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        <title type="main" level="a">Gli studi filosofico-politici e di storia del pensiero politico</title>
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            <forename>Gianluca</forename>
            <surname>Bonaiuti</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025) </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0708-9</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Carlo Sorrentino</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.16</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay reconstructs the role of Political Philosophy and the History of Political Thought in the evolution of the ‘Cesare Alfieri’ Institute in Florence, from its foundation to the present day. Through a historical and institutional analysis, it shows how these two fields of research occupied a hidden, albeit significant, role in the development of the Institute, later acquiring centrality in the political and cultural education of its students. The text traces the stages of academic autonomisation of the ‘History of Political Doctrines’ and ‘Political Philosophy’, highlighting methodological tensions, ideological influences and changes in the relationship with the other social sciences. Along this trajectory, key figures, institutional transformations and a constant confrontation with the European dimension of political knowledge emerge. The boundary between Philosophy and the History of Thought thus proves to be a fertile space, in dialogue with the major cultural and political changes that Higher Education has had to face.</p>
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            <item>Politics</item>
            <item>Political Philosophy</item>
            <item>History of Political Thought</item>
            <item>Faculty of Political Science</item>
            <item>Higher Education</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.16<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0708-9.16" /></p>
      <div><head>Gli studi filosofico-politici <lb/>e di storia del pensiero politico</head><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Gianluca Bonaiuti</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>L’università è iniziata come raggruppamento di individui, non come</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>raggruppamento di insegnamenti. Ha espresso dapprima la</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>solidarietà dei maestri molto più che la solidarietà degli insegnamenti:</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>quest’ultima è scaturita di riflesso dalla prima. L’associazione delle</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>persone ha causato l’associazione degli studi.</hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>Émile Durkheim, </hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi rend="italic">L’Evolution pédagogique en France (1904-1905)</hi><hi>, </hi></p><p rend="epigraph_inscription_inscription ParaOverride-2" ><hi>Paris, PUF, 1938, p. 142.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">1.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Sottintese fin dalle origini nel progetto pedagogico della Scuola di Scienze Sociali ideata da Carlo Alfieri di Sostegno nella Firenze capitale, le discipline filosofico politiche e di Storia del pensiero politico (fino a poco tempo fa, Storia delle dottrine politiche) hanno giocato nel corso del tempo un ruolo dapprima nascosto, in parte periferico, a tratti determinante, certamente significativo, nello sviluppo dell’istituzione d’insegnamento superiore del capoluogo toscano. Basti a questo proposito gettare uno sguardo alla lista d’insegnamenti prevista per la programmata Scuola, per notare come tra i corsi auspicati figurasse una Letteratura civile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-034">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> che con il linguaggio dell’epoca rivela il significativo interesse che gli ideatori avevano per il ruolo strategico della conoscenza dei classici del pensiero politico. Nel progetto di educazione al </hi><hi rend="italic">self government</hi><hi rend="CharOverride-1"> che costituisce il baricentro del modello pedagogico a cui si ispirano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-033">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, la conoscenza dei classici del pensiero politico e della loro lezione andava di pari passo con la previsione di insegnamenti tecnici e amministrativi. Ulteriore conferma si ricava dall’indicazione dei compiti che la Scuola, a pochi mesi dalla sua fondazione, si autoattribuisce nella conferenza di Carlo Francesco Gabba del 1876, dove, a fianco della ricostruzione storica delle discipline, tra i compiti da assolvere nei nuovi corsi vi sarebbe anche quello di «correggere non poche opinioni e dottrine sociali e politiche oggi dominanti», tentando di «indurre e generalizzare» un «abito intellettuale» che sappia discernere nel giudizio in modo da tenere conto tanto della «piena e sicura riprova nella bontà delle premesse più lontane e delle ultime conseguenze» (Gabba 2001, 69). Due indizi chiari e inequivocabili di come anche lo studio dei classici del pensiero e delle loro rispettive teorie costituisse uno degli obbiettivi del progetto pedagogico ideato per le generazioni di ‘ottimati’ cui era rivolta la Scuola (Manica 2019).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quel riferimento alla Letteratura politica contenuto nel piano di studi immaginato dai promotori faceva eco ai primi sviluppi di un settore della ricerca che nei decenni precedenti aveva mosso i primi passi a livello europeo. Nel 1855 erano stati pubblicati in inglese i due volumi di </hi><hi rend="italic">The History of Political Literature from the earliest times</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’accademico e giornalista inglese Robert Blakey (1795-1878), docente al Queen’s College di Belfast. Nel 1858 era toccato ai due volumi in francese dell’</hi><hi rend="italic">Histoire de la philosophie morale et politique dans l’antiquité et dans les temps modernes</hi><hi rend="CharOverride-1" > (poi </hi><hi rend="italic">Histoire de la science politique dans ses rapports avec la morale</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1872), di Paul Janet (1823-1899), un brillante allievo di Victor Cousin che aveva giocato un ruolo di primo piano nella coeva formazione dell’</hi><hi rend="italic">École libre des Science Politique</hi><hi rend="CharOverride-1"> parigina. Questi due lavori, unitamente all’opera coeva di Robert von Mohl (</hi><hi rend="italic">Die Geschichte und Literatur der Staatswissenschaften</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1855)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-032">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, costituiscono i primi tentativi di scrivere una storia delle idee politiche. Alla lista deve essere aggiunto, per quanto di qualche anno successivo, il contributo in lingua francese di Giuseppe Ferrari (1811-1876) sull’</hi><hi rend="italic">Histoire de la raison d’État</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1860), che rappresenta a sua volta un tentativo inaugurale di sviluppo di una storia del pensiero politico e il materiale preparatorio del corso libero sugli </hi><hi rend="italic">Scrittori politici italiani</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Ferrari 1863) che lo stesso Ferrari terrà per due anni consecutivi (1862-1863) all’Università degli Studi di Torino (cfr. A. D’Orsi 1995, 154-55), allora capitale del Regno (e al cui Parlamento, lo stesso Ferrari, era stato eletto). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’integrazione nei piani di studio dei due insegnamenti qui in esame avverrà solo successivamente. La Storia delle dottrine politiche entrerà nel novero dei corsi della “Cesare Alfieri” solo alla fine degli anni ’20 del XX secolo. La Filosofia politica, invece, esordirà ufficialmente come corso indipendente solo nell’ultimo quarto del XX secolo, dopo essersi tardivamente costituita come settore scientifico autonomo. La presenza di entrambe, però, non si limita a questa apparizione tardiva. Sia per quanto concerne la storia del pensiero politico, quanto per la filosofia politica, la mancata presenza di corsi specifici non corrisponde a una totale assenza dei temi, dei concetti, degli autori caratteristici di queste materie.