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        <title type="main" level="a">Gli studi sociologici</title>
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          <resp>This is a section of <title>La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025) </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0708-9</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Carlo Sorrentino</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.13</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The teaching of sociology at Cesare Alfieri began in 1910 and developed through key figures like Giovanni Lorenzoni and Camillo Pellizzi. Initially seen as a secondary discipline, sociology gained ground post-WWII thanks to institutional support and figures such as Luciano Cavalli, who connected empirical research with Weberian theory. The 1960s and 1970s marked its academic expansion, responding to Italy’s social transformations; specifically, studies of Cultural Sociology were developed with Giovanni Bechelloni and Economic Sociology with Arnaldo Bagnasco, Carlo Trigilia and Franca Alacevich.</p>
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            <item>Italian academic history</item>
            <item>Sociology</item>
            <item>Sociological teaching</item>
            <item>Italian sociologists</item>
            <item>Social change</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.13" /></p>
      <div><head>Gli studi sociologici</head><p rend="h1_author" ><hi rend="CharOverride-1">Marco Bontempi, Luigi Burroni, Laura Solito</hi></p><div><head><hi>1. Lo sviluppo degli studi sociologici </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’interesse per la sociologia negli insegnamenti offerti al “Cesare Alfieri” è stato certamente precoce, con un primo breve corso tenuto nel 1910 da Ugo Matteucci, docente di filosofia del diritto all’Università di Pisa, che nel 1906 aveva pubblicato il volume </hi><hi rend="italic">Questioni sociologiche</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo interesse ha trovato una continuità dalla metà degli anni Venti con l’affidamento di un insegnamento di Storia economica e Sociologia a Giovanni Lorenzoni, che lo terrà fino alla sua morte nel 1944. Lorenzoni, fondatore nel 1933 del Gabinetto di Sociologia, è stato un apprezzato economista agrario, autore di molti studi e anche di ricerche sulla cooperazione in agricoltura, tra le quali la ricerca svolta negli anni ’30 per conto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria sullo sviluppo della piccola proprietà agraria in Italia nel decennio successivo alla fine della Prima Guerra mondiale. Nel volume dedicato all’analisi d’insieme di questa ricerca, pubblicato nel 1938</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-006">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la prospettiva di ricerca non era propriamente sociologica, ma eminentemente di economia agraria. La sociologia veniva convocata su un piano concettuale strumentale per l’astrazione dai casi empirici – ad esempio, nella formulazione dell’influenza di tipi diversi di mediatori nel cambiamento della proprietà della terra – ma era assente come paradigma teorico-analitico consapevolmente formulato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-005">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In breve, la sociologia svolgeva una funzione di complemento e di integrazione all’analisi dell’economista. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Era questo, in quel periodo, il ruolo che in Italia veniva inteso essere peculiare del sapere sociologico. Una «scienza inferma», nelle parole di Croce, adatta al più ad un ruolo complementare che permettesse un avvicinamento alla realtà empirica, uno strumento utile tanto per l’economista che per il giurista o il filosofo, ma non un sapere scientifico vero e proprio. Questa diffidenza non era del tutto infondata nel caso italiano. La sociologia positivista italiana, infatti, che nei decenni precedenti aveva avuto sviluppi significativi, era tuttavia rimasta ad uno stadio di discontinuità e non sistematicità, mentre in Francia e in Germania il sapere sociologico si era andato consolidando e istituzionalizzando. In Italia, il combinato disposto dell’idealismo crociano e del regime fascista aveva poi ulteriormente delegittimato un sapere attento alla realtà empirica, ma, evidentemente, non aveva sradicato del tutto l’interesse</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-004">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e perfino, a Firenze, una qualche presenza tra gli insegnamenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1939 fu chiamato sulla cattedra di Storia e dottrina del fascismo Camillo Pellizzi, il quale, terminata la guerra e dopo alcuni anni di epurazione, riprese servizio nel 1950 trasformando l’insegnamento precedente in quello di Sociologia. Intellettuale prolifico, sostenitore del fascismo fin dall’incontro con Mussolini nel 1919, Pellizzi aveva alle spalle una carriera universitaria iniziata nel 1925 come italianista all’University College di Londra e proseguita fino al suo ritorno in Italia nel 1938. In quegli anni scrisse di letteratura, ma anche di temi sociali. Pur non occupandosi di sociologia, sviluppò una teoria elitista del mutamento sociale, che al fallimento delle élites risorgimentali contrapponeva la prospettiva corporativista del fascismo. Il passaggio alla sociologia, quando ancora nell’università italiana non esistevano cattedre di questa disciplina, non fu soltanto un’operazione trasformistica, ma segnala un interesse reale che fu sviluppato negli anni successivi, combinando una indubbia capacità organizzativa in campo scientifico-istituzionale con una produzione scientifica originale e non priva di anticipazioni di temi di teoria sociale. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel campo scientifico-istituzionale si inserì «con successo in un filone di studi sul lavoro e le relazioni industriali per il quale era allora vivissimo l’interesse (e la pressione) da parte dei rappresentanti dell’ERP (European Recovery Program). Grazie all’avvicinamento a Georges Friedmann, influente sociologo francese del lavoro, e all’attività della sua cattedra nel settore di ricerche caldeggiato dall’AEP (Agenzia Europea per la Produttività), Pellizzi fu chiamato nel 1954 a Parigi, presso l’OECE, a capo della divisione </hi><hi rend="italic">Fattori umani </hi><hi rend="CharOverride-1">della stessa agenzia, dove restò per circa tre anni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-003">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La fondazione, nel 1960, della Rassegna Italiana di Sociologia, da lui diretta fino alla morte nel 1979, fu senza dubbio l’impresa intellettuale che ha segnato di più il suo ruolo nello sviluppo della sociologia in Italia. Nel suo editoriale del primo numero, Pellizzi promosse un approccio deontologico di ispirazione weberiana, in particolare in merito alla necessità di tenere separati fatti e valori nella ricerca, senza cadere nell’ingenuo oggettivismo positivistico, ma rinviando alla consapevole responsabilità del ricercatore di considerare il ruolo dei propri valori nella determinazione dell’oggetto della propria ricerca, escludendoli dall’analisi vera e propria. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questi anni tradusse in italiano opere di James Burnham, Ernst Cassirer, John Locke, Bertrand Russell. Del primo aveva ripreso temi da </hi><hi rend="italic">The Managerial Revolution</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel suo </hi><hi rend="italic">Una rivoluzione mancata</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1949). Nel complesso l’attenzione a questi autori fornisce le basi per i suoi studi di quegli anni – </hi><hi rend="italic">Simbolo e società </hi><hi rend="CharOverride-1">(1950) e </hi><hi rend="italic">Socialità semplice e mito</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1954) e il più tardo </hi><hi rend="italic">Lineamenti di sistematica sociologica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1964) – che introducono in Italia chiavi di lettura del simbolismo, anche politico, ancorate ad un dibattito culturale europeo. «Studi innovativi» li ha definiti Loredana Sciolla (2022), non mancando di osservare come «gli interessi sociologici e semiologici di Pellizzi, pur essendo anticipatori di importanti indirizzi sociologici, come l’interazionismo simbolico americano, in quel momento apparivano marginali e di scarsa rilevanza». In breve, l’ambivalenza che caratterizza il suo percorso di uomo e di intellettuale si proietta in modo particolarmente sensibile anche nel suo indiscutibile impegno per lo sviluppo della sociologia nell’Italia repubblicana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel contesto della ricostruzione postbellica la sociologia italiana aveva iniziato uno sviluppo spinto da un lato da un rinnovamento teorico e metodologico, dall’altro dalla pressione dei problemi emergenti dai profondi mutamenti economici, sociali e culturali avviati nel nostro paese. La nascita della </hi><hi rend="italic">Rassegna Italiana di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> era stata, infatti, preceduta dalla fondazione, nel 1951, dei </hi><hi rend="italic">Quaderni di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nel 1956 da </hi><hi rend="italic">Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’Istituto Sturzo, ed altre riviste scientifiche arrivarono nel decennio seguente. Nel 1961 viene pubblicata la weberiana </hi><hi rend="italic">Economia e Società</hi><hi rend="CharOverride-1">, prima uscita dell’importante collana “Classici della Sociologia” delle Edizioni di Comunità, a cura di Franco Ferrarotti, vincitore nello stesso anno della prima Cattedra di Sociologia bandita nell’università italiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La prima generazione di sociologi, di cui era parte Luciano Cavalli – chiamato alla “Cesare Alfieri” nel 1966 come incaricato e nel 1968 come ordinario di Sociologia, in seguito al pensionamento di Pellizzi – aveva, ovviamente, acquisito la propria formazione al di fuori dell’Università: con periodi di studio all’estero, principalmente negli Stati Uniti, ma anche con un impegno di ricerca in Italia che si veniva sviluppando attraverso lo sviluppo, in diverse città del centro-nord, di centri studi sostenuti da finanziamenti di imprenditori (tra i quali importante fu l’impegno di Olivetti) e talvolta pubblici, che promuovevano ricerche sullo sviluppo industriale, sulle trasformazioni del lavoro e del tessuto sociale urbano, sulle forme di conflitto e marginalità sociale, con una prospettiva che all’analisi dei fenomeni sociali associava un orientamento non solo di critica, ma soprattutto di impegno pubblico della sociologia nell’affrontare questi nuovi problemi. L’orizzonte di legittimazione della sociologia, il bisogno di sociologia, emergeva, dunque, più che dall’accademia, dalla realtà delle trasformazioni sociali in corso in un Paese che usciva dal fascismo e da una lunga guerra.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Cavalli arriva alla “Cesare Alfieri” con alle spalle esperienze di formazione in Austria, a Londra e, soprattutto, negli Stati Uniti – dove incontra il funzionalismo di Parsons e la metodologia della ricerca quantitativa; e anche con una intensa attività di ricerca compiuta prima, tra il 1956 e il 1959, presso l’Ufficio di Studi Sociali e del lavoro del Comune di Genova, e poi, tra il 1961 e il 1963, come direttore di un Istituto di Scienze Sociali sostenuto da finanziamenti privati con finalità di ricerca e formazione sui problemi della società industriale. In quegli anni pubblica ricerche sui cambiamenti connessi alle trasformazioni industriali a Genova, in particolare sugli immigrati, i giovani operai, la formazione del quartiere operaio, ma anche studi di metodologia della ricerca e volumi di ricerca di spessore teorico sulle implicazioni politiche del conflitto sociale come </hi><hi rend="italic">La città divisa</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1958), </hi><hi rend="italic">Il sociologo e la democrazia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1964) e </hi><hi rend="italic">La democrazia manipolata </hi><hi rend="CharOverride-1">(1965). Questa produzione intellettuale mostrava già in modo evidente i segni di una personale collocazione nel panorama </hi><hi rend="italic">in fieri </hi><hi rend="CharOverride-1">della sociologia italiana. Per un verso, l’attenzione ai problemi sociali del presente, la ricerca delle vie di soluzione e la critica, si sviluppava su un interesse per i processi di mutamento politico-sociale di lungo periodo; per l’altro verso, la ricerca empirica condotta con rigore era fortemente radicata nella teoria sociologica, sia per le concettualizzazioni necessarie all’analisi del caso, che per l’attenzione alle implicazioni che la ricerca empirica poneva per la teoria sociologica del mutamento. La composizione di questi quattro cardini veniva a Cavalli dal suo radicamento nella sociologia di Max Weber, in particolare, il tema del rapporto tra la personalità e gli ordinamenti, sul quale Weber aveva a lungo lavorato, era per Cavalli uno snodo centrale che occuperà in modo costante la sua produzione scientifica, cioè l’interrogarsi sulle condizioni di possibilità della formazione di una personalità attraverso la costruzione di un assetto istituzionale fondato sui valori di promozione della libertà individuale, della responsabilità e del servizio alla comunità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Espressione di questo interesse è il libro </hi><hi rend="italic">Max Weber. Religione e società</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1968) nel quale Cavalli ricostruisce le ricerche sull’</hi><hi rend="italic">Etica protestante</hi><hi rend="CharOverride-1"> come un contributo alla formazione del nucleo specifico della società occidentale, ovvero le condizioni sociali e istituzionali di sviluppo di una personalità capace di combinare istanze solo in apparenza contraddittorie: libertà individuale, responsabilità personale e servizio alla comunità. È nella cultura politica calvinista dei paesi anglosassoni che, sostiene Cavalli allontanandosi dalla linea weberiana, «l’etica e gli istituti della responsabilità avevano formato degli uomini e dei ceti capaci di controllare la burocrazia» (Cavalli 1968, 179) e di comporre questo peculiare equilibrio. Combinando in modo personale il Weber sociologo del lungo periodo con il Weber intellettuale interessato e coinvolto nella politica del proprio tempo, Cavalli rilegge questo nucleo etico-istituzionale come risorsa per l’azione politica nel presente, un’azione che si orienti alla costruzione di ‘condizioni di possibilità politiche’, cioè a realizzare assetti istituzionali orientati allo sviluppo di soggettività etico-politiche improntate da questo «nucleo dell’identità occidentale» messo in luce dal lavoro di Weber. Non è un caso che la leadership carismatica sia qui già oggetto di attenzione esplicita e vi siano discusse le condizioni di possibilità della sua formazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Merita sottolineare che questa rielaborazione cavalliana dell’analisi weberiana del mutamento pensa lo studio delle trasformazioni politico-istituzionali come espressione dei più ampi processi di mutamento sociale. Focalizzandosi sul nesso sociologico di personalità-ordinamenti, Cavalli è interessato alle classi dirigenti non per lo studio dei processi decisionali implementati da </hi><hi rend="italic">those in authority </hi><hi rend="CharOverride-1">e nemmeno per la ricostruzione degli interessi dei gruppi in conflitto, ma perché le istituzioni della politica moderna non sono solo un ‘prodotto storico’, sono un campo di costruzione delle possibilità di mutamento della società nella linea della composizione dei valori fondanti l’Occidente moderno: libertà-responsabilità-servizio alla comunità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-002">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È in questa luce eminentemente sociologica che il suo interesse per la connessione tra leadership e classe politica già emerge e prenderà progressivamente forma. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni successivi, in cui la critica sociale trovava nutrimento nelle diverse declinazioni del materialismo storico, e la sociologia, con l’avvento della seconda generazione di sociologi, veniva spesso identificata senza residui con la pratica della critica, questo paradigma consentiva a Cavalli la critica sociale della società contemporanea da una posizione weberiana e per niente convergente con il marxismo. Senza mai rinunciare alla postura intellettuale del </hi><hi rend="italic">dissenter </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Bontempi 2023), con il suo lavoro teorico e di ricerca, Cavalli ha valorizzato le prospettive critiche anche di altre sociologie: come quella di Mills e anche quella durkheimiana.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa impronta culturale e scientifica ha caratterizzato a lungo la sua ricerca e didattica sociologiche alla “Cesare Alfieri” e ha, in modi diversi, segnato il lavoro dei suoi numerosi allievi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-001">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> e interlocutori accademici a Firenze, anche con la fondazione, negli anni ’80, del Dottorato in Sociologia Politica, la cui eredità è oggi, dopo alcune trasformazioni, raccolta dal Dottorato in Mutamento Sociale e Politico delle Università di Firenze e di Torino, e del Centro Interuniversitario di Sociologia Politica fondato insieme alle Università di Genova e di Perugia e recentemente ampliato con l’ingresso delle Università di Pisa e della Calabria. Naturalmente, lo sviluppo successivo della ricerca ha favorito la costituzione di altri centri di ricerca sociologica, anche di rilievo, presso la “Cesare Alfieri”. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La didattica ha avuto un ruolo importante nella legittimazione accademica della sociologia in Italia. La riforma del 1969, che ha aperto l’accesso all’Università a tutti i diplomati, ha visto una rapida diffusione della sociologia nelle Università, proprio in ragione della forte ‘domanda di sociologia’ che veniva dalla generazione di studenti negli anni ’70 e successive (Cavalli 2021). A Firenze, dove era presente una articolazione in indirizzi del Corso di laurea in Scienze Politiche già quando altrove non era ancora sviluppata, l’indirizzo Politico-Sociale ebbe una significativa crescita di studenti e di insegnamenti sociologici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-000">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con la riforma dei corsi di laurea nel 2001 anche la sociologia, come altre discipline, vide una crescita dei corsi di laurea e degli insegnamenti disciplinari offerti dalla Facoltà. La loro varietà può dare l’idea dello sviluppo delle aree e dei temi di ricerca riversati nella formazione: tra i corsi di studio di primo livello, Sociologia, Sociologia e Politiche Sociali, Gestione e sviluppo delle risorse umane; tra i corsi di studio di secondo livello, Sociologia e Ricerca Sociale prima e, oggi, Sociologia e Sfide</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Globali; la formazione metodologica con Metodologia e Ricerca empirica nelle Scienze Sociali. Una importante componente sociologica è stata presente nel corso di laurea magistrale in Analisi e Politiche dello Sviluppo Locale e anche nel Master in Scienze del Lavoro e Gestione delle Risorse Umane.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Infine, nell’offerta di formazione dell’area sociologica sono presenti da circa vent’anni il corso di laurea in Servizio Sociale e il corso di laurea magistrale in Disegno e Gestione degli interventi sociali. Discendenti contemporanei della Scuola di Servizio Sociale fondata a Firenze nel 1947 – che si avvalse del contributo di studiosi di primo piano, come Giovanni Michelucci per l’insegnamento di Urbanistica e Edilizia popolare, Carlo Morandi per Storia economica, Alberto Marzi per Psicologia generale ed applicata e Storia e teoria dell’assistenza sociale (Berti e Guarnieri 2015) – questi corsi si avvalgono di alcuni sviluppi della ricerca sociologica fiorentina maggiormente appropriati alla formazione degli assistenti sociali, come le sociologie della famiglia, del lavoro, della devianza e, più recentemente, la ricerca sociologica sul servizio sociale. Questa formazione sociologica si inserisce in una impostazione multidisciplinare, rafforzata da un importante contributo dei professionisti del settore nei corsi specificamente professionali. </hi></p></div><div><head><hi>2. Gli studi culturali e comunicativi </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In una realtà formativa e di ricerca come la “Cesare Alfieri”, da sempre orientata a comprendere il contesto in cui si definiscono le azioni degli individui e delle istituzioni, particolarmente predisposta a cogliere le evoluzioni della società italiana e a declinarle in percorsi formativi e in progetti di ricerca innovativi, era naturale che anche gli studi culturali e comunicativi conoscessero una loro precoce centralità. Non sorprende, pertanto, che sia nato alla “Cesare Alfieri” già negli anni Sessanta il primo insegnamento in Italia di Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa, quando iniziava ad apparire evidente come anche nel nostro Paese, sebbene con il ritardo che ha accompagnato il processo di modernizzazione, i mezzi di comunicazione di massa stessero diventando centrali nel ridefinire la struttura delle relazioni sociali e nel favorire la costruzione di un’opinione pubblica maggiormente caratterizzata dall’ampliamento e dalla differenziazione degli stili di vita, spesso importati da modelli culturali d’Oltralpe.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In realtà, già negli anni Trenta era stato attivato l’insegnamento di Storia del giornalismo. Tuttavia, la presenza di tale disciplina era coerente con l’attenzione per un’istituzione – il giornalismo – che in Italia fin dall’Unità si è caratterizzata per un forte intreccio con la politica. Ovviamente, poi, in quegli anni l’intreccio del giornalismo con la politica risultava ancor più forte e asfissiante sotto la dittatura fascista. Infatti, se si leggono i programmi si trovano temi quali: «Legislazione, contenuto, svolgimenti della stampa in Regime Fascista»; «Mussolini giornalista».</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Non è casuale che la disciplina fosse denominata Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa, poiché l’introduzione dei processi comunicativi nelle università italiane è stata caratterizzata dalla predilezione per gli aspetti professionalizzanti della materia. Nei primi anni l’attenzione era incentrata soprattutto sulla comunicazione d’impresa. Erano gli anni in cui il boom economico del nostro Paese poneva come centrale la crescita e l’evoluzione dei consumi e, conseguentemente, l’esigenza per le aziende di dotarsi di competenze che migliorassero le relazioni con i consumatori. Il prof. Gilberto Tinacci Mannelli, titolare dell’insegnamento continuativamente dagli anni Sessanta fino al suo pensionamento agli inizi degli anni Novanta, introdusse progressivamente anche un approccio semiologico, sia per la sua centralità nel linguaggio pubblicitario, sia per la presenza in Ateneo, benché nella Facoltà di Architettura, di Umberto Eco, alcuni allievi del quale collaborarono con la cattedra del prof. Tinacci Mannelli.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma è soltanto a metà degli anni Ottanta, con l’arrivo a Firenze di Giovanni Bechelloni, che gli studi culturali e comunicativi conoscono una propria centralità con l’attivazione della cattedra di Sociologia dei processi culturali. A dire il vero, quello di Bechelloni fu un ritorno, visto che la “Cesare Alfieri” l’aveva visto studente e poi per breve tempo collaboratore della cattedra di Storia contemporanea di Giovanni Spadolini, con cui si era laureato. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche in questo caso, la “Cesare Alfieri” legge il clima del tempo e si apre a quella che sarebbe stata definita la svolta culturale negli studi sociologici, locuzione con cui si intende l’evoluzione e la problematizzazione dell’attenzione già posta da Talcott Parsons sulla cultura. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per il sociologo americano, infatti, i valori culturali sono interiorizzati così profondamente da rimanere statici e immodificabili, tali da rendere improbabile il cambiamento. Quando fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta si affacciano sulla scena nuovi movimenti sociali – fra tutti quello femminista e studentesco – la forza del mutamento sociale e culturale si palesa con grande evidenza. Da qui il progressivo quanto significativo ripensamento nell’approccio alla sociologia dei processi culturali. L’allargamento degli orizzonti esistenziali, che diventa ben presto centrale nell’azione dei nuovi movimenti, fa assumere particolare rilevanza al tema dell’identità. Gli studi sociologici sono chiamati a riflettere sulla varietà di ambienti, processi sociali e forme d’interazione che incidono significativamente nella costruzione identitaria di una massa di individui e nelle loro relazioni sociali. Il pluralismo valoriale produce un comprensibile senso di smarrimento per l’eccesso di opzioni culturali disponibili, di stimoli cognitivi a cui rispondere. Come ricorda Clifford Geertz, i valori escono ‘dalla testa della gente’ per diventare oggetto di discussione e di conflitto; si combinano in forme e modi atti a ribaltare il senso comune e ad aprire sia nuove controversie, sia originali occasioni di riflessività.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo effervescente clima culturale fornisce un nuovo impulso teorico e di ricerca agli studi sociologici. Si analizzano i modi in cui valori, norme e simboli si intrecciano fra loro, anche grazie a tradizioni e modelli culturali che si contaminano con più facilità, poiché le società diventano sempre più mobili. Emergono bisogni inediti. Diventa centrale interrogarsi sui significati che i singoli individui danno alle proprie azioni, così come alle pratiche culturali che caratterizzano la loro vita quotidiana, riflettere sulla rilevanza assunta dagli oggetti che producono e consumano. Assumono importanza gli aspetti simbolici dei fenomeni sociali. Tutto ciò pone nuove domande di ricerca che inducono a prediligere un approccio interpretativista, a valorizzare metodi microsociologici e qualitativi nell’analisi della vita quotidiana. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo nuova temperie culturale assume una differente dimensione anche la cultura popolare. Si supera la netta distinzione fra cultura alta e cultura bassa, che aveva significativamente accomunato nel giudizio negativo differenti filoni di studi. Da un lato, gli approcci elitisti che vedevano nella massificazione della cultura forme di corruzione dello spirito e di imbarbarimento della civiltà; dall’altro alto, l’approccio marxiano – molto ben rappresentato dalla scuola di Francoforte – particolarmente preoccupata che la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, attraverso l’industrializzazione dei beni culturali, producesse un’omologazione degli individui, facilitando processi di alienazione e la costruzione di personalità autoritarie, più inclini a subire il fascino dei regimi totalitari. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con la svolta culturale, invece, l’attenzione si sposta sui processi di appropriazione e di addomesticamento degli oggetti e delle pratiche di consumo, attraverso cui gli individui definiscono la propria identità, negoziano i significati con i propri interlocutori, mettono a punto le proprie strategie relazionali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bechelloni ha il compito di introdurre nell’offerta formativa della “Cesare Alfieri” questi differenti filoni di studio e di riflessione. Lo fa attraverso autori come Pierre Bourdieu, la cui conoscenza aveva contribuito a favorire curando le edizioni italiane di alcune delle sue opere principali, Norbert Elias, Stuart Hall. Ma, soprattutto, attraverso metodologie didattiche innovative, tese a facilitare una maggiore partecipazione delle studentesse e degli studenti, così da sviluppare in loro quella riflessività e autoriflessività che le scienze sociali assumono quale metodo imprescindibile. Infatti, la svolta culturale diventa anche una svolta di metodo per la consapevolezza di come gli stessi studiosi e osservatori debbano essere considerati attori partecipanti dei fenomeni osservati e non soggetti estranei ad essi. Ciò rende più difficile individuare quella giusta misura fra coinvolgimento e distacco su cui proprio Elias ha scritto pagine importanti e che costituiscono un riferimento essenziale per la pratica didattica introdotta da Bechelloni, basata su lavori di gruppo, visione di audiovisivi, esplorazioni etnografiche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La stessa matrice culturale porta a introdurre nel percorso formativo di lì a pochi anni anche un corso specifico di Sociologia della comunicazione, che affianca quello già citato di Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa; mentre nell’area storica continua a essere erogato l’insegnamento di Storia del giornalismo, grazie al quale dapprima Cosimo Ceccuti e poi Pierluigi Ballini rinnovano le riflessioni in materia prodotte fin dagli anni Sessanta da un pioniere quale Ignazio Weiss.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa cura principalmente gli aspetti professionalizzanti, come abbiamo già ricordato, Sociologia della comunicazione si inserisce all’interno della svolta culturale descritta, per cui lo studio della comunicazione segue un’impostazione costruttivista: alla più tradizionale riflessione sugli effetti dei media si affiancano considerazioni relative alla negoziazione che avviene fra emittenti e riceventi. L’ingenua visione di un primato dell’emittente in grado d’imporre la propria definizione della situazione a riceventi passivi è superata dalla progressiva consapevolezza di come il processo comunicativo più che a una logica di tipo trasmissivo risponda a esigenze di condivisione. Si supera una visione lineare del processo informativo per aderire a una visione rituale della comunicazione, secondo cui la comunicazione è un processo simbolico in cui la realtà è prodotta, consolidata, corretta e trasformata, come ben sottolinea James Carey. Tale concezione esalta il ruolo della sfera pubblica quale luogo collettivo in cui società civile e Stato si confrontano, luogo della negoziazione e del confronto identitario. Seguendo questo paradigma, gli atti comunicativi vengono intesi sempre meno come prodotti e sempre più come processi definiti da relazioni intense fra enti pubblici, aziende, associazioni, istituzioni mediali e cittadini, che s’intrecciano in modo inestricabile, grazie alla natura multidirezionale e immersiva dei flussi comunicativi. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa nuova e differente impostazione nella formazione universitaria sui processi comunicativi Bechelloni interagisce con quanto proprio negli stessi anni si sviluppa grazie alla progressiva fortuna dei </hi><hi rend="italic">Cultural Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, nati presso la Scuola di Birmingham, in Inghilterra, ma ben presto diffusasi in tutta Europa e nel Nord-America. Il processo è favorito dai numerosi contatti con i principali studiosi di tale impostazione che Bechelloni costruisce, consentendo fecondi scambi culturali che, quando partirà la mobilità studentesca grazie al programma Erasmus, coinvolgeranno anche gli studenti.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se Giovanni Bechelloni sviluppa principalmente il filone dei </hi><hi rend="italic">Journalism Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’arrivo alla “Cesare Alfieri” di Milly Buonanno nel 1999 allarga l’area della ricerca e della formazione sui </hi><hi rend="italic">Media Studies</hi><hi rend="CharOverride-1">, in particolare sullo studio della fiction televisiva, che proprio in quegli anni diventerà un filone di studi particolarmente importante per comprendere le dinamiche socio-culturali caratterizzanti le società occidentali, le evoluzioni dei rapporti fra i sessi, le trasformazioni anche nella sfera dell’intimità. Non è pertanto un caso se di lì a qualche anno molte studentesse e studenti della “Cesare Alfieri” raggiungeranno posizioni di tutto rispetto sia nel campo giornalistico sia in quello della produzione e distribuzione televisiva.