roma e di Firenze, trasformando la prima in Scuola di Perfezionamento per laureati di Giurisprudenza, in Lettere o in Scienze economiche e commerciali, e auspicando per la seconda un ritorno alle sue origini gloriose</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-021">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Calamandrei illustrava quindi le origini della scuola fiorentina di scienze politiche e precisava che con circolare del 27 novembre De Ruggiero aveva confermato le intenzioni espresse a voce. Quindi il Prorettore aveva nominato una commissione, presieduta dal Commissario straordinario prof. Francesco Calasso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-020">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che si era riunita a fine novembre. Da un sottogruppo espresso da essa e formato dal Commissario straordinario Calasso e da un professore emerito «già preside della medesima»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-019">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> scaturì una proposta di riorganizzazione del piano di studi che reintroduceva gli indirizzi al secondo biennio. Calamandrei portò la proposta al Senato accademico del 5 gennaio 1945 che deliberò la ricostituzione della Facoltà come Facoltà di Scienze Politiche e Sociali “Cesare Alfieri”. Il piano di studi veniva articolato secondo il vecchio modello: un primo biennio di base comune per tutti con tre discipline biennali: Storia delle dottrine politiche, Economia politica e una lingua fra inglese, tedesco e russo; e nove insegnamenti annuali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-018">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per il secondo biennio erano previsti tre indirizzi: uno diplomatico-consolare con Diritto internazionale biennale e nove insegnamenti annuali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-017">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; uno amministrativo con Diritto amministrativo biennale e nove insegnamenti annuali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-016">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; e uno libero che permetteva allo studente di preparare un piano di studi con dieci corsi annuali fra cui potevano comparire discipline tratte dagli altri due indirizzi fra le seguenti: Filosofia del diritto; Sociologia; Storia del diritto romano; Storia del diritto italiano; Istituzioni di diritto islamico; ovvero proponendo due sdoppiamenti di corsi già seguiti; oppure insegnamenti impartiti in altre Facoltà dell’Ateneo. Venivano, inoltre, soppresse le tre Scuole di perfezionamento create negli anni del regime: Studi politici internazionali; Studi corporativi e Studi coloniali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-015">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il piano di studi veniva poi inviato al ministro della Pubblica Istruzione del governo Parri, Vincenzo Arangio Ruiz, che lo inoltrava alla sottocommissione alleata per l’istruzione il 16 febbraio 1945</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-014">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da un documento del 10 novembre 1947 risulta, invece, che non era mai stato soppresso il Centro studi coloniali che era stato costituito a seguito del primo congresso di studi coloniali tenuto a Firenze nell’aprile 1931 per iniziativa dell’allora Istituto Superiore “Cesare Alfieri” con un patrimonio di 40.000 lire in consolidato al 5%, ceduto dall’Istituto stesso. Si chiedeva al Consiglio di amministrazione dell’Università di elevare la dotazione del Centro per far fronte al pagamento degli stipendi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-013">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Veniva inoltre deliberato, a conferma del provvedimento di Calamandrei, che nell’anno accademico 1944-45 i poteri del preside venissero esercitati del Commissario straordinario e</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">che spetti ad esso lasciare eventualmente vacanti delle cattedre qualora non fosse possibile trovare nelle attuali circostanze chi le coprisse, e di stabilire per quali insegnamenti si potrà fare rinvio agli insegnamenti eguali affini di altre Facoltà</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-012">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla situazione dei professori di ruolo, che al momento erano quattro e, di questi, tre rinviati alla Commissione per l’epurazione ed uno trasferito a Roma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-011">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, veniva stabilito che i relativi insegnamenti fossero coperti con incarico. Il titolo giuridico della laurea era in «Scienze Politiche e Sociali»: si recuperava l’antica dizione dell’“Alfieri”. Il provvedimento del Senato accademico otteneva l’avallo del governo militare alleato il 15 gennaio successivo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, quindi, l’Università su impulso di Calamandrei promosse la riforma della Facoltà, non la sua soppressione, con l’avallo di De Ruggiero. Depose a favore della “Cesare Alfieri” l’essere stata un’antica e onorata scuola che solo a partire dalla metà degli anni ’30 era stata sottoposta al processo di fascistizzazione. Tuttavia, le iscrizioni alle Facoltà di Scienze Politiche, sul piano nazionale, restarono sospese. Fu istituita una commissione ministeriale per discuterne del futuro. Il professor Cicala riferì al Senato accademico il 30 dicembre 1946 che tale Commissione aveva proposto il mantenimento della Facoltà, prospettando anche la fondazione di consimili a Padova e nel Mezzogiorno. A Firenze si ipotizzava la sopravvivenza dell’indirizzo internazionale. Il Senato accademico plaudì all’azione di Cicala, ma per un altro anno accademico le iscrizioni restarono sospese</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-010">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ottobre 1947, ancora in situazione di stallo, Carlo Morandi scriveva una memoria al Rettore per denunciare il fatto che la mancata apertura delle iscrizioni avrebbe ridotto la Facoltà nell’anno accademico 1947-48 al solo quarto anno, con trenta studenti. Morandi partiva dal presupposto che la riforma del piano di studi varata nel 1945 aveva espunto gli insegnamenti introdotti dal regime e che, data la gloriosa tradizione dell’“Alfieri”, nell’attesa di una riforma nazionale delle Facoltà, era opportuno riaprire le iscrizioni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-009">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La memoria di Morandi fu efficace perché il 20 novembre 1947 il rettore Bruno Borghi, entrato in carica il 1° novembre, riapriva le iscrizioni a tutti i corsi della Facoltà di Scienze Politiche e Sociali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-008">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il primo provvedimento del Consiglio di Facoltà fu l’elezione del preside nella persona del professor Francesco Bernardino Cicala il 6 dicembre 1947 e la contestuale conferma del piano degli studi varato nel 1945</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-007">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Cicala fu il preside del ritorno alla normalità e della transizione verso la presidenza forte di Giuseppe Maranini. Come incaricato di Sociologia, ma ordinario presso la Facoltà di Giurisprudenza, rappresentava una soluzione di compromesso e la Facoltà restò ancora per due anni, fino all’ottobre 1949, in una posizione di sofferta subordinazione verso Giurisprudenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima consistente variazione al piano di studi del 1945 fu l’introduzione come insegnamento fondamentale e obbligatorio della Sociologia negli indirizzi diplomatico-consolare e amministrativo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-006">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Infine, arrivava il 28 novembre 1948 la nota del ministro della Pubblica Istruzione Gonella che, prendendo atto che il Parlamento, a grande maggioranza, si era dichiarato favorevole alla «ricostituzione delle Facoltà di Scienze Politiche», accoglieva la tesi del ritorno alla normalità raccomandando tuttavia che non venissero effettuate chiamate e iscrizioni agli anni successivi al primo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-005">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava di una nota, ormai tardiva, che ritardava ulteriormente il ritorno alla normalità.</hi></p></div><div><head><hi>3. La presidenza Maranini e la rifondazione delle scienze politiche</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La quasi ventennale presidenza di Giuseppe Maranini, che si aprì il 15 ottobre 1949 e si concluse con le dimissioni annunciate nell’ottobre 1968 per gravi motivi di salute</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-004">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, coincise con una stagione irripetibile di rinnovamento e di rifondazione degli studi politici e sociali della “Cesare Alfieri”, anche in proiezione nazionale, oltre che di ripresa organizzativa della Facoltà. La fama della “Cesare Alfieri” come scuola d’eccellenza trassero forza nel ventennio maraniniano anche dal fatto che nel panorama delle Università italiane solo la Facoltà fiorentina godeva di un’articolazione in tre indirizzi preceduti da un biennio comune. Per tutte le altre, che nel 1967 erano sette dopo che si erano aggiunte Bologna (1964) e Urbino (1966), valeva un piano di studi bloccato con 17 esami obbligatori e 4 complementari con una scelta estremamente ristretta (Cfr. </hi><hi rend="italic">Università di oggi e società di domani</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1969, 164). Se gettiamo uno sguardo al piano degli studi dell’anno accademico 1950-51, agli esordi della presidenza Maranini, vediamo come nel primo biennio avessero già largo spazio discipline come la Storia delle costituzioni, impartita dallo stesso Maranini, e la Storia della filosofia moderna,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">affidata a Giovanni Sartori, allora ventiseienne e prossimo fondatore della Scienza politica nell’Università italiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La Storia contemporanea che, con questa dizione, compariva come materia obbligatoria negli indirizzi consolare e amministrativo, era già affidata all’altro </hi><hi rend="italic">enfant prodige</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Facoltà destinato ad una brillantissima carriera nell’accademia, nel giornalismo e nella politica: Giovanni Spadolini. La Sociologia aveva ancora un ruolo marginale, essendo disciplina obbligatoria, ma d’indirizzo. Nel complesso gli insegnamenti