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nelle pagine che seguono – a parte una breve nota in premessa – non vado alla ricerca di queste tracce implicite e sotterranee, benché ritenga che uno studio del </hi><hi rend="italic">milieu</hi><hi rend="CharOverride-1"> storico e filosofico in cui l’istituzione prende vita abbia un interesse di notevole rilievo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-031">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Piuttosto, proverò a seguire lo sviluppo che si può rilevare a partire dalla didattica di tali materie, nella consapevolezza che, trattandosi di materie di confine, e tra loro confinanti, la distinzione tra i campi di competenza non è sempre definita e che la stessa demarcazione ministeriale che oggi segna la delimitazione dei rispettivi territori di esercizio non ha la forza di distinguere in modo definitivo tali ambiti. L’apparentamento tra questi due segmenti della conoscenza non è dunque né casuale né arbitrario, benché i due settori siano stati fatti afferire ad aree diverse</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-030">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Se nel caso della Filosofia politica, l’oggetto più proprio sarebbe «lo studio e la comprensione della politica e dei fenomeni politicamente rilevanti secondo una prospettiva eminentemente filosofica e teorica», mentre nel caso della Storia del pensiero politico sarebbe «la storia delle idee […] dall’età antica al tempo presente», quando si passa all’articolazione della ricerca nei rispettivi settori diventa necessario nel caso della prima riconoscere come esso trovi espressione in «un rigoroso metodo argomentativo che si avvale di una diretta conoscenza delle fonti, riguardanti correnti di pensiero tanto del passato, quanto della contemporaneità», nel caso della seconda come essa prenda forma in un metodo che può «spaziare dall’analisi del pensiero di autori significativi al funzionamento delle istituzioni fino alla descrizione delle mentalità sociali e della loro evoluzione nel tempo» (d.m. n. 639 del 2 maggio 2024, Allegato A). Anche le definizioni ministeriali non possono fare a meno di tenere conto della reciproca liminarità tra i settori disciplinari (per non parlare della concomitante vicinanza con la Storia delle istituzioni politiche), ma anche del fatto che entrambi costituiscano espressioni di un sapere che si colloca al confine con molti altri indirizzi di ricerca.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">2. </hi><hi rend="CharOverride-1">L’ispirazione di fondo degli ideatori della Scuola di Scienze Sociali riflette da subito la volontà di dare vita a un’istituzione che sappia far coesistere le due esigenze fondamentali dell’istruzione superiore europea dell’epoca: da un lato, l’ottimizzazione di un sistema di addestramento di esperti di settore, e dunque l’utilizzo più immediatamente operativo del sapere scientifico, dall’altro, la cura per la formazione di un soggetto che diventi capace di fare il proprio ingresso e agire nello spazio pubblico con un ventaglio di competenze aperto alla sperimentazione di una nuova forma di cittadinanza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-029">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di una doppia esigenza che viene sperimentata anche nel modello parallelo dell’</hi><hi rend="italic">École libre</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi><hi rend="italic">des sciences politiques</hi><hi rend="CharOverride-1"> istituita a Parigi da Emile Boutmy qualche anno prima</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-028">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: anche in quel caso l’obbiettivo è la creazione di un élite delle competenze attraverso un’istituzione di studi superiori in grado di formarla secondo i principi della modernità politica, prevedendo soluzioni correttive (Boutmy parla di « protesi ortopediche»)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-027">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> atte a raddrizzare le storture dell’uguaglianza nate dalla Rivoluzione francese – e che, nel caso italiano, potevano condizionare gli sviluppi del nuovo stato unitario. L’ideale del </hi><hi rend="italic">self government</hi><hi rend="CharOverride-1"> al cuore del progetto, esplicitamente ispirato ai modelli di oltremanica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-026">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, contempla entrambe le disposizioni, ed è chiamato a rispondere all’esigenza di soddisfare una prospettiva elitaria mirata: dare vita a un’istituzione in grado di stimolare nel nuovo stato il ruolo attivo di una classe aristocratica incline piuttosto al torpore e all’immobilità civile. Per queste ragioni, pur in assenza di insegnamenti diretti, anche nella fase embrionale dell’istituto fiorentino si trovano i segni di un interesse esplicito per l’insegnamento di discipline generaliste e propedeutiche che, non avendo un profilo ‘professionalizzante’, prevedono un trattamento del sapere e della sua tradizione indipendente dalle immediate esigenze applicative</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-025">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, con intenti che hanno piuttosto di mira una formazione ispirata da motivi più larghi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-024">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Così si spiega la previsione, sopra menzionata, di un corso di Letteratura politica nella fase di progettazione della Scuola, la predisposizione di un corso preparatorio di Filosofia elementare per gli aspiranti allievi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-023">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, infine, il tentativo prima fallito, poi andato a buon fine – grazie alla disponibilità di Pasquale Villari – di istituire un corso in cui agli allievi fosse possibile confrontarsi direttamente con gli autori classici. Naturalmente, questa lenta maturazione dipende anche dalla lenta rielaborazione degli equilibri tra discipline e competenze scientifiche che accompagna la trasformazione dell’istruzione superiore a livello europeo. In questo quadro assume un particolare significato l’autonomizzazione di saperi politici che cercano crescente riconoscimento in un contesto scientifico in cui i saperi giuridici tendono al monopolio. Vale la pena ricordare come ad esempio in Francia, ancora alla fine degli anni ’80 del XIX secolo, Leon Duguit – insieme a Maurice Hauriou, uno dei più noti rappresentanti del ‘costituzionalismo’ francese – potesse scrivere: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">I fenomeni politici sono quelli che si rapportano all’origine e al funzionamento dello stato: questi sono essenzialmente fenomeni giuridici […]. Questa pretesa scienza politica non è altro che il diritto costituzionale, vale a dire una branca della scienza generale del diritto (Duguit 1889). </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In un processo lento e intermittente, l’osservazione dei fenomeni politici si allarga a nuovi oggetti di studio che richiedono nuove competenze scientifiche. Fa parte di questo processo di ampliamento prospettico anche la previsione dello studio di una ‘letteratura’ che ha un preciso ed esplicito contenuto politico e che, con l’insegnamento dei classici del pensiero, contribuisce a riconoscere l’autonomia di una sfera particolare della società, segnata da funzioni e processi che le sono caratteristici.