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Proprio il buon riscontro da parte degli studenti del filone di studi sulla comunicazione induce la Facoltà a istituire già dai primi anni Novanta un corso di perfezionamento, poi trasformatosi in Master, sui media e sulla comunicazione. Un progetto formativo che conoscerà in quel decennio un enorme successo, arrivando a ricevere centinaia di domande per i 25 posti disponibili e diventando, di fatto, un precursore dei tanti Master in comunicazione e giornalismo che di lì a qualche anno si sarebbero diffusi in Italia e dei corsi di laurea in comunicazione che, istituiti in Italia nel 1992, sarebbero poi esplosi con la riforma Berlinguer del 3+2 all’inizio del nuovo millennio. In quegli anni, l’esigenza di introdurre Corsi di perfezionamento e Master tesi a favorire una formazione più approfondita porta all’introduzione di corsi di secondo livello nell’area delle risorse umane, delle relazioni industriali e nella comunicazione del patrimonio culturale. Nella stessa direzione va l’attivazione del dottorato di ricerca in Sociologia della comunicazione.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La crescente centralità delle dinamiche relazionali e comunicative non può non interessare anche altre aree disciplinari. Ancora una volta in anticipo rispetto a quanto sarebbe poi accaduto nell’Università italiana, si istituiscono insegnamenti centrati sulla comunicazione politica, così come sulla comunicazione istituzionale e sul sempre più centrale rapporto delle Pubbliche Amministrazioni con i cittadini. Anche il Diploma Universitario in Servizi Sociali, presente in Facoltà, si arricchisce di insegnamenti tesi a valorizzare la dimensione comunicativa nelle professioni di aiuto.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La crescente rilevanza degli studi culturali e di comunicazione è del resto confermata, a inizio del nuovo millennio, dal nuovo progetto formativo che la Facoltà realizza per adeguarsi all’introduzione del cosiddetto 3+2. Ai corsi di laurea che diventano triennali si affiancano i bienni specialistici, poi denominati – con la riforma del 2009 – magistrali. La Facoltà di Scienze Politiche istituisce il fortunato corso in Media e giornalismo (interfacoltà), che nel giro di pochi anni diventa il più frequentato fra quelli offerti a Scienze Politiche e uno dei più frequentati dell’intero Ateneo; nonché dal 2005 il corso di laurea specialistica in Comunicazione strategica, che diventerà nel 2013 il corso di laurea magistrale e dal 2025 Strategie di comunicazione nella società digitale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’uso del termine strategia spiega bene l’impostazione con cui da sempre alla “Cesare Alfieri” è stata pensata e realizzata la formazione e la ricerca nell’ambito dei processi comunicativi. Saper comunicare vuol dire, infatti, essere capace di entrare in sintonia con i contesti e gli attori che abitano tali contesti. Un’esigenza connaturata all’essere umano, che si realizza e si esprime attraverso la socialità e la relazionalità, ma che con l’aumento della complessità delle società tardo-moderne e, di riflesso, la ridefinizione della cosiddetta sfera pubblica investe e interessa tutti gli attori sociali: dai singoli, alle imprese, alle istituzioni. I processi comunicativi costituiscono il sistema connettivo di un organismo sociale che diventa ogni giorno più articolato e necessita di forme di fluidificazione nelle relazioni fra i soggetti. Questa funzione di connessione e interdipendenza, di protezione e rafforzamento di legami e obiettivi comuni evidenzia, sostanzia e rafforza il ruolo e le finalità della comunicazione. La comunicazione è un </hi><hi rend="italic">fare</hi><hi rend="CharOverride-1">, che passa anche dal </hi><hi rend="italic">dire</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui la comprensione dei contesti precede la produzione dei testi. Per questo motivo nei progetti formativi definiti negli anni è riservata particolare attenzione alle forme di produzione e di consumo di comunicazione, intese come processi negoziali di attribuzione di significato. Ci si allontana dalla iniziale visione della comunicazione come tecnicalità da apprendere e applicare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un cambio di paradigma reso ancora più evidente dall’affermazione dell’ambiente digitale, spesso ritenuto una mera articolazione di nuovi canali comunicativi e non, invece, come un differente quanto peculiare ambiente comunicativo, caratterizzato dall’orizzontalità e dalla disintermediazione, che ridefiniscono profondamente le logiche comunicative, ma più in generale le forme e i modi del discorso pubblico e della formazione dell’opinione pubblica. In tal senso, la formazione e la ricerca alla “Cesare Alfieri” su questi temi hanno seguito negli ultimi anni 3 differenti prospettive – tra loro strettamente intrecciate – tese a cogliere segnali e rintracciare indizi in grado di evidenziare il legame strettissimo tra cambiamenti sociali, culturali, tecnologici e accresciute esigenze di visibilità e relazionalità: </hi></p><list type="ordered">
				<item><hi rend="CharOverride-1">la prospettiva dei singoli individui, dei cittadini che quotidianamente costruiscono le loro azioni, interazioni e relazioni in ambito lavorativo, affettivo, familiare; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la prospettiva dei media, che</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">hanno trasformato la natura della produzione e dello scambio simbolico in modo profondo e irreversibile,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">modificando i modelli tradizionali d’interazione sociale e favorendo l’introduzione di nuove forme di relazioni sociali; </hi></item>
				<item><hi rend="CharOverride-1">la prospettiva delle istituzioni, chiamate a rispondere a una crescente domanda sociale di informazione e comunicazione e a creare e alimentare uno spazio simbolico di incontro e di relazione con i cittadini e tutti gli altri soggetti che</hi><hi rend="italic"> agiscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una sfera pubblica sempre più affollata, ricca, articolata e complessa.</hi></item>
			</list></div><div><head><hi>3. Gli studi sul lavoro e di sociologia economica</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un altro ambito in cui la “Cesare Alfieri” di Firenze ha rappresentato, sin dagli anni Settanta, un punto di riferimento centrale per lo sviluppo della sociologia italiana è quello degli studi sul lavoro e di sociologia economica. Nel 1973 arriva a Firenze Arnaldo Bagnasco, chiamato a Sociologia economica. Proprio a Firenze avvia un fruttuoso percorso di ricerca sullo sviluppo economico e sociale dell’Italia negli anni ’70 e ’80, che proseguirà poi nel corso di una carriera accademica di grande rilievo, rendendolo una delle voci più autorevoli nello studio delle trasformazioni economiche e sociali dell’Italia contemporanea.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni in cui insegna alla “Cesare Alfieri”, Bagnasco sviluppa un’interpretazione dello sviluppo italiano incentrata sulla presenza di una “Terza Italia”, superando la tradizionale visione dualistica che contrappone un Nord industrializzato a un Sud agricolo. Egli mette in evidenza l’esistenza di un’area intermedia, caratterizzata da una forte presenza di piccole e medie imprese, il cui modello di sviluppo si basa su reti sociali dense e su una coesione comunitaria che favorisce innovazione e competitività. È in questo contesto che, nel 1977, pubblica uno dei suoi lavori più importanti, </hi><hi rend="italic">Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo economico italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui propone un’interpretazione innovativa dello sviluppo del Paese, sottolineando il ruolo cruciale delle realtà socio-economiche caratterizzate dalla diffusione dei distretti industriali e delle piccole e medie imprese. Queste si affermano come motori dello sviluppo in alcune aree del Centro-Nord-Est.