giuridici continuavano ad essere prevalenti (Maranini 1951, 357). Tuttavia, a Firenze l’opera di Maranini fu volta ad esaltare la specificità degli studi politici, dando forte incremento alle nuove scienze sociali e politiche che venivano affinando proprio allora i propri metodi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini è stato un maestro con una visione interdisciplinare, perfettamente coerente e funzionale alla “Cesare Alfieri”, che pose al centro della riflessione, sua e di tanti giovani che formò, il tema della democrazia e degli istituti rappresentativi. Ne fece oggetto di studio interdisciplinare, favorendo l’applicazione di metodi di ricerca storica, politologica e sociologica oltre che giuridico istituzionale. Questo fu l’obiettivo primario del magistero di Maranini che si riverberò su di una fitta schiera di allievi gravitanti dentro e fuori il suo Istituto di diritto pubblico comparato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini inaugurò i corsi del suo primo anno di presidenza, nel ’49, con una lezione che diviene oggi chiave di lettura delle attività scientifiche e didattiche di tutta la Facoltà nel ventennio successivo: </hi><hi rend="italic">Governo parlamentare e partitocrazia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Maranini 1950). In questo titolo c’è già tutto l’autore. C’è la condanna della pervasività dei partiti (Maranini 1950, 28); c’è la constatazione che nelle democrazie continentali la vitalità degli istituti rappresentativi è minata con conseguenze gravi sullo stesso ordinamento internazionale. C’è soprattutto un invito rivolto agli «uomini di dottrina» e, per loro, ai colleghi e agli allievi della Facoltà perché «sentano il loro ufficio come milizia di scienza e insieme di libertà […] fornendo ai politici i materiali occorrenti per integrare e ricostruire il nostro arretrato sistema di garanzie costituzionali» (Maranini 1950, 34). Le parole di Maranini avevano il carattere di un programma di lavoro per la ‘scuola’ di via Laura ’48. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Com’è d’obbligo, ad un programma scientifico debbono seguire elaborazioni di metodo, indirizzi empirici di ricerca e, possibilmente, un’agorà di confronto quale sede identitaria e di promozione di tali studi innovativi. L’agorà fu il trimestrale </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> che uscì col primo numero nel settembre 1952 e che per quasi un decennio fu il termometro delle ricerche dell’Alfieri. </hi><hi rend="italic">Studi politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> fu fondata e diretta da Pompeo Biondi, ma fu vera testata di scuola; rinnovava la tradizione della </hi><hi rend="italic">Rassegna di Scienze Politiche e Sociali</hi><hi rend="CharOverride-1"> diretta da Carlo Ridolfi che fra il 1883 e il 1893 fu portavoce dell’Istituto di Scienze Sociali “Cesare Alfieri” (Rogari 1991a, 134). Si trattò di un esperimento di successo reso possibile dal fatto che il numero dei docenti della Facoltà, pur allargato progressivamente dalle ‘chiamate’ operate da Maranini, continuava ad essere limitato. La comunità di scuola poteva dilatarsi oltre la soglia dei confini disciplinari perché il confronto personale era diretto; perché il numero degli studenti era limitato e perché la leadership di Maranini sugli otto professori ordinari operanti alla metà degli anni ’50 era indiscussa</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-003">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Sul primo numero del giugno 1952 Maranini esordì con un saggio dal titolo fortunato che poi fu trasposto nella altrettanto fortunata antologia edita da Comunità nel 1958: </hi><hi rend="italic">Miti e realtà della democrazia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Maranini 1952, 89 sgg.).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Il saggio era costruito sulla comparazione fra democrazie anglosassoni e continentali: le prime davano segni di vitalità e di rispetto delle garanzie, mentre le seconde erano corrotte dal male della partitocrazia. Maranini usava una espressione forte definendo i partiti ‘comitati extralegali’ che avevano acquisito di fatto il potere supremo (Maranini 1952, 103). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’anno successivo, il preside tornava sul tema con un lungo articolo che anticipava le linee di ricerca della più famosa monografia maraniniana del 1967, la </hi><hi rend="italic">Storia del potere in Italia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Maranini 1967), più volte riedita: </hi><hi rend="italic">Crisi del costituzionalismo e antinomia della Costituzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Maranini 1953).</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In questo saggio, Maranini sviluppava l’analisi dell’evoluzione del sistema parlamentare dallo Statuto albertino fino alla Costituzione repubblicana ravvisando nell’istituto della fiducia e nella dipendenza del governo dall’assemblea la configurazione di un sistema di tipo assembleare. Maranini metteva sotto accusa la legge elettorale proporzionale come corresponsabile del consolidamento del sistema partitocratico. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le linee maestre dell’indagine politica e costituzionale erano ormai segnate. Soprattutto era chiaro che gli studi, per Maranini e per la sua scuola, non dovessero avere una finalità solo accademica, ma divenire strumenti conoscitivi di riforma costituzionale. In questo spirito di scuola va letto il saggio di Sartori su </hi><hi rend="italic">Scienza politica e conoscenza retrospettiva</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Sartori 1952) col quale il giovane Sartori inaugurava nel 1952 il processo di sistemazione metodologica di una scienza che non aveva fatto ancora il suo ingresso ufficiale come disciplina autonoma nell’accademia italiana. Il primo passaggio in questo sforzo di sistemazione era procedere alla distinzione fra conoscenza storica e scienza politica. Mentre la prima, secondo Sartori, sviluppava la dialettica presente-passato, la seconda si poneva al centro della dialettica presente-futuro. Nel ruolo normativo e predittivo che Sartori riservava alla scienza politica si rifletteva l’invito maraniniano a lavorare con nuovi strumenti di ricerca per dare al ceto politico i mezzi per curare una democrazia in via di degenerazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo sforzo euristico di Sartori si sarebbe mosso a lungo sul terreno delle questioni definitorie e di linguaggio per collocare la scienza politica nel panorama delle scienze sociali classiche, in modo autonomo e originale, con risultati di altissimo valore scientifico e didattico. Allo stesso intento rispondeva il saggio dell’anno successivo, questo ancor più importante e cruciale nella costruzione del metodo operata da Sartori: </hi><hi rend="italic">Filosofia della politica e scienza empirica della politica </hi><hi rend="CharOverride-1">(Sartori 1953-1954). Sartori rendeva omaggio alla specificità dell’empirismo delle scienze umane che aveva per forza di cose una base storica (Sartori 1953-1954, 359). Tuttavia, posta questa premessa, che riprendeva l’opera definitoria affrontata in tempi lontani da Pasquale Villari, anche nelle aule dell’Istituto “Cesare Alfieri” (cfr. Rogari 1991b, 149 sgg.), Sartori ravvisava le difficoltà di sviluppo autonomo della scienza politica sia dal suo scaturire dalla filosofia politica sia dalle pressioni ideologiche della politica che ne condizionavano la costruzione delle fondamenta scientifiche (Sartori 1953-1954, 364). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tre anni dopo, nella sua monografia più famosa e sulla quale si sono formate tante generazioni di studenti della “Cesare Alfieri”, </hi><hi rend="italic">Democrazia e definizioni </hi><hi rend="CharOverride-1">(Sartori 1995), l’intento primario di Sartori era di sgombrare il campo dai condizionamenti demagogici del termine e di gettare le basi per un’analisi politica del funzionamento democratico. Ancora la riserva di campo e d’interesse fra filosofia politica e scienza politica era in via di precisazione. Per paradosso il fascino di quel libro stava proprio in questo: sviluppare un lungo e dotto excursus del termine democrazia e delle sue definizioni nel pensiero politico, per gettare le basi dello studio politologico della stessa. Con il lungo saggio su </hi><hi rend="italic">La rappresentanza politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Sartori 1957), Sartori entrava nel vivo della disciplina. Il tema della rappresentanza come questione cruciale per la scienza politica lo conduceva di nuovo ad operare una definizione di campo e di metodo rispetto alla dottrina costituzionale, alla sociologia politica e agli studi elettorali, allora riserva quasi esclusiva degli statistici, ma anche ad entrare nel vivo del tema chiave per la disciplina e che si proponeva come prima indagine meta empirica (Sartori 1957, 600). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Intanto, altri studiosi ed altre riflessioni sul potere maturavano nelle aule della “Cesare Alfieri”. Agli inizi degli anni ’50 Pompeo Biondi avviava con il saggio </hi><hi rend="italic">Potere e classe politica </hi><hi rend="CharOverride-1">(Biondi 1952) l’elaborazione della sua teoria del potere. Biondi andava ben oltre Maranini rigettando l’essenza stessa del potere con aperture di natura anarchica. Le componenti elitistiche d’origine paretiana, pur presenti e radicate nel pensiero di Maranini, in Biondi erano rovesciate di 180 gradi. Biondi ravvisava in due forze le sole capaci di arginare il potere arroccato nella classe politica: «le libertà civili e politiche fondate sul religioso riconoscimento del valore dell’uomo e le organizzazioni del lavoratori fondate sul valore politico del lavoro come tale» (Biondi 1952, 32). Non era difficile ravvisare nella riflessione del giovanissimo Antonio Zanfarino su </hi><hi rend="italic">Stato etico ed autogoverno sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Zanfarino 1958) e poi ne </hi><hi rend="italic">La libertà dei moderni e il costituzionalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Zanfarino 1961) l’influenza di scuola della teorica di Biondi sul potere, pur con maggiori aperture maraniniane.