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Anche così si spiega il coinvolgimento nelle faccende del “Cesare Alfieri” di Paquale Villari, al tempo docente dell’Istituto di Studi Superiori ed esponente di spicco del nascente positivismo italiano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-022">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il suo corso di Scienza politica e sugli scrittori politici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-021">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, a partire dal 1898, riprendendo lo spunto nominale contenuto nell’opera pioneristica di Ferrari, presenta una opzione che non integra senza resti la dimensione politica nella logica del rigore giuridico, ma offre un tentativo di rigorizzazione del sapere storico, ritenuto da Villari il vero centro propulsore della scienza sociale. Come si evince dalla sua prolusione inaugurale del corso del 1901-1902, tale rigorizzazione tiene conto del rapporto complesso tra scienze della natura e scienze dello spirito – le prime caratterizzate da una meccanica misurabile, le altre da un finalismo più umano – alla radice del quale si trova la società umana (sul punto si veda ancora il classico Garin 1963, 54). Il processo di autonomizzazione delle scienze sociali, di cui l’istituto fiorentino si fa esperimento avanzato, segue strade che percorrono sentieri alternativi (storia, sociologia, psicologia), con prospettive diverse nei diversi paesi a seconda delle tradizioni più influenti che li caratterizzano (Briggs 2004, 481 e sgg.). Si tratta, in ogni caso, di una storia europea, che vede, tra le altre tappe, anche un lento processo di autonomizzazione della storiografia delle idee politiche. Non è un caso, dunque, che nell’anno accademico 1896/1897, due anni prima che Villari assumesse la cattedra suddetta, in Francia, nell’ateneo parigino, debutti il primo corso in Europa di </hi><hi rend="italic">Histoire des Doctrines Politiques</hi><hi rend="CharOverride-1">, affidato ad Henri Michel</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-020">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">3.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bisogna attendere il nuovo secolo perché un corso di Storia delle dottrine politiche entri nel novero dei corsi del “Cesare Alfieri”. L’ingresso dell’insegnamento avviene nella fase di lenta trasformazione dell’Istituto in Facoltà e la definitiva trasformazione di un ente ‘autonomo’ in un ente ‘pubblico’, sotto la guida ministeriale. Perché un tale ingresso avvenga, occorre prima che la ‘nuova’ disciplina faccia il suo debutto nelle aule universitarie. E ciò accade solo nel 1924, nel contesto della costituzione della prima Facoltà di Scienze politiche a Roma.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Con decreto del 27 marzo 1924, nell’ambito del nuovo ordinamento universitario creato da Giovanni Gentile, viene istituita presso l’Ateneo romano la Scuola di scienze politiche che poi, nel settembre del 1925, assumerà l’etichetta di Facoltà di Scienze politiche. Tra gli insegnamenti della Scuola romana figurerà a partire dall’anno accademico 1924-25, il corso di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche, affidato a Gaetano Mosca, che risulta quindi essere il primo docente della disciplina in Italia. Mosca, proveniente dall’Ateneo torinese, era l’autore originale di opere che nel panorama europeo degli anni Ottanta e Novanta del diciannovesimo secolo avevano dato vita a un indirizzo di ricerca decisivo per l’autonomizzazione dei saperi politici. In tale indirizzo, com’è noto, l’osservazione dei fenomeni politici è spogliata di ogni componente ideologica e ridotta ai minimi termini di una funzione cui rispondono élites politiche determinate. Tale riduzione non comporta una minimizzazione dei significati degli apparati ideologi e intellettuali. Tutt’altro. Come infatti Mosca spiega in quel «sunto fedele e piuttosto vasto» delle sue lezioni che pubblica nel 1932 nel momento in cui abbandonerà l’insegnamento, la coesione delle strutture sociali complesse delle società moderne è garantita da ‘due ordini di forze’, le forze di ordine materiale e quelle di ordine intellettuale. Fanno parte di queste ultime tutte quelle dottrine, teorie, ideologie che possono legittimare e mobilitare i poteri operanti. Come tali agiscono in quanto «formule politiche» disponibili per le eventuali ‘classi politiche’ al potere</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-019">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Quanto questa ipotesi interpretativa fosse fondata, Mosca lo sperimenterà in prima persona poco dopo aver ricevuto l’incarico d’insegnamento.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto significativo che corre tra l’avvento al potere di Mussolini e la fondazione delle Facoltà di Scienze politiche in Italia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-018">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1"> porterà in breve tempo il sistema di potere fascista – soprattutto dopo il delitto Matteotti e la battaglia culturale che segue – a puntare l’attenzione oltre che sugli apparati coercitivi, anche sugli apparati ideologico-pedagogici e dell’informazione. Come conseguenza di questo interventismo culturale, anche un personaggio autorevole come Mosca, sospettato di non garantire un sostegno sufficientemente convinto al neonato regime mussoliniano, entra nel mirino della censura. La cattedra di Storia delle dottrine politiche della Facoltà romana è ritenuta troppo importante per essere lasciata nelle mani del «famigerato Mosca» e, anzi, data la sua importanza strategica, si pensa debba essere ampliata, annettendole una cattedra speciale di dottrina fascista da affidare a un esperto ben più allineato. Da un lato, Mosca abbandonerà la neonata Facoltà per tornare a Giurisprudenza, dove conserverà l’insegnamento di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche, come insegnamento complementare ma inibito agli studenti di Scienze politiche; dall’altro, vengono istituite cattedre di Storia delle dottrine politiche nelle Facoltà di Scienze Politiche italiane, affiancandole con cattedre speciali di Storia e dottrina del fascismo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel 1934 si tiene il primo concorso bandito dall’Università italiana per la nuova disciplina. Tra i tre vincitori figura il siciliano Rodolfo De Mattei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-017">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che negli anni precedenti aveva collaborato con Mosca, conseguendo nel novembre del 1927, primo in Italia, la libera docenza in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Trasferitosi a Firenze da Cagliari il 1° dicembre 1935, gli viene affidato il corso di Storia delle dottrine politiche presso il Regio Istituto superiore di Scienze sociali e politiche “Cesare Alfieri”, dove negli anni precedenti era stato attivato l’insegnamento, affidandolo al giurista Aldo Cecchini.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’insegnamento e la ricerca di De Mattei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-016">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, condotti sotto l’influsso di Mosca e, per certi versi, recependo alcune istanze della politica fascista, affrontano il tema della democrazia nell’Italia unitaria da una prospettiva apertamente polemica (De Mattei 1934; 1937). Si tratta di una prospettiva legata ad alcuni punti fondanti: un esplicito ancoraggio alla ‘verità della religione cattolica’ e un rifiuto altrettanto convinto di ogni prospettiva individualista. Per il resto, la sua ricerca intende presentarsi come autenticamente e rigorosamente storica, in aperta polemica con le concezioni idealistiche e, in genere, filosofiche della storia del pensiero politico, sostenuta da altri studiosi del tempo. Che abbia a che fare con Campanella o Botero, con Petrarca o con la Controriforma, lo studio della storia del pensiero deve a suo parere essere indirizzato ovunque si renda palese un barlume di coscienza politica, anche nel caso degli autori minori, non fermandosi ai sistemi filosofici, alla pura e alta teoria politica. Proprio negli anni della sua permanenza al “Cesare Alfieri”, De Mattei diventa protagonista del dibattito metodologico che accompagna la nascita e lo sviluppo della nuova disciplina. La Storia delle dottrine politiche, infatti, si presenta da subito sulla scena accademica del nostro paese divisa in due proposte, in polemica esplicita l’una con l’altra. Da una parte, coloro che ritengono oggetto appropriato della disciplina solamente quelle teorizzazioni dotate di un elevato grado