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel suo percorso di ricerca, Bagnasco evidenzia come i mercati non siano entità autonome, ma siano plasmati dalle interazioni sociali, dalle istituzioni locali e dalle reti di fiducia tra gli attori economici. Seguendo la tradizione della sociologia economica, sottolinea così l’influenza della società sull’economia. Tale approccio gli consente di analizzare il funzionamento dei sistemi economici locali alla luce delle relazioni sociali e dei meccanismi istituzionali che ne determinano l’evoluzione, concetto che definirà come la «costruzione sociale del mercato». Questa prospettiva ha avuto un impatto significativo sugli studi successivi in sociologia economica e nelle scienze politiche, contribuendo a ridefinire il rapporto tra economia, società e politica. Ha inoltre enfatizzato l’importanza delle dimensioni culturali e sociali nell’analisi dei fenomeni economici, sfidando le interpretazioni puramente economiche e quantitative. Anche dal punto di vista metodologico, il lavoro di Bagnasco è stato rilevante: il suo approccio empirico-comparato, basato sull’analisi di diverse realtà territoriali per comprendere le dinamiche dello sviluppo locale, ha influenzato generazioni di studiosi italiani e stranieri.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">È proprio durante le ricerche sulla Terza Italia che nasce un sodalizio, professionale e non solo, tra Arnaldo Bagnasco e Carlo Trigilia, laureatosi con Luciano Cavalli alla “Cesare Alfieri”. Fin dall’inizio, Trigilia adotta un approccio weberiano alla sociologia economica, analizzando il ruolo delle istituzioni e delle politiche pubbliche nel modellare le dinamiche economiche e sociali. La sua ricerca si concentra in particolare sui meccanismi attraverso cui le istituzioni politiche regolano l’economia, con un’attenzione specifica alla dimensione locale dello sviluppo e ai distretti industriali. Uno dei suoi contributi più influenti su questi temi è </hi><hi rend="italic">Grandi partiti e piccole imprese</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1986), in cui esplora la relazione tra strutture politiche—soprattutto il ruolo delle subculture politiche—e lo sviluppo economico locale nelle regioni bianche e rosse della Terza Italia. Sono anche gli anni in cui Trigilia entra in contatto con Giacomo Becattini, promotore degli “Incontri di Artimino”, che riuniscono economisti e scienziati sociali italiani e stranieri, tra cui i sociologi della “Cesare Alfieri”, Bagnasco, Paolo Giovannini e lo stesso Trigilia. Per anni, questi incontri rappresentano un importante spazio interdisciplinare di discussione sullo sviluppo distrettuale e sulle economie locali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">All’inizio degli anni ’80 (1981), Trigilia partecipa alla fondazione della rivista </hi><hi rend="italic">Stato e Mercato</hi><hi rend="CharOverride-1">, di cui diventerà prima segretario e poi direttore. Questo passaggio segna un momento cruciale nella sua carriera, coincidente con il suo avvicinamento alla </hi><hi rend="italic">political economy comparata</hi><hi rend="CharOverride-1">, rafforzato da un periodo di studio negli Stati Uniti, dove entra in contatto con studiosi come Peter Hall e Suzanne Berger. Qui si consolida il suo interesse per una concezione della sociologia economica distinta da quella più influenzata dal marxismo, che privilegiava l’analisi dell’influenza dell’economia sulla società. Il suo lavoro, sviluppato in continuità con l’approccio di Bagnasco, enfatizza invece il ruolo delle dinamiche sociali nella formazione dei processi economici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Trigilia rimane a Firenze fino al 1987, quando viene chiamato come professore associato a Palermo. Trascorrerà il decennio successivo lontano dalla “Cesare Alfieri”, prima a Palermo e poi a Trento, per poi tornare definitivamente a Firenze nel 1997-98, Durante questo periodo approfondisce lo studio dei percorsi di sviluppo del Mezzogiorno, culminato nella pubblicazione di </hi><hi rend="italic">Sviluppo senza autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1991). In questo volume analizza le dinamiche dello sviluppo (e del mancato sviluppo) nelle regioni meridionali, evidenziando come la mobilitazione dei soggetti locali sia più determinante per la crescita economica rispetto agli interventi pilotati dall’alto. Il libro mostra inoltre come la mancanza di autonomia locale e l’eccessiva dipendenza da risorse esterne abbiano rappresentato un ostacolo a un equilibrato processo di sviluppo territoriale.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dopo il suo rientro alla “Cesare Alfieri”, Trigilia prosegue le sue ricerche sulle economie locali, ampliandole in una prospettiva comparata. Questo lavoro sfocerà, tra le altre cose, in due volumi curati con Colin Crouch, Patrick Le Galès ed Helmut Voelzkow, pubblicati da Oxford University Press nel 2001 e nel 2004, dove si discutono i fondamenti sociali dell’innovazione e il ruolo del capitale sociale; sono questi gli anni in cui fonda il CESVI, Centro Europeo di studi sullo Sviluppo Locale e Regionale dell’Università di Firenze. Nel 1998 pubblica invece </hi><hi rend="italic">Sociologia economica. Stato, mercato e società nel capitalismo moderno</hi><hi rend="CharOverride-1">, un testo di riferimento per la formazione di generazioni di sociologi economici italiani.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Negli anni più recenti, Trigilia ha approfondito il rapporto tra politica, politiche pubbliche e disuguaglianze nei paesi avanzati. Nei volumi più recenti, </hi><hi rend="italic">Capitalismi e democrazie (</hi><hi rend="CharOverride-1">2020) e </hi><hi rend="italic">La sfida delle disuguaglianze</hi><hi rend="CharOverride-1"> (2022), analizza le trasformazioni economiche e politiche che hanno contribuito all’aumento delle disuguaglianze e propone strategie per contrastare questo fenomeno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Bagnasco e Trigilia sono stati eletti soci dell’Accademia Nazionale dei Lincei (Bagnasco nel 2002 e Trigilia nel 2016). A conferma dell’ampio riconoscimento che andava ben oltre la comunità accademica, Trigilia ha ricoperto il ruolo di Ministro per la Coesione Territoriale nel governo Letta (2013-2014), veste in cui ha cercato di tradurre le sue ricerche in politiche concrete volte a promuovere lo sviluppo delle aree svantaggiate del paese, enfatizzando l’importanza di un uso strategico dei fondi pubblici e di un coordinamento efficace tra le diverse istituzioni.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Parallelamente alla sociologia economica, a partire già dalla seconda metà degli anni ’70 cresce anche la rilevanza della “Cesare Alfieri” nel campo degli studi sul lavoro. Un ruolo centrale in questo sviluppo è svolto da Paolo Giovannini, sociologo generale che però mal si presta alle rigide classificazioni disciplinari. Attivo alla “Cesare Alfieri” sin dagli anni ’70, diventa professore associato nel 1983 e concentra la sua ricerca sul tema del lavoro e della sua regolazione. I suoi studi spaziano dall’analisi del sindacato al rapporto tra società ed economia nelle aree distrettuali, in un confronto costante con Giacomo Becattini e la sua scuola. Partecipa inoltre al monumentale lavoro di ricerca coordinato da Fernand Braudel su Prato. Nel 1987 pubblica con Cedam </hi><hi rend="italic">Tra conflitto e solidarietà. Teorie sociologiche sulla divisione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dopo un breve periodo all’Università di Catania, nel 1993 torna a Firenze come professore ordinario di sociologia, insegnando a lungo sociologia del lavoro e sociologia alla “Cesare Alfieri” e dedicandosi a molti temi di ricerca soprattutto nell’ambito delle trasformazioni sociali, tema su cui fonderà nel 1998 il laboratorio di ricerca “Cambio”, da cui nascerà anche l’omonima rivista edita dalla Florence University Press. Tra i vari temi approfonditi da Giovannini, un ruolo importante lo gioca lo studio del lavoro e delle relazioni industriali, con approfondite ricerche e pubblicazioni sul declino industriale (</hi><hi rend="italic">La sfida del declino industriale</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2006) e sulla crisi del sindacato (</hi><hi rend="italic">I rumori della crisi</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1993). In collaborazione con la facoltà di Economia fonda e dirige un master su Gestione e sviluppo delle risorse umane. Negli anni successivi attiva e presiede un corso di laurea in scienze sociali. Ricopre anche importanti incarichi dentro la “Cesare Alfieri” (preside dal 1995 al 1998) e di Ateneo (più volte delegato del Rettore, per le relazioni sindacali dal 1995-1998, per il sistema bibliotecario nel 1999). Assume negli anni incarichi in ruoli pubblici e sindacali, partecipando e dirigendo comitati scientifici, regionali e nazionali (ISFOL, ORML, IRES, IRIS, ecc).