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, nel più noto volume del 1964, </hi><hi rend="italic">Studi sul potere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-002">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Biondi raccoglieva quattro saggi frutto dei suoi corsi di </hi><hi rend="italic">Dottrina dello Stato</hi><hi rend="CharOverride-1"> ove teorizzava il possibile annullamento del potere grazie all’autogoverno. Con la sua visione di una società del tutto libera dal potere, Biondi anticipava certi filoni della cultura politica americana, interpretati in particolare da Robert Nozick, che teorizzeranno negli anni ’70 lo Stato minimo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si percepisce bene la fecondità dell’approccio maraniniano al tema quando compariamo la speculazione di Biondi con quanto veniva scrivendo il preside della Facoltà nel 1958 introducendo l’antologia che riprendeva il fortunato titolo </hi><hi rend="italic">Miti e realtà della democrazia </hi><hi rend="CharOverride-1">(Maranini 1958). Il problema della democrazia, scriveva, è «problema della posizione</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">reciproca dei due gruppi – governanti e governati – della circolazione degli uomini e delle idee fra i due gruppi, della compenetrazione fra i due gruppi» (Maranini 1958, 14). Poi, dopo questo richiamo di natura paretiana, individuava il vizio della democrazia italiana nella decadenza delle élites. Tornava quindi sul tema della partitocrazia, riflesso della dittatura d’assemblea e della proporzionale, per individuare la salvezza della democrazia in quei paesi in cui «la funzione regia [si è] rinnovata alla luce del principio elettivo (presidente americano, premier inglese, consiglio federale svizzero)» (Maranini 1958, 26). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Pur senza citarlo, Maranini riecheggiava gli argomenti usati dall’ultimo Bonghi nel 1884 ne </hi><hi rend="italic">Una questione grossa. La decadenza del regime parlamentare </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Rogari 2001, 79)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che seguiva al moschiano </hi><hi rend="italic">Sulla teorica dei Governi e del Governo parlamentare </hi><hi rend="CharOverride-1">dello stesso anno, e ancor più nei saggi del 1893 </hi><hi rend="italic">L’Ufficio del Principe in uno Stato libero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Il diritto del Principe nello Stato libero</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Il tema della decadenza del ceto politico era percepito da Maranini con gli stessi accenti bonghiani fino ad ipotizzare che l’accesso alle cariche di maggiore responsabilità politica dovesse presupporre un pregiudiziale </hi><hi rend="italic">cursus honorum </hi><hi rend="CharOverride-1">che ne qualificasse e garantisse la competenza (Maranini 1952, 31). Comunque, il nodo per Bonghi come per Maranini era quello di ristabilire l’autonomia del governo rispetto al Parlamento (Maranini 1952, 32). Attorno a questo tema ruotò un importante seminario di Diritto pubblico comparato tenuto alla “Cesare Alfieri” il 17-21 maggio 1960 sul tema </hi><hi rend="italic">Il controllo democratico dei partiti e dei sindacati </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1960)</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">introdotto dalla relazione di Maranini dal titolo significativo, “Stato di partiti non partitocrazia” (</hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1960, 284).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fuori del gruppo di studiosi della scuola di Maranini, era il giovanissimo Giovanni Spadolini a raccogliere l’eredità dell’ultimo Morandi, autore de </hi><hi rend="italic">I partiti politici nella storia d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, del 1945 e de</hi><hi rend="italic"> La Sinistra al potere </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1944, che aveva tenuto l’incarico di Storia moderna fino alla scomparsa avvenuta nel 1950 e a portare nelle aule di via Laura un genere storiografico inedito nell’accademia italiana: la Storia contemporanea come ‘Storia dei partiti e dei movimenti politici’. Anche per Spadolini il primo banco di prova fu proprio </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1952 con un articolo dal titolo significativo: “Per una storia dell’Azione cattolica”. Il frutto maturo di queste riflessioni fu nel 1955 </hi><hi rend="italic">L’Opposizione cattolica da Porta Pia al ’98</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Spadolini 1955). Spadolini coglieva, da storico sensibile alla realtà dell’Italia profonda, una frattura rilevante della nostra storia contemporanea e quindi della nostra costituzione unitaria. Da qui nasceva la sua lunga battaglia culturale e politica per la conquista del </hi><hi rend="italic">Tevere più largo</hi><hi rend="CharOverride-1">, pur usare il titolo di un altro suo volume famoso, uscito in prima edizione nel 1967. Nello spirito conciliatorista e a un tempo separatista nelle competenze e nelle funzioni che emergeva chiaro nel volume </hi><hi rend="italic">Giolitti e i cattolici</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Spadolini 1960), si rifletteva l’adesione di Spadolini al modello giolittiano di gestione delle relazioni fra Stato e Chiesa, migliore cura, anche nell’Italia repubblicana, per superare questo dramma dal retaggio plurisecolare. Ne nasceva una scuola con molti allievi e molti frutti. Il primo e pionieristico fu quello di Luigi Lotti (1957) su </hi><hi rend="italic">I repubblicani in Romagna</hi><hi rend="CharOverride-1"> che proiettava sul versante dell’opposizione laica alle istituzioni monarchiche il tema della insuperata controversia sul nostro Risorgimento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla svolta degli anni ’60 i frutti della revisione metodologica e fondante di nuove discipline operata da Maranini erano ormai maturi. È in questa temperie culturale e di ricerca che nascono due volumi pionieristici ambedue pubblicati nel 1963, ma avviati alla fine degli anni ’50: </hi><hi rend="italic">Elezioni e comportamento politico in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, curato da Alberto Spreafico e Joseph La Palombara (1963), prefato da Maranini, e </hi><hi rend="italic">Il Parlamento italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, curato da Sartori e che si avvaleva di quattro contributi: dello stesso Sartori, di Lotti, di Somogyi e di Predieri (1963). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il primo volume aveva una natura più composita e si avvaleva di numerosi contributi, anche se tutti di ‘scuola’. Dopo l’introduzione di Maranini che dava un’interpretazione contro corrente della legge maggioritaria del 1953, tutta in chiave positiva in funzione della configurazione bipartitica del sistema che, a suo avviso, essa avrebbe consolidato, Predieri analizzava il tema dell’attuazione della Costituzione che dopo il ’53 era divenuto «centro stesso della lotta politica» (Spreafico e La Palombara 1963, XXVII). Predieri si discostava da Maranini per la convinzione che l’applicazione integrale della costituzione formale fosse sufficiente a limitare lo strapotere dei partiti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Molto vicini e quasi ispirati dalle tematiche maraniniane erano due studiosi formatisi in via Laura e che avrebbero avuto altrove un brillante carriera: Guglielmo Negri e Paolo Ungari che studiavano in modo pionieristico l’apparato dei partiti sotto il profilo organizzativo e sociologico. Spreafico si dedicava all’analisi dei programmi; Weiss, incaricato di Storia del giornalismo, approfondiva l’influenza della stampa quotidiana sulla competizione elettorale. Di nuovo Spreafico con Ammassari studiava i sondaggi elettorali, allora tema del tutto inedito in Italia, come argomento di studio e in larga misura come prassi; mentre Ardigò, Lotti e Zanfarino analizzavano i risultati elettorali a Bologna, in Romagna e in Sardegna. Spadolini affrontava il tema delle relazioni fra cattolici e socialisti anticipando l’apertura a sinistra, mentre Passigli concludeva il volume con un saggio bibliografico sugli studi elettorali soprattutto in prospettiva comparata.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il secondo volume, </hi><hi rend="italic">Il Parlamento italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, resta una pietra miliare delle analisi sul ceto politico. È un volume che riunisce competenze statistiche, storiche, costituzionalistiche e politologiche. Predieri sviluppò un’accurata analisi della produzione legislativa anche con un taglio comparativo, soprattutto nei confronti del Parlamento britannico, avanzando la necessità del «decentramento della funzione legislativa» (Somogyi et al. 1963, 255) sul modello inglese. Comparativo era anche l’approccio di Sartori che proponeva uno studio delle élites: elettive, partitiche ed extra partitiche arrivando ad individuare due mali nel Parlamento italiano, il trasformismo e la disciplina di partito. Sartori proponeva una analisi empirica della dipendenza dei parlamentari dalle segreterie dei partiti e sviluppava una comparazione col caso inglese. Somogyi, docente di Statistica alla “Cesare Alfieri”, proponeva uno studio attento dell’estrazione socio economica dei parlamentari, del livello d’istruzione, dei canali d’accesso e di altre dimensioni d’analisi quantitativa. Lotti, infine, sviluppava, a partire dalle elezioni del 1909, un’analisi di lungo periodo della circolazione delle élites parlamentari. Il volume fu e forse resta la migliore testimonianza dei frutti fecondi del lavoro interdisciplinare e del felice incontro di metodi vecchi e nuovi d’analisi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso gli anni ’50 e ’60 furono culturalmente vivi e produttivi, in una Facoltà che operava ancora in una Università d’élites ove dominava l’istituto della monocattedra. La figura carismatica di Maranini e la sua capacità di promuovere iniziative occasionali o permanenti di dibattito scientifico accentuarono l’impatto della scuola fiorentina nel panorama di tutti gli studi politici italiani. La Facoltà tornò ad avere quella leadership di prestigio e di innovazione degli studi che era stato il lascito del fondatore Carlo Alfieri di Sostegno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La scienza politica era uscita dalla fase definitoria e fondante per entrare nella stagione matura della ricerca empirica. Quando Sartori presentò la disciplina al convegno del novembre 1967, “Scienze sociali, riforma universitaria e società italiana”,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">poteva già parlare di tre indirizzi e campi d’interesse nei quali si articolava: relazioni internazionali, scienza dell’amministrazione e politica comparata (Sartori 1967, 7). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ultima stagione maraniniana, dopo il pensionamento di Pellizzi nel novembre 1966, anche gli studi sociologici della “Cesare Alfieri” si rinnovarono grazie alla chiamata di Luciano Cavalli. Il volume di Cavalli del 1965, </hi><hi rend="italic">La democrazia manipolata </hi><hi rend="CharOverride-1">(Cavalli 1965), pur concepito prima della chiamata a Firenze, era in qualche misura riconducibile alla riflessione di Maranini sulla debolezza delle istituzioni democratiche e rappresentative. Era uno studio sui meccanismi della socializzazione e del ‘controllo sociale’ di una minoranza organizzata che detiene il potere a fini di dominio che fu per Luciano Cavalli il miglior viatico per la chiamata a Firenze dall’Università di Genova. La scuola sociologica fondata da Luciano Cavalli fu particolarmente feconda di sviluppi, sia sul versante della Sociologia politica e della leadership, che era l’indirizzo di studio a lui più caro; sia sul versante della Sociologia economica e del lavoro; sia sul versante della Sociologia della comunicazione che ha goduto di un forte sviluppo disciplinare nell’ultimo decennio del passato secolo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La stagione di Maranini preside è stata, quindi, una delle più alte della storia della Facoltà e, prima, dell’Istituto “Cesare Alfieri”. Lo fu perché, dopo la guerra, le scienze sociali attraversarono un periodo vivace e fruttuoso di rinnovamento e di innovazione che Maranini seppe cogliere e promuovere. Lo fu perché egli ebbe la capacità di selezionare giovani studiosi con grandi potenzialità d’innovazione che impose all’accademia. E lo fu perché le dimensioni da laboratorio quasi familiare della Facoltà permettevano al suo spirito illuminato di governare una realtà già complessa, ma dalle dimensioni ancora ridotte. </hi></p></div><div><head><hi>4. Sartori, la riforma degli ordinamenti didattici e la liberalizzazione degli accessi</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quando Maranini scomparve, nel 1969 la sua stagione era ormai finita. La liberalizzazione degli accessi cambiò a ritmi accelerati l’Università italiana: da élite a scuola di massa. Inoltre, la stagione degli istituti monocattedra e delle grandi ‘firme’, come si diceva, aveva lasciato il campo ai gruppi di ricerca. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Uno sguardo d’insieme al ventennio maraniniano ci indica che il corpo studentesco non aveva subito stravolgimenti d’ordine quantitativo. Fra gli inizi degli anni ’50 e l’anno accademico 1967-68, ultimo prima della riforma degli ordinamenti per la “Cesare Alfieri”, la crescita delle iscrizioni al primo anno del corso di laurea fu contenuta fra 70 e 110 studenti. La globalità degli iscritti crebbe da circa 450 a 650. I professori ordinari continuarono ad oscillare attorno a dieci, mentre gli incaricati erano circa venti, con tendenza alla crescita alla fine degli anni ‘60. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Solo dieci anni più tardi la Facoltà sarebbe stata irriconoscibile agli occhi di Maranini, pur restando fermi i nuclei fondanti delle maggiori aree disciplinari. Continuò, infatti, ad essere vivo il lascito del suo magistero, sia sotto il profilo didattico-formativo sia sotto quello della ricerca: le scienze sociali, le scienze politiche si avvalgono di diversi metodi di ricerca perché complessa è la natura umana; perché l’azione politica e sociale degli esseri umani ha una configurazione teleologica e non meccanicistica e perché multiformi sono gli aggregati sociali che essa produce. Nessun metodo può escludere o è prioritario sugli altri. Solo un equilibrio disciplinare adeguatamente ponderato può dare buoni risultati formativi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il 1° novembre 1968, ancora vivo Maranini che la volle strenuamente, ma grazie al lavoro assiduo svolto da Giovanni Sartori, entrò in vigore il nuovo ordinamento della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, varato con Decreto presidenziale del 31 ottobre ’68; poi l’anno dopo esteso a tutte le Facoltà di Scienze Politiche dell’Università italiana (Sartori 1969, 3-7). Il primo biennio, comune per tutti gli studenti, prevedeva due materie giuspubblicistiche; due storiche; due economiche, inoltre Sociologia e Scienza politica. La Lingua inglese (biennale) e la Statistica divenivano obbligatorie per tutti. All’iscrizione al terzo anno lo studente poteva scegliere fra cinque indirizzi. L’indirizzo Politico-amministrativo e quello Politico-internazionale erano una continuazione dei vecchi indirizzi amministrativo e consolare, di antica tradizione nella Facoltà, anche se ristrutturati nelle materie obbligatorie. Tuttavia, nell’Indirizzo amministrativo acquistava una centralità la Scienza dell’amministrazione che concorreva a dare un taglio originale al percorso di studi rispetto alla formazione giuridica impartita dalla Facoltà di Giurisprudenza. Era disciplina di antica tradizione nella Scuola e nell’Istituto “Cesare Alfieri”, ma ricomparsa agli inizi degli anni ’60, anche se il metodo era ancora incerto e il suo inquadramento nell’ambito degli studi politologici si sarebbe consolidato solo negli anni ’70. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia nel tempo, mentre l’Indirizzo di studi internazionali venne consolidando la propria centralità nell’organizzazione didattica della Facoltà, assieme all’Indirizzo Politico-sociale, grazie ad una crescente quota percentuale d’iscritti, l’Indirizzo Politico-amministrativo venne gradualmente declinando, sottoposto alla concorrenza della Facoltà di Giurisprudenza, percepita dagli studenti più atta alla preparazione ai concorsi per la pubblica amministrazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla fine degli anni ’80, poco più del 10% degli studenti iscritti al terzo anno sceglievano l’indirizzo Politico-amministrativo (cfr. Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” 1998, 78). Anche a seguito di questo declino, dopo lunga gestazione, a partire dall’anno accademico 1996-97 fu attivato nella Facoltà un secondo corso di laurea quadriennale in Scienza dell’amministrazione che sul versante politologico, sociologico e psicologico intendeva integrare gli studi giuridici ed economici per dare al laureato una preparazione più moderna rispondente alle spinte all’innovazione delle amministrazioni pubbliche. L’impianto disciplinare del primo biennio era rivelatore di molte difformità rispetto a quello del corso di laurea in Scienze politiche. Scomparivano le discipline storiche sul versante della storia politica e su quello della storia del pensiero, sostituite dalla Storia del pensiero giuridico e dalla Storia dell’amministrazione</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">pubblica.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Venivano potenziati gli insegnamenti economici, sia sul versante dell’economia pubblica</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">sia su quello aziendalistico. Era data centralità agli insegnamenti d’ambito politologico con Analisi delle politiche pubbliche e della Scienza dell’amministrazione in genere (Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” 1996, 14-6). Nel complesso, l’impianto degli studi era più professionalizzante. Si puntava a dare una preparazione specifica ad uno studente che al momento dell’iscrizione avesse già operato una scelta precisa in ordine alla carriera che intendeva svolgere. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una valutazione sulla validità e sul seguito del corso da parte degli studenti non può essere data perché quando è intervenuta la riforma universitaria del cosiddetto 3+2 il corso aveva poco più che completato il primo ciclo quadriennale. Lo standard degli iscritti al primo anno, che nel 1996-97 era di 59, venne confermato di massima negli anni successivi. Va precisato, tuttavia che la punta massima delle iscrizioni al primo anno della Facoltà fu registrata nell’anno accademico 1994-95 con 1106 matricole e, globalmente, fra studenti in corso e fuori corso, 5263 iscritti con perfetto equilibrio di genere, per poi declinare nella seconda metà degli anni ’90 e avere una nuova impennata con la riforma degli ordinamenti, a partire dall’anno accademico 2001-2002. Complessivamente, nel primo anno di attivazione del nuovo corso di laurea gli iscritti al primo anno dei due corsi della Facoltà furono circa 900 (cfr. Ufficio statistico dell’Università di Firenze, Statistiche iscritti).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ambito del processo di decentramento dell’Ateneo nell’area metropolitana, nell’anno accademico 1995-1996 è stato attivato con sede nel Polo universitario di Prato il Diploma in Relazioni industriali, primo esperimento in Italia di un percorso che curasse la formazione dei giovani nelle politiche del lavoro a livello nazionale ed europeo. Il Diploma, nato come biennale e poi trasformato in corso di studi triennale dopo la riforma degli ordinamenti didattici, ha rinnovato, sul versante lavoristico, l’antica tradizione di studi della “Cesare Alfieri” con una proiezione </hi><hi rend="italic">post lauream</hi><hi rend="CharOverride-1"> anch’essa di natura europeistica col Master europeo in Scienze del lavoro. Nel complesso, questi percorsi formativi si sono mossi nell’ambito dell’area degli studi delle scienze dell’amministrazione, intesa nel senso più ampio del termine, dando alla Facoltà prestigio in questo specifico versante degli studi e rilanciando un ambito formativo di antica tradizione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’Indirizzo politico-internazionale, nell’ambito degli studi giuridico e storico internazionalistici, negli anni ’70 ebbero un peso significativo, grazie alla promozione di Rodolfo Mosca, gli insegnamenti relativi alla storia e alle istituzioni giuridiche dell’Europa orientale. Erano tematiche, in tempi di guerra fredda, assai vive, anche se per il trasferimento o l’uscita dal servizio di taluni docenti il settore di studio ha perso di peso nella Facoltà nell’ultimo decennio del secolo scorso. L’Indirizzo canalizzava verso una laurea che prevedeva una prosecuzione di studi post-lauream nella Scuola di perfezionamento in «Studi politici internazionali». Si trattava di un’antica Scuola rilanciata da Maranini. Essa consolidava il ruolo della Facoltà nella formazione dei diplomatici italiani e dei funzionari della Comunità europea e di altre organizzazioni internazionali, che manteneva prestigio intatto come scuola di formazione alla carriera diplomatica.