di sistematicità e formalizzazione, oltre che di autonomia e originalità: come sostenuto negli stessi anni da un altro allievo di Mosca, Vittorio Beonio Brocchieri, sono da ritenersi «dottrine politiche» solo quelle capaci di elevarsi al rango di «scienza politica», espressione di principi duraturi, riservando alle rimanenti il titolo di un’«arte politica» legata alle circostanze contingenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-015">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dall’altra, coloro che, come De Mattei, cercano le dottrine politiche in tutti quegli ambiti della riflessione politica che compongono il quadro complesso della scena storica reale, includendo anche quei «programmi», quei «manifesti», quei «catechismi» in cui si coniugano «speculazione e azione» (De Mattei 1938a) e che definiscono il quadro di un’epoca, pur non avendo un livello di elaborazione particolarmente rigoroso. Come scrive lo stesso De Mattei, la «storia delle dottrine politiche» è soprattutto questo: una «storia della riflessione sul problema generale della realtà statuale, dell’attività politica, riflessione magari non sistematica, magari casuale, o complementare ad altre vicende dello spirito», in ogni caso frutto di proiezioni sulla vita politica, anche qualora assumano la forma di ideologia. Scrive ancora De Mattei nel 1938:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Oggi è sembrato utile agli studiosi fissare preliminarmente cosa per “dottrina politica” debba intendersi, non appagando più l’identificazione di dottrina politica con quella “scienza politica” cara all’ultimo ottocento, per cui l’indagine storica veniva limitata a taluni materiali di pensiero, con esclusione di altri, facilmente tacciati di “ideologia” (De Mattei 1938b, LXIX).</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Compilando una guida bibliografica della disciplina per l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, coerentemente col punto di vista metodologico assunto, De Mattei suggerisce che gli antesignani della storiografia delle idee politiche possano essere trovati in quella cultura storica che anima nel profondo il Risorgimento italiano, e fa i nomi del Foscolo e di Vincenzo Cuoco. Il primo, nella misura in cui, incitando i propri contemporanei, include nel suo </hi><hi rend="italic">Piano di studi </hi><hi rend="CharOverride-1">del 1796 la lettura dei «massimi testi di politica»; il secondo, perché in un appello del dicembre 1804 invita i concittadini ad «allineare e studiare» gli scrittori politici italiani per la loro eccellenza e capacità. In un caso e nell’altro, si tratta di ipotesi storiografiche che rivelano allo stesso tempo una vocazione: l’impulso al recupero dei «politici» scaturisce dalla «sempre più viva passione nazionale, dalla convinzione che le cose dovessero cambiare, e cambiare nel senso raccomandato dai maggiori» (De Mattei 1938b, XV).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">4.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Al momento della trasformazione del Regio Istituto in Facoltà dell’Università di Firenze (Decreto dell’8 Giugno 1938) Rodolfo De Mattei, come docente di Storia delle dottrine politiche, è uno dei cinque professori di ruolo. La normalizzazione del ruolo didattico e pedagogico della disciplina è compiuta e, in aggiunta, per dare espressione alle preoccupazioni ‘culturali’ del fascismo al potere, si assiste a un analogo consolidamento dell’insegnamento di Storia e dottrina del fascismo. In tale prospettiva è da interpretare il trasferimento a Firenze da Messina di Camillo Pellizzi: brillante studioso di «cose inglesi», il giovane Pellizzi giocherà un ruolo di primo piano nelle politiche culturali del fascismo del tempo, assumendo, ad esempio, dal 1940 il ruolo di presidente dell’Istituto italiano di Cultura Fascista e progettando l’istituzione di un’Accademia nazionale di cultura politica approvata dal governo ma rinviato </hi><hi rend="italic">sine die</hi><hi rend="CharOverride-1"> per i costi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-014">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ai travagliati anni della guerra fa seguito il momento della rifondazione repubblicana del “Cesare Alfieri”. Proprio in questa fase, la storia del pensiero politico assume una significativa centralità. Quando il 5 gennaio 1945, con delibera del senato accademico, si assiste alla ricostituzione della Facoltà di Scienze politiche e sociali “Cesare Alfieri”, il piano di studi prevede un biennio comune, seguito poi da indirizzi specialistici. La Storia delle dottrine politiche è, insieme con l’Economia politica e una lingua tra inglese, tedesco e russo, una delle tre materie biennali. Nel 1950, tra i nove ordinari in carica nella rinata facoltà, due sono «storici delle dottrine politiche»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-013">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. I loro nomi, di assoluto rilievo per l’epoca, sono anche lo specchio di due anime del paese che in quel momento cercano un’inquieta conciliazione. Il primo, Carlo Curcio (1898-1971), proveniente dalla ‘fascistissima’ Facoltà di Scienze politiche di Perugia, era stato uno degli autori dello Statuto del Partito Nazionale Fascista del 1938. L’altro, Paolo Treves (1908-1958), giunto a Firenze sempre nel 1950 dopo una travagliata vicenda concorsuale che si era protratta per anni, era stato costretto a emigrare prima della guerra ed aveva fatto parte, come eletto nelle file del Partito Socialista di Unità Proletaria, dell’assemblea costituente. Mentre Curcio, incarnando precocemente un’anima ‘idealistica’ del fascismo che intendeva conciliarne le istanze con alcuni principi liberali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-012">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, ha sempre professato una vocazione all’insegnamento e alla ricerca come sua principale occupazione, Treves, da sempre impegnato a combattere l’ideologia autoritaria del Ventennio, conciliava la passione per la ricerca con l’impegno pubblicistico del giornalista e gli incarichi politici da rappresentante eletto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-011">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Collocati su due sponde distanti dell’arcipelago ideologico italiano del tempo, condividevano, però, un interesse comune per lo scenario politico europeo. Sarà soprattutto Curcio, però, anche in ragione di una maggiore longevità (rimarrà in carica come docente dell’“Alfieri” fino al pensionamento, avvenuto nel 1968), a sviluppare una riflessione sull’Europa che troverà significativa attenzione nei suoi contemporanei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-010">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vale la pena segnalare infine che, con significativa attenzione storiografica, lo stesso Curcio ha dedicato una ricerca sulle origini e lo sviluppo della Facoltà (originariamente Scuola) legata al nome di Cesare Alfieri, quasi a bilanciare un debito di riconoscenza per quella istituzione che, dopo gli anni di ‘epurazione’ dagli incarichi accademici che avevano fatto seguito alla caduta di Mussolini, aveva garantito la sua reintegrazione in ruolo nel 1950. Ancora oggi il suo</hi><hi rend="italic"> Carlo Alfieri e le origini della scuola fiorentina di Scienze politiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Curcio 1963) resta un lavoro pionieristico, magari qua e là datato, ma difficile da trascurare se si vuole fare la storia dell’istituzione fiorentina. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">5.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dopo aver svolto negli anni precedenti l’incarico di libero docente di Filosofia del diritto, il 1° novembre 1970 Antonio Zanfarino assume il titolo di professore straordinario di Storia delle dottrine politiche presso la “Cesare Alfieri”, dove insegnerà, senza soluzione di continuità fino al suo pensionamento, prima Storia delle dottrine politiche, e, successivamente, Filosofia della politica. Sono anni di profonda trasformazione della Facoltà, e, più in generale, dell’intera università italiana: apertura a un numero crescente di studenti, ampliamento del numero dei docenti, specializzazione dei percorsi di studio. Uno dei segni più evidenti di questo mutamento è il «frastagliamento della docenza» (cfr. Miozzi 1993, 205 e sgg.), nonché l’avviarsi di un processo di differenziazione disciplinare che comporta la nascita e l’istituzionalizzazione di settori scientifici sempre più specializzati. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La figura di Zanfarino segnerà in modo significativo gli sviluppi degli ultimi decenni del secolo della “Cesare Alfieri” dando vita a un magistero che condizionerà in modo significativo anche il lavoro dei suoi allievi, i quali accompagneranno le vicende della Facoltà fiorentina nel passaggio al nuovo millennio. Nei lavori di Zanfarino riemerge l’eco di quei dibattiti metodologici della disciplina che avevano animato le prese di posizione nei primi anni della sua storia. Da una parte, il rifiuto di considerare le storia delle idee politiche come una disciplina ausiliaria della storia politica; dall’altra, il riconoscimento delle ricorrenti perdite di confine con la filosofia del diritto e la «dottrina dello stato»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-009">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nell’ambivalenza mai risolta tra vocazione storica e vocazione filosofica della materia, Zanfarino opta per una terza via che contempla una sorta di percorso intermedio tra quello della «storia storica» e quello filosofico. Facendo perno su una posizione che risente della lezione storicistica del filosofo Pietro Piovani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-008">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, Zanfarino ritiene che la conoscenza storica delle idee politiche debba essere condotta «nei loro spazi originari, nei loro propri tempi, nelle loro connessioni con la concretezza fenomenica, ma deve insieme sottrarle agli inestricabili intrecci con un iperfattualismo che le assorbe e le dissolve» (Zanfarino 1991, 6). Il rischio di un approccio solo filosofico è quello di ridurre le dottrine politiche ad astratte concettualizzazioni; d’altro canto, seguendo il solo impulso dello storico, si corre il pericolo di opacizzare la specificità del pensiero politico sommergendolo con «una ressa di eventi così folta e disparata da nascondere o rendere evanescente la specificità del suo essere pensiero» (Zanfarino 1991, 6). Con tali preoccupazioni, nel corso degli anni Novanta Zanfarino porterà a compimento il proprio approccio di storico del pensiero dando vita a un manuale in due volumi che, non senza qualche impervietà linguistica ben nota a tutte le generazioni dei suoi studenti, promette di mettere al riparo la riflessione politica «dalle deformazioni e dalle confische degli assolutismi storicistici e spirituali», come dalle «tentazioni dispotiche» che hanno attraversato il pensiero politico moderno</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-007">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una lezione di moderazione fatta di attenzione ai dettagli testuali e allo spirito di conservazione dei dettami del pensiero, in cui l’attenzione per l’autonomia del sociale (Zanfarino 1969) si accompagna alla rivendicazione dell’autonomia dell’individuo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-006">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, né l’una né l’altro assolutizzati, semmai contemperati in vista di una piena valorizzazione di quelle istanze del pluralismo – a parere di Zanfarino, allo stesso tempo, un’idea e un fatto – che meritano di assumere il ruolo di valore orientativo in ogni ipotesi di correzione o riforma politica della società. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel frattempo, a seguito del processo summenzionato di autonomizzazione delle discipline particolari, fa la sua comparsa l’insegnamento di Filosofia politica. Nonostante abbia alle spalle una lunga e solida tradizione – per il caso italiano basti menzionare il volume ottocentesco della </hi><hi rend="italic">Filosofia della politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Antonio Rosmini (1858) –, in Italia, come insegnamento autonomo, non è più antico del 1970 (Fiorot 1990, 2). La sua introduzione come materia d’insegnamento universitario non è disgiunta dal trattamento del problema della sua ‘natura’ e ‘collocazione’ nell’ambito delle scienze sociali: se essa «debba intendersi come una scienza sociale teoretica oppure come la dimensione politica dei grandi sistemi filosofici» (Fiorot 1990, 2)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-005">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. La nuova materia entra nel progetto formativo del “Cesare Alfieri” solo nell’anno accademico 1979/80 (preceduta da una Storia della filosofia della politica), affidata proprio ad Antonio Zanfarino, il quale riversa anche in questa nuova disciplina la medesima preoccupazione per gli eccessi di ambizione di un pensiero politico che tende a interpretarsi come chiave di volta per il rifacimento del mondo. Mentre nel resto del paese il dibattito sulla natura della disciplina risente soprattutto del confronto con le istanze provenienti dalla filosofia politica statunitense</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-004">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, e segnatamente con la lezione di John Rawls e la sua </hi><hi rend="italic">Teoria della giustizia</hi><hi rend="CharOverride-1">, Zanfarino dà vita a un magistero filosofico che, sposando le tesi del costituzionalismo liberale tradizionale, intende estenderne la portata anche alle dimensioni non propriamente giuspolitiche, ipotizzandone l’allargamento anche a quell’orizzonte del sociale in cui la separazione dei poteri e le garanzie di autonomia stentano talvolta ad essere tutelate. Ancora soprattutto grazie al valore attribuito al pluralismo – che Zanfarino (1967) precocemente connetteva all’idea di giustizia – trova espressione un insegnamento attento alla diversità delle culture politiche e alla loro complessa articolazione storica (Zanfarino 1999), in una prospettiva che, conservando tratti di un’originalità quasi idiosincratica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-003">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non ha poi smesso di esercitare la propria influenza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Saranno soprattutto i suoi allievi ed eredi alle cattedre di Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica che, nei decenni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, proietteranno questa lezione su scenari allargati. Da un lato, Vittore Collina e Claudio De Boni, titolari degli insegnamenti di storia del pensiero politico, volgeranno il loro sguardo retrospettivo a quelle tradizioni – soprattutto di area linguistica francese – che a partire dalla Rivoluzione hanno animato la progettualità politica moderna (Ciuffoletti et al. 1989; Collina 1990; Collina 1992;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">De Boni 1996), andando alla ricerca anche di quelle tappe di sviluppo del pensiero – penso, ad esempio, al campo dell’utopia (De Boni 2003; 2013) – che, magari da una posizione più appartata, hanno però dato vita a importanti stagioni di riflessione sulla forza e l’ambivalenza della politica moderna, alla luce prospettica del pluralismo politico (Collina 1980; De Boni 2016) e di una sempre crescente attenzione alla dimensione sociale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-002">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Dall’altro, Sergio Caruso (1946-2021), e poi – di una generazione successiva – Brunella Casalini, impegnati negli insegnamenti filosofico politici, che, con uno sguardo più attento alla cultura e al mondo anglosassone</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-001">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, hanno articolato connessioni puntuali e acute tra le lezioni del liberalismo pluralistico zanfariniano e gli sviluppi più recenti della riflessione politica, improntando una ricerca animata da un analogo spirito di moderazione e un altrettanto spiccata predilezione per l’originalità del pensiero. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-2">6.