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In collaborazione con l’ufficio studi della CGIL, partecipa all’organizzazione di convegni sulla storia e la memoria del movimento operaio e sindacale, che si concretizzano poi in numerose pubblicazioni (</hi><hi rend="italic">Mondi operai, culture del lavoro e identità sindacali</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2008; </hi><hi rend="italic">Il 1969 e dintorni. Analisi, riflessioni e giudizi a quarant’anni dall’Autunno caldo</hi><hi rend="CharOverride-1">, 2010). In questo ambito, Giovannini collabora a lungo con Franca Alacevich, sociologa del lavoro anch’essa laureata alla “Cesare Alfieri”. Pur avendo inizialmente studiato sociologia dell’educazione con Giorgio Marsiglia, Alacevich diventa prima allieva e poi collaboratrice di Giovannini. Insieme danno vita al Diploma in Relazioni Industriali e successivamente al</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Master Europeo in Scienze del Lavoro presso il Polo universitario di Prato, mentre Giovannini è membro del CUN. Queste iniziative, all’epoca uniche nel panorama universitario italiano, hanno favorito la formazione di professionisti capaci di affrontare le sfide del mercato del lavoro in una prospettiva internazionale e interdisciplinare.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ben presto, Alacevich diventa un punto di riferimento per la sociologia del lavoro e lo studio delle relazioni industriali in Italia. Contribuisce con numerose ricerche nazionali e internazionali, tra cui una lunga esperienza in un network di ricerca coordinato dall’</hi><hi rend="CharOverride-1" >Institute des Sciences du Travail</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="CharOverride-1" >Louvain-La-Neuve</hi><hi rend="CharOverride-1">, incaricato dalla Direzione Generale Affari Sociali e Occupazione della Commissione Europea di studiare la rappresentanza e le relazioni industriali in prospettiva comparata (1998-2006). Questo network costituisce anche la base per il Master Europeo in Scienze del Lavoro, che Alacevich coordina dalla sua fondazione nel 1995 fino al 2015.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La sua attività scientifica ha prodotto numerosi studi che hanno influenzato profondamente la sociologia del lavoro. Tra le sue opere più importanti spiccano </hi><hi rend="italic">Relazioni industriali in Italia. Cultura e strategie</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1996, che è stato anche ampiamente adottato come libro di testo, e </hi><hi rend="italic">Promuovere il dialogo sociale. Le conseguenze dell’Europa sulla regolazione del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">(2004), in cui analizza l’impatto della legislazione europea sulle regolazioni del mercato del lavoro nei diversi contesti nazionali. In questo ultimo volume, Alacevich dimostra come le politiche dell’Unione Europea abbiano spinto gli Stati membri a rivedere le proprie strategie occupazionali, introducendo nuove forme di concertazione tra istituzioni, sindacati e datori di lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un tema costante nei suoi studi è l’importanza del dialogo sociale e della partecipazione attiva delle parti sociali nella costruzione delle politiche del lavoro. Per Alacevich, le relazioni industriali non si riducono alla contrattazione tra imprese e sindacati, ma rappresentano un elemento essenziale per garantire coesione sociale e sviluppo sostenibile. La sua ricerca ha spesso messo in luce la necessità di modelli di governance partecipativi, in cui istituzioni pubbliche, lavoratori e datori di lavoro collaborino per affrontare le sfide del mercato del lavoro contemporaneo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il contributo di Franca Alacevich alla “Cesare Alfieri” non si ferma però alla sola ricerca. Sarà la prima donna preside della Facoltà, un incarico che rivestirà dopo essere stata dal 1999 al 2006 delegata del Rettore per le relazioni sindacali, rimanendo preside della “Cesare Alfieri” dal 2006 al 2013 per diventare poi Direttrice del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dal 2013 al 2016. È in questo periodo che viene anche eletta Presidente della Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Scienze Politiche. E anche lei avrà numerosi incarichi istituzionali che ne testimoniano la capacità e la stima oltre i confini accademici, tra cui l’essere stata componente del Consiglio Superiore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio di Reggenza della sede di Firenze.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il percorso di ricerca di questi studiosi condivide un filo conduttore che sarà un elemento tipico della “Cesare Alfieri”, fondato su un approccio teorico solido ma fortemente ancorato all’analisi empirica, un’attenzione costante alla prospettiva comparata e allo studio delle variabili sociali come fattori esplicativi dei processi economici e politici. Un altro elemento distintivo è l’analisi dei meccanismi formali e informali, anche in contesti ad alta formalizzazione come la contrattazione e la concertazione. Ne emerge una particolare sensibilità verso la continua tensione tra attori, reti sociali, istituzioni e politiche, che rappresenta uno dei principali contributi della scuola italiana alla sociologia economica, agli studi sul lavoro e alle relazioni industriali. Studiosi quindi che si contraddistinguono per una forte capacità di coniugare modernità e rigore metodologico, riuscendo a integrare con successo ruoli istituzionali—sia all’interno che all’esterno della “Cesare Alfieri”— che li porteranno a introdurre rilevanti innovazioni nel panorama didattico della Facoltà, arricchito da una attività di ricerca empiricamente fondata e metodologicamente robusta. A ciò si aggiunge un’attenzione costante al dialogo con attori, operatori e funzionari pubblici e privati, un impegno che oggi rientra pienamente nella cosiddetta </hi><hi rend="italic">terza missione </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’università.</hi></p></div><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Berti, Serena, e Patrizia Guarnieri. 2015. “La Scuola di Servizio Sociale di Firenze.” In </hi><hi rend="italic">Archivio Storico della Psicologia Italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, Università di Milano Bocconi </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">www.aspi.unimib.it/collections/entity/detail/280</hi></ref><hi rend="CharOverride-1"> (2015-12-30).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bontempi, Marco. 2023. “L’analisi del mutamento sociale nella sociologia di Luciano Cavalli.” </hi><hi rend="italic">Società Mutamento Politica. Rivista Italiana di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 14, 27: 124-28. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.36253/smp-14343</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cavalli, Luciano. 1970. </hi><hi rend="italic">Il mutamento sociale. Sette ricerche sulla civiltà occidentale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cavalli, Alessandro. 2021. “Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda metà del Novecento.” </hi><hi rend="italic">Quaderni di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 85: 27-34. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.4000/qds.4424</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cavalli, Luciano. 1968. </hi><hi rend="italic">Max Weber. Religione e società</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lorenzoni, Giovanni. 