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dalla seconda metà degli anni ’80, poi, la Facoltà ha implementato gli insegnamenti europeistici. Da quando il 15 giugno 1987 la Comunità europea ha varato il programma Erasmus di mobilità degli studenti nel sistema universitario europeo, la Facoltà ha sostenuto un programma crescente di scambi di studenti e di docenti, ponendosi in vetta nell’Ateneo nel settore, fino a costituire negli anni ’90 un ufficio relazioni internazionali fra i più attivi dell’Università. Dalla prima metà degli anni ’80, è stato attivato il corso di Storia dell’Europa occidentale, divenuto nell’anno accademico 1995-96 Storia dell’integrazione europea. Dall’anno accademico 1991-92 è stato autonomamente impartito l’insegnamento di Diritto comunitario che negli anni precedenti era mutuato dalla Facoltà di Giurisprudenza. Molti altri insegnamenti ad orientamento europeistico sono stati attivati poi, anche grazie all’azione Jean Monnet, sia sul versante giuridico sia su quello politologico, contribuendo in modo decisivo a far acquisire all’Università di Firenze il titolo di Polo universitario europeo. Infine, alla metà degli anni ’90 è stato avviato con successo l’esperimento del Master in Studi europei che completava con un perfezionamento </hi><hi rend="italic">post lauream </hi><hi rend="CharOverride-1">il percorso di studi internazionalistici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La vera innovazione della riforma Maranini/Sartori fu la creazione degli indirizzi Storico-Politico; Politico-Sociale e Politico-Economico. Quest’ultimo indirizzo rispondeva alla necessità di fornire agli studenti una preparazione soprattutto sul versante della programmazione economica, che aveva acquisito centralità nel dibattito economico degli anni ’60, e su quello dell’economia internazionale. La storia di questo indirizzo è stata a lungo contrastata presso la Facoltà fiorentina. Nel tempo ha sofferto della difficoltà nello stabilizzare una docenza, anche di altissimo profilo, ma che aveva spesso solidi rapporti con importanti istituzioni economiche nazionali e aspirava a rientrare nella sede d’origine. Nel complesso, negli anni ’90, l’Indirizzo politico-economico ha avuto una percentuale di studenti iscritti al terzo anno che oscillavano attorno al 15% (cfr. Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” 1998, 78).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’Indirizzo Storico-Politico avevano centralità gli studi storico-contemporaneistici avviati da Spadolini, e di cui è stato continuatore Luigi Lotti, cui si aggiunse, alla fine degli anni ’70, Gaetano Arfè che, nel suo periodo di presenza in Facoltà che si concluse nel 1993, concorse ad incrementare gli studi relativi al movimento operaio e socialista. La formazione crociana di Arfè, pur eterodossa, favorì la sua integrazione in un ambiente accademico in cui il crocianesimo era di casa. Inoltre, furono attivati molti corsi innovativi. Storia del giornalismo, fra questi, aveva antiche origini alla “Cesare Alfieri”, poiché l’insegnamento era già attivo agli inizi degli anni ’60. Il corso era affiancato da due discipline d’impostazione sociologica, Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa e Sociologia della comunicazione, agli esordi nell’Università italiana e che avrebbero avuto grande sviluppo, fino a diventare area disciplinare istitutiva di corsi di laurea triennali con grande seguito di studenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Fu provvedimento innovativo l’attivazione dell’insegnamento di Storia dei movimenti sindacali che, dopo l’autunno caldo del ’69 e per tutti gli anni ’70, ebbe un grande sviluppo nell’Università italiana. Per la Facoltà rappresentò una novità duratura e si affiancò agli studi sociologici di settore. Comunque, anche in questo caso la riorganizzazione degli studi del settore lavoristico avveniva nell’impianto di una lunga tradizione che lo stesso Maranini aveva coltivato quando aveva riattivato nel 1954 la Scuola di perfezionamento in «Studi sui problemi del lavoro»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-001">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni ’70 furono anche potenziati gli insegnamenti storico-istituzionali, oltre al classico, maraniniano insegnamento di Storia delle istituzioni, grazie all’attivazione di discipline come Storia delle istituzioni religiose e Storia delle relazioni fra Stato e Chiesa, che dagli inizi degli anni ’70 hanno caratterizzato un filone originale di studi e di insegnamenti nella Facoltà fiorentina. Sul versante della Storia del pensiero politico e della Filosofia politica, dopo il trasferimento a Roma di Paolo Treves e l’uscita dal servizio attivo di Carlo Curcio, si venne sviluppando una scuola sotto la guida di Antonio Zanfarino che ha mantenuto vivo fino alla fine del secolo il filone degli studi di storia del pensiero e di Filosofia politica. L’indirizzo si avvaleva poi come discipline opzionali di una serie di insegnamenti storici innovativi attivati nell’Indirizzo internazionale, in particolare Storia dei paesi dell’America latina, Storia dell’America, Storia dei paesi afro asiatici, Storia dei trattati, che curava in particolare questioni mediorientali, Storia dell’estremo oriente, che curava in particolare questioni di storia cinese. Nel corso degli anni ’90 l’Indirizzo storico-politico ha attirato un numero di studenti oscillante fra il 20 e il 25% degli iscritti al terzo anno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, la grande novità della riforma del ’68 fu l’Indirizzo politico-sociale. Nelle intenzioni dei promotori della riforma e </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giovanni Sartori l’indirizzo avrebbe dovuto essere duplice con un percorso di specializzazione in studi politologici e uno in studi sociologici. Era una prospettiva, questa, non sostenibile nelle altre Facoltà di Scienze Politiche del sistema universitario italiano dove la Scienza politica non era presente o quasi. La specificità era tutta fiorentina ove la crescita degli studi sociologici nella Facoltà favorì l’articolazione dell’indirizzo di specializzazione in due percorsi formativi negli anni ’80 e ’90. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nell’ambito della Scienza politica hanno acquistato un peso rilevante da un lato gli studi sul Governo locale e sulle Analisi delle politiche pubbliche che si venivano affinando per le crescenti spinte al potenziamento delle autonomie locali;. d’altro lato, nel quadro dell’accelerato progresso dell’integrazione europea degli anni ’90, venivano potenziati insegnamenti come Organizzazione politica europea. Hanno avuto una peculiarità nella Facoltà gli studi di Teoria e politica dello sviluppo. Inoltre, gli approcci strettamente teorici e metodologici come Teoria politica e Teoria dell’organizzazione, oltre agli studi sui Partiti politici e i gruppi di pressione, hanno acquisito centralità nella scienza politica e la scuola fiorentina ha continuato a mantenere una leadership indiscussa nell’ambito degli studi politologici italiani (cfr. Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” 1997, 13) e un prestigio indiscusso a livello internazionale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Analogo processo di diversificazione si è verificato nell’ambito sociologico. Agli indirizzi iniziali e preminenti di Sociologica politica e di Storia del pensiero sociologico si sono aggiunti gli studi sociologici sul versante della Sociologia del lavoro e della Sociologia economica; nell’ambito della Sociologia urbana e delle relazioni etniche; in quello della Sociologia della famiglia, potenziato anche grazie al corso di Diploma in Servizio sociale, poi trasformato in laurea triennale, a sua volta trasformazione della vecchia Scuola in servizio sociale, e in Sociologia della comunicazione. In quest’ultimo settore di studio la Facoltà ha avuto un ruolo pionieristico nella Università italiana. Fu introdotto addirittura al momento della riforma del 1968 come Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa per poi acquisire nel tempo un peso sempre maggiore fino alla nascita del Master in Comunicazione e media negli anni ’90. Né va trascurata la fervida scuola metodologica che ha avuto in Facoltà originalità di studi e di percorsi didattici con una docenza di massimo rilievo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, se la riforma del 1968 conferì all’unico corso di laurea in Scienze Politiche razionalità organizzativa e specificazione negli sbocchi professionali che permisero agli studi politici di adattarsi alle richieste che venivano dai giovani che in massa si iscrissero all’Università italiana dopo la liberalizzazione degli accessi del 1969, le basi erano state impostate da Maranini. Se scorriamo la guida dell’anno accademico 1963-64 (Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, 1963), per esempio, vediamo che accanto ai classici indirizzi amministrativo e internazionale, l’indirizzo libero prevedeva già percorsi di specializzazione diversi che venivano proposti come piano di studi modello dalla Facoltà: anticipazione della futura riforma. </hi></p></div><div><head><hi>5. La nascita dei Dipartimenti </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una delle grandi innovazioni della l. 382 del 1980 fu la creazione dei Dipartimenti come nuova istituzione deputata all’organizzazione della ricerca nell’Università italiana. Nelle intenzioni del legislatore, i Dipartimenti dovevano divenire il luogo di aggregazione di aree disciplinari omogenee che superasse definitivamente il modello monocattedra dominante fino agli ’60. Nelle previsioni e nelle intenzioni, i Dipartimenti organizzati per affinità di metodo dovevano essere la regola, mentre l’eccezione poteva essere rappresentata da Dipartimenti organizzati per obiettivi di ricerca. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dai lavori della Commissione d’Ateneo costituita </hi><hi rend="italic">ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">hoc</hi><hi rend="CharOverride-1"> emerse che le identità </hi><hi rend="CharOverride-1">dei gruppi di ricerca quasi mai o ben poco oltrepassavano i confini delle Facoltà. I Dipartimenti, che avrebbero dovuto essere pochi, non molto più numerosi delle Facoltà, e che avrebbero dovuto riunire in macroaree disciplinari i ricercatori dell’Ateneo, si sono moltiplicati, fino a raggiungere i settanta alla fine del secolo, talora innescando processi di aggregazione disciplinare con scarso fondamento metodologico o d’obiettivo e piuttosto con convergenze di tipo personale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per quanto riguarda i docenti incardinati nella Facoltà di Scienze Politiche, la grande interdisciplinarietà che caratterizzava la facoltà poteva aprire la strada o alla polverizzazione in molti Dipartimenti ovvero all’aggregazione in un unico grande Dipartimento organizzato per fini piuttosto che per metodi. Fu imboccata una via intermedia. Le aree disciplinari sociologica e politologica, nel senso più ampio del termine, si sono aggregate nel Dipartimento di Scienza politica e Sociologia, che è nato come Dipartimento con una doppia affinità per metodi ma che, soprattutto sul versante della Sociologia politica, ha aperto prospettive importanti d’intersezione di ricerca con l’ambito politologico. Le altre aree disciplinari della Facoltà, l’internazionalistica nella doppia anima storica e giuridica, quella economica e quella storica e istituzionale si sono aggregate nel Dipartimento di Studi sullo Stato. I docenti del settore linguistico, di quello statistico e demografico e, in larga prevalenza, di quello giuspubblicistico, sono confluiti in altri Dipartimenti, per lo più popolati da docenti esterni alla Facoltà di Scienze Politiche. Questo è divenuto il modello organizzativo della ricerca quale si è sviluppato alla “Cesare Alfieri” da quando, alla metà degli anni ’80, i Dipartimenti hanno cominciato a divenire operativi fino alla riforma del 2010. La riforma del 1980 non ha inciso sul prestigio e sulla forza della Facoltà perché il potere di chiamata e l’incardinamento della docenza restavano nelle mani di quest’ultima e tali sarebbero rimasti fino alla l. 240/2010.