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Gli anni recenti hanno visto un significativo ampliamento degli interessi filosofico politici e di storia del pensiero dell’istituzione fiorentina. A seguito della Riforma del 2010 e della conseguente ristrutturazione dei dipartimenti che ha visto impegnato tutto l’ateneo fiorentino, i filosofi politici in servizio in altri Dipartimenti – segnatamente Lettere e Filosofia – si sono riuniti a quelli dell’“Alfieri”, garantendo la presenza di nuove linee di ricerca all’interno panorama scientifico della rinata Scuola di Scienze politiche e sociali “Cesare Alfieri”. In particolare, l’arrivo di Elena Pulcini (1950-2021) ha aperto la strada a temi di ricerca come quelli sulle passioni (Pulcini 2001; 2020), sull’ambiente e sulle politiche della cura</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-000">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, da anni al centro del dibattito internazionale della disciplina. Con Dimitri D’Andrea, invece, ha preso cittadinanza nel nuovo Dipartimento un approccio teorico alla filosofia politica che, facendo tesoro della lezione dei classici – segnatamente Hobbes e Weber (D’Andrea 1997; 2005) –, tiene conto della dimensione antropologica e istituzionale del potere, in vista di una più attenta analisi delle sfide globali della politica contemporanea. Nell’un caso come nell’altro, i percorsi di ricerca di filosofia politica hanno continuato a intrecciarsi con le tematiche più caratteristiche della storia del pensiero politico, conservando al contempo una «distinzione dialogante» con quelle discipline, come la scienza politica e la sociologia, la cui vocazione empirica è diventata sempre più marcata. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta, d’altra parte, di un’inclinazione al dialogo connaturata – come dicevo all’inizio – a discipline il cui territorio più appropriato è quello del confine. Tanto il filosofo politico quanto lo storico del pensiero sembrano ancora oggi assestarsi in uno spazio di frontiera, in cui il confronto con gli altri ‘saperi’ della politica si rinnova ogni volta che un differente tema o problema occupa lo spazio della discussione scientifica e pubblica. Lo stesso può dirsi per il versante del confronto con le discipline storiche: la Storia delle dottrine politiche è da sempre </hi><hi rend="italic">pleno iure</hi><hi rend="CharOverride-1"> una disciplina storica che non può fare a meno del dialogo con la storia degli avvenimenti, delle istituzioni, dei movimenti sociali e politici, senza però mai abdicare alla sua dimensione più caratterizzante che resta quella del pensiero. Anche per questo motivo, rinunciando alla designazione di ‘dottrina politica’, nel frattempo divenuta idiosincratica (almeno nel panorama internazionale) e sempre più incerta dal punto di vista epistemologico, gli appartenenti alla disciplina – nel quadro della più generale revisione ministeriale dei nuovi gruppi di quei settori scientifico-disciplinari che erano stati introdotti dalla legge 341 del 1990 (poi rivisti con decreto ministeriale n. 855 del 2015) – hanno deciso di mutare la propria denominazione in Storia del pensiero politico (d.m. n. 639 del 02-05-2024, «Gazzetta Ufficiale» del 9 maggio 2024), portando a compimento una maturazione scientifica che andava avanti da anni. </hi></p><div><head><hi>Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Alfieri di Sostegno, C. 1872. </hi><hi rend="italic">L’Italia liberale</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Firenze: Sansoni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Duguit, L. 1889. “Le droit constitutionnel et la sociologie.” </hi><hi rend="italic">Revue Internationale de l’Enseignement</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18 (disponibile online su </hi><hi rend="italic">Revue général du droit</hi><hi rend="CharOverride-1"> 16365, 2014).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Favre, P. 1981. “Les Sciences d’État entre déterminisme et libéralisme. Émile Boutmy (1853-1906) et la création de l’École libre de Sciences Politiques.” </hi><hi rend="italic">Revue Française de Sociologie</hi><hi rend="CharOverride-1"> 22: 429-65.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Favre, P. 1989. </hi><hi rend="italic">Naissances de la science politique 1870-1914</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mastellone, S. 1986. </hi><hi rend="italic">Storia della democrazia in Europa. Da Montesquieu a Kelsen</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Utet.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mastellone, S. 1990. “Per una storia del pensiero politico europeo.” </hi><hi rend="italic">Strumenti didattici</hi><hi rend="CharOverride-1">: 5. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Michel, H. 1897. “De l’histoire des doctrines politiques. Sa nature, sa méthode, son esprit.” </hi><hi rend="italic">Revue du Droit public et de la Science politique</hi><hi rend="CharOverride-1">» 7: 221-34.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Miozzi, M. 1993. </hi><hi rend="italic">Lo sviluppo storico dell’università italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">. 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Dall’Unità alla grande guerra</hi><hi rend="CharOverride-1">, 83. Firenze, CET, (G. Spadolini, </hi><hi rend="italic">Il “Cesare Alfieri” nella storia d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, cit., pp. 91-2).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rosanvallon, P. 1998. </hi><hi rend="italic">Le peuple introuvable. Histoire de la répresentation démocratique en France</hi><hi rend="CharOverride-1">. Paris: Gallimard. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Rosanvallon, P. 2017. </hi><hi rend="italic">Controdemocrazia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Castelvecchi. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Russi, L. 2005. </hi><hi rend="italic">Il passato del presente. Rodolfo De Mattei e la storia delle dottrine politiche in Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Pescara: ESA.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Schiera, P. 1994. “Modelli di Università nell’Ottocento europeo: problemi di scienza e di potere.” In </hi><hi rend="italic">L’Università tra Otto e Novecento: i modelli europei e il caso italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Porciani, 8. Napoli: Jovene. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Spadolini, G. 1975. </hi><hi rend="italic">Il “Cesare Alfieri” nella storia d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Le Monnier.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic">Tradizione e novità della filosofia della politica</hi><hi rend="CharOverride-1">. 1971. Bari: Laterza (“Quaderni degli “Annali” della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari”).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">vom Bruch, R. 1994. “Il modello tedesco: università e </hi><hi rend="italic">Bildungsbürgertum</hi><hi rend="CharOverride-1">.” In </hi><hi rend="italic">L’Università tra Otto e Novecento: i modelli europei e il caso italiano</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di I. Porciani, 35-60. Napoli: Jovene.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">von Mohl, R. 1855. </hi><hi rend="italic">Die Geschichte und Literatur der Staatswissenschaften</hi><hi rend="CharOverride-1">. Erlangen: Enke.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Walzer, M. 1987. </hi><hi rend="italic">Sfere di giustizia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1961. </hi><hi rend="italic">La libertà dei moderni nel costituzionalismo di Benjamin Constant</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Giuffré. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1967. </hi><hi rend="italic">Pluralismo sociale e idea di giustizia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Giuffré. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1969. </hi><hi rend="italic">Ordine sociale e libertà in Proudhon</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Morano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1991. </hi><hi rend="italic">Il pensiero politico dall’Umanesimo all’Illuminismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Morano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1994. </hi><hi rend="italic">Il pensiero politico contemporaneo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Napoli: Morano.