1938. </hi><hi rend="italic">Inchiesta sulla piccola proprietà coltivatrice formatasi nel dopoguerra. Relazione finale: l’ascesa del contadino italiano nel dopo-guerra</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Istituto Nazionale di Economia Agraria.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rossi, Pietro. 2003. “Il ritorno alla sociologia. Un confronto tra sociologia italiana e sociologia tedesca nel dopoguerra.” </hi><hi rend="italic">Quaderni di Sociologia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 33: par. 4. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.4000/qds.1169</hi></ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Salvati, Mariuccia 2021. </hi><hi rend="italic">Camillo Pellizzi. Un intellettuale nell’Europa del Novecento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Salvati, Mariuccia. 2015. “Pellizzi, Camillo.” </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli italiani</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.treccani.it/enciclopedia/elenco-opere/Dizionario_Biografico/</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt;. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sciolla, Loredana. 2022. “Le ‘quasi’ due vite del sociologo Camillo Pellizzi.” </hi><hi rend="italic">STORICAMENTE.ORG Laboratorio di Storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18, art. 26: 7. </hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://doi.org/10.52056/9791254691984/26</hi></ref></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-006-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Lorenzoni 1938. Intriso di retorica di regime, il libro è scritto in modo sorprendentemente brillante e ricco di aneddoti vissuti dall’autore nei suoi viaggi di ricerca nelle campagne italiane, da lui presentati come «casi empirici esemplari» dei concetti che sta trattando. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-005-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Ad esempio, mi pare significativo che la conoscenza che l’autore dimostra di lavori di economisti agrari tedeschi in lingua originale non consideri i lavori di Max Weber, che pure si era occupato di economia politica e storia economica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-004-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">«Non già che nel periodo tra le due guerre gli studi di sociologia scomparissero del tutto; essi sopravvissero sotto altro nome, e furono coltivati da specialisti di altre discipline – filosofi del diritto, demografi, statistici, talvolta anche economisti. E una funzione surrogatoria nei confronti della sociologia fu assolta, durante il ventennio fascista, dall’economia corporativa, che, se da una parte si contrapponeva all’individualismo dell’economia classica, […], dall’altra faceva valere – in opposizione al marxismo – una visione della società come articolata non già in classi, ma in «corporazioni». Fu una rivista attivamente impegnata nella diffusione del corporativismo, i </hi><hi rend="italic">Nuovi studi di diritto, economia e politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, diretta da Luigi Volpicelli e Ugo Spirito, ad accogliere nel 1931-32 la traduzione del saggio weberiano </hi><hi rend="italic">Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus </hi><hi rend="CharOverride-1">(Rossi 2003).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-003-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Salvati 2015. Nel 2021 l’autrice ha argomentato in una biografia intellettuale di Pellizzi a favore di una sua rivalutazione come studioso e intellettuale in dialogo con temi e correnti europee (Salvati 2021).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-002-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Questa concezione del mutamento sociale come matrice di quello politico è esplicitamente affermata con l’interrogarsi su quali forze «si possano indicare come […] possibili e desiderabili dal punto di vista di un “occidentalista”» (Cavalli 1970, VII).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-001-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	È importante qui ricordare il significativo lavoro scientifico almeno di Gianfranco Bettin, Paolo Giovannini, Giorgio Marsiglia, Rossana Trifiletti, Paolo Turi, Annick Magnier.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00204_XML24_17_169-184.html#footnote-000-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Un importante arricchimento degli studi di sociologia generale è stato la chiamata a Firenze, nel 1986, di Alberto Marradi, la cui attività di ricerca sulla metodologia sociologica ha dato contributi molto significativi, generando, a sua volta numerosi allievi. Gli studi metodologici sono stati ulteriormente sviluppati dai lavori di epistemologia e logica delle scienze sociali condotti da Alessandro Bruschi, anche con l’istituzione di uno specifico corso di laurea magistrale.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Marco Bontempi, University of Florence, Italy, marco.bontempi@unifi.it, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-1087-5690</ref></p><p rend="editorial_metadata_author">Luigi Burroni, University of Florence, Italy, luigi.burroni@unifi.it, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-3757-8100</ref></p><p rend="editorial_metadata_author">Laura Solito, University of Florence, Italy, laura.solito@unifi.it, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-2353-3697</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Marco Bontempi, Luigi Burroni, Laura Solito, <hi rend="italic">Gli studi sociologici,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9.13</ref>, in Fulvio Conti, Carlo Sorrentino (edited by), <hi rend="italic">La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025)</hi>, pp. -17, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0708-9, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="201643">Berti, Serena, e Patrizia Guarnieri. 2015. “La Scuola di Servizio Sociale di Firenze.” In Archivio Storico della Psicologia Italiana, Universit&amp;#224; di Milano Bocconi www.aspi. unimib.it/collections/entity/detail/280 (2015-12-30).</bibl>
          <bibl n="201644">
            <bibl>Bontempi, Marco. 2023. “L’analisi del mutamento sociale nella sociologia di Luciano Cavalli.” Societ&amp;#224; Mutamento Politica. Rivista Italiana di Sociologia 14, 27: 124-28.</bibl>
            <idno type="DOI">10.36253/smp-14343</idno>
          </bibl>
          <bibl n="201645">Cavalli, Luciano. 1970. Il mutamento sociale. Sette ricerche sulla civilt&amp;#224; occidentale. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="201646">
            <bibl>Cavalli, Alessandro. 2021. “Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda met&amp;#224; del Novecento.” Quaderni di Sociologia 85: 27-34.</bibl>
            <idno type="DOI">10.4000/ qds.4424</idno>
          </bibl>
          <bibl n="201647">Cavalli, Luciano. 1968. Max Weber. Religione e societ&amp;#224;. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="201648">Lorenzoni, Giovanni. 1938. Inchiesta sulla piccola propriet&amp;#224; coltivatrice formatasi nel dopoguerra. Relazione finale: l’ascesa del contadino italiano nel dopo-guerra. Roma: Istituto Nazionale di Economia Agraria.</bibl>
          <bibl n="201649">
            <bibl>Rossi, Pietro. 2003. “Il ritorno alla sociologia. Un confronto tra sociologia italiana e sociologia tedesca nel dopoguerra.” Quaderni di Sociologia 33: par. 4.</bibl>
            <idno type="DOI">10.4000/qds.1169</idno>
          </bibl>
          <bibl n="201650">Salvati, Mariuccia 2021. Camillo Pellizzi. Un intellettuale nell’Europa del Novecento. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="201651">Salvati, Mariuccia. 2015. “Pellizzi, Camillo.” Dizionario Biografico degli italiani. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana &amp;lt;https://www.treccani.it/enciclopedia/ elenco-opere/Dizionario_Biografico/&amp;gt;.</bibl>
          <bibl n="201652">
            <bibl>Sciolla, Loredana. 2022. “Le ‘quasi’ due vite del sociologo Camillo Pellizzi.” STORICAMENTE.ORG Laboratorio di Storia 18, art. 26: 7.</bibl>
            <idno type="DOI">10.52056/9791254691984/26</idno>
          </bibl>
        </listBibl>
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