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’interno dei Dipartimenti si sono poi sviluppati negli anni ’90 una serie di Centri di ricerca, con collegamenti intra e interuniversitari. Questa è una tendenza che ha caratterizzato tutta l’Università di Firenze nell’ultimo decennio del passato secolo. Nel caso specifico degli studi politici, </hi><hi rend="italic">latu sensu</hi><hi rend="CharOverride-1">, questo orientamento ha visto il consolidarsi d’importanti iniziative spesso collegate con i dottorati di ricerca e che scaturivano dall’esigenza, sempre più avvertita in una Università di massa, di creare centri di alta formazione. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche sul versante dei dottorati di ricerca, introdotti dalla l. 382/1980, la docenza della Facoltà ha dimostrato di continuare a detenere posizioni di leadership. Fin dai primi cicli attivati negli anni ’80 sono stati operanti i Dottorati di Storia delle Relazioni internazionali, grazie alla guida di Ennio di Nolfo, e di Scienza Politica che collegavano la sede leader di Firenze con numerose Università italiane e avevano un’alta valenza internazionale. Il Dottorato di Sociologia politica continuava il progetto formativo della scuola di Luciano Cavalli, mentre quello di Sociologia della comunicazione, nato alla metà degli anni ’90 per volontà di Giovanni Bechelloni, scaturiva dal grande sviluppo ottenuto da questo settore didattico e di ricerca nell’ultimo decennio del passato secolo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sul versante dei corsi post laurea pensati per dare una specifica preparazione professionale o di preparazione alle carriere d’élite va ricordato il Seminario parlamentare fondato nel 1967 da Silvano Tosi, Giovanni Spadolini, Paolo Barile e Alberto Predieri, gestito dall’Associazione studi parlamentari e che da allora tiene annualmente corsi di preparazione alle carriere delle assemblee rappresentative per giovani laureati selezionati di tutte le Università italiane. Dalla metà degli anni ’80 l’Istituto ricerche e Studi internazionali ha organizzato presso la Facoltà il corso di preparazione alla carriera diplomatica e alle altre carriere internazionalistiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, è stata ricca l’offerta didattica sul fronte dei Master. Ho già detto del Master in Comunicazione e media, del Master europeo in Scienze del lavoro, attivo nella sede pratese dal 1993, e del Master in Studi Europei, che ha formato dal 1996 laureati orientati a intraprendere carriere negli organismi dell’Unione. Il Master in Gestione e sviluppo delle risorse umane ha realizzato dal 1996 una felice partnership con l’Associazione italiana per la direzione del personale nella formazione di giovani laureati destinati agli uffici del personale delle aziende. Infine, i Master in Comunicazione del patrimonio culturale, che declinava in chiave comunicativa la naturale centralità fiorentina nell’ambito dei beni artistici e architettonici, e il Master in Percorsi e strumenti di ricerca nelle scienze sociali, su impulso del Centro interuniversitario in Metodologia delle scienze sociali, che consolida sul piano della formazione la tradizione più che ventennale di studi metodologici della Facoltà (Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” 2003, 144-54).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, la riforma del ’68, si dimostrò, alla prova, valida. L’impianto di un primo biennio interdisciplinare, volto a dare i fondamenti delle scienze politiche e sociali e sul quale, negli anni ’80 e ’90, non furono permesse variazioni nel piano di studi individuale conferiva una buona preparazione di base. La scelta d’indirizzo poi permetteva al laureato una specializzazione che lo orientava verso attività professionali assai diverse. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, l’attrattiva della Facoltà era alta e la formazione interdisciplinare era una componente fondamentale di essa. Nel febbraio 1995 un convegno organizzato per discutere dei risultati di un’indagine condotta da Alessandro Bruschi e Maria Chiara Barlucchi sugli sbocchi professionali dei nostri laureati e sul tasso di coerenza fra questi ultimi e la preparazione conferita dai corsi della Facoltà (Morlino 1995) rivelò che la scelta dell’iscrizione alla Facoltà era fatta in larga misura (40%) per l’interdisciplinarietà degli insegnamenti impartiti e dal 33% per l’interesse allo studio della realtà politico sociale (Morlino 1995, 45). Tuttavia, a questo gradimento del percorso di studi si associava una critica per la distanza degli studi dal mondo del lavoro (38,6% degli intervistati) e dell’inadeguata preparazione professionale conferita (20,4%) (Morlino 1995, 35). Dall’indagine del 1994, emerse che la Facoltà formava sempre meno laureati per le professioni pubbliche: solo il 36% operava in questo settore, mentre la maggioranza trovava collocazione professionale nel variegato mondo delle attività private. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I laureati interpellati erano 1660 dal giugno 1982 al giugno 1993 (Morlino 1995, 34) (le risposte furono 1214), quindi in un periodo storico che scontava appieno gli effetti della riforma del 1968. Ciò dimostrava da un lato che gli intenti originari per i quali era stata fondata la Scuola e poi la Facoltà, ossia formare un ceto amministrativo e politico prevalentemente impegnato nelle carriere pubbliche, era stato svuotato dalle grandi trasformazioni in atto nel mercato del lavoro; d’altro lato che la preparazione offerta per le nuove professioni era considerata inadeguata. Dall’indagine emergeva anche che i tassi di disoccupazione erano nel complesso più bassi per i laureati della “Cesare Alfieri” rispetto a quelli di altre Facoltà di Scienze Politiche dell’Università italiana (Morlino 1995, 54). In conclusione, la Facoltà era ancora un buon investimento in termini di sbocchi di lavoro, ma l’occupazione non era adeguata alle aspettative.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Queste considerazioni fatte sulla base dell’indagine del 1994 e nel momento in cui veniva raggiunta la punta massima di iscrizioni alla Facoltà, nell’anno accademico 1994-95, con oltre 5200 iscritti, tenevano conto, del fenomeno divenuto esplosivo degli studenti fuori corso. Dalla metà degli anni ’80, per un decennio il numero dei fuori corso era cresciuto costantemente, fino quasi ad eguagliare il numero degli iscritti in corso. Nell’ultimo anno accademico prima della riforma, il 2000-2001, il numero dei fuori corso aveva oltrepassato il numero degli studenti iscritti ai quattro anni legali di studio. Era sintomo di un malessere da interpretare, riflesso del cambiamento della popolazione studentesca. Il numero degli studenti lavoratori, precari e non, infatti aveva oltrepassato negli anni ’90 quello degli studenti a tempo pieno. Ciò allungava i tempi di laurea che con l’ultimo anno di corso del vecchio ordinamento avevano sfiorato i sette anni, in media, per le laureande e oltrepassato tale soglia per i laureandi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma questa non era la sola spiegazione. Anche i carichi di lavoro per la preparazione del singolo esame si erano dilatati. In particolare, il primo biennio, che conferiva una solida preparazione di base di natura istituzionale nelle cinque aree disciplinari caratterizzanti gli studi politici e sociali (giuspubblicistica, economica, storica, sociologica, politologica), era fase di rallentamento degli studi. Inoltre, nell’ultimo quindicennio del secolo, la Facoltà introdusse la regola che lo studente dovesse avere sostenuto almeno sette esami degli undici del primo biennio, prima di affrontare gli esami del secondo. Inoltre, l’introduzione di rigorosi criteri di propedeuticità fra le materie della stessa area disciplinare, se rispondeva a indubbi motivi di serietà negli studi, fu anche motivo di ulteriore rallentamento della progressione degli studi per gli studenti. Se la interdisciplinarietà, poi, attraeva gli studenti, essa diveniva motivo di freno nel percorso degli studi per la difficoltà di assimilare linguaggi e metodi diversi nelle varie aree disciplinari. Infine, ad un esame attento gli squilibri degli iscritti e del tempo di laurea fra gli indirizzi rispondevano al tasso di coerenza con gli sbocchi professionali. Dove questi erano più chiari e la preparazione più strettamente raccordata ad essi, come nell’indirizzo internazionale, gli studenti erano più motivati e concludevano il percorso di studi con maggiore dinamismo. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il nodo del raccordo fra preparazione universitaria e sbocchi professionali divenne centrale nella riforma di tutti gli ordinamenti didattici agli esordi del nuovo secolo, ma lo è stato a maggior ragione per una Facoltà che erogava una formazione altamente interdisciplinare. I sei corsi di laurea triennale della Facoltà di Scienze Politiche e i due gestiti in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> sono stati il prodotto di una riorganizzazione didattica di corsi di laurea e di diploma, subordinata a precisi obiettivi professionali. Mentre era un’offerta formativa nuova quella sviluppata con i corsi in Scienze sociali, in Media e giornalismo e in Operatori di pace. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, la forte crescita degli iscritti al primo anno, che ha posto la Facoltà in testa per incrementi nell’Ateneo fiorentino all’avvio della riforma degli ordinamenti didattici, può essere assunta come indicatore dell’attrattività dei nuovi corsi. Il processo di differenziazione dei corsi di studio, iniziato prima della riforma degli ordinamenti didattici con la nascita di nuovi corsi di diploma e di laurea negli anni ’90, poi accelerato dal DM 509/1999 e dall’avvio della riforma nell’anno accademico 2001-2002 è stata una grossa sfida per la Facoltà, senza paragone con le Facoltà che, avendo configurazioni disciplinari e percorsi di studio molto più omogenei, sono state facilitate nella conservazione della propria identità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con la moltiplicazione dei corsi offerti, la Facoltà è divenuto un ente di programmazione della docenza e di gestione delle attività didattiche, pur rivendicando, finché ha potuto, responsabilità generali d’indirizzo e il ruolo di tutore della interdisciplinarietà, lascito dei padri fondatori. Questi presupposti, seguiti con rigore all’alba del nuovo secolo, hanno permesso di mantenere alla Facoltà un’identità di alto profilo nel panorama degli studi politici italiani, conforme alle sue antiche e consolidate tradizioni. </hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biondi, P. 1952. “Potere e classe politica.” </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 3 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Biondi, P. 1964. </hi><hi rend="italic">Studi sul potere, </hi><hi rend="CharOverride-1">Firenze: Giuffrè [1965].</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cavalli, L. 1965. </hi><hi rend="italic">La democrazia manipolata</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. 1963. </hi><hi rend="italic">Guida per l’anno accademico 1963-64</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: Officine grafiche Calderini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. 1996. </hi><hi rend="italic">Guida per gli studenti 1996-1997</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. 1997. </hi><hi rend="italic">Guida per l’anno accademico 1997-1998</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. 1998. </hi><hi rend="italic">Guida per gli studenti 1998-99</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. 2003. </hi><hi rend="italic">Guida per gli studenti 2003-2004</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Imprima Unigraf.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lotti, L. 1957.</hi><hi rend="italic">I repubblicani in Romagna dal 1894 al 1915</hi><hi rend="CharOverride-1">. Faenza: Lega.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1950. </hi><hi rend="italic">Governo parlamentare e partitocrazia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">Lezione inaugurale dell’anno accademico ‘49-’50</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Ed. Universitaria.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1951. “Facoltà di Scienze Politiche e Sociali.” </hi><hi rend="italic">Giornale dell’Università </hi><hi rend="CharOverride-1">12: 357.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1952. “Miti e realtà della democrazia.” </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1: 89 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1953. “Crisi del costituzionalismo e antinomia della Costituzione.” </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1-2: 54 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1958. </hi><hi rend="italic">Miti e realtà della democrazia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Edizioni di Comunità.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Maranini, G. 1967. </hi><hi rend="italic">Storia del potere in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Vallecchi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Morlino, L., a cura di. 1995.</hi><hi rend="italic"> Laurea in Scienze Politiche. Identità e sbocchi professionali</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Tipografia Giuntina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">R. Università degli studi di Firenze. 1943. </hi><hi rend="italic">Funzione e struttura delle Facoltà di scienze politiche</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno interuniversitario 16-17 aprile 1942. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rogari, S. 1991a. </hi><hi rend="italic">Cultura e istruzione superiore a Firenze. Dall’Unità alla grande guerra</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: CET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rogari, S. 1991b. “Note su Pasquale Villari storico positivo.” In </hi><hi rend="italic">Cultura e istruzione superiore a Firenze</hi><hi rend="CharOverride-1">, 149 sgg. Firenze: CET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rogari, S. 2001. </hi><hi rend="italic">Ruggiero Bonghi nella vita politica dell’Italia unita</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Vivarium.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rogari, S. 2004. “Il «Cesare Alfieri» da Istituto a Facoltà di scienze politiche.” In </hi><hi rend="italic">L’Università degli Studi di Firenze 1924-2004</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">a cura di A. Marinelli et al., II t., 677-739. Firenze: Leo S. Olschki.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1952. “Scienza politica e conoscenza retrospettiva.” </hi><hi rend="italic">Studi Politici </hi><hi rend="CharOverride-1">1: 52 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1953-1954. “Filosofia della politica e scienza empirica della politica (premesse).” </hi><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1"> 3-4: 348 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1957. “La rappresentanza politica.” </hi><hi rend="italic">Studi Politici </hi><hi rend="CharOverride-1">4: 527 sgg.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1967. </hi><hi rend="italic">La Scienza politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1969. “La nuova Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. Presentazione.” In </hi><hi rend="italic">Guida per l’anno accademico 1969-1970</hi><hi rend="CharOverride-1">, 3-7. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sartori, G. 1995. </hi><hi rend="italic">Democrazia e definizioni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Somogyi, S., L. Lotti, A. Predieri, e G. Sartori. 1963. </hi><hi rend="italic">Il Parlamento italiano 1946-1963</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Spadolini, G. 1955. </hi><hi rend="italic">L’Opposizione cattolica da Porta Pia al ’98</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Vallecchi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Spadolini, G. 1960. </hi><hi rend="italic">Giolitti e i cattolici, 1901-1914</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Vallecchi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Spreafico, A., e J. La Palombara, a cura di. 1963. </hi><hi rend="italic">Elezioni e comportamento politico in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, con una presentazione di Giuseppe Maranini. Torino: Edizioni di Comunità. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">Studi Politici</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1960. nn. 3-4, II serie, luglio-dicembre.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Università degli Studi di Firenze. 1954. </hi><hi rend="italic">Annuario per gli anni accademici 1943-1944 – 1952-1953</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Università degli Studi di Firenze. 1957. </hi><hi rend="italic">Annuari per gli anni accademici 1953-54; 1954-55 e 1955-56</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">Università di oggi e società di domani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Atti del convegno di Milano (17-19 novembre 1967) su </hi><hi rend="italic">Scienze sociali, riforma universitaria e società italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1969. Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1958. </hi><hi rend="italic">Stato etico e autogoverno sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Giannini Editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1961. </hi><hi rend="italic">La libertà dei moderni nel costituzionalismo di Benjamin Constant. </hi><hi rend="CharOverride-1">Milano: Giuffrè.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-039-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Biblioteca Riccardiana, Firenze, Fondo Rodolico (d’ora inanzi BR, Rodolico), Adele Alfieri di Sostegno a Niccolò Rodolico, 30 ottobre 1937.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-038-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">BR, Rodolico, Adele Alfieri di Sostegno a Niccolò Rodolico, 30 ottobre 1937.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-037-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Annuario dell’Università degli Studi di Firenze (d’ora in avanti AUF), 1940, f. 717.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-036-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1939, f. 716.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-035-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">BR, Rodolico, Carlo Morandi a Niccolò Rodolico, 18 gennaio 1940.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-034-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, Stato di servizio Niccolò Rodolico.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-033-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1942, f. da 1 A a 2 P. Per il biennio 1940-42 Serpieri aveva proposto la terna Rodolico, Pellizzi, Biondi mentre per il 1942-1944 la terna era Rodolico, Maranini, Pellizzi. Serpieri caldeggia sempre la nomina di Rodolico, sia perché la sua esperienza di preside alla Facoltà di Lettere in successione di Paolo Emilio Pavolini nel 1935 lo predisponeva meglio di altri nel 1938 alla carica, sia per i suoi forti legami con il “Cesare Alfieri”, sia, nei rinnovi, per la sua buona gestione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-032-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1939, f. 716. Documento a firma di Serpieri al ministero del 29 novembre 1938.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-031-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1939, f. 716, Lettera di Serpieri a Pellizzi del 26 settembre 1939. Pellizzi fu trasferito da Messina con decorrenza 29 ottobre 1939.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-030-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF 1940. ff. da 12A a 12F.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-029-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">R. Università degli studi di Firenze 1943. Per tutta la discussione e le risoluzioni assunte si veda Rogari 2004,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">696-97.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-028-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1942, f. da 12 B a 13 D.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-027-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1943, f. da 10 F a 12 G.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-026-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, 1943, f. da 10 F a 12 G, 3 febbraio 1943.