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 1999. </hi><hi rend="italic">Culture politiche</hi><hi rend="CharOverride-1">. Padova: CEDAM.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino, A. 2001. </hi><hi rend="italic">Politica costituzionale e scienza sociale alle origini della “Cesare Alfieri”</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: CET.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-034-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il programma, previsto per tre lezioni a settimana, recita: «Uffici delle lettere. Ufficio della letteratura civile. Degli scrittori e degli oratori politici italiani dall’età dei Comuni ai giorni nostri. Cenno della letteratura politica dei latini. Dei principali scrittori e oratori politici stranieri, specialmente inglesi e francesi. Dell’eloquenza civile» (“Statuto e programma d’insegnamento provvisori della società per la fondazione e pel mantenimento di una scuola di Scienze sociali” cit. in Spadolini 1975, 129). Negli Statuti successivi la dicitura muterà in «Letteratura politica», come in quello del 1875, dov’è previsto l’incarico al «Prof. Cav. Massimiliano Giarrè» (cfr. p. 189).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-033-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Alfieri di Sostegno 1872, 251 e sgg. Sull’importanza del tema dell’‘autogoverno’ per Carlo Alfieri e il progetto della Scuola, si veda Spadolini 1975, 19;</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Rogari 1991a, 74.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-032-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Per lo sviluppo successivo della ricerca in lingua tedesca occorre guardare a di Otto von Gierke, Johann Kaspar Bluntschli, Heinrich von Treitschke; mentre i ‘precursori’ rispondono ai nomi di Hegel, Müller, von Haller.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-031-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Altrettanto interessante sarebbe un’indagine sulle particolari ascendenze e preferenze dei singoli protagonisti. Un primo sintonico bilancio si trova in Zanfarino 2001, 13 e sgg, dove si legge: «Il conservatorismo che ispira la mentalità e l’opera di questi autori non è retrivo e anacronistico, ma dinamico, dialettico e disposto a sperimentare […] le possibilità di un ragionevole riformismo. I fondatori della nuova Scuola, tiene a dichiarare Carlo Alfieri, si considerano “eminentemente conservatori” ma anche “eminenetemente liberali e anzi, sulle orme di Tocqueville che è il loro principale maestro nel pensiero come Cavour lo è nell’azione, accettano un certo connubio tra liberalismo e democrazia». Della preferenza filosofica tocquevilliana del fondatore della Scuola aveva già parlato Spadolini 1975, 16. Sull’intera questione si possono consultare complessivamente i lavori dello storico Sandro Rogari.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-030-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">L’organizzazione ministeriale dei settori per aree colloca la prima nell’area teorica (con Scienza politica) e la seconda nell’area storica (con tutte le altre discipline storiche).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-029-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">I promotori della Scuola parleranno della necessità di «por mano a educare la mente e la volontà dei cittadini» (vedi la “Circolare del Comitato Promotore”</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del 23 maggio 1873 cit. in Spadolini 1975, 124). Più in generale sul tema:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Schiera 1994, 8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-028-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su cui si veda almeno: Favre 1989.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-027-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sul punto si vedano: Favre 1981; Cerasi 2014, 114 e sgg. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-026-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Nelle intenzioni dei fondatori è riscontrabile una valorizzazione, quasi inedita per l’Italia, del modello organizzativo dei </hi><hi rend="italic">college </hi><hi rend="CharOverride-1">inglesi, strumenti di realizzazione e riflessione dei due criteri di </hi><hi rend="italic">ancien regime</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic">patronage</hi><hi rend="CharOverride-1"> e del «privilegio», adattati alle nuove condizioni politiche (unitarie) e sociali (modernità). Cfr. Rogari 1991a, 77.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-025-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Nel caso dell’</hi><hi rend="italic">École libre</hi><hi rend="CharOverride-1">, si può ricordare l’invito nel 1892 di Boutmi a Elie Halévi – autore di una fondamentale </hi><hi rend="italic">Histoire du peuple anglais</hi><hi rend="CharOverride-1"> – a tenere corsi sul pensiero politico inglese e sul socialismo europeo, al fine di individuare, secondo una preoccupazione affine a quella di molti dei protagonisti della prima “Cesare Alfieri”, la ragione che aveva consentito all’Inghilterra di essere risparmiata dalle violente rivoluzioni che avevano rovesciato la Francia e dal socialismo (Carlo Alfieri aveva parlato di «invasione socialistico-cesarea»). Le affinità, almeno in parte, finiscono qui, nella misura in cui nella prospettiva di Halévi la «felice eccezione britannica» era individuata nella «diffusione del metodismo», mentre nel caso di Alfieri di Sostegno e dei suoi collaboratori resta esplicito l’ancoraggio alla fede cattolica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-024-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sui margini di apertura di questa formazione, si fissa anche la distanza del modello educativo che hanno in mente gli ideatori dell’“Alfieri” rispetto al tipo di </hi><hi rend="italic">Bildung </hi><hi rend="CharOverride-1">‘borghese’</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">al cuore di quel modello tedesco di università libera (cioè, non confessionale) che alla fine del secolo diventerà egemone sia in Europa che negli Stati Uniti: cfr. vom Bruch 1994. A proposito del caso francese – ma con un’ottica estendibile all’intero panorama europeo – lo storico Pierre Rosanvallon ha parlato di «controdemocrazia», intendendo descrivere lo sviluppo che si compie nel pensiero liberale ottocentesco, da Montesquieu in poi, di una prospettiva pessimistica nei confronti della democrazia, sospettosa del potere popolare e del suffragio universale, diffidente rispetto all’autonomia del potere politico consentita dai meccanismi della rappresentanza, timorosa di un ritorno a forme di dispotismo liberticida (cfr. Rosanvallon 2017; 1998). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-023-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. lo “Statuto, allegati, cattedre e professori, regolamento interno della Società italiana di educazione liberale e della Scuola di Scienze Sociali”, cit. in Spadolini 1975, 189.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-022-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sulla figura di Pasquale Villari è fondamentale: Rogari 1991b, 149-80.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-021-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Rogari 1991c, 83. «[Q]ualcosa come l’attuale “Storia delle dottrine politiche” ma anche qualcosa di più, come quell’anticipazione delle discipline politologiche viste da chi non si era esaurito nella ricostruzione critica delle vite di un Savonarola o di un Machiavelli» (Spadolini 1975, 91-2).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-020-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Non sorprende che all’attivazione del primo corso in Europa corrisponda uno dei primi significativi tentativi di definizione del perimetro disciplinare: cfr. Michel 1897, 221-34. Per Michel con «dottrine politiche» si devono intendere solamente quelle «tesi politiche che hanno assunto la consistenza di un sistema», quasi un «nucleo essenziale e immutabile che riceve nel corso dei tempi e nei diversi luoghi della vicenda storica travestimenti e orpelli, al di sotto dei quali è necessario discendere per giungere a quel nocciolo concettuale» (cfr. D’Orsi 1995, 156-57). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-019-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Mosca 1966. Quello che a tutti gli effetti può essere considerato il primo manuale italiano della disciplina, era uscito in prima edizione nel 1932, l’anno dell’abbandono dell’insegnamento, col titolo di </hi><hi rend="italic">Lezioni di storia delle istituzioni e delle dottrine politiche</hi><hi rend="CharOverride-1">, edito dall’editore romano Castellani. L’edizione definitiva è del 1937.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-018-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Del problema si era occupato nel secondo dopoguerra un importante e influente storico del pensiero politico italiano come Luigi Firpo (cfr. Firpo 1969, 159-82).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-017-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Gli altri due saranno il calabrese Felice Battaglia, che sarà anche Rettore dell’Università di Bologna, e il valdostano Alessandro Passerin d’Entrèves.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-016-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Sull’opera di Rodolfo De Mattei, si veda ora: Russi 2005.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-015-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Beonio Brocchieri 1930. Un ulteriore sviluppo in questa direzione verrà dai contributi al dibattito di Felice Battaglia e Alessandro Passerin d’Entrèves. Cfr. D’Orsi 1995, 172-85.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-014-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Su Pellizzi si veda: Breschi e Longo 2003, 133-95 soprattutto per i primi anni a Firenze.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-013-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Vale la pena ricordare, non solo a titolo di curiosità, il fatto che proprio in questi anni muove i suoi primi passi accademici il giovane Giovanni Sartori con la libera docenza di Storia delle filosofia moderna, prima di passare a Sociologia applicata e, infine, Scienza della politica.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-012-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Curcio 1924. Sull’intera stagione, si veda Gentile 2011.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-011-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Eletto deputato nel 1948, fu anche, a partire dal 1949, rappresentante italiano in seno al Consiglio d’Europa. La mancata elezione nel 1958 precede di poco il suo prematuro decesso.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-010-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Curcio 1958. All’insegnamento di Storia delle dottrine politiche Curcio, negli stessi anni, aveva affiancato l’insegnamento di Storia e legislazione coloniale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-009-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il dibattito si rinnova anche per la presenza negli stessi anni a Firenze di un altro importante studioso di storia del pensiero politico, Salvo Mastellone (1920-2012), di qualche anno più anziano di Zanfarino, e che, dalla cattedra della Facoltà di Magistero, anche grazie alla fondazione della rivista </hi><hi rend="italic">Il pensiero politico</hi><hi rend="CharOverride-1"> (in collaborazione con Luigi Firpo, Mario Delle Piane e Nicola Matteucci), dà vita a una scuola «concorrente» rispetto a quella dell’«Alfieri», più fedele a un radicale «richiamo alla storia»: «consigliavo di rispettare la cronologia, e poi di non limitarsi a commentare ed interpretare i classici della politica, ma di scendere nell’esame delle ideologie, ossia i conflitti dottrinali sui modi di governare, utilizzando scritti minori e studiando tendenze collaterali, senza sottovalutare le ragioni sociali degli ordinamenti istituzionali» (Mastellone 1990, 5). Di Mastellone, si veda almeno </hi><hi rend="italic">Storia della democrazia in Europa. Da Montesquieu a Kelsen</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Mastellone 1986), di cui verranno pubblicate varie edizioni, in diverse lingue. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-008-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Di cui vanno visti almeno Piovani 1965; 1966.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-007-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Oltre al volume appena citato, va visto anche Zanfarino 1994.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-006-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Zanfarino 1961. Di Constant e Proudhon, Zanfarino ha curato anche le antologie dei testi per l’editore il Mulino.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-005-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento esplicito va al dibattito esplorativo che si era svolto in un convegno di Bari, cui avevano preso parte, tra gli altri, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori, Alessandro Passerin d’Entrèves, Nicola Matteucci. Gli atti del convegno sono stati raccolti in volume </hi><hi rend="italic">Tradizione e novità della filosofia della politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1971.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-004-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">E con le reazioni che fanno seguito all’adozione, talvolta eccessivamente pedissequa, di modelli teorici e soluzioni linguistiche appartenenti a una cultura politica talvolta idiosincratica qual è quella americana. Cfr. sul punto il dibattito che ha visto, tra gli altri, come protagonisti Salvatore Veca e Danilo Zolo.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-003-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Caruso 1989, 290:</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«[L]a riflessione di Zanfarino procede in maniera affatto indipendente e, in certo qual modo, solitaria: egli non fa naturalmente parte di coloro che si buttano a schiera su temi in auge, ma – schivo qual è ed alieno da ogni presenzialismo – neppure fa parte di coloro da cui le mode culturali sono inaugurate». </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-002-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">De Boni 1999. Di rilievo, il pionieristico lavoro in più volumi curato da De Boni 2007-2010.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-001-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Penso, in particolare, al confronto significativo con le «tesi pluraliste» di Walzer 1987, ma anche alla ricerca storiografica che si colloca a monte, e che ha visto Caruso e Casalini impegnati, rispettivamente, nel confronto con Adam Smith o John Selden oppure con John Locke (Casalini 2015). La monografia su Selden di Caruso 2001, oltre ad essere una delle più rilevanti sull’autore, ha avuto una significativa eco internazionale.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="W00204_XML24_20_215-232.html#footnote-000-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	</hi><hi rend="CharOverride-1">Cfr. Pulcini 2003; 2012. Nella sua ricerca sul tema, Pulcini ha incontrato gli sviluppi più recenti della ricerca storica e filosofica sui temi del femminismo di Casalini. Si vedano almeno Casalini 2004; 2018.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Gianluca Bonaiuti, University of Florence, Italy, gianluca.bonaiuti@unifi.it, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0002-9919-0072</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Gianluca Bonaiuti, <hi rend="italic">Gli studi filosofico-politici e di storia del pensiero politico,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9.16</ref>, in Fulvio Conti, Carlo Sorrentino (edited by), <hi rend="italic">La Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” (1875-2025)</hi>, pp. -19, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0708-9, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0708-9</ref></p></div></div>
      
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