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-025-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">BR, Rodolico, Giuseppe Maranini a Niccolò Rodolico, 11 marzo 1968.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-024-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1945.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-023-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">La nomina di Calamandrei era «stata disposta dal Ministero dell’Istruzione e confermata dal Comando militare alleato» (AUF. fasc. 1944, </hi><hi rend="italic">Verbale del Senato accademico del 25 settembre 1944</hi><hi rend="CharOverride-1">). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-022-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1944, </hi><hi rend="italic">Al Governo militare alleato</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ufficio Istruzione, firmato il Prorettore P. Calamandrei.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-021-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1944, </hi><hi rend="italic">Al Governo militare alleato</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ufficio Istruzione, firmato il Prorettore P. Calamandrei.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-020-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Francesco Calasso, nominato commissario straordinario da Calamandrei e che partecipò come tale al primo Senato accademico del 25 settembre 1944, rimase in carica fino al 5 dicembre 1947 quando subentrò il preside eletto prof. Francesco Bernardino Cicala. Cfr. Università degli Studi di Firenze 1954, 8-9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-019-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Escluso Renato Galli, l’unico ex preside era Niccolò Rodolico, anche se non era emerito. Precedentemente l’Istituto aveva avuto direttori. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-018-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Diritto Privato, Pubblico e Costituzionale. Inoltre, compariva il Diritto pubblico comparato e Storia delle costituzioni che diverrà la disciplina cardine nella stagione di Maranini; poi Storia moderna, Storia della filosofia moderna, Statistica metodologica; Geografia politica ed economica e Lingua e cultura francese. Cfr. AUF, fasc. 1945, </hi><hi rend="italic">Senato accademico</hi><hi rend="CharOverride-1">, 5 gennaio 1945.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-017-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Storia contemporanea; Storia dei trattati e degli Istituti di Diritto internazionale; Diritto commerciale; Scienza delle finanze e diritto finanziario; Diritto diplomatico-consolare; Storia e legislazione coloniale; Politica economica e finanziaria; Dottrina generale dello Stato; Etnologia. Quest’ultima disciplina era stata inserita dal Senato accademico su richiesta del prof. Giovanni Calò, allora commissario, poi preside della Facoltà di Lettere, con la motivazione che era necessario che i futuri consoli conoscessero la mentalità dei popoli «con i quali dovranno mettersi in rapporto». Era un approccio culturale anticoloniale anche se nell’ordinamento degli studi restava all’indirizzo diplomatico-consolare l’insegnamento di Storia e legislazione coloniale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-016-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Storia contemporanea; Diritto civile; Diritto processuale civile; Diritto del lavoro; Diritto internazionale; Dottrina generale dello Stato; Scienza delle finanze e diritto finanziario; Politica economica e finanziaria; Statistica applicata.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-015-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1945, </hi><hi rend="italic">Senato accademico</hi><hi rend="CharOverride-1">, 5 gennaio 1945.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-014-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1945, </hi><hi rend="italic">Il ministro Arangio Ruiz alla Commissione alleata – Sottocommissione per l’educazione</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">16 febbraio 1945.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-013-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1947, </hi><hi rend="italic">Riapertura della Facoltà di Scienze politiche sociali “Cesare Alfieri”</hi><hi rend="CharOverride-1">, 10 novembre 1947. Alla vicenda del Centro si lega anche la vicenda personale di Alfio Rigacci, custode ‘storico’ della Facoltà per quasi cinquant’anni che aveva affiancato Angelo Masti. Da un documento preparato dall’Economo dell’Università per il Rettore e per il Direttore amministrativo risulta che Alfio Rigacci era stato assunto dal Centro come avventizio, ma poi aveva dovuto lasciare l’incarico per prestare il servizio di leva. L’Economo discute del problema della riassunzione di Rigacci a condizione che presti la propria opera alla Facoltà e non solo al Centro. Cfr. AUF, fasc. 1948, </hi><hi rend="italic">Promemoria per il Magnifico Rettore e per il Signor Direttore amministrativo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 18 febbraio 1948.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Alfio, che era entrato a sedici anni nel 1942, è rimasto in servizio fino al settembre 1991. È scomparso il 24 gennaio 2001. È stata una figura che ha impersonato la Facoltà per molte generazioni di studenti e di professori. Alfio si è compenetrato con la storia dell’Istituzione e con il suo spirito e ad essa ha dedicato tutta la vita contribuendo alle sue fortune.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-012-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1948, </hi><hi rend="italic">Promemoria per il Magnifico Rettore e per il Signor Direttore amministrativo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 18 febbraio 1948.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-011-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Erano stati deferiti alla Commissione centrale di epurazione i professori Biondi, Maranini e Renato Galli. Pellizzi era stato sospeso dall’ufficio. De Mattei si era trasferito a Roma. Cfr. AUF. fasc. 1944, </hi><hi rend="italic">Seduta del Senato accademico del 30 novembre 1944</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-010-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1946, </hi><hi rend="italic">Senato accademico</hi><hi rend="CharOverride-1">, 30 dicembre 1946.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-009-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1947. </hi><hi rend="italic">Promemoria di Carlo Morandi, ordinario della Facoltà di Lettere e incaricato di Storia Moderna al “C. Alfieri”</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">26 ottobre 1947.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-008-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1947, </hi><hi rend="italic">Nota del Direttore amministrativo dott. Ettore Violani</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">20 novembre 1947.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-007-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1947, </hi><hi rend="italic">Estratto del verbale del Consiglio di Facoltà</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">6 dicembre 1947.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-006-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, fasc. 1948, </hi><hi rend="italic">Estratto del Consiglio di Facoltà</hi><hi rend="CharOverride-1">, 17 giugno 1948.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-005-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF. fasc. 1948, </hi><hi rend="italic">Facoltà di Scienze Politiche. Nota del ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">24 novembre 1948.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-004-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Maranini scomparve il 23 giugno 1969. Il Consiglio di Facoltà ristretto ai professori di ruolo e fuori ruolo del 28 ottobre 1968 aveva eletto preside il prof. Giovanni Sartori. Il successivo Consiglio allargato ai professori incaricati inviò al prof. Maranini un indirizzo di saluto, di gratitudine e di augurio. Cfr. AUF, Facoltà di scienze politiche, fasc. </hi><hi rend="italic">Verbali Consigli di Facoltà allargati 1968-1969</hi><hi rend="CharOverride-1">, Verbale del Consiglio di Facoltà allargato del 28 ottobre 1968 ore 17,30.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-003-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">I professori ordinari quando la rivista iniziò le pubblicazioni erano, oltre a Giuseppe Maranini, titolare di Diritto costituzionale italiano e comparato, Pompeo Biondi per Dottrina dello Stato; Carlo Curcio e Paolo Treves per Storia delle Dottrine Politiche; Renato Galli per Economia Politica; Renzo Ravà, rientrato in Italia dopo l’esilio americano conseguente alla persecuzione razziale, per Legislazione del lavoro e Rodolfo Mosca per Storia dei trattati e politica internazionale. Cfr. Università degli Studi di Firenze 1957, 125.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-002-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Biondi 1964. Il volume ebbe una circolazione interna come ciclostile nel 1964 e fu pubblicato da Giuffrè nel 1965.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-001-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">AUF, Facoltà di scienze politiche, </hi><hi rend="italic">Carteggi</hi><hi rend="CharOverride-1">, Lettera di Giuseppe Maranini all’ A.R.A.R., 13 maggio 1954.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_8_41-65.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Servizio sociale (classe VI), Scienze politiche, Studi internazionali (classe XV), Scienze di governo e dell’amministrazione, Relazioni industriali e gestione delle risorse umane (classe XIX), Scienze sociali (classe XXXVI), fra i primi, e Media e giornalismo (classe XIV) e Operatori per la pace (classe XXXV), fra i secondi.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Sandro Rogari, University of Florence, Italy, sandro.rogari@unifi.it, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-4303-553X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Sandro Rogari, <hi rend="italic">La Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dalla crisi al primato (1938-2001),</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9.06</ref>, in Fulvio Conti, Carlo Sorrentino (edited by), <hi rend="italic">La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025)</hi>, pp. -26, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0708-9, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9